di Giuseppe Cozzolino
fanpage.it, 20 settembre 2019
Un uomo di 40 anni, di origine pugliese, è stato trovato morto nella sua cella nel carcere di Poggioreale: è il terzo suicidio nella struttura partenopea quest'anno, il sesto in tutta la Campania. Lo ha comunicato il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello. Poche settimane fa, sventato un altro suicidio, sempre a Poggioreale.
Un detenuto di 40 anni si è impiccato questo pomeriggio nella propria cella all'interno del carcere napoletano di Poggioreale. Lo ha reso noto Samuele Ciambriello, il garante campano dei detenuti. L'uomo, d'origine pugliese, è stato trovato privo di vita: inutili i tentativi di soccorso da parte degli agenti penitenziari. Si tratta del terzo suicidio nel 2019 all'interno del carcere di Poggioreale, il sesto in Campania dei trentatré che in quest'anno solare ancora in corsa si sono uccisi all'interno delle carceri italiani. Oltre ai tre detenuti morti a Poggioreale, si sono registrati in Campania altri tre casi all'interno del carcere di Secondigliano, di Benevento e di Aversa.
"Va rafforzato il sistema di prevenzione dei suicidi che è stato varato dal ministero", ha spiegato Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, "Bisogna agire con una maggiore formazione specifica per la polizia penitenziaria, bisogna prevenire, intuire il disagio". Ciambriello ha anche aggiungo che nelle carceri "c'è bisogno anche di psichiatri", e che vanno "rafforzate le figure sociali", oltre ad "elaborare una cultura del carcere e sul carcere, le pene detentive devono essere garantite salvaguardando dignità e assistenza socio sanitaria".
Poche settimane fa si era registrato un altro tentativo di suicidio nel carcere di Poggioreale, dove un detenuto di quarant'anni, napoletano, aveva ritagliato delle lenzuola legandole poi alle inferriate della finestra del bagno, provando così a togliersi la vita. Ma in quel caso fu provvidenziale l'intervento di un agente e di un compagno di cella dell'uomo, che erano riusciti a salvarlo in extremis.
di Fabio Rubini
Libero, 20 settembre 2019
L'obiettivo del protocollo firmato nei giorni scorsi da Regione Lombardia, Corte d'Appello di Milano e altri enti, è quello di permettere ai malati psichici che hanno commesso reati di poter essere reinseriti nella società dopo adeguate cure. Quelle cure che spesso le carceri italiane non sono in grado di garantire. Con l'aggravante di un rilascio del detenuto, senza garantirne la non pericolosità. "Con questo importante accordo vogliamo prenderci carico di quelle persone che hanno sì commesso crimini, ma lo hanno fatto a causa dei loro problemi psichici e che, se non adeguatamente curati, potrebbero tornare a delinquere", spiega l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera.
Per raggiungere questo obiettivo il protocollo d'intesa prevede due possibili strade da seguire. "Da una parte, per i casi più gravi, c'è il ricorso ai Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) - racconta Gallera - e poi, per i casi più gestibili c'è il ricorso al ricovero nelle comunità o strutture adibite presenti sul territorio". In entrambi i casi Regione Lombardia, attraverso il proprio sistema sanitario garantirà "un percorso di recupero per provare - nei limiti della malattia, ndr - a mettere il malato in condizione di reinserirsi nella società".
Una necessità, quella del recupero dei detenuti per motivi psichici, che è stata evidenziata anche dal Comitato della Salute Mentale e Dipendenze di Regione Lombardia, che si è insediato pochi giorni fa, del quale fanno parte eccellenze negli ambiti della salute psichica. Il tutto, ovviamente, garantendo la sicurezza di tutti. Questo, sottoscritto con Corte d'Appello di Milano, Procura Generale di Milano, Presidenti dei Tribunali Ordinari, Procuratori presso i Tribunali di Distretto, Provveditore Amministrazione Penitenziaria e Direzione dell'Uiepe (Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna), ha come altro obiettivo quello di fissare un modello operativo in grado di superare quello degli ospedali psichiatrici giudiziari (la cui progressiva chiusura si è conclusa nel 2017).
L'accordo non è il primo che viene siglato dalla Regione, che lo scorso anno aveva siglato un analogo protocollo con la Corte d'Appello di Brescia che, spiegano da Regione Lombardia che "sta dando ottimi risultati: gli psichiatri si sono fortemente impegnati e sono riusciti a coniugare le cure e il rapporto fiduciario con i pazienti, con le esigenze della tutela". Ovvio, esportare questa esperienza su un'area ben più vasta come quella della Città Metropolitana, appare molto più complessa, ma "la certezza e la determinazione di operare nel senso giusto, porteranno sicuramente i risultati auspicati".
di Paola Calvano
Il Centro, 20 settembre 2019
Ispezione dell'ex sottosegretario alla giustizia nella Casa lavoro di Torre Sinello "Voglio aiutare queste persone a rialzarsi, bisogna prevenire e non rinchiudere". "Buongiorno, sono Franco Corleone". L'ex sottosegretario alla Giustizia e garante dei detenuti si è presentato con estrema semplicità ieri mattina ai detenuti della Casa lavoro di Torre Sinello che si affacciavano curiosi alle sbarre. Con lui il garante dei detenuti nominato dalla Regione, Gianmarco Cifaldi, la direttrice dell'istituto di pena, Giuseppina Ruggero, rappresentanti della Regione, educatori e due ricercatrici dell'università di Firenze che stanno analizzando il fenomeno delle misure di sicurezza.
Le autorità, accompagnate dalla direttrice della Casa lavoro e dalla polizia penitenziaria, hanno visitato l'istituto di pena annotando le richieste dei detenuti e le condizioni della struttura. Tanti quelli che hanno chiesto ascolto. Qualcuno ha preferito restare lontano dalla grata che chiude la cella. Altri hanno ostentato indifferenza. Nel visitare il braccio destinato agli internati che non hanno finito la loro pena ma che conservano una pericolosità sociale e che va eliminata attraverso il lavoro, Corleone ha ribadito che la rieducazione può avvenire anche aprendo le sbarre. "Penso che sia più importante prevenire", ha detto il sottosegretario alla Giustizia. "Prevenire la povertà, per esempio, può evitare tanto disagio.
Prevenire e rieducare piuttosto che richiudere", ha sostenuto il politico ribadendo quanto scritto nel suo libro, "Carcere, giustizia, ripartire dalla Costituzione". "Sono qui per vedere come vivono questi internati", ha spiegato, "di cosa hanno bisogno, come riescono a inserirsi nel mondo del lavoro. La mia visita istituzionale in questa casa lavoro è per aiutare queste persone a risalire la china". Per questo Corleone ha ascoltato diverse storie. "La visita in un carcere", ha proseguito il sottosegretario, "ha anche lo scopo di aprire all'opinione pubblica il mondo del carcere nella speranza che la detenzione possa migliorare".
Accanto a lui il garante dei detenuti, Cifaldi, i consiglieri regionali del M5S Pietro Smargiassi e della Lega Sabrina Bocchino e Manuele Marcovecchio. I rappresentanti delle istituzioni si sono detti pronti a lavorare in modo sinergico. Il comandante di reparto, il commissario Nicola Pellicciaro, insieme al funzionario giuridico pedagogico Lucio Di Blasio, hanno coordinato le operazioni delle due ricercatrici.
A Vasto sono detenute circa 150 persone, 30 detenuti e 120 internati. Una popolazione detenuta estremamente eterogenea che determina anche un duro lavoro da parte degli agenti. Una realtà complessa che ieri è stata esaminata e analizzata con estrema cura. La casa lavoro è strutturata su tre livelli: in ogni piano ci sono 25 camere di pernottamento. La vigilanza è affidata ad un comandante di reparto con la qualifica di commissario, 7 ispettori, 6 sovrintendenti e 104 agenti.
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 20 settembre 2019
La cooperazione fra i leader non potrà bastare. Le redistribuzioni devono avvenire fra molti più Paesi, non solo con Francia e Germania. Il mare si è riempito di spume fino alla linea azzurra della costa turca, ora che si sente l'autunno, eppure all'alba ne sono spuntati altri due. Come altre decine di gommoni, questi restano sul litorale di Lesbo e quarantuno migranti tra poco verranno portati in bus al cancello.
La porta d'Europa, per loro. Sembra l'ingresso in un labirinto nel quale anche gli ultimi sbarcati potranno cercarsi un angolo da qualche parte, se riescono. Si troveranno esattamente fra 10.660 persone in un luogo pensato per contenerne tre volte di meno. In gran parte sono afgani, oltre un decimo siriani ma sempre più anche congolesi, somali, camerunesi, angolani. Volano da Kinshasa su Istanbul, bus fino a Smirne e traversata di notte, con sbarco a Lesbo alle tre. Preferiscono questa rotta a Lampedusa non perché l'Italia avesse chiuso i porti - dicono - ma per il terrore che incute l'idea della Libia.
La situazione di Recep Tayyip Erdogan ha fatto il resto. L'autocrate che ha svuotato dall'interno la democrazia turca non è mai stato così impopolare e l'economia non è mai andata così male. Erdogan deve pensare che è ora di tornare a ricattare l'Europa, lavorando sulle sue paure. Tre anni fa aveva ricevuto sei miliardi di euro per fare della Turchia un filtro che bloccasse i flussi. Ora però le polizie di Erdogan tornano a voltarsi dall'altra parte, quando si affacciano sull'Egeo i più spaventati e i sofferenti di un arco di instabilità di un miliardo e mezzo di persone dall'Africa al Medio Oriente.
L'uomo forte di Ankara vuole altri soldi, sapendo che l'Europa è disposta a pagare pur di non dover fare i conti con questa umanità. Per questo alza la pressione. Nell'estate i nuovi rifugiati sono almeno 25 mila nelle isole greche e i reticolati che erano stati eretti per loro non li contengono più.
L'Europa non dovrebbe aver bisogno di altro per capire, mentre i segnali arrivano da ogni parte. Il centro di Lampedusa è di nuovo al limite della capienza. La procura di Palermo indaga sulle torture che i migranti subiscono in Libia. Intanto procedendo come sonnambuli, ciascun per sé, i suoi leader assoggettano l'ordine politico europeo all'arbitrio di chiunque abbia un po' do potere alle loro frontiere.
Questi leader naturalmente non sono ciechi e pazzi: ciascuno di loro limita la collaborazione con gli altri, perché ogni guadagno politico di un governo rappresenta un costo per l'altro. In Francia il 63% della popolazione pensa che ci siano "troppi stranieri" (Ipsos/Sopra Steria). Dunque ogni rifugiato trasferito da Lampedusa a Lione per "aiutare l'Italia" potrebbe dar fiato ai nemici del presidente in Francia. Anche Emmanuel Macron ha elezioni locali vicine, a marzo, e presidenziali nel 2022.
È in questo gioco a somma zero - se vinco io, perdi tu - che i cittadini europei vengono sottoposti allo stress di una duplice dissonanza cognitiva. Si raccontano loro storie che palesemente non sono vere, ma si chiede loro di crederci. C'è la promessa di risolvere chiudendo i porti, mentre poi barchette e gommoni approdano più numerosi sulle spiagge. E c'è la promessa di proteggere la "way of life" europea, il nostro stile di vita, al punto da chiamare così il portafoglio del commissario europeo delegato ai rifugiati.
Ma andate un po' a vederla nel campo di Lesbo, questa "way of life". Sembra un ghetto progettato da un pazzo per assorbire il dolore del mondo di fuori che l'Europa non vuole vedere. Ci sono tre uomini sbarcati in agosto che passano il pomeriggio attorno alla loro tenda, fissata a un olivo L'hanno appena avuta, dopo un mese all'addiaccio. Il più anziano si chiama Najah Khafaji e si muove in sedia a rotelle, senza una gamba. L'ha persa nel 1991 in Kuwait, da ufficiale di Saddam Hussein sotto le bombe americane e la sua foto in divisa, con due gambe e le medaglie al petto, è ancora la cover del suo smartphone.
È fuggito dall'Isis del distretto di Babil, l'antica Babilonia, per arrivare in questa babele di profughi e non tornerebbe mai indietro.
Non lontano da lui confabula un gruppo di ragazzi dalle facce d'Asia centrale, quasi mongole. Sono arrivati tre giorni fa, afghani della provincia di Ghazni. Per dormire, il campo per loro ha dato un'unica coperta e un pezzo di strada. Una cicatrice fresca di trenta centimetri attraversa in verticale il petto di uno di loro, ricordo di un'estorsione al padre commerciante. Un altro giace a terra con i segni avanzati di una malattia venerea, ma i dottori sopraffatti dalle urgenze l'hanno giusto invitato a tornare un altro giorno.
Il solo che parla un po' inglese fra loro è un ragazzo di 15 anni, Barakat Mohammadi. In primavera i talebani gli hanno ucciso il padre e perché due suoi fratelli avevano lavorato con gli americani. Lui è partito a piedi per arrivare fino a questo imbuto fra due mondi. "Cosa posso fare adesso?", chiede. "Non ho niente qua". Poco lontano fra gli olivi si aggira un 27 enne di Kinshasa magrissimo, Patrick Mafolo, che si è messo in viaggio perché ha scoperto di avere un tumore ai polmoni. Sperava di curarsi in Europa ma nessuno lo visita. Le condizioni sanitarie sono al limite, scabbia e tubercolosi che possono degenerare epidemie in ogni momento, il cibo è scarso. I farmaci per epatite, malattie renali o per le più banali infezioni non vengono più messi a disposizione dalla sanità pubblica. La Ue sta pagando due milioni al giorno per la spesa corrente, ma non vuole vedere neanche un rendiconto da qui.
Questo è un girone d'inferno del quale i governi europei, fra loro, preferiscono non parlare. Quelli prosperi e sicuri di sé, perché altrimenti rischiano di doversi spartire queste persone. La Grecia, perché ha bisogno di talmente tante concessioni finanziarie, che preferisce dimenticare e far dimenticare. Non vuole che questo posto sia comodo, o si spargerà la voce e ne verranno ancora di più. Del resto questo è il destino delle zone cuscinetto destinate a far sparire coloro che nessuna terra del mondo vuole. Questa è l'ambiguità di luoghi del genere. Si paga per metterli un po' meglio e mettere così a posto la propria coscienza, ma il guardiano del vostro cancello sarà sempre un altro. Erdogan si propone, se volete, o magari domani allo stesso modo lo farà un signore della guerra libico battendo cassa all'Italia.
Se questa è la realtà, i racconti consolatori non funzionano più. E la cooperazione fra leader non potrà bastare, se resta un gioco a somma zero. Le redistribuzioni devono avvenire fra molti più Paesi, non solo con Francia e Germania. Soprattutto è tempo che un'Europa unita proietti all'esterno il proprio peso e investa almeno in Africa subsahariana per filtrare e prendere controllo dei flussi lì. Oggi, incredibilmente, Bruxelles vi spende in proporzione molto meno di quarant'anni fa. Se l'illusione di ogni Paese è di salvarsi da solo, possiamo solo finire travolti tutti insieme.
di Gianmarco Aimi
La Repubblica, 20 settembre 2019
Un progetto che nasce dal dolore, ma in grado di creare amore diffuso: GrandeAle Onlus non è solo una Fondazione benefica indirizzata a un settore delicato come la cura dei bambini malati. La riprova si è avuta ieri quando è stata in grado di aprire per un giorno le porte del carcere di San Vittore.
Il calcio, aggregatore sociale, come passe-partout ideale per raccogliere fondi. Tutto nel ricordo del piccolo Alessandro, il bambino che a soli dieci anni è scomparso per una rara forma di leucemia. In campo per il torneo erano schierati: la formazione di ragazzi guariti dopo le cure, la squadra della polizia penitenziaria, quella dei detenuti, un'altra dell'Ordine degli avvocati insieme ai magistrati e quella dei The Dab Game, cioè l'associazione che si è occupata della ristrutturazione del campetto del carcere.
In prima fila mamma Luisa Mondella e papà Giorgio Maria Zancan, i motori di un effetto domino di bontà che nelle loro aspettative non vuole conoscere confini. Cinque i progetti già attivi. Prima di tutto per sostenere la ricerca, poi nell'animazione che si svolge direttamente in reparto, e ancora l'introduzione della psicologa infantile per alleviare le paure di questi "piccoli guerrieri", senza contare un fondo di grande importanza rivolto alle famiglie: "Pensate che il primo anno abbiamo utilizzato questi soldi solo per i funerali dei piccoli malati, visto che in molti non se lo potevano permettere" ha spiegato Luisa, che è un vero vulcano di idee e vitalità che contagiare chiunque le si avvicini.
Anche un campione dello sport come Alessandro "Billy" Costacurta o la cantante e conduttrice Joe Squillo, che non hanno fatto mancare la loro presenza: "È bellissimo sostenere persone che hanno sofferto tanto e ora vederle giocare e tornare alla normalità" hanno dichiarato. Ma la beneficenza potrebbe fare poco se al suo fianco non ci fosse la scienza. Infatti, nel consiglio della Fondazione è presente il dottor Momcilo Jankovic, luminare nella cura della leucemia infantile: "Ricerca non significa sperimentazione, ma progresso nella medicina. Ad oggi le cure consentono la guarigione nell'80% dei casi, perciò non dobbiamo fermarci".
Gli esempi tangibili del suo lavoro erano all'interno del rettangolo verde, con le divise fosforescenti e gli scarpini lucidi, pronti a sfidare qualsiasi avversario. Si trattava di quei bambini un tempo affetti da questa tremenda malattia, che dopo averla superata sono riusciti a diventare genitori e a formare a loro volta famiglie.
Soddisfatta anche Manuela Federico, comandante della polizia penitenziaria, che quando ha conosciuto la mamma di Alessandro ha fatto di tutto per cercare di unire l'esigenza di supporto ai malati a quella di recupero dei detenuti che scontano giornalmente la pena nella casa circondariale milanese: "Siamo contenti di far parte di una storia d'amore così speciale che ha toccato nel profondo i miei agenti, in particolare dopo la visita all'ospedale San Gerardo di Monza".
Tale la forza del messaggio di GrandeAle Onlus, che ha voluto essere in campo anche Fabrizio Corona, recluso a San Vittore per aver violato le regole dell'affidamento terapeutico all'esterno del carcere. L'ex re dei paparazzi è apparso in buona forma, oltre che particolarmente motivavo tra i pali. Unico vezzo, l'aver scelto un completo total black a dispetto della squadra di appartenenza (in arancione). Poco male, visto il sostegno che è sembrato più che convinto a una iniziativa così importante.
di Franco Giubilei
La Stampa, 20 settembre 2019
Polemiche per la pubblicità aggressiva delle bevande: "Sbagliato associarle all'idea di successo". I ragazzi italiani possono bere alcolici per svariati motivi - per sentirsi meglio insieme, perché semplicemente gliene offrono e gli piace, perché vogliono sballarsi - ma il dato di fatto è che molti di loro bevono tanto. Troppo.
E cominciano a farlo sempre prima, addirittura a 11 anni, dato che ci mette al primo posto in Europa nella posizione poco invidiabile di nazione più precoce. I numeri più recenti dell'Istituto superiore di sanità (Iss) parlano di 700mila consumatori a rischio nella fascia d'età compresa fra gli 11 e i 17 anni, "un pianeta del tutto inesplorato", commenta il prof. Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale sull'alcol dell'Iss.
Su di loro, gli under 18, si concentrano le preoccupazioni maggiori, anche se non si può dimenticare che dai 18 ai 25 anni ce ne sono altri 850mila di giovani potenzialmente problematici, cioè ragazzi che mediamente mandano giù più di due bicchieri al giorno (i maschi, per le femmine il parametro è un bicchiere quotidiano). C'è poi un mondo ancora più specifico che spesso si interseca con l'altro, quello dei "binge drinker", cioè di quanti consumano alcolici con lo scopo deliberato di ubriacarsi: cinque, sei bicchieri bevuti in un'unica occasione nello spazio di una-due ore, fino ad ammucchiare 60 grammi di alcol quando il fegato è in grado di smaltirne al massimo 6 in un'ora.
Anche qui è un esercito, 900mila sotto i 25 anni, così suddivisi: 100mila fra gli 11 e i 17, 310mila fra i 18 e i 20 e quasi mezzo milione fra i 21 e i 25. "Il problema dell'alcol è che disinibisce, facendo sentire i ragazzi più sicuri e spavaldi - aggiunge Scafato. È un lubrificante sociale e ha molto appeal fra i giovani proprio per questo; se bevono con questo obiettivo, però, la prima volta si euforizzano con un bicchiere e la volta successiva dovranno prenderne due per raggiungere la stessa sensazione, e così via, fino a inguaiarsi. È il meccanismo della tolleranza, lo stesso dell'eroina".
La distrazione degli adulti, spiega l'esperto, ha creato "una generazione chimica che ha elaborato ritualità precise nell'andare a bere": si comincia col soft drink, poi si passa a birra o vino, spesso a buon prezzo e di scarsa qualità, si passa a bevande con superalcolici e infine, quando le forze si affievoliscono - tecnicamente "il down" - ci si tira su con gli energy drink.
Di fronte a questa altalena in cui spesso e volentieri si insinuano le droghe comunemente dette, si risponde con "armi spuntate", del tutto inadeguate rispetto all'emergenza: "Solo un medico di medicina generale su tre sa che strumento usare per individuare un consumo problematico di alcol - dice Scafato.
È un semplice questionario di tre domande per capire quanto beve, con che frequenza e quante volte un ragazzo si è intossicato con alcolici. Stiamo spingendo per farne uno strumento di prevenzione". Sempre in materia di prevenzione, il medico insiste sulla necessità di "ostacolare gli happy hour, di non rendere gli alcolici più convenienti delle altre bevande e di ridurre l'aggressività del marketing".
Un tasto dolentissimo, questo della pubblicità degli alcolici senza freni: "La diffusione dell'alcol fra i ragazzi va peggiorando perché c'è sempre più normalizzazione dell'uso. La pubblicità non dovrebbe appellarsi al successo sociale e sessuale associato al consumo, pratica proibita in Francia, oltre che dalle direttive Ue". Peccato che da noi ci si limiti al "bere responsabilmente", concetto del tutto fuori luogo con gli adolescenti, che per natura responsabili non sono, e che siano "gli stessi pubblicitari e produttori a regolamentare i contenuti degli spot". Che è un po' come chiedere all'oste se il suo vino fa male.
di Daniela Piana
Il Dubbio, 20 settembre 2019
L'algoritmo rende la macchina dello Stato più veloce ed efficiente, ma non più giusta. Se c'é qualcosa di cui una democrazia che funziona ha bisogno, questo "qualcosa" sono le garanzie, ovvero i baluardi di cui nessuno parla fino a quando non si rischia di perdere, per ragioni spesso contingenti o per fattori congiunturali, il patrimonio costituzionale fatto di diritti individuali e di tutele collettive.
Ciò è particolarmente vero in tempi in cui all'intelligenza delle istituzioni, cosi come le abbiamo configurate, ossia improntate sulla base di procedure e funzioni, si accosta a grandi e rapidi passi un'intelligenza alternativa.
Possibilmente complementare a questa: quella che deriva dalla capacità computazionale di dispositivi sofisticati applicati a basi date massive, disponibili ormai in formato digitale. Di queste garanzie si devono oggi occupare più che mai coloro che ne sono esperti, gli attori dello Stato di diritto nelle loro configurazioni istituzionali, Cnf, Csm e il governo nell'espressione del Ministero della Giustizia e del Ministero della Innovazione Tecnologica, accomunati, da un lato, dalla consapevolezza di quanto delicato sia l'equilibrio necessario al buon funzionamento della giurisdizione e, dall'altro lato, dalla capacità di fare della trasparenza e dell'eguale accesso le pre- condizioni di uno sviluppo scientifico e tecnologico foriero di sviluppo umano e sociale.
È domenica. C'é il sole. Decidete di andare al mare. Salite sull'auto e impostate il navigatore. Indirizzo di arrivo, alcune opzioni specifiche sulla tipologia di itinerario che desiderate escludere, criteri di priorità - economicità, velocità, lunghezza. Il navigatore si connette al mondo dei dati, calcola, determina un itinerario e vi guida. Eppure qualcosa non torna. Ad uno svincolo autostradale le indicazioni fisiche sono in contraddizione con quelle del vostro navigatore di auto. Che fare?
Spegnere il navigatore, seguire quest'ultimo senza alcuna valutazione comparata di affidabilità - per esempio comparando con la vostra esperienza -, oppure combinare le due fonti di informazioni. Ed ecco allora che l'expertise diventa cruciale. Quando interrompere l' "effetto guida" del navigatore per introdurre un "adattamento" esperto dell'intelligenza umana? Quando affidarsi, pur con qualche perplessità, ma pensando che dopotutto il rischio dell'errore del navigatore è basso? Quando invece stabilire che vale proprio la pena affidarsi perché vi mancano dei dati, ad esempio se sono state modificate le istruzioni di viabilità?
Nel momento in cui il "navigatore" si applica ai dati che riguardano le domande di soluzione di problemi aventi rilievi giuridici, ai dati che attengono alla applicazione di norme che definiscono diritti e prerogative, ai risultati della interpretazione giurisprudenziale, ai dati che attengono all'interazione fra cittadino ed istituzione in genere, allora il ruolo degli esperti delle garanzie nello Stato di diritto di cui realmente ogni cittadino può fruire, nell'epoca della trasformazione tecnologica, digitale, computazionale, deve divenire fondativo e dirimente.
Non si tratta di trasformare le professionalità degli attori che operano nel Cnf, nel Csm e nei Ministeri interessati, chiedendo loro di avere la maîtrise di competenze squisitamente matematiche. Ben il contrario. Si tratta di portare tutta la filiera, dalla profilazione dei bisogni organizzativi, alla progettazione, sviluppo, utilizzo e consolidamento dei dispositivi algoritmici e più generalmente dei sistemi esperti basati sull'intelligenza artificiale in uno spazio che deve essere partecipato, in cui innanzitutto gli esperti delle garanzie abbiano voce.
Come per il navigatore fra dati sulla viabilità, la determinazione di quali criteri usare per "orientare" la ricerca dei dati, l'elaborazione dell'informazione ivi contenuta e la validazione di un ventaglio di opzioni con cui rispondere ad un problema - gli itinerari possibili per andare da "A" a "B" - è una scelta che dipende da cosa per noi conta, da cosa ha valore. Altrettanto la scelta di quali priorità assegnare ai dati da cui estrarre le informazioni che formano le regole di calcolo dei dispositivi algoritmici deve essere fatta in uno spazio suscettibile di rispondere alle garanzie costituzionali e alle garanzie processuali, rappresentazione scritta di una ideale di fondo: l'umano al centro della ingegneria istituzionale.
Gli esperti delle garanzie sono gli attori istituzionali che hanno la conoscenza della singolarità, ma possono - devono - ragionare in termini di effetti di interdipendenza, fra trasparenza, certezza della risposta del decisore pubblico, efficienza, rapidità, efficacia, leggibilità. Posto che in ogni società il bilanciamento fra questi principi si situa legittimamente in un punto diverso, dato il set che bilancia e combina questi criteri, a chi spetta la prospettazione di quali soluzioni offrire?
Se in una società si preferisce la certezza della decisione alla sua leggibilità, l'applicazione di dispositivi computazionali al mondo della giustizia ne dovrà tenere conto, sapendo anche la razionalità matematica si confronta con un trade off: massimizzare le due cose non è possibile e più si cerca di rendere il processo di machine learning leggibile dall'esterno, meno diviene esatto sul piano matematico.
L'autonomia e la terzietà degli esperti delle garanzie vanno tutelate: solo istituzioni che possono instaurare rapporti di equilibrata collaborazione con gli attori economici che sviluppano la tecnologia sono in grado di fare si che l'intelligenza artificiale applicata nel rapporto fra cittadini e istituzioni sia rispondente ai principi del primato delle norme del diritto, prima che a qualsiasi altro tipo di normatività, anche quella matematica e informatica.
Insomma si immagini una "danza delle intelligenze", guidata da bussole esperte, non delle intelligenze, ma delle garanzie entro cui esse - le intelligenze - si dispiegano, si combinano, si parlano e si ibridano. Garanzie che non si applicano in modo deduttivo, ma che vanno ribadite, dette, narrate, condivise, come lo si fa con un patrimonio prezioso, il cui valore è diffuso, fra ambiti di vita economica, sociale, politica, e fra generazioni. Per contro, anche gli attori che sviluppano la tecnologia sapranno di muoversi in uno spazio dove non si utilizzano le norme garanti di diritti individuali a valle, ex post, in via di sanzione. Essi saranno chiamati, laddove gli strumenti tecnologici, informatici, matematici, trovano utilizzo nel settore pubblico, a farsi carico di un impegno di lungo periodo, in un percorso di innovazione partecipata fin dall'inizio rispondente al primato della regola del diritto.
E c'è un di più, di cui poco si parla. Ragionare sui sistemi esperti e quindi sulla conoscenza che viene utilizzata da coloro che decidono di diritti individuali - non solo attraverso la soluzione di controversie ma anche attraverso la erogazione di servizi in senso ampio - significa fare un passaggio importante, non compiuto e purtuttavia necessario. Il sistema esperto che si basa sull'algoritmo deve essere equiparato ad una qualsiasi altra fonte di conoscenza tecnica e scientifica, quindi oggetto di contraddittorio o, in altro ambito, oggetto di dialettica, pluralità di voci. Perché di fatto, chi decide quali priorità assegnare al navigatore - se l'itinerario più veloce, o quello più economico, o quello più corto - deve essere un eco- sistema di attori che si confrontano, senza che la verità - anche quella matematica - sia asserita in modo apodittico.
recensione di Laura Ricci
letteratemagazine.it, 20 settembre 2019
Ancora un'insegnante tra le detenute e un trauma condiviso. Il valore dello scrivere e il reciproco sostenersi nella segregazione di Sollicciano. Un linguaggio che sorprende in tempi di sciatteria linguistica nel libro di Monica Sarsini (che è pure un'artista). Il titolo è "Io e Agnese", la donna lunatica e vitale con cui ha maggiore feeling.
Un libro "sottile", di quella dimensione che si sceglie volentieri perché ci accompagni, senza soluzione di continuità, lungo un viaggio in treno. E al tempo stesso un libro denso, profondo, in cui ogni parola ha la sua ragione di essere nell'economia del tutto, e la sottigliezza non sta solo nello spessore del dorso del volume, ma nella costruzione della struttura del racconto, nel dipanarsi del pensiero e nella cura della forma narrativa. Sto parlando di "Io e Agnese", l'ultimo libro di Monica Sarsini, che anche si avvale di un saggio sull'autrice di Ernestina Pellegrini.
Il lavoro va a completare una trilogia narrativa scaturita dai corsi di scrittura tenuti dalla scrittrice nella sezione femminile del carcere di Sollicciano, i cui primi due volumi - "Alice nel paese delle domandine" (2011) e "Alice, la guardia e l'asino bianco" (2013) - sono stati pubblicati da Le Lettere di Firenze. C'è però, rispetto ai precedenti libri, uno spostamento, un diverso e originale esperimento di scrittura che non tira in ballo soltanto l'esperienza carceraria, le storie delle donne che frequentano il laboratorio e la relazione tra loro e tra loro e la docente, ma anche il nocciolo più duro, segreto e oscuro del vissuto più intimo e forse irrisolto della narratrice; che rievoca, intrecciata alle vite estreme delle detenute, una sua precoce e altrettanto estrema tragedia familiare: la perdita nell'infanzia dell'adorato fratellino, colpito involontariamente e mortalmente alla nuca da una cartuccia da leprotti scagliata dal suo più assiduo compagno di giochi.
E anche nei confronti di quella narrazione del sé che giustamente Ernestina Pellegrini definisce una "poetica del trauma" si fa avanti una sperimentazione più complessa e nuova, in cui la scrittura monologante legata al proprio vissuto non rimane avvitata alla disperazione del proprio io, ma continuamente si intreccia e si raffronta con il vissuto e le storie di Agnese e le altre - Alessia, Daniela, Katia, Laura, Susanna, Giada, Rosalina, Elisa, Malina - le prigioniere del fuori piuttosto che del sé, creando una poetica del rispecchiamento che rispetto all'io stabilisce un'oggettivazione e una distanza e, rispetto alle altre, un avvicinamento al loro esistere.
Si determina, in sintesi, un nesso relazionale, in cui non sono tanto le storie di violenza, droga, abbandono, povertà, furti e fughe, peraltro appena tratteggiate con pudore, a contare - del tutto assente, fortunatamente, l'estetizzazione della vita carceraria - quanto la ricerca e il valore dello scrivere e il reciproco sostenersi in una segregazione e in una solitudine differenti ma comuni, così da permettere all'autrice, verso la fine del libro, di dichiarare: "Escono di qui e ci tornano quasi sempre, colpite dagli stessi sintomi che ce le avevano portate, la fame, la debolezza, l'emarginazione che non sono state aiutate a risolvere.
Come del resto io, con i miei sortilegi, sono dovuta venire fino a qui, in questo luogo che non esiste, almeno per arrivare a vedere che cosa c'è dentro di me. Spero che anche per loro stare insieme a me sia servito a mettere a fuoco una visione".
Viene da chiedersi perché tra tutte le detenute - tutte osservate, avvicinate, curate - la prescelta sia proprio Agnese. È con lei, infatti, che come non infrequentemente accade tra maestra/o e allieva/o, si stabilisce una relazione privilegiata, se non addirittura talvolta rovesciata, come se fosse la docente ad attingere forza dalla sfortunata ma vitale determinata allieva. Agnese perché è intelligente e sensibile, perché è leader e sa di esserlo, perché trascina le altre. Perché è ribelle e non sempre affidabile - si legga in questo senso, oltre che come iniziazione alla sterminata complessità della vita, l'episodio emblematico dell'uscita docente-allieva al Museo Antropologico - ma in definitiva a suo modo sta ai patti. Perché è lunatica, alterna, ma sa manifestare il suo affetto. Perché ha bisogno di essere rincuorata ma sa rincuorare.
Per la sua padronanza delle circostanze, perché sa essere fiera anche lì, "dove la vorrebbero appassita dai pentimenti per essere sicuri che è guarita". Per una similarità nella differenza forse, perché diffusa e impeccabile nel dire delle condizioni del carcere, "di sé, della sua vita passata si è fatta un rifugio per apparire anche ai suoi occhi impenetrabile".
La prigione, per l'io narrante del libro - che come Ernestina Pellegrini fa giustamente notare non è detto che sia l'essere anagrafico che ha nome Monica Sarsini - è l'insistere della perdita, non rimossa ma coltivata per sentire accanto l'amata presenza fraterna, l'incapacità di una strada del perdono - "ho paura di quello che penso, ma il concetto di perdono non si è fatto avanti in me come rimedio" - e, al tempo stesso, di quello che potrebbe essere lo sfogo della vendetta, l'eruzione del dolore della psiche nei mali del corpo, il premere della tensione che solo nella parola scritta, che riesce a dire l'indicibile, finalmente si allenta.
Poetica del trauma, scrittura che nasce ricca, affilata, eccentrica, precisa nel romitaggio scelto come modalità esistenziale e come ascesi del creare. Linguaggio prezioso, quasi orgiasticamente sensualmente scatenato dal silenzio e dall'osservazione minuta della realtà - piante, animali, luoghi, ambienti - ma tagliato e rifinito dalla lama dello stile.
Un linguaggio che spiazza e sorprende in questi tempi di sciatteria linguistica, e che proprio per questa sua preziosa, abbondante ricchezza si fa scegliere e gustare. Un linguaggio antico, imbevuto di termini desueti o di toscanismi che altro non sono che scaglie dimenticate della vasta simbologia della lingua. Per ricordarci che una pratica del dire non banalmente standardizzata ma accuratamente selezionata, vissuta, masticata, digerita, diventa quasi un'iniziazione mistica in grado di restituire la complessità del reale e, nel grande teatro dell'universo, di medicare le ferite attraverso un amoroso esercizio di osservazione e restituzione dell'altro da sé. E magari, proprio per questa orgia avvincente di parole, il libro lo leggerete una seconda volta, andata e ritorno, per godere appieno non tanto la trama ormai conosciuta, quanto la trascinante vertigine della lingua.
Monica Sarsini, Io e Agnese, Postfazione di Ernestina Pellegrini, Vita Activa Editoria, 2019, Trieste.
ilvaglio.it, 20 settembre 2019
Il 23 settembre alle ore 9,30 si svolgerà alla Casa circondariale di Benevento il laboratorio creativo "Gli ultimi saranno - Conforto dell'arte, vicinanza delle istituzioni". Raffaele Bruno insieme al gruppo di musicisti, attrici e attori campani, formato da Federica Palo, Maurizio Capone, Massimo De Vita e Enzo Colursi, darà vita ad un rito di improvvisazione che vedrà i detenuti non solo come spettatori, ma anche parte integrante dell'evento.
L'arte come strumento di riavvicinamento tra le persone e di inclusione di chi vive ai margini della società, questo è il proposito del progetto, che vede in prima linea nell'ideazione e nell'organizzazione Raffaele Bruno, direttore artistico del collettivo "Delirio Creativo", è stato assistente di Stefano Benni nei suoi seminari, autore di testi teatrali e canzoni, ha una esperienza decennale nell'insegnamento in contesti diversi (scuole, carceri, comunità, centri per pazienti psichiatrici, aziende e compagnie teatrali). Da marzo 2018 è deputato con il Movimento5stelle.
"È tempo di prendersi cura degli emarginati affinché anche loro abbiano la possibilità di sognare e scegliere cosa fare della loro vita. È compito delle istituzioni comprendere, ascoltando, i bisogni delle persone in condizioni di criticità". Raffaele Bruno precisa, nella nota diffusa alla stampa: "Con questo progetto prestiamo attenzione a quelli che la società tratta da 'ultimi', tenendoli ai margini. Al via, quindi, una serie di attività finalizzate a porre l'attenzione su questo tema, troppo spesso ai margini del dibattito pubblico".
Il progetto "Gli ultimi saranno" prevede una serie di appuntamenti nelle carceri, nelle comunità, negli ospedali e nelle scuole per coinvolgere tutti i destinatari attraverso laboratori creativi, in cui i partecipanti avranno spazio per mostrare il loro talento, interagendo con gli artisti.
L'iniziativa si inserisce in un progetto più ampio di diffusione e valorizzazione dei laboratori creativi attivi nei luoghi di sofferenza, che mira a mettere in evidenza gli straordinari risultati sulle persone che vi partecipano. Numerosi sono gli appuntamenti in programma: 30 settembre, Casa circondariale di Roma Regina Coeli; 4 novembre Casa circondariale femminile di Pozzuoli (Na); 18 novembre, Casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi (Av); 30 novembre, Casa circondariale di Secondigliano (Na); 2 dicembre, Casa circondariale di Salerno; 16 dicembre, Casa di reclusione di Eboli (Sa).
quinewsvolterra.it, 20 settembre 2019
La birra è in preparazione e così il pomodoro per la pizza. Ancora qualche settimana di lavoro e gli ingredienti principali per la cena con menu pizza e birra saranno pronti. Nulla di speciale, se non fosse per le persone e i luoghi che incorniciano questa storia: cinque persone in esecuzione penale, che stanno imparando a produrre birra dentro il carcere di Volterra, e cinque richiedenti asilo, alle prese con la filiera del pomodoro presso l'azienda BioColombini srl.
Si chiama progetto FairMenti ed è nel vivo delle sue attività: promosso e finanziato dalla Regione Toscana con capofila l'Associazione di promozione sociale AGRIcultura sociale - Onlus in collaborazione con l'Associazione Arci - La Staffetta, Arnera Cooperativa sociale onlus, l'azienda agricola BioColombini srl e con il sostegno dell'Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) Coldiretti, CIA e di Federsanità - Anci Toscana, questo progetto si rivolge a persone in situazione di svantaggio che possano trovare nell'agricoltura sociale percorsi di inclusione, formazione ed inserimento lavorativo.
Per questo si lavora con impegno ed entusiasmo, su due percorsi distinti ma connessi: nelle terre di BioColombini si coltivano i pomodori, mentre con La Staffetta, a Volterra, si fa la birra. I dieci protagonisti di questo progetto hanno un unico obiettivo formativo e di integrazione che coinvolge sia la filiera orticola che quella brassicola. Circa 15 ore settimanali, con corsi integrati di HACCP e Sicurezza a cura dell'azienda: una preparazione completa al mondo del lavoro che si chiuderà con una festa, in programma per ottobre.
In questi mesi i cinque richiedenti asilo hanno seguito e imparato ogni fase della coltivazione del pomodoro, dal trapianto delle piantine, passando per la legatura e la pulizia dalle erbe infestanti, fino alla raccolta. Dalla teoria alla pratica dunque, ed il tutto attraverso un metodo di produzione rigorosamente biologico.
La Birra al Coriandolo Bio Toscano è invece il punto di arrivo del percorso brassicolo. Il luppolo viene dalla società agricola Versil Green by Oligea, diretta da Elena Giannini, vice presidente di Coldiretti Lucca, che ha messo a disposizione una selezione di cultivar in sinergia con La Staffetta. Il percorso formativo viene svolto all'interno del Carcere di Volterra e coinvolge cinque persone di cui quattro uomini in esecuzione penale e una ragazza che ha già scontato la pena. Le didattica è cominciata a Maggio ed ha visto, nel mese di Settembre, il culmine del progetto formativo nella cotta didattica di birra artigianale della durata di otto ore, dalla macinatura alla successiva fase di ammostamento, bollitura e successivo inoculo del lievito che fermenterà per altri 15 giorni.
In tempo per la cena finale in programma a ottobre, prevista per un centinaio di persone e il cui ricavato andrà al carcere stesso. "L'importanza di fare la birra in carcere da parte dei detenuti è legata alla possibilità di sfruttare queste competenze nel mondo del lavoro sia durante i permessi premio che dopo il fine pena", commenta Matteo Iannone de La Staffetta. "Infatti La Staffetta si impegnerà anche dopo il progetto Fairmenti a includere con progetti ad hoc nei suoi birrifici alcuni dei detenuti che hanno partecipato al progetto".
"È un onore per noi fa parte di questo progetto - commenta Fabrizio Filippi, presidente di Coldiretti Pisa -. L'agricoltura sociale da sempre è un obbiettivo della confederazione e della Fondazione Campagna Amica, che l'anno scorso ha dato vita ad una rete di agricoltura sociale che già conta 937 aziende in tutta Italia. L'agricoltura sociale è lo sviluppo più avanzato della multifunzionalità - conclude - che abbiamo fortemente sostenuto per avvicinare le imprese agricole ai cittadini e conciliare lo sviluppo economico con la sostenibilità ambientale e sociale".
- Minano. Tre birre non filtrate create dai detenuti
- Su migranti e neoliberismo si gioca la discontinuità della Ue
- Legale ucciso in strada. E l'Olanda si scopre travolta dai narcos
- L'Iran dopo quarant'anni apre gli stadi anche alle donne
- In cella non per vendetta, l'antidoto alla "polveriera". Si ascolti il Papa










