di Adriana Pollice
Il Manifesto, 18 settembre 2019
A luglio sono state presentate circa 62.900 richieste di protezione internazionale nei 28 stati membri dell'Unione europea più Norvegia e Svizzera, con un aumento del 26% rispetto a giugno. L'Easo (l'ufficio europeo di assistenza all'asilo) ieri ha illustrato i dati: le domande quest'anno sono leggermente cresciute rispetto a luglio 2018 (59.375), quasi pari allo stesso mese del 2017 (62.040). Dall'inizio dell'anno, sono state presentate 400.500 domande di protezione internazionale nell'Ue (più Norvegia e Svizzera) con un aumento del 11% rispetto allo stesso periodo del 2018. Livelli "drasticamente più bassi" di quelli registrati durante la crisi migratoria del 2015-2016, ha spiegato Easo. A luglio 2016, infatti, le domande erano state 122mila.
Da Siria, Afghanistan e Venezuela sono arrivate circa un quarto di tutte le domande di protezione internazionale. In particolare, siriani e afgani hanno fatto registrare un aumento del 34% ciascuno rispetto allo scorso giugno. Gli altri principali paesi di origine sono Iraq, Pakistan, Turchia, Colombia, Iran, Nigeria e Albania. Molte richieste di cittadinanze sono associate a rilevamenti di attraversamento illegale delle frontiere: rispetto a giugno, le domande di asilo sono cresciute più rapidamente tra i cittadini dei paesi che necessitano di un visto per entrare in Ue, Norvegia e Svizzera rispetto ai cittadini che non hanno bisogno del visto.
In particolare, i siriani hanno presentato 6.543 domande di asilo a luglio. Nei primi sette mesi dell'anno il totale è stato di circa 38.800 domande, nello stesso periodo del 2018 erano state circa 44mila. Nonostante il calo, una domanda su dieci nei 30 paesi viene presentata da un cittadino siriano. Gli afgani a luglio hanno depositato 5.040 domande di protezione internazionale, anche per loro si è registrato un più 34% rispetto a giugno. Dall'inizio dell'anno, sono state 28.600 le domande, in aumento del 20% rispetto allo scorso anno. Ancora in comune con i siriani, la maggior parte delle domande si sono concentrate in cinque paesi. I venezuelani, invece, hanno fatto segnare a luglio quasi 3.800 domande, con un aumento del 18% rispetto a giugno. Le richieste nei primi sette mesi del 2019 (25.500) sono state più numerose di quelle registrate nell'intero 2018 (22.200).
Per quanto riguarda le domande in attesa di una decisione in primo grado, alla fine dello scorso luglio erano circa 456.300, oltre 15mila casi in più rispetto a giugno dovuti soprattutto a revisioni tecniche relative ai venezuelani. Inoltre, a fine aprile si sono registrate il doppio delle domande in attesa di una decisione in appello o di revisione. In parallelo alle richieste presentate, c'è stato un aumento delle decisioni di prima istanza che hanno toccato quota 51mila, uno dei livelli più alti raggiunto nei 30 paesi, e in aumento del 22% rispetto a giugno. Oltre un terzo (35%) di tutte le decisioni di luglio ha garantito lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria. Nell'intero 2018 la media è stata del 39%.
wired.it, 18 settembre 2019
Il New York Times ha scoperto che si spendono circa 13 milioni di dollari per ogni detenuto: da quando è stata aperta, nel 2002, la struttura a Cuba è costata all'America 7 miliardi di dollari Il dibattito sul futuro di Guantánamo, il carcere di massima sicurezza statunitense aperta nel 2002 all'indomani degli attacchi alle Torri gemelle per volere dall'amministrazione Bush ed entrato nell'immaginario collettivo come un luogo nel quale i detenuti sono sottoposti ad abusi e torture, si arricchisce di un nuovo elemento.
Un'inchiesta coordinata del New York Times e del Pulitzer Centre on Crisis Reporting - un'organizzazione no-profit che offre supporto economico ed editoriale ai giornalisti che vogliono far luce su storie poco conosciute - ha scoperto che soltanto da settembre 2017 a settembre 2018 sono stati spesi 540 milioni di dollari (circa 490 milioni di euro) per far funzionare la struttura. È una media di 13 milioni di dollari per ogni detenuto.
Il costo è superiore a quello del Supermax, il famigerato carcere di massima sicurezza in Colorado, dove la spesa per ogni detenuto si aggira intorno ai 78mila dollari, è aumentato rispetto al passato - nel 2013 superava di poco i 454 milioni di dollari - e non ha eguali nel mondo. I giornalisti hanno stimato che, da quando è stato aperto nel 2002, gli Stati Uniti hanno dovuto spendere circa 7 miliardi di dollari, 2 dei quali dal 2014 in poi. Un'inchiesta di Npr, il network radiofonico statunitense, parla di un numero leggermente più basso: 6 miliardi.
Ci sono diverse ragioni che spiegano un costo così elevato. Innanzitutto, Guantanamo è una struttura molto grande: ci sono tre edifici carcerari, due sedi centrali, almeno tre cliniche, due compound dedicati agli incontri tra detenuti e carcerati, una sala per le udienze e un tribunale dove si svolgono i processi. Ci lavorano più di duemila persone tra agenti penitenziari, membri della Guardia costiera che pattugliano il mare - Guantánamo si trova sull'insenatura omonima, nella punta sud-est dell'isola di Cuba - oltre a dottori, psicologi, ingegneri e analisti d'intelligence. Visto che la maggior parte di loro è costretta a vivere sull'isola, il dipartimento della Difesa copre anche i costi di vitto e alloggio - che sono esclusi dal bilancio di qualsiasi altra prigione federale dove gli impiegati sono pendolari che vanno al lavoro ogni giorno.
Inoltre, ogni volta che c'è un'udienza bisogna organizzare il trasferimento di avvocati, giudici e materiale. Un solo viaggio con un charter del Pentagono costa circa 80mila dollari: nel 2008 ne sono stati effettuati circa 52. A tutte queste voci si somma anche un altro costo: quello per trasferire sull'isola l'attrezzatura per fare esami più approfonditi e il personale specializzato per la chirurgia vertebrale che manca a Guantánamo.
Il costo economico, oltre che umano, di Guantánamo è uno dei motivi per cui persone - come il democratico eletto al Congresso americano Adam Smith - vogliono chiudere la prigione. Sembra però che la prigione resterà aperta ancora a lungo. L'opinione pubblica è infatti contraria al ricollocamento dei detenuti in altre strutture all'interno degli Stati Uniti e Donald Trump ha detto che spera di mandarci ancora più "brutti ceffi".
Al momento a Guantánamo ci sono circa 40 detenuti tra i quali Khalid Sheikh Mohammad che è considerato la mente degli attacchi alle Torri Gemelle dell'11 settembre. In tutto, si stima che siano stati incarcerati 770 uomini di nazionalità straniera e che il periodo di maggior affollamento sia stato nel 2013, quando nel carcere si trovavano 677 persone. Durante gli anni alla Casa Bianca, George W. Bush ne ha scarcerati 540, che sono stati spesso rimpatriati nei loro paesi d'origine; Barack Obama altri 200.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 settembre 2019
Aster Fissehatsion, protagonista della lotta per l'indipendenza e importante esponente del Fronte eritreo di liberazione popolare; suo marito, l'ex vicepresidente e ministro degli Esteri Mahmoud Ahmed Sheriffo; gli ex ministri degli Esteri Haile Woldetensae e Petros Solomon; Dawit Isaak e Seyoum Tsehaye, giornalisti del quotidiano indipendente Setit. Sono alcuni dei 28 prigionieri di coscienza - 11 esponenti politici e 17 giornalisti - in carcere dal 2001 di cui ieri Amnesty International è tornata a chiedere il rilascio. Gli oppositori politici vennero arrestati per aver scritto una lettera aperta al presidente Isaias Afewerki chiedendogli di rispettare la costituzione convocando elezioni e mantenendo lo stato di diritto; i 17 giornalisti furono ritenuti colpevoli di averla pubblicata.
Da allora, nessuno dei prigionieri in ha dato mai notizia di sé o è stato formalmente incriminato di qualche reato. In carcere si trova anche la moglie di Petros Solomon, Aster Yohannes, arrestata nel dicembre 2003 all'aeroporto dell'Asmara, appena atterrata dagli Usa dopo aver appreso dell'arresto del marito. Amnesty International ha deciso di lanciare la campagna nel primo anniversario dell'arresto dell'ex ministro delle Finanze Behrane Abrehe.
Arrestato per aver scritto un libro in cui invitava i cittadini a mobilitarsi pacificamente per la democrazia, dal 17 settembre 2018 non si hanno informazioni sul luogo di detenzione e sulle sue condizioni di salute. Il particolare beffardo, che getta un'ombra pesante sulla credibilità dei meccanismi internazionali per la difesa dei diritti umani, è che questa atroce ingiustizia si protrae da quasi due decenni proprio mentre l'Eritrea siede nel Consiglio Onu dei diritti umani.
di Mauro Mellini
Italia Oggi, 17 settembre 2019
In mano a procuratori, giornalisti, predicatori dell'antipolitica. Ma non sempre è così. Se c'è un istituto, una norma, un provvedimento del nostro Codice di procedura penale e delle sue inestricabili filiazioni che sembra essere stato escogitato per il motivo opposto a quello proclamato all'atto della sua istituzione ed addirittura per realizzare l'opposto della sua denominazione, questo è il variamente denominato avviso di "garanzia". Garanzia essa è infatti solo di sputtanamento dell'indagato.
di Patrizio Gonnella
L'Espresso, 17 settembre 2019
Non tutti sono prigionieri del consenso. Non tutti alimentano paura e odio. Non tutti credono che un detenuto debba marcire in galera. Non tutti affidano al diritto penale e alle prigioni la nostra tranquillità sociale e il nostro benessere. C'è chi non ha perso una vocazione pedagogica alta e non si preoccupa di moderare o modificare le proprie parole a seconda di chi lo sta ad ascoltare, non essendo vittima del circolo vizioso mediatico-politico-elettorale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 settembre 2019
Molte idee del "sindacato" sono nel Ddl Bonafede. Ma non tutte. Sono tentativi di uscire dall'angolo. Di limitare i danni, ridurli il più possibile e riprendere la navigazione dopo la tempesta Palamara. Dal parlamentino dell'Anm, riunitosi sabato scorso, arriva di fatto un tentativo di mediazione sulla riforma Bonafede. In particolare sulle parti che riguardano il Csm e l'ordinamento giudiziario.
di Gianfranco Di Rago
Italia Oggi, 17 settembre 2019
Errori giudiziari al top a Catanzaro, Napoli e Roma. Ogni otto ore una persona innocente subisce ingiustamente la custodia cautelare in carcere. Dal 1991 a oggi lo stato ha speso circa 800 milioni di euro, 56 euro al minuto, come liquidazione dell'indennizzo ai malcapitati. Ogni otto ore una persona innocente subisce ingiustamente la custodia cautelare in carcere.
di Gelsomino Del Guercio
aleteia.org, 17 settembre 2019
"Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società". Detenuti, pena, carceri: Papa Francesco fa rumore su tre temi molto sensibili. Il Papa ha ricevuto sabato 14 settembre in Udienza la Polizia Penitenziaria, il Personale dell'Amministrazione Penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità. In Piazza San Pietro, Francesco si è rivolto con toni molto chiari e decisi nei loro confronti. In particolare ha ringraziato per il lavoro svolto quotidianamente gli operatori delle carceri e i cappellani. Poi, ha lanciato un messaggio di speranza ai detenuti.
calabriamagnifica.it, 17 settembre 2019
È partito il Progetto dedicato all'inclusione socio-lavorativa di soggetti detenuti reclusi. Ieri, alle ore 11.30, presso la Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, è stato presentato il nuovo Progetto "InsideOut", finanziato da Caritas Italiana e realizzato dal Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro.
Le Autorità pubbliche e le diverse figure che sono intervenute questa mattina alla Conferenza Stampa di presentazione, sono state: Mons. Vincenzo Bertolone, Vescovo di Squillace/Catanzaro; la dott.ssa Angela Paravati, Direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro; il Magistrato di Sorveglianza Angela Cerra; Antonio De Marco, Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro; Don Roberto Celia, Direttore Caritas di Catanzaro/Squillace; Silvia Saladino, Referente Progetto InsideOut, Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro; Antonella Prestia, Referente Progetto Caritas di Catanzaro. Il Progetto, gestito dal Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro (Ccs) e dalla Caritas Diocesana di Catanzaro-Squillace, sarà dedicato al reinserimento socio-lavorativo ed all'accoglienza abitativa dei detenuti.
Nella conferenza di oggi sono stati evidenziati gli obiettivi del progetto, nonché i principi importanti come quelli del concetto di Giustizia Riparativa e di Pubblica Utilità, nonché il principio importante della funzione riabilitativa della pena, che si basa sull'obiettivo di promuovere un reinserimento socio-lavorativo del detenuto, attraverso misure alternative alla detenzione.
In particolare ha sottolineato la Direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, la Dott.ssa Angela Paravati che - " il progetto è fondamentale perché c'è la garanzia dei suoi promotori, che sono la Caritas e il Centro Calabrese di Solidarietà con cui - spiega la Dott.ssa - abbiamo rapporti ormai importanti e solidali".
Inoltre, continua a spiegare la Direttrice del Carcere che - "il progetto in una delle sezioni prevede delle borse lavoro per i detenuti che effettueranno lavori all'esterno e quindi potranno avere una retribuzione che sicuramente va ad aiutare quel percorso di crescita e di reinserimento all'interno della società". E poi c'è un aspetto importante, continua ancora la Paravati, - "l'aspetto sulla Pubblica Utilità, i detenuti andranno ad effettuare gratuitamente dei lavori nelle parrocchie del comprensorio e dei lavori anche manutentivi, anche del verde, per cui è un modo per loro di ripagare la società per gli errori che hanno fatto" -.
Ad evidenziare gli obiettivi proprio del progetto è stato durante la Conferenza, Antonio De Marco - Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro - il quale ha dichiarato: - "presentato insieme con la direzione delle carceri e con il Magistrato di Sorveglianza, questo progetto - InsideOut - è un progetto finanziato dalla Caritas italiana e realizzato dal Centro Calabrese di Solidarietà, che ha l'obiettivo di promuovere un'esperienza di apertura delle carceri sul territorio e di inserimento sociale e lavorativo dei detenuti sul territorio stesso, attraverso forme alternative alla detenzione domiciliare e attraverso borse di studio e di lavoro, per consentire la realizzazione degli obiettivi di reinserimento sociale-lavorativo e di riabilitazione che sono la base dell'esperienza detentiva".
Don Roberto Celia, Direttore Caritas di Catanzaro/Squillace, ha invece evidenziato come è fondamentale lo spazio della parrocchia all'interno di questo progetto – "È un progetto con cui stiamo cercando di includere le parrocchie, tre parrocchie hanno aderito a questo progetto, per fare in modo tale che le persone possano inserirsi man mano nella società, a partire dalla parrocchia che è sempre un luogo e un ambiente di accoglienza". Continua ancora Don Roberto Celia, affermando "la difficoltà maggiore per una persona è dimostrare agli altri che è cambiato. Non tutti trovano, come si legge nella parabola, - un padre che accoglie e che fa festa - c'è bisogno molte volte di superare un pregiudizio e il pregiudizio sappiamo bene che è un po' difficile da scardinare".
Silvia Saladino, Referente Progetto InsideOut, Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro, ha sottolineato invece l'importanza delle attività di sensibilizzazione all'interno del territorio, che spesso è - " proprio il terreno di coltura su cui si forma il fenomeno della devianza e in cui si amplifica il fenomeno della devianza. Quindi il progetto insisterà sulla sensibilizzazione della comunità con attività seminariali, con un percorso che coinvolgerà le scuole di Catanzaro, con la realizzazione addirittura di un corso cinematografico che faremo all'interno delle mura del carcere di Catanzaro".
Antonella Prestia, Referente Progetto Caritas di Catanzaro, ha infine sottolineato come - "questo progetto - InsideOut - è stato sostenuto e finanziato da Caritas Italiana che nell'ambito di un progetto carcere più nazionale vuole promuovere una idea di giustizia che non reprime l'essere umano, ma che lo rende sempre più responsabile e consapevole di una responsabilità nei confronti della comunità, nei confronti della quale ha commesso questa violazione" -. Continua ancora la Referente del Progetto Caritas di Cantanzaro - "è un progetto che tende a promuovere una cultura della mediazione e quindi vuole, non solo favorire l'inserimento e la riabilitazione, quanto anche permettere la riparazione di quella relazione che si è rotta tra il reo e la vittima, tra il reo e la società, tra il reo e la comunità, perché si ritiene che la relazione che si ripara è lo snodo attraverso il quale passa il riscatto sia del reo che della vittima. Stiamo tendendo verso una giustizia riparativa, è quello che dovrebbe permettere a questa società veramente di evolvere, di dimostrare come si garantisce anche il principio del giusto processo".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione VI - Sentenza 16 settembre 2019 n. 38260. Gli amministratori di società in house sono imputabili per peculato se utilizzano di propria iniziativa le risorse economiche societarie per pagare sanzioni pecuniarie finalizzate a evitare le conseguenze penali per violazioni in materia di lavoro, sicurezza e tutela ambientale commesse da dipendenti.
E non può il dirigente, che ha provveduto al pagamento - in assenza di qualsiasi delibera formale - difendersi dall'accusa sostenendo di aver agito a tutela di interessi superiori dell'ente rispetto alle posizioni personali oggetto delle sanzioni pecuniarie. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 38260/2019 depositata ieri, ha di fatto chiarito che l'amministratore non può difendersi sostenendo che il fine degli esborsi era quello di evitare il coinvolgimento dell'ente e perseguire la via più veloce al fine di evitare ulteriori danni e maggiori esborsi.
L'interesse dell'ente - Le violazioni in materia di lavoro e sicurezza o di tutela ambientale per cui la legge commina sanzioni pecuniarie non di origine amministrativa, ma di natura penale. Nel caso in esame si trattava, infatti, di contravvenzioni per le quali è prevista la possibilità di evitare il processo penale attraverso il pagamento di sanzioni pecuniarie. Scansare tali conseguenze processuali e il coinvolgimento dell'ente per responsabilità dei dipendenti nello svolgimento delle loro mansioni, anche solo in termini di immagine, sarebbe il fine dichiarato con cui il dirigente dell'area bilancio e finanze della società in house ha cercato di difendere il proprio operato dall'accusa di peculato.
Inoltre, sosteneva il ricorrente che non aveva appreso denaro dalla casse, cioè risorse pubbliche, per fini personali, ma a vantaggio di altri manager o capisquadra incappati nei reati contravvenzionali previsti dai testi unici in materia di lavoro e ambiente. Cioè non vi era appropriazione, ma distrazione di denaro pubblico.
E la Cassazione coglie l'occasione per ribadire che la distrazione ben può integrare il reato di peculato in quanto consiste in una condotta proprietaria illegittimamente assunta dall'agente che toglie dal fine pubblico le risorse.
La mancata previsione dell'esborso - Il ricorrente contestava la misura cautelare del sequestro affermando che fosse interesse dell'ente evitare le conseguenze degli illeciti connessi nell'ambito dell'attività di servizio pubblico svolto in house e sosteneva di esservi specificatamente autorizzato in base a una delibera di cui è stata accertata l'inesistenza.
Tale inesistenza ha comportato l'ulteriore imputazione per il reato di falso di chi era di fatto un pubblico ufficiale. La Cassazione spiega, infatti, che la possibilità di effettuare tali forme di pagamenti non è esclusa a priori, ma può essere pienamente legittimata dalla deliberazione dell'ente che la ritiene utile a tutela della compagine societaria.
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