di Errico Novi
Il Dubbio, 1 novembre 2019
Intervista a Cesare Mirabelli, Presidente emerito della Consulta. "Una legge è possibile. Non sarebbe possibile però una legge sull'ergastolo ostativo che reintroducesse un divieto", spiega il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli. Una valutazione che potrebbe addirittura trovarsi a esprimere il presidente della Repubblica. Perché in effetti un provvedimento che "stabilisca parametri e principi fissi da seguire per concedere o negare i permessi agli ergastolani ostativi", come auspicato sul Fatto Quotidiano dai direttori Marco Travaglio e Peter Gomez, è un tema all'ordine del giorno.
"Se reintroducesse il divieto dichiarato illegittimo della Corte, una simile norma sarebbe palesemente incostituzionale", ricorda il presidente Mirabelli, "al punto che il Capo dello Stato potrebbe valutarne il rinvio alle Camere. Certo, va tenuto conto che qualora il Parlamento riproponesse quel provvedimento, lo stesso presidente sarebbe tenuto a promulgarlo. Ma credo che un ipotesi di contrasto fra il legislatore e la Consulta sia lontana".
D'altra parte è già molto attivo il fronte schierato per una immediata replica alla pronuncia che ha eliminato il divieto assoluto di permessi agli ergastolani ostativi (condannati per mafia e terrorismo). Con il Fatto, che ha aperto una petizione on line, si sono espressi, per esempio, la capogruppo del M5S nella commissione Affari Costituzionali di Montecitorio Anna Macina (in un'intervista al Dubbio) e diversi magistrati, come il togato del Csm Sebastiano Ardita.
Il cuore del dilemma riguarda la possibilità che il legislatore dichiari tassativamente inefficace per alcune specifiche figure di ergastolani la sentenza della Corte costituzionale. Ad esempio, per chi è stato capomafia. Sarebbe legittima una norma simile?
No. Vorrebbe dire reintrodurre in altra forma il divieto che la Corte ha dichiarato incompatibile con la nostra Costituzione. Il legislatore può precisare i parametri in base ai quali il giudice valuterà quanto l'ergastolano possa essere ancora pericoloso, ma senza reintrodurre automatismi né eliminare la discrezionalità del giudice stesso. Ma mi permetta di partire dai dati che abbiamo a disposizione.
Certo...
Ecco, intanto noi non abbiamo le motivazioni della Consulta, e dobbiamo procedere sul piano delle ipotesi. Sappiamo però che la sentenza emanata dalla Corte si muove nella stessa direzione del giudizio espresso dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Sappiamo anche come nel nostro ordinamento sia definitivamente acquisita la funzionalità che i contatti al di fuori del carcere assumono rispetto al reinserimento del condannato. Ciò detto, la Corte di Strasburgo da parte sua ha ritenuto che la rottura dei rapporti con l'organizzazione criminale debba poter essere dimostrata anche in maniera alternativa alla collaborazione. Altrimenti, ha chiarito la Cedu, la pena diviene contraria ai principi di umanità.
Plausibile che la nostra Corte costituzionale abbia seguito la stessa linea?
Noi sappiamo per certo che la nostra Corte si è spinta oltre il perimetro, già chiarito, della cosiddetta collaborazione inesigibile. Sappiamo cioè che la sentenza del 23 ottobre scorso riguarda necessariamente la possibilità che il condannato provi di non avere più un rapporto con l'organizzazione criminale nonostante non abbia avviato la collaborazione con la giustizia.
È caso di chi teme per l'incolumità di persone care che non potrebbero essere incluse nel programma di protezione?
Nelle pronunce europea e italiana tale aspetto è certamente emerso. Ecco, qui interviene la saggezza del giudice. Perché è evidente che potrebbe esserci un pericolo, ma ora il giudice non dovrà valutarne la sussistenza in modo burocratico. Dovrà verificare in altro modo che non vi siamo più contatti con la cosca, per esempio.
Quindi l'eventuale legge non potrà introdurre nuove preclusioni...
Non può indicare casi in cui la domanda di permesso torni a essere inammissibile, a non dover essere neppure presa in considerazione. Può però precisare in che modo debbano essere provate le condizioni necessarie alla concessione del permesso. Se intervenisse così, una nuova legge non confliggerebbe con la sentenza. Se si spingesse oltre lo farebbe.
Già ora l'ordinamento indica come vincolanti le eventuali valutazioni di pericolosità contenute nei pareri che il giudice deve acquisire dalla Dna, per esempio...
E si tratta di valutazioni che hanno evidentemente un grande rilievo, considerata l'ampiezza del panorama che il procuratore nazionale Antimafia può osservare. Certo, chi è stato a capo di una organizzazione può mantenerne un controllo morale seppur non operativo. È il re in esilio che se rientra riprende il suo ruolo. Diverso è il caso del soggetto che abbia avuto una posizione diversa.
Il che vuol dire che una legge potrebbe tassativamente escludere determinati soggetti per il fatto stesso di essere stati " capi"?
No. Il legislatore può fissare dei parametri ragionevoli che il giudice deve utilizzare. Ma se stabilisse delle esclusioni tassative passeremmo dalla zuppa a pan bagnato, tanto per semplificare all'estremo. Non si può bypassare la decisione della Corte, si configurerebbe un vizio di violazione del giudicato costituzionale. In ogni caso qualunque nuova legge, ovviamente, è esposta al vaglio della stessa Corte costituzionale, oltre che a quello del presidente della Repubblica.
Secondo Milena Gabanelli i detenuti mafiosi restano in contatto con le cosche grazie ai loro avvocati...
L'avvocato ha degli obblighi deontologici, ed è sottoposto come tutti alla legge penale. Anche il peggiore dei delinquenti ha diritto ad essere difeso: è una regola di civiltà. Un conto è il difensore, altro è il consigliori, che commette reati. E comunque è chiaro come sia assai più complesso il dovere di decidere secondo diritto e con determinate garanzie. Gli inglesi portavano i detenuti indesiderati in Australia. Ma lo Stato di diritto è un'altra cosa.
di Marco Patarnello*
Corriere della Sera, 1 novembre 2019
Dopo la sentenza della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo. Parafrasando una bella canzone che impazza sul web, si potrebbe dire che la decisione della Corte costituzionale che rimuove il divieto di concedere i permessi premio ai condannati per mafia che non intendono collaborare con la giustizia ce la chiede la Corte europea per i diritti dell'uomo.
Ma non sarebbe esatto. Leggeremo le motivazioni di questa rivoluzione che la nostra Corte sta disegnando, ma la decisione italiana non si limita ad intervenire sull'ergastolo ed ha scritto una pagina che si estende a tutte le pene in materia di mafia. E che probabilmente non si limiterà ai soli permessi, ma affermerà un principio legato a doppio filo anche agli altri e ben più significativi benefici penitenziari.
Il tema è complesso e delicato, si interseca con la sofferenza profonda di molte persone e non merita di essere banalizzato con approcci scandalizzati o superficiali, ma non si può neppure pretendere che venga esaminato senza calarlo nella realtà della società italiana del 2019. Il tema del rigore carcerario nei confronti dei condannati per mafia (o per coloro che la favoreggiano, come è accaduto, ad esempio, per Dell'Utri e Cuffaro) è stato da tempo al centro di ben noti interessi criminali e politici, che tuttavia non sono mai riusciti a scalfire questa legislazione.
Oggi la Corte, verosimilmente con la penna del relatore Zanon, scrive il perimetro di questa nuova pagina sulla pena, in cui ogni parola peserà come un macigno e affida alla magistratura di sorveglianza il ruolo di Atlante. Non è questa la sede per una riflessione giuridica senza ipocrisie e senza cinismo sulla funzione della pena e sui limiti della ragion di Stato, temi difficili ed entrambi profondamente incisi dalla decisione della Corte.
Ma credo esista lo spazio - e, penso, anche il dovere - per un magistrato di sorveglianza come me per dire qualche parola comprensibile per l'opinione pubblica su un tema così incidente sul patto sociale e sulla vita della comunità italiana.
La magistratura di sorveglianza ha il petto largo e l'entusiasmo necessario per affrontare la delicata sfida che la decisione della Corte le ha lanciato e farà tutto il possibile affinché questa sia l'occasione per una migliore umanizzazione della pena e non diventi l'occasione per un arretramento nel contrasto alla mafia o per far sentire ancor più isolato e abbandonato chi già ha subito o subisce tuttora la violenza quotidiana e l'assenza dello Stato in molte zone del nostro Paese.
Ma i problemi ci sono. Quella della Corte è una decisione di raffinatissima civiltà, ma adatta ad essere calata in uno Stato solido, con un patto sociale sufficientemente condiviso, dinamiche sociali adeguatamente governate e con un ragionevole controllo del proprio territorio. Uno Stato percepito come un interlocutore presente e autorevole. Ma diversamente da quanto è avvenuto sul terrorismo, il nostro Paese non ha ancora vinto la battaglia che lo condusse alla legislazione di emergenza sul terreno della lotta alla mafia.
Ci sono ampie zone del nostro territorio che ancora oggi sono sottratte alle dinamiche e alle regole comuni e al controllo dello Stato. Tutto il Paese, sia pure in modo diverso, ne è pervaso. Sono molti gli anelli deboli della catena che regola le decisioni della magistratura di sorveglianza circa la concessione dei benefici.
È di pochi giorni fa l'allarme lanciato dal Procuratore della Repubblica di Napoli circa il controllo di taluni istituti penitenziari da parte della criminalità. Non il controllo di Platì o di San Luca, ma di importanti carceri italiani. E il Procuratore Melillo non è un allarmista o un giustizialista. Non basta che la comunità dei giuristi immagini o ritenga che l'Italia sia la punta di diamante della civiltà moderna perché l'Italia lo sia davvero.
Compete a chi ha la responsabilità di governare questo Paese fornire la magistratura e quanti operano in questo settore degli strumenti necessari a uno Stato che si vuole così importante. Compete a chi rappresenta il Paese legiferare in modo da tenere unito il patto sociale e consentire a tutti di vivere in un paese civile. Chi è dentro il carcere e chi ne è fuori.
*Giudice del Tribunale di Sorveglianza di Roma
di Elisabetta Zamparutti
Left, 1 novembre 2019
È stato scalfito ciò che sembrava intoccabile in nome di una malintesa antimafia. La decisione della Corte costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis, comma 1, facendo cadere il divieto assoluto per gli "ergastolani ostativi" di accedere a permessi premio, apre una breccia nel muro di cinta del fine pena mai e recepisce, almeno per i permessi premio, quanto già stabilito dalla Corte europea per i diritti dell'uomo nella sentenza Viola vs Italia che aveva fatto cadere la presunzione di pericolosità assoluta nei confronti dei detenuti di cui sopra.
Adnkronos, 1 novembre 2019
Con il primo ministro della Repubblica d'Albania, Edi Rama, "abbiamo operato una ricognizione della già intensa cooperazione in campo giudiziario e di polizia. Ho ribadito l'impegno italiano a rafforzare questa cooperazione, con particolare attenzione alla lotta alla criminalità organizzata e ai traffici illeciti. Sono lieto di poter annunciare che è stata raggiunta un'intesa anche nell'importante settore del trasferimento dei detenuti albanesi, già un primo trasferimento si concluderà a breve". Lo afferma il premier Giuseppe Conte, nel corso delle dichiarazioni alla stampa con Rama.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 novembre 2019
La Circolare del Miur voluta dal Sottosegretario Azzolina (M5S). Il ministero dell'Istruzione ha emanato una Circolare sulle assenze da scuola dei figli dei detenuti. Una circolare fortemente voluta dalla sottosegretaria all'Istruzione, Università e Ricerca, Lucia Azzolina. "È una circolare che ho personalmente sollecitato - ha dichiarato la Azzolina - anche su segnalazione del mio collega parlamentare Raffaele Bruno, che conosce bene il tema ed è impegnato in un capillare tour nelle carceri alla scoperta delle buone pratiche e dei laboratori teatrali che saranno oggetto di una specifica mozione di cui sarà primo firmatario".
di Luca Rocca
Il Tempo, 1 novembre 2019
Stavolta i penalisti non potevano far finta di nulla, ed è finita com'era ovvio che finisse, vale a dire con la querela dell'Unione camere penali contro Milena Gabanelli, rea di aver accusato gli avvocati dei mafiosi di far da tramite fra i boss in carcere e le loro cosche di appartenenza.
Tutto ha avuto inizio tre giorni fa, quando la Gabanelli ha dedicato la sua rubrica "Dataroom" sul Corriere Tv alle sentenze con le quali la Corte europea dei diritti dell'uomo e la Consulta hanno "bocciato" l'ergastolo ostativo, stabilendo che anche il mafioso che non collabora con la giustizia può, se il suo legame con la criminalità organizzata è cessato, rivolgersi al magistrato di Sorveglianza per chiedere di ottenere, ad esempio, dei permessi premio.
Partendo dal presupposto che è difficile accertare se davvero il mafioso in carcere ha reciso o meno i contatti con la sua cosca, la Gabanelli ha sostenuto che "migliaia di atti processuali, nel corso di quarant'anni, hanno dimostrato che casualmente emerge il fatto che il tizio che è in carcere ha ancora contatti con la cosca, e lo ha attraverso gli avvocati (i cui colloqui in carcere, ndr) non sono monitorabili".
Per la giornalista, dunque, in molti casi, come dimostrerebbero gli atti giudiziari, i legali dei mafiosi farebbero da tramite fra i propri clienti e le cosche. Affermazioni che hanno provocato la reazione di Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali: "Uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti", ha affermato il penalista, prima di domandarsi se sia questo "il giornalismo d'inchiesta nel nostro Paese".
Poi l'annuncio, con un'inevitabile punta di sarcasmo, della querela: "La signora Gabanelli verrà ora a raccontarci in Tribunale i riscontri che avrà certamente raccolto in ordine ad una simile, strabiliante e diffamatoria accusa nei confronti di tutti gli avvocati penalisti italiani impegnati in quei delicatissimi processi".
di Gian Carlo Caselli*
Oggi, 1 novembre 2019
La Consulta ha aperto all'autorizzazione per chi sta scontando pene "ostative". La questione è molto controversa. La Consulta ha deciso con un solo voto di scarto, 8 a 7, a mio giudizio con troppo "distacco dalla realtà" della mafia.
Un'organizzazione spietata, dominata da regole inderogabili: giuramento di fedeltà perpetua; persistenza dello status di "uomo d'onore" fino alla morte; possibilità di uscire dall'organizzazione solo con un atto di "diserzione" (la collaborazione o "pentimento"). Esperienza investigativa e qualificati studi di psicologia applicata evidenziano poi una perversa "identità mafiosa". I mafiosi sono convinti di appartenere a una "razza superiore", quella in cui rientrano soltanto i veri uomini (non a caso autodefinitisi "d'onore").
Nel mondo esterno non ci sono uomini, ma individui da assoggettare. Non persone, ma oggetti che si possono eliminare (se dànno fastidio) con totale distacco emotivo. Dunque, vero è che l'art. 27 della Costituzione parla di "pena che deve tendere alla rieducazione del condannato", per cui in linea di principio l'ergastolo tollera la concessione di benefici.
Ma è del pari vero che ciò ha senso - altrimenti è pura astrazione - solo quando si tratta di condannati che danno segni concreti di volersi redimere. E i mafiosi ergastolani non pentiti, a causa della loro specifica "identità", sono ontologicamente incompatibili con ogni prospettiva di recupero. Di più: concedendo loro "permessi premio", si aprono (è facile da prevedere) spazi dei quali essi profitterebbero per rientrare in qualche modo nel giro delle attività criminali.
Ragionare in questi termini non significa essere manettari o forcaioli, né indulgere a logiche vendicative. Significa riconoscere realisticamente che non possiamo permetterci il lusso di aprire falle nell'antimafia. L'obiezione che non ci sarà nessun "automatismo" è fondata, perché la concessione del permesso spetterà caso per caso a un giudice.
Ma attenzione: posto che informazioni e pareri vari sono per lo più atti burocratici o di facciata, l'unico segno esteriore di autentico ravvedimento è la collaborazione con lo Stato, senza di che al giudice si chiede di azzardare una scommessa surreale. E se dice di no, il mafioso automaticamente lo vedrà come un "nemico". Esponendolo a rischi che è irresponsabile trascurare.
*Ex procuratore di Palermo
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 1 novembre 2019
"Avvocato Melzi, forse non ha capito: se lei non mi dice tutto sulla "cosca Ferrazzo", lei non esce più dal carcere, perché butto via le chiavi".
Se qualche ingenuo pensava che questo tipo di espressione, butto via le chiavi, abbondasse solo sulla bocca dello stolto o dell'incauto politico, può subito ricredersi. Questa parole sono state pronunciate, oltre dieci anni fa, da uno di quei magistrati che vengono indebitamente definiti da alcuni "antimafia" e da altri più correttamente "professionisti" della medesima, il dottor Mario Venditti, che all'epoca di questa storia era pubblico ministero della Dda a Milano. Le chiavi che il famoso magistrato voleva buttare erano quelle che tenevano incarcerato un brillante avvocato milanese, Giuseppe Melzi, noto non solo per aver assistito i piccoli risparmiatori della Banca Privata Italiana (vicenda Sindona) e del Banco Ambrosiano (vicenda Calvi), ma anche per le sue numerose attività nel mondo ella cultura, dell'arte, dei diritti e della solidarietà. Un bravo avvocato, un bravo cattolico, che stava sempre "dalla parte giusta", quella dei deboli contro i forti, della giustizia contro le ingiustizie. Trentacinque anni di onorata professione senza macchia. Sedici anni di persecuzione del circo mediatico-giudiziario. Con le stimmate del mafioso, anzi del "regista" di un traffico di armi e droga tra la Svizzera e la Calabria, al soldo di una sconosciuta "Cosca Ferrazzo", lavando soldi da reinvestire in Sardegna e altri luoghi turistici.
Ora l'avvocato Melzi, a un anno dalla notizia dell'archiviazione del suo caso, ha scritto un Libro Bianco ("riservato a familiari ed amici"), in cui racconta anche di sé, della sua vita distrutta, lo studio professionale chiuso, la sospensione dall'Ordine degli avvocati, il carcere, la gogna, gli interrogatori infiniti, le intercettazioni e i pedinamenti subiti. Tutto ciò è il vestito che gli è stato cucito addosso con aghi crudeli. Ma quel che vuole far sapere a chi lo saprà ascoltare è che ogni giorno sono mille e ancora mille i vestiti cuciti addosso con crudeltà a tanti malcapitati, non da un sistema, ma da persone, che vengono chiamate con nome e cognome. E puntigliosamente vengono elencati gli ostacoli che certi amministratori di giustizia frappongono al diritto alla difesa e al rispetto della Costituzione.
L'avvocato Giuseppe (o Pino o Pinuccio) Melzi viene "fermato" con una scusa alle ore 13,15 del primo febbraio 2008 davanti al suo studio di largo Richini, pieno centro di Milano, proprio di fronte all'Università Statale dove si è laureato. In caserma gli viene consegnato un ordine di custodia cautelare del gip Guido Salvini costruito con il copia-incolla: 258 pagine scritte dal pm e 18 dal giudice, veloce sintesi delle precedenti. Nella stessa giornata vengono perquisiti con esito negativo casa auto e studio legale dell'avvocato, dove vengono sequestrate carte di lavoro che riempiono sei faldoni. Lui viene portato a San Vittore.
L'inchiesta nasceva a Varese, nelle mani di un pm, Agostino Abate, molto noto alle cronache perché in seguito sarà trasferito dal Csm al tribunale civile di Como per "gravi inerzie" in procedimenti famosi come il caso Uva e l'uccisione di Lidia Macchi. Nel corso dell' indagine, chiamata suggestivamente Dirk Money, denaro sporco, Giuseppe Melzi ha subito, senza neppure un'informazione di garanzia, controlli bancari per quattro anni e mezzo, intercettazioni telefoniche su dieci diverse utenze e ambientali: 11.587 pagine di trascrizione, 17 faldoni di complessivi 76 dell'intero procedimento, OCP (osservazioni, controlli, pedinamenti) riportati in 169 pagine. La relazione finale dei Ros dei carabinieri individuava l'avvocato Melzi come il "regista" delle attività mafiose di una presunta "cosca Ferrazzo" e il suo studio legale, come scrisse in quei giorni per esempio La Repubblica, "uno dei luoghi d'incontro di affiliati alla 'ndrangheta calabrese e truffatori italosvizzeri".
Dopo avergli infine inviato un'informazione di garanzia per "agevolazione mafiosa" e "riciclaggio" il dottor Abate aveva poi trasmesso per competenza gli atti alla procura "antimafia" di Milano, dove entrano in scena il dottor Venditti, quello delle chiavi, e il gip Salvini che ne dispone la custodia cautelare in carcere. E ricomincia la trafila degli interrogatori, con i legali (Giuliano Pisapia, Massimo Di Noia, Matteo Uslenghi) che si trovano nelle mani migliaia di pagine che dovrebbero sostenere un'ipotesi accusatoria che è solo un teorema. Complessivamente sono state verbalizzate 1.195 pagine e ancora non c'è il bandolo della storia. Nel frattempo, con grande sprezzo del pericolo, l'Ordine milanese degli avvocati sospende l'avvocato dalla professione.
Poi, dopo 89 giorni di custodia in carcere e 7 mesi ai domiciliari, arriva la libertà e insieme la richiesta di rinvio a giudizio. Ma il gup Paolo Jelo, dopo aver scoperto che non era mai esistita una "cosca Ferrazzo" né in Calabria né altrove, scopre anche che la competenza territoriale non era radicata a Milano (e l'ufficio del "regista" dove si incontravano i mafiosi?), ma in Sardegna, dove si sarebbero dovuti fare i famosi investimenti con il denaro sporco. Nel 2016 i giudici sardi archiviano, dopo altri 7 anni di vane ricerche, l'inchiesta, definendo le indagini di Varese e Milano "assurde e cieche".
Ma non è ancora finita. Perché i magistrati archiviano e non notificano. Così l'avvocato Melzi verrà a sapere per caso da un collega sardo che la sua persecuzione è finita solo due anni dopo. Sono passati sedici anni dalle prime indagini. E oggi c'è questo Libro Bianco che andrebbe diffuso non solo a "familiari e amici" come l' avvocato vorrebbe.
Basterebbe leggere, oltre alla sua storia, i titoli dei capitoli che dedica alle distorsioni che condizionano le storie giudiziarie di tanti: l'avvocato indagato, il predominio dell'accusa, il potere a vita insindacabile dei giudici, la riparazione e il risarcimento, la madre di tutte le caste, le correnti orgogliose, i rischi professionali, discrezionalità e arbitrio, avvocato e non prestanome. E dedica un bel capitolo all'informazione, anche qui con nomi e cognomi di giornalisti, ma anche di autori di libri sulla mafia che parlano dell'avvocato Melzi come di un appartenente alle cosche. Come per esempio "Per non morire di mafia" di Pietro Grasso e Alberto La Volpe.
P.S. "Dopo l'arresto dell'avvocato Giuseppe Melzi, accusato di riciclaggio e reimpiego di capitali a favore della 'ndrangheta, abbiamo assistito all'ennesima condanna preventiva senza nemmeno aspettare l'esito di un processo. Possibile che nessuno abbia avuto il buon gusto di dire, o quantomeno di pensare, che l'avvocato Melzi potrebbe essere innocente?... Insomma, la storia non cambia, basta un'informazione di garanzia o un arresto per essere già colpevoli... Io, senza timore, pongo a tutti questa domanda, semplice e chiara: e se l'avvocato Melzi fosse innocente?". Tiziana Maiolo, assessore al Comune di Milano, 13 febbraio 2008. Citazione dalla prima pagina del Libro Bianco..
di Piero Paciello
lattacco.it, 1 novembre 2019
Standing ovation per "Un'ora d'aria colorata" nella Casa Circondariale di Foggia. Ieri pomeriggio un centinaio di detenuti hanno applaudito e cantato insieme con Luca Pugliese, poliedrico artista campano che si è esibito in numerosi classici della musica napoletana.
Il concerto, fortemente voluto dalla direttrice dell'istituto, Giulia Magliulo, dal comandante del corpo di polizia penitenziaria, Luca Massimiliano Di Mola e dal capo area trattamentale Giovanna Valentini, ha visto il musicista esibirsi nella sua veste live preferita: la versione "one man band" (voce, chitarra, percussioni a pedale).
"Le mie canzoni e la mia musica - ha detto Pugliese - godono di un'energia totalmente diversa da quando ho deciso di regalarle a chi ne ha veramente bisogno. Se vogliamo migliorare il nostro paese, dobbiamo cominciare dal basso, recuperando e riabilitando chi ha sbagliato, e che ciò non è solo doveroso, ma è anche possibile. Io metto gratuitamente a disposizione una mia competenza; se tutti dessero qualcosa gratis per alleviare la sofferenza altrui, sicuramente il mondo starebbe più in armonia con se stesso".
Insieme a lui sul palco, per qualche minuto, anche Enzo, detenuto con un grande talento musicale, applaudito dagli altri ristretti per la sua esibizione.
"Questi eventi, in cui i detenuti si mettono in gioco - il commento del direttore dell'Istituto Penitenziario, Giulia Magliulo - sono molto importanti per i percorsi trattamentali. La musica, che io amo particolarmente, ha un grande valore educativo. Come diceva Aristotele, può procurare la catarsi, ma anche donare sollievo. La funzione terapeutica della musica scaturisce da quel particolare 'poterè che ha il suono di elevare lo spirito. In un contesto come questo diventa quasi magica, perché può portare lontano, regalare un sorriso".
Nuovi percorsi trattamentali e maggiore sicurezza, dunque, sono gli obiettivi del direttore Magliulo, a capo della Casa Circondariale di Foggia da circa due mesi.
"Ho scelto questa destinazione - ha sottolineato - perché volevo dare il mio contributo in un luogo in cui fosse necessario uno sforzo in più. In questo Istituto c'è carenza di personale e per questo motivo diventa ancora più importante lavorare sulla motivazione, investire sulle relazioni. Il persole in servizio diventa come una seconda famiglia: qui si trascorrono insieme tante ore ed è importante cogliere e valorizzare ogni risorsa. Costruire una rete con le istituzioni presenti e operanti sul territorio è un'altra priorità a cui sto già lavorando, con massimo impegno".
di Luciano Sciurba
Il Messaggero, 1 novembre 2019
A Velletri i detenuti diventano vignaioli. Il "Rosso di Lazzaria", è un vino rosso prodotto con le uve della grande tenuta agricola con vigna che si trova all'interno della struttura penitenziaria e infatti prende il nome dalla zona dove si trova la Casa Circondariale.
Il vino è stato presentato nella cantina interna al carcere alla presenza del vescovo di Velletri, monsignor Vincenzo Apicella, del vice garante dei detenuti Sandro Compagnoni, dell'enologo che ha curato la produzione Sergio De Angelis e di numerosi altri ospiti ed esperti del settore. "È stata una battaglia vinta, ha detto al direttrice del penitenziario Donata Iannantuono, abbiamo rimesso in piedi la cantina, impegnato l'agronomo della struttura Marco De Biase, alcuni agenti di polizia penitenziaria e diversi detenuti che si sono offerti volontari.
Alla fine è venuto fuori un prodotto eccellente, che va' ad aggiungersi al pane di Lariano, prodotto nella Casa Circondariale di Re Bibbia,, con cui abbiamo stretto un'ottima collaborazione nel produrre i prodotti tipici locali, come anche l'olio d'oliva, che viene sempre prodotto qui da noi grazie ai nostri uliveti e alla collaborazione dei detenuti".
- Subito una legge anti-mafiosi
- "Magistrati, avvocati e università hanno ucciso la nostra giustizia"
- Modena. "Ulisse": i detenuti scrivono raccontando il loro carcere
- Belluno. I ragazzi vanno "A scuola di libertà", organizza l'associazione Jabar
- Firenze. Al carcere "Gozzini un progetto per promuovere la sostenibilità ambientale









