di Michele Antonio Corona
arborense.it, 19 settembre 2019
Nei mesi scorsi si è risollevata l'immancabile denuncia sul sovraffollamento nelle carceri della Penisola e nel nostro territorio. Abbiamo incontrato Paolo Mocci, avvocato e Garante per i Diritti dei detenuti per capire meglio la situazione e iniziare un discorso che possa farci conoscere meglio le criticità negli Istituti di pena.
In che modo possiamo comprendere il fenomeno del sovraffollamento carcerario?
È necessario porre un'importante premessa per evitare, come spesso avviene, che il fenomeno possa diventare pretesto per campagne demagogiche e giustizialiste. Il Ministero di Grazia e Giustizia svolge annualmente un'indagine demografica sulla popolazione carceraria, che può essere consultata sul sito del Ministero. Nell'analizzare i dati generali (aggiornati al 31 agosto 2019) ci rendiamo conto che il numero dei detenuti nei 189 istituti italiani supera di gran lunga la capienza regolamentare: 60.741 detenuti per 50.469 posti.
Pertanto, notiamo che il problema è reale. Tuttavia, se controlliamo regione per regione (e successivamente per singolo istituto) ci si rende conto che le situazioni sono estremamente differenti. Solo un esempio: mentre negli 11 istituti pugliesi sono presenti 3784 detenuti a fronte di 2319 posti regolamentari, nei 10 istituti sardi si contano 2.281 detenuti per 2.706 posti regolamentari. Per stare vicino a noi, nei dati del rilevamento risulta che il numero dei detenuti a Massama e dei posti regolamentari è di 265 per entrambi. Nella colonia penale di Isili il rapporto è 96 detenuti su 130 posti disponibili. Dunque, a livello numerico il problema è fasullo.
Intende dire che bisogna saper leggere meglio i dati e andare più a fondo rispetto a una mera indagine statistico-anagrafica?
Certamente. Se, da una parte, il problema numerico è una criticità costante, dall'altra non può essere considerato né l'unica né la principale piaga del sistema carcerario italiano. Forse potremmo riflettere in modo più adeguato e sistematico sullo spazio che ogni detenuto deve avere nella propria cella. La Corte Europea per i Diritti Umani, dopo la famosa sentenza Torreggiani del 2013, decretò che lo spazio vitale per ogni detenuto deve essere di 3 mq escluse le suppellettili. A molti potrebbe sembrare uno spazio poco congruo alla detenzione, quando essa è vista solo come pena detentiva. Durante il pernottamento di una settimana in una camera d'albergo come state se aprite la valigia e sistemate in modo confuso il vostro abbigliamento? Pensate cosa significa questo per una persona che deve passare in una piccola cella 20 o 30 anni o tutta la vita. In una logica giustizialista questo è scontato, in una dimensione in cui l'umanità del colpevole è al centro, non si può ammettere ciò.
Molti potrebbero obbiettare che i detenuti rischiano di avere più diritti e confort delle persone libere...
La detenzione, in qualsiasi ordine di cose, non è mai confortevole. Dostoevskij sosteneva che "Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni". Questa affermazione è capitale per rendere tutti i cittadini consapevoli di cosa si viva in carcere e in modo speculare come viva la società esterna. Provocatoriamente possiamo dire che fino a che in carcere non sono garantiti i diritti necessari dei detenuti, non si può essere certi che la società libera possa essere certa di essere civile.
A questo proposito, cosa si può dire della possibilità di istruzione, di crescita sociale e di formazione professionale negli istituti di pena?
L'istruzione è un diritto generale e tutti, in teoria, possono frequentare un percorso didattico e scolastico e perseguire il titolo. Tuttavia, l'assetto strutturale del carcere nega continuamente il diritto per ragioni di sicurezza o di convivenza. Nella fattispecie, se due detenuti che non possono stare in una classe per ragioni pregresse e che minerebbero la serena convivenza, a uno dei due viene negata la possibilità di formarsi. Una tra le strade possibili per rimediare a questa falla, sarebbe pensare le nuove strutture con due modalità: una del Ministero di Grazia e Giustizia e una con gli obiettivi del Ministero dell'Istruzione. Per semplificare, basterebbe avere più spazi dediti alla formazione.
Il discorso di fa interessante. Quali fenomeni preoccupanti combatterebbero lo studio, l'istruzione, la formazione?
Il problema più grande in carcere si chiama suicidio, autolesionismo, annichilimento. La tendenza a infliggersi sofferenza fino alla morte è sempre più frequente, non solo nei detenuti ma anche nei detentori. La vita in carcere per il comparto della Polizia penitenziaria non è meno pesante di quella di chi è rinchiuso in cella. Turni massacranti e prolungati, tensioni continue, convivenza in situazioni difficili rendono la vita negli istituti di pena a rischio. Esistono dei protocolli preventivi anti-suicidio che spesso non vengono applicati, generando fenomeni violenti.
Il nostro colloquio non può fermarsi qui. Tuttavia, per concludere quest'analisi, cosa potrebbe sperare per il prossimo futuro?
Spero in una società che sappia leggere, voglia leggere e possa leggere. Non si tratta di sperare in cambiamenti utopici e repentini. Occorre invece uscire dal desiderio di consenso immediato a vantaggio di progetti che permettano alla società civile una presa di coscienza dei fenomeni per capire cosa sia il carcere nei suoi molteplici aspetti. Fino a che i cittadini non hanno la capacità di capire ciò che leggono, non desiderano andare a fondo sulla natura dei fenomeni e non si interrogano sulle criticità, non possiamo sperare in un cambiamento.
di Guido Minciotti
Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2019
Riabilitare i detenuti delle carceri di Ancona attraverso l'educazione cinofila e formare i cani per una successiva adozione. È la duplice finalità del progetto presentato dall'associazione no profit "Sguinzagliàti" di Senigallia e che ha vinto il bando emesso dal Comune di Ancona.
Le 15 lezioni - iniziate a Montacuto mentre a ottobre partiranno a Barcaglione - prevedono una parte teorica per i detenuti con nozioni sull'addestramento dei cani; poi un focus sulla pet therapy e sulla preparazione dei cani per disabili, grazie alla collaborazione dell'associazione "Il mio Labrador" di Macerata.
Infine una parte pratica: i dieci detenuti coinvolti nel progetto impareranno a educare i cani finalizzando le attività a una successiva adozione. Momenti importanti sia per il riscatto delle persone, che al termine del percorso saranno in grado di gestire un cane, leggerne i segnali di benessere o stress; sia per gli animali che dopo le attività ludiche ed educative saranno pronti per essere accolti in una casa.
di Mauro Favaro
Il Gazzettino, 19 settembre 2019
A oggi se ne contano 211 (più della metà stranieri) a fronte dei 141 posti della struttura. Gli agenti, di contro, sono meno del previsto. Ne mancano venti: in servizio ce ne sono 145, l'organico ne prevedrebbe 165.
Quest'anno non sono state registrate violenze fisiche da parte dei detenuti, ma crescono le aggressioni verbali. Lo stato di salute di Santa Bona è stato descritto ieri in occasione del 202esimo anniversario della fondazione della Polizia penitenziaria, celebrato nell'aula magna dell'istituto delle Canossiane presenti il direttore del carcere Alberto Quagliotto, il comandante Donatella Nardacchione, il prefetto Maria Rosaria Laganà e il sindaco Mario Conte.
"In questa situazione cerchiamo di distribuire le persone all'interno delle celle nel modo più equilibrato - fa il punto Quagliotto poi c'è il nodo della carenza di personale. Siamo particolarmente in sofferenza sul fronte delle figure intermedie, come ispettori e sovrintendenti. Nonostante questo, riusciamo a rispondere alle necessità grazie alla professionalità degli operatori. Anche se, va detto, le aggressioni verbali sono in deciso aumento". Negli ultimi mesi sono arrivati a Treviso cinque nuovi agenti. Non si può però abbassare la guardia.
L'anno scorso ci sono stati 465 ingressi in carcere e 271 scarcerazioni. Più 461 trasferimenti in tribunale, 164 verso gli ospedali e 23 piantonamenti. Ieri Quagliotto ha ripercorso la storia della Polizia penitenziaria in Italia, sottolineando il significato del motto Despondere spem munus nostrum, garantire la speranza è il nostro compito, per tendere alla rieducazione dei condannati.
"Il carcere doveva essere quasi una fucina di riparazione sociale, ma bastarono gli Anni di piombo, il crescere della criminalità organizzata, il sovraffollamento disumano e l'introduzione del 41Bis per ridimensionare questa visione e far capire a tutti che il compito a cui siamo chiamati è chiaro e facile per salottieri pensatori che il carcere non l'hanno mai visto, ma arduo e in salita per chi lo conosce mette in chiaro il direttore.
Oggi siamo di chiamati a ripensare il nostro lavoro per affrontare i mutamenti della contemporaneità. C'è il sovraffollamento affrontato in modo estemporaneo. L'aumento pauroso delle persone con disagio psichiatrico, frutto innegabile di ideologiche scelte legislative. E l'ingresso prepotente di diverse nazionalità e di diverse culture, spesso indecifrabili, il più delle volte ostili alla stessa nostra visione del mondo, compreso il concetto di rieducazione".
"Il carcere testimonia lo spostamento sempre più avanti della frontiera della deresponsabilizzazione degli individui conclude Quagliotto - perché sempre più spesso nelle persone che abbiamo in custodia manca l'alfabeto di un'educazione di base, che non possiamo certo dare noi. E cresce un atteggiamento di sfida e di rivendicazione che sfocia in aggressioni fisiche e verbali e che, inevitabilmente, richiede un'attenzione particolare sul piano della sicurezza".
vogheranews.it, 19 settembre 2019
La Festa del Corpo. Ma anche la festa di una comunità che vive in un ambiente particolare, con problemi particolari, persino "drammatici" come è stato detto oggi, difficili e spesso rischiosi. Una comunità che, nonostante le difficoltà, al proprio interno sa dimostrare una grande vitalità, tanta passione e senso del dovere. Sono arrivati molti questo pomeriggio al Museo storico Beccari per la celebrazione della festa della Polizia Penitenziaria cittadina: agenti, autorità, ma anche tanti parenti, mogli, figli, amici, di tutti gli operatori che lavorano all'interno della Casa Circondariale di Voghera.
Tutti insieme hanno dato vita ad una vera e propria festa, non solo Istituzionale ma anche 'di famiglia'. Una festa con momenti solenni (dai discorsi delle autorità, al Silenzio suonato in ricordo degli operatori caduti, all'Inno d'Italia finale); a momenti di pura convivialità, come durante il buffet finale ricco e partecipato, consumato sotto i gazebo allestiti sul prato dell'ex Caserma di via Gramsci.
Mentre fuori il plotone d'onore faceva la guardia all'ingresso del Museo, e due poliziotti penitenziari a cavallo presidiavano il viale chiuso al traffico, nel grande salone interno si sono succeduti i momenti ufficiali: con la lettura del messaggio del Capo dello Stato, del Ministro della Giustizia e del Capo del Dipartimento, nonché con i discorsi del comandante del Reparto e della direttrice.
Il Commissario Coordinatore Michela Morello, nella sua allocuzione ha voluto ringraziare tutti i suoi operatori: da chi lavora nelle Sezioni dei detenuti e "svolge operazioni di sicurezza e di ordine ma anche di osservazione, la cui attività, insieme a quella di tutti gli altri operatori, punta a tracciare le linee di un trattamento sempre più personalizzato per il detenuto, con l'obiettivo del recupero alla società"; a chi ogni giorno è impegnato nei nuclei di traduzione e di piantonamento; al personale amministrativo, a tutto il resto dei collaboratori. Un ringraziamento globale e collettivo quello di Stefania Morello "per tutto ciò che ognuno ha fatto, fa, e per quello che faremo insieme".
"Non dimentichiamo che il nostro ruolo, il mio, e il vostro ruolo, è quello di concorrere al progresso materiale e spirituale della società - ha detto la neo direttrice Stefania Mussio (per lei però è un ritorno al supercarcere) -. Un ruolo che l'articolo 4 della Costituzione affida come dovere fondamentale ad ogni cittadino, ancor più se quel cittadino veste una divisa".
La direttrice ha poi elogiato "coloro che hanno forza creativa; che sono capaci di rinnovarsi, che non si arrendono alle chiacchiere, che sono capaci di ascoltare, che non reagiscono alle provocazioni ma rispondono all'ignoranza con la forza della consapevolezza".
"Con loro - ha proseguito Mussio, elogiando il ruolo che sta avendo in tutto ciò la Comandante del Reparto - vorrei costruire spazi di dignità, per permettere di utilizzare il tempo della detenzione in maniera costruttiva, riparativa, al fine di offrire alla persona detenuta, per chi la vuole, l'opportunità di intraprendere una nuova relazione sociale".
Alla festa della polizia penitenziaria di Voghera hanno ho partecipato - oltre ai rappresentanti delle forze di polizia della realtà iriense, Carabinieri, Polizia di Stato, Polfer, guardia di finanza e polizia locale... e alle associazioni - il prefetto Silvana Tizzano, il Questore Gerardo Acquaviva e le autorità cittadine.
Presenti, il vicesindaco Daniele Salerno, il presidente il consiglio comunale Nicola Affronti, e gli assessori Marina Azzaretti, Simona Panigazzi, Giuseppe Carbone e Simona Virgilio. Al termine della cerimonia la festa è proseguita con le famiglie degli agenti radunate attorno al buffet allestito sul prato dei giardini di via Gramsci.
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 19 settembre 2019
Il 15 e il 16 novembre a palazzo San Giorgio, nel porto antico di Genova, si terrà il C1a0 Expo, rassegna internazionale sull'Intelligenza Artificiale (IA) che avrà come tema l'impatto dell'intelligenza artificiale sulla società del futuro. Sarà un momento di confronto tra grandi imprese del settore ma anche un'occasione per mostrare quanto l'utilizzo dell'IA sia già diffuso nella vita quotidiana.
Anche il settore della Giustizia sarà interessato a questo rinnovamento. Infatti la Commissione europea per l'efficacia della giustizia (Cepej) del Consiglio d'Europa, il 4 dicembre scorso, ha emanato la Carta etica europea per l'uso dell'intelligenza artificiale nei sistemi di giustizia penale e nei relativi ambienti. Un documento in cui vengono individuate alcune fondamentali linee guida, a cui dovranno attenersi "i soggetti pubblici e privati responsabili del progetto e sviluppo degli strumenti e dei servizi della IA".
Ieri, nell'aula Dino Col del Tribunale di Genova, è stata firmata una convenzione con la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Hanno presentato il progetto Enrico Ravera, presidente del Tribunale di Genova, Domenico Pellegrini, presidente della sezione ligure dell'Anm e Giovanni Comandè, professore ordinario di Diritto privato comparato alla Scuola Superiore Sant'Anna.
Grazie alla convenzione siglata verranno messi a disposizione dell'ufficio giudiziario i risultati di un'indagine tecnologica complessa e ambiziosa.
"Esaminando le decisioni dei giudici genovesi, la Scuola Sant'Anna eseguirà una prima analisi delle tendenze in un periodo dato per estrarre gli orientamenti giurisprudenziali che emergono nelle materie indagate" si legge in una nota. "Si potranno così stabilire al termine della ricognizione e della rielaborazione dei dati, quali siano le soluzioni prevalenti e quali quelle minoritarie, in presenza di presupposti di fatto comuni e determinati. Questo risultato iniziale dell'indagine sarà d'interesse soprattutto per i giudici, che avranno così a disposizione dati sintetici e analitici per valutare la correttezza delle proprie decisioni, l'esistenza o meno di orientamenti dominanti per comprendere la ragione e l'eventuale incoerenza di queste ultime".
Si sottolinea come "più le decisioni dei giudici sono coerenti tra loro, più risultano prevedibili gli esiti delle cause intraprese dai cittadini. Scontate diventano così le ricadute in termini di riduzione del contenzioso e possibilità di soluzioni concordate tra le parti in causa". Si partirà da tre casi di studio: le sentenze in materia di separazione e divorzio; quelle che quantificano i risarcimenti dei danni non patrimoniali; tra queste, specificamente, quelle di risarcimento del danno da stress e da mobbing lavorativo. Il passaggio ulteriore sarà prevedere come il giudice deciderà in presenza di situazioni identiche o analoghe a quelle analizzate.
Il progetto, che per ora prevede il popolamento della banca dati delle sentenze, si prefigge di "istruire" il programma informatico all'inizio del 2020 e testare l'algoritmo prima dell'estate. "L'ambizione della Scuola Superiore Sant'Anna - afferma Comandé - è quella di esportare il progetto in altri tribunali e definire dei modelli verificabili rispetto alle esperienze di altri ordinamenti europei".
Anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, durante il Rousseau city lab svoltosi il 30 e 31 marzo a Genova, era intervenuto sul tema della digitalizzazione al servizio della giustizia: "L'intelligenza artificiale può aiutare il lavoro dei magistrati - aveva affermato il Guardasigilli.
La giustizia è un settore delicato in cui l'elemento della presenza della persona, per esempio del magistrato così come degli avvocati, è imprescindibile. Ma l'intelligenza artificiale può senza dubbio dare un contributo importante, permettendo al magistrato di lavorare meglio. Le tecnologie arrivano e non possiamo scegliere di non farle arrivare: possiamo semplicemente fare in modo che la loro utilità migliori i servizi prestati al cittadino".
cronachedellacampania.it, 19 settembre 2019
Oltre 200 detenuti sopra la capienza regolare, 100 unità di personale della polizia penitenziaria in meno rispetto al dovuto. Sono i numeri denunciati dal sindacato Sippe dopo la visita di una delegazione formata da Carmine Olanda. Alessandro De Pasquale, Michele Vergale e Ciro Borrelli presso il Penitenziario di Santa Maria Capua Vetere.
"A prima vista la struttura si presenta accogliente - commenta De Pasquale - certamente ci sono diverse problematiche che abbiamo segnalato in varie occasioni, anche attraverso delle lettere importanti. Alcuni problemi sono stati risolti, mentre gli altri problemi li abbiamo segnalato ancora oggi".
"La direttrice Elisabetta Palmieri ed il comandante di Reparto Gaetano Manganelli si sono resi disponibili - spiega Ciro Borrelli - ad affrontare le problematiche che gli abbiamo segnalato, chiaramente questo istituto "come nelle altre realtà" necessita di un protocollo di intesa locale che disciplina la vita lavorativa dei poliziotti che operano nel Penitenziario".
"Abbiamo preso atto - aggiunge Michele Vergale - che la gravissima carenza di personale di Polizia Penitenzia che oggi ammonta a circa 100 unità, dato in continua crescita a causa dei prossimi pensionamenti, rende difficile tutte le attività del penitenziario. Al 31 Agosto 2019 la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere ospitava 1.020 detenuti, di cui 58 donne e 184 stranieri, a fronte di una capienza regolamentare di 819 posti letto. Il dato è allarmante anche a livello regionale perché nei 15 istituti erano presenti complessivamente 7.577 detenuti di cui 982 stranieri, 374 donne, a fronte dei 6.157 posti letto. Per questi motivi faremo i nostri interventi presso il Ministero della Giustizia per segnalare questi dati allarmanti".
"Come sindacato - conclude Carmine Olanda - ringraziamo pubblicamente Elisabetta Palmieri ed il Comandante di Reparto Manganelli Gaetano averci ricevuto con accoglienza ed ospitalità. Apprezziamo i loro sforzi che quotidianamente affrontano per garantire la sicurezza dell'Istituto e tutti i servizi annessi per mandare avanti la struttura. Auspichiamo che i nostri successivi confronti siano dettati sempre dallo spirito di collaborazione e di rispetto reciproco. Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede deve dare una risposta urgente e concreta a queste problematiche, la Polizia Penitenziaria ha bisogno di fatti non dei semplici sorrisini".
di Diana Dord
picenooggi.it, 19 settembre 2019
L'inaugurazione si terrà il prossimo 5 ottobre. In arrivo un'iniziativa per favorire lo sport nelle carceri. In virtù della sensibilità umana e civica che la contraddistingue, la Casa Circondariale di Marino del Tronto invita i cittadini all'inaugurazione del progetto "Il mio campo libero - attività sportiva a sostegno della popolazione carceraria".
Si tratta di un piccolo ma significativo contributo alla costruzione di percorsi di responsabilizzazione e alla funzione rieducativa, voluta dalla Costituzione, di chi ha rotto il patto sociale. Questo nella consapevolezza che il mondo dei reclusi è anch'esso "territorio" e come tale va reso più umano.
Si informa inoltre che, per accedere alla manifestazione ed entrare all'interno della Casa Circondariale di Ascoli Piceno, è necessario inoltrare alla Segreteria Provinciale del Csi Comitato di Ascoli Piceno, all'indirizzo,
di Daniela Scherrer
La Provincia Pavese, 19 settembre 2019
I detenuti di Torre del Gallo escono dalla Casa Circondariale per offrire uno spettacolo teatrale alla città. È quanto accadrà giovedì, alle 21, al teatro Fraschini (ingresso libero) quando la compagnia teatrale USB, nata e cresciuta nel carcere pavese, porterà in scena il suo "Com'è profondo il mare", che affronta un argomento estremamente delicato e attuale come l'immigrazione.
USB sta per Uomini Senza Barriere ma è anche il nome della chiavetta da inserire nel computer che dietro le sbarre non si piò avere e che rappresenta un po' il collegamento col mondo di fuori. È un fatto straordinario per Pavia, ma anche a livello nazionale, che un gruppo di detenuti abbia il permesso di uscire per un'iniziativa culturale.
"Accade questo solo grazie ai permessi di necessità che sono stati accordati dal magistrato di sorveglianza - sottolinea la direttrice della casa circondariale Stefania D'Agostino - le nostre richieste sono state accolte: si tratta di permessi veramente speciali, concessi solo per motivi ritenuti di grande valenza. Ringrazio per questo tutta la squadra all'interno dell'Istituto, che si accolla un grande sforzo, a partire dalla polizia penitenziaria".
Sul pieno appoggio di tutti arriva la conferma anche del comandante di polizia penitenziaria Angelo Napolitano e del responsabile dell'area trattamentale Federico Traversetti. E che il lavoro del laboratorio teatrale di Torre del Gallo sia riconosciuto nella sua serietà lo testimonia anche il fatto che USB è nel coordinamento nazionale del teatri in carcere, sostenuto dal Ministero di Giustizia e dall'Università La Sapienza di Roma.
Ad alimentare la Compagnia teatrale di Torre del Gallo sono da anni Vanna Jahier, garante dei diritti dei detenuti e responsabile del progetto con la sua associazione Amici della Mongolfiera, e Stefania Grossi, teatroterapeuta che ha consacrato la sua vita al teatro sociale.
"Nel 2014 abbiamo avviato questa compagnia grazie a un bando provinciale sul disagio, ottenendo i finanziamenti necessari - spiega Vanna Jahier - dalla Provincia, ma anche da Fondazione Banca del Monte e Ubi Banca. Ora abbiamo invece beneficiato del progetto europeo Work in Progress e, insieme a Stefania e ai detenuti, è nato questo spettacolo".
Una decina i ragazzi del carcere saliranno sul palco insieme ad attori esterni. Dopo la prova generale ora è arrivato il momento di uscire e approdare in un teatro vero, con la musica in presa diretta di Arthur Bianchini, musicista brasiliano.
Lavorando sul senso del viaggio, raccontando il fenomeno migratorio senza copioni, con una drammaturgia autoprodotta e usando anche molto il linguaggio del corpo. "Il teatro permette di scaricare tensione - dice l'educatore Filippo Ottaviani - e uscire è una sorta di ponte interno-esterno, che i detenuti vivono anche come un'occasione per offrire qualcosa di positivo alla società".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 19 settembre 2019
Marco Cappato, sotto processo per aver accompagnato in Svizzera a morire Dj Fabo: "Pressione indebita, intervenga il presidente Mattarella". La presidente del Senato precisa: "Telefonata informale". Il M5S: "Non c'è accordo". Oggi a Roma dalle 16,30 alle 23 grande manifestazione/concerto. "Liberi fino alla fine", in Piazza Don Bosco, con decine di artisti, musicisti, giornalisti e personalità varie, per il diritto a scegliere come morire.
"La Presidente del Senato chiama il Presidente della Corte costituzionale per bloccare la sentenza sul mio processo per l'aiuto a #djFabo??!! Ma a nome di chi?? #Pd #M5s #ForzaItalia #Lega #FdI #Leu. #piùEuropa. Qualcuno dica qualcosa". Il tweet di Marco Cappato rompe il silenzio assordante che ha accompagnato l'annuncio di una telefonata che suona come uno scivolone istituzionale, scomposto, irriverente nei confronti dei ruoli, delle funzioni e dei poteri dello Stato. Tanto che, dopo averla annunciata martedì sera, ieri la forzista Elisabetta Casellati è stata costretta a correggere il tiro con una nota formale: "La telefonata del Presidente del Senato al Presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi sul tema dell'eutanasia, alla vigilia dell'udienza fissata dalla stessa Corte per il 24 settembre, è stata una comunicazione meramente informale sullo stato delle iniziative legislative depositate in Senato, così come concordato in sede di conferenza dei capigruppo".
In realtà al Senato solo il centrodestra preme fortemente per chiedere alla Consulta di fermare il giudizio sull'art. 580 c.p. che vieta l'aiuto al suicidio e per violazione del quale - avendo accompagnato in Svizzera dj Fabo - l'imputato Marco Cappato rischia dai 5 ai 12 anni di carcere. Il pronunciamento è atteso per il 25 settembre, giorno in cui la Corte si riunirà in camera di consiglio, dopo due giorni di udienza pubblica, allo scadere degli 11 mesi che i giudici costituzionalisti avevano concesso al Parlamento per legiferare correttamente in materia, visto che l'attuale assetto legislativo, scrivevano nell'ottobre scorso, "lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti".
Il M5S infatti ha immediatamente puntualizzato: "La presidente del Senato si è offerta di fare una telefonata informale alla Consulta per chiedere più tempo all'Aula prima della pronuncia. La posizione del nostro gruppo però è chiara: non bisogna interferire nei lavori della Corte in modo che si possa esprimere senza ulteriori rinvii".
Al contrario, il centrodestra, dopo la chiamata alle armi della Cei, sta cercando tutte le scorciatoie possibili per scongiurare l'intervento della Consulta, asserendo che il Senato è pronto a varare in pochi giorni una legge che non ha trovato la luce in un anno. E neppure nei sei precedenti anni nei quali il ddl di iniziativa popolare, presentato con 130 mila firme dall'associazione Coscioni, è rimasto ad ammuffire in un cassetto. Forza Italia ha preparato una mozione per chiedere, spiega Lucio Malan, "di poter esercitare come Parlamento la funzione che la Costituzione gli assegna. È assurdo che prima arrivi il giudice e poi la legge".
Cappato invece lancia un appello al presidente della Repubblica: "Questa telefonata, formale o informale che sia, è una forma di abuso di potere, una pressione esercitata, su richiesta di alcuni partiti politici, dalla presidente del Senato sul massimo organo di garanzia costituzionale. Poiché il presidente della Consulta non è un esponente politico, non può difendersi pubblicamente dall'evidente attacco di non rispettare il Parlamento. A questo punto intervenga il presidente Mattarella". Alla luce di questi avvenimenti, conclude Cappato, "il compito e la funzione della manifestazione/concerto che si terrà oggi pomeriggio a Roma - far uscire dai palazzi una questione che riguarda la libertà di tutti e di ciascuno - è ancora più cogente".
Concerto oggi a Roma
È difficile trovare un precedente alla manifestazione concerto che si terrà oggi dalle 16,30 alle 23 a Roma, in piazza Don Bosco, nei giardini intitolati a Piergiorgio Welby, davanti alla chiesa che nel 2006 gli negò i funerali cattolici. Neri Marcorè conduce l'evento "Liberi fino alla fine", organizzato dall'Associazione Luca Coscioni, con decine di artisti e personalità che animeranno il palco: Roy Paci, Nina Zilli, Pau e Mac dei Negrita, Il Muro del Canto, il dj Claudio Coccoluto, Kento + dj Fuzzten, Andrea Delogu, Giulio Golia e Giulia Innocenzi delle Iene, Selvaggia Lucarelli, Francesco Montanari, Stella Pende, dj Marc Robijn, Emanuele Vezzoli, Enrico Zambianchi e molti altri ancora. Ad accoglierli Marco Cappato e Filomena Gallo, tesoriere e segretario dell'Associazione Coscioni.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 19 settembre 2019
Preoccupa la crescita della xenofobia, ovvero l'atteggiamento di diffidenza verso lo sconosciuto, l'ignoto, lo straniero. Domenica scorsa, durante una trasmissione sportiva di Telelombardia, l'autorevole "opinionista", Luciano Passirani, a proposito del giocatore dell'Inter Lukaku ha detto: "Questi qua hanno qualcosa in più: questo nell'uno contro uno ti uccide, o c'hai 10 banane qui per mangiare che gliele dai, altrimenti...". La frase solleva un profondo dilemma, come dire, di natura filosofica e antropologica: chi l'ha pronunciata è un razzista o un cretino?
La risposta più convincente è che si tratti, né più né meno, di un cretino razzista. A confermarlo è proprio l'attenuante addotta da Passirani, dopo aver presentato le proprie scuse: "Da 17 anni ho una compagna marocchina. Mio figlio ha sposato una donna africana ed è padre (quindi io sono nonno) di due bambine nere". Sempre, chi fa affermazioni ostili nei confronti di una etnia o di una minoranza, ricorre - al fine di negare, o per lo meno attenuare, la gravità di quanto detto - a quella strategia discorsiva: "Io omofobo? Ma se ho tanti amici froci!".
Una simile procedura retorica viene utilizzata come ricorrente contrappunto dialettico delle dichiarazioni che stigmatizzano o discriminano: e la seconda affermazione ("ho tanti amici...") vorrebbe disinnescare il senso di precedenti parole e atti riprovevoli. Peraltro quel "questi qua hanno qualcosa in più..." è, nelle intenzioni, un apprezzamento che nasconde tuttavia lo stesso pregiudizio celato nella frase "gli africani hanno il ritmo nel sangue".
Anche qui il giudizio si basa su un'idea monolitica delle etnie e delle confessioni religiose. Ma è giusto caricare di una responsabilità tanto pesante quel Passirani che, alla resa dei conti, risulta addirittura simpatico nella sua drammatica goffaggine? L'universo del calcio, si sa, esprime allo stesso tempo il sublime e il sordido e, dunque, ci parla mirabilmente di noi. Di conseguenza, definire "cretino" chi fa affermazioni razziste o chi si rifiuta di affittare casa a un meridionale, e pensare così di liquidare il problema, è un errore grave.
Ora, questo argomento - "è un cretino" - è correntemente usato dai commentatori di destra per ridimensionare e banalizzare le parole e gli atti di intolleranza etnica. E lo fanno in polemica con la sinistra che, a loro dire, parlerebbe di "un'Italia razzista" o sul punto di diventarlo. Ma che scemenza. Ovviamente l'Italia non è un Paese razzista.
E già porre la questione in questi termini (gli italiani sono razzisti? Verona o Macerata sono razziste?), contiene una tonalità sottilmente razzistica, perché presuppone che un'intera comunità (nazione o città) possa essere omologata a una parte più o meno grande dei propri membri. Dunque, l'Italia non è affatto un Paese razzista, pur se aumenta il numero dei razzisti e degli atti di razzismo. Ciò che deve preoccupare è, piuttosto, la crescita della xenofobia, ovvero un atteggiamento, connaturato allo sviluppo della civiltà umana, di diffidenza verso lo sconosciuto, l'ignoto, lo straniero. La xenofobia non è destinata, né fatalmente, né rapidamente, a tradursi in aggressività e violenza etnica.
Ma perché ciò non accada, è necessario operare in quella zona grigia, tra xenofobia e razzismo, dove il sentimento di insicurezza può diventare volontà di esclusione e di sopraffazione del diverso. Finora, in quella zona grigia, hanno operato solo gli imprenditori politici della paura; la buona politica è stata pavida, o retoricamente solidaristica. Torniamo al razzismo dei cretini. Esso non è né insignificante, né innocuo. Intanto perché esprime una tendenza del linguaggio che corrisponde a una rilassatezza del giudizio morale e a una decadenza delle relazioni sociali.
E poi perché discende direttamente dalla crisi del tabù del razzismo e dall'abbrutimento del discorso pubblico. Se Calderoli afferma che le sembianze di Cecile Kyenge gli ricordano quelle di un orango tango, perché mai dovrebbe funzionare la capacità di autocontrollo nelle conversazioni e nelle controversie pubbliche? Se in Italia e in Europa si utilizza ancora il termine "ebreo" come un insulto, senza che vi sia un'adeguata risposta, come si può contrastare quell'avvelenamento del senso comune, dove l'antisemitismo popolare e clericale incontra il complottismo paranoico dei nuovi e dei vecchi fascismi?
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