radiobombo.com, 22 settembre 2019
Due recluse ieri, a pochi passi da loro luogo di detenzione, quattro uomini ristretti nel carcere di via Andria oggi, domenica 22 settembre, in occasione del secondo e conclusivo appuntamento della manifestazione annuale di Legambiente "Puliamo il mondo".
I volontari del cigno verde di Trani, ormai da anni, possono giovarsi della collaborazione con l'Amministrazione penitenziaria per farsi affiancare da reclusi che, anche in questo modo, compiano percorsi di reinserimento sociale per il bene proprio e dell'ambiente.
Questa edizione 2019 di "Clean up the world", peraltro non ha interessato soltanto luoghi di mare, ma stamani, a partire dalle 9, vedrà attivisti di Legambiente, detenuti e volontari in genere concentrare le loro attenzioni su Villa Bini, il polmone verde del quartiere stadio troppo spesso scambiato come discarica a cielo aperto da incivili che non riescono a cogliere l'importanza di tutelare un luogo così sensibile nel cuore della città.
L'iniziativa si inserisce nell'ambito della attività di collaborazione tra il Comune di Trani e le varie realtà associative operanti nel territorio comunale in materia di tutela ambientale. Grazie alla collaborazione con il circolo locale di Legambiente, l'Assessorato all'ambiente e,l'Amiu, da ieri i volontari sono impegnati in questa operazione di "volontariato partecipato". Ieri, in particolare, sono scesi in campo sul tratto di litorale tra lungomare Chiarelli e villa Comunale avvalendosi, come detto, anche dell'apporto di due detenute della vicina casa di reclusione femminile di piazza Plebiscito. Oggi, invece, fino alle 13, bonifica di Villa Bini con i rinforzi provenienti dal carcere maschile.
"È l'ennesima dimostrazione della vivacità ed operosità delle associazioni che sono radicate nella nostra città - commenta l'assessore all'ambiente, Michele di Gregorio - nonché della proficua collaborazione delle stesse con le istituzioni, ben liete di condividere percorsi di partecipazione attiva finalizzati al miglioramento dell'ambiente cittadino".
Puliamo il mondo nasce dalla sinergia tra Legambiente e istituzioni scolastiche, enti, circoli, amministrazioni e cittadini. È un appuntamento ormai consolidato, dal grande successo sia per il numero di volontari, sia per i risultati. Con sorrisi e muniti di kit per la pulizia, anche quest'anno i volontari stanno dando un segnale forte di civiltà e cittadinanza attiva.
È dal 1992 che Puliamo il mondo coinvolge in Italia migliaia di volontari, che si impegnano per il recupero di aree degradate, a partire dalla rimozione dei rifiuti abitualmente abbandonati. Rifiuti sparsi impropriamente che favoriscono il deterioramento ambientale e un notevole danno estetico, mentre provocano pesanti ripercussioni sulla qualità della vita.
di Rosario Capomasi
osservatoreromano.va, 22 settembre 2019
Andare incontro alle esigenze di chi non ha possibilità di curarsi e alleviare anche le sofferenze derivate dalle malattie trascurate: con questi intenti è nata la prima "Farmacia di strada", inaugurata negli scorsi giorni a Roma, a via della Lungara presso l'ambulatorio del centro di accoglienza gestito dall'associazione Vo.Re.Co onlus, formata dai volontari del carcere di Regina Coeli guidati da padre Vittorio Trani, cappellano, e Angela Iannace, responsabile del centro.
Sorta grazie a un protocollo tra aziende e associazioni di categoria, la speciale farmacia è rivolta a tutti coloro che si trovano in uno stato di indigenza come senzatetto (il 70/80 per cento degli utenti), tossicodipendenti, ex detenuti ma anche tante famiglie che faticano ad arrivare a fine mese. Un cammino iniziato già sette anni fa, quando padre Trani si adoperò per l'assistenza medica non solo ai carcerati ma anche a tutti i poveri che vivevano nel centro storico della capitale.
Molti si rivolgono al presidio di via della Lungara perché sprovvisti di tessera sanitaria o rifiutati al pronto soccorso, trovando qui non solo un aiuto medico ma anche pasti caldi e sostegno per sentirsi di nuovo persone: la "povertà sanitaria", come è stata definita, coinvolge circa quattro milioni di italiani che rinunciano alle cure per mancanza di mezzi, secondo i dati Istat.
Il programma, avviato lo scorso anno a Roma con il sostegno dell'Elemosineria apostolica e in collaborazione con l'università di Tor Vergata, consistente in una rete di sei ambulatori di strada, prevede la distribuzione di vari farmaci come analgesici, antipiretici, antiipertensivi e gastrointestinali. Da settembre 2018 la Vo.Re.Co ha raccolto e donato ai bisognosi quasi novemila confezioni di medicinali, per un valore di oltre 88 mila euro.
"Abbiamo raccolto 7.372 confezioni di farmaci per quasi 67 mila euro - ha spiegato Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico - donati dalle aziende di Assogenerici, più altre 1.566 per 22 mila euro donate da altre aziende che regolarmente collaborano con Banco Farmaceutico: un totale di 32 categorie terapeutiche coperte e 17 aziende donatrici".
Un grande apporto è stato dato dai farmacisti volontari che gestiscono il magazzino di Cinecittà dove sono stati depositati i farmaci raccolti e poi distribuiti secondo le esigenze. Chi si rivolge al centro di via della Lungara sa di essere accolto senza pregiudizi e di poter trovare anche di che sfamarsi oltre a consulenze giuridiche e medicine salvavita: un ragazzo diabetico in cura da qualche tempo presso il centro, ha rivelato padre Trani, grazie all'assistenza medica continua è in grado di condurre una vita più serena.
La prima farmacia di strada della storia rappresenta una delle tante pagine scritte dalla sanità solidale romana che da vari decenni, sempre in stretta collaborazione con la Caritas, cerca di alleviare le sofferenze di una povertà sempre più diffusa. E il suo esempio è stato seguito nell'immediato con l'inaugurazione, a Cinecittà, di un progetto pilota per garantire ai bambini senzatetto l'accesso gratis alle docce, sostenuto dall'Elemosineria apostolica, la cui sperimentazione avverrà in un istituto salesiano dotato di un centro per l'infanzia.
di Federico Marconi
L'Espresso, 22 settembre 2019
L'allarme nel report della Croce Rossa sui cambiamenti climatici: "Gli aiuti umanitari costeranno 20 miliardi l'anno". Centocinquanta milioni. Tante sono le persone che nel 2030 avranno bisogno di aiuti umanitari internazionali per i disastri naturali dovuti al riscaldamento globale e all'impatto che avrà su società ed economia. Un aumento impressionante di 50 milioni nei prossimi 10 anni. E se inondazioni, tempeste, siccità e incendi non dovessero diminuire, la cifra toccherà i 200 milioni nel 2050.
Una situazione drammatica che già oggi richiede un'imponente sforzo economico: gli aiuti alle popolazioni dovuti ai disastri naturali sono stimati tra i 3,5 e i 12 miliardi di dollari all'anno, in una situazione già oggi critica per l'aumento delle emergenze e la carenza nel trovare fondi. Una cifra destinata a lievitare, nello scenario più pessimistico, fino a 20 miliardi se non si invertirà la tendenza.
È una panoramica scioccante quella fornita da "Il costo di non fare nulla", l'ultimo report della Croce Rossa Internazionale presentato questa mattina al Palazzo di vetro, sede delle Nazioni Unite a New York. Un'analisi che si fonda anche su dati di Onu, Banca mondiale, ed Em-Dat, il database internazionale sui disastri.
Un allarme quello della Croce Rossa che arriva dopo una delle estati più calde di sempre, con le colonnine di mercurio che in molti paesi del mondo ha toccato livelli mai registrati prima. Solo in Francia, che quest'anno è stata attraversata da una delle ondate di calore più forti di sempre, tra luglio e agosto sono morte 1435 persone per via del caldo.
Dal 1850 le temperature medie sono aumentate di più di un grado per via dell'impronta dell'uomo sull'ambiente, e si stima che alla fine del secolo possa arrivare a più 4 gradi. L'effetto più evidente è lo scioglimento dei ghiacciai: dal 1981 il Polo Nord ha perso il 10 per cento della sua superficie, portando all'innalzamento di oceani e mari. Ma non solo: il riscaldamento del pianeta provoca eventi atmosferici estremi, come gli uragani che stanno diventando sempre più numerosi e frequenti. Come "Dorian", che con i suoi venti a quasi 150 chilometri orari ha devastato le Bahamas a inizio settembre, facendo decine di morti e oltre 5mila dispersi.
"Questo report mostra in modo chiaro e spaventoso quanto costa non fare nulla", commenta Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Internazionale. "Ma ci dice anche che abbiamo ancora tempo di agire: è arrivato il momento di prendere provvedimenti urgenti. Il mondo non può accettare un futuro in cui ci sarà sempre più sofferenza e in cui i costi delle risposte umanitarie aumenteranno esponenzialmente".
Per questo nel report vengono evidenziate tre priorità. La prima è investire nella riduzione del rischio, attraverso la costruzione di edifici più forti e infrastrutture più resilienti. Questi investimenti, da soli, non permetterebbero di evitare tutti i disastri: così si sottolinea l'importanza di "migliorare i sistemi di avvertimento e rafforzare le risposte alle emergenze". Infine c'è il consiglio di ricostruire e riparare i danni pensando alla prossima emergenza: "Se tutti i paesi considerassero nei loro piani economici la protezione della popolazione a rischio e migliorassero l'inclusione finanziaria - è scritto - il costo dei disastri naturali diminuirebbe di 100 miliardi all'anno".
Il report è presentato a una settimana dal Summit dell'Onu sul clima del 23 settembre: un incontro tra capi di Stato e di governo, Ong e imprenditori, a cui quest'anno parteciperà anche Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese che si sta impegnando per sensibilizzare l'opinione pubblica e soprattutto i più giovani.
"Speriamo che questo nostro lavoro dia impulso a maggiori investimenti in uno sviluppo inclusivo e sostenibile, che riduca le emissioni nell'atmosfera", ci dice Julie Arrighi, consigliere della Croce Rossa Internazionale che ha collaborato allo studio. "Ma desideriamo soprattutto che si rinnovi lo sforzo ad adattarsi ai rischi sempre maggiori dovuti riscaldamento globale". Un'emergenza che non permette più di voltarsi dall'altra parte.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 22 settembre 2019
Il codice penale - che è del 1930 - punisce con la reclusione da cinque a dodici anni chiunque aiuti altri a mettere in atto la decisione di por fine alla propria vita. L'aiuto al suicidio è trattato allo stesso modo della condotta, del tutto differente, di chi istiga o determina altri a suicidarsi. La Corte costituzionale, con un'ordinanza dell'anno scorso, ha già espresso il suo giudizio, indicando che, almeno in talune situazioni, come quella in cui venne a trovarsi Dj Fabo, la tutela della vita trova un limite nella necessità di riconoscere altri valori costituzionali, legati alla dignità della persona e al rispetto della autodeterminazione.
La Corte aveva rinviato la sua decisione di un anno per dar modo al Parlamento di legiferare conformemente. Il Parlamento non ha provveduto e la Corte riprenderà l'esame della questione il prossimo 24 settembre. In un recente, importante intervento il cardinale B assetti, presidente della Conferenza episcopale, ha espresso una posizione radicalmente negativa rispetto alla previsione di casi in cui l'aiuto al suicidio sia consentito.
Del discorso del cardinale, data la sua qualità e considerato ch'egli ha avuto cura di premettere che parlava "a nome della Chiesa italiana", interessa cogliere il versante etico religioso. Egli ha sostenuto che "va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente"; il suicidio da parte del malato è "un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare".
Che dire? Che dire se si hanno presenti le tragiche, irreversibili condizioni in cui vengono a trovarsi certe persone, che soffrono, senza speranza, pene insopportabili e non sono in grado di darsi la morte o sono costrette ad uccidersi in modi atroci? È certo che molta parte della società italiana respinge come inaccettabili - direi disumane - simili affermazioni.
Questa è però la posizione che legittimamente la Chiesa esprime. La quale Chiesa tuttavia non si limita a enunciare la condotta che deve adottare chi intende seguirne le indicazioni morali. Essa chiede anche che lo Stato punisca chi aiuti altri a dar corso alla decisione di morire (e in fondo anche che consideri illecito il suicidio stesso, secondo quanto avveniva nei secoli passati). Lo Stato viene chiamato a tornare a svolgere il ruolo di braccio secolare, che infligge pene a chi viola i precetti della Chiesa.
La distinzione tra il peccato e il reato, però, dovrebbe essere ormai accettata. Per aver separato il reato dal peccato, Beccaria si vide mettere all'Indice dei libri proibiti il suo Dei Delitti e delle pene. Ma si era ne11766. E non tutti in Italia si considerano tenuti a seguire i dettami della Chiesa cattolica. Se l'incostituzionalità dell'attuale punizione dell'aiuto al suicidio, dopo l'ordinanza della Corte costituzionale, deve essere ormai un dato acquisito, la previsione dei casi in cui quell'aiuto deve essere lecito, la costruzione di procedure che assicurino la libertà e consapevolezza della decisione di por fine alla propria vita, la definizione di chi e come possa legittimamente provvedere, sono tra la questioni che richiedono attenta regolamentazione. Soprattutto va approfondita la questione dell'autonoma decisione di morire, finora non abbastanza considerata nel dibattuto e nei diversi progetti di legge.
Difficilmente, dati gli strumenti di cui dispone, potrà compiutamente provvedere la Corte costituzionale. Una legge sarà comunque necessaria. Intanto la società civile si è mobilitata. Convegni e studi si sono susseguiti: quello in cui è intervenuto il cardinal B assetti, diversi organizzati dall'Associazione Luca Coscioni e altri organizzati in ambiente universitario.
Il gruppo di studio di bioetica dell'Università di Trento ha ora pubblicato uno studio interdisciplinare sull'aiuto medico a morire, frutto del lavoro di giuristi e medici (sul sito della rivista Biodiritto). Il tema è di straordinaria complessità.
Facile, troppo facile rifiutare di affrontarlo, adducendo radicali ragioni morali. Alle istituzioni dello Stato spetta l'onere di offrire possibilità ai cittadini: possibilità, non obblighi, naturalmente. Con attenzione e rispetto per chi viene a trovarsi nelle condizioni di decidere di cessare di vivere.
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 22 settembre 2019
Da Benin City all'inferno e ritorno. Storie di abusi infiniti nell'ultimo rapporto di Human Rights Watch. Blessing come molte altre ragazze nigeriane ha accettato l'allettante proposta di lavoro in Libia come collaboratrice domestica per un salario di 150.000 naira (circa 400 euro, tre volte lo stipendio medio nel suo paese). Una volta in Libia la "signora" le ha svelato che tipo di lavoro avrebbe dovuto fare, akwuna (la prostituta) così lei le ha detto "ma non è un lavoro domestico". La "signora" le ha risposto "sì che lo è".
Blessing è stata minacciata di morte e chiusa in una stanza per quattro giorni senza cibo. "Uscirai quando restituirai il tuo debito per il viaggio (4 mila euro)". È iniziata così la discesa nei sotterranei dello sfruttamento sessuale, si è liberata ed è scappata con un ragazzo che è stato ucciso dai miliziani dell'Isis, lei invece è sopravvissuta solo perché in stato di gravidanza, ma è stata tenuta segregata e violentata per tre anni finché i soldati libici l'hanno consegnata all'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) che l'ha aiutata a rientrare in Nigeria. Adesso si trova in un rifugio gestito dall'agenzia nigeriana anti-tratta. Quella di Blessing è una delle 76 storie descritte nell'ultimo report di Human Rights Watch, il cui titolo You pray for death (Preghi di morire) è tratto dal racconto di una delle ragazze intervistate.
La maggior parte delle vittime di tratta nigeriane (più di 9 su 10) proviene, secondo l'ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), dallo stato di Edo. Il numero di "potenziali" vittime della tratta nigeriana in Italia è cresciuto drammaticamente negli ultimi anni. Secondo Oim nel 2017 l'aumento è stato del 600% e si stima che riguardi l'80% delle ragazze che arrivano dalla Nigeria (in questi ultimi mesi il flusso risulta molto ridimensionato, segno che i trafficanti sono alla ricerca di nuove rotte).
Il viaggio negli ultimi anni ha seguito la rotta libica e poi via mare nel Mediterraneo con lo scopo preciso di inserire le ragazze nei progetti di assistenza per richiedenti asilo in modo da farle avere un documento regolare. Chi arriva in Italia mantiene il segreto con la famiglia, manda fotografie che la ritraggono come barista, sarta, parrucchiera... alcune negli anni diventano madam i cui guadagni danno un impulso notevole alla ricchezza di Benin City, dove hanno costruito case, negozi... Potremmo dire che lo sviluppo della città è lastricato dai corpi delle donne che hanno battuto le strade italiane.
Forse più drammatica è la situazione delle ragazze che ritornano in Nigeria dove oltre alla tratta devono affrontare la povertà e lo stigma ("le ragazze che tornano dall'Europa stanno costruendo case per le loro famiglie e tu sei tornata senza niente ...") e i progetti di reinserimento risultano ancora poco adeguati.
La situazione è fluida: l'attività delle ong, dell'agenzia nazionale nigeriana contro la tratta e i media hanno accresciuto la conoscenza del fenomeno, tant'è che le ragazze che partono ora sanno il lavoro che andranno a fare, ma restano inconsapevoli dello sfruttamento e del debito da pagare.
Le madam sono convinte di essere un aiuto per le ragazze e infatti amano definirsi sponsor: una delle reclutatrici ha dichiarato alla Reuters che "le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire". La novità degli ultimi mesi sarebbe, secondo Don Carmine Schiavone delle Caritas di Aversa, la tratta secondaria: "Le ragazze una volta in Italia se non riescono a restituire il debito lo azzerano con la cessione di un rene, cornee o altri organi".
di Fabrizio Gatti
L'Espresso, 22 settembre 2019
I responsabili delle sale operative di Roma rinviati a giudizio per rifiuto d'atti d'ufficio e omicidio colposo. Nel naufragio del peschereccio preso a mitragliate da una motovedetta libica morirono 268 profughi siriani, tra cui sessanta minori. Chiesta l'archiviazione della comandante Catia Pellegrino, ma i sopravvissuti si oppongono.
Un processo stabilirà finalmente perché la Marina militare e la Guardia costiera l'11 ottobre 2013 non salvarono sessanta bambini e i loro genitori: nel naufragio a 61 miglia nautiche a sud di Lampedusa annegarono in tutto 268 profughi siriani dei 480 ammassati su un peschereccio, preso a mitragliate la sera prima da una motovedetta libica.
Luca Licciardi, 49 anni, quel giorno responsabile della sala operativa del Comando in capo della Squadra navale della Marina (Cincnav), e Leopoldo Manna, 58 anni, allora capo della centrale operativa della Guardia costiera (Mrcc Roma), avranno così l'opportunità di spiegare al giudice perché quel pomeriggio, invece di ordinare l'immediato intervento al pattugliatore Libra che con l'elicottero a bordo era ad appena 17 miglia (un'ora di navigazione), attesero per oltre cinque ore l'arrivo di una nave militare di Malta, isola che si trova a 118 miglia a nord-est (218 chilometri, circa sei ore di navigazione). La Marina ordinò addirittura alla comandante della Libra, Catia Pellegrino, di allontanarsi dal punto in cui il barcone stava affondando.
Il giudice dell'udienza preliminare di Roma, Bernadette Nicotra, questa mattina ha rinviato a giudizio il capitano di fregata Licciardi e il capitano di vascello Manna. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco contesta loro i reati di rifiuto d'atti d'ufficio e omicidio colposo. La prima udienza si terrà il 3 dicembre. Agli atti del processo sono stati depositati anche la lunga inchiesta de "L'Espresso" sul naufragio dei bambini e il documentario "Un unico destino", prodotto da Espresso e Repubblica.
Poche settimane dopo il disastro, Manna diventerà uno degli eroi a capo dei soccorsi dell'operazione "Mare nostrum", decisa dal governo italiano a fine ottobre 2013. Il giorno del naufragio però le disposizioni sono diverse. E a Mohanad Jammo, medico anestesista di Aleppo in fuga con la famiglia, che con un telefono satellitare supplica l'intervento immediato dei soccorsi da Lampedusa, il comandante della centrale della Guardia costiera chiede di chiamare Malta: perché è più vicina, anche se non è vero. Il dottor Jammo ha fatto tutto quello che doveva fare: si è presentato come medico, ha detto che c'erano bambini feriti a bordo, che il motore era fuori uso e nello scafo c'era già mezzo metro d'acqua. Jammo non sa che la Libra è appena oltre l'orizzonte. Ma a bordo hanno vari strumenti Gps, così tutti si accorgono che la Guardia costiera italiana sta mentendo: Lampedusa è a 61 miglia nautiche, 112 chilometri, la distanza da Malta quasi il doppio.
I militari italiani in quel momento vogliono evidentemente far valere la posizione del peschereccio: alla deriva nella zona che, secondo un'interpretazione errata degli accordi internazionali, è di competenza maltese. Una decisione che i due ufficiali probabilmente non prendono da soli, ma dopo l'ordine illegale di un'autorità superiore mai identificata. La prima telefonata di Mohanad Jammo è delle 12,26.
La seconda con tutti i dettagli su posizione, feriti, acqua a bordo, delle 12.39. Sono giorni dello scaricabarile tra Italia e Malta, proprio come oggi. Nel pomeriggio Licciardi ordina, testualmente, che la Libra "non deve stare tra i coglioni quando arrivano le motovedette" maltesi. Un aereo ricognitore di Malta, però, fotografa la nave comandata da Catia Pellegrino mentre si allontana. Marina militare e Guardia costiera rifiutano di inviare la Libra anche dopo i fax e le chiamate della centrale operativa della Valletta che chiede più volte all'autorità italiana di poter impiegare il pattugliatore, perché è il più vicino ed è l'unico che possa intervenire rapidamente.
Alle 17.07 il peschereccio si rovescia. Alle 17.51, cinque ore e mezzo dopo la prima richiesta di soccorso, arriva sul punto del naufragio la motovedetta P61 maltese. La comandante della Libra invia nel frattempo il suo elicottero per lanciare in acqua zattere gonfiabili e giubbotti di salvataggio. Ma la nave sarà operativa soltanto dopo le 18, mentre molti naufraghi, con i loro bambini, continuano ad affogare nel mare quasi calmo.
La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta su Catia Pellegrino perché non sarebbe stata informata dai suoi superiori delle reali condizioni di pericolo. Gli avvocati dei genitori sopravvissuti, Alessandra Ballerini e Arturo Salerni, si sono opposti. Per l'ufficiale più famosa d'Italia il caso resta aperto.
di Riccardo Luna
La Repubblica, 22 settembre 2019
Perché l'Italia non c'era? Perché mentre le piazze del mondo ieri si riempivano di migliaia di giovani che marciavano per il clima, da noi no? Perché c'erano manifestazioni ovunque dall'Australia al Sud America, da Berlino a New York, e in decine di villaggi africani, da noi nulla? I numeri finali sono questi: seimila eventi in tremiladuecento città in 165 paesi di tutti i continenti. L'Italia, non pervenuta.
Mi sono fatto questa domanda per qualche ora mentre seguivo le cronache di questo venerdì 20 settembre sul profilo Twitter e Instagram di Greta Thunberg, la 16 enne svedese che ha iniziato tutto questo un anno fa. Cercavo una piazza italiana qualunque, un cartello, un segno di vita e ci ho messo un po' prima di capire che era colpa mia. Era il giorno sbagliato. Da noi ci mobiliteremo venerdì prossimo, mi hanno spiegato alcuni degli organizzatori, del resto questa era una "settimana di mobilitazione per il clima" e l'Italia ha scelto di muoversi l'ultimo giorno, il 27 settembre.
Perché? Non l'ho ben capito. Alcuni mi hanno detto che è perché le scuole da noi hanno iniziato tardi, il 16 settembre, ed è stato ritenuto che non ci fossero i tempi per organizzarsi. Del resto siamo il paese che arriva sempre in ritardo e che ha inventato il decreto mille proroghe per prolungare gli effetti dei decreti che non facciamo in tempo a convertire in legge: è come se avessimo chiesto una proroga anche per protestare. Altri mi hanno fatto presente che ci sono alcuni altri paesi che hanno fatto la stessa scelta, come Argentina, Cile, Canada, Danimarca, Olanda, Portogallo e Israele.
Bene, allora ringrazio pubblicamente gli organizzatori, ringrazio chi si sta mobilitando perché l'Italia dia un segnale forte, come già accadde in occasione del primo sciopero del clima, il 15 marzo scorso. L'ho detto altre volte e lo ribadisco: trovo formidabile che una ragazza di 16 anni sia riuscita a scuotere le coscienze dei suoi coetanei e liberare il tema del cambiamento climatico dagli sbadigli dei convegni per porlo in cima all'agenda politica globale.
Trovo formidabile e azzeccatissimo lo slogan: uniamoci dietro la scienza. In un mondo in cui sembra che chiunque possa dire tutto, dove le competenze non contano nulla, e gli stregoni invece magari sì, rimettere la scienza al centro è un atto rivoluzionario. E serve anche a smontare gli sbuffi di quelli che dicono che dare retta a Greta Thunberg vuol dire tornare indietro di due secoli, a illuminarci con le candele e scaldarci con i legnetti. Questa è più di una fake news: oggi proprio grazie al progresso scientifico e tecnologico è possibile mantenere la nostra qualità della vita cambiando stile, cambiando il modo in cui le cose vengono prodotte, consumate e smaltite. L'economia circolare di cui tanto si parla non vuol dire tornare ad un mondo di rigattieri, ma produrre beni in modo che non ci siano scarti. È una rivoluzione possibile e doverosa. E l'Italia ha l'occasione di farla davvero.
Sono passati inosservati due incontri che il nuovo ministro dell'Istruzione Fioramonti ha condiviso nei giorni scorsi su Twitter: il primo con Jeffrey Sachs, il secondo con Gunther Pauli. Due economisti che figurano fra i massimi esponenti globali di questo nuovo modello di sviluppo. Erano a al Ministero, a viale Trastevere, segno che hanno chi dà loro ascolto e credito.
Il ministro ha anche scritto una lettera a tutte le scuole per appoggiare le iniziative che verranno prese sul cambiamento climatico. Non è banale quello che sta accadendo, e non è una cosa che riguarda solo gli studenti. Fra i tanti bellissimi cartelli che ho visto nelle piazze del mondo ieri, uno in particolare mi ha colpito. Quello di una ragazza che diceva: Quando la situazione sarà irreversibile (nel 2030) io avrò 24 anni. Ho pensato ai miei figli: nel 2030 avranno 25 e 20 anni. Vorrei contribuire a lasciare un mondo migliore. Venerdì 27 settembre marcio anche io.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 22 settembre 2019
Palazzinaro riparato in Spagna, lancia appelli contro Al Sisi: rispondono in migliaia. La replica del presidente egiziano: "Sono onesto, leale e affidabile". A las siete de la tarde. Dal suo esilio di Barcellona dove ha già cominciato a studiare spagnolo, dalla Catalogna dove s'è nascosto un mese fa coi figli "perché Al Sisi tenterà d'uccidermi", l'imprenditore ribelle l'aveva detto in arabo: egiziani, popol mio, ""alle sette della sera di venerdì 20, uscite per un'ora dalle vostre case! E poi postate la vostra foto di questa manifestazione pacifica!
E dimostrate al mondo quanti sono gli oppositori di Al Sisi!". Gli hanno obbedito. Anche di più. In poche ore, il video ha avuto un milione e mezzo di condivisioni sul web. L'hashtag #EnoughSisi, Al Sisi ne abbiamo abbastanza, è diventato il numero uno dei trending topic sul Twitter egiziano. E venerdì, guardato in tv il derby di Supercoppa egiziana Ahli-Zamalek, l'appello ha portato migliaia di persone nelle strade del Cairo, d'Alessandria, di Suez. Con la piazza Tahrir della rivoluzione 2011 tornata a echeggiare lo slogan "il popolo vuole la fine del regime!". Con la polizia intervenuta a suon di lacrimogeni e arresti (più di 150). Col feldmaresciallo Al Sisi, in trasferta newyorkese per l'assemblea dell'Onu, impallidito di fronte a una simile contestazione pubblica. La prima, in sei anni di potere occhiuto e assoluto.
Che botte. Al Sisi è fermo sulle gambe e a menarlo, da un mese, è un elegante imprenditore dal nome fatale di Mohamed Ali. Non un peso massimo della vita pubblica cairota: solo un palazzinaro che ha sempre amato i maglioni dolcevita bianchi e la bella vita all'ombra del potere. Proprietario dell'Amlaak Group, uno dei dieci grandi contractor del governo, mister Ali s'è di colpo trovato in mezzo a una faida tra militari. Tagliato fuori dalle grandi speculazioni del regime, se n'è andato in Spagna.
E dall'account @MohamedSecrets ha iniziato a vendicarsi con una serie di video-rivelazioni, raccontando le ruberie di Al Sisi, della first lady Intissar e di vari generali dell'esercito "sulla pelle di 30 milioni d'egiziani che dormono in mezzo alla strada", un regime che s'arricchisce sulla costruzione d'un mega-albergo a sette stelle e sul fastoso, nuovo palazzo presidenziale.
"Aprite gli occhi, non mi sto inventando nulla! Al Sisi costruisce per soddisfare il suo ego. Non ci sono studi di fattibilità, non c'è bisogno di quelle opere. Basta! Bisogna ribellarsi!".
Più che l'accusa - da sei anni, al Cairo si mugugna per il gigantismo del generalissimo che ha ingrandito il Canale di Suez ed edificato una nuova capitale - a stupire è stata la difesa. In un insolito e nervoso discorso pubblico, che i servizi gli avevano sconsigliato di fare, Al Sisi ha risposto piccato all'imprenditore (senza mai nominarlo) d'essere "onesto, leale, affidabile". E con voce quasi rotta: "Sì, sto costruendo palazzi. E allora? Pensate di spaventarmi con le vostre critiche? Continuerò a costruire. Queste opere non sono per me, sono per l'Egitto".
Non sarà l'inizio della fine. Ma forse finisce un certo modo d'esercitare il potere. D'un regime che ha cacciato i Fratelli musulmani, ha torturato senza sosta, s'è fatto rieleggere per due volte col 97%, ha portato l'Egitto a un debito pubblico che cresce del 19% l'anno. Gli attacchi di Ali, per molti "un eroe", non convincono tutti: suo padre, un ex militare, va in tv a "vergognarsi" del figlio. Mentre Whael Ghonim, uno dei leader della rivolta 2011 contro Mubarak, accusa l'imprenditore di sparare dall'estero, "troppo facile", e di farlo "solo per tornaconto personale".
Resta il dato che il Faraone sia nudo. E qualcuno abbia osato dirlo: "È uno sviluppo molto importante - commenta un politologo della Cairo University, Mustafa Kamel Al Sayed. I muri cadono quando si formano le prime crepe".
di Laura Cappon
Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2019
Le manifestazioni in numerose città sono ancora ridotte, ma fino a venerdì erano impensabili in un Paese dove ci sono 60mila detenuti politici, sparizioni forzate, migliaia di condannati a morte e torture nelle carceri. L'attivista Hossam el-Hamalawy: "Un sasso che cade sull'acqua stagnante". A far crescere il dissenso le disastrose condizioni economiche e l'hashtag lanciato dall'imprenditore e attore Mohamed Ali: basta al Sisi. Proteste piccole e diffuse in numerose città egiziane con un unico scopo: chiedere le dimissioni del presidente Abdel Fattah Al Sisi. Piccoli numeri che però suscitano stupore perché in Egitto anche un ridotto assembramento di manifestanti contro l'attuale presidente sarebbe stato impensabile sino a venerdì, quando dal Cairo a Mansoura, centinaia di persone si sono radunate per chiedere le sue dimissioni.
"È stato impressionante vedere centinaia di persone che ieri hanno urlato il loro dissenso contro Al Sisi e strappato i suoi poster", dice Hossam el-Hamalawy, attivista dei Socialisti Rivoluzionari egiziani che ora, come molti dissidenti, ha lasciato il paese e vive a Berlino. "È troppo presto per dire se questo sia l'inizio di una rivolta e credo ci sia ancora molta strada da fare. Ma quello che è successo può essere paragonato a un sasso che cade sull'acqua stagnante e non dobbiamo avere delle aspettative troppo alte".
La dura repressione che il nuovo regime militare perpetra dal 2013, quando Al Sisi ha preso il potere con un colpo di stato, ha reso impossibile in questi anni qualsiasi tipo di dissenso: 60mila detenuti politici, sparizioni forzate all'ordine del giorno, migliaia di condannati a morte e torture nelle carceri sempre più violente tanto da aver portato i detenuti a protestare con degli scioperi della fame a oltranza. La maggior parte degli oppositori politici è in esilio o reclusa in condizioni durissime, come ha dimostrato la morte plateale dell'ex presidente islamista Mohammed Morsi, colpito da un malore in tribunale dopo anni di cure negate durante la sua detenzione. Le restrizioni alla libertà personale sono dunque ben peggiori di quelle del 2011, l'anno in cui gli egiziani scesero in piazza durante la rivoluzione che destituì Hosni Mubarak.
Per questo la protesta, anche se ancora esigua, fa notizia. È nato tutto da un hashtag sui social, anche questo ampliamento controllato con leggi draconiane dal regime, che da poco più di una settimana circolava in rete. Diceva #kifayaSisi, basta Sisi, ne abbiamo abbastanza. A lanciarlo è stato Mohamed Ali, imprenditore e attore. A inizio settembre Ali ha iniziato a pubblicare su Facebook dalla Spagna - paese in cui Ali ha deciso di fuggire in una sorta di auto-esilio - una serie di video in cui denunciava la corruzione di Al Sisi e del regime militare da cui proviene. Nel suo ultimo post, Ali ha invitato gli egiziani a scendere in piazza mentre in altri post precedenti ha chiesto al ministro della difesa Mohammed Zaki di arrestare Al Sisi e di appoggiare la protesta.
La voce di Ali è suonata autorevole perché l'imprenditore con la sua impresa ha collaborato a diversi progetti portati avanti dalle aziende dell'esercito. L'economia egiziana è, infatti, ampiamente controllata da società in mano al circolo del Consiglio Militare Supremo. Diverse stime quantificano che tra il 20 e il 50% delle attività sia riconducibile ai militari, ma negli ultimi anni il loro potere su questo fronte è cresciuto ancora di più, arrivando a toccare quasi tutti i settori strategici: dalla costruzione di grandi opere alle infrastrutture per le ricche risorse di gas e petrolifere del paese. I nomi di diverse compagnie sono noti ma resta invece il completo riserbo sul reale giro d'affari in mano al Consiglio Militare.
Le faraoniche opere di Al Sisi, come la costruzione della nuova capitale amministrativa, progetto da 58 miliardi di dollari iniziato nel 2015, sono uno strumento di propaganda che però al momento non è in grado di sanare le disastrose condizioni economiche del paese. Per rispettare i piani di rientro del prestito di 12 miliardi di dollari concesso dal Fondo monetario internazionale, l'Egitto ha dovuto ridurre da tempo i sussidi sui servizi e i generi di prima necessità e svalutare la sterlina, la moneta ufficiale. Il risultato è stato un innalzamento del costo della vita in un paese dove più di un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Le condizioni in cui versano i cittadini egiziani, dunque, sono ancora più pesanti di quelle che provocarono la rivolta del 2011. "Ogni rivoluzione contro il regime, ogni cambiamento politico, sarà sempre il risultato un accumulo di rabbia sociale o di dissenso", spiega el-Hamalawy. "Le proteste di ieri rappresentano indubbiamente un punto di rottura ma c'è bisogno di altro. Tutte le organizzazioni politiche, i movimenti giovanili e i sindacati indipendenti sono stati distrutti e per ripristinare questo tessuto di opposizione ci vorrà tempo. Proprio dalle caratteristiche e dai tempi di questa ricostruzione, del resto, dipenderà il successo delle nuove proteste". Intanto, le autorità hanno reagito disperdendo alcuni assembramenti con i gas lacrimogeni e arrestando centinaia di attivisti. Secondo l'Egyptian Center for Economic and Social Rights le persone arrestate in tutto il paese sono 166. Il presidente Al Sisi, secondo quanto riportato dal portale di informazione Mada Masr, starebbe pensando di modificare il calendario del suo viaggio a New York dove è atteso per la 74esima Assemblea generale dell'Onu.
di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 22 settembre 2019
Violenza e xenofobia dilagano nel Paese dopo la fine dell'apartheid. E sono il prodotto dello stesso credo economico che genera disuguaglianza. Condanno con la massima fermezza la violenza che si è diffusa in alcune delle nostre province".
Con queste parole, il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, ha esortato il popolo sudafricano contro gli atti veementi di xenofobia a svantaggio degli allogeni che dal 1 settembre hanno inabissato il Paese in un teatro bellico senza precedenti, causando la morte di circa 12 esseri umani. Il Sudafrica, tra le prime potenze industriali in Africa, ha sconfitto la segregazione razziale sul piano politico ma non ha saputo affrancarsi del tutto dell'apartheid economico che continua ad attanagliare la società.
Nel corso degli anni, il divario tra i ricchi e i poveri si è molto ampliato. L'odio, il rancore e l'intolleranza allignano purtroppo dove prosperano le disuguaglianze sociali. A tale riguardo, è opportuno ricordare che l'attuale paradigma economico ha generato delle disuguaglianze che hanno dilatato forzosamente ed eterogeneamente il nostro tessuto sociale.
Questa traumatica dilatazione ha lacerato gli strati più profondi dell'epidermide della nostra società solcata da cavernose crepe che sono state esasperate dall'ostentazione della ricchezza, emblematica dell'era della mediatizzazione del privato, che acuisce la frustrazione delle fasce impoverite e immiserite della popolazione. I mercanti dell'illusione e i manipolatori della realtà si sono insinuati in queste crepe inasprendo il clima di odio, di rancore e di intolleranza che serpeggiava già da tempo nelle viscere della nostra comunità.
Per porre rimedio a questa insostenibile situazione servirebbe probabilmente un New Deal Umano che inauguri una nuova fase ancorata nella giustizia sociale e capace di avviare delle riforme che incapsulino al proprio interno una equa ridistribuzione in grado di rendere felici gli esclusi da troppo tempo trasformati in rifiuti sociali.
L'attuazione di un simile progetto passerebbe attraverso processi, capace di mettersi generosamente al servizio delle persone senza farsi inebriare dalla conquista e dall'esercizio del potere, che tornino ad abbracciare i luoghi delle contraddizioni al fine di fare dialogare le divergenze coniugando nel contempo le convergenze con lo scopo di disegnare una visione di società aderente alla realtà e incentrata sulla soddisfazione di bisogni materiali ed immateriali delle persone. Simili processi dovrebbero essere auspicabilmente attuati all'interno dei percorsi collettivi capaci di ritrovare il proprio originario spirito, ovvero di essere l'aggregatore delle comunità, il focolare della fede, il nido della speranza, il convertitore delle utopie in realtà, il corroborante delle idee, il trasmettitore di una coscienza collettiva e il formatore di una leadership collettiva capace di creare legami intimi con la popolazione.
Quest'ultima dovrebbe probabilmente aspirare altresì a coltivare il culto del riserbo, a praticare l'estetica del linguaggio e a domare gli impulsi più basilari dell'uomo che finiscono per permeare qualsiasi carica di responsabilità con l'ambizione di assoggettarla. Inoltre, domare i disorientatori della società dal sistema, destituire i piromani della politica dal palazzo, fondere a freddo dall'alto l'ideologico con il post-ideologico non basterà di certo a fermare il vento impetuoso dell'odio, del rancore e dell'intolleranza sociale che rischia di riproporsi ciclicamente sotto forme diversificate e sempre più auto-immunizzante.
Solamente se si avrà il coraggio di fronteggiare la sfida delle disuguaglianze dalle fondamenta si potrà sconfiggere questa impetuosa tempesta e fermare quelli che razionalmente cavalcano questa cinica ondata. Tuttavia, tutto ciò non potrà prescindere dalla ridefinizione dell'attuale paradigma economico che si basa sull'egoismo, sull'avidità e sull'insaziabile brama accumulatrice dell'essere umano.
A questo proposito, il Sudafrica, pur trovandosi geograficamente lontano, condivide con il nostro Paese una delle pagine più buie della storia dell'umanità. Purtroppo, il fantasma del fascismo e della segregazione razziale, ovvero l'apartheid, continua a serpeggiare sopra il cielo dell'umanità. I recenti episodi di violenze avvenuti in Sudafrica devono essere un ammonimento ad affrontare con lucida determinazione l'attuale e delicata fase politica.
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