di Desi Bruno e Stefania Pettinacci*
Ristretti Orizzonti, 2 novembre 2019
Negli ultimi tempi si stanno intensificando gli interventi sulla situazione carceraria, in ragione dell'aumento preoccupante delle presenze, e del conseguente disagio sia per i detenuti che per gli operatori penitenziari.
di Gianni Barbacetto
Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2019
Il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, dopo gli stop di Strasburgo e della Consulta all'ergastolo ostativo sta lavorando a una proposta legislativa che rispetti la decisione della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo, ma non indebolisca la lotta alla mafia.
Come giudica gli interventi della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte costituzionale italiana, che hanno smontato la norma che subordinava la concessione dei benefici penitenziari alla collaborazione con la giustizia?
È un dramma, perché non si riconosce la pre-esistenza alla nascita dello Stato unitario italiano di alcune consorterie che hanno nel loro statuto un'identità in netto contrasto con lo Stato, monarchico prima e repubblicano poi. La legislazione antimafia è datata 1982.
Prima non esistevano le organizzazioni mafiose? Esistevano eccome. Rocco Chinnici sottolineava che Cosa Nostra rappresentasse un formidabile strumento di conservazione di equilibri sociali. Gratteri e Ciconte hanno dimostrato come le strutture di 'ndrangheta fossero funzionali a chi gestiva il potere.
Roberto Scarpinato ricorda che nella nostra storia repubblicana c'è un filo sotterraneo che si chiama stragismo, in cui le organizzazioni mafiose hanno svolto un ruolo da protagoniste, fin da Portella della Ginestra. Dunque, dobbiamo renderci conto che, come ci ripete Nando dalla Chiesa, siamo in guerra, una guerra non dichiarata con organizzazioni in netto contrasto con la Costituzione. La nostra legislazione antimafia serviva a riconoscere questo stato di perenne conflitto e a rendere le organizzazioni criminali più deboli, attraverso un trattamento penitenziario che, dopo la cattura dei mafiosi, spezzi i loro legami con l'organizzazione.
Che cosa fare, allora, concretamente? L'appello del Fatto Quotidiano è stato firmato già da 43 mila persone...
Noi stiamo lavorando al testo di un disegno di legge. Ci sono varie opzioni che sto approfondendo coi miei consiglieri. Manderò il testo a tutti i colleghi del Movimento 5 Stelle che sono in Commissione Antimafia, in Commissione Giustizia, in Commissione Diritti umani e in Commissione Affari costituzionali. Già ieri, io e il collega Mario Giarrusso abbiamo cercato di ragionare, nell'assemblea del Movimento, sui pro e i contro di cui dobbiamo tener conto.
I pro e i contro?
Sì, perché dobbiamo avere grande equilibrio e grande raffinatezza giuridica, dobbiamo tener conto delle indicazioni della Corte costituzionale, anche se raggiunte a stretta maggioranza, otto a sette. Dobbiamo rispettare le indicazioni della Consulta, senza creare una situazione di conflitto con la Corte.
Dobbiamo saper coniugare le esigenze, ravvisate dai giudici costituzionali, di tutela di una rieducazione che deve essere garantita, come vuole la nostra Costituzione, a tutti i detenuti, con le esigenze di tutela della societas per cui un mafioso continua a esserlo a vita, a meno che non si allontani dall'organizzazione criminale o non ne sia allontanato, perché passato dall'altra parte.
Lei in questi giorni è in Calabria a incontrare e discutere con gli attivisti del Movimento 5 Stelle. State decidendo che cosa fare alle prossime elezioni regionali? Un'alleanza con il Pd?
l Movimento 5 Stelle è nato in funzione pre-politica, etica, in difesa della legalità. Questo dovrebbe tenere insieme tutti, destra e sinistra. Ora, io rispetto tutti gli elettorati, di destra e di sinistra, perché ogni elettore merita rispetto.
Ma poi devo tener conto della realtà: accanto agli elettorati, ci sono gli apparati di partito. E l'apparato del Partito democratico in Calabria ha delle responsabilità politiche e morali enormi, tant'è che lo stesso Partito democratico nazionale ha deciso di rompere con l'attuale governatore della Calabria, Mario Oliverio.
Noi del Movimento dobbiamo tornare a essere non tanto la terza via, che è quella che si aggiunge alle due precedenti, ma tornare ai diritti-doveri della nostra Costituzione e che tutti, destra e sinistra, debbono riconoscere. Valorizzando i gruppi e le organizzazioni sociali sul territorio. Ma mi chiedo: in Calabria quali e quante reti sociali esistono? Ci sono poche associazioni e molto individualismo. Io vorrei che il Movimento diventasse il motore di una nuova socializzazione.
Potreste trovare una convergenza su una figura come Callipo candidato presidente della Calabria?
Non è il problema di un singolo. Io conosco e stimo Pippo Callipo, ma ritengo sbagliato fare riferimento a una sola persona. Tu puoi avere Maradona, ma lo scudetto lo vinci solo se attorno a Maradona ci sono Giordano, Garella, Careca, Bagni e tutti gli altri.
di Carlo Fusi
Il Dubbio, 2 novembre 2019
L'Ex presidente della Camera condivide i dubbi del Cnf. Lo sguardo lungo di Luciano Violante dribbla le polemiche e gli scontri sulla manovra economica ("Ci sono sempre stati, nei governi di coalizione sono fisiologici, perché meravigliarsi?") e plana sulle questioni di fondo che agitano l'Italia.
A partire dalla necessità di ritrovare la connessione tra una politica troppo disinvolta che snobba l'obbligo di spiegare ai cittadini le sue scelte: un esempio clamoroso è l'intesa di governo tra M5S e il Pd; alla "rifondazione" che Zingaretti ha annunciato; ai nodi della giustizia, compreso lo stop alla prescrizione. "Considerando che la magistratura è sotto organico, il magistrato cerca di fare quello che può evitando di ricorrere alla prescrizione. La mia proposta è questa: perché non si va nei singoli tribunali a vedere perché si prescrivono i processi, a verificare cosa manca nel singolo distretto, nel Tribunale?
Eppure, presidente, c'è chi nella maggioranza agita le divaricazioni sulla legge di Bilancio per trovare visibilità e chi mette ogni giorno i bastoni tra le ruote. Il metodo "salvo intese" non è l'anticamera della crisi?
Dobbiamo riflettere sul tono di una parte del M5S; mostrandosi aggressivi si cerca di riconquistare una centralità politica che purtroppo si riduce. Ma fare l'opposizione al governo di cui si è parte non è salutare per nessuno neanche per i cittadini, nei cui confronti c'è il dovere di essere chiari.
Forse pesa il risultato dell'Umbria, dove i Cinque Stelle sono precipitati a percentuali di una cifra...
L'esperienza umbra è stata per il M5s particolarmente dannosa. Bisogna tuttavia considerare che lì la destra già governava alcune delle principali città e c'era stata la vicenda della sanità che nelle polemiche elettorali non c'è stato modo di risistemare.
Ma ora Luigi Di Maio afferma che l'accordo con il Pd a livello regionali non è più riproponibile. E come si fa a governare assieme a Roma e poi divaricarsi in periferia?
Quando si fa una scelta impegnativa, il governo con il Pd, tirarsi indietro dopo tre mesi dopo una sconfitta, non conforta l'elettorato e non consolida la leadership. Anzi dà l'idea di un'incertezza. Lo dico perché il M5S ha rappresentato una parte grande del Paese che si è sentita esclusa, marginalizzata. Precipitare di elezione in elezione è preoccupante, ma cambiare direzione in corsa forse non aiuta... Non si capisce peraltro in che direzione porterebbe questo cambiamento: con la destra hanno già governato ed è andata male; e da soli non hanno più i voti... Penso si debba partire da una considerazione più di fondo. Il 50% circa degli elettori del M5S non ha votato altri partiti, ma si è astenuto. La sconfitta è stata determinata dalla non partecipazione al voto. Allora mi chiedo: si è spiegato agli italiani e in particolare agli umbri perché si è fatta questa alleanza? Gli astenuti possono essere recuperati; ma offrendo loro un ragionamento serio per spiegare la scelta, ascoltando le obiezioni e replicando, se si è capaci. Altrimenti rischi di perdere anche il 50% dell'elettorato che ti ha votato.
Questa operazione verità la deve fare solo Di Maio o anche il Pd?
Ance il Pd. Circa il 30% degli elettori non lo ha votato; non ha scelto altri, ma si é astenuto. Chi si astiene, vale anche il M5S, può certamente essere convinto a tornare al voto, ma solo attraverso una paziente ed umile opera di spiegazione. I dirigenti del Pd, così anche quelli di M5S, dovrebbero andare nelle principali città italiane e spiegare al Paese perché si sono fatte certe scelte e quali sono gli obbiettivi. La politica è una continua azione di pedagogia reciproca tra chi parla e chi ascolta. Chi ascolta deve poter parlare e chi parla ha il dovere di ascoltare. Non sono sufficienti gli interventi nei talk show o le interviste sui media.
L'annuncio di Zingaretti di voler rifondare il partito del partito va in questa direzione oppure non è sufficiente?
Può darsi che sia giusto. Ma io credo che sia prioritaria spiegazione all'elettorato delle scelte che si fanno. Rifondazione mi sembra una parola abusata: è dagli anni ' 90 che viene ciclicamente riproposta: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Al contrario, non abbiamo mai spiegato con chiarezza il tema del rapporto del Pd con il comunismo.
Cosa intende?
Voglio essere chiaro. Io sono stato comunista, forse lo sono ancora in qualche spazio della mia coscienza. Ma un partito politico ad un certo punto deve prendere con nettezza le distanze da quello che ha lasciato. La tradizione comunista, storicamente e politicamente, è una via chiusa. Ora la sinistra deve proseguire sul terreno socialdemocratico. È un nodo da sciogliere.
Lei ritiene che ci sia ancora uno spirito comunista dentro il Pd?
No. Sarebbe archeologia. Del resto basta guardare i quadri dirigenti di quel partito e le leadership che si sono succedute. La fascia operativa ha in media quarant'anni: nulla a che vedere con ciò che è accaduto dopo il crollo del Muro di Berlino.
Spieghiamo meglio. Secondo lei è necessario per il Pd tagliare i ponti con il passato e costruire un'agenda per il futuro e un'idea di Paese partendo dalla rivisitazione e abbandono della tradizione ideale del comunismo?
Il mio suggerimento è che bisogna superare le ambiguità. È chiaro che non abbiamo più niente a che fare storicamente con quell'esperienza, che il mondo è cambiato radicalmente, che le società sono mutate profondamente. Dunque anche i gran- di temi dell'azione politica sono cambiati. È un fatto obbligato: solo il cristianesimo dura da 2.000 anni. Il comunismo era figlio di una certa stagione che è terminata. La sinistra è in difficoltà dappertutto, Francia, Germania, Usa; l'Italia è nella regola anzi forse sta meglio di altri.
Per un verso ci vuole una spiegazione di quello che si sta facendo, per l'altro ci vuole una presa di distanza dal passato. Il comunismo italiano è stato nettamente diverso da quello sovietico; ma questa diversità non è sufficiente. Un partito socialdemocratico è ciò che serve. Il PD non può essere una riedizione del cattocomunismo. Ogni volta che cambi nome cambi identità, segno di incertezza rispetto a quello che sei; ma l'identità va abbandonata o spiegata; non va messa nel cassetto. Il comunismo è stato insieme un grande strumento di liberazione e di oppressione. Nel mondo è stato strumento di libertà all'opposizione e di oppressione quando ha governato.
A proposito del rapporto con i Cinque Stelle: quale sistema elettorale è il migliore per realizzare questa prospettiva, il maggioritario o il proporzionale?
Nell'esperienza italiana secondo me la legge migliore è quella proporzionale con alta soglia di sbarramento, tipo al 5%. Perché il maggioritario dà un eccessivo potere contrattuale alle piccole forze, che diventano indispensabili quando si aggiungono alle grandi per conquistare i collegi. E poi a successo ottenuto (o anche in caso di sconfitta) se ne vanno per conto loro. Lo ha fatto Rifondazione comunista; lo ha fatto l'Udc di Mastella. Invece un meccanismo elettorale proporzionale con adeguato sbarramento taglia via le forze non rappresentative. Nella campagna elettorale per le elezioni politiche ciascuno deve spiegare chiaramente il programma. Dopo le elezioni chi ha maggiore capacità di coalizione va al governo e se va male i cittadini avranno modo di cambiare alle elezioni successive. In ogni elezione, a livello regionale, comunale e politico, bisogna avere un obiettivo preciso: la governabilità della realtà per la quale si concorre. Quella realtà, ad esempio la Regione, è diversa da altre. Ovviamente quando si ripetono gli scossoni nel sentire pubblico, il governo deve tenerne conto. La mia idea è che il sistema elettorale proporzionale serve per fare un ragionamento di respiro più ampio. Il collegio favorisce il rapporto con l'elettore, ma riduce il dibattito politico a questioni minori, intimamente legate a quel perimetro. Con la riduzione dei parlamentari poi, i collegi del Senato saranno composti da circa 300 mila persone. Considerando che ci sono almeno sei mila comuni sotto i 5000 abitanti, quanto costerà una campagna elettorale? Chi pagherà? A mio avviso la riduzione del numero dei parlamentari deve spingere ad abbandonare l'idea dei collegi. Naturalmente non esiste la legge elettorale taumaturgica. La legge elettorale serve soltanto a trasformare i voti in seggi. Cosa poi si fa con quei seggi conquistati, dipende dai partiti.
Ecco, appunto. Non è un altro aspetto della crisi italiana l'inesorabile declino dei partiti?
A mio avviso, parlare di crisi dei partiti non è sufficiente. In realtà c'é un assaggio sociale s in corso, dalla società analogica verso la società digitale. Solo i Cinque Stelle se ne sono resi conto. L'ha capito anche Matteo Salvini, con intelligenza: giocando sui social e sulla campagna tradizionale, rimbalzando gli effetti dell'uno sull'altra. Quei due soggetti politici si stanno già muovendo in una società diversa, digitale appunto. Anche gli altri partiti dovrebbero accorgersene.
Veniamo alla giustizia. Il presidente del Cnf, Andrea Mascherin, ha chiesto al ministro Bonafede la sospensione dell'entrata in vigore della prescrizione. Sul tema della giustizia, su cui Pd e Cinque Stelle parlano linguaggi diversi, a volte opposti, quale sintesi è possibile?
Il principio da cui partire è che non puoi avere un sistema che crea imputati a vita. Si determinano conseguenze paradossali: a quel punto, infatti, che bisogno c'è di fare i processi? Considerando che la magistratura è sotto organico, e che la politica da sempre nuovi compiti, il magistrato cerca di fare quello che puoi evitando di ricorrere alla prescrizione. La mia proposta è questa: perché non si va nei singoli tribunali a vedere perché si prescrivono i processi, a verificare cosa manca nel singolo distretto, nel Tribunale? Ci saranno dei dati da studiare e bisognerà verificare anche le ragioni del mancato funzionamento: se è per inerzia, incapacità, o mancanza di mezzi. Se non si va alla radice dei problemi, non si riesce a risolverli. Le realtà dei Tribunali sono diverse da zona a zona.
Ma visto che la riforma della prescrizione entra in vigore a gennaio, bisogna sospenderla o no?
La mia idea è rimandarla di un anno, per verificare nel frattempo le condizioni reali dell'esercizio della giustizia. Io lo dico così: non è sbagliato porre il problema da parte dei Cinque Stelle. È sbagliata la soluzione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 novembre 2019
L'articolo de "La Verità" contro giudici e avvocati dimentica le riforme incompiute. Ma perché dobbiamo leggere ancora una volta un'accusa generica, indiscriminata, raffazzonata sparata nel presunto mucchio selvaggio della giustizia? Perché un giornale attento come La Verità si lascia andare nella titolazione di un'intervista fino a rovesciarla in un'avvelenata contro i suoi colleghi, "Magistrati, avvocati e università hanno ucciso la nostra giustizia"?
Si fa fatica a capirlo. Anche perché in tutta la pure interessante conversazione con il legale fiorentino Eraldo Stefani firmata ieri da Marcello Mancini sul quotidiano di Maurizio Belpietro, aleggia una certa fascinazione esterofila. Dall'accostamento di Stefani a Perry Mason alla lamentela per le ingolfate aule dei tribunali, a quel disfattismo declinista antitaliano che ormai sceglie sempre più spesso la giurisdizione come bersaglio preferito. E poi soprattutto, l'idea secondo cui non è l'assetto ordinamentale a fare acqua da tutte le parti ma la condotta dei protagonisti, cioè appunto magistrati, avvocati e al limite accademici.
Non una parola sul fatto che sì, è vero, l'avvocato ha poteri investigativi, eppure il ruolo del pm nella fase delle indagini è così smisurato da negare spesso il valore e la praticabilità stessa dell'attività difensiva. Non una parola sulle sentenze che hanno menomato nella culla il compianto (anche dall'intervista) modello processuale accusatorio, non una parola soprattutto sulle incompiutezze del sistema a cui persino negli ultimi mesi ci si è rifiutati di rimediare.
Esempio: è vero che il codice del 1989 funziona male. Ma è vero pure che a detta di magistrati e avvocati, voluti da Bonafede al tavolo per la riforma, la soluzione era chiara: primo depenalizzare, e sul punto nessuna parte politica è davvero disponibile a esporsi; secondo, rafforzare il ruolo del giudice nell'udienza preliminare, evitare cioè che tale decisivo passaggio del procedimento si riduca a insulso passaggio di carte; terzo, cosa decisiva, rafforzare, cioè rendere più appetibili i riti alternativi, innanzitutto il patteggiamento.
Ma qui ancora una volta è la scelta politica che piccona le risorse dell'ordinamento, perché proprio al sopracitato tavolo sulla riforma un partito della vecchia maggioranza, la Lega, ha fatto pervenire il proprio insuperabile veto sull'ipotesi di allargare il patteggiamento e rafforzarne i contenuti premiali. D'altronde, lo stesso partito aveva ottenuto, con la stessa maggioranza di allora, che il ricorso a un altro prezioso rito alternativo quale l'abbreviato fosse escluso per i reati da ergastolo, con conseguente micidiale ingolfamento delle Corti d'assise. E nell'ultimo caso non si parla di propositi riformatori: si tratta di una legge in vigore dallo scorso aprile.
Ecco: ci dite per piacere come si può sostenere che, se il processo penale accusatorio non decolla mai davvero, è per colpa di magistrati e avvocati? E poi, l'attacco ormai sistematico alle toghe, a quelle della magistratura come alle toghe dei difensori, lascia sempre più chiaramente scorgere altri retro-pensieri, che c'entrano davvero poco con la capacità dell'avvocato di svolgere indagini alla Perry Mason.
Qui il punto è il fastidio per il procedimento penale in quanto tale. Che è avvertito ormai come forma di impostura rispetto al processo vero, quello mediatico. E quello sì che funziona. Le indagini difensive non le fa neppure il penalista ma direttamente la tv. Ci piace tanto. E allora rinunciamo del tutto alle aule di giustizia. Rottamiamo le toghe. E mettiamoci davanti a uno schermo per ascoltare la sentenza. Arriverà sicuramente in tempi più brevi e senza calca nei corridoi. Giusto l'attesa per il super spot.
di Paolo Comi
Il Dubbio, 2 novembre 2019
Il "Fatto Quotidiano" ha lanciato un appello nel quale chiede al governo un decreto per bloccare la decisione della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo (pena, feroce, che esiste solo in Italia, tra i paesi europei, e che infatti è stata già condannata due volte dalla Corte di Strasburgo, e che viola, effettivamente, oltre alla Costituzione italiana anche i principi essenziali del diritto).
di Giacomo Costa*
Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2019
Dopo la sentenza della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo: perché e come modificare l'articolo 4bis. 1. L'articolo 27 della Costituzione non parla delle funzioni delle pene. Quali che esse siano, dice che "devono tendere alla rieducazione del condannato". Nell'interpretazione corrente si deve trattare di una rieducazione morale che gli permetta di riprendere il suo posto in società.
Un corollario di questa interpretazione è che non vi può essere piena attuazione dell'ergastolo: sennò come avverrebbe la reintegrazione che è il fine della rieducazione? Un secondo corollario è che l'apparato giudiziario-carcerario deve istituire un sistema di monitoraggio dei comportamenti dei detenuti, per registrare i progressi compiuti. Probabilmente questa concezione è fondata sulla credenza che i delinquenti si siano formati malamente a causa delle disastrate condizioni socio-economiche di origine. Questa credenza non è generalmente vera. Inoltre, la delinquenza può essere il risultato di elaborate dottrine o di convinzioni lungamente medita.
2. La Corte costituzionale ha prodotto un'importante sentenza, della cui motivazione è stata anticipata una breve sintesi. Gli ergastolani mafiosi o terroristi non erano sinora ammessi, in base all'articolo 4bis comma 1 dell'Ordinamento penitenziario, alla concessione di benefici penitenziari (permessi premio, lavoro esterno, semilibertà, libertà condizionata) se non avessero deciso di collaborare con la magistratura. Ora, osserva la Corte, ciò che va evitato è "l'attualità della partecipazione all'associazione criminale" e "il ripristino di collegamenti" con essa. La collaborazione con la giustizia è una prova sufficiente della decisione di non rinnovare tali contatti, ma non necessaria: "Se si possono acquisire elementi tali da escludere" la ripresa dei contatti, il divieto cade. Quali sarebbero tali "elementi"? Qui la Corte si fa più vaga. Non ne fornisce un solo esempio. Quali questi "elementi" siano, che occorrano o no, spetta al magistrato di sorveglianza stabilirlo, in base alla relazione del carcere e alle informazioni e pareri di varie autorità di sorveglianza (l'apparato inquisitoriale di cui si diceva).
3. Ora finalmente "tocca ai giudici giudicare!" esulta Luigi Manconi su Repubblica del 24 ottobre. Ma di solito il giudice giudica applicando la legge, ossia, i criteri suggeritigli dalla legge: che qui mancano! Osserva Hans Kelsen ne "Il problema della giustizia" (pagine 52-53) che di solito "ci si rifiuta di vincolare gli organi che applicano il diritto con norme generali...e di affidare ogni cosa alla loro discrezionalità, affinché possano trattare ogni caso concreto conformemente alle sue peculiarità". Ma nel nostro caso non è questo il fine: la Corte delega al magistrato la ricerca di quei criteri sostitutivi della collaborazione di cui essa ha astrattamene ipotizzato l'esistenza, ma che non ha saputo individuare.
4. Gli ex magistrati Caselli, Ingroia e altri, hanno sottolineato che, per la natura non dei singoli uomini, ma dell'organizza zione mafiosa, l'appartenenza alla mafia è per sempre. Se ne esce o da morti, o da collaboratori di giustizia. La Corte costituzionale non è d'accordo, evidentemente, e si può simpatizzare con il suo sussulto in difesa della revocabilità della propria carriera criminale. Ma non indica alcun modo alternativo di compiere il troncamento. Resta, io temo, al magistrato solo la lettura dell'animo dell'ergastolano mafioso: affidata a un soggetto che nulla qualifica per questo difficile, forse impossibile incarico. Il ruolo del magistrato non è affatto "valorizzato" da questa micidiale delega che meglio si potrebbe affidare a una chiromante.
5. Tuttavia la sentenza è irrevocabile. Giovedì sul Fatto Quotidiano è uscito un appello per limitarne i danni potenziali: come? A mio avviso conviene restare aderenti all'impianto ipotetico adottato dalla sentenza, conservandone pienamente lo spirito. Il comma 1 dell'articolo 4bis andrebbe così integrato: "I detenuti finora esclusi dai benefici carcerari a causa della loro mancata dissociazione dalle bande criminali di appartenenza possono farne richiesta allegando la documentazione degli atti da loro compiuti dai quali si possa inferire la cessazione definitiva dei loro rapporti con esse". Le domande dovrebbero essere esaminate da una commissione di almeno 5 persone, che non comprendano il magistrato di sorveglianza.
*Ex professore di Economia Politica all'Università di Pisa
di Giacomo Urbano*
Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2019
In questi giorni, è in discussione alla Camera dei deputati il ddl costituzionale denominato "Norme per l'attuazione della separazione delle carriere giudicante e requirente della magistratura". Se fosse approvata questa netta distinzione degli ambiti ordinamentali, organizzativi e disciplinari, determinerebbe la fine della magistratura costituzionale così come la conosciamo, esempio di equilibrio e garantismo unico nel mondo occidentale.
Il senso di questo decalogo, se si vuole generalista, sentimentale, nostalgico, è quello di dare voce alle ragioni del No, con la convinzione che di certo questa riforma non porterebbe a un migliore assetto della giustizia penale né a una maggiore qualità della giurisdizione. Ecco quindi alcuni buoni motivi per opporsi alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Il pm non è l'avvocato dell'accusa, la sua azione tende unicamente a raggiungere la verità processuale nell'interesse della collettività, perciò è una parte imparziale, senza essere un ossimoro. Pm, giudice e avvocato sono tre uomini in barca, quella di Jerome K. Jerome.
La separazione delle carriere è il primo passo verso un'altra magistratura, non sappiamo quale. O forse sì. Pensare che il giudice sia appiattito sul pm significa non conoscere gli uffici giudiziari e le statistiche di definizione dei procedimenti e dei processi, che invece dicono tutt'altro.
Esiste già una netta separazione delle funzioni che rende poco praticabile il passaggio dall'una all'altra, con limiti territoriali e temporali significativi di cui nessuno parla mai. Se la separazione serve a rendere il Giudice più distante dal pubblico ministero e ancora più terzo, ciò vuol dire che quel giudice è semplicemente non autorevole e non professionale. E continuerà a esserlo, anche da separato.
È passato il tempo delle battute degli anni 90: "studia figliolo, studia, sennò da grande farai il pm", ma è passato pure il tempo in cui i pm andavano in tv a fare proclami. E non si regolano, oggi, i conti del passato. La separazione non determinerebbe un processo più giusto ma al contrario solo un pm più forte e fuori controllo perché affrancato dal limite della giurisdizionalità del suo agire. Se ancora, nonostante tutto, ci sono avvocati che chiamano giudici i pm ci sarà un motivo. E non per un lapsus.
Non si può essere separati in casa. E pm e giudici abitano sotto lo stesso tetto, quello del dubbio e della giurisdizione. Il pm, quando il Giudice entra in aula, si alza e quando parla al Giudice lo fa in piedi. Con la separazione non ci sarà più un sostituto procuratore che, come Rosario Livatino, dopo aver chiesto la condanna di un imputato, ascoltando l'arringa del difensore cambierà idea e replicando ne chiederà l'assoluzione. E poi alla fine in fondo, a ben pensarci pm e giudici sono separati già, perché ognuno di loro nel silenzio della camera, di consiglio o non, sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.
*Sostituto procuratore Santa Maria Capua Vetere
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 novembre 2019
In Turchia circola questa barzelletta: "Come vanno le cose?", "Non possiamo lamentarci". "Ah, bene allora". "No, non ha capito. Non possiamo lamentarci". "Non possiamo lamentarci" è anche il titolo del rapporto diffuso ieri da Amnesty International, in cui l'organizzazione per i diritti umani rende noto che centinaia di persone sono state arrestate e rischiano processi e condanne per aver fatto commenti o denunce sull'offensiva militare in Siria. Chiunque si sia distanziato dalla linea ufficiale - giornalisti, utenti dei social media, manifestanti, attivisti e oppositori politici - viene accusato di "terrorismo" e sottoposto a indagini, detenzioni arbitrarie e divieti di viaggio all'estero.
Il rapporto di Amnesty International segnala in particolare la repressione che si è abbattuta contro i giornalisti dopo che il 10 ottobre, 24 ore dopo l'inizio dell'offensiva militare, l'autorità regolatrice delle comunicazioni aveva avvisato gli organi d'informazione che vi sarebbe stata tolleranza-zero su "ogni trasmissione che potrebbe avere un impatto negativo sul morale e sulle motivazioni dei soldati o che potrebbe ingannare i cittadini attraverso informazioni incomplete, false o parziali funzionali agli obiettivi del terrorismo".
Una denuncia ha raggiunto persino il direttore e l'editore del settimanale francese "Le Point", rei di "offesa al presidente" per questo titolo di copertina: "Pulizia etnica: il metodo Erdogan". Per quanto riguarda i social media, solo nella prima settimana dell'offensiva militare, 839 account sono stati posti sotto indagine per "diffusione di contenuti di rilevanza penale"; 186 persone sono state messe in custodia di polizia e 24 di loro sono state rinviate in detenzione preventiva.
L'operazione "Sorgente di pace" è anche il pretesto per intensificare la repressione contro gli attivisti e gli oppositori politici. Parecchi parlamentari sono sotto inchiesta e decine di attivisti del Partito democratico del popolo (Hdp), di sinistra e filo-curdo sono stati arrestati. La sindaca della città di Nusaybin è stata deposta e subito sostituita da un governatore distrettuale. Il 12 ottobre le "Madri del sabato", un gruppo di parenti di vittime di sparizioni forzate che organizzano veglie pacifiche ogni sabato dal 2009 per ricordare i loro cari, sono state avvisate che, se fosse stata pronunciata la parola "guerra", la manifestazione sarebbe stata sgomberata. Cosa puntualmente e violentemente avvenuta non appena è iniziata la lettura di una dichiarazione che criticava l'operazione militare in Siria. Dunque, è vero: in Turchia non ci si può lamentare.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 2 novembre 2019
Medaglia alla coerenza al dottor Armando Spataro, che ha svolto per tutta la sua vita di magistrato il ruolo di Pubblico ministero, sfuggendo così alle due tentazioni cui non sanno resistere tanti (troppi) suoi colleghi: quella di scambiare il ruolo di accusatore con quello di giudice e quello di entrare in politica mettendo a frutto la popolarità acquisita con le inchieste giudiziarie. Siamo certi non gli siano mancate le occasioni né per diventare giudice né per diventare politico. Ma ha rinunciato.
Il primo ruolo non è proprio nelle sue corde, per quel che riguarda il secondo, non ne ha mai avuto bisogno, avendo lui sempre interpretato il ruolo del pubblico accusatore nel modo più "politico" possibile. Nei lunghi anni in cui è stato pubblico ministero a Milano, Armando Spataro ha svolto un vero ruolo da "sceriffo" all'americana, pur non essendo lui né eletto né nominato da un ministro, ma teoricamente solo un burocrate planato in magistratura per concorso. Certo, anche lui come tutti i suoi colleghi, ha nuotato nell'acqua della grande anomalia italiana, quella di un ordinamento giudiziario in cui il pm gode di un regime di ampia indipendenza a scapito della responsabilità.
Ha goduto del vantaggio di appartenere allo stesso ordine dei giudici e lo rivendica ancora oggi, attraverso la finzione retorica (Il Riformista, 29-10-19) di una querelle tra garantisti e forcaioli, in cui ricorda quel che è ovvio, cioè il dovere di tutti i soggetti processuali di rispettare i diritti individuali di ciascuno. Ma il problema non è quello, e non è neanche un'altra sua finzione retorica, quella di ricordarci di esser stato lui stesso vittima di volta in volta di coloro (che lui cataloga in: colleghi magistrati, politici, pseudo-intellettuali) che lo criticavano attribuendogli patente di uomo di destra se indagava sul terrorismo "rosso" e di esponente di sinistra se troppo blando nel perseguire la violenza islamica.
Il punto vero è un altro, è una questione di regole. Principi che ancora dovrebbero sussistere, nonostante i nostri codici siano da tempo infarciti di legislazione di emergenza emanata da un Parlamento sempre più convinto che sia i pubblici ministeri che i giudici, più che indagare e deliberare debbano "lottare". Non inquisire e giudicare il cittadino, ma sgominare i fenomeni devianti, si chiamino terrorismo o mafia. Dimenticando che la lotta, se non addirittura la guerra contro le piaghe della società spetta invece proprio a quel potere esecutivo che spesso demanda agli altri poteri dello Stato quel che non sa o non può e non vuole fare. Proprio come fece l'ultimo governo Andreotti nel 1993 dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino, quando affidò (con la legge Scotti-Martelli) al Parlamento e alla magistratura il compito della lotta alla mafia. Diverso sarebbe il ruolo del Pubblico ministero se, come è nei sistemi di common law, rispondesse delle sue azioni all'elettorato o in sede politica.
È sotto gli occhi di tutti il fatto che certi comportamenti di rappresentanti della pubblica accusa, quelli che chiamiamo "sceriffi", in un sistema come quello italiano in cui esiste l'obbligatorietà dell'azione penale e un unico corpo, la magistratura, che contiene coloro che accusano e coloro che giudicano, diventano di per sé potere privo di controllo. Potere politico. Vogliamo citarli uno a uno questi comportamenti? Possiamo parlare degli stratagemmi usati per prolungare le indagini, la violazione della competenza territoriale, l'uso distorto della carcerazione preventiva per estorcere confessioni e chiamate in correità, l'uso dei "pentiti".
E molto altro. Sono argomenti che il dottor Spataro conosce molto bene, questi ultimi, visto il suo ruolo nelle indagini e nel processo per l'assassinio del giornalista Walter Tobagi. Negli Stati Uniti i responsabili del delitto poi diventati collaboratori di giustizia Marco Barbone e Marco Morandini forse non avrebbero scontato nemmeno i tre anni di carcere che hanno trascorso in Italia dopo la trattativa, più o meno segreta, stipulata con il pubblico ministero, però i cittadini americani sarebbero stati tranquilli del fatto che il rappresentante della pubblica accusa sarebbe stato responsabile in sede politica e pubblica delle proprie azioni e dell'osservanza delle regole.
Ci domandiamo che cosa sarebbe successo in Usa (ma anche negli altri Paesi europei) se alcuni pm e gip avessero trascinato per sedici anni con una gogna infinita una vicenda giudiziaria come quella subita dall'avvocato Melzi senza risponderne davanti ai cittadini. Con i pm trasformati in incontrollati poliziotti non smentiti quasi mai dal compiacente avallo dei gip se non anche dai collegi giudicanti. Come se ogni arbitraria scelta del pm fosse atto dovuto e insindacabile. E che arroganza! Viene in mente un episodio raccontato nel libro di Agostino Viviani, La degenerazione del processo penale in Italia. Un tribunale del riesame aveva rimesso in libertà un indagato in custodia cautelare, e subito dopo pare che il pm avesse fatto aspre critiche con "aggressione verbale" nei confronti del presidente del collegio giudicante che non aveva obbedito alle sue richieste e in seguito si sia anche rivolto per protestare al presidente del tribunale. Il quale, invece di denunciare la grave intromissione del pm nei confronti dell'organo giudicante, aveva convocato il presidente del Tribunale del riesame per avere spiegazioni.
Così, tra "colleghi". Come è finita? Che quest'ultimo, a disagio perché si sarebbe presto trovato nella stessa situazione in altra indagine e con lo stesso pm, finì per astenersi dal giudicare. Nel libro ci sono i nomi e cognomi. Due volte il Csm fu investito della questione: la prima dallo stesso Viviani, la seconda dal consigliere Di Federico. Invano. Sarebbe questa la "cultura della giurisdizione" di cui sarebbe fornito il pm e di cui parla il dottor Spataro?
di Ignazio Cutrò
antimafiaduemila.com, 2 novembre 2019
"Grave la mancata assegnazione della delega per la Presidenza della Commissione Centrale". Con riferimento alla audizione del Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, ieri in Commissione Parlamentare Antimafia, registriamo il suo silenzio in merito alla mancata assegnazione della delega per la Presidenza della Commissione Centrale. Il ritardo con il quale il Ministro dell'interno non abbia ancora deciso a quale dei due viceministri assegnare la Presidenza di un così importante organo politico-amministrativo non è dato di sapere.
Ciò che invece sappiamo è che la signora Ministro si è limitata a ribadire l'ennesimo copione sul numero dei testimoni e dei collaboratori protetti e di come il sistema di protezione italiano sia punto di riferimento in altri Paesi. Dicevamo un copione già visto e rivisto che volutamente ignora quanto emerso dalle inchieste della Commissione Parlamentare Antimafia.
Basterebbe che il Ministro trovasse il tempo di leggere le relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia, approvate all'unanimità, nel 1998, nel 2008 e nel 2014 nonché le prime risultanze sui disagi di testimoni e collaboratori nel corso della attuale inchiesta del Comitato X di Inchiesta sui testimoni di giustizia e collaboratore di giustizia.
Per quali ragioni il Ministro intenda ignorare questioni fondamentali quali sicurezza, reinserimento sociale e lavorativo, minori resta per noi un mistero. Di certo non è utile a nessuno, ai testimoni di giustizia e ai collaboratori di giustizia, ma anche alle Istituzioni che si neghi la crisi di sistema dello speciale programma di protezione ne tantomeno è utile a chicchessia che si taccia sul fatto che il decreto attuativo della legge n. 6 del 2018 attualmente in esame alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati sia tutto da riscrivere per manifesta incostituzionalità in quanto contiene norme incompatibili con quella legge e tantomeno desumibili dalla volontà del Legislatore. Dal Ministro dell'interno Lamorgese ci aspettiamo più coraggio e soprattutto discontinuità rispetto a quella logica punitrice verso i testimoni di giustizia ai quali purtroppo siamo stati abituati a subire.
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