di Gigi Riva
L'Espresso, 22 settembre 2019
C'è chi sceglie di non dire ai bambini la verità. Ma pare per gli altri avere un rapporto è molto difficile. Anche per le leggi che restano inapplicate. Marco si ricorderà per tutta la vita il giorno che con il padre simulò una partita di basket. Palleggi, passaggi e tiri in un canestro immaginario. Se lo ricorderà perché aveva dieci anni e da sei non vedeva il genitore.
di Samuele Ciambriello
linkabile.it, 22 settembre 2019
Politica, istituzioni, volontariato, parti sociali, mass-media, tutti devono fare la propria parte. Le galere servono a togliere la libertà, non la vita. Si torna, periodicamente, a trattare questo argomento. Di pochi giorni è la notizia della morte di un quarantenne pugliese nel carcere di Poggioreale. Ogni suicidio ha una risposta diversa. Le sintesi esplicative non funzionano per spiegare gesti di disperazione così gravi. La scelta di una persona di togliersi la vita non deve mai, da nessuno, essere strumentalizzata.
di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani
Il Sole 24 Ore, 22 settembre 2019
Per la Corte europea così si viola la dignità umana. Alla Consulta in esame due casi. Vi sono temi che raramente impegnano le agende parlamentari e le prime pagine dei giornali ma che meritano attenzione, perché incidono sulla pelle delle persone e al contempo delineano il rapporto tra Stato e cittadini.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 22 settembre 2019
Cosa c'è, più indicativo dell'incapacità di un uomo di controllare i propri impulsi di violenza su una donna, e dunque indice più concreto di un rischio reale per lei, del fatto che stia violando una precedente prescrizione del giudice di allontanarsi dalla casa familiare o di non avvicinarvisi più?
di Pierluigi Roesler Franz
giornalistitalia.it, 22 settembre 2019
In attesa del verdetto della Corte Costituzionale, atteso tra alcuni mesi, la 5ª sezione penale della Cassazione ha ribadito il suo fermo no al carcere - seppure con pena sospesa - per i giornalisti condannati per il reato di diffamazione a mezzo stampa.
Lo ha fatto annullando la condanna a tre mesi di reclusione inflitta al giornalista calabrese Fabio Buonofiglio, direttore del periodico "Altre Pagine", iscritto al Sindacato Giornalisti della Calabria. Motivo: la detenzione per questo reato, prevista sia dall'art. 595 del codice penale art. 595 che nella legge sulla Stampa, la n. 47 del 1948, é incompatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. La detenzione può essere giustificata solo in casi del tutto eccezionali, cioè quando siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, discorsi di odio o di istigazione alla violenza. Tranne in questi casi di fronte a condanne per diffamazione gli ermellini di piazza Cavour hanno esortato i giudici italiani a non infliggere più il carcere, ma eventualmente solo multe.
La Suprema Corte, ribadendo quanto già affermato in un'altra decisione di cinque anni fa, hanno quindi sancito un principio di civiltà giuridica che non solo può essere ormai considerato "diritto vivente", ma per di più potrà supportare la Consulta in vista della sua attesa pronuncia su questa importante e tanto dibattuta questione in tema di libertà di stampa e di diritto di cronaca, spronandola a sanare un vulnus che nel nostro Paese dura ingiustificatamente da troppo tempo e su cui, purtroppo, il Parlamento da decenni non é riuscito incredibilmente a legiferare (il 18 giugno scorso a Napoli lo stesso premier Giuseppe Conte si era impegnato ad affrontare l'argomento), nonostante pubblici appelli e progetti di legge presentati, tra gli altri, da Fnsi, Consiglio nazionale Ale dell'Ordine dei giornalisti e Fieg. Insomma, il carcere appare incompatibile con il diritto di cronaca e rappresenta un limite sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico del nostro Paese.
La sentenza n. 38721 del 19 settembre 2019, emessa dalla quinta sezione penale della Cassazione (presidente Paolo Antonio Bruno, relatore Michele Romano), assume quindi particolare rilievo. I supremi giudici hanno ricordato che la Cedu, Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, "con la sentenza pronunciata nella causa Sallusti contro l'Italia del 7 marzo 2019 e ancor prima con la sentenza Belpietro contro Italia del 24 settembre 2013, ha affermato che la pena detentiva inflitta ad un giornalista responsabile di diffamazione è sproporzionata in relazione allo scopo perseguito di proteggere la altrui reputazione e comporta una violazione della libertà di espressione garantita dall'art. 10 Cedu.
Più precisamente la Corte, con la sentenza nella causa Sallusti contro Italia del 7 marzo 2019, "ritiene che l'irrogazione di una pena detentiva, ancorché sospesa, per un reato connesso ai mezzi di comunicazione, possa essere compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dall'articolo 10 della Convenzione soltanto in circostanze eccezionali, segnatamente qualora siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza" e precisa che la violazione sussiste anche se la pena detentiva è stata sospesa".
Applicando questi principi la Cassazione ha definitivamente annullato la pena, condizionalmente sospesa, di tre mesi di reclusione, inflitta dalla Corte di Appello di Salerno a Fabio Buonofiglio, direttore del periodico calabrese "Altre Pagine" di Corigliano-Rossano (Cosenza), per un articolo pubblicato il 13 agosto 2011 e intitolato "L'allegra compagnia d'una giustizia che va a puttane", che era stato ritenuto gravemente lesivo della reputazione del magistrato Maria Vallefuoco, sostituto procuratore della Repubblica di Rossano.
Nonostante che la sua condanna al carcere - anche se sospesa - sia stata cancellata e che il reato di diffamazione sia caduto in prescrizione, il giornalista rischia comunque di essere condannato in un prossimo giudizio in sede civile a risarcire i danni in favore del pm calabrese che si era costituito parte lesa nel processo penale.
La pronuncia della Suprema Corte ribadisce quanto già affermato nella sua precedente decisione della quinta sezione penale n. 12203 del 13 marzo 2014 (presidente Gennaro Marasca, relatore Grazia Lapalorcia).
In quell'occasione fu osservato che "l'irrogazione della pena detentiva in luogo di quella pecuniaria, pur a seguito del riconoscimento di attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, non sembra rispondere alla ratio della previsione normativa che, nel prevedere l'alternatività delle due sanzioni, palesemente riserva quella più afflittiva alle ipotesi di diffamazione connotate da più spiccata gravità".
Per contrastare l'applicabilità della pena detentiva non fu neppure trascurato l'orientamento della Corte Cedu che, ai fini del rispetto dell'art. 10 della Convenzione relativo alla libertà di espressione, esige la ricorrenza di circostanze eccezionali per l'irrogazione, in caso di diffamazione a mezzo stampa, della più severa sanzione, sia pure condizionalmente sospesa, sul rilievo che, altrimenti, non sarebbe assicurato il ruolo di "cane da guardia" dei giornalisti, il cui compito è di comunicare informazioni su questioni di interesse generale e conseguentemente di assicurare il diritto del pubblico di riceverle (sentenza del 24 settembre 2013 Belpietro contro Italia).
In un altro passaggio della decisione n. 12203 del 2014 fu sottolineato che "la libertà di espressione costituisce un valore garantito anche nell'ordinamento interno attraverso la tutela costituzionale del diritto/dovere d'informazione cui si correla quello all'informazione garantito dall'art. 21 della Costituzione, diritti i quali impongono, anche laddove siano valicati i limiti di quello di cronaca e/o di critica, di tener conto, nella valutazione della condotta del giornalista, della insostituibile funzione informativa esercitata dalla categoria di appartenenza, tra l'altro attualmente oggetto di gravi ed ingiustificati attacchi da parte anche di movimenti politici proprio al fine di limitare tale funzione".
In quella sentenza fu anche ricordato che all'epoca il legislatore ordinario italiano era "orientato al ridimensionamento del profilo punitivo del reato di diffamazione a mezzo stampa" (ma poi tutto é rimasto nei cassetti di Montecitorio e di palazzo Madama, n.d.r.).
Sulla legittimità del carcere per i giornalisti per il reato di diffamazione si esprimerà entro la prossima primavera la Corte Costituzionale. Come é noto alla Consulta è arrivata l'ordinanza emessa il 9 aprile scorso dal giudice monocratico della seconda sezione penale del Tribunale di Salerno, Giovanni Rossi, nel corso del processo per diffamazione a carico dell'ex collaboratore del "Roma" Pasquale Napolitano e del direttore del giornale Antonio Sasso.
Per il giudice Rossi il carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa va contro quanto previsto dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e violerebbe anche libertà e principi fondanti sanciti dagli articoli 3, 21, 25, 27 e 117 della nostra Costituzione. La relativa ordinanza n. 140 é stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 18 settembre scorso e il termine per le parti (compresi eventualmente il Cnog e la Fnsi) per costituirsi scadrà l'8 ottobre prossimo.
Nel frattempo é pervenuta a palazzo della Consulta un'altra ordinanza di cui non si era mai data alcuna notizia. È stata emessa dal tribunale di Bari - sede di Modugno - il 16 aprile scorso ed é stata registrata in cancelleria con il n. 149. Viene eccepita l'incostituzionalità sempre dell'art. 13 della legge sulla stampa dell'8 febbraio 1948 n. 47 in combinato disposto con l'art. 595, 3° comma, del codice penale per presunta violazione dell'articolo 117, comma 1, della Costituzione in relazione all'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia diritti dell'uomo e libertà fondamentali, in quanto sarebbe illegittima la pena cumulativa della reclusione, invece che in via alternativa, per il reato di diffamazione a mezzo stampa.
Entro i primi di ottobre il presidente dell'Alta Corte, Giorgio Lattanzi, dovrebbe quindi fissare la data dell'udienza pubblica per entrambe le ordinanze dei tribunali di Salerno e Bari. La sentenza é attesa entro la prossima primavera.
senologia.it, 22 settembre 2019
Fra le numerose iniziative promosse negli anni dalla Scuola Italiana di Senologia volte a far crescere in Italia la cultura della prevenzione quelle rivolte alla popolazione carceraria hanno certamente un significato e un'importanza particolari.
Il progetto "In seno al carcere", iniziato nel 2012 come esperienza pilota presso la casa circondariale di Castrogno a Teramo e successivamente più volte riproposto anche in altre realtà, ci ha infatti permesso di avvicinare e sensibilizzare donne che, per varie ragioni, erano state poco attente alla salvaguardia della salute in generale e di quella del proprio seno in particolare.
Gli incontri e i dibattiti aperti sull'importanza della diagnosi precoce e sul ruolo degli stili di vita per ridurre l'incidenza della malattia organizzati in carcere hanno suscitato grande interesse nelle donne che ci hanno espresso la loro voglia di vivere, la loro paura di ammalarsi e soprattutto di non essere curate in modo adeguato, svelando un commovente attaccamento alla loro pur così difficile esistenza e la capacità di proiettarsi verso un futuro migliore.
Al termine degli incontri è offerta a tutte la possibilità di eseguire un controllo senologico modulato in funzione dell'età delle donne (visite senologica, mammografia ed ecografia mammaria) cosa che ha visto alternarsi per sottoporsi agli esami le carcerate e le donne del personale di custodia in una sorta di alleanza comune e senza barriere contro il cancro.
La Scuola desidera ringraziare tutte le Autorità e le Istituzioni che hanno reso e rendono possibile la realizzazione di "In seno al carcere". Un ringraziamento particolare va poi a coloro che, per primi, hanno sostenuto il progetto consentendoci di avviarlo per la prima volta a Teramo: Maurizio Brucchi (senologo e allora sindaco della città) e Stefano Liberatore (direttore della casa circondariale di Castrogno).
di Elisabetta de Palma
bonculture.it, 22 settembre 2019
È stato presentato ieri, ai Dialoghi di Trani, il docu-film di Fabio Cavalli "La Corte costituzionale nelle carceri": ospite d'eccezione Marta Cartabia, vicepresidente della Corte Costituzionale, protagonista, insieme ad altri 6 giudici costituzionali, del viaggio nelle carceri italiane raccontato nel film. A parlarne con lei, la giornalista di Repubblica Liana Milella.
L'iniziativa della Corte muove dalla volontà comune a tutti i suoi membri di uscire dal Palazzo e di avvicinare i cittadini alle istituzioni, movimento quanto mai necessario per la Corte Costituzionale, confusa di frequente, dice Cartabia, con la Corte di Cassazione, percepita come distante e ignorata nella specificità delle sue funzioni.
La scelta - discussa e da alcuni membri della Corte addirittura avversata - di recarsi nelle carceri, nasce dall'affermazione di un principio, che è l'assunto da cui parte la riflessione di Cartabia: la Costituzione è il baluardo a difesa dei deboli, di chi vede costantemente messi a rischio i propri diritti perché manca degli strumenti per rivendicarli.
La piena attuazione dell'art.27 è una sfida sociale, oltre che giuridica, poiché lo stigma che accompagna il detenuto dopo l'espiazione della pena è il primo responsabile del difficile e a volte impossibile reinserimento nel tessuto sociale.
Il viaggio dei giudici attraversa l'Italia, da San Vittore a Nisida, da Marassi a Lecce, e tocca quasi tutte le possibili ragioni della detenzione, dai reati di mafia alla corruzione, entra nella sezione riservata ai transgender, incontra le madri con i bambini, gli stranieri, i minori. Sono stati volutamente tenuti fuori, chiarisce Cartabia, i detenuti che soffrono di malattie psichiatriche, per il dovuto rispetto alla loro persona.
Il filo conduttore delle risposte della giudice alla nient'affatto compiacente intervista di Milella si può così riassumere: le ragioni dell'errore e la gravità del danno che si è procurato sono innumerevoli, ma lo sguardo che si rivolge a chi sta o è stato in carcere spesso è uno solo. Va cambiato lo sguardo, ecco il perché del film, che non può essere raccontato, va visto.
Le voci e i volti, i toni, le espressioni, forse incidono più delle parole che si ascoltano e che sono comunque intensissime, toccano punti nodali, interpellano le ragioni profonde della Carta costituzionale. L'immagine finale, i minori di Nisida portati a Roma a visitare loro, stavolta, il Palazzo della Consulta, e che prima di andar via lanciano di spalle l'immancabile monetina nella Fontana di Trevi, racconta la speranza come solo l'arte può fare.
Cartabia lo chiarisce subito, non è abolizionista, ritiene che la risposta dello Stato debba essere severa davanti all'errore, ma che errore assolutamente più grave e ingiustificabile sia togliere la speranza, negare la seconda possibilità a chi sbaglia. La giudice non risponde alla conseguente domanda sull'ergastolo, perché è tema di prossima discussione della Corte e pertanto non ritiene corretto esprimere il personale parere in merito.
A tutte le altre domande, anche del pubblico, la giudice ha risposto con chiarezza e assoluta onestà, senza nascondere le ragioni profonde del suo pensiero e delle sue azioni, che si radicano nella fede cristiana, riconoscendo i possibili limiti dell'immagine della detenzione che ha affermato ma rivendicandola comunque nel suo fondamento.
L'auspicio è che questo film possa girare molto, e con lui i giudici costituzionali, che possano incontrare i ragazzi nelle scuole e gli adulti che li formano, e che per tutti la Costituzione diventi plasticamente presente grazie alla testimonianza viva dell'istituzione che più la garantisce.
Il Centro, 22 settembre 2019
La mancata attivazione del reparto di lungo degenza, che contiene il repartino riservato ai detenuti, spinge il vice segretario generale della Uil Pa, Mauro Nardella, a lanciare un appello all'Asl. "Non vorrei che a causa della mancata apertura del reparto di lungodegenza, nel quale insiste l'avveniristico repartino riservato ai detenuti, non si dia avvio alla procedura di ricovero degli stessi all'interno di tale contesto", rivendica Nardella, "se così fosse sarebbe inammissibile e alquanto inconcepibile".
Nardella ricorda, infatti, la gravità e la delicatezza dei detenuti con problemi di salute o alle rese con dipendenze, che devono avere un reparto blindato per la loro è l'altrui sicurezza. "Forse non ci si rende conto del profilo criminale di coloro i quali, in mancanza dell'attivazione di un idoneo locale, verrebbero, così come sinora fatto e nostro malgrado, ricoverati nelle corsie delle varie unità", aggiunge Nardella, "i detenuti provenienti dal carcere di massima sicurezza cittadino sono in molti casi con fine pena lunghissima e finanche pluriergastolani, avendo scritto la storia di Cosa nostra, della 'ndrangheta, Sacra corona unita, camorra, mafie estere tra le quali la pericolosissima mafia nigeriana.
"La Uil invita l'assessore regionale alla Sanità, Nicoletta Verì, a farsi immediatamente carico della delicatissima situazione e di attivarsi affinché venga subito aperto il reparto di lungo degenza", conclude Nardella, "ne varrebbe per la sicurezza di tutto il personale di polizia penitenziaria, operatori sanitari e cittadini, oltre che per un ulteriore arricchimento del presidio ospedaliero".
di Laura Montanari
La Repubblica, 22 settembre 2019
La vittima non ha voluto spiegare i segni sul volto: "Una caduta". Sono stati alcuni camorristi a raccontare dei calci e dei pugni. Quattro sorveglianti subito sospesi dal servizio. Per trasferirlo da una cella all'altra del carcere di San Gimignano, in provincia di Siena, sono andati a prenderlo in quindici: fra agenti e ispettori di polizia penitenziaria. Indossavano tutti i guanti. Pomeriggio dell'11 ottobre 2018. Lui, un cittadino tunisino di 31 anni, pensava di andare a fare la doccia, aveva le ciabatte ai piedi e un asciugamano al braccio. Invece è stato trascinato per il corridoio del reparto isolamento, picchiato con pugni e calci.
"Gli hanno abbassato i pantaloni", lui "è caduto" e hanno continuato a picchiarlo. "Sentivo le urla" racconta un detenuto, "poi lo hanno lasciato svenuto" in un'altra cella. Nell'ordinanza si parla di "trattamento inumano e degradante", di "violenza" e "crudeltà".
Quindici guardie, agenti, ispettori e assistenti sono indagati dalla procura di Siena per il reato di tortura. È uno dei primi casi contestati da che il reato è entrato in vigore due anni fa, il primo che riguarda pubblici ufficiali. Quattro sono i poliziotti sospesi dal servizio per quattro mesi secondo quanto disposto dal gip Valentino Grimaldi. La pm, Valentina Magnini aveva chiesto anche gli arresti domiciliari che invece non sono stati concessi.
Il detenuto tunisino non ha mai denunciato il pestaggio, ha rifiutato di farsi visitare dai medici. E quando gli hanno chiesto del taglio sul sopracciglio ha detto di essere caduto in cella. Chi indaga pensa che lo abbia fatto per paura. A raccontare prima a un'operatrice penitenziaria, poi a scrivere direttamente delle lettere al tribunale di sorveglianza sono stati altri detenuti che si trovavano l'11 ottobre 2018 in quello stesso braccio dell'isolamento.
Da lì partono le indagini. Cinque, tutti provenienti dalla sezione alta sicurezza, quindi in carcere per reati gravi. Camorristi e trafficanti di droga. Uno di questi (in isolamento perché trovato con un cellulare in cella, cosa vietata dal regolamento carcerario) ha riferito di aver assistito al pestaggio dallo spioncino e di essere stato colpito da una guardia con un pugno alla fronte: due giorni di prognosi. Altri hanno raccontato di minacce da parte delle guardie: "Adesso vi facciamo vedere chi comanda a San Gimignano".
O di frasi, contro il detenuto tunisino: "Perché non te ne torni al tuo paese?" "Non ti muovere o ti strangolo", "ti ammazzo". Ad aiutare gli inquirenti nella ricostruzione di quanto accaduto, ci sono le immagini delle telecamere, benché siano schermate dai corpi degli agenti e le intercettazioni. Fra i reati contestati agli agenti, ci sono le minacce, le lesioni e anche la falsità ideologica per aver tentato di "addomesticare" i rapporti e seppellire le prove del pestaggio con pressioni e intimidazioni.
Quello che sembra emergere dai fogli dell'inchiesta è che non si sarebbe trattato di un episodio isolato, se è vero quello che sostengono alcuni detenuti: "Noi del reparto isolamento per paura dormivamo a turno, cioè uno di noi rimaneva sveglio per avvisare gli altri, per non essere presi alla sprovvista, nel sonno in caso fosse arrivato qualcuno del personale a compiere atti di aggressione. Così non si poteva andare avanti".
Per questo in cinque scrivono al tribunale di Siena e al magistrato di sorveglianza: hanno paura. Puntano l'indice su una guardia in particolare soprannominata "lo sfregiato". Riferiscono anche di altri soprusi: lettere mai spedite, sequestri di effetti personali ("dal bagnoschiuma alle pentole"), del prolungamento dei tempi nelle celle di isolamento. Insomma un clima teso, incattivito, strano.
di Martina Pennisi
Corriere della Sera, 22 settembre 2019
Lo scorso agosto la giovane attivista svedese ha iniziato a protestare contro l'inerzia dei governi di fronte al cambiamento climatico. Ieri, 20 settembre 2019, le manifestazioni di milioni di ragazzini nelle piazze di 165 Paesi. Era il 20 agosto di un anno fa, un lunedì. Una ragazzina sconosciuta si mise a sedere davanti al Parlamento svedese a Stoccolma per protestare contro l'inerzia del governo di fronte al cambiamento climatico. Riga in mezzo, lunghe trecce, sguardo incerto (altro che incerto, scopriremo poi) e spalle ricurve (altro che ricurve, scopriremo poi). Greta Thunberg, uno scricciolo di 15 anni che aveva deciso di non andare a scuola fino alle elezioni del 9 settembre al grido di - come c'era scritto sul suo cartello - "Skolstrejk för klimatet". "Sciopero scolastico per il clima".
Altro che scricciolo, appunto: un anno e un mese dopo quella ragazzina incapace di imporre alla sua mente di disinteressarsi della catastrofe climatica in atto si è trasformata in un movimento di milioni di coetanei festosi e determinati. Ieri, venerdì 20 settembre 2019, gli under 18 di più di 3.200 città di 165 Paesi di tutto il mondo si sono riversati in piazza per ribadire il loro diritto ad avere un futuro. E non è finita qui: la settimana di proteste di Friday for future - così si chiama il movimento, perché Greta si presentava davanti al Parlamento ogni venerdì - in occasione dell'incontro sul clima di New York del 23 settembre andrà avanti fino al 27, giorno in cui anche parteciperà anche l'Italia. Oggi, all'Youth Climate Summit, l'attivista svedese ha ribadito il grido della sua generazione: "Noi giovani siamo uniti e siamo inarrestabili".
Una giornalista newyorkese, Natalie Wolchover, ha rappresentato su Twitter in uno dei modi più efficaci possibile - con un'immagine - quanto sia cambiato in un solo anno di proteste, discorsi da Davos ("Alcuni dicono che non stiamo facendo abbastanza per combattere i cambiamenti climatici ma questo non è vero, perché per non fare abbastanza, si deve fare qualcosa e la verità è che non stiamo facendo niente") a Strasburgo ("Quello che posso dire ai giovani è: continuate a lottare, perché state facendo un grande lavoro"), viaggi (senza prendere l'aereo, con tanti treni e pure attraversando l'Atlantico in barca a vela) e prese di posizione dell'adolescente. Due foto, una al fianco dell'altra: Greta nell'agosto del 2018, quando nessuno sapeva come si chiamasse e aveva idea di come avrebbe inciso sul dibattito pubblico, e una delle potenti piazze di ieri, il 20 settembre di un anno dopo, quando Greta Thunberg, 16 anni, è la favorita per il Nobel per la Pace.
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