Il Sole 24 Ore, 13 settembre 2019
Reati tributari - Omessa dichiarazione Iva - Punibilità del prestanome o amministratore della società - Necessario il comportamento doloso. In materia di reati tributari e in particolare nel caso di omessa dichiarazione Iva, ai fini della punibilità del reato, nella specie l'amministratore di diritto della società o il prestanome, non basta il dolo generico ma è necessario il dolo specifico di evasione, integrato dall'intenzione di sottrarsi al pagamento delle imposte nella consapevolezza dell'illeceità del fine e del mezzo. Non è infatti sufficiente ai fini della colpevolezza, la mera assunzione dell'incarico di amministratore di diritto.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 28 agosto 2019 n. 36474.
Finanze e tributi - In genere - Omessa presentazione della dichiarazione annuale - Dolo di evasione - Prova - Contenuto. In tema di reati tributari, la prova del dolo specifico di evasione, nel delitto di omessa dichiarazione (art. 5, D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74), può essere desunta dall'entità del superamento della soglia di punibilità vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell'esatto ammontare dell'imposta dovuta.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 6 maggio 2016 n. 18936.
Reati fallimentari - Bancarotta fraudolenta - In genere - Amministratore della società con ruolo di mero prestanome - Responsabilità penale - Sussistenza. In tema di bancarotta fraudolenta, l'amministratore di diritto risponde unitamente all'amministratore di fatto per non avere impedito l'evento che aveva l'obbligo giuridico di impedire; a tal fine, è necessario, sotto il profilo soggettivo, la generica consapevolezza, da parte del primo, che l'amministratore effettivo distrae, occulta, dissimula, distrugge o dissipa i beni sociali.
Tale consapevolezza, se da un lato non deve investire i singoli episodi nei quali l'azione dell'amministratore di fatto si è estrinsecata, dall'altro, non può essere desunta dal semplice fatto che il soggetto abbia acconsentito a ricoprire formalmente la carica di amministratore; tuttavia, allorché, come nella specie, si tratti di soggetto che accetti il ruolo di amministratore esclusivamente allo scopo di fare da prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possono scaturire gli eventi tipici del reato (dolo generico) o l'accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l'affermazione della responsabilità penale.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 27 febbraio 2006 n. 7208.
Finanze e tributi - In genere - Reati tributari - Omessa dichiarazione - Responsabilità dell'amministratore di fatto - Sussistenza - Responsabilità a titolo di concorso dell'amministratore di diritto - Condizioni. Del reato di omessa presentazione della dichiarazione ai fini delle imposte dirette o Iva, l'amministratore di fatto risponde quale autore principale, in quanto titolare effettivo della gestione sociale e, pertanto, nelle condizioni di poter compiere l'azione dovuta, mentre l'amministratore di diritto, quale mero prestanome, è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell'evento (artt. 40, comma secondo, cod. pen. e 2932 cod. civ.), a condizione che ricorra l'elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 24 settembre 2015 n. 38780.
Tributi e finalità (in materia penale) - Dichiarazione dei redditi - Omessa presentazione - Redditi di organismi societari - Reato di cui all'art. 5 del D.L.vo n. 74/2000 - Addebitabilità. Il reato di omessa presentazione della dichiarazione del redditi, previsto dall'art. 5 del D.Lgs. n. 74/2000, è addebitabile, nel caso di redditi conseguiti da organismi societari, non solo all'amministratore di diritto, formalmente tenuto all'incombente in questione, ma anche al soggetto al quale sia riconoscibile il ruolo di amministratore di fatto.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 24 settembre 2015 n. 38780.
di Aldo Balestra
Il Mattino, 13 settembre 2019
Sono due gli aspetti che s'incrociano, e confliggono sempre di più, nella notizia del permesso concesso ad un ragazzo detenuto per aver ucciso selvaggiamente, quando era ancora minorenne e insieme a due complici, una guardia giurata. Permesso di poche ore per pranzare "con i soli familiari" in occasione del compimento della maggiore età, accompagnato dalla scorta di poliziotti penitenziari in una canonica messa a disposizione dal cappellano, a poche centinaia di metri dal carcere minorile di Airola.
C'è un aspetto che attiene al diritto stricto sensu, alla corretta applicazione e al rispetto di leggi e ordinamenti, ed uno che riguarda il comune sentire, a cominciare da quello intimo e doloroso della famiglia del vigilante napoletano ucciso a botte per rubargli la pistola.
Un sentire oltraggiato e ferito, alimentato vorticosamente dalla pubblicazione su Instagram, da parte di una cugina del giovane detenuto, delle foto scattate durante quel breve permesso: non solo un pranzo con i familiari, per il neo diciottenne Ciro da poco condannato a più di 16 anni di reclusione per quell'orrendo delitto alla stazione metro di Chiaiano, ma una vera e propria festicciola. Un party con tanto di palloncini, festoni e fotografie di rito, a cui hanno forse preso parte non solo i familiari stretti del ragazzo detenuto, ma anche (lo si sta verificando) altri parenti e amici. Il tutto a pochi giorni dalla celebrazione del processo d'Appello.
Di fronte alle sdegnate reazioni che si sono levate alla pubblicazione dell'istantanea di Ciro che riceve il bacio della fidanzatina in punta di piedi, nella canonica addobbata a festa, ha fatto bene il Ministero di via Arenula ad aprire un'inchiesta a tutto tondo, dovendo ricostruire ogni aspetto, a partire da fondatezza e opportunità del cosiddetto "permesso trattamentale". Samuele Ciambriello, Garante per i diritti del detenuto, ha ben ricordato sul Mattino che si tratta di una "chance", non di un "privilegio". La pena, dice la Costituzione, deve sempre tendere alla rieducazione del condannato.
Fino alla richiesta del direttore del carcere, sostenuta dal buon comportamento del ragazzo (che mai, però, ha mostrato sinora segnali di pentimento), non sembrano emergere prima facie controindicazioni particolari. Altra cosa sono la valutazione dell'esistenza dei requisiti nella concessione da parte della Sezione Minori della Corte d'Appello (c'erano tutti i presupposti?) e, soprattutto, le modalità di svolgimento del breve permesso (Prescrizioni particolari? E quali? Chi poteva partecipare?). Su questo secondo punto sarà utile, evidentemente, valutare le relazioni della scorta penitenziaria.
Non vorremmo però che questi aspetti, per i quali è utile un accertamento senza se e senza ma, distorcessero pericolosamente la percezione legislativa del permesso stesso, "beneficio accordato se ci sono i presupposti, non uno sconto di pena", come ha ricordato il Capo dipartimento Giustizia minorile, Gemma Tuccillo.
Il problema, allora, è soprattutto interrogarsi e riflettere ancora su come, e quanto, il gesto più praticato di questi tempi molto social, un gesto di apparente e innocente libertà, finisca - bene lo evidenzia Ciambriello - per trasformare tutti (oltre l'utile spunto ad occuparsi del caso) in "vittime e carnefici", incidendo sulla carne viva del dolore e comunque formando, o coartando, coscienze e giudizi. Quelle foto pubblicate con disinvoltura (ci auguriamo inconsapevole) sui social sono un indiscutibile oltraggio al figlio e alla figlia di Franco Della Corte, un atto incontrollato e incontrollabile di volgare leggerezza.
Christopher Lasch, opportunamente, ci ha ricordato come l'individualismo esasperato abbia ormai trasformato stili e comportamenti della nostra vita quotidiana. Il narcisismo proprio, e dei gesti altrui, ostentato sui social, anche dalla banalissima foto del primo giorno di scuola di un figlioletto fino al bacio della fidanzata del ragazzo assassino in permesso premio, o la ripresa video di folli corse in auto e persino la confessione in diretta di omicidi, questo narcisismo sempre più diffuso dimostra come - con la perdita del senso continente della realtà oppure l'inutile ostentazione o deformazione di essa - si finisca per mettere in discussione ciò che di vero, e magari codificato, già c'è.
Ovvero il rispetto della riservatezza propria ed altrui, l'opportunità di un gesto, la sicurezza, la legge o magari la stessa considerazione della legge, sino - ma qui il discorso diventa assai più ampio - ai processi democratici e alla vita stessa. Finisce che sia messa in discussione la libertà propria, nel nostro caso quella di aver diritto e aspirare ad un graduale e consapevole ritorno in libertà dopo aver pagato il conto alla giustizia. E senz'altro si offende l'altrui, come quella sacrosanta di vivere in pace, senza offese, il proprio grande dolore per un padre ucciso a bastonate, in una balorda notte di marzo alla stazione metro di Chiaiano.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 13 settembre 2019
Intervista allo studioso Antonio Giustozzi. Le promesse al vento di Washington, l'insoddisfazione dei Talebani il cui leader ora rischia grosso, l'errore strategico del Pakistan, gli auspici del presidente Ghani... Così fallisce un negoziato. "Un'ambasciata a Kabul con spie, contractors e marines poteva starci, ma poi il presidente americano se ne è uscito con la presenza militare di lungo termine"
Delegazione dei Talebani incontra i media a Mosca alla vigilia del terzo round di colloqui con gli Usa a Doha, in Qatar.
L'inviato Khalilzad che promette e non mantiene. I Talebani insoddisfatti. Gli Usa incerti sul ritiro. L'errore strategico del Pakistan, che alza troppo il tiro e consegna al presidente afghano Ghani un successo inaspettato. Per Antonio Giustozzi, tra i più autorevoli studiosi del movimento degli studenti coranici, sono le ragioni che hanno fatto saltare il negoziato tra gli Usa e i Talebani, il cui leader, Haibatullah Akhundzada, ora rischia grosso. Condotto per mesi a Doha dall'inviato americano Zalmay Khalilzad, l'accordo prevedeva il ritiro delle truppe straniere, la garanzia che i jihadisti a vocazione globale non avrebbero avuto spazio nel Paese, una riduzione della violenza in alcune aree e la disponibilità dei Talebani a negoziare in futuro con altri attori politici afghani, incluso il governo di Kabul.
Il 7 settembre Trump ha detto che il negoziato con i Talebani era saltato a causa dei loro attentati. Mossa per ottenere maggiori concessioni, tentativo di rivedere quanto già concordato o accordo troppo ambiguo?
La scusa di Trump non regge. I Talebani erano insoddisfatti dell'andamento dei negoziati. Khalilzad ha fatto promesse che non ha mantenuto. Non è riuscito a convincere Ghani a farsi da parte. Così ha proposto che, anziché un governo a interim, a negoziare con i Talebani fosse una delegazione rappresentativa di tutte le correnti politiche, anche di opposizione. Ghani ha accettato la delegazione, ma le ha negato potere negoziale autonomo. Non era quello che i Talebani speravano ed era inaccettabile anche per i pachistani, molto ostili verso Ghani, che contraccambia.
È mancato il consenso anche sulla natura della presenza militare statunitense, dopo il ritiro delle truppe...
C'è stata una certa esitazione americana sull'idea del ritiro completo. I Talebani erano pronti ad accettare la presenza dell'intelligence Usa - per monitorare gli accordi e la presenza di gruppi jihadisti - a condizione che fosse camuffata. Un'ambasciata a Kabul con tante spie, qualche centinaio di marines, oltre alla presenza di contractors formalmente non riconducibili alla Cia poteva passare, ma poi Trump, via Twitter, ha fatto riferimento a una presenza di lungo termine. Haibatullah ha già problemi a far accettare ai "duri" la linea del negoziato. L'idea di una presenza prolungata o del controllo di una base militare spaccherebbe il movimento. L'ordine di riprendere gli attacchi è arrivato a fine agosto, in coincidenza con l'uscita di Trump.
I termini dell'accordo raggiunto "in linea di principio" non sono mai stati chiariti del tutto. Una scelta, o di per sé erano ambigui?
Khalilzad ha un'eccezionale abilità nel dire e non dire. Ha fatto avvicinare le tre parti ma raccontando storie diverse a ciascuno e mantenendo una certa opacità. Arrivati al dunque, i Talebani si sono accorti che la delegazione afghana non era autonoma, che quei 500 uomini dell'intelligence nell'ambasciata Usa assomigliavano a una base militare; gli Stati uniti che le garanzie talebane sui jihadisti erano poco chiare, etc. Khalilzad sperava che una volta portati in mezzo al guado i tre attori si sarebbero accordati, perché tornare indietro sarebbe stato politicamente troppo costoso. Ma Trump non tiene conto di queste cose.
Molti ritengono che la questione non sia se, ma quando Washington deciderà di tornare al tavolo negoziale...
Per Trump i tempi sono stretti. Se non succede nulla entro dicembre, non se ne farà nulla. Non avrà tempo sufficiente per capitalizzare. Nel lungo periodo o la guerra continua per sempre o si negozia, ma sarà sempre più difficile trovare una controparte taliban disposta a farlo. Se Haibatullah venisse bruciato dal negoziato, sarebbe già il secondo leader a rimanerne vittima (dopo mullah Mansur, polverizzato nel maggio 2016 da un drone Usa nel Beluchistan pachistano, ndr). Vorrebbe dire che per i Talebani è più facile e conveniente fare la guerra che la pace.
L'accordo prevedeva la presa di distanza dei Talebani dai jihadisti a vocazione globale, inclusa al-Qaeda. Quali sono i loro rapporti, ora?
In forte deterioramento da febbraio, quando Haibatullah ha ordinato ai suoi di tagliare i ponti con i gruppi jihadisti, su richiesta di Khalilzad. Ci sono stati incontri ai quali hanno partecipato membri senior della Rahbari Shura (la cupola della leadership talebana, ndr) per rassicurare al-Qaeda, che però ha perso fiducia. Al-Qaeda non ha preso posizione pubblicamente perché ancora riconosce Haibatullah come leader supremo. È una situazione imbarazzante. Esclude lo scontro frontale, ma compromette rapporti di lunga data.
La questione dei rapporti con al-Qaeda rischia di frammentare ulteriormente il movimento? Più passa il tempo e più sarà difficile per Haibatullah mantenere consenso sulla linea negoziale...
Le critiche dei duri sono accese. "Sono fratelli di jihad, ci hanno aiutato, ora dovremmo rivolgerci contro di loro? È inaccettabile" dicono molti. Se il negoziato dovesse finire così sarebbe in questione la leadership di Haibatullah, che da febbraio fino almeno a giugno ha optato per la de-escalation militare, costata cara ai Talebani in termini di perdite. Nella Rahbari Shura alcuni elementi pro-Haibatullah si sono già riallineati con Sirajuddin Haqqani, del fronte oltranzista. Contrari a qualsiasi accordo, in particolare con gli americani, gli Haqqani sono stati costretti da pachistani e sauditi ad abbassare la testa. Per sei mesi sono stati buoni. Poi a fine luglio hanno avuto un nuovo via libera.
E il Pakistan, tradizionale sponsor degli studenti coranici, come si sta muovendo?
Per i pachistani l'accordo è anche un modo per rientrare nelle grazie di Washington, ma la situazione è complicata: ora possono optare per la prova di forza militare, e allora Haibatullah, l'uomo del negoziato, potrebbe non servire più, oppure forzare i Talebani a ulteriori concessioni. Ma oltre alla soddisfazione di Washington, cosa ne guadagnerebbero? Già hanno perso in Kashmir. Se perdessero anche in Afghanistan sarebbe dura. Islamabad ha commesso un errore di calcolo, spronando i Talebani ad aumentare la pressione militare su Ghani e sugli americani prima della firma dell'accordo. Hanno alzato troppo il tiro. Era ciò che voleva Ghani. Il fatto che al potere ci sia ancora lui, e vicino al secondo mandato, è una sconfitta clamorosa per i pachistani.
Sul "che fare" dopo un eventuale accordo, sul tipo di sistema politico-istituzionale da istituire in Afghanistan, i Talebani sembrano avere idee confuse...
Alcune idee ferme ci sono, e c'erano delle Commissioni al lavoro. Accettano che sia impossibile tornare all'Emirato e che serva un regime ibrido, che coniughi elementi dell'attuale Repubblica islamica con elementi dell'Emirato. Accettano che ci siano elezioni per determinare chi governa e un regime pluralistico, anche se non del tutto inclusivo. Le discussioni con altri partiti politici afghani, soprattutto islamisti, sono già in una fase avanzata, e anche per questo saboteranno le presidenziali del 28 settembre, ma senza stragi clamorose di civili, per non compromettere la parziale uscita dal loro isolamento politico interno.
di Francesco Campi
Il Gazzettino, 13 settembre 2019
In attesa del lavoro, un corso di sicurezza sul lavoro. In carcere. È nella casa circondariale di Rovigo che Assistedil, ente di formazione bilaterale, ha tenuto il mese scorso un corso sicurezza base rivolto ai detenuti. Ai 15 partecipanti, che hanno ricevuto una formazione in materia di igiene, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, è stato poi consegnato l'attestato previsto dalla normativa per l'accesso ai luoghi di lavoro.
"Hanno partecipato con impegno e interesse al corso, senza il verificarsi di alcuna criticità", evidenzia il presidente di Assistedil Franco Girardello, che rimarca come "progettare processi di formazione efficaci per i nostri utenti non significa consegnare un semplice pacchetto di indicazioni nozionistiche, al contrario ogni percorso è il risultato di un piano formativo organico che tende a strutturare, solidificare e rafforzare in maniera completa la crescita professionale che rientra nel progetto più ampio di Assistedil riguardo alla formazione continua.
Dopo questa prima positiva esperienza, in accordo con la direzione della casa circondariale, proporremo anche attività professionalizzanti, in modo da permettere ai detenuti, una volta usciti, di reinserirsi attivamente nel mondo del lavoro, anche attraverso i servizi al lavoro per i quali il nostro ente è accreditato in Regione".
Anche da parte del responsabile dell'Area Trattamentale della casa circondariale di Rovigo Claudio Mazzeo, arriva una sottolineatura della positiva dell'esperienza: "La direzione della casa circondariale, nell'esprimere apprezzamento per l'attività espletata, che ha consentito l'acquisizione di un attestato di formazione, primo passo per eventuali avvii di ammissione al lavoro sia all'interno dell'istituto che all'esterno, conferma la bontà dell'iniziativa e auspica che la stessa non sia fine a se stessa, ma rappresenti l'avvio di un percorso formativo professionale a carattere continuativo e permanente".
Il nuovo carcere di Rovigo, a fronte di una capienza massima di 207 ristretti, al 31 agosto ne ospitava 148, ben 110 dei quali di origini straniere. "L'offerta formativa - aggiunge il vicepresidente di Assistedil, Gino Gregnanin -propone due principali macro aree: la formazione in materia di salute, igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro, formazione obbligatoria prevista dai disposti normativi per lavorare in sicurezza, che nel 2018 ha visto la realizzazione di 84 corsi per un totale di 5.373 ore erogate, con il coinvolgimento di 928 utenti, e i corsi professionalizzanti, per raggiungere obiettivi professionali e personali con 7.342 ore di formazione erogate per 162 utenti".
brindisireport.it, 13 settembre 2019
Domande di candidatura, pena esclusione, con carattere perentorio, entro le ore 12 dell'11 ottobre 2019. La Provincia di Brindisi comunica che è attivata la procedura per la presentazione di istanze per la nomina del garante per i diritti delle persone private della libertà personale, che dura in carica per un periodo pari a quello del presidente della Provincia.
Alla carica di garante per i diritti delle persone private della libertà personale possono essere preposti tutti i cittadini e cittadine di uno degli Stati dell'Ue e che, per comprovata competenza nell'ambito dello specifico settore d'azione, nel campo delle scienze giuridiche, delle scienze sociali e dei diritti umani, offrano la massima garanzia di probità, indipendenza, obiettività, competenza e capacità di esercitare efficacemente le proprie funzioni.
Nella domanda di candidatura, redatta in carta semplice, pubblicata, insieme con l'avviso, sul sito www.provincia.brindisi.it, i candidati, uomini e donne, dovranno dichiarare, sotto la propria responsabilità, dati anagrafici completi e residenza; assenza di procedimenti penali in corso e di sentenze di condanna; allegare curriculum vitae, descrittivo delle attività d'interesse, passate ed attuali, dei titoli di studio e delle esperienze professionali, con elenco delle cariche pubbliche o in società a partecipazione pubblica, nonché di società private iscritte nei pubblici registri, ricoperte attualmente e precedentemente dalla persona che si candida. Breve relazione esplicativa delle motivazioni della candidatura.
La domanda deve essere indirizzata al presidente della Provincia, Riccardo Rossi, (Via A. De Leo, 3 - 72100 Brindisi) e dovrà pervenire, pena esclusione, con carattere perentorio, entro le ore 12,00 dell'11 ottobre 2019. La designazione, da effettuarsi secondo la valutazione comparativa da parte del presidente della Provincia di Brindisi, terrà conto del curriculum vitae e della relazione motivazionale presentata da ciascun candidato o candidata. Per tutte le altre informazioni consultare il sito provincia.brindisi.it.
cittadellaspezia.com, 13 settembre 2019
Le parole della dirigente uscente di Villa Andreini: "Chi mi sostituirà troverà un reparto pronto". I dati: il 60 per cento della popolazione detenuta è straniera, molti hanno problemi legati ad alcol e stupefacenti. "Noi siamo chiamati a svolgere un compito importante e a lavorare con una realtà che la società non vuole vedere. Voi lo portate avanti con dedizione e dignità. Anche se sto lavorando a Massa e qui sono in missione quando arriverà il mio successore troverà un reparto pronto. In questi anni siamo diventati una squadra, voi avete svolto il vostro dovere mostrando doti non comuni".
Una commossa Maria Cristina Bigi, direttrice di Villa Andreini, si è rivolta così ai suoi uomini in occasione del 202esimo anniversario di fondazione del Corpo di Polizia penitenziaria. La cerimonia si è svolta questa mattina in Provincia alla presenza delle massime autorità militari, civili e religiose cittadine.
"È stato un anno molto difficile, perché i numeri a livello nazionale stanno salendo e cominciamo ad avere dei tassi di sovraffollamento elevati - ha aggiunto, ai taccuini di Città ella Spezia Bigi -. Il disagio psichico aumenta e la gestione all'interno degli istituti rimane complessa. La casa circondariale spezzina ha una sua caratteristica e riesce a coniugare la sicurezza con il trattamento e a rispettare la dignità del detenuto, di questo ne sono molto orgogliosa anche se io adesso ho una missione su questo istituto che si risolverà con un'assegnazione ad un nuovo collega.
Al momento a turno ci sono ottanta agenti compresi i ruoli apicali e la nostra casa circondariale ha sempre avuto una media di 210 detenuti. Ora siamo a 249, per noi significa che all'interno della casa circondariale non sono possibili gli spostamenti che ci consentono di aumentare la vivibilità.
Nonostante questo, con l'aiuto di tutti, in primis delle aree pedagogica e sanitaria riusciamo a mettere in piedi quei progetti che consentono al detenuto di mantenere un rapporto con l'esterno e di svolgere una detenzione più che dignitosa. Gli agenti di Polizia penitenziaria garantiranno anche un servizio esterno al carcere, perché la visibilità rimane importantissima ma anche per un continuo rapporto tra le forze di polizia è fondamentale e fa parte della della sicurezza pubblica".
La dirigente è intervenuta al termine della lettura dei messaggi istituzionali del presidente Mattarella, del ministro della Giustizia e del capo dipartimento. Nel corso della cerimonia sono stati elencati anche alcuni dati relativi alla struttura carceraria spezzina.
A fare il punto è stata la comandante della Polizia Penitenziaria Leonarda Nadia D'Anna: "Siamo chiamati a tutelare l'ordine e la sicurezza nell'istituto e della sicurezza pubblica. Elementi che implicano: vigilanza, custodia, tutela dei detenuti che alla Spezia sono più di 240. Si tratta di una popolazione carceraria eterogenea composta al 60 per cento da cittadini stranieri. Molti detenuti hanno gravi problematiche psichiatriche dovute ad alcolismo e tossicodipendenza. Il personale spezzino ha fronteggiato, nel corso del 2019, 57 eventi critici tra i quali 12 colluttazioni, 3 aggressioni nei confronti del personale, 39 casi di autolesionismo e altri gesti estremi. Il poliziotto penitenziario nella presa in carico di ciascun detenuto per tutta la durata della sua detenzione si trova a intervenire sempre sia in via preventiva che dopo un evento funesto. Il mio personale conta 111 unità presenti, di cui 9 donne.
Gli agenti hanno immatricolato 246 detenuti, scarcerato 108 ristretti, provveduto all'espulsione di 7 detenuti, eseguito 101 prelievi del dna ai soggetti ristretti. Il locale Nucleo Traduzioni e Piantonamenti, con un organico di 12 unità, ha effettuato 435 traduzioni di cui una "via aerea", movimentando 684 detenuti; ha garantito 204 traduzioni per visite mediche ambulatoriali dei detenuti e 13 piantonamenti presso luoghi esterni di cura.
Il personale complessivo impiegato nelle traduzioni è stato pari a 1.667, inoltre ha espletato il servizio di polizia stradale e il servizio di ordine pubblico presso Io stadio cittadino e in occasione di manifestazioni pubbliche. In ossequio ai principi e ai diritti costituzionalmente garantiti e previsti nel nostro O.P. sul mantenimento delle relazioni familiari, l'ufficio colloqui, formato da n. 4 unità, con la collaborazione dei poliziotti in servizio che consentono la movimentazione dei detenuti per tale finalità: garantisce una media di circa 400 colloqui mensili per un totale annuo pari a circa 4.800".
D'Anna ha proseguito nella sua relazione: "All'interno della casa circondariale il personale gestisce una media di telefonate mensili di circa 1.100 per un totale annuo pari a circa n. 13.200. Nell'anno 2019 ad oggi hanno effettuato accesso 595 minori per i colloqui con il familiare ristretto e, per essi si svolgono annualmente circa 70 incontri pomeridiani nella "sala ludoteca" nell'ambito della progetto su genitorialità padre e figli.
Fondamentale è stato altresì il contributo dell'ufficio Comando, ovvero, collaboratori del comandante, impegnati: nelle comunicazioni di rito di ogni evento critico verificatesi in istituto agli organi Superiori dell'amministrazione penitenziaria, anche tramite Sistemi interni in uso, e alle Autorità Giudiziarie, all'espletamento delle attività di indagini di iniziativa o delegate, dalla procura della repubblica o subdelegate da altre forze di polizia (nel corso dell'anno sono stati redatti 95 atti di polizia giudiziaria.
Un'unità, unitamente a un poliziotto dell'Ufficio trattamento, entrambe coordinate direttamente dalla sottoscritta, sono state impegnate nelle istruttorie disposte dalla magistrature di sorveglianza finalizzate a definire i contenziosi relativi ai ricorsi per inumana detenzione. Ad oggi sono state circa 300 (con una media dì 75 annui. Di primaria importanza è stato anche il contributo del reparto (con la formazione di un "gruppo di monitoraggio" e la nomina di due unità di polizia penitenziaria referenti) nelle attività di monitoraggio del fenomeno della radicalizzazione violenta e del proselitismo in ambito penitenziario.
Il reparto ha provveduto al delicato compito di scorta e tutela all'ex Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, Inoltre, ha seguito le delicate e numerose attività trattamentali svolte all'interno dell'istituto ma anche attività organizzate all'esterno. A riguardo vorrei ricordare, l'impiego di un cospicuo numero dei miei uomini e di mezzi che sono stati necessari per realizzare degli eventi teatrali a cui hanno partecipato 17 detenuti, nelle date del 29 - 30 - 31 gennaio e 1 febbraio 2019 e che si sono svolte presso l'Auditorium del Centro Culturale "Dialma Ruggiero", anche duraste le ore serali. Un servizio eccellente e di grande responsabilità. Ricordo inoltre che all'interno dell'istituto operano anche ditte esterne, con manodopera detenuta, seguiti anche dalle unità addette all'area Polizia Penitenziaria della Spezia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 settembre 2019
La denuncia del Garante: "incompatibile con i diritti e le libertà fondamentali". Una cella minuscola, di dimensioni di circa 1,70 metro per 2,5, senza finestre e sprovvista di ogni elemento di arredamento, compreso il materasso che veniva utilizzato per l'allocazione di una persona in caso di situazione di crisi acuta.
In sostanza una cella di isolamento ricavata al fondo della zona di transito del reparto detentivo, limitato e chiuso da un cancello, privo di finestre per il passaggio dell'aria e della luce naturale e privo di impianto di riscaldamento. Parliamo del carcere di Potenza, in Basilicata, visitato a novembre scorso dalla delegazione del Garante nazionale delle persone private della libertà presieduta da Emilia Rossi.
Nel rapporto appena reso pubblico, il Garante osserva che tale cella di sicurezza non può essere adibita "a ospitare le persone nemmeno per tempi molto contenuti, rischiando, altrimenti, di contravvenire agli obblighi di cui all'inderogabile articolo 3 della Convenzione europea per la tutela dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali".
Aggiunge inoltre che "l'utilizzo promiscuo e non definito di un ambiente quale quello destinato indifferentemente, nella Casa circondariale di Potenza, all'esecuzione di perquisizioni o ad azioni di "contenimento" ne manifesta l'assoluta inadeguatezza al trattamento sanitario di eventuali casi di acuzie".
La delegazione del Garante nazionale, pertanto, nel colloquio conclusivo della visita, ha immediatamente richiesto alla Direzione della Casa circondariale di Potenza di mettere fuori uso la stanza in questione ed eventualmente di ristrutturarla con le dotazioni necessarie a renderla un ambiente integrato al reparto infermeria e a esso funzionale, provvedendo in modo da scongiurare che di essa venga fatto un uso diverso da quello a cui deve essere destinata. Per questo il Garante, nel rapporto, raccomanda alla Direzione dell'Istituto di adempiere a quanto richiesto dalla delegazione al termine della visita e chiede di ricevere tempestive ed esaurienti informazioni a riguardo.
In occasione della visita all'Istituto di Potenza, la delegazione si è anche intrattenuta con un rappresentante sindacale - il segretario regionale del Sappe Saverio Brienza - che ha richiesto l'incontro in rappresentanza delle Organizzazioni sindacali Sappe, Uspp e Cgil della Polizia penitenziaria, per segnalare alcuni problemi dell'Istituto: in particolare, il rischio igienico- sanitario a cui sono esposti gli operatori e la popolazione detenuta nel reparto "giudiziario".
La delegazione, sempre durante la visita, ha potuto osservare da vicino il problema del reparto. Si apprende, sempre nel rapporto, che è dislocato su tre piani, con struttura a ballatoio separata da reti a soffitto. Al momento della visita accoglieva 103 detenuti distribuiti nelle 44 stanze di pernottamento, di cui cinque singole per piano.
Queste, definite "cubicoli", sono sprovviste dell'angolo cucina e presentano il servizio igienico e il lavabo a vista. Peraltro, anche nelle stanze multiple il servizio igienico è solo teoricamente riservato, giacché sulla parete di separazione vi sono "feritoie" che rendono il locale del tutto visibile dall'esterno. L'intero reparto, inoltre, risulta attraversato dalla rete fognaria e le esalazioni sono percepibili all'olfatto (soprattutto di mattina, come riferito alla delegazione dagli operatori). Infine, esso è collocato accanto al deposito della caldaia che contiene le cisterne del carburante per il riscaldamento con persistenti dispersioni di gasolio.
Nei locali delle docce (due con due postazioni per piano), all'epoca della visita le pareti e il soffitto presentavano vistose tracce di umidità e muffa. Anche nelle stanze di pernottamento, in particolare in quelle collocate al piano terra, erano visibili muffa e umidità sulle pareti in gran parte scrostate. Ma anche il reparto femminile non è da meno. Sempre dal rapporto si evince che la delegazione del Garante ha potuto osservare che il reparto era costituito da 10 stanze, 6 da 3 posti e 4 da un posto, quest'ultime con il bagno a vista con separé. Nelle camere multiple il bagno era separato ma si presentava in pessime condizioni di manutenzione, con vistosi segni di muffa sulle pareti.
Secondo quanto riferito alla delegazione, è stato elaborato da diverso tempo un piano di ristrutturazione generale dell'Istituto finanziato dal Ministero delle infrastrutture che ha stanziato circa tre milioni per l'adeguamento agli standard di reparti giudiziario, donne e isolamento la cui realizzazione è stata rallentata da problemi legati alla natura sismica del terreno e dalla necessità di dare priorità alla soluzione di questi.
Il Garante nazionale, per questo motivo, raccomanda alle competenti autorità dell'Amministrazione penitenziaria di provvedere al completamento di tutte le opere necessarie per assicurare l'adeguamento dei reparti.
di Massimo Gramellini
Corriere della Sera, 13 settembre 2019
Al netto di una quota standard di rigidità burocratica, l'agente della polizia ferroviaria di Foggia capace di multare i volontari che portano (da vent'anni!) coperte ai barboni perché si aggiravano tra i binari senza regolare biglietto incarna bene lo spirito del tempo.
Che ondeggino su un gommone o bivacchino dentro una stazione, gli invisibili procurano un certo fastidio alla maggioranza ex silenziosa. Deturpano la perfezione del quadro e creano ansia, in quanto pericoli potenziali e stimolatori di sensi di colpa. Chi è infastidito dalla loro presenza si illude che non lo sarebbe dalla loro assenza.
In realtà nessuno è contento di sapere che i profughi restituiti al mittente finiscono poi per morire nei campi libici e che le vite dei "senza fissa dimora" sono a tempo determinato perché non riescono ad adeguarsi alle regole del gioco sociale. Semplicemente non ritiene che tocchi a lui occuparsene e vorrebbe che lo Stato glieli togliesse dal campo visivo per non essere costretto a pensarci.
Invece non solo lo Stato è incapace di svolgere il suo ruolo di spazzino delle emozioni, ma consentendo ai privati di fare del bene, finisce per far sentire peggio chi quel bene non lo fa. Perciò la scoperta di qualsiasi magagna che riguardi il pianeta dei volontari è sottolineata con tanta enfasi e accolta con tanto sollievo. A proposito di sollievo, mi consola la ragionevole certezza che le multe per eccesso di umanità verranno annullate o che, alla peggio, le pagherà Salvini.
di Dario Stefano Dell'Aquila
napolimonitor.it, 13 settembre 2019
Si presenta oggi alle 17,30, al Circolo della stampa di Avellino, il libro di Beppe Battaglia, "Le Tre Libertà. Fotogrammi di un'evasione e altri modi di uscita dalla prigione" (Sensibili alle foglie 2019). Alla presentazione organizzata dalla Caritas di Avellino partecipano Rita Bernardini, Aristide Donadio, Carlo Miele, modera Giulia Argenio.
Se volete comprendere il senso della parola libertà dovete andarla a cercare nel luogo del suo opposto, il carcere. Questo insegnamento di Michel Foucault è ben raccolto nel libro di Beppe Battaglia che racconta una storia vera, vissuta in prima persona. Il tentativo di evasione dal carcere di Favignana, siamo nel 1975, attraverso un tunnel che, nelle intenzioni dei reclusi, deve superare il muro di recinzione e portarli in prossimità del mare.
Di qui un motoscafo avrebbe consentito loro di raggiungere la costa e guadagnare la libertà. Compatto, leggero e ironico il racconto si snoda tra gli stratagemmi e i piani di scavo che sono insieme dimostrazione di arguzia e di quella particolare forma di tenacia che si è disposti a mettere in atto solo in un caso, quando è in gioco la nostra libertà.
Un libro che fa memoria su cosa era il carcere in quegli anni: un costante clima di violenze, intimidazioni, censura e arbitrio. Un carcere disciplinato dai regolamenti fascisti, nel quale si adoperavano a scopo punitivo i letti di contenzione, e che proprio nel 1975 avrebbe cominciato un lento percorso di riforma normativa. Un carcere nel quale i detenuti erano numeri di matricola senza nome e senza futuro. Epperò, questo libro è qualcosa in più di uno spaccato di una epoca che non c'è più o di un piccolo diario personale.
È una riflessione più che mai attuale sul significato della parola libertà. Perché non esiste una sola libertà, spiega Battaglia, c'è una libertà concessa, una conquistata e una comprata. Tra tutte le forme di libertà possibili quella più bella è quella che ci si conquista da soli, anche quando sembra impossibile, quando si è destinati a fallire, quando lo sforzo richiesto è ben al di sopra delle nostre possibilità.
Ciò nonostante, contro ogni evidenza razionale, magari contro anche il buon senso che suggerirebbe pazienza, questa ricerca della libertà impossibile è ciò che ti fa sentire vivo, intimamente, che rende possibile sopportare i regimi detentivi più duri, finanche l'isolamento o che ti fa superare la paura delle punizioni e delle sanzioni, fisiche prima ancora che giuridiche. Nel soffio di vento che si avverte al termine del tunnel, dopo anni di privazioni e assenza di cielo e sole, nell'ipotesi del mare che si immagina al di là di un muro, nelle radici di un albero, nella segreta soddisfazione di sfuggire ad un guardiano ottuso e violento.
Nel tempo che è trascorso da quella storia, oltre quaranta anni, sono mutate molte cose, prima tra tutte la tensione politica e ideale che attraversava quegli anni. Beppe Battaglia, uscito dal carcere dopo aver espiato fino in fondo la sua pena vi è subito rientrato, ma in veste di operatore sociale, diventando presto una delle figure più stimate in quello che resta un difficile campo dell'intervento sociale. Se molto, forse tutto è cambiato da allora, incluso il protagonista di questa storia, rimane immutata la tensione che era alla base di quel tentativo e che ci insegna, per usare la bella metafora di Battaglia, che "ci sono parole che si pesano sulla bocca e altre che si raccontano con le mani. Libertà è una di queste parole, è parola di scavo".
La libertà è "parola di scavo", non si può stare fermi ad attenderla, occorre muoversi per conquistarla e poco importa se l'obiettivo non è subito raggiunto. Ognuno come può o come meglio crede, ma ciascuno ha diritto a liberarsi dalla propria prigione (qualunque forma essa abbia) o anche solo a desiderare di farlo. Perché sappiamo bene che la libertà, in fondo, altro non è che desiderio di libertà.
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 13 settembre 2019
Il "Trattato di Lampedusa", da Zingaretti sì alla proposta di Letta. Il segretario: bene il governo, le cose cominciano a cambiare anche grazie all'Europa. Quello di Enrico Letta è "un ottimo contributo".
La prima parola della giornata di Nicola Zingaretti è per la proposta, clamorosa a suo modo, di sostituire il Trattato di Dublino - nella sostanza immodificabile a causa dei veti dei paesi sovranisti - con un nuovo trattato "tra i paesi che ci stanno" (potrebbe essere firmato a Lampedusa, è la suggestione) che accettino "la propria parte di responsabilità" sugli arrivi dei migranti, per "organizzare l'accoglienza e suddividerne equamente il peso tra i Paesi firmatari, creando automatismi per scongiurare le penose aste al ribasso cui abbiamo assistito in questi anni a ogni arrivo di una nave".
La proposta di Letta, affidata a una lettera a Repubblica, è la prima mossa della giornata in cui il Pd affronta concretamente il dossier migranti, tema su cui Matteo Salvini e le destre aspettano al varco il nuovo governo. L'ex premier, impegnato ieri nell'apertura della sua affollatissima Scuola di politica a Cesenatico, sa che si tratta di "una scelta radicale ma necessaria", "un atto simbolico fortissimo". È anche conscio delle obiezioni tecniche che saranno avanzate nella "bolla bruxellese", ragiona con chi ci ha parlato, ma è convinto che ormai serva una "drammatizzazione istituzionale". Perché gli oggettivi passi avanti fatti nell'ultimo anno su Dublino dall'europarlamento non bastano. E solo tenendo lontani Orban e sovranisti dal tavolo in cui si prendono le decisioni ci si potrà sottrarre dal loro il potere di ricatto.
Zingaretti loda anche il premier Conte che nell'incontro con Ursula von der Leyen si è mosso "molto bene chiedendo il superamento di Dublino". Ma appunto la strada di Dublino è sbarrata. Quella di Lampedusa, paradossalmente, può dimostrarsi più fruttuosa. Non a breve, però. E per l'immediato al Nazareno è forte la consapevolezza che il dossier migranti va subito sminato, ovvero affrontato con "umanità e concretezza" - le parole che il segretario ha usato mercoledì sera a Porta a Porta.
In mattinata, dopo il vertice governativo coordinato da Conte (presenti i ministri Di Maio, Franceschini, Lamorgese, Guerini, De Micheli) che affronta per la prima volta il tema degli sbarchi e dei ricollocamenti, Zingaretti si dice di nuovo soddisfatto: "Positiva l'attenzione e la soluzione sulla vicenda della Ocean Viking da parte del governo. È importante che le cose comincino a cambiare per il bene dell'Italia e con il coinvolgimento dell'Europa" twitta.
Il Pd spinge per garantire subito lo sbarco dei naufraghi. Ma da quel fronte non arrivano ancora notizie certe. Agli atti resta la contrarietà di Di Maio a rimangiarsi gli slogan dell'era gialloverde. Matteo Orfini, il più critico sulle politiche migratorie anche del suo partito, parla di un "passo avanti" ma, avverte, "c'è molto da fare. La proposta Letta è interessante ma parziale. Senza rimettere in discussione radicalmente gli accordi con la Libia non se ne verrà mai a capo".
È quello che hanno spiegato i rappresentanti delle Ong ieri a Bruxelles nel corso di un'iniziativa del Gue sui salvataggi in mare in vista della presentazione alla commissione Libe (sulle libertà e i diritti) di una risoluzione contro la criminalizzazione di chi salva le vite in mare. Per Mediterranea erano presenti Beppe Caccia e Lucia Gennari che dopo l'evento hanno incontrato gli europarlamentari dem Majorino e Smeriglio.La richiesta al nuovo governo italiano non è solo - 'solo' si fa per dire - la cancellazione dei decreti sicurezza, in forza dei quali in Italia vengono seequestrate le navi delle Ong. Fin qui nel programma di M5S e Pd ci sono impegni fumosi: questi decreti verranno cambiati "alla luce dei rilievi del Quirinale".
Ma per le Ong a monte di tutto c'è la questione italiana e europea degli accordi anche economici con la Libia, e cioè il subappalto dei 'salvataggi' "alle milizie che si fanno chiamare Guardia Costiera libica", spiega Caccia. Altro campo minato, non solo per il governo: anche per il Pd. Chiama in causa direttamente le sue politiche ai tempi del governo di Paolo Gentiloni, oggi commissario europeo, e del ministro Marco Minniti. Intanto domani a Roma la festa di Leftwing, cioè quella della corrente dei giovani turchi di Orfini, raccoglie soldi a favore delle Ong.
- Milano. La Triennale farà più bello San Vittore
- Edward Snowden: "Lotto perché Internet torni di nuovo libero. Zuckerberg? Si pentirà"
- Stati Uniti. Migranti senza asilo, la Corte suprema dà ragione a Trump
- Bahrein. L'estremo atto di crudeltà: cure mediche negate a un prigioniero
- Libia. L'Onu: "La polizia vende i profughi ai trafficanti"










