di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2019
Cassazione -Sezione II penale - Sentenza 6 settembre 2019 n. 37303. La Cassazione, con la sentenza 37303/2029, detta alcune regole in tema di arresto in flagranza. Per quanto riguarda l'ipotesi di "quasi flagranza" ciò presuppone che la polizia giudiziaria percepisca "in modo diretto" gli elementi che inducano a ritenere con elevata probabilità la responsabilità dell'arrestato e, quindi, occorre vi sia la percezione diretta della "sorpresa" dell'indiziato "con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima".
Ciò che deve escludersi in caso di arresto operato dalla polizia giudiziaria sulla base delle sole informazioni fornite dalla vittima o da terzi pur nell'immediatezza del fatto (cfr. sezioni Unite, 24 novembre 2015, Ventrice). Al contrario, deve ritenersi la "quasi flagranza" nel caso in cui, proprio sulla base di tali indicazioni, la polizia giudiziaria abbia avuto la possibilità di apprezzare direttamente gli elementi ("cose o tracce") che inducano a ritenere con elevata probabilità la responsabilità dell'arrestato.
Nella specie, quindi, la Corte ha ritenuto correttamente valorizzato lo stato di flagranza, essendo emerso che sulla base delle dichiarazioni della vittima della rapina, descrittive tra l'altro del vestiario dell'autore del fatto, la polizia giudiziaria prontamente intervenuta aveva identificato l'arrestato, rinvenendo, nei pressi del luogo dell'identificazione, la borsa oggetto della rapina e ottenendo, poi, ulteriore riscontro nel diretto riconoscimento dell'autore della rapina da parte della persona offesa.
Il precedente delle sezioni Unite - La Corte interviene con chiarezza sulla questione della ravvisabilità o no della quasi flagranza nell'ipotesi di frequente verificazione in cui la Pg è stata attivata dalla segnalazione del privato, vittima del reato o testimone. Rilevano, in proposito, le puntuali indicazioni delle sezioni Unite, rese con la sentenza 24 novembre 2015-21 settembre 2016 n. 39131, Ventrice: "In tema di arresto da parte della polizia giudiziaria, lo stato di "quasi flagranza" non sussiste nell'ipotesi in cui l'inseguimento dell'indagato da parte della polizia giudiziaria sia stato iniziato per effetto e solo dopo l'acquisizione di informazioni da parte della vittima o di terzi, dovendosi in tal caso escludere che gli organi di polizia giudiziaria abbiano avuto diretta percezione del reato.
La nozione di "inseguimento", caratterizzata dal requisito cronologico dell'"immediatezza" ("subito dopo il reato"), postula, quindi, la necessità della diretta percezione e constatazione della condotta delittuosa da parte degli operanti della polizia giudiziaria procedenti all'arresto: l'attribuzione dell'eccezionale potere di privare della libertà una persona si spiega proprio in ragione di tale situazione idonea a suffragare la sicura previsione dell'accertamento giudiziario della colpevolezza".
Ebbene, alla luce delle puntualizzazioni fornite dalle sezioni Unite, risulta ormai definitivamente stabilito che la "quasi flagranza" legittimante l'arresto da parte della polizia giudiziaria è configurabile tutte le volte in cui sia possibile stabilire un particolare "nesso" tra il soggetto e il reato che, pur superando l'immediata individuazione dell'arrestato sul luogo del reato, permetta comunque la riconduzione della persona all'illecito sulla base della continuità del controllo, anche indiretto, eseguito da coloro i quali si pongano al suo inseguimento. Tale condizione si può configurare nei casi in cui l'arresto avvenga in esito a inseguimento, ancorché protratto ma effettuato senza perdere il contatto percettivo anche indiretto con il fuggitivo, o nel caso di rinvenimento sulla persona dell'arrestato di cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima; ma "non" si può configurare nelle ipotesi nelle quali l'arresto avvenga in seguito a un'attività di investigazione, sia pure di breve durata, attraverso la quale la polizia giudiziaria raccolga elementi (dalla vittima, da terzi o anche autonomamente) valutati i quali ritenga di individuare il soggetto da arrestare, il quale beninteso non sia trovato con cose che lo colleghino univocamente al reato e non presenti sulla persona segni inequivoci riconducibili alla commissione del reato da parte del medesimo.
La sentenza 37303/2019 - È su questo profilo che interviene la puntualizzazione chiarificatrice della sentenza massimata: è da ritenersi la quasi flagranza quando la polizia giudiziaria, subito attivata dalla vittima o da terzi, sorprenda l'autore, "subito dopo la commissione del reato", ma con cose e tracce che lo riconducano alla commissione del fatto, con riscontro diretto proprio a opera degli operanti.
di Sergio Harari
Corriere della Sera, 28 ottobre 2019
L'Italia ha le sue responsabilità, a cominciare dal non aver ancora nominato il commissario nazionale per l'antisemitismo, in ritardo sulle indicazioni del Parlamento europeo agli Stati membri.
Abbiamo peccato di superficialità nel sottovalutare l'odio antisemita, ma è qui, è sempre stato qui. È un virus che nasce nella notte dei tempi e dal quale forse il mondo non guarirà mai. Talvolta è più manifesto, talvolta meno, ma scomparso mai. D'altra parte, Elie Wiesel, premio Nobel per la pace, sopravvissuto ai campi di sterminio si domandava "Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall'antisemitismo, cosa potrà mai guarirlo?".
Riemerge con forza quando la democrazia è più debole, come nelle ingiurie profferite via web alla senatrice Segre. Il pregiudizio antiebraico è duro a morire e resta, ancor oggi, ben radicato, a tutti i livelli, non conosce barriere sociali o discriminanti culturali. Si è sdoganata la barbarie razzista abbattendo l'ultimo muro morale. L'antisemitismo è facile da cavalcare, aggrega mondi diversi e purtroppo ha successo. Le istituzioni e anche il mondo dell'informazione hanno tardato ad accorgersene.
L'Italia ha le sue responsabilità, a cominciare dal non aver ancora nominato il commissario nazionale per l'antisemitismo, in ritardo sulle indicazioni del Parlamento europeo agli Stati membri. Così come non ha ancora adottato la nuova definizione di antisemitismo, proposta dalla commissione intergovernativa della International Holocaust Remembrance Alliance e fatta sua dal Parlamento europeo nel giugno 2017.
"L'antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto", questo recita la definizione, nulla di sconvolgente ma qualcuno confonde i piani della politica antiisraeliana e dell'antisemitismo. Se veramente vogliamo fare qualcosa per combattere questo cancro della democrazia e della società, è questo il momento.
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 28 ottobre 2019
Ma l'Europa è ancora spettatrice di fronte a troppi massacri. "Era un animale. Un animale senza Dio", ha detto Donald Trump durante la conferenza stampa nella quale annunciava la morte di Abu Bakr Al Baghdadi, il leader dell'Isis. Parole forti, senza pietà che sono però certamente condivise dalle famiglie delle vittime degli attentati degli anni scorsi in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Siria e in tutto il Medio Oriente.
Dai genitori, dalle sorelle e dai fratelli delle centinaia di ragazze rapite e rese schiave dalle milizie del Califfo, da chi ha pianto le decine di ragazzi decapitati dagli uomini in tuta arancione. Parole che si possono usare solo in casi speciali, fuori dall'ordinario: questo è uno di quei casi, la fine di un individuo mosso non solo da cecità inumana travestita da religione ma anche da un'illusione di potenza che non si poneva limiti morali.
Il suicidio di Al Baghdadi - avvenuto sotto l'attacco delle forze americane con il consenso di tutti i Paesi e delle milizie che hanno condotto la guerra al cosiddetto Stato Islamico - per quel che è rimasto dell'Isis si tratta di un colpo durissimo, che arriva dopo la sconfitta sul terreno dei combattenti islamici che hanno ormai perso tutti i territori che controllavano. Sarebbe stato probabilmente definitivo se il ritiro delle truppe americane dalla Siria nelle settimane scorse non avesse provocato la fuga dalle prigioni di centinaia di militanti dell'organizzazione terroristica che erano detenuti dai curdi. Purtroppo, alcuni di loro, probabilmente assassini, sono ora più o meno liberi e potranno in qualche modo cercare di riorganizzarsi e di tornare a colpire. Nel Medio Oriente e in Europa.
Trump si è appuntato sul petto la medaglia dell'annullamento di Al Baghdadi e si tratta sicuramente di un successo che conferma la capacità di attacco delle forze americane, dopo che altrettanto avevano fatto con Osama Bin Laden nel maggio 2011. Ma è una medaglia che, sul petto, non copre la macchia di avere lasciato al loro destino, sotto l'attacco della Turchia, le migliaia di alleati curdi che sono stati determinanti negli anni scorsi anche nella guerra contro l'Isis e nella liberazione dei territori dello Stato Islamico.
Il volto barbuto e truce di Al Baghdadi è aleggiato per anni, in un alone di mistero, sulle città europee e nelle strade polverose del Medio Oriente battute dalle sue milizie. Ha attratto decine di giovani anche dai centri e dalle periferie di Francia, Belgio, Gran Bretagna, Italia, America, Asia. Ha seminato sgomento e paura, ha messo gran parte dei Paesi di fronte alla minaccia di un soggetto non statuale armato che non rispondeva alle regole della guerra tradizionale ma minacciava non di meno la libertà di vivere con un minimo di sicurezza. Ha sfidato le democrazie e i regimi autoritari, anche quelli retti da leggi di carattere islamico. Era nemico di tutti e questo lo faceva forse sentire ancora più grande.
Alla fine ha perso, rovinosamente, come era certo accadesse, ben prima della sua morte per suicidio con i suoi figli al fianco, come aveva deciso di finire ben prima di lui un altro "animale senza Dio", Joseph Goebbels. Nella coda, ma per alcuni versi dovrebbe essere alla testa, di questa vicenda c'è qualcosa su cui l'Europa dovrebbe interrogarsi. Con serietà e urgenza. Nel caso dell'abbandono dei curdi ha criticato Trump e gli Stati Uniti. Nel caso della morte di Al Baghdadi, si feliciterà probabilmente con Washington. In entrambe le situazioni, come in tutte quelle che richiedono una presenza politica e geopolitica, non c'è però stata. Perché non ha ritenuto di esserci da decenni e oggi non è in grado di agire, ha rinunciato ad avere un ruolo. Irresponsabile. Siamo spettatori: soddisfatti oggi e fino a quando il lavoro sporco lo faranno altri, nel male e nel bene. Ma spettatori di fronte ai curdi come ad Al Baghdadi. Alle vittime come agli assassini.
di Graziella Vizzarri
termolionline.it, 28 ottobre 2019
Presso la Casa Circondariale protagonista l'arte, canto e disegno, nell'ambito di un progetto ben articolato e strutturato che ha messo al centro la persona. La street art, guidata dall'Architetto Marianna Giordano e dagli artisti del collettivo Guerrilla Spam, è presente nella Struttura Penitenziaria da tre annualità, quasi un laboratorio permanente, con l'intento di raggiungere l'obiettivo primario di combattere l'isolamento e la devianza sociale, rimettendo al centro l'identità della persona in un percorso di rieducazione funzionale alla stessa.
Percorsi formativi che utilizzano la comunicazione efficace dell'arte come i Murales e la musica che diventano veicolo di aggregazione e collaborazione nel favoreggiare i percorsi individuali e collettivi più del dialogo, come riportato dal Direttore della Casa Circondariale di Larino Rosa La Ginestra, all'inizio dell'evento. Un Parco delle meraviglie che da la possibilità di spaziare con la mente e creare quegli angoli di serenità, continua il Direttore La Ginestra, un percorso iniziato con il supporto del Centro Territoriale dell'Adulto e reso possibile dall'indispensabile supporto dei volontari: essi sono l'anima dei progetti posti in essere presso la Casa Circondariale nonostante l'azione frenante dei percorsi ad ostacoli perché la struttura si presenta elefantiaca e troppo burocratica.
Ma le attività sono molte e la buona riuscita pongono la struttura stessa in una posizione preminente nel proprio ambito. La mattinata è stata allietata dall'esibizione del gruppo "Le Voci di Dentro" che hanno presentato "Notte di Note-Note di Notte", un gruppo di dieci detenuti che hanno sperimentato il canto durante le funzioni liturgiche e sabato si sono esibiti con grande entusiasmo collettivo portando in scena passione e bravura tra i Murales che hanno dato colore e vita alle mura grigie dell'Istituto Penitenziario, accompagnati con maestria partecipata dalla professoressa Anna Di Gregorio.
Molti i canti napoletani, ma non solo, interpretati con trasporto ed emozione, per qualcuno è stato più difficile, ma comunque intenso, come" l'attesa" sentimento che si legge ovunque oltre le sbarre del Penitenziario. Il canto si è presentato come una voce forte, univoca, un richiamare a sé l'opportunità di cambiare, come asserito da Vincenzo, "la musica è un potentissimo strumento con il quale si può entrare nel cuore di ognuno, essa lega, spazza via ogni ostacolo, porta luce dove c'è il buio, ha il potere di curare le ferite, tutto ciò che ci circonda può diventare musica ed essere il modo di ritornare alla vita".
La musica, quindi, un messaggio chiaro, veicolo di stati d'animo e nel contempo condivisione, come riportato anche dalle parole di Massimo che nel presentare il brano da lui portato in scena "L'Immensità", "a volte ti ritrovi ad essere spettatore della tua stessa esistenza, senza fare nulla, vedi scorrere la vita tra le dita e stai lì a guardarla passare, bisogna non arrendersi, ma credere che le cose possano cambiare e proprio in questa speranza che si cela l'amore, l'amore di un amico, di una donna, di Dio".
Riflessioni profonde come quelle riferite anche dai ragazzi che hanno illustrato i Murales: il significato dell'arte che è espressione dell'io che si sta cercando, vuole ritrovarsi e ponderare la propria esistenza su nuovi valori. Il tema cardine della terza annualità, come spiegato da Giuseppe, è l'isola: in realtà l'isola rappresenta la vita, quella di ognuno di loro vista con i propri occhi, dall'angolazione dei propri vissuti, dai percorsi affrontati e dalla cultura di appartenenza perché il progetto della Street Art ha lavorato sul coinvolgimento prevalentemente dei detenuti stranieri per una più ampia integrazione di esperienze.
L'ultimo lavoro realizzato ha interessato lo spazio di raccordo e di ingresso ai vari cortili ed è andato a completare una progettazione ben strutturata che ha ponderato un cammino della persona coinvolta, come la ricerca del concetto dell'identità, della persona vista in tutte le sue sfaccettature, le fragilità e le risorse, i desideri e la resilienza, elemento fondamentale per la rieducazione e" ristrutturazione" della persona.
Il progetto ha visto una prima fase rivolta alla condivisione del disegno, quindi l'idea, le emozioni affrontate nel disegno stesso e poi l'integrazione dei colori a compimento di un lavoro ben curato. E se le aspettative sono quelle di essere uomini migliori, con il desiderio di libertà quantificata nel tornare a calpestare quei luoghi che li hanno visti nascere, come detto da Alfonso, ospite del Penitenziario, forse possiamo dire che il connubio posto in essere tra Istituto Penitenziario con il lavoro degli operatori ed agenti, insieme all'operosità dei volontari, diretto con lungimiranza dal direttore Rosa La Ginestra, pone le condizioni per una rieducazione ed inserimento del detenuto ben impostato.
v-news.it, 28 ottobre 2019
Nella Casa di Reclusione San Michele, ad Alessandria, è stato presentato il progetto "Carcere senza stress", che prevede l'utilizzo del programma di Meditazione Trascendentale per ridurre lo stress, promuovere il benessere psicofisico e una migliore qualità di vita per detenuti, agenti e operatori penitenziari.
Il progetto, della durata di un anno, è iniziato a fine aprile 2019, coinvolge 15 detenuti e 16 tra agenti e operatori della Casa di Reclusione San Michele e della Casa Circondariale Alessandria Cantiello e Gaeta, che hanno imparato la tecnica di Meditazione Trascendentale nell'ambito di un progetto pilota finanziato dal Bando "Libero Relad 2018" della Compagnia di San Paolo.
L'obiettivo è promuovere una concezione culturale e sociale della sistema penale che metta al centro l'individuo, nella titolarità dei suoi diritti e delle sue responsabilità, favorendo il miglioramento della qualità della vita e delle condizioni detentive.
Il progetto "Carcere senza stress" è un ramo del progetto "Friends", sostenuto dal programma Erasmus+ della Commissione Europea, nato per promuove l'inclusione sociale e l'educazione all'interculturalità in tutti i contesti di istruzione e formazione, attraverso l'implementazione della tecnica di Meditazione Trascendentale.
Elena Lombardi Vallauri, direttore Istituti Penitenziari di Alessandria ha dato il benvenuto ai partecipanti. Roberto Baitelli della Fondazione Maharishi ha spiegato che lo stress oggi è un fenomeno di proporzioni epidemiche con gravi ripercussioni sociali e nelle carceri ha raggiunto un livello insostenibile che incide pesantemente sulla salute dei detenuti e del personale, conduce alla crescita delle infrazioni ai regolamenti e di altri comportamenti negativi. Oltre che ostacolare il processo di riabilitazione dei detenuti stessi.
L'antidoto naturale allo stress è il riposo. La tecnica di Meditazione Trascendentale, i cui numerosi benefici sono documentati da 700 studi scientifici, procura un riposo così profondo da sciogliere lo stress già accumulato e aumentare la resistenza allo stress. Negli ultimi 50 anni la Meditazione Trascendentale è stata utilizzata con successo nelle carceri di molte nazioni. Negli Stati Uniti ad esempio è stato utilizzata nelle carceri di massima sicurezza, come San Quintino, Folsom e Walpole con ottimi risultati, che includono la riduzione di ansia, depressione, fatica e rabbia. E aiuta a combattere il modo di pensare criminale, lo stress psicologico, i sintomi traumatici, e porta ad una riduzione delle infrazioni alle regole carcerarie, una riduzione del 30% della recidività.
Paolo Menoni, della Fondazione Maharishi, insegnante della tecnica di Meditazione Trascendentale nel progetto "Carcere senza stress", ha descritto il progetto in corso negli istituti penitenziari di Alessandria e ha riportato le esperienze di alcuni detenuti.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 28 ottobre 2019
In un contesto di crescente, diffusa volgarità e inaudita violenza di linguaggio, è di ora la notizia che la senatrice a vita Liliana Segre è oggetto di centinaia di messaggi ingiuriosi, perché ebrea. L'elevata sua posizione e la sua storia personale di vittima della Shoà portano in primo piano la questione dell'antisemitismo.
Se ne avevano però già numerosi segnali, dal linguaggio di certe tifoserie calcistiche e persino dal ripetuto uso del nome di Anna Frank come ingiuria. Non si tratta di fenomeno solo italiano. Anzi di antisemitismo violento e assassino si hanno recenti esempi in altri luoghi d'Europa in particolare in Francia e Germania. E oltre all'antisemitismo, altre forme di razzismo sono crescenti, non solo verbale, ma anche violento. Esse colpiscono migranti di colore, rom e sinti.
Non è di molto tempo fa l'intervento del Commissario ai diritti umani del Consiglio d'Europa per deplorare il linguaggio del governatore lombardo dell'epoca Maroni nei confronti dei rom. Ed è nota la vicenda del vice presidente del Senato Calderoli, che in un comizio paragonò la ministra Kyenge a un orango.
Il Senato fece finta di non credere al carattere razzista di quelle espressioni e dovette esser chiesto l'intervento della Corte costituzionale per far sì che Calderoli fosse giudicato e poi, in primo grado, condannato dal tribunale di Bergamo. Ogni episodio fa storia a sé, per l'occasione e la vittima o la minoranza presa di mira. Ma tutti insieme hanno un preciso significato, di odio, di disprezzo, di irresponsabile sollecitazione alla intolleranza razziale.
La particolare vicenda che colpisce la senatrice Segre motiva una proposta di istituzione di una Commissione parlamentare di indagine sul fenomeno dell'antisemitismo, del razzismo e delle espressioni di odio. Una Commissione siffatta potrebbe essere utile per raccogliere dati e forse elaborare proposte per affrontare il problema. Utile forse, ma certo non indispensabile, poiché altre sedi sono già attive.
E nella legislatura precedente venne istituita alla Camera e presentò un rapporto conclusivo una Commissione sull'intolleranza, il razzismo, la xenofobia e i fenomeni di odio. All'iniziativa di cui ora si discute va dunque assegnato soprattutto il senso di una forte presa di coscienza della gravità della questione nella sede politica parlamentare, anche senza porre in essa troppa fiducia di concreta utilità. Ma il segnale politico è comunque importante.
Più importante ancora - ma negativo - è il senso delle opposizioni o ipocrite precisazioni o condizioni poste dalla Destra. Non potendo esporsi a respingere la proposta, le si altera il senso, pretendendo che la Commissione sia incaricata di studiare anche i pericoli cui sarebbe esposta la "identità italiana".
Quale ne sia il senso è difficile vedere, oltre a quello di snaturare l'oggetto della indagine rimessa alla Commissione. L'identità italiana è oggetto di attacchi razzisti? E di quale aspetto della ricca e varia identità italiana dovrebbe occuparsi la Commissione? Il razzismo del Ventennio e il suo antisemitismo fanno parte della identità nazionale?
E le folle che urlano ingiurie razziste, son parte di quella identità? E poi, chi può arrogarsi il ruolo di portavoce esclusivo e privilegiato della identità di un Paese come l'Italia? Il razzismo e l'antisemitismo sono inaccettabili, incompatibili con i valori di cui la Costituzione è portatrice e con la cultura civile che l'ha prodotta.
La lotta per opporsi a essi è difficile, se si vuole andar oltre l'indispensabile lavoro educatore della scuola e di chi ha voce e influenza nell'opinione pubblica. Ciò che però va fatto, è denunciare la connivenza oggettivamente offerta a quelle ignobili manifestazioni da parte di chi obliquamente prende le distanze da un segno politico forte come quello rappresentato dalla proposta di istituzione della Commissione parlamentare.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 28 ottobre 2019
Dal carcere al cinema in carcere con l'inaugurazione della prima sala cinematografica italiana in carcere. Per tutti: detenuti e grande pubblico. La festa del Cinema di Roma anche quest'anno ha ospitato il Rebibbia Festival 2019 promosso da La Ribalta-Centro studi Maria Salerno, Fondazione Cinema per Roma e Provveditorato regionale carceri del Lazio.
Un filone cinematografico tra l'auditorium del carcere romano di Rebibbia e quello del Museo Maxxi di via Guido Reni fatto di proiezioni, incontri e laboratori possibili anche grazie alla disponibilità della Corte costituzionale che a Rebibbia con il suo presidente Giorgio Lattanzi ha incontrato i detenuti, molti dei quali attori del documentario "Viaggio in Italia - La Corte costituzionale nelle carceri".
L'occasione è stata la proiezione del film che racconta il viaggio in sette istituti penitenziari italiani di sette giudici della Consulta che sono entrati a Roma Rebibbia, San Vittore a Milano, nel carcere minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni e sezione femminile di Lecce. "Spero di aver fatto vedere che un altro carcere è possibile sotto l'ombrello della nostra Costituzione che al suo articolo 27 dice che le pene devono tendere alla riabilitazione del condannato", si augura il regista Fabio Cavalli.
E di "un'esperienza di apprendimento e di comprensione di quanto è duro essere privati della libertà e di quanto però i diritti possono essere un patrimonio di tutti", ha parlato il giudice della Corte Silvana Sciarra che a margine dell'anteprima del docu-film all'Auditorium del Parco della Musica, ha raccontato il senso della sua visita: "È stata incentrata soprattutto sul tema del lavoro e della difficoltà di realizzare questa ambizione e questa speranza che i detenuti hanno". Altro incrocio artistico tra cinema e carcere è rappresentato dal fi lm "Fortezza" diretto da Ludovica Andò ed Emiliano Aiello e girato nel carcere di Civitavecchia Passerini, con protagonisti e coautori i detenuti stessi.
Si tratta della rilettura del libro "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati, metafora del carcere tra rassegnazione e speranza di riscatto per chi è costretto a viverne la quotidianità. Il 26 ottobre, invece, guidata dalla regista Francesca Tricarico, la compagnia teatrale "Le donne del muro alto", attrici detenute di Rebibbia femminile, si sono cimentate nel testo Il Postino di Neruda rendendo omaggio a Massimo Troisi nella sua interpretazione cinematografica del film "Il Postino".
L'opera è stata portata in scena da due detenute della struttura carceraria attraverso un lavoro teatrale in cui l'esilio di Neruda diventa metafora dell'attesa della libertà e dove i dubbi e le ambizioni del postino incaricato di portare la posta al poeta cileno, sono paragonabili alle paure e alle speranze delle detenute. E dal carcere al cinema, si arriva al cinema in carcere con l'esperienza bolognese di Cinevasioni, terza edizione del primo festival del Cinema in carcere svoltosi dal 9 al 14 ottobre scorso.
Nello specifico, si tratta del carcere Dozza di Bologna, sede straordinaria per un festival del Cinema tutto organizzato e proiettato all'interno della casa circondariale con una giuria composta da detenuti formati per giudicare le opere di registi e video maker emergenti. L'obiettivo è portare il linguaggio e la cultura cinematografica all'interno della realtà carceraria e aprire il carcere ad autori e studiosi del cinema.
E nello stesso carcere, nasce "Atmosphera", la prima sala cinematografica italiana aperta a detenuti e grande pubblico. È una sala polivalente che l'Associazione Cinevasioni ha trasformato in un cinema gratuito da 150 posti con schermo, pannelli fonoassorbenti e un proiettore di ultima generazione in seguito alla richiesta da parte dei corsisti del corso di cinematografi a dell'istituto di conoscere i fi lm attuali in programmazione.
"Quello che ci hanno chiesto", sottolinea Angelita Fiore, presidente di Cinevasioni, "è di non vedere fi lm deprimenti. Per questo pensavamo di proporre commedie e fi lm che facciano comunque riflettere. Facciamo un appello anche ai distributori, perché ci diano produzioni nuove da proiettare". Presto, anche l'apertura della prima videoteca della Dozza grazie alla donazione di settecento film in dvd da parte di Rai Cinema.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 28 ottobre 2019
Nel campo di prigionia dei seguaci del Califfo. Viaggio nel centro più popoloso di quello che resta dei seguaci di Al Baghdadi proprio poche ore dopo la notizia della sua morte: quasi 71.000 sfollati - prigionieri genericamente sospettati di sostenere l'Isis, per lo più donne irachene e siriane con i figli. "Dobbiamo morire, è il destino di ogni essere vivente. Ma lui è il Califfo Abu Bakr al Baghdadi, non muore mai. Vale il ruolo, non la persona. Ne faranno un altro che prenderà il suo posto".
Due o tre donne completamente velate non si tirano indietro nel dimostrare il loro totale sostegno al Califfo. "Quante volte lo hanno dato per morto e poi non era vero?", reagiscono ostili. Tutte la pensano davvero così? Difficile dire. La maggioranza chiede assistenza medica per i figli e di avere notizie di mariti, fratelli, padri, tutti combattenti tra i ranghi dell'Isis. Catturati dai curdi, oppure feriti, morti? Non lo sanno.
"Che ne è stato di Mohammad? Mio figlio. Ha solo 25 anni. Ci siamo visti l'ultima volta durante la battaglia di Baghouz a gennaio. Non ne so più nulla. Potete aiutarmi?", implora Safa Ahmad, 50 anni, originaria di Aleppo. Un'altra, Aisha Othman, 27 anni, due figli, chiede di Mahmud Ibrahin, suo marito 31 enne, ferito nei villaggi lungo l'Eufrate dopo la caduta di Raqqa nel 2017. "Vorrei andare dai miei genitori a Mosul. Ma non ho passaporto, nessuno garantisce per me", esclama mostrando uno sgualcito foglietto rilasciato dall'ufficio locale della Croce Rossa. Fa ancora caldo, pur a tardo ottobre. Le donne sono sudate, le vesti sgualcite. Anche i tendoni delle agenzie umanitarie Onu mostrano l'usura del luogo. Per puro caso siamo arrivati nel centro più popoloso di quello che resta dei seguaci di Al Baghdadi proprio poche ore dopo la notizia della sua morte.
Una coincidenza, perché la nostra visita era programmata da tempo e le autorità militari curde di Rojawa danno i visti col contagocce alla stampa estera per venire al grande campo di detenzione, a Al Hol. Quasi 71.000 sfollati - prigionieri genericamente sospettati di sostenere l'Isis, per lo più donne irachene e siriane con i figli, miste però ad alcune migliaia di fanatiche pericolose, tra le quali oltre 3 mila volontarie straniere venute apposta per combattere la guerra santa dell'Isis e "donare" al Califfo i loro figli. Sono piccoli jihadisti in nuce: ne hanno oltre 7.000.
Vedove, mogli, orfani dell'Isis, sono ritenuti talmente pericolosi da essere chiusi in un recinto speciale. Tra loro pare vi sia anche un'italiana, di cui però non dicono il nome. "Dobbiamo stare all'erta. Ci aspettiamo attentati e rivolte in ogni momento per vendicare la morte di Al Baghdadi. Esistono anche cellule attive dell'Isis nei villaggi arabi qui vicini e nella città di Hasakah. Più volte hanno tentato di organizzare evasioni di massa. E non sono mancate violenze interne con accoltellamenti e persino tentativi di decapitazioni", spiega la trentenne Meshgar Mohammad, incaricata dall'amministrazione curda di gestire le straniere.
"Abbiamo il problema della carenza di guardie. Sino a tre settimane fa c'erano oltre 800 sentinelle armate al campo. Ma, da quando l'esercito turco ha lanciato l'offensiva contro le nostre regioni, almeno 500 sono andate a combattere al fronte, 107 hanno già perso la vita a Ras al Ayn e Tal Abyad. Con le 300 rimanenti possiamo fare poco, la sicurezza non è più garantita", aggiunge. A onore del vero, il campo oggi appare calmo, senza segnali di rivolte imminenti. Non molto diverso da come lo avevamo visto a marzo, dopo la fine della battaglia di Baghouz, che aveva segnato la fine della dimensione territoriale del Califfato.
Le donne chiedono medicine. Tre cecene si nascondono il viso, ma mostrano i figli emaciati, bisognosi di cure. Due uzbeke, completamente velate di nero, le scarpe sfondate, piangono la loro situazione: "A casa non possiamo tornare. I nostri uomini sono morti, non abbiamo i soldi per i figli che neppure vanno a scuola". Quando chiediamo cosa pensano della morte di Al Baghadi, alcune alzano la spalle: "Non ci riguarda più. Adesso dobbiamo solo sopravvivere".
di Eugenio Grosso
huffingtonpost.it, 28 ottobre 2019
Nel villaggio di al Hol, vicino al centro in cui sono detenuti combattenti e donne del califfato, si temono fughe e rappresaglie. Non si crede a una pace più vicina. A Qamishlo, Rojava, Siria del Nord Est, sono le 3 del pomeriggio quando il presidente statunitense Donald Trump conferma che Abu Bakr al Baghdadi, il leader dell'Isis, è stato ucciso in un'operazione condotta dalle forze speciali.
In strada non si parla d'altro, anche se molti non ci credono. "Magari è scappato, forse non era lui", mormorano gli anziani mentre si avviano a fare colazione verso il bazar. Ed è proprio qui che un'autobomba è esplosa 5 giorni fa. Nessun morto, nessun ferito. Ma è la dimostrazione che Isis è stato sconfitto ma non è finito. E anche oggi che viene annunciata la morte del suo leader, non significa che la pace sia finalmente arrivata. Murat, un venditore di miele e formaggio sorride mentre serve i clienti come ogni giorno. Quando parla del futuro però la sua espressione cambia, si vela di preoccupazione. "Baghdadi sarà anche morto ma i miliziani ci sono ancora".
Bali continua a guidare con gli occhi fissi sulla strada e le mani serrate sul volante. È pensieroso mentre guida verso al Hol dove un vecchio campo profughi risalente alla prima guerra del golfo ospita oggi i familiari dei combattenti di Daesh (ISIS in arabo) e dove oggi tra i foreign fighters e i miliziani locali sono trattenute anche le donne del califfato. Adesso che il loro leader è stato ucciso si temono rappresaglie, i miliziani vorranno vendetta. A dirlo è stato anche Mazloum Abdi, comandante generale delle Forze Democratiche Siriane, che in un tweet ha definito storica e di successo l'operazione in cui è stato ucciso il Califfo.
Girando per le vie del villaggio di al Hol la tensione è evidente. Bali non è contento di fermarsi, figurarsi scendere dalla macchina. Anche i residenti hanno paura. Temono che la morte del leader dello Stato islamico possa rendere più aggressivi i tentativi di fuga dei jihadisti rinchiusi nel campo. "Abbiamo paura, anche se la città è molto controllata tutti sanno dei tentativi di fuga" racconta un uomo che si protegge dal sole sotto la tettoia del suo negozio. Alcuni sostengono che un gruppo di miliziani ancora in libertà possano aver cercato di facilitare la fuga. Una sensazione di pericolo diffusa dunque, tanto che Redur Xelil, un ufficiale delle Forze Democratiche Siriane, ha dichiarato in conferenza stampa che da oggi il lavoro di intelligence sarà intensificato per individuare cellule dormienti in grado di compiere attentati. Intanto però nel Rojava si aspetta. Perché tra poche ore scade l'ultimatum che il presidente turco Erdogan ha dato ai curdi per ritirarsi dalla "safe zone". Uno scenario che la morte di Al Baghdadi potrebbe sicuramente cambiare. In che modo, però, è ancora tutto da vedere.
di Gianni Sartori
ilpopoloveneto.it, 28 ottobre 2019
Nelle carceri marocchine alcuni prigionieri politici saharawi (stando alle prime notizie, facenti parte del gruppo degli arrestati per gli scontri di Gdeim Izik nel 2010) hanno voluto esprimere la loro solidarietà a Sid Bachir Allali Botengiza con uno sciopero della fame di alcuni giorni (a tempo determinato) iniziato il 25 ottobre.
Questo prigioniero è in cella di isolamento dal 21 ottobre. Nel novembre 2010 centinaia di saharawi erano stati arrestati dopo gli scontri con le forze di sicurezza marocchine che avevano distrutto un accampamento a Gdeim Izik nei pressi di El Aaiún (Sahara Occidentale). Nel corso del lungo processo, si era assistito allo scambio di accuse tra il fronte Polisario (l'organizzazione che dagli anni settanta rivendica l'indipendenza per l'ex Sahara spagnolo) e le autorità del Marocco.
Entrambi accusavano la controparte di aver provocato i sanguinosi scontri. In conclusione, accusati dell'uccisione di una decina di poliziotti, 25 saharawi erano stati condannati da un tribunale militare a pene molto pesanti, da 20 anni all'ergastolo.
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