di Errico Novi
Il Dubbio, 21 settembre 2019
Dal governo e da Montecitorio la previsione di tempi brevi per l'esame della legge. Assegnato alla commissione Giustizia della Camera, il testo elaborato dal guardasigilli con l'istituzione forense punta ad affermare quell'equità sociale cara al nuovo esecutivo. Al Cnf avevano tenuto a essere scrupolosi nello screening delle norme preesistenti.
di Giovambattista Palumbo
Italia Oggi, 21 settembre 2019
Nessuna norma vieta al giudice penale di avvalersi, ai fini della prova della sussistenza degli elementi costitutivi dei reati tributari, delle risultanze degli accertamenti operati in sede tributaria. Così la Corte di cassazione, con sentenza 36207 del 19/8/2019.
Nella specie, l'imputato aveva proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di appello, che, confermando la decisione di primo grado, lo aveva condannato per il reato di cui all'art.5 del dlgs 74/2000, perché, nella qualità di rappresentante legale di una società, al fine di evadere le imposte sui redditi e l'Iva, non aveva presentato la dichiarazione, realizzando un'evasione di imposta accertata in euro 128.070,00, ai fini Ires e in euro 162.998,00, ai fini Iva.
Il ricorrente contestava quindi, tra le altre, che l'accertamento induttivo dell'evasione fiscale non doveva ritenersi ammissibile in sede penale, essendo il giudice tenuto a verificare la sussistenza della contestata evasione tramite specifiche indagini.
Evidenziava infatti il ricorrente che il tribunale si era limitato ad escutere un teste, che aveva confermato l'accertamento induttivo compiuto dall'Agenzia delle entrate e basato sull'applicazione degli studi di settore, mentre la Corte d'appello aveva sostenuto che, solo in caso di emersione, nel corso del contraddittorio, di elementi contrastanti con l'accertamento induttivo, il Giudice avrebbe dovuto compiere un'autonoma verifica.
Il ricorrente deduceva, in sostanza, che, nella specie, non poteva operare alcuna inversione dell'onere della prova, restando sempre compito del giudice penale quello di un'autonoma valutazione degli elementi emersi. Secondo la Corte la censura era infondata.
Evidenzia infatti la Cassazione che il giudice penale, ai fini della ricostruzione delle imposte dovute e non dichiarate, anche in base al principio di atipicità dei mezzi di prova, di cui è espressione la previsione dell'art.189 c.p.p, può avvalersi di ogni elemento, e dunque anche dell'accertamento induttivo, mediante gli studi di settore, compiuto dagli Uffici finanziari per la determinazione dell'imponibile. Salva, naturalmente, come peraltro avvenuto nel caso in esame, la necessità che tali elementi siano fatti oggetto di un'autonoma valutazione.
cronachefermane.it, 21 settembre 2019
"Un fine anno ricco di attività trattamentali per gli istituti penitenziari delle Marche. Negli ultimi giorni il Garante dei diritti, Andrea Nobili ha sottoscritto diversi accordi per portare nelle sei strutture regionali laboratori, letteratura, poesia, cinema e danza, con l'obiettivo di "promuovere la cultura, l'aggregazione e la risocializzazione, anche in funzione del reinserimento dei detenuti nella società, una volta terminata la pena".
È quanto annunciano dalla Regione. "L'accordo con l'Ats 1 di Pesaro riguarda la costruzione e l'animazione di burattini, con il supporto di artigiani e maestri del settore. Ad essere interessati, fino al prossimo mese di dicembre, gli istituti di Pesaro - Villa Fastiggi e Ancona -Barcaglione.
Un secondo accordo - entrano nel dettaglio dalla Regione - è stato siglato con l'Assam (Agenzia servizi agroalimentare Marche) e riguarda un progetto di agricoltura sociale con un corso teorico - pratico di arte bonsai (in particolare da olivo) e la cura di animali da cortile. In quest'ultimo caso l'intento è anche quello di valorizzare alcune aree, attualmente incolte, intorno al laghetto situato nell'ambito della struttura penitenziaria di Barcaglione.
La collaborazione tra Garante e Comune di Ancona riguarda, invece, la realizzazione del progetto "Ora d'aria" negli istituti penitenziari marchigiani. Gli incontri, che hanno già preso il via a Montacuto nell'ambito del festival "La Punta della lingua", prevedono alcuni laboratori e la partecipazione di importanti poeti italiani. Franco Arminio sarà il 27 settembre a Fermo ed Ascoli Piceno, mentre ad ottobre Franca Mancinelli sarà a Pesaro.
In via di completa definizione "Libri senza sbarre", esperienza già consolidata nell'ambito dell'attività del Garante, ma che oggi si apre a nuove possibilità d'intervento. Lo scorso anno, infatti, la casa editrice "Italic Pequod" di Ancona ha donato oltre 5000 libri alle biblioteche dei sei istituti penitenziari delle Marche. Alcuni autori di questi testi, come Giuseppe Bommarito ed Enrichetta Vilella, andranno ad illustrare le loro opere, evidenziandone peculiarità ed esperienze di scrittura.
Il cinema tornerà in carcere a dicembre attraverso il Festival "Corto dorico", che proporrà la proiezione in anteprima dei corsi finalisti per l'edizione 2019, chiamando i detenuti a far parte della giuria per la valutazione finale. Nei mesi di ottobre e novembre laboratori di danza, con la coreografa e danzatrice Simona Lisi, ospitati a Villa Fastiggi, unico istituto penitenziario dove si registra la presenza femminile".
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 21 settembre 2019
Su iniziativa del Tribunale di Genova, e con la collaborazione dell'Ufficio dell'Esecuzione Penale Esterna (Uepe) del territorio, è stato firmato oggi l'Accordo di rete per la messa alla prova. Il documento coinvolge varie parti: la Procura generale presso la Corte d'appello, la Procura della Repubblica presso il Tribunale, la Camera Penale genovese, l'Assessorato alla sanità, politiche socio-sanitarie e Terzo settore, sicurezza, immigrazione ed emigrazione della Regione Liguria, l'Anci Liguria, il Celivo (Centro servizio per il volontariato), la Direzione territoriale dell'Inail e il Forum Terzo Settore.
L'intesa siglata prevede l'immediata istituzione di due sportelli informativi nei tribunali di Genova e Chiavari che vedranno impegnati funzionari di servizio sociale dell'esecuzione penale esterna che risponderanno alle richieste di cittadini, Enti e avvocati sull'istituto della messa alla prova. Altra novità è la creazione di un Osservatorio permanente per il monitoraggio e il miglioramento delle prassi, che definirà meglio anche i ruoli e il contributo che ciascun soggetto può fornire. L'Osservatorio sarà composto da rappresentanti delle parti che hanno siglato l'accordo e si riunirà, su convocazione dell'Uepe, almeno una volta l'anno.
In questo territorio l'istituto della Messa alla prova ha registrato una costante crescita, tanto da contribuire - secondo la nota diffusa - a "quel ribaltamento di prospettiva che riconosce il valore riparativo, rieducativo, socializzante e di contenimento della recidiva di questi percorsi". L'intesa si ripromette di trasmettere alla società civile "il valore della messa alla prova come espressione di educazione alla legalità e di responsabilità verso la comunità, in un'ottica di cittadinanza attiva".
L'accordo si propone, inoltre, di formalizzare la collaborazione già in atto fra soggetti istituzionali, individuando nuovi interlocutori per ampliare una rete che promuova programmi di giustizia riparativa. Al centro del progetto c'è sempre l'attenzione nei confronti della vittima del reato e la ricerca di forme di riparazione del danno che possano andare oltre il risarcimento economico fino a realizzare percorsi di mediazione fra l'autore del reato e la vittima stessa.
di Carmen Autuori
La Città di Salerno, 21 settembre 2019
Il presidente del tribunale di Sorveglianza: "Magistrati, alto il rischio di diventare farisei". "Il perdono di Dio non è mai proporzionale al peso dei peccati, bensì alla capacità di mantenere un cuore vivo". Così monsignor Andrea Bellandi, Arcivescovo della Diocesi di Salerno - Campagna - Acerno, ha salutato i detenuti reclusi nella Casa Circondariale di Fuorni in occasione della ormai consueta visita con la sacra reliquia del braccio di San Matteo, nei giorni che precedono la festa patronale del 21 settembre.
Grande commozione hanno destato le parole dell'Arcivescovo che, prendendo spunto dal Vangelo di Luca precisamente dal brano del fariseo e della donna adultera, ha invitato i presenti a "non chiudere il cuore in una cella, così come il fariseo che ha un cuore arido perché, a differenza della donna, non è capace di amare". "Dobbiamo avere il coraggio di amare - ha proseguito monsignor Bellandi sulla falsariga dell'ultimo messaggio di Papa Francesco ai detenuti- perché coraggio e speranza sono intimamente connessi".
Ad attenderlo, nella cappella gremita il presidente del Tribunale di Sorveglianza, Monica Amirante, il direttore del carcere Rita Romano con i dirigenti amministrativi, il comandante della polizia penitenziaria Gianluigi Lancellotta e 120 ospiti della casa circondariale in rappresentanza di tutte le sezioni del carcere, comprese quelle di massima sicurezza. "Ed è quest'ultima presenza la novità rispetto agli anni precedenti" ha spiegato don Rosario Petrone, cappellano del carcere di Fuorni.
E rifacendosi alle parole di Bellandi il presidente Amirante ha dichiarato: "L'aridità del cuore può essere traslata nella rigidità burocratica. Per noi magistrati è alto il rischio di diventare come il fariseo se non teniamo conto dei diritti di chi è privato della libertà. I diritti che afferiscono alla dignità della persona vanno ampliati, soprattutto qui, in carcere".
La reliquia, portata dall'Arcivescovo Bellandi, è stata accolta da un grande applauso e dalle braccia tese attraverso le inferriate dei detenuti nella sezione "protetti" che hanno avuto così l'impressione di ricevere, anche se solo per un attimo, la carezza del Santo. "Qui, privati degli affetti, è difficile credere in Dio. Ci affidiamo a San Matteo che possa alimentare in noi la speranza" ha dichiara Antonio, uno dei detenuti.
"Nel 1996 con monsignor Gerardo Pierro, allora Arcivescovo di Salerno, abbiamo dato inizio a questa tradizione dalla grande valenza simbolica perché rappresenta l'esserci. - ha sottolineato Rita Romano, direttore della struttura penitenziaria - In genere gli istituti penitenziari sono ubicati nelle periferie perché devono essere una realtà dimenticata e da dimenticare.
Con l'ingresso delle reliquie si è voluto ristabilire il legame con la città che in questi giorni è in festa per il suo patrono. Proprio in quest'occasione, dunque, la città non può e non deve dimenticare quelli che sono gli ultimi". La stessa Romano ha aggiunto che "il sentimento religioso è molto presente tra i detenuti e queste occasioni, oltre a vedere la presenza delle istituzioni civili e religiose, aprono il carcere all'esterno, servono a far sentire a chi è privato della libertà che esiste un fuori che non li ha dimenticati".
di Angela Marino
fanpage.it, 21 settembre 2019
Dino Caporosso è stato colpito alla schiena dalla pistola di un vigile urbano durante una tentata rapina. Recluso in carcere, Caporosso non ha potuto seguire le terapie che gli avrebbero permesso di tornare a camminare e alla fine la paralisi è diventata irreversibile. Oggi, dopo che una sentenza del tribunale gli ha dato ragione, Caporosso è ai domiciliari.
Avrebbe potuto tornare a camminare, ma in carcere non fu curato e oggi, Dino Caporosso, è su una sedia a rotelle. Poteva essere evitato il calvario che Caporosso, oggi agli arresti domiciliari, vive a causa di una lesione midollare non trattata efficacemente.
Era il 1981 quando, 23enne, tentò una rapina a una gioielleria di Taranto e invece di portare a casa un bottino di denaro e preziosi, portò una pallottola nella schiena. Quel proiettile, esploso dalla pistola di un vigile del fuoco, ha causato la lesione al midollo che lo ha costretto su una sedia a rotelle.
Avrebbe potuto tornare a camminare, però, se fosse stato adeguatamente assistito. Caporosso è stato sottoposto per un periodo a trattamenti di Fisiokinesiterapia che però in carcere sono stati sospesi. A nulla sono servite le richieste dell'avvocato, né le prescrizioni mediche che ordinavano la continuazione del trattamento per il detenuto. E così è arrivato il giorno, in cui qualcuno ha detto basta, ora è troppo tardi.
Oggi Dino Caporosso, ex autotrasportatore, è recluso agli arresti domiciliari a Taranto, dove è assistito dalla sua famiglia. Il tribunale alla fine ha riconosciuto il grave danno arrecato dalla sospensione delle cure nel regime penitenziario, in "contrasto e in violazione delle prescrizioni". Dopo aver ottenuto un risarcimento per il danno subito in carcere, Dino Caporosso ha avviato anche un'altra battaglia contro la condanna per narcotraffico.
"Caporosso è protagonista di una vicenda molto complessa - spiega l'avvocato Baldassarre Lauria. È stato assolto in una pluralità di processi che gli contestano fatti di matrice mafiosa, ma condannato per narcotraffico e additato come figura apicale del consorzio criminale locale.
Si tratta di sentenze che si contraddicono tra loro. Oggi - dice il legale - stiamo provando a dimostrare che si tratta - anche in questo caso - di un errore per il quale oltre alla salute il mio cliente sta pagando con la vita. Perché? Sfortuna? No, certo, di casi giudiziari come il suo è piena l'Italia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 settembre 2019
Il carcere napoletano di Poggioreale, oramai conosciuto con l'appellativo "mostro di cemento", miete l'ennesima vittima. Si tratta di un 40enne pugliese, Sergio Caputo, e si è impiccato giovedì pomeriggio. Lo ha reso noto Samuele Ciambriello, il garante campano dei detenuti. "Ad oggi su 33 suicidi in Italia, ben sei sono campani - ha detto Ciambriello - tre a Poggioreale, uno nel carcere di Secondigliano e poi a Benevento e ad Aversa. Va rafforzato il sistema di prevenzione dei suicidi che è stato varato dal ministero. Bisogna agire con una maggiore formazione specifica per la polizia penitenziaria, bisogna prevenire, intuire il disagio, avere più figure multidisciplinari che agiscono in rete".
L'uomo che si è impiccato, affetto da Aids, era stato trasferimento dal carcere pugliese per ordine e sicurezza. Il Dap lo ha allontanato, quindi, da dove aveva anche processi in corso. Parliamo di una delle tante "girandole dei detenuti", fenomeno descritto recentemente da Il Dubbio per denunciare i continui trasferimenti da un carcere all'altro che subiscono i detenuti per provvedimenti disciplinari. A Poggioreale era in cella singola, nel padiglione Avellino destro. Secondo il garante "vanno rafforzate le figure sociali nelle carceri, c'è bisogno anche di psichiatri. La sanità regionale deve fare molto di più". La solidarietà spesso c'è, visto che "ad oggi, negli ultimi due anni sono stati sventati oltre 100 suicidi dalla polizia penitenziaria" ma per Ciambriello serve anche altro: "attività trattamentali nel pomeriggio, la presenza di educatori, di commissari. Bisogna elaborare una cultura del carcere e sul carcere, le pene detentive devono essere garantite salvaguardando dignità e assistenza socio sanitaria. Certezza della pena e qualità della pena".
Interviene anche Rita Bernardini del Partito Radicale, ricordando che quello di Poggioreale si tratta di un carcere "dove 2.100 detenuti sono costretti a vivere in 1.400 posti, dove dei 20 educatori (già pochi) solo 14 sono in servizio, dove gli agenti sono 156 in meno di quelli previsti e dove i dirigenti non forniscono notizie sui detenuti impegnati nelle attività scolastiche e lavorative".
Mentre si piange l'ennesima vittima, per un altro suicidio avvenuto sempre nello stesso carcere napoletano si aleggia il sospetto di un omicidio. Parliamo del 29enne Diego Cinque. Quando alle 8.20 del 16 ottobre 2018, viene ritrovato impiccato nel bagno della sua cella, tutti erano convinti che si sia ucciso da solo. E anche il medico legale aveva avallato questa ipotesi. Ma la versione non convince il fratello Cristian e la sua famiglia.
"Appena ho visto il cadavere - ha raccontato Cristian - ho avuto l'impressione che mi volesse comunicare che non si era ucciso. Il suo corpo era contratto, come se avesse preso parte a una colluttazione, come se avesse fatto resistenza. Abbiamo nominato un nostro medico legale e i dettagli che portano a pensare che non si tratti di suicidio sono molti". Infatti, nelle sue conclusioni, il consulente della famiglia Cinque afferma che "una serena e approfondita analisi della lesività riscontrata non consente di escludere l'azione di terzi nel determinismo o nell'attuazione della sospensione del cadavere del Sig. Cinque Diego". In parole povere, esiste la possibilità che qualcuno abbia inscenato l'auto impiccagione dopo averlo ammazzato.
Ma ritorniamo al padiglione dove si è suicidato giovedì Sergio Caputo, "Avellino destro". Nella recente relazione del garante nazionale delle persone private della libertà, vengono descritte le sue condizioni materiali. La delegazione del Garante ha osservato che nella sezione ci sono ad esempio le stanze numero 12 e 14 dove i fili elettrici erano scoperti, nella stanza numero 12 le pareti erano coperte di pezzi di dentifricio secco, in gran parte dei bagni i soffioni delle docce erano mancanti e sostituiti da una bottiglia plastica.
Particolarmente degradato il servizio igienico della stanza numero 10, con il soffitto nero di umidità. Positivo è il dato della possibile fruizione di acqua calda. Nelle stanze non c'è il televisore e mancano gli armadietti per cui i vestiti e i generi alimentari sono appoggiati sul letto o per terra. Ma è l'intero carcere ad avere gravi problemi. Così come evidenziato sempre nella relazione del Garante, ci sono rischi di maltrattamento e alcuni episodi sono sottoposti al vaglio della Procura.
di Giada Scotto
repubblicadeglistagisti.it, 21 settembre 2019
Inizia oggi il ritiro annuale degli Ashoka Fellow italiani. Quest'anno si svolge a Lecce e la padrona di casa è Luciana Delle Donne, una bomba di energia ed entusiasmo, come si evince anche dall'agenda: per accogliere in terra pugliese i suoi colleghi Fellow è pronto un ricco ventaglio di impegni tra tour della città, incontri con gli imprenditori locali e visita in carcere.
Immancabile, quest'ultima, dato che dare una seconda chance a chi è in prigione è proprio la mission di Delle Donne, manager di estrazione bancaria con grande esperienza nell'innovazione tecnologica, che una dozzina d'anni fa ha scelto di lasciare il mondo della finanza ed entrare nelle carceri per aiutare le detenute in un percorso di cambiamento.
Nel 2007, a quarantacinque anni, Delle Donne decide dunque di dare una svolta alla propria vita e crea Officina Creativa - una cooperativa sociale senza scopo di lucro tramite cui dà vita al marchio Made in Carcere, per il quale ha ottenuto il riconoscimento di Ashoka Fellow. Made in Carcere dà la possibilità alle detenute delle carceri di Lecce e Trani di intraprendere un percorso di formazione in campo tessile, da mettere a frutto nella produzione di oggettistica ricavata da materiali di scarto.
Con la vendita di questi accessori le detenute si costruiscono un bagaglio di competenze professionali e un piccolo stipendio - ma, soprattutto, ricostruiscono la propria vita. A quest'iniziativa si affianca da qualche anno anche un progetto sull'educazione al cibo condotto in alcune carceri minorili, per dare anche ai più giovani l'opportunità di uscire da una situazione di disagio e rimettersi alla guida della propria vita.
Come è scattata la scintilla che l'ha portata a lasciare un mondo fatto di sicurezze e a buttarsi nell'idea di Made in Carcere?
Ho lasciato il mondo della finanza perché avevo voglia di esplorare nuovi mondi, di fare una nuova esperienza. Mi sentivo in quella che si definisce una "gabbia di vetro". Non potevo lamentarmi, perché ero nella stanza dei bottoni, ma sentivo di voler esplorare nuovi territori, per mettere a disposizione le competenze che avevo acquisito negli anni e restituire, in qualche modo, la fortuna che avevo avuto.
Quali sono stati i primi passi?
Diciamo che il passaggio non è stato subito facile. Tanto per cominciare, ho iniziato con un fallimento. Avevo infatti brevettato un collo di camicia su cui avevo iniziato a lavorare con quindici detenute - che sono poi uscite tutte con l'indulto! Così mi sono ritrovata a dover ricominciare da capo. Il non avercela fatta è stata però un'illuminazione: mi ha fatto capire meglio dove stavo operando, cosa era possibile fare e cose invece no. In carcere infatti c'è un continuo turn over delle presenze e non si può pensare a una formazione che richieda troppo tempo. Serviva qualcosa che si imparasse velocemente. Così mi sono diretta sull'oggettistica etica, ricavata a partire da materiali e tessuti di scarto, per i quali è sufficiente una formazione di tre mesi. Produciamo borse, braccialetti, shopper bags e tanti altri accessori.
Con questo progetto abbiamo sdoganato la parola "carcere" in Italia, abbiamo riportato al centro una realtà di cui, dieci anni fa, nessuno si occupava e sapeva nulla. Se prima si voleva solo lasciar tutto com'era e "buttar via la chiave", poi c'è stato il necessario intervento educativo. L'ottanta per cento delle persone che in carcere ricevono un'educazione, non torna a delinquere: questo è fondamentale anche perché ogni detenuto costa allo Stato, e quindi a tutti i cittadini, circa 60mila euro all'anno. Aiutare Made in Carcere significa quindi aiutare tutti, aiutare a non delinquere e aiutare i detenuti a ricostruirsi una dignità, una propria "cassetta degli attrezzi" con cui presentarsi poi sul mercato del lavoro.
Costruite inclusione e sostenibilità...
Esatto, impatto ambientale e inclusione sociale. I nostri progetti volgono infatti sul tessile, a partire da materiali di scarto, e sull'educazione al cibo. L'idea è quella di creare prodotti di qualità, che facciano bene al corpo e all'anima sia di chi le produce che di chi li acquista.
Come è organizzato il lavoro tra i detenuti?
Il progetto di sartoria coinvolge solamente donne, che hanno accolto con assoluta convinzione questa iniziativa. La maggior parte sono mamme, che avrebbero abbracciato qualsiasi progetto desse loro la possibilità di riacquisire dignità e credibilità, soprattutto agli occhi dei loro figli. Grazie a Made in Carcere hanno la possibilità di pagare ai loro figli i libri, la scuola. Prima di entrare in carcere abbiamo studiato molto, ci siamo informati, e abbiamo capito che dovevamo lasciarci il passato di queste donne alle spalle e creare una sorta di "tempo zero" nella loro vita dal quale ripartire, e così è stato. Con i ragazzi è stato più difficile: sono più diffidenti e cercano, più che altro, di mettersi in evidenza per manifestare il loro disagio. È a loro che è rivolto il progetto sull'educazione al cibo, tramite cui creano biscotti vegani con materie prime di altissima qualità. Questo ci ha permesso di creare anche con loro, pian piano, un rapporto di fiducia: sono più "complicati" delle donne, ma con il tempo e la cura si riesce a conquistarli.
Ad oggi, quanti detenuti lavorano con Made in Carcere?
Al momento abbiamo oltre trenta detenuti ma, chiaramente, ne sono passati centinaia: bisogna considerare che la detenzione media è di tre anni e c'è quindi un continuo "ricambio". Anche dal punto di vista emotivo, siamo messi a dura prova. Con i detenuti si crea un rapporto affettivo ma, come accade a scuola, appena hanno imparato, se ne vanno. Fa piacere che imparino a camminare con le proprie gambe, ma dispiace vederli andar via.
E i dipendenti?
Il nostro staff è invece composto da circa dieci persone che si dividono tra i laboratori, ognuno dei quali richiede un responsabile di produzione, i corsi di formazione e il reparto marketing: insomma, un modello classico di impresa che però, invece di generare profitto, genera benessere.
Dal punto di vista economico quali sono le vostre risorse?
Il nostro approccio è, principalmente, quello dell'autofinanziamento. Attraverso la vendita dei manufatti ricaviamo infatti i fondi per pagare lo stipendio dei detenuti. A questo si affianca però anche la raccolta fondi tramite, ad esempio, il cinque per mille, e Charity Stars, che raccoglie fondi per organizzazioni no-profit. Ogni anno si tiene poi l'Old star game, un evento con le vecchie glorie della pallacanestro, il cui ricavato ci viene donato. Tutta questa raccolta ci permette di alimentare nuovi progetti, di crescere, sperimentare e innovare.
Come si è svolto il percorso per diventare fellow Ashoka?
Il percorso è stato duro ma piacevole. Ho affrontato un'intervista in tre giornate, che ha scavato nel mio passato, sino all'infanzia, facendo riaffiorare tanti ricordi. È stato un po' come andare in psicanalisi. Volevano avere la conferma che fosse veramente nel mio dna l'avere una visione innovativa, la capacità di inventare e progettare, già nel presente, scenari futuri. È stata una bellissima esperienza, interessante quanto stimolante. L'elezione mi ha dato la conferma di stare percorrendo la strada giusta, mi ha dato quella consapevolezza che aiuta ad andare avanti e dà la forza per alzarsi convinti, anche se stanchi, ogni mattina... perché sai che ciò che fai è importante anche per altre persone, e che loro credono in te.
Quali sono i prossimi step e i prossimi obiettivi che si pone per Made in Carcere?
Il prossimo obiettivo è quello di ampliare due progetti che già adesso stiamo portando avanti. Made in Carcere sostiene infatti lo sviluppo di nuove sartorie sociali di periferia, che coinvolgono persone che si trovano ai margini, in situazioni di forte difficoltà. Doniamo loro tessuti, stampiamo etichette con il loro logo, per aiutarli a far crescere la loro identità. Al momento collaboriamo con sartorie sociali nelle periferie di Lecce, Taranto, Bari, ma l'obiettivo è quello di creare una mappa sul territorio, tramite cui aiutare queste piccole realtà diffondendo il nostro know-how. Il secondo progetto consiste invece nell'ampliamento di una multipiattaforma online, la Second Chance Platform, che abbiamo creato per permettere a piccoli artigiani della bellezza etica e sostenibile di dar vita a un loro store online, dove pubblicizzare e vendere i loro prodotti. Si tratta di produttori che, altrimenti, non avrebbero avuto visibilità e che riescono così a proporre le loro idee senza dover creare un dominio, pagare un sito ecc. C'è poi un'ultima cosa: con noi è stata creata in carcere, forse per la prima volta in Italia, quella che io chiamo una "maison sartoriale", un vero e proprio laboratorio in cui le celle sono state trasformate in cucine e lo spazio, riempito da divani, tappeti e mobili antichi, è utilizzato per organizzare corsi, permettere alle detenute di mangiare insieme, trascorrere del tempo leggendo, sfogliando riviste e giornali. Se ci siamo riusciti è stato grazie alla direttrice del carcere di Lecce Rita Russo, la quale ci ha affidato un'intera ala del carcere da trasformare in maison.
Oggi inizia a Lecce il ritiro annuale degli Ashoka fellow italiani. Qual è lo spirito con cui viene affrontato questo ritiro?
L'evento parte oggi e si svolge in tre intense giornate. Saranno giornate di confronto e di riflessione, ma anche di relax, perché è in un'atmosfera rilassante che vengono fuori le idee migliori. Oggi visiteremo le periferie di alcune città, dopodiché faremo una cena - picnic a Lequile, il comune che ci ospita, a cui ogni fellow porterà qualcosa che ha preparato.
Domani mattina andremo in carcere, per poi concederci un pomeriggio in un centro benessere e una passeggiata serale nel centro storico di Lecce. Domenica, infine, incontreremo vari imprenditori che hanno lo spirito e la voglia di confrontarsi con noi per riflettere e capire insieme come si può reagire, con l'innovazione sociale, alle sfide che ci si pongono davanti.
Il mio desiderio è quello di poter trascorrere queste tre giornate di confronto in un ambiente comodo, non solo "didattico", poiché abbiamo bisogno di essere un po' "coccolati": ci doniamo completamente a questi progetti di innovazione sociale e abbiamo bisogno di prenderci anche del tempo per noi stessi, per riflettere e rigenerarci senza stress.
di Barbara Acquaviti e Valentina Errante
Il Messaggero, 21 settembre 2019
Contro ogni possibile apertura a pratiche di eutanasia o suicidio assistito. Papa Francesco torna a far sentire la propria voce alla vigilia della decisione della Corte Costituzionale sulla questione di legittimità delle norme che puniscono l'aiuto al suicidio.
Sulla questione, sollevata dalla Corte di Assise di Milano nell'ambito del procedimento contro Marco Cappato, autodenunciatosi dopo aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo, la Corte aveva concesso, invano, un anno al parlamento per legiferare. Nulla è stato fatto ed è molto improbabile che ora la Consulta decida di concedere una ulteriore proroga. Come chiedono alcune forze politiche, anche perché fino ad ora neppure l'avvocatura dello Stato è stata coinvolta per chiedere in giudizio più tempo per formulare una nuova norma.
Così alla vigilia delle due udienze, che il 24 settembre potrebbero consegnare al Paese un verdetto epocale, cresce la tensione. Lo scenario potrebbe cambiare in corner: i legali di Palazzo Chigi potrebbero ricevere un mandato per costituirsi davanti alla Corte e chiedere che conceda più tempo al legislatore visto che la questione riguarda "un incrocio di valori di primario rilievo", come avevano sostenuto gli stessi giudici lo scorso anno.
Nella sollecitazione al Parlamento, però, la Corte anticipava il proprio sentire, definendo come "costituzionalmente non compatibili" gli effetti della norma vigente, ma sollecitava le Camere a "scongiurare possibili vuoti di tutela di valori, anch'essi pienamente rilevanti sul piano costituzionale". Sul rischio le forze politiche si dividono, da un lato Forza Italia, che spera ancora in un rinvio. Dall'altro i Cinque Stelle che si trovano sulla posizione più liberale. In mezzo i dem, divisi anche all'interno, ai quali avere più tempo per trattare non dispiacerebbe.
Parla ai cattolici, Papa Francesco, e non vacilla: "Si può e si deve respingere la tentazione - indotta anche da mutamenti legislativi - di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l'eutanasia". È tornato a dirlo ieri, ricevendo la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Non è il primo appello del pontefice che torna a fare riferimento ai valori cattolici e alla tutela della vita.
La prova di forza alla Camera, le commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, il 31 luglio scorso, nonostante un dibattito durato due mesi, si sono arrese di fronte all'impossibilità di produrre almeno un testo base. Principalmente a causa della distanza siderale all'interno dell'allora maggioranza, vista la posizione assolutamente liberale del Movimento Cinque Stelle. Pur se meno lontani, tuttavia, anche gli orientamenti tra i giallorossi non combaciano. Il Pd, e altrettanto vale per Italia viva di Renzi, è attraversato da diverse opinioni. E c'è una parte consistente che ritiene necessario fare da sponda al mondo cattolico.
D'altra parte, ora che la Lega non è più in maggioranza, è proprio ai dem che guarda la Chiesa per stoppare le posizioni del M5s. In tutto, oltre a quella di iniziativa popolare, alla Camera, le altre proposte sono state presentate: da Andrea Cecconi del gruppo Misto, Michela Rostan di Liberi e uguali, Doriana Sarli del Movimento Cinque Stelle e Alessandro Pagano della Lega. Altre due sono invece state depositate al Senato, una da Tommaso Cerno del Pd e l'altra dal pentastellato Matteo Mantero.
A Palazzo Madama, tuttavia, l'esame non è mai cominciato. Per questo, Forza Italia ha presentato una mozione nella speranza che la Corte Costituzionale conceda altro tempo, visto che - in virtù del bicameralismo perfetto - il tema è stato affrontato soltanto da Montecitorio. Polemiche, inoltre, ha suscitato la notizia di una telefonata, definita informale, del presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, al presidente della Corte Costituzionale. Una scelta che è stata apertamente criticata da Marco Cappato che ha commentato: "È stata una "pressione indebita".
di Marco Agostini
dire.it, 21 settembre 2019
Fiamme all'interno del Centro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria, alle porte di Roma. A fuoco un cumulo di materassi che un gruppo di cittadini nigeriani ha incendiato in protesta contro i rimpatri imminenti. Sul posto sono intervenuti la Polizia e i Carabinieri in servizio di sorveglianza al Cpr, che hanno sedato la protesta.
Le fiamme sono state subito spente dai Vigili del fuoco e al momento non risultano esserci feriti o intossicati. Già all'inizio di luglio, 12 migranti, a seguito di una rivolta, erano riusciti a fuggire dal centro scavalcando le recinzioni perimetrali, per poi dileguarsi nelle campagne. I disordini avevano coinvolto in tutto 25 immigrati, ma circa la metà di loro era stata catturata subito dopo la fuga.
- Volterra (Pi). Birra fatta in carcere per il reinserimento di cinque detenuti
- Roma. Progetti di reinserimento per detenuti, protocollo del Campidoglio
- Arienzo (Ce). Laboratorio di scrittura creativa promosso dal Garante dei detenuti
- Roma. In piazza san Pietro i detenuti di Isola Solidale distribuiscono pasti ai senza tetto
- Libia. Ucciso perché si rifiuta di tornare nei Centri di detenzione










