di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 16 settembre 2019
"Siamo a poche settimane dalla celebrazione dei 30 anni della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, ci attendono mesi di iniziative, attività, incontri a tutti i livelli. La Convenzione, pur essendo il trattato sui diritti umani maggiormente ratificato al mondo, non è ancora pienamente attuata, conosciuta e capita. A livello globale in questi 30 anni molti obiettivi sono stati raggiunti, tuttavia, troppo spesso i diritti di ancora troppi bambini e adolescenti sono a rischio".
Il presidente dell'Unicef Italia, Francesco Samengo, è intervenuto a Oristano al Seminario regionale di formazione dell'agenzia Sardegna "Territori in campo per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza", rivolto a oltre cento volontari provenienti da tutto il territorio regionale. "In Italia - ha proseguito il presidente Samengo - vivono circa 10 milioni di bambini e ragazzi sotto i 18 anni di età. Oltre 1,2 milioni di bambini e bambine vivono in povertà assoluta; il 25,7% dei giovani di età compresa tra i 18 e i 24 non studia, non lavora né è inserito in programmi di formazione; inoltre la disparità del livello dei servizi tra le varie zone del Paese è allarmante".
In Sardegna, ha proseguito, "i minori di 18 anni sono 230.488, rappresentano il 14% rispetto alla popolazione totale, mentre i minori stranieri, rispetto al totale dei minorenni, è il 3,3%. Due sono i temi fondamentali su cui dobbiamo concentrarci. Il primo è l'abbandono scolastico: 18,1 è infatti la percentuale di persone di 18-24 anni che hanno conseguito solo la licenza media e non sono inseriti in un programma di formazione rispetto alla percentuale nazionale del 13,8%".
Il secondo, sottolinea Samengo, "riguarda le persone minorenni in condizione di povertà relativa, che sono il 33,3% contro un 21,5% a livello nazionale, mentre le persone di minore età a rischio di povertà ed esclusione sociale sono il 41,3% contro il 32,1% nazionale. Percentuali importanti, numeri dietro cui si nascondono storie di emarginazione, indifferenza, disperazione sociale su cui occorre riflettere anche qui in Sardegna per poter immaginare il tipo di impegno che dobbiamo assumere in futuro. Per questo riteniamo fondamentale chiamare a raccolta, proprio come oggi, tutte le realtà coinvolte e costruire alleanze per migliorare la vita dei bambini e degli adolescenti".
di Samuele Bartolini
Il Tirreno, 16 settembre 2019
Corleone: "Autorizzazioni nel primo semestre, poi i lavori saranno veloci" Ma servono conferme su saggi e stanziamento ministeriale di un milione. "Natale 2020. Sì, penso che ce la faremo a costruire il teatro per quella data. Metti che le autorizzazioni ce le danno tutte entro la metà del 2020, poi il più è fatto. La costruzione del teatro nella zona d'ora d'aria sarà veloce. La struttura sarà leggera".
Raggiunto al telefono dal Tirreno, il garante regionale dei detenuti, Franco Corleone, ragiona a voce alta e fa le previsioni sui tempi di realizzazione del teatro stabile al carcere di Volterra. Certo. L'estate che sta per finire è stata dura. Tutti mesi passati a fare pressione per una risposta sul via libera al teatro. La Sovrintendenza di Pisa pareva nicchiare, taceva. Ora però, dopo il sopralluogo "collettivo" del 2 agosto, paiono essersi sciolti tutti i dubbi. Dopo la prova del budino, la strada sembra tutta in discesa. In realtà ce n'è ancora tanta da fare.
Il sogno di Armando Punzo, il trentennale direttore della Compagnia della Fortezza, non è proprio dietro l'angolo. Allora meglio andare per gradi. Prima cosa. "Lunedì (domani, ndr) chiederò al provveditore alle opere pubbliche di Toscana Marche e Umbria, Marco Guardabassi, se ha dato il via libera per i saggi sulle superfetazioni che hanno deturpato la struttura secolare del carcere", dice Corleone.
"Poi voglio un'ulteriore conferma sullo slittamento dei tempi per l'utilizzo del milione di euro. Il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Antonio Fullone, mi garantisce che l'impegno dei fondi viene spostato sul 2020", continua il garante. Così ci sarebbe un anno in più per fare la gara di appalto. Insomma, tanta aria in più nei polmoni per dare vita al progetto definitivo e costruire il teatro. "Ma Fullone è stato spostato all'amministrazione penitenziaria della Campania e non si sa se rimarrà ad interim, per qualche mese, sulla Toscana. Per me è importante saperlo perché con lui abbiamo lavorato bene", spiega Corleone.
Altro problema. In questo caso tutto politico. La partita dei nuovi sottosegretari alla Giustizia - quelli del neonato governo giallorosa - è finita due giorni fa. Ci hanno messo Vittorio Ferraresi (M5S) e Andrea Giorgis (Pd).
Corleone dovrà ricominciare a tessere le fila e prendere i contatti con i due sottosegretari, freschi di nomina. Motivo: il milione di euro lo stanzia il Ministero della Giustizia. Intanto il Consiglio regionale ha approvato all'unanimità due mozioni per promuovere iniziative di carattere sociale e culturale all'interno del carcere di Volterra, volte a migliorare le condizioni di vita in carcere e a offrire opportunità occupazionali ai detenuti.
La prima, presentata dalla consigliera Irene Galletti (M5S) impegna la giunta "a destinare risorse regionali, in collaborazione con il carcere di Volterra, al laboratorio che produca cibo gluten free per celiaci e per istituire corsi di formazione destinati ai carcerati e nei quali coinvolgere gli operatori del settore alimentare".
La seconda mozione, presentata dal gruppo Pd, prima firmataria Alessandra Nardini, sollecita la realizzazione del teatro all'interno del carcere. Nardini ha ricordato che a Volterra "l'esperienza del teatro ha modificato geneticamente un carcere ritenuto in passato fra i più duri del nostro Paese" e "ottenuto successi e riconoscimenti anche fuori dall'Italia". Il capogruppo di Sì Toscana a Sinistra, Tommaso Fattori, ha definito "opportune e condivisibili" le due mozioni.
newsbiella.it, 16 settembre 2019
Nella Regione i detenuti sono 4.700, a cui si aggiungono 8.850 persone che scontano pene all'esterno per reati meno gravi. "In Piemonte abbiamo oltre 4.700 detenuti: siamo nuovamente alla soglia d'allarme per il sovraffollamento. Negli ultimi dieci anni abbiamo raggiunto la punta massima nel 2010, quando erano circa 5 mila".
È questa la preoccupazione espressa dal Garante dei detenuti Bruno Mellano, che questa mattina in Consiglio Regionale ha presentato la relazione annuale sullo stato delle 13 carceri piemontesi. Una cifra a cui si aggiungono 8.850 persone che, per reati meno gravi, scontano la loro pena all'esterno delle strutture tramite gli arresti domiciliari, la messa alla prova, ecc.
Mellano ha poi ricordato la difficile situazione del Cpr di corso Brunelleschi a Torino, dove negli scorsi giorni si sono registrati attimi di tensione con rivolte di stranieri. In questa struttura si ha una media più alta di rimpatri: nel 2018 632 detenuti (il 52%) su 1.147 sono stati riaccompagnati negli stati di origine, contro il 43% del livello nazionali.
Numeri che hanno dato il via ad un acceso dibattito. Ad intervenire il capogruppo regionale della Lega Alberto Preioni, che ha detto: "spero che il Garante possa occuparsi delle guardie carcerarie, alle quali siamo vicini come partito", proponendo poi di "pensare all'introduzione in via sperimentale dei teaser anche per loro".
Per Preioni infatti le "carceri devono essere vivibili per i detenuti, ma anche per chi ci lavora". Parole che hanno provocato la reazione preoccupata della capogruppo regionale del M5S Francesca Frediani. "Pensare come prima risposta ad uno strumento repressivo come il teaser, lascia presagire un atteggiamento che non vorrei vedere dalla mia Regione", ha concluso l'esponente grillina.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2019
Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 24 gennaio 2019 n. 3604. Il decreto di sequestro probatorio, anche ove abbia a oggetto cose costituenti corpo di reato, deve contenere una specifica motivazione sulla finalità perseguita per l'accertamento dei fatti. Lo ha detto la Cassazione con la sentenza 3604/2019.
In particolare, l'obbligo di motivazione deve riguardare: 1) il reato di cui l'accusa assume l'esistenza del fumus (non basta in proposito l'indicazione degli articoli di legge violati, anche se accompagnati dall'enunciazione del tempo e del luogo di commissione dei fatti; è necessaria, invece, la descrizione di questi ultimi, ossia una contestazione provvisoria, caratterizzata dall'indicazione della fattispecie concreta, nei suoi estremi essenziali di luogo, tempo e azione, con l'indicazione della norma che si intende violata); 2) le ragioni per le quali la cosa sequestrata sia configurabile come corpo di reato (o cosa pertinente al reato); 3) la concreta finalità probatoria perseguita con l'apposizione del vincolo reale.
Nella fattispecie la Corte ha rigettato il ricorso del pubblico ministero avverso l'ordinanza del tribunale del riesame che aveva annullato il decreto di convalida di perquisizione e sequestro di una somma di denaro che sia assumeva provento dell'attività di spaccio di droga; la Corte ha ritenuto ineccepibile la decisione del tribunale: perché nel decreto del pubblico ministero mancava una indicazione precisa dei fatti in contestazione, riportandosi solo l'indicazione della norma violata, del tempo e del luogo della commissione dei fatti, senza la descrizione di questi ultimi; e perché, inoltre, mancava alcuna motivazione sul collegamento tra i fatti contestati e il rinvenimento della somma di denaro, tra l'altro avvenuta due anni dopo i fatti in contestazione.
La decisione è ineccepibile e in linea con i più recenti arresti con cui le sezioni Unite hanno a chiare lettere ribadito che il decreto di sequestro (così come il decreto di convalida di sequestro) probatorio, anche ove abbia a oggetto cose costituenti corpo di reato, deve contenere una specifica motivazione sulla finalità perseguita per l'accertamento dei fatti, dovendosi escludere la sussistenza di una sorta di "obbligatorietà" del sequestro del corpo di reato tale da esonerare dall'obbligo di motivazione (sezioni Unite, 19 aprile 2018, Proc. Rep. Trib. Nuoro in proc. Botticelli ed altri; in precedenza, sezioni Unite, 28 gennaio 2004, Bevilacqua).
Al riguardo, le sezioni Unite hanno supportato l'affermazione dell'obbligo di motivazione anche nel caso di sequestro probatorio del corpo di reato principalmente dalla portata precettiva degli articoli 42 della Costituzione e 1 del primo protocollo addizionale della Convenzione Edu, laddove trova fondamento il diritto alla "protezione della proprietà", giacché la motivazione sulle ragioni probatorie del vincolo di temporanea indisponibilità della cosa, anche quando si identifichi nel corpo del reato, garantisce che la misura sia soggetta al permanente controllo di legalità e di concreta idoneità in ordine all'an e alla sua durata, in particolare per l'aspetto del giusto equilibrio o del ragionevole rapporto di proporzionalità tra il mezzo impiegato, ossia lo spossessamento del bene, e il fine endoprocessuale perseguito, ovvero l'accertamento del fatto di reato.
A ciò, si è aggiunta la considerazione che anche per le misure cautelari reali (quindi, anche per il sequestro probatorio, quale mezzo di ricerca della prova) devono valere i principi di proporzionalità, ragionevolezza, adeguatezza e residualità della misura, dettati dall'articolo 275 del codice di procedura penaleper le misure cautelari personali, i quali devono costituire oggetto di valutazione preventiva e non eludibile da parte del giudice nell'applicazione delle cautele reali, al fine di evitare un'esasperata compressione del diritto di proprietà e di libera iniziativa economica privata.
A conforto ulteriore della necessità della motivazione, le sezioni Unite hanno valorizzato, dal punto di vista sistematico, le indicazioni ricavabili dagli articoli 262, comma 1, e 354, comma 2, del codice di procedura penale: in particolare, la valenza generale della prima disposizione, secondo cui "quando non è necessario mantenere il sequestro a fini di prova, le cose sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto prima della sentenza", la rende applicabile anche al corpo di reato e conferma l'inaccettabilità dell'assunto secondo cui il fine probatorio sarebbe automaticamente e connaturalmente insito al corpo di reato; mentre, la seconda norma, che, facendo riferimento al momento genetico del sequestro, attribuisce alla polizia giudiziaria il potere di procedere "se del caso", al sequestro del corpo del reato e delle cose a questo pertinenti, proprio per l'utilizzo di detta locuzione è ulteriormente confermativo del fatto che anche per il corpo del reato non vi è alcun automatismo acquisitivo.
In definitiva, per le sezioni Unite, la sola connotazione del bene oggetto del sequestro come "corpo di reato", neppure se "auto-evidente", è sufficiente per renderne obbligatorio il sequestro e per esentare il provvedimento da un onere di puntuale motivazione.
di Raffaella Ianuale
Il Gazzettino, 16 settembre 2019
Il gallerista desidera devolvere il ricavato della vendita delle opere di Pietro Pacciani all'ospedale per bambini Meyer di Firenze. Il Meyer che dice di non saperne nulla e che queste donazioni vanno preventivamente concordate. Vittorio Sgarbi che parla di "mostra del contrappasso", ricordando che Pacciani fu accusato di essere un assassino sulla base di un disegno sadomaso che poi è risultato non suo.
Pietro Pacciani, che ha vissuto gli ultimi anni con addosso l'etichetta di mostro di Firenze, fa discutere anche a più di vent'anni dalla sua morte avvenuta nel 1998. È bastato che la galleria veneziana Venice Faktory annunciasse la mostra di sue opere One Solo Show attraverso le pagine del Gazzettino perché si creasse lo scompiglio.
Tutto nasce da un desiderio espresso, poco prima di morire, da Pacciani stesso. "Vorrei che i miei dipinti venissero venduti e il ricavato devoluto a un'associazione cattolica che aiuta i bambini orfani" aveva detto nel regalare i suoi disegni realizzati in carcere a Davide Cannella, il detective consulente della difesa da sempre sostenitore della sua innocenza. Ricordiamo che al presunto mostro erano stati addebitati sette degli otto duplici omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 e che è morto prima di vedersi riconoscere un'assoluzione definitiva.
"L'associazione indicata da Pacciani non c'è più - spiega Cannella - e così avevo pensato di devolvere il ricavato all'ospedale per bambini Meyer di Firenze". Ma dall'ospedale di Firenze è stata diffusa ieri una breve nota: "Il Meyer non è a conoscenza di questa iniziativa e tutte le iniziative di raccolta fondi ad esso dedicate devono essere preventivamente concordate".
Cannella e con lui la giovane artista Federica Palmarin, titolare della galleria a Santa Croce 901/A, che ospiterà dal 20 settembre, per un mese, 150 stampe a tiratura limitata firmate da Pietro Pacciani, fanno un passo indietro. "Quello che ricaveremo dalla vendita delle stampe andrà in beneficenza - spiega Palmarin - ora avanzeremo questo desiderio al Meyer, ma se non è interessato troveremo qualche altro istituto". E il loro pensiero va all'ospedale pediatrico Gaslini di Genova.
A ricordare un fatto passato quasi in secondo piano nella vicenda del mostro di Firenze associato a Pietro Pacciani è il critico d'arte. Sgarbi ricorda benissimo quella vicenda perché la prova regina che avrebbe dovuto dimostrare la colpevolezza del Pacciani era proprio un'opera d'arte. "In tutta questa vicenda c'è una singolare coincidenza - premette - il pubblico ministero Paolo Canessa fece una lunga requisitoria contro Pacciani per un disegno sadomaso trovato all'interno della sua abitazione e che avrebbe dimostrato, secondo lui, che ci si trovava di fronte al mostro di Firenze. Peccato che quel disegno è del pittore francese Maurice Henry".
A rimettere ordine a questo errore è stato poi Pietro Toni, "un magistrato che stimo tantissimo - dice Sgarbi - che in appello prosciolse Pacciani. Quindi Pacciani è morto con un'ultima sentenza, anche se non definita, di assoluzione. Questo non toglie che venga ancora considerato il mostro di Firenze". Per questo Sgarbi riconosce il pieno diritto di fare una mostra sui lavori di quest'uomo.
"È stato condannato per un quadro non suo - dice - quindi ora ha il diritto di fare una mostra con i suoi veri quadri. Se qualcuno può impressionarsi di fronte a questa mostra, ricordo che Pacciani è vissuto da presunto colpevole ed è morto da presunto innocente. Quindi dal mio punto di vista è una vittima".
E anche se ammette di non essere attratto dalle opere dei dilettanti, ha già detto che se si troverà a Venezia non disdegnerà di andare a vedere la mostra. "Quindi ben venga la beneficenza al Meyer con il ricavato della vendita - conclude - un disegno ha creato il mostro e questi disegni per contrappasso hanno la dignità di essere esposti".
targatocn.it, 16 settembre 2019
I detenuti alle ore 9, scortati da alcuni membri del corpo di polizia penitenziaria, sono giunti presso la cantina sperimentale della scuola dove accolti dal prof. Bruno Morcaldi e dagli allievi delle classi quinte, si sono recati al vitigno Arneis per iniziare le operazioni di raccolta. Giovedì 12 settembre, per la prima volta nella giustizia italiana, dei detenuti sono stati ospiti presso la scuola enologica di Alba.
Da anni esiste una convenzione tra la casa di reclusione di Alba e la scuola enologica per la produzione del vino denominato "Vale la pena". Ogni anno gli allievi si recano nel carcere per gestire il vigneto, mentre quest'anno sono stati i detenuti a venire nelle vigne della scuola per aiutare gli studenti a vendemmiare.
Dopo un iter burocratico abbastanza complesso che ha mobilitato tutto il personale della casa di reclusione di Alba dal mese di luglio, la Dott.ssa Giuseppina Piscioneri (direttrice del carcere) e la prof.ssa Antonella Germini (Dirigente dell'IIS "Umberto I" di Alba), sono riuscite a realizzare un progetto che vedeva impegnati in vendemmia presso le vigne della scuola enologica un gruppo di detenuti e gli allievi delle classi 5 A-B-C-D.
I detenuti alle ore 9, scortati da alcuni membri del corpo di polizia penitenziaria, sono giunti presso la cantina sperimentale della scuola dove accolti dal prof. Bruno Morcaldi e dagli allievi delle classi quinte, si sono recati al vitigno Arneis per iniziare le operazioni di raccolta.
Dopo un'ora di lavoro, svolto sotto l'occhio vigile ma discreto del personale di polizia penitenziaria, tutti insieme si sono diretti presso la cantina sperimentale dove hanno pigiato le uve appena raccolte. Successivamente si è tenuto un dibattito, molto partecipato, nell'aula magna dell'Istituto.
Qui gli allievi hanno potuto rivolgere delle domande ai detenuti chiarendo in tal modo tanti dubbi sulla loro condizione di vita da reclusi. Per la scuola, come affermato dal prof. Bruno Morcaldi, quest'attività ha avuto una duplice valenza: da un lato sensibilizzare gli allievi sulle tematiche della legalità e della giustiziata e dall'altro promuovere un percorso di reinserimento sociale dei detenuti attraverso un contatto diretto con le Istituzioni esterne al carcere. Il Dirigente Scolastico si auspica vivamente che questo rapporto di collaborazione fra le due Istituzioni albesi possa continuare ed essere proficuo per la crescita dei valori e arricchimento personale di tutti noi.
di Fiorenza Sarzanini e Federico Fubini
Corriere della Sera, 16 settembre 2019
Salgono a sei i Paesi "volenterosi" disponibili a firmare l'accordo sui migranti. Il patto prevede che la distribuzione degli stranieri scatti prima dell'ingresso in porto delle navi e l'Italia ha già chiesto che il trasferimento sia immediato, ma la discussione si concentra adesso sui requisiti dei migranti. E anche sull'impegno della Commissione europea a gestire direttamente gli accordi per i rimpatri con gli Stati di origine.
In vista del vertice di Malta del 23 settembre il premier Giuseppe Conte e la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese stanno trattando direttamente con i partner - Francia e Germania prima di tutto - in modo da arrivare alla riunione con un testo condiviso. E senza escludere di inserire nella trattativa anche l'eventualità - in caso di emergenze dovute a sbarchi imponenti - di una rotazione dei porti disponibili anche in Francia e Spagna. Scontata appare invece la volontà di prorogare ulteriormente la missione Sophia per condividere il controllo del mare e l'impiego dei mezzi per i pattugliamenti.
Esclusa la possibilità di coinvolgere tutti i 28 Stati membri nella lista di chi accetterà il meccanismo di redistribuzione, si sta cercando comunque di ampliare la "rosa". Anche per fronteggiare il blocco di Visegrad determinato a dare battaglia per scongiurare qualsiasi tipo di intesa. Per adesso fra i cosiddetti "volenterosi" ne figurano con certezza solo sei: Germania, Francia, Italia, Spagna, Grecia e Malta. L'intesa prevede che gli stranieri vengano registrati dove sbarcano e poi trasferiti negli altri Stati in attesa di sapere se abbiano diritto all'asilo.
La bozza preparata nei mesi scorsi dal ministro degli Esteri del governo gialloverde Enzo Moavero Milanesi prevedeva di scardinare l'obbligo del Paese di sbarco di gestire tutte le richieste di asilo. Di qui l'idea di suddividere chi arriva fra i vari Paesi disponibili, ma soprattutto di farlo prima ancora che i rifugiati presentino la richiesta di asilo. Finché la Lega è rimasta al governo, la proposta di Roma non poteva decollare per un motivo politico: vista dalla Francia di Emmanuel Macron, un'intesa di questo genere con l'Italia appariva un aiuto al leader leghista Matteo Salvini e, di conseguenza, a Marine Le Pen. Il cambio di governo in Italia ha offerto al premier Giuseppe Conte uno spiraglio per far circolare lo stesso progetto in condizioni diverse e con alcune modifiche ritenute necessarie visto che il trattato di Dublino non è stato ancora modificato e dunque sussiste ancora l'obbligo di farsi carico dei richiedenti asilo fino alla decisione finale.
Il primo nodo da sciogliere riguarda le categorie di migranti sui quali si deve applicare la redistribuzione europea. Bisogna infatti trovare una mediazione tra chi vuole accettare solo coloro che sembrano avere fondati motivi di chiedere asilo o protezione internazionale e chi pretende - Italia e Malta - che ci sia invece un criterio più ampio per evitare che tutti gli irregolari rimangano lì dove sono sbarcati fino all'espulsione.
Per questo Conte chiede che la divisione per quote scatti ben prima dell'approdo delle navi, impedendo così che si possa scegliere se accogliere o no chi arriva. E soprattutto che si eviti di far rimanere in mare le imbarcazioni in attesa dell'esito dei negoziati. Anche perché dalla distribuzione sono esclusi coloro che arrivano con barchini e gommoni grazie ai cosiddetti "sbarchi fantasma".
Durante il colloquio della scorsa settimana con la presidente Ursula von der Leyen, il premier Conte ha insistito sulla necessità di far gestire proprio alla Ue gli accordi per i rimpatri, perché ha un peso diplomatico maggiore e può gestire in maniera diretta i progetti di sviluppo e gli aiuti economici da mettere sul tavolo dei negoziati.
All'Italia e agli altri Paesi europei resterebbe la possibilità di siglare le intese di polizia - come quelle che il Viminale ha rinnovato con la Tunisia - e la responsabilità di superare i ricorsi dei richiedenti asilo e attuare concretamente i rimpatri. Servirebbero adesso più governi aderenti al meccanismo dei "volenterosi", in modo da diluire per ciascuno l'impatto delle ripartizioni. Nasce di qui l'idea di Moavero e poi di Conte di condizionare la concessione dei fondi europei alla disponibilità a cooperare sui migranti. La minaccia ai Paesi d'europea centro-orientale è evidente. Ma la partita diplomatica rimane aperta più che mai.
di Luca Jahier* e Pietro Bartolo**
La Stampa, 16 settembre 2019
Ogni giorno ci svegliamo con l'ennesimo naufragio nelle acque del Mediterraneo. Ogni giorno dobbiamo fare i conti con le decine di migranti e rifugiati che perdono la vita cercando di raggiungere l'Europa. Ogni giorno siamo confrontati a retoriche opportunistiche di coloro che sembrano avere dimenticato la loro umanità. Eppure quei morti si possono evitare, perché dobbiamo smettere di pensare all'immigrazione come una emergenza. Bisogna smettere di trasformare in tragedia, un fenomeno perfettamente gestibile alzando muri e fili spinati, chiudendo i porti o scaricando la responsabilità sui paesi di arrivo.
Sembra impensabile che un progetto politico visionario quale l'Unione europea che, lasciandosi alle spalle la tragedia di due conflitti mondiali e la guerra fredda, sapendo garantire per oltre sessant'anni la pace nel continente, si areni davanti a un fenomeno perfettamente gestibile. Sembra inaudibile che in un paese come l'Italia, che per secoli ha visto i suoi cittadini emigrare in America e Australia e che ancora soffre di una grande emigrazione di giovani all'estero, si trovi oggi a stigmatizzare l'immigrazione seminando odio e paura in casa, fomentando tensioni e divisioni in Europa. A pochi giorni dall'inizio di un nuovo esecutivo europeo con a capo la tedesca Ursula von der Leyen, ci sembra opportuno puntare i riflettori sul fatto che bisogna smettere di puntarci il dito addosso e metterci intorno a un tavolo per trovare una soluzione.
La prossima presidente della Commissione europea dovrà accelerare il dialogo tra gli stati per eliminarne le contrapposizioni, e trovare una sintesi per forgiare un consenso politico sulle misure necessarie ad affrontare il fenomeno migratorio, in primo luogo la riforma del Sistema europeo comune di asilo. Nel 2016, anno in cui sono stato presentato il maggior numero di richieste d'asilo nell'UE, tali domande sono state 1,3 milioni vale a dire circa lo 0,26% della popolazione europea. Non si tratta certo di un'invasione. Non si tratta di un problema di numeri o di mancanza di risorse, ma di assenza di coraggio e volontà politica.
Trovare soluzioni durature è una sfida, ma è anche un dovere morale che deve essere affrontato non da un solo paese, ma da tutti i paesi. Per vincere è necessario porre in essere un partenariato globale e inclusivo in cui solidarietà e responsabilità siano condivise da tutta la comunità internazionale, e non solo da alcuni paesi e donatori ospitanti. Il Patto Globale sulla Migrazione ci fornisce una possibilità in tal senso. Il dibattito europeo, alimentato da dati falsi e stereotipi, è frutto di un'impostazione distorta della realtà, che non amplifica e condivide i numerosi vantaggi dell'immigrazione sia in termini di sviluppo economico che sociale. Per contrastare tale narrativa negativa, spesso intollerante e xenofoba, è necessario dissipare pregiudizi e false paure, abbandonando la cultura dello "scarto e del rifiuto", come Papa Francesco ha ripetutamente richiesto.
Le persone che sbarcano sulle nostre coste animate dalla ricerca di un futuro migliore non rappresentano una minaccia, ma un'opportunità per il modello economico e sociale europeo. A tal fine, dovrebbero essere attuate politiche d'integrazione sostenibili di lungo periodo, che prevedano il vaglio e il riconoscimento delle competenze, istruzione e formazione, allo scopo di stimolare l'economia. Una società fiorente senza una politica migratoria sicura e ordinata, sostenuta da tutti gli Stati Membri, è impensabile. L'unanimità tuttavia non può continuare ad essere l'alibi per l'immobilismo, come è stato sottolineato da Enrico Letta nei giorni scorsi. Ecco perché non bisogna più rimandare la ricerca di soluzioni.
Abbiamo bisogno di canali di ingresso legali, corridoi umanitari e una gestione ordinata e condivisa, nonché il consolidamento delle frontiere comuni. Occorrono vere politiche di investimento nei paesi terzi, non solo in quelli alle frontiere dell'Europa, per affrontare le situazioni di conflitto, di cambiamento climatico e povertà. Il cambiamento strutturale nella natura delle relazioni UE-Africa è già in atto, da una relazione donatore-destinatario a un dialogo tra pari basato sulla complementarità di reciproci interessi. Questo processo sarà sicuramente facilitato dalla creazione dell'area di libero scambio continentale (Afcfta), che sarà la più grande del mondo. Questo deve essere il momento del coraggio, il momento in cui si decide del futuro del progetto europeo, è il momento di dimostrare se siamo all'altezza della nostra storia e delle responsabilità che abbiamo verso le nuove generazioni. Dobbiamo fermare questa logica irrazionale, abbracciare un pragmatismo ambizioso, identificando le soluzioni che sono già a portata di mano. Basta slogan e tweet, è ora di agire insieme.
*Luca Jahier, Presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo
**Pietro Bartolo, Parlamentare europeo
La Repubblica, 16 settembre 2019
A riconoscere e denunciare i carcerieri sono state alcune delle vittime. I tre gestivano per conto di una organizzazione criminale un campo di prigionia a Zawyia. La Dda di Palermo ha disposto il fermo a Messina di tre persone accusate di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Avrebbero trattenuto in un campo di prigionia libico decine di profughi pronti a partire per l'Italia. I migranti hanno raccontato di essere stati torturati, picchiati e di aver visto morire compagni di prigionia.
I tre gestivano per conto di una organizzazione criminale un campo di prigionia a Zawyia, in Libia, dove i profughi pronti a partire per l'Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto. I fermati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all'omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione. L'indagine è stata condotta dalla squadra mobile di Agrigento diretta da Giovanni Minardi.
I tre fermati si trovavano nell'hot-spot di Messina. Si tratta di Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni, Hameda Ahmed, egiziano, 26 anni e Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. Le vittime, arrivate a Lampedusa il 7 luglio scorso dopo essere state soccorse dalla nave Mediterranea, hanno riconosciuto i tre carcerieri dalle foto segnaletiche mostrate loro dalla polizia, che, dopo ogni sbarco, fa visionare ai profughi le immagini di migranti giunti in Italia in viaggi precedenti proprio alla ricerca di carcerieri o scafisti.
I fermati erano arrivati in Italia qualche mese prima delle vittime. Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi. L'indagine è stata coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara. Il fermo è stato eseguito dalla Squadra mobile di Messina. Il capo dell'organizzazione si chiama Ossama, sarebbe lui a gestire il campo di prigionia di Zawyia in Libia. È l'ultimo capitolo del dramma dell'immigrazione "raccontato" dall'indagine della Dda di Palermo. Il fermo dei tre indagati è stato eseguito nell'hot-spot di Messina, dove i tre erano stati trasferiti dopo lo sbarco a Lampedusa.
A riconoscere e denunciare i carcerieri sono state alcune delle vittime. I migranti hanno raccontato le violenze subite consentendo l'identificazione dei tre che lavoravano per Ossama. Il capo della banda vive ancora in Libia. I profughi, con inganno o violenza o dopo essere stati venduti da una banda all'altra o da parte della stessa polizia libica, venivano rinchiusi in una ex base militare capace di contenere migliaia di persone. Le vittime hanno raccontato di essere state sottoposte ad atroci violenze fisiche o sessuali e di aver assistito all'omicidio di decine di migranti.
Per chiedere il riscatto alle famiglie dei prigionieri usavano un "telefono di servizio", tramite il quale migranti potevano contattare i loro congiunti, alla presenza dei carcerieri, e convincerli a pagare il riscatto. Ai parenti venivano inviate le foto con le immagini delle violenze subite dai propri cari. Chi non pagava veniva ucciso o venduto ad altri trafficanti di uomini; chi pagava, veniva rimesso in libertà, ma con il rischio di essere nuovamente catturato dalla stessa banda e di dover versare altro denaro ai carcerieri di Zawyia.
"C'erano anche donne e bambini. Sostanzialmente era una prigione della polizia libica. Presso questa ultima struttura, malgrado - racconta uno dei migranti ai poliziotti - c'erano funzionari dell'Oim, la stragrande maggioranza di noi migranti pativa la fame e la sete. Nessuno veniva curato e quindi lasciato morire in assenza di cure mediche. Personalmente ho assistito alla morte di tanti migranti non curati. Molti di noi aveva malattie alla pelle".
"Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all'interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni". È il racconto di una delle vittime dei carcerieri del campo di prigionia di Zawyia, in Libia, fermati dalla Dda di Palermo a Messina.
"Le condizioni di vita, all'interno di quella struttura, erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare - racconta - e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza venivamo picchiati al fine di sensibilizzare i nostri parenti a pagare denaro in cambio della nostra liberazione. Ci davano un telefono col quale dovevamo contattarli per dettare loro le modalità di pagamento".
"Durante la mia prigionia - continua - ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare".
"Tutti noi migranti eravamo divisi in gruppi per nazionalità e per sesso. - racconta un'altra vittima - Le donne erano messe tutte insieme, mentre noi uomini eravamo divisi per la nazione di appartenenza. Io, ovviamente ero con i camerunensi.
Le condizioni di vita del carcere erano dure. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno e ciò non bastava per placare la nostra fame, mentre l'acqua era razionata e non potabile, poiché bevevamo l'acqua del rubinetto del bagno. Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente e torturati con la corrente dai nostri carcerieri".
"I carcerieri erano spietati - spiega - il capo del campo si chiama Ossama ed è un libico. Vestiva in abiti civili ed aveva delle pistole sempre con sé". "Ho visto morire tanta gente - racconta - in particolare due fratelli della Guinea che sono deceduti a causa delle ferite subite nel campo. Con me all'interno di quel carcere c'era mia sorella Nadege che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute in Libia. Ho visto che molte donne venire violentate da Ossama e dai suoi seguaci".
di Benedetta Capelli
vaticannews.va, 15 settembre 2019
Nell'udienza ai Cappellani delle carceri italiane, alla Polizia e al personale dell'Amministrazione Penitenziaria, il Papa chiede di diventare "costruttori di futuro", di non spegnere la speranza dei detenuti, di essere "ponti" tra il carcere e la società civile. Francesco pronuncia una parola difficile a chi ogni giorno nelle carceri italiane è chiamato ad ascoltare il grido della disperazione, l'urlo della rassegnazione, a sventare gesti estremi. Chiede nell'udienza in Piazza San Pietro agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria, ai cappellani e ai volontari che lavorano nelle prigioni, di non soffocare mai la "fiammella della speranza", esorta poi a garantire "prospettive di riconciliazione e reinserimento" mentre chi è detenuto paga il debito con la società e fa i conti con gli sbagli del passato. Ma Francesco insiste molto sul rispetto della dignità di chi è in prigione e sull'ergastolo come soluzione per chiudere "in cella la speranza".
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