di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 44198/2019. Non commette il reato di autoriciclaggio l'amministratore che distrae l'azienda che apparteneva a una società fallita, reimpiegandola nelle attività economiche di un'altra costituita ad hoc. La Cassazione (sentenza 44198) respinge il ricorso del Pm, che contestava l'ordinanza con cui il Tribunale del riesame aveva avallato la scelta del Gip.
Un verdetto che escludeva il reato, per l'assenza di una concreta idoneità dissimulatoria, e dunque il sequestro preventivo di oltre 9 milioni di euro nei confronti del manager e della Srl per la responsabilità degli enti nel reato di autoriciclaggio, come previsto dal Dlgs 231/2001 (articolo 25-octies). Secondo la pubblica accusa la decisione era il risultato di una lettura sbagliata della norma sull'autoriciclaggio, che, nell'utilizzare la frase "in modo da ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa", non farebbe riferimento a un connotato esclusivo della condotta, ma "al risultato complessivo dell'azione, che deriva dal combinato tra condotta di autoriciclaggio in senso stretto e delitto presupposto". E se quest'ultimo è dunque idoneo a "nascondere" la provenienza delittuosa del bene, non servono altri accorgimenti dissimulatori.
Nello specifico la distrazione era stata messa in atto con un contratto di affitto dell' azienda simulato, in favore di una nuova società formalmente amministrata e partecipata dai familiari degli esponenti della fallita. Un meccanismo finalizzato a dare un'apparenza di legalità al negozio e dunque a far sembrare l'azienda di provenienza lecita.
Il contratto poi, pur concluso prima dell'entrata in vigore della norma sull'autoriciclaggio, aveva avuto conseguenze nel tempo. Per la Cassazione però la lettura del Pm presta il fianco a due critiche. La conclusione si traduce, infatti, in una non consentita duplicazione del reato presupposto, che non può far scattare al tempo stesso la bancarotta per distrazione e l'autoriciclaggio. Ma, anche ammettendo la correttezza della tesi del Pm, questa sarebbe comunque in contrasto con l'articolo 2 del Codice penale che impedisce di punire qualcuno per un reato non previsto dalla legge del tempo. Il riciclaggio è, infatti, un reato istantaneo, nello specifico tutte le operazioni di impiego dell'azienda di costruzione ed appalti pubblici si erano consumate prima dell'introduzione dell'articolo 648-ter, mentre era ininfluente la durata dei contratti ottenuti grazie al trasferimento fraudolento.
Anche ipotizzando un concorso di reati tra bancarotta fraudolenta e autoriciclaggio - per il bene sottratto ai creditori e reimmesso sul mercato, riutilizzando l'oggetto del reato presupposto - sarebbe comunque necessario che vendite e cessioni fossero successive all'operatività della norma.
Detto questo, la Cassazione chiarisce che per configurare l'autoriciclaggio è necessaria una particolare capacità dissimulatoria, tale da dimostrare che l'autore abbia effettivamente voluto occultare l'origine illecita dei beni. Condizione che, nello specifico, non sembra soddisfatta dalla sola distrazione e dal successivo contratto fittizio, senza ulteriori "accorgimenti".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 31 ottobre 2019
"Il carcere come azienda ha fallito". Ne è convinto Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Campania. Quotidianamente visita le carceri della regione, parla con i detenuti e le loro famiglie e con il personale penitenziario e fa un quadro della situazione. "Il primo dato che emerge con forza è quello del sovraffollamento - dice - celle da 2 diventano da 4, da 3 diventano da 6 e in alcuni casi anche da 9 con i letti a castello.
A una persona che sbaglia deve essere tolto il diritto alla libertà, non alla dignità". Ciambriello riporta una situazione allarmante con celle senza doccia, spazi troppo stretti con il cucinino troppo vicino al bagno. "A Carinola il bagno è a vista - dice - Lì erano sezioni per il 41bis, c'erano i terroristi e l'alta sicurezza, quindi dall'esterno bisognava poter vedere il detenuto anche quando andava in bagno ma non penso sia una questione di sicurezza".
Poi c'è la questione della sanità. Interminabili liste d'attesa per visite specialistiche e operazioni chirurgiche e mancano i farmaci. "Non ci sono nemmeno psicologi e psichiatri - denuncia Ciambriello - Eppure questa popolazione che si aggira intorno alle 7.870 unità ha problemi psicologici e psichiatrici. Sono persone che magari già in ingresso avevano il sostegno del Dipartimento di Salute Mentale, ma in carcere gli viene negato".
Eppure i detenuti con disagio psichico ci sono. Tra il 2015 e il 2016 sono infatti stati chiusi gli ospedali psichiatrici di Aversa e Secondigliano dove c'erano più di 400 persone ristrette. "C'è questa innovazione delle R.E.M.S. residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza in un sistema più sanitario - continua il garante dei detenuti - ma sono appena 50 i posti. Dove sono finiti gli altri 350? Mentre stiamo parlando nelle carceri campane ci sono almeno 13 detenuti che dovrebbero stare in una R.E.M.S. e poiché non ci sono posti devono stare in carcere ".
Ciambriello racconta che la metà dei detenuti in Campania sono in attesa di giudizio e molti di questi escono innocenti senza aver fatto nemmeno il processo di primo grado. "Negli ultimi 15 anni 16.000 italiani hanno ricevuto un risarcimento in denaro per ingiusta detenzione, l'anno scorso tra Napoli e provincia è successo a 410 persone".
Molti di loro, una volta tornati in libertà, non vogliono più avere a che fare con la giustizia e i risarcimenti non li chiedono nemmeno. "I reati gravissimi in Italia tra 61.000 detenuti sono appena 5.100, sono quelli che stanno dentro per reati connessi alla malavita organizzata, omicidio e altro. In Campania non arrivano nemmeno a 1.000. A uno che è condannato a un anno di carcere perché non assegnare una pena alternativa? Invece no, lo mandiamo in carcere, 'l'università del crimine' dove ci costa 159 euro al giorno".
Il problema del sovraffollamento non insiste solo sulla Campania ma su tutta Italia che è in cima alla classifica europea per il sovraffollamento. In Campania c'è il 127% di detenuti in più, solo a Poggioreale che ha una capienza stimata di 1.633 posti, c'è una presenza di 2.364 detenuti. Da anni si parla di costruire un nuovo carcere, ristrutturare padiglioni, sono arrivati anche fondi dal ministero per le infrastrutture, ma i lavori non iniziano mai. "Un anno e mezzo fa una società francese ha vinto la possibilità di costruire un nuovo carcere a Nola - dice Ciambriello - Un architetto ha anche mostrato un progetto su come dovrebbe essere, ma poi nessuno ci ha messo mano.
Tre anni fa il ministro per le infrastrutture Delrio ha passato 12 milioni di euro al provveditorato regionale per le opere pubbliche per far abbattere e rimodernare 4 padiglioni di Poggioreale, ma di questi soldi non è stato speso un euro. C'è forse una volontà politica a creare dei casi, delle rivolte, dei mostri?".
A tutte queste problematiche si affianca anche la carenza di personale. Ciambriello dice che in tutta la Campania ci sono 69 educatori e 15 psicologi che non bastano per seguire adeguatamente tutta la popolazione carceraria. "Da qui i casi di autolesionismo, sciopero della fame, l'anno scorso 11 suicidi, 77 tentativi di suicidio. Quest'anno già siamo a 6 suicidi di cui 3 a Poggioreale, poi ad Aversa, Secondigliano e nel carcere di Benevento".
A questo si aggiunge che nel 78% dei casi chi esce dal carcere ci torna reiterando i reati. "Si salva solo chi in carcere incontra un cappellano, un educatore o un buon corso di formazione che gli può dare un futuro. Lo studio e la cultura liberano". Lo testimonia il successo di iscrizioni, più di 60, al polo universitario che la Federico II ha aperto a Secondigliano.
La drammatica situazione delle carceri campane riguarda per lo più quelli maschili. Per le donne e i minori la situazione è un po' diversa. Sono circa 400 le donne recluse. "A Pozzuoli ci sono celle da 10 o 12 persone con un solo bagno. Poi c'è la massima sicurezza a Santa Maria Capua Vetere e sezioni femminili a Benevento, Avellino e Salerno dove l'anno scorso c'è stato il primo caso di una donna che si è suicidata. Diciamo che queste donne sono lì in sostituzione di uomini. La recidiva per loro non arriva nemmeno al 20%.
Questo perché vivono di più la responsabilità genitoriale e affettiva con i figli e probabilmente se si è fatta fregare una volta non lo farà più. Sui minori il dato è un po' più allarmante. Tra Nisida e Airola non arriviamo a 80 persone. Il problema è un altro: fuori da queste carceri c'è scritto 'Istituto penale per minorenni', ma tra le due strutture si contano sulle dita quelli che hanno tra i 14 e i 18 anni".
Fino a 25 anni è possibile scontare in una struttura minorile la pena per un reato commesso da minorenne. E così i 2/3 della popolazione carceraria minorile ha più di 18 anni. Per i minori Ciambriello auspica che si crei una progettualità per seguire i minori a rischio e prevenire il fatto che commettano i reati.
Poi c'è bisogno anche di seguirli dopo la misura detentiva per evitare che in carcere ci tornino. E si scaglia contro quei politici che affermano che "bisogna gettare la chiave". "L'anagramma di carcere è cercare. I politici che fanno queste affermazioni dovrebbero essere denunciati con un'aggravante. Dobbiamo tutti rispettare la Costituzione".
La Nazione, 31 ottobre 2019
Secondo gli inquirenti si tratterebbe di morte naturale. La Procura della Spezia ha ordinato l'autopsia. Un detenuto algerino trentenne è stato trovato privo di vita all'interno della sua cella nel penitenziario di Villa Andreino alla Spezia. Il cadavere è stato trovato questa mattina: Secondo i primi accertamenti svolti dal medico legale si tratterebbe di morte naturale. La Procura della Spezia ha comunque ordinato l'autopsia per comprendere le cause del decesso: l'esame si svolgerà domani.
di Francesca Di Tommaso
Gazzetta del Mezzogiorno, 31 ottobre 2019
"Ad agosto siamo arrivati ad essere in 25 in un'unica cella. C'erano i "paglioni", dove avremmo dovuto dormire, tutti in fila per terra. Per andare al bagno dovevamo stare attenti a non calpestarci a vicenda". Siamo nel 2011, ma la storia si ripete ciclicamente. Il commento è di un detenuto del carcere circondariale di Bari, riportato in un video dell'associazione Antigone, l'Onlus che svolge attività di promozione e tutela dei diritti delle persone private della libertà.
L'Osservatorio di Antigone riferisce che, al 30 settembre 2019, i detenuti presenti nel carcere sono 453, su una capienza di 299 posti. Il tasso di affollamento è dunque del 147,8%. "Sono costretti in spazi angusti, in celle con 3 o 6 posti letto a castello, con intuibile spazio tra le tavole adibite al riposo.
Per essere chiari, è come vivere in una cuccetta di seconda classe". La conferma delle difficoltà oggettive nel "Francesco Rucci" arriva dal presidente della Camera penale, Guglielmo Starace, in visita lo scorso agosto nella casa circondariale.
"La visita ci ha dato la plastica rappresentazione della condizione in cui le persone devono espiare la sanzione penale e, ciò che è più grave, della condizione in cui alcune persone sono costrette ad attendere di essere giudicate" spiega Starace.
"Ci sono soltanto 237 appartenenti alla Polizia penitenziaria (di cui 52 addetti al Nucleo traduzioni, i trasferimenti) per 428 detenuti. La struttura sanitaria ospita diversi detenuti affetti dalle più svariate patologie, comprese quelle psichiatriche, ed ha un personale medico ed infermieristico che si impegna quotidianamente per la tutela della loro salute e per la ricerca di finanziamenti per macchinari e dotazioni indispensabili per diagnosi e cure - continua Starace.
Abbiamo incontrato persone spesso in difficili condizioni di salute e in una situazione umana che è arduo definire civile. Un anziano con la bombola di ossigeno ci ha detto di dover espiare ancora due anni e che, per ragioni di salute, non può usufruire nemmeno delle ore d'aria". Nel 2018 i casi di autolesionismo sono stati 103; 67 gli scioperi della fame.
"Sono lì, tutti insieme, aggrappati ad una speranza spesso irrazionale di tornare nel mondo che gira. Chiedono di parlare con la Direttrice, con il dirigente medico, con gli educatori, con i familiari, con gli avvocati, con chiunque rappresenti un gancio con il mondo che c'è fuori". Nessun dubbio sull'impegno e il lavoro di chi segue la casa circondariale.
"La direttrice, Valeria Pirè, il dirigente medico, Nicola Suonino, erano lì ad accoglierci pur essendo in ferie e sono stati ospitali e disponibili a rispondere a tutte le nostre domande - racconta Starace - così come tutto il personale, in divisa e non, che ci ha accompagnato per il percorso. Il personale s'impegna con tutte le sue forze ma le nozze con i fichi secchi non si possono fare".
Problemi strutturali, quelli di un istituto penitenziario complesso, di primo livello ma con diversi circuiti penitenziari. E dove sono ospitati detenuti appartenenti a clan contrapposti, motivo per cui esistono due diverse sezioni per allocarli, sia per l'Alta che per la Media Sicurezza. "Gli spazi esterni dedicati alle attività comuni sono angusti e pericolosi ove si svolgano attività di carattere sportivo - racconta Starace.
Le sale dedicate ai colloqui con i familiari non sono dotate di condizionatori d'aria e l'aria pare irrespirabile. La detenzione può essere anche rieducazione, o addirittura educazione, ma per questo occorre che lo Stato impegni risorse umane e materiali per consentire alla società di ritrovare persone migliori rispetto al momento in cui hanno perso la libertà".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 ottobre 2019
La denuncia del Segretario provinciale del Sinappe. Cresce il sovraffollamento al carcere "La Dozza" di Bologna, in particolare alcune sezioni detentive, come il Reparto "Infermeria", che è a sua volta composto da quattro segmenti, dove sono sistemati detenuti appartenenti ai diversi circuiti penitenziari: "Nuovi giunti", segmento "H", sezione "Degenza" e "Grande sorveglianza".
A denunciarlo è Vitaliano Cinquegrana, il segretario provinciale del sindacato della polizia penitenziaria Sinappe. Ma il problema grava molto alla sezione "Infermeria", dove stazionano detenuti per troppo tempo, e comunque oltre il tempo necessario ad effettuare gli screening sanitari, proprio per la mancanza di posti disponibili nelle sezioni detentive giudiziarie e reclusione. Il Sinappe si rivolge direttamente alla direttrice del carcere e per conoscenza al provveditorato regionale, all'osservatorio carcere della camera penale di Bologna e al garante locale Antonio Aniello.
Quest'ultimo, oggi pomeriggio, presenterà la sua relazione annuale riguardante proprio il carcere in questione. Tra le varie criticità evidenziate, una è quella strutturale. Nel rapporto si legge che "sono notorie le criticità strutturali per quanto riguarda il profilo architettonico, anche risultando decisiva la congruità degli spazi per la piena attuazione del trattamento penitenziario e per i contenuti di umanizzazione della pena" e fa l'esempio dell'accentuata concezione claustrofilica dell'organizzazione degli spazi detentivi, alla carente presenza di ampi spazi dedicati alle attività trattamentali e alla mancanza di spazi dedicati ai refettori.
A questa criticità di base, va ad aggiungersi quella connessa "al logorio impiantistico e strutturale di un complesso penitenziario - si legge sempre nella relazione del garante Aniello - anche mal costruito che necessita di un programma di recupero per quanto riguarda in particolare il vetusto impianto idraulico soggetto a non infrequenti problemi alle tubature". Quindi, d'inverno, accade che le celle non si riscaldano.
Il Garante poi fa riferimento al trend in crescita delle presenze in carcere. La capienza regolamentare dell'istituto è fissata a 500 a fronte di 855 presenze (oggi aumentate ulteriormente), configurandosi una stabile condizione di sovraffollamento che comporta comunque un abbassamento complessivo della qualità della vita all'interno dell'istituto.
Per quanto riguarda la polizia penitenziaria, nonostante permangono singole interpretazioni del ruolo in chiave banalmente custodiale, il garante sottolinea che "si percepisce anche un diverso approccio culturale alla questione detentiva e al proprio lavoro, nella consapevolezza che possa esistere un'intima connessione fra la congruità delle condizioni detentive e dei percorsi trattamentali e le condizioni di lavoro degli operatori penitenziari".
di Laura De Benedetti
Il Giorno, 31 ottobre 2019
Potranno utilizzarlo per ottenere cure sanitarie, assistenza amministrativa e fiscale. Appello del difensore civico alla sindaca Casanova. "Chi è in carcere non perde i diritti civili: aprendo lo sportello del Garante dei detenuti anche nella Casa circondariale di Lodi, potremo aiutare le persone private della libertà ad ottenere cure sanitarie, svolgere pratiche amministrative e fiscali, ottenere i contributi spettanti.
Le forze, però, sono poche: mi appello alla sindaca perché, tramite bando, istituisca il garante comunale dei detenuti". Lo ha detto ieri Carlo Lio, difensore civico regionale e, come tale, anche garante dei circa 8600 detenuti attuali nei 17 istituti di pena lombardi, sovraffollati con una media del +30%: dopo aver istituito lo sportello nelle maggiori carceri, tra cui le 3 del Pavese, ieri ha inaugurato il servizio nella casa circondariale di via Cagnola, che mancava ancora all'appello insieme a Bergamo, Varese (che saranno attivati nelle prossime settimane), Cremona, Mantova e Sondrio.
"Saremo a Lodi una volta al mese: testeremo un ufficio entro Natale - ha spiegato Lio -. I detenuti possono fare richiesta di incontro e potranno avere un colloquio non sorvegliato né audito. Ma il nostro ufficio è composto solo da 3 persone.
Ho scritto alla sindaca perché emetta velocemente un bando di avviso pubblico per istituire il Garante comunale, che in genere è un componente del mondo dell'associazionismo che riceve un rimborso spese o un gettone. Ci aiuterebbe a stare vicino alle persone più fragili, quelle che non hanno un grande avvocato alle spalle".
Il progetto, partito l'anno scorso dal carcere di Opera e che vede la collaborazione di Luigi Pagano, già Provveditore delle carceri lombarde, presente ieri a Lodi, ha fatto emergere molti bisogni: "Le terapie mediche, in carcere, non sempre sono velocissime - spiega Loi -. Ma c'è anche chi chiede, oltre al trasferimento vicino ai familiari o in carceri più ambiti, come Bollate, dove si lavora, anche solo come rinnovare la patente per quando ottiene di effettuare lavori esterni, oppure contributi previdenziali o di disoccupazione maturati, o ancora un aiuto amministrativo per pagare cartelle esattoriali in scadenza".
"Non abbiamo molti spazi, noi stessi operatori condividiamo gli ambienti, ma comunque siamo entusiasti e attrezzeremo una sala per gli incontri col garante - ha rimarcato Caterina Zurlo, che dirige l'istituto lodigiano da febbraio.
Qui, nel carcere di Lodi, che spicca per umanità, favorita dagli ambiti ristretti, abbiamo ad oggi 79 detenuti su una capienza massima di 90: più della metà sono tossicodipendenti, metà stranieri e quasi la metà condannati definitivamente anche se qui dovrebbero starci solo persone in attesa di giudizio. Gli agenti sono 42 su 45 previsti: ci ha aiutato molto l'arrivo di 7 agenti ad agosto. Una decina di detenuti sta seguendo un corso per imbianchino: vorrei, come già nel carcere di Piacenza, da cui provengo, colorare alcuni spazi, anche col supporto di artisti esterni". Dopo l'evasione "per amore", nel maggio 2018, di un giovane che era riuscito, nell'ora d'aria, a scavalcare il muro di cinta e sparire per un paio di giorni, Zurlo assicura che "le misure di sicurezza sono state rafforzate, i procedimenti sono ancora in corso".
"A Lodi si sta anche predisponendo un protocollo tra le istituzioni per favorire l'inclusione sociale delle persone con problemi di giustizia - ha aggiunto Grazia Grena di Los Carcere, una delle associazioni che aiutano detenuti e famiglie dentro e fuori dall'istituto.
Noi seguiamo un centinaio di persone tra carcere, arresti domiciliari, pene alternative: i problemi maggiori riguardano chi esce ed è solo rispetto a chi ha seguito un percorso graduale di fuoriuscita con misure alternative. Col protocollo, ciò che oggi viene portato avanti con dei singoli progetti, diverrebbe un servizio".
di Aurelia Parente
noidicalabria.it, 31 ottobre 2019
Ha già visitato nove istituti di detenzione a fronte dei dodici presenti in Calabria il garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale Agostino Siviglia, a Crotone oggi per la sua prima visita alla casa circondariale della città e al Cara di Sant'Anna.
"La situazione nelle carceri calabresi è estremamente complessa - ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che si è svolta nella sala Giunta del Comune - perché è complesso il mondo dell'esecuzione penale. Ci sono problematiche per quello che riguarda l'assistenza sanitaria, l'effettività del trattamento rieducativo della pena e la possibilità del reinserimento socio lavorativo una volta scontata la pena detentiva".
La situazione dell'istituto penitenziario di Crotone non presenta problemi diversi da quelli che si registrano nel resto della Calabria: "C'è carenza di personale di polizia penitenziaria, difficoltà nel potere svolgere lavori volontari e gratuiti a favore della collettività da parte dei detenuti, nell'ottica di una giustizia ripartiva, e questo è anche molto significativo sia per una revisione critica del proprio comportamento, sia per restituire alla società in una logica di riparazione. Queste - continua l'avvocato Siviglia - sono problematiche che vanno affrontate e risolte, ma è fondamentale l'apporto della comunità esterna, quindi coinvolgere le associazioni di categoria e gli imprenditori, che sulla scorta dell'esempio di Callipo a Vibo, che da quattro anni assume detenuti, possano assumere persone che si trovano dentro il carcere, proprio per consentire a questi di professionalizzarsi, di avere una possibilità di reinserimento sociale e allo stesso tempo è vantaggioso perché ci sono abbattimenti, come sgravi fiscali e contributivi per chi assume detenuti o ex detenuti".
Il garante regionale è competente anche per i luoghi di privazione e limitazione della libertà personale, come i centri di prima accoglienza per rifugiati, quindi "è mia intenzione avere uno screening complessivo di tutti gli ambiti e i luoghi di isolamento e privazione della libertà e poi di coinvolgere direttamente tutti gli stakeholder, i portatori di interessi comuni e le istituzioni e amministrazioni interessate, in modo da poter intervenire in maniera coesa e trasversale".
Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Federico Ferraro, e l'assessore comunale ai Servizi sociali, Ines Mercurio.
foggiacittaaperta.it, 31 ottobre 2019
Il lavoro come strumento di riabilitazione in rapporto alla comunità di riferimento; le difficoltà nel definire i percorsi di inclusione sociale e il valore della promozione della cultura della legalità. Questi alcuni dei temi affrontati nel corso del workshop "Il lavoro ri-abilita. La comunità ri-accoglie? Germogli di opportunità in Capitanata per soggetti in conflitto con la legge", organizzato dall'Uiepe, Ufficio locale di Esecuzione Penale esterna di Foggia, in collaborazione con il Csv Foggia e con il sostegno della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia.
Un'iniziativa importante e formativa che ha avuto luogo nella giornata di ieri, 29 ottobre, e che ha posto l'attenzione sui modelli di ri-abilitazione dei progetti "Riscatto Sociale" di Aranea e "Ciascuno cresce solo se sognato" di Pietra di Scarto. Dopo i saluti di Roberto Lavanna, membro del CdA della Fondazione, è intervenuto Pietro Fragasso, presidente della coop. Pietra di Scarto di Cerignola, che ha raccontato, anche attraverso la testimonianza di Franco, Gianluca e Giovanni, il progetto di filiera equa e solidale del pomodoro. A seguire, Vincenzo Pacentra del Consorzio Aranea, insieme con Loredana, Giovanni e Oronzo, ha illustrato il percorso di crescita di "Riscatti sociali - lotterai, l´otterrai, lo terrai".
Al centro del dibattito, la speranza per i soggetti che sono entrati in conflitto con la legge di guardare al futuro, di credere nella possibilità di rifarsi una vita dopo la conclusione della pena. La scommessa - da quanto è emerso dai lavori - è dare a ogni ristretto ed ex detenuto un ruolo, una prospettiva; costruire un percorso di reinserimento nella società.
La strada? Una sola: il lavoro. "In alcuni Istituti Penitenziari si realizzano prodotti di qualità a costi contenuti: dobbiamo costruire percorsi simili anche in Capitanata. Ogni detenuto che vuole lavorare deve poterlo fare, perché solo così si fa vera prevenzione, solo così si costruisce una società più sicura", ha evidenziato il procuratore Vaccaro, intervenuto durante l'incontro.
Stando a quanto è emerso durante la giornata, appare netta la convinzione che non è corretto pensare che il detenuto debba passare il tempo solo aspettando la libertà. "La detenzione - si legge nel comunicato inviato - rappresenta un periodo della vita da utilizzare per crescere, uno sviluppo a cui tutti devono contribuire, ciascuno per la propria parte. Questo l'impegno assunto dai presenti".
di Luigina Ambrogio
La Fedeltà, 31 ottobre 2019
Il carcere di Fossano ha ospitato il Progetto Sicomoro che punta alla riabilitazione attraverso il riconoscimento della colpa, la riconciliazione e l'impegno al cambiamento. "Ho provato emozioni che non avevo mai provato, emozioni che dovrebbero provare tutti, non solo i detenuti". Questo il commento di uno dei partecipanti al Progetto Sicomoro concluso nei giorni scorsi nel carcere di Fossano: otto incontri fra detenuti e vittime alla presenza di un'equipe di "facilitatori". Lo scopo è quello di sanare le ferite e spezzare le catene che legano sia chi ha commesso il crimine che chi ha subito le conseguenze di un reato.
Giovedì scorso i partecipanti hanno comunicato le emozioni vissute nel corso di un incontro tenuto nel salone del Santa Caterina. Presenti, insieme alla popolazione carceraria, la direttrice della casa di pena Assuntina di Rienzo, il comandante della Polizia penitenziaria, le educatrici e il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, Bruno Mellano.
Uno dei volontari che ha coordinato il gruppo ha spiegato la filosofia del progetto e le modalità con cui si realizza.
"Si parte dal riconoscimento della colpa - ha detto - lasciando per un momento da parte le ragioni che possono aver portato il detenuto a compiere il reato. Con l'aiuto delle testimonianze dei famigliari delle vittime ci concentriamo sulle conseguenze di un reato, che non sono mai circoscritte alla vittima ma coinvolgono molte persone, a volte comunità intere. Interrompono sogni di ragazzi e giovani, segnano a vita chi aveva legami affettivi con la vittima".
"Se avessi potuto incontrare chi ha rovinato la mia famiglia"
"Questa fase del percorso fa bene ai detenuti, che spesso ammettono di non aver mai riflettuto sulle conseguenze dei loro atti, ma fa bene soprattutto ai famigliari delle vittime, che nel processo sono messe da parte" - hanno spiegato i volontari dell'associazione Prison Fellowship, ideatrice del progetto -. Molte persone, dopo aver partecipato a questi gruppi, ci hanno detto: 'Se avessi potuto incontrare chi ha rovinato la mia famiglia e avessi potuto ascoltare le sue ragioni come è avvenuto oggi, sarei riuscita a guarire prima.
"Non voglio più tornare in galera"
Il percorso prosegue con un cammino di riabilitazione basato sul desiderio di riconciliazione e di "riparazione" attraverso una restituzione concreta o simbolica del danno arrecato.
Dalle testimonianze dei detenuti si comprende come questa fase sia importante. "Chiedere perdono a una vittima mi ha fatto sentire molto libero - ha detto uno dei partecipanti -; mi ha liberato dai miei pesi".
"Ho capito che la mia anima sa fare spazio, capire, sostenere" - ha detto un altro.
L'ultima tappa del percorso è dedicata al cambiamento. Un impegno non scontato e a cui si arriva con intensità diverse.
"Io avevo desiderio di cambiare - confida un detenuto al termine del percorso - ma non ne avevo la forza. Questo progetto dà la forza per fare un passo che da solo non ti senti di fare".
"Se non incontri persone come queste non capisci" - spiega un altro detenuto. Qui, partecipando alle attività del carcere, avevo già fatto tanti progressi, ma ora, grazie a questi volontari, ho capito molte cose che prima non avevo chiare. Non voglio più tornare in galera"
"Prima di partecipare a questo corso ero refrattario a qualsiasi proposta - ha confessato un altro -: non mi interessava imparare un mestiere; io volevo semplicemente organizzarmi per continuare, una volta fuori, a spacciare. Ho ascoltato con attenzione le storie delle vittime di spacciatori come me e non voglio più essere io a infliggere quel dolore. Non posso chiedere perdono a tutte le persone a cui ho fatto del male vendendo la droga, ma se, una volta uscito, mi si presentasse qualcuno a propormi di continuare a spacciare direi: 'No, non vendo più droga'. Posso trovare da vivere senza spacciare. Dopo questo percorso per la prima volta ho accettato un lavoro proposto dal carcere".
"Chi ha fatto questo percorso è cambiato"
La direttrice del Santa Caterina, intervenendo giovedì mattina, ha spiegato di aver sperimentato positivamente il progetto Sicomoro nel carcere di Ivrea dove ha operato prima di arrivare a Fossano. "Credo molto in questo percorso - ha detto - ho potuto constatare che chi vi ha partecipato è cambiato; è diventato più autocritico.
Anche la responsabile dell'Area trattamentale, Antonlla Aragno, ha sottolineato la positività del percorso: "Il contatto con le vittime è molto importante per l'elaborazione del proprio vissuto, soprattutto per chi fatica a fare questo passaggio".
Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti, ha detto: "In questi giorni si discute molto sul senso della pena, ma poi si delega tutto all'Amministrazione penitenziaria mentre il carcere non può essere l'unica risposta. Là dove si realizza un incontro fra esperienze si realizza molto di più in termini di riabilitazione: ce lo dicono le parole che abbiamo ascoltato ma soprattutto gli abbracci che abbiamo visto sul palco".
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 31 ottobre 2019
La società italiana è talmente incrostata di cattiveria da rendere irrilevante la ricerca di elementi di umanità nelle esistenze mostruose. Il fatto più terribile è che gli elementi di umanità sono più difficili da reperire fra le vite angeliche che in quelle demoniache: il bene rinuncia alla comprensione del male, si auto riflette e vive in una rappresentazione dell'umanità. Chi sta nel giusto tifa, a ragione, per la distruzione del male. Ma chi sta nel giusto? Qualcuno se lo è chiesto mai come davvero si dovrebbe essere? E un riparo, o almeno un contenimento del male, si può ottenere? La verità è che migliaia e migliaia di ragazzi nati male riempiranno celle buie o bare strette.
La verità è che la marginalità produce devianza, nel Sud dell'Italia, nella periferia delle città, nei margini del mondo. E la marginalità, in posti periferici in cui si è lasciato che le controculture criminali diventassero dominanti, è una bomba atomica che lascerà scampo a pochi e gli effetti radioattivi si approprieranno del futuro. La verità è che migliaia e migliaia di ragazzi meridionali finiranno male, dopo aver fatto danni irreparabili a migliaia e migliaia di innocenti. Avranno la sorte dei loro fratelli delle generazioni che li hanno preceduti. E a nessuno frega nulla. Pensare ai cattivi è un tifo perdente, in un conformismo cinico imperante.
Il tifo è facile da un comodo divano con gli hippy hippy urrà di fianco a giustizieri implacabili. Bisogna esserci nati nei posti della marginalità, per aver coscienza della umanità che vi nasce, di quella che vi sopravvive e di quanta necessità ci sia di non lasciare alla deriva questi sentimenti. L'abbandono e il bastone sono le risoluzioni scelte. Non servono profeti per vedere il futuro che continuerà a essere quello: ragazzi che saranno tonnellate di carne da galera e innocenti che pagheranno per quelle scelte. E spesso anche da chi vuol comprendere arrivano al massimo carezze, le carezze che si concedono ai bambini, piccoli ancora per capire.
E quello sono i nati male: un popolo di bambini molestati che ha invertito le responsabilità, e si attribuisce le colpe delle violenze altrui.
Li hanno messo sul banco degli imputati e loro ci stanno su afflitti, pronti a confessare qualunque misfatto. Se parlano di loro stessi lo debbono sempre e solo fare parlando in termini di riscatto, ambire al perdono. Ma quale riscatto, e rispetto a quali colpe? Vivono schiavi, al servizio, e salgono sopra qualunque convoglio, ovunque li spediscano, a curare i beni altrui.
Hanno un'unica e immensa responsabilità: di non aver lottato fino in fondo per la loro libertà. Hanno colpa di non prendere a calci quelli che fra loro li tradiscono. Rispetto a questo sono colpevoli, senza alcun alibi. Ma rispetto ad altre società che si sentono perfette in confronto a loro, e li utilizzano in chiave consolatoria, non hanno riscatti o colpe da pagare. Non hanno bisogno del perdono. E devono scrollare la cenere dal capo e scendere dal banco degli imputati.
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