di Nicola Paoli
quotidianosanita.it, 14 settembre 2019
Presso l'Assessorato alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia della Provincia Autonoma di Trento, ad integrazione dell'Accordo provinciale della medicina generale, nel corso del Comitato provinciale per la medicina generale svoltosi questa mattina in V. Gilli a Trento, è stata firmata da tutte le OOSS della medicina generale, dalla Provincia e dall'Apss la modifica che riguarda la medicina generale nell'assistenza medica carceraria di Spini di Gardolo.
Si tratta di un progetto di vasto respiro, a valenza pluriennale e provinciale, costruito con un accordo tra le parti che finalmente hanno dato prova di unione di intenti per una classe di assistiti molto fragile, e che per la prima volta in assoluto, nella nostra provincia, coinvolge i medici di continuità assistenziale.
Cinque punti del progetto, a nostro avviso, sono fondamentali:
1) Viene riconosciuto al Sindacato della medicina generale un ruolo determinante e decisivo anche per il futuro dell'accordo.
2) Vengono messe in sicurezza le guardie mediche della sede di Trento Centro, che d'ora in poi saranno utilizzate solo per la popolazione residente e domiciliata nel Comune di Trento.
3) Vengono stanziate risorse importanti ed ulteriori a quelle attualmente a disposizione per la medicina generale, per coloro che volontariamente decideranno di lavorare all'interno della struttura carceraria di Spini di Gardolo.
4) L'attività lavorativa sarà H24, 38 ore settimanali per ogni medico inserito nella struttura.
5) Per la prima volta si attua in Trentino un progetto lavorativo di integrazione ospedale territorio con il riconoscimento della valenza dei medici di medicina generale che faranno parte di un servizio medico multi-professionale integrato tra medicina generale, dirigenti medici ospedalieri, specialisti e personale assistenziale di supporto...cioè quello a cui tendevamo con le Unità di cure complesse primarie e tende ancora la medicina generale al di là e di più delle aggregazioni funzionali territoriali.
Cisl medici del Trentino ringrazia l'Assessorato alla salute di Trento, ed in particolare modo il Direttore Generale dott. Ruscitti, nonché l'Apss di Trento, per la disponibilità dimostrata in questa circostanza e si augura che con essa si possa aprire una nuova stagione di concordia, magari con progetti analoghi per le cure intermedie o per i codici bianchi e verdi presso i Pronto soccorso territoriali.
*Segretario Generale Cisl medici del Trentino
tusciaweb.eu, 14 settembre 2019
L'assessora Antonella Sberna annuncia la fase operativa della collaborazione dopo aver incontrato il direttore di Mammagialla D'Andria. L'assessore si Servizi sociali Antonella Sberna si è recata presso la casa circondariale di Viterbo, dove ha incontrato il direttore Pierpaolo d'Andria per dare inizio alla fase operativa della collaborazione tra comune e carcere, circa le attività da svolgere all'interno del penitenziario.
La sinergia tra i due soggetti si inserisce all'interno del progetto di mediazione a sostegno della comunicazione per i detenuti, per il quale il distretto VT3 ha ottenuto un finanziamento per due esercizi finanziari di 120mila euro. "Si concretizzano le azioni annunciate in occasione del consiglio comunale straordinario dello scorso giugno - commenta l'assessore Sberna.
La collaborazione con l'istituto penitenziario di Mammagialla inizia a prendere forma nella creazione di un servizio che mira a favorire un miglioramento delle condizioni generali all'interno del carcere. Con il direttore abbiamo discusso delle varie azioni da mettere in campo e previste dal finanziamento e il comune sta provvedendo alla predisposizione degli atti amministrativi per l'erogazione tempestiva dei fondi".
"E' importante dare continuità agli impegni presi e con il comune di Viterbo siamo al lavoro. Presto saranno visibili i risultati di questa collaborazione per il bene della popolazione detenuta e di tutti gli operatori che lavorano nella casa circondariale di Viterbo" conclude il direttore D'Andria.
di Emanuele Cammaroto
Il Sicilia, 14 settembre 2019
Il Comune di Taormina ha sottoscritto un accordo di convenzione con la Casa Circondariale Gazzi di Messina e con l'Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Messina per il reinserimento dei detenuti nella società mediante attività di pubblica utilità che verranno svolte nel territorio di Taormina. L'iniziativa riguarderà un numero di detenuti che verrà stabilito in via definitiva quanto prima e che potranno essere sino ad un massimo di otto soggetti.
L'intesa è stata formalizzata nella mattinata di ieri nel corso di un incontro a Messina tra il vicesindaco di Taormina, Enzo Scibilia, il direttore della Casa Circondariale Gazzi di Messina, Angela Sciavicco, e il direttore dell'Uepe di Messina, Angelina Fusco.
"Si tratta di persone che hanno commesso dei reati minori - spiega Scibilia. Il Comune di Taormina le impiegherà per attività socialmente utili e nello specifico alla Villa comunale, nei cimiteri di Taormina e Trappitello e per opere di tinteggiature sul territorio, secondo modalità che verranno stabilite ovviamente di concerto con i responsabili della Casa Circondariale Gazzi e UEPE, che ringraziamo sin d'ora per aver mostrato un forte impegno e un'ammirevole sensibilità in questa importante iniziativa. Le persone che svolgeranno le attività di questo progetto a Taormina saranno soprattutto delle donne".
Si tratta di persone "condannate in esecuzione penale esterna o intramuraria e/o imputati sottoposti all'istituto giuridico della convenzione presso il tribunale ordinario competente per opportunità lavorative ed occupazionali per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità e in tal senso ai detenuti viene data la possibilità di esprimere la volontà di espletare l'attività a titolo gratuito e di volontario".
"Il Comune di Taormina - afferma Sciavicco - è stato il primo a dare adesione a questa iniziativa, che si basa su adesione volontaria e che prevede l'impegno di detenuti che espiano la pena in misura alternativa e per detenuti che saranno coinvolti quindi attivamente in dei progetti utili per la collettività. Si tratta di persone che hanno avviato un percorso e che hanno mostrato di voler dare un apporto alla società, reinserendosi nella stessa e allontanandosi in modo fattivo da qualsiasi logica deviante o anti-sociale".
"L'importanza di questo progetto - spiega Fusco - sta nell'impegno fattivo da parte di tutti affinché questo progetto abbia un contenuto e una valenza inclusiva e una corretta visione trattamentale su una tematica della quale si parla spesso con una lettura pregressa. I detenuti che si impegnano in queste attività vogliono rientrare in un contesto sociale virtuoso e pienamente rispettoso della collettività".
gnewsonline.it, 14 settembre 2019
Due appuntamenti musicali, che si preannunciano di grande impatto emotivo, animeranno due sabati di settembre nella casa di reclusione di Mamone-Onanì (NU).
Domani esibizione del gruppo "La Basulata", complesso che divulga e preserva il folklore, la cultura, l'arte, la musica dell'intera vallata del Medio Volturno e, più in generale, del territorio compreso tra il Monte Maggiore ed il massiccio del Matese in Campania. Il 21 settembre 2019 è la volta del gruppo sardo di musica autoctona " Mesana e Memmeke".
I due eventi culturali musicali - promossi dalla direttrice dell'Istituto, Caterina Sergio, condivisi dal Comandante di reparto Francesco Dessì in collaborazione con i Funzionari giuridico pedagogici Alessandra Onnis e Anna Di Tommaso, oltre che essere occasione di gioioso intrattenimento culturale saranno un momento di riflessione, capaci di regalare emozioni, perché la musica è libertà e condivisione.
Settembre è il mese di saluto dell'estate durante il quale in tante comunità sarde si vivono momenti di festa per celebrare i santi patroni e godere delle ultime miti serate. I due appuntamenti sono occasioni importanti nei quali i detenuti potranno beneficiare di un momento ricreativo ma soprattutto di opportunità di incontri fra la Comunità esterna e la realtà penitenziaria, al fine di creare ponti e non mura proiettandosi verso un futuro di auspicabile cambiamento.
La crescita sociale è possibile laddove le due realtà, nel prendersi cura delle reciproche debolezze, trovano il punto di forza che nasce dall'incontro costruttivo e propositivo teso a valorizzare e dare dignità alle persone ai margini della società".
(Articolo a cura degli operatori della Casa di Reclusione di Mamone - Onanì)
di Federica Zoja
ispionline.it, 14 settembre 2019
Sono oltre 1.500 i prigionieri detenuti nelle carceri tunisine con l'accusa di fare parte di organizzazioni terroristiche islamiche, mentre supera il migliaio il numero dei combattenti radicali rientrati nel paese nordafricano dopo aver partecipato, fra le file del sedicente Stato islamico (Is) o di altre reti integraliste, ai conflitti mediorientali.
Un quadro a tinte fosche - reso pubblico dal Comitato nazionale per l'antiterrorismo - che potrebbe peggiorare ulteriormente se altri foreign fighters decidessero di tornare a casa: si calcola che siano partiti volontariamente per i fronti siriano e iracheno almeno 5mila tunisini, ma la cifra corretta potrebbe addirittura raggiungere quota 8mila.
Uomini e donne che hanno partecipato a vario titolo e con ruoli diversi alla edificazione della Dawla (così i seguaci di Abu Bakr el-Baghdadi indicano il loro "califfato" islamico) e che, dopo la sconfitta del Daesh (acronimo arabo dispregiativo che indica appunto l'organizzazione Is), si sono sparpagliati in tutta la regione.
Alcuni di loro hanno rinnegato la causa integralista, ma si tratterebbe, secondo indicazioni di intelligence, di una minoranza, a fronte di uno zoccolo duro che potrebbe tentare di destabilizzare nuovi scenari.
In patria, si teme che possano saldarsi con gruppi jihadisti locali: nell'area montuosa occidentale, nonostante ripetute ed efficaci operazioni anti-terroristiche, sono ancora arroccate sacche di resistenza dei miliziani filo-qaedisti di Uqba bin Nafi e di quelli fedeli al califfato, gli uomini del Jund al-Khilafah. Non vanno sottovalutati neanche i cosiddetti "cani sciolti", che hanno continuato a segnare il territorio tunisino nel quadriennio intercorso fra il 2015 (attentati del museo del Bardo e della località turistica di Sousse) e il 27 giugno di quest'anno, quando un duplice attacco coordinato avvenuto nella capitale ha dimostrato la determinazione integralista.
Proprio questo evento ha convinto le autorità ad aumentare il livello di allerta e le misure di sicurezza non solo a Tunisi, ma in prossimità di tutti gli snodi nevralgici e dei siti sensibili del Paese. Nell'immediato, è il regolare svolgimento di un appuntamento cruciale per la giovane democrazia ciò che preme particolarmente al governo: il voto presidenziale di domenica 15 settembre (e un eventuale secondo turno due settimane dopo) giunge in un frangente delicato.
A seguito del decesso del presidente Béji Caïd Essebsi, lo scorso 25 luglio, un temporaneo vuoto di potere ai vertici dello Stato ha reso indispensabile anticipare la chiamata alle urne di due mesi, lasciando invece immutato il calendario del voto parlamentare (6 ottobre). In una cornice sociale di sostanziale delusione nei confronti della classe politica, incapace di rilanciare la crescita economica e il processo democratico, la sirena islamica radicale potrebbe avere gioco facile nel reperire manodopera fresca, qualora i nuovi eletti non sapessero scuotere il paese dal torpore attuale.
"La disoccupazione giovanile è strettamente collegata all'instabilità politica", si legge in un recente rapporto della Banca africana per lo sviluppo, i cui vertici mettono in guardia i decision makers tunisini dai rischi di una Caporetto economico-sociale: oggi come otto anni fa, alla vigilia della rivoluzione, nelle aree rurali del Paese ha un lavoro solo un giovane su tre, mentre nelle città il rapporto è di uno a cinque.
E pure fra i diplomati e i laureati niente è cambiato nonostante la fine del regime dittatoriale: fra il 30 e il 35 percento dei giovani è senza impiego.
Nell'ultimo video propagandistico dello Stato islamico nella provincia di Kairouan, condiviso mediante social network, i seguaci del Daesh concentrano la propria attenzione sull'importanza del reclutamento di nuove forze in Tunisia, ben sapendo che il terreno seminato dalla disperazione è fertile. L'obiettivo dichiarato dalla Wilayat Kairouan è quello di prendere di mira i turisti stranieri, i tanto odiati "infedeli". Ma al di là della consueta retorica integralista, il fine è pragmatico, più che ideologico: sgretolare l'unico settore economico in miglioramento, con un boom di presenze del 15 percento circa nei primi cinque mesi del 2019.
Nonostante l'allarme per terrorismo e instabilità sociale, la Tunisia, infatti, è tornata in vetta alle località proposte dai tour operator mondiali. Se le previsioni del ministero del Turismo tunisino dovessero rivelarsi fondate, 9 milioni di viaggiatori avranno visitato la Tunisia a fine 2019. Una gallina dalle uova d'oro che, nel 2010, rappresentava il 21 percento del Pil nazionale, impiegando centinaia di migliaia di lavoratori, e che può ancora aspirare all'eccellenza. Sempre che sviluppo economico e sicurezza nazionale, due facce della medesima medaglia, vadano di pari passo, nell'agenda politica della nuova classe dirigente tunisina.
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 14 settembre 2019
Un'espressione particolarmente densa di significato, usata per la prima volta da Hannah Arendt con riguardo alla condizione in cui si trovò il suo popolo, il popolo ebraico, nell'Europa nazi-fascista e nazionalista, nei venti anni dei decenni 1930-1940, è "diritto di avere diritti" ed è entrata nel nostro lessico politico e giuridico soprattutto a opera di Stefano Rodotà che ne ha fatto il titolo di un suo importante libro del 2013.
Questo trapianto da quel tempo al nostro ha comportato un mutamento del significato originario, anzi una sua adulterazione. Coloro che oggi denunciano la banalizzazione del discorso sui diritti, la sua enfasi ideologica, la tendenza a trasformare i più disparati interessi particolari in nuovi diritti senza considerare gli effetti disgregatori della compagine sociale che l'eccesso può comportare, costoro intendono quel motto come una sorta di pericoloso moltiplicatore automatico.
Ecco il significato che Hannah Arendt attribuisce a quella sua espressione. La privazione del diritto di avere diritti "si manifesta soprattutto nella privazione di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto.
Qualcosa di molto più essenziale della libertà e della giustizia, che sono diritti dei cittadini, è in gioco quando l'appartenenza alla comunità in cui si è nati non è più una cosa naturale e la non appartenenza non è più oggetto di scelta; quando si è posti in una situazione in cui [...] il trattamento subito non dipende da quel che si fa o non si fa [ma da quel che si è].
Questa situazione estrema è la sorte delle persone private dei diritti umani. Esse sono prive non del diritto alla libertà, ma del diritto all'azione; non del diritto a pensare qualunque cosa loro piaccia, ma del diritto alla "opinione".
Non contano niente. Sono soltanto un peso. Ci siamo accorti dell'esistenza di un diritto ad avere diritti [...] solo quando sono comparsi milioni di persone che lo avevano perso e non potevano riacquistarlo a causa della nuova organizzazione globale del mondo.
Questa sventura non derivava dai noti mali della mancanza di civiltà, dell'arretratezza e della tirannide; e non le si poteva porre rimedio perché non c'erano più sulla terra luoghi da "civilizzare" perché, volere o no, vivevamo ormai realmente in un "unico mondo".
Questa ultima annotazione circa "l'unico mondo" ci deve fare pensare. Un altro modo di esprimere l'unico mondo è la saturazione degli spazi sulla terra. Soffermiamoci un poco sull'aspetto spaziale dei diritti perché, a onta della sua decisività sotto tanti aspetti, è normalmente ignorato. Quando diciamo spazi saturi o pieni, con riferimento all'oggi, intendiamo soprattutto una nozione socio-politica. Esistono ampie zone sotto-abitate o addirittura disabitate e abitabili, in Asia, America del Nord e del Sud, Oceania.
La loro saturazione deriva dal fatto che esse, fisicamente ancora occupabili, non lo sono socialmente e politicamente, a causa della chiusura su se stesse delle società locali. Il mondo, fino ai tempi più vicini a noi, ha sempre contenuto "spazi liberi" o, più realisticamente, spazi che potevano essere "svuotati", cioè conquistati in favore dell'espansionismo di popolazioni e Stati a corto di risorse interne: espansionismo determinato da ragioni politiche, economiche, demografiche, ideologiche.
Tra l'Ottocento e il Novecento, con il cosiddetto "diritto coloniale" al quale illustri giuristi si sono dedicati, si sono giustificati atti e violenze nei confronti dei popoli colonizzati, atti e violenze che, se riferiti alle nazioni europee, sarebbero apparsi crimini contro la loro sovranità. Gli abitanti, nella migliore delle ipotesi, li si considerava popoli-bambini, bisognosi di pedagoghi; nella peggiore, popoli parassiti ed egoisti che, con la loro indolenza, sottraevano alle industrie le risorse che la natura, casualmente, aveva collocato nelle terre da loro abitate. Perfino Tommaso Moro, nella sua Utopia, aveva ragionato così ne11516, al tempo delle grandi esplorazioni e scoperte geografiche. Oggi, non può più essere così.
Che cosa significa la parola "globalizzazione", se non che tutto il mondo costituisce (o è in marcia per costituire) uno spazio unico, totalmente occupato e, perciò, saturo? Se cerchiamo una rappresentazione evidente, impressivi, non solo realistica ma tragicamente reale di che cosa significa la saturazione degli spazi, rivolgiamoci alle centinaia di migliaia, anzi milioni, di persone che, mosse dalla necessità di sopravvivenza ed espulse dai loro Paesi, si accalcano ai confini d'altri Paesi in masse che non sanno dove andare e sopravvivono in condizioni sub-umane. Si calcola che più di settanta milioni di persone vivano lì ammassati.
I diritti umani, per loro, sono di fatto sospesi. A ciò si aggiungano i luoghi di costrizione come quelli della Libia tristemente famosi in Italia. Non molto diversi i centri di raccolta "provvisori" dei migranti che esistono in Europa. E così anche le immense periferie delle baraccopoli, bidonville, favelas, township che esistono in tutto il mondo della povertà, dove la vita civile è come sospesa. Quest'immensa umanità si trova precisamente nella a condizione degli ebrei perseguitati nei paesi dell'Europa dove si erano insediati da secoli.
Gli spazi saturi sono quelli in cui non esistono riserve utilizzabili per consentire pacifici movimenti. Ogni movimento è una collisione e la collisione genera o stasi o guerra. Il caso del popolo d'Israele è altamente significativo, perché mostra entrambe le possibilità: la stasi, calma prima della tempesta nella quale milioni di persone hanno atteso immobili il degrado della loro condizione, fino allo sterminio; la guerra per ricostruire un territorio per un loro Stato in Palestina.
Il mondo globalizzato e saturo vive in questo dilemma tra stasi e guerra, in ogni caso mortifero. Le tensioni si scaricano al suo interno, creando instabilità e violenza, alimentata dall'invidia e dall'odio. La guerra cambia natura e, da guerra esterna tra stati rivali, si trasforma in conflittualità interna allo spazio globale. Insomma, potenziale guerra civile globale senza legge, come condizione endemica del nostro tempo. Coloro che trovano normale "a casa loro" e "prima gli..." credono di preservare la pace e l'ordine "a casa propria".
In realtà, è vero precisamente il contrario. La disperazione di chi deve fuggire da casa propria e l'ingiustizia subita da chi è privato di diritti basilari per favorire i privilegi altrui non fanno altro che acuire le tensioni sociali alle quali si risponde con misure repressive per la tutela dell'ordine pubblico. Immanuel Kant ha trattato del rapporto tra le popolazioni e la terra a disposizione e del modo di disinnescare la violenza insita in questo rapporto.
Nel Terzo articolo definitivo del celebre scritto Per la pace perpetua (1795) si sviluppa il concetto di "ospitalità universale" che dovrebbe orientare il "diritto del cittadino del mondo". Riassumo e interpreto così. Non si tratta di filantropia (la filantropia riguarda la generosità dei privati), ma del diritto dello straniero che arriva sul territorio di un altro Stato di non essere trattato ostilmente, fino a quando si comporta pacificamente.
Kant parla del diritto all'ospitalità a senso unico, dal punto di vista dei popoli europei colonizzatori rispetto ai popoli extra-europei colonizzati. Ma, ciò che è detto vale allo stesso modo al contrario, quando sono i popoli lontani che si affacciano all'Europa: secondo l'argomento kantiano, hanno diritto all'ospitalità, a condizione che non si trasformi in diritto alla conquista, alla rovescia.
La formula di Hannah Arendt riguarda una aspirazione morale che corrisponde a un ideale astratto di giustizia. Gli ideali non sono da buttar via, ma non bastano. Perciò non si deve disprezzare il diritto di avere diritti. Ma si deve riconoscere che, per farlo discendere dal cielo in terra, occorre qualcosa di diverso che non l'ideologia dei diritti.
Essa può ispirare azioni concrete e, come ispirazione, va bene. Così dovremmo uscire alle idee astratte, dalle "filosofie" e dovremmo entrare in un altro campo, il campo delle azioni e delle politiche nel quale, purtroppo, domina il potere che dei diritti non sa che farsi. Mentre, al contrario, i privilegi gli stanno particolarmente a cuore.
primonumero.it, 14 settembre 2019
Sarà un momento emozionante per tutta la casa circondariale di Larino: domani, 14 settembre, nel corso dell'udienza speciale sarà consegnato a Papa Francesco il dono realizzato dai detenuti. Dal Santo Padre, che ha avuto sempre attenzione per i più umili e per coloro che stanno scontando la loro pena in carcere, ci sarà una delegazione del personale dell'amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità.
E in questa speciale occasione il pontefice riceverà la casula e la stola confezionati nel carcere molisano. "I detenuti impegnati in un percorso sartoriale e seguiti dall'area trattamentale dell'Istituto - spiegano dall'Ucsi - così come dalle sarte volontarie, hanno infatti realizzato la casula e la stola che saranno donati al Santo Padre dalla delegazione molisana.
In modo particolare, sulla casula, hanno voluto rappresentare visivamente la sofferenza della condizione detentiva, accompagnando le immagini delle mani protese con un messaggio di speranza e di fiducia per il futuro. Proprio quella stessa speranza che nasce dal percorso di crescita e di modificazione del proprio essere. Percorso quest'ultimo, che viene sostenuto dagli operatori che nell'Istituto di pena investono le loro risorse umane e professionali". Dunque, "la Polizia penitenziaria, ma anche e soprattutto i funzionari trattamentali e i numerosi volontari che, concretamente, si rendono interpreti di una possibilità di riscatto e di recupero di valori sociali e di civile convivenza".
L'udienza di domani, alla quale prenderanno parte circa 12 mila persone, "è un dono grande per tutti noi", ha commentato don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, che ha ricordato anche come, più volte, Papa Francesco sia entrato nelle carceri e in luoghi di sofferenza, di emarginazione e di povertà, "per parlare della libertà dei figli di Dio. Per incoraggiare al cambiamento e, soprattutto, per lanciare un grido di aiuto, con la speranza di porre l'attenzione nelle istituzioni, nella società civile e verso tutte le comunità cristiane, affinché questi luoghi di dolore siano per tutti una grande sfida di solidarietà e di civiltà". A conclusione dell'udienza, Papa Francesco benedirà la Croce della Misericordia, realizzata dai detenuti di Paliano, che successivamente, per coloro che ne faranno richiesta, sarà inviata nelle carceri italiane. Una croce messaggio che apre anche una riflessione sulle madri detenute e sui loro bambini e che vuole rappresentare il desiderio di come esse, con i loro piccoli, possano scontare in luoghi alternativi al carcere la loro pena.
centumcellae.it, 14 settembre 2019
Il 10 ottobre nel teatro della Casa di Reclusione di Civitavecchia si concluderà il Progetto Fortezza con la presentazione dello spettacolo "Il Campo". Nato dalla stretta collaborazione tra area sanitaria, area educativa e la compagnia teatrale Addentro dell'Associazione Sangue Giusto che da oltre 10 anni è attiva negli istituti penitenziari di Civitavecchia, il Progetto Fortezza, sostenuto dalla Asl Rm4, si rivolge alla popolazione detenuta con l'intento di utilizzare il potenziale terapeutico dell'arte teatrale come strumento di prevenzione e riabilitazione del disagio mentale attraverso la promozione del benessere psico-fisico dei ristretti.
Una prima fase, che si è conclusa lo scorso aprile, ha coinvolto per sei mesi i detenuti della sezione infermeria della Casa Circondariale. Il lavoro di espressione musicale e recitativa si è unito alla riflessione intorno alla figura di Don Chisciotte con l'obiettivo di canalizzare e trasformare in energia positiva il forte disagio di chi vive la detenzione con l'aggravante di una condizione alterata di salute. I risultati sono stati sorprendenti in termini di riduzione dell'aggressività e dei comportamenti patologici e di sviluppo di spazi riflessivi e modulati in termini emotivi. È invece ispirato ad un classico della letteratura per ragazzi lo spettacolo "Il Campo" che sarà presentato il 10 ottobre dopo un lavoro di nove mesi con i detenuti della Casa di Reclusione. L'adattamento teatrale de "I ragazzi della via Pal" di Ferenc Molnar ha permesso, attraverso il gioco, di portare i partecipanti a sperimentare una condizione infantile dimenticata.
Molti detenuti hanno vissuto in maniera inquieta e sofferta questa condizione, molti dichiarano di non ricordarsene nemmeno, di non avere mai giocato. È invece attraverso il gioco che l'individuo impara a conoscere il mondo, a sperimentare il valore delle regole e il rispetto di ciascun membro della comunità giocante, a controllare le proprie emozioni, a gestire le situazioni di conflitto, ad allenarsi alla disciplina, a scoprire nuovi percorsi di autonomia. Il gioco e? esercizio e preparazione alla vita adulta, alle dinamiche della vita collettiva. Giocando insieme al pubblico, gli attori/detenuti conducono lo spettatore nel loro campo, il carcere.
"Voi che dovete fare soltanto un passo per essere all'aria aperta sotto la grande e meravigliosa campana di vetro azzurro che chiamiamo cielo! Voi che avete gli occhi abituati alle grandi distanze e agli ampi orizzonti! Voi che non vivete ammassati tra le case alte, non potete nemmeno lontanamente immaginare cosa rappresenti per noi un pezzo di terreno non edificato, che cosa rappresenti per noi...il Campo. Per noi...è la nostra pianura, la nostra prateria, il nostro deserto. Per noi è l'infinito... e la libertà".
La Direttrice degli Istituti Penitenziari, dott.ssa Patrizia Bravetti, e il Direttore Generale della Asl Roma, Giuseppe Quintavalle, 4 hanno creduto in questo progetto insieme a tutti i colleghi dell'area salute mentale e del Serd. Hanno creduto in qualcosa che non è intrattenimento ma è terapia del disagio, stimolo per l'attivazione delle risorse personali di pazienti e operatori, trasformazione di luoghi e persone.
di Franco Nofori
africa-express.info, 14 settembre 2019
Mentre alcune Nazioni africane, sbalordiscono il mondo, rifiutando di riaccogliere i propri cittadini che hanno tentato l'avventura europea, il Ruanda impartisce all'intero continente una lezione di umana solidarietà, dicendosi pronta ad accogliere un significativo numero di migranti africani rinchiusi nell'inferno dei centri di detenzione libici. L'annuncio di questa decisione è stato dato lo scorso martedì come frutto dell'accordo raggiunto tra l'agenzia Onu per i rifugiati, Unhcr e l'African Union. Accordo cui il Ruanda ha immediatamente aderito.
A turbare le coscienze del governo e del popolo ruandese, è stato un servizio diffuso nel novembre 2017 dalla rete americana Cnn, che oltre ai maltrattamenti cui i migranti erano soggetti, mostrava anche come alcuni di questi fossero offerti - nel corso di aste appositamente organizzate - al miglior offerente come schiavi. Già allora il Ruanda, si era detto pronto ad accogliere un certo numero di questi migranti. Disponibilità che è stata ora consacrata dall'accordo menzionato. Del resto, l'esistenza di questi veri e propri lager, allestiti in territorio libico, non può più essere ignorata dal mondo, poiché, stando alle stime dell'Unhcr, sarebbero oltre 500 mila i migranti africani che languono in questi centri di detenzione, totalmente privi della libertà e dei più elementari diritti.
Già nella prossima settimana, un volo organizzato dalle Nazioni Unite, sbarcherà in Ruanda 500 detenuti africani evacuati dall'inferno libico. In prevalenza si tratterà di bambini e di persone più vulnerabili, soprattutto originari del Corno d'Africa.
Il governo di Paul Kagame è stato accusato dai politici di alcuni Stati africani, di aver proclamato la disponibilità all'accoglienza, perché generosamente retribuito dalle Nazioni Unite, accusa che è stata categoricamente smentita dal ministro ruandese per i rifugiati, Germaine Kamayirese, che ha detto: "E' un'accusa malevola e infondata. La nostra decisione si basa esclusivamente su sentimenti di umana solidarietà. Gli stessi che ogni africano dovrebbe provare di fronte alla sofferenza di questi sventurati fratelli".
Che si tratti di genuina sofferenza l'ha più volte attestato Amnesty International, descrivendo i centri di detenzione libici come luoghi "orrifici e inumani", in cui i malcapitati migranti si trovano soggetti a una routine di torture, stupri, malnutrizione e diffusione di malattie infettive, come la tubercolosi, favorite dall'assenza delle più elementari norme igieniche. L'Unhcr, stima che, allo stato, vi siano già in Libia quasi cinquemila persone, nell'impellente necessità di essere evacuate dai campi di detenzione per ricevere immediate cure mediche che salvino loro la vita o non pregiudichino irrimediabilmente la loro integrità fisica.
Una volta in territorio Ruandese, i migranti saranno gestiti dalle Nazioni Unite che si adopereranno per ridistribuirli in altri Paesi africani, ma una parte di questi potranno anche restare in Ruanda ed essere inseriti nella società locale. Altri ancora (se lo vorranno) potranno essere rimpatriati nei loro Paesi d'origine, cosa che, però, appare piuttosto improbabile, giacché le provenienze più significative riguardano Somalia, Sud Sudan ed Eritrea: i primi due sono Paesi in cui infuria la guerra civile, il terzo è governato da una dittatura disumana.
L'obiettivo dell'accordo in argomento, è comunque quello di portare alla totale eliminazioni dei centri di detenzione esistenti in Libia che, da parte sua, ha già annunciato lo smantellamento di tre siti: Misurata, Tajoura e Khoms. Tuttavia, qualora tutti questi centri fossero chiusi, molti osservatori internazionali, paventano un sovraffollamento ancora più deleterio, se non si troverà il modo di fermare, o almeno ridurre, l'imponente e inarrestabile flusso migratorio verso la Libia, ormai considerata una piattaforma per accedere all'Europa.
Con questa iniziativa, il Ruanda si riconferma come il faro continentale dell'emancipazione africana. Situazione, questa che imbarazza alquanto i commentatori occidentali, sempre in bilico tra l'apprezzamento e la critica. Il presidente Paul Kagame, ha indubbiamente portato il proprio popolo a un benessere che fino a pochi anni fa era difficilmente ipotizzabile, ma non tutti i valori democratici, sono rispettati e l'opposizione al governo, così come il dissenso, sono ancora energicamente avversati. D'altra parte, la maggioranza del popolo ruandese ama il proprio presidente e gli è grato per averlo risollevato da uno dei più tragici stermini della storia contemporanea. In queste condizioni chi può dire quale sia la scelta più assennata?
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 14 settembre 2019
Li avevano accusati di reati gravissimi: favoreggiamento del terrorismo, eversione, attentato alle istituzioni, ma, dopo tre anni di ingiusta e vessatoria detenzione la corte d'appello di Istanbul ha ordinato la liberazione di cinque ex giornalisti del quotidiano turco di opposizione Cumhuriyet.
Tra di loro anche il famoso vignettista Musa Kart, particolarmente inviso al presidente Erdogan per i suoi disegni irriverenti e molto critici nei confronti dell'autoritarismo del "sultano". I cinque giornalisti stavano scontando una condanna per "complicità e favoreggiamento con gruppi terroristici, senza esserne membri", come recitano gli ambigui e generici capi di imputazione. "Dopo la sentenza, aspettiamo la liberazione dei cinque ex giornalisti, già nelle prossime ore" ha dichiarato l'avvocato Tora Pekin.
Laico, libertario e duramente ostile alla presidenza Erdogan, negli ultimi anni Cumhuryet era diventato una bandiera della lotta alla deriva totalitaria che ha colpito la politica e la società turca dal fallito golpe del 2016, al quale sono seguite pesantissime ondate repressive da parte del governo, con centinaia di migliaia di arresti tra militari, magistrati, avvocati, giornalisti, insegnanti.
Dopo che la redazione, era stata falcidiata, l'editore era stato costretto ad aggiustare la sua linea; pur rimanendo critico verso il sistema Erdogan, Cumhuryet in questi ultimi due anni ha abbassato i toni e rinunciato al suo tradizionale stile sferzante nei confronti di qualsiasi potere. Un'autocensura figlia del clima da caccia alle streghe che si respira in Turchia, nonostante la luna di miele tra Erdogan e l'elettorato sia finita, come dimostra la bruciante sconfitta alle municipali di Istanbul.
La notizia della scarcerazione dei cinque giornalisti è un bel segnale per chi da sempre difende la libertà d'espressione come uno dei pilastri dello Stato di diritto; in particolare l'avvocatura italiana saluta il proscioglimento dei reporter esprimendo una forte soddisfazione per quello che potrebbe essere uno dei primi tasselli del ritorno a una giustizia meno condizionata dagli interessi politici del presidente.
Già nel 2006 una delegazione Cnf/Oiad composta dall'avvocato Roberto Giovene di Girasole, componente della commissione rapporti internazionale / Mediterraneo su delega del C.N.F., insieme agli avvocati francesi Fanny Vial, Jerémie Boccara e Lucille Collot, dell'Ordine degli avvocati di Parigi, aveva visitato la redazione di Cumhuriyet, simbolo della stampa di opposizione e dell'élite laica del Paese proprio in segno di solidarietà verso dei giornalisti che condividono con gli avvocati le stesse battaglie di libertà seppur su due fronti diversi.
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