ilsicilia.it, 5 novembre 2019
"A distanza di un anno dalla morte del giovane Samuele Bua, al Pagliarelli, poco o nulla é cambiato", afferma Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia. "Intanto, la famiglia ha dovuto aspettare un anno per avere l'esito dell'autopsia, un tempo incredibile, una burocrazia che ferisce, ancora di più, i familiari. Il giovane che si sarebbe suicidato in una cella dopo 10 giorni d'isolamento, soffriva di gravi disturbi psichiatrici e avrebbe dovuto avere la sorveglianza a vista, certamente non era il carcere il luogo dove poteva trovare guarigione", ha aggiunto Apprendi.
"Qualche mese fa un altro giovanissimo, a Barcellona Pozzo di Gotto, ha deciso di togliersi la vita con la stessa modalità, l'impiccagione, anche lui con gli stessi problemi di salute mentale, rinchiuso in cella d'isolamento. Anche in questo momento, nelle carceri, sono rinchiuse persone che gli stessi giudici del Tribunale dichiarano che dovrebbero risiedere nelle Rems, ma come è noto in Sicilia ce ne sono soltanto due, una a Caltagirone e una a Naso. Al momento in Sicilia ci sono oltre 100 persone che dovrebbero usufruirne", ha detto il presidente di Antigone Sicilia.
"Si aspetta da anni che ne nasca una a Caltanissetta e non capiamo il motivo per cui Palermo ne sia sprovvista dove, forse, c'è la maggiore concentrazione di detenuti, con ben 3 carceri per uomini e donne e 1 carcere per minori. Aspettiamo con fiducia che si accertino le responsabilità sulla morte di questi ragazzi. Le famiglie hanno diritto di conoscere la verità. Lo Stato non può tradirti", conclude Pino Apprendi.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 5 novembre 2019
Il governo di Ankara minaccia il rimpatrio di 1.200 miliziani stranieri. Ma in Siria a decine sarebbero entrati nei gruppi jihadisti filo-turchi: almeno 50 i casi documentati. Oltre 700 gli affiliati di Daesh fuggiti dalle carceri curde, mentre nel Rojava si continua a combattere. Si combatte ancora nel nord est della Siria, nonostante il proclamato cessate il fuoco siglato da Russia e Turchia a Sochi lo scorso 22 ottobre. Eppure l'attenzione globale (eccezion fatta per movimenti e società civili, nel fine settimana scesi in piazza in tante capitali europee) è calata.
A risvegliarla ci pensa il presidente turco Erdogan, non ancora soddisfatto dal riconoscimento dell'occupazione turca di un corridoio di 120 km dentro il Rojava, da Tal Abyad a Ras al Ain. Ieri ha mandato avanti il suo ministro degli Interni, il falco Suleiman Soylu, a minacciare di nuovo l'Europa: "Rimanderemo i membri dell'Isis nei loro paesi, anche se gli è stata revocata la cittadinanza".
Si parlerebbe, secondo Ankara di circa 1.200 foreign fighters dello Stato Islamico detenuti nelle prigioni turche, di cui 287 (45 turchi e 242 di 19 diverse nazionalità) catturati durante l'operazione "Fonte di pace" con cui la Turchia ha invaso il nord est della Siria il 9 ottobre scorso.
Di per sé non è un'affermazione campata in aria, rimpatriare i miliziani stranieri dell'Isis. Iraq docet, verrebbe da dire, visto che Baghdad da mesi porta avanti processi affatto equi contro miliziani e loro familiari, soprattutto donne, condannati in cinque minuti alla pena capitale. Alle autorità irachene alcuni governo, in primis quello francese, hanno promesso denaro sonante pur di tenerseli.
Ma Erdogan omette una serie di elementi. In primo luogo il ruolo di facilitatore che Ankara ha avuto per anni nel far transitare e nell'armare Daesh, come dimostrato da reportage giornalisti che sono costati all'ex direttore del quotidiano Cumhuriyet Can Dundar mesi di prigione e l'esilio. In secondo luogo non si capisce bene chi siano: secondo Soylu si tratta di 1.200 miliziani entrati in Turchia, lì catturati e poi spediti in centri per il rimpatrio (di cui buona parte turchi e non stranieri).
Trattamento diverso da quello che sembrerebbe riservato ai miliziani ancora in Siria: i bombardamenti turchi hanno provocato l'evasione di centinaia di miliziani e loro familiari dal centro di detenzione di Ain Issa, gestito dalle Forze democratiche siriane (Sdf), guidate dai curdi, mentre - secondo fonti dell'amministrazione Usa a Foreign Policy - le milizie islamiste alleate della Turchia avrebbero deliberatamente liberato prigionieri dell'Isis dalle carceri curde.
"Secondo l'Amministrazione autonoma del Rojava 785 affiliati all'Isis sono scappati - ci spiega il Rojava Information Center - Tra questi belgi e francesi. Alcuni si sono uniti alle milizie islamiste: sono di più quelli passati con altre milizie che quelli ricatturati. Abbiamo un database di oltre 40 individui basato su ricerche locali e fonti di intelligence che lo dimostrano. A questi potremmo aggiungerne altri cinque".
Un database in cui sono raccolti nomi, luoghi di provenienza, fonti che attestano il loro passaggio ad altre milizie, il luogo attuale di "attività" e il ruolo. Molti sono stati reclutati durante l'offensiva e la successiva occupazione del cantone curdo di Afrin, tra gennaio e aprile 2018. Altri in questo periodo, sotto "Fonte di pace".
Questi quelli identificati, ma probabilmente si tratta di una stima per difetto (l'Osservatorio siriano per i diritti umani, ong basata a Londra e parte del fronte di opposizione al presidente siriano Assad, parla di almeno 150 "migrazioni"). In ogni caso a oggi sono le Sdf che controllano i campi di detenzione di miliziani dell'Isis nel nord est siriano, ad eccezione di Ain Issa, in mano turca, dove sono però detenuti soprattutto familiari tra cui le note "spose" Lisa Smith, irlandese, e Tooba Gondal, britannica.
Intanto, tra una minaccia di Erdogan e l'altra, nel Rojava la guerra prosegue. Domenica un medico birmano dell'ong Free Burma Rangers, Zau Seng, è stato ucciso a Tel Temer dall'artiglieria turca che ha colpito un'ambulanza. Le Sdf hanno respinto attacchi a est di Ain Issa.
di Fabio Vander
Il Manifesto, 5 novembre 2019
Le polemiche seguite all'approvazione da parte del Senato della "Commissione Segre" di controllo dei discorsi d'odio o hate speech dà la misura del degrado del dibattito pubblico nel nostro paese. Il centro-destra non l'ha votata, si è astenuto, con decisione che ha suscitato sconcerto in tanta parte dell'opinione pubblica, della comunità ebraica e anche in alcuni settori di Forza Italia. Gli argomenti di alcuni opinionisti di centro-destra meritano una riflessione.
La mozione Segre parte da una novità, quella rappresentata dall'aumento esponenziale, favorito dalla diffusione dei social, delle opportunità di denigrazione, di istigazione al razzismo e direttamente alla violenza. Il dato crea allarme ovunque nel mondo e la Commissione intende affrontare precisamente i termini nuovi e più urgenti del problema.
Ora c'è stato chi, con lo pseudonimo di "Passator cortese", sul Dubbio ha tacciato di "ignoranza" la redattrice della mozione per aver messo sotto osservazione, insieme a razzismo ed antisemitismo, anche nazionalismo ed etnocentrismo. La mozione invece, ben scritta ed equilibrata, ricca di riferimenti normativi italiani e internazionali, tratta effettivamente di tutti quei fenomeni che possono portare a discorsi d'odio o a comportamenti discriminatori e violenti, secondo quanto acquisito dalla migliore pubblicistica giuridica e scientifica in materia. E il passator invece definisce una "schifezza" la mozione. Questo è il livello.
Anche Luca Ricolfi sul Messaggero lamenta che nella mozione si proponga di mettere in evidenza fra gli altri il "nazionalismo aggressivo", chiedendosi retoricamente chi mai stabilisce il livello di aggressività. Ora a parte che questo vale per qualsiasi fattispecie giuridica e che la migliore definizione di hate speech è precisamente uno dei compiti della mozione, ma soprattutto Ricolfi dimentica (o forse ignora), come il passatore, che è l'articolo 604bis del nostro Codice penale a prevedere sanzioni penali per "chi istiga a commettere o commette atti discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". Come si vede l'accostamento tra hate speech e reati violenti è previsto dai codici, non frutto delle "ideologie" degli estensori della mozione. E invece c'è stato chi sul Tempo scrive che per aver messo insieme nazionalismo ed etnocentrismo la Commissione potrebbe addirittura avere "effetti liberticidi".
C'è poco da aggiungere. Basti solo ricordare, ai commentatori di centro-destra, che l'attuale presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, da senatrice di Forza Italia, presentò nel 2001 una mozione in cui già allora si considerava "sempre più urgente e avvertita l'esigenza di un contributo di tutti i popoli per l'affermazione di questi diritti primari e fondamentali" cioè appunto i "diritti umani". Di qui l'"esigenza di provvedere all'immediata istituzione di un organismo ad hoc", individuato in "una Commissione speciale per la tutela e promozione dei diritti umani". Esattamente quello che propone oggi la senatrice Segre. Oggi che l'urgenza è tanto maggiore dato lo sviluppo generalizzato e massivo dei social.
Dunque nessuna strumentalizzazione né potenziale caccia alle streghe. A chi vaneggia di possibili bavagli vanno opposte le sagge parole di un editoriale dell'Avvenire, che auspica invece "ben calibrate sanzioni civili e penali verso chi scambia la libertà di espressione con il diritto di propagare intolleranza e discriminazione".
cri.it, 5 novembre 2019
Partirà a novembre il nuovo servizio della Cri dove operatori specializzati entreranno nel carcere di Poggioreale per aiutare le persone detenute a rintracciare i propri cari. È il frutto di un protocollo d'intesa (primo accordo di questa natura in Campania), firmato dal Comitato Regionale Cri, Comitato di Napoli e direzione della Casa Circondariale, che conferma la crescita e il rafforzamento della rete Rfl (Restoring Family Links) della Croce Rossa, grazie alla capillare presenza sul territorio di volontari formati.
Nell'Istituto Penitenziario di Napoli Poggioreale "G.Salvia", il più grande d'Italia, con oltre 2200 detenuti, i volontari specializzati della Croce Rossa assisteranno le persone richiedenti nella compilazione di moduli predisposti per la raccolta di informazioni utili a rintracciare i loro congiunti. Non solo: la CRI faciliterà anche le comunicazioni tramite messaggi scritti o verbali recapitati in tutto il mondo, grazie alla rete del Movimento (i cosiddetti "messaggi di Croce Rossa") e attraverso chiamate telefoniche ai familiari dei detenuti.
"In una condizione come quella carceraria, il ripristino dei legami familiari rappresenta un'ancora di salvezza e di speranza", ha spiegato il presidente regionale della Croce Rossa, Giovanni Addis. "Questo protocollo conferma quanto sia preziosa la collaborazione tra le Istituzioni e la Croce Rossa per la tutela dei diritti umani costituzionalmente garantiti e per il raggiungimento di una risocializzazione e recupero della persona detenuta", ha aggiunto Addis.
"La Croce Rossa Italiana, il Comitato internazionale e le altre Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa lavorano insieme in tutto il mondo per prevenire le separazioni familiari, ripristinare e mantenere i contatti delle famiglie nel caso in cui la separazione sia dovuta a conflitti armati, situazioni di violenza, disastri, migrazioni e ad altre situazioni che richiedono una risposta umanitaria. I volontari del Comitato di Napoli, espressione della cultura dell'accoglienza e della multietnicità di una città punto di snodo del Mediterraneo, sono gli attori diretti di questo impegno sul campo" ha spiegato il Presidente del Comitato di Napoli, Paolo Monorchio, che aggiunge "ringrazio anche il Segretario Regionale Manuela Zambrano per il coordinamento delle attività che hanno consentito la stipula del protocollo di intesa".
di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 5 novembre 2019
"Misteri e ombre in quella cella di isolamento". Gli istituti penitenziari hanno l'obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti. Sono necessarie misure utili e un servizio d'intervento efficace per prevenire un fenomeno in crescita: il suicidio nelle carceri.
"A distanza di un anno dalla morte del giovane Samuele Bua al carcere a Pagliarelli, poco o nulla è cambiato", spiega Pino Apprendi presidente di Antigone Sicilia, "la famiglia ha dovuto aspettare un anno per avere l'esito dell'autopsia, un tempo incredibile, una burocrazia che uccide una seconda volta e che ferisce, ancora di più, i familiari che non trovano la rassegnazione". Il giovane palermitano che si sarebbe suicidato in una cella d'isolamento, dopo dieci giorni, soffriva di gravi disturbi psichiatrici e avrebbe dovuto avere la sorveglianza a vista, come prevista in questi casi e non era certamente il carcere il luogo dove poteva trovare guarigione.
"Qualche mese fa un altro giovanissimo, a Barcellona Pozzo di Gotto, ha deciso di togliersi la vita - continua Apprendi - con la stessa modalità: l'impiccagione, anche lui con gli stessi problemi di salute mentale, rinchiuso in cella d'isolamento e anche lui avrebbe dovuto essere sorvegliato a vista in quanto aveva già tentato il suicidio". I due ragazzi, e tanti altri, hanno scelto la libertà attraverso il suicidio.
"Anche in questo momento, nelle carceri, sono rinchiuse persone che gli stessi giudici del Tribunale dichiarano che dovrebbero risiedere nelle Rems, ma come è noto in Sicilia ce ne sono soltanto due: una a Caltagirone e una a Naso. Al momento in Sicilia ci sono oltre 100 persone che dovrebbero usufruirne. Si aspetta da anni che ne nasca una a Caltanissetta e non si capisce il motivo per cui Palermo ne sia sprovvista visto che c'è la maggiore concentrazione di detenuti, con ben tre carceri per uomini e donne e circa 1/3 dell'intera popolazione carceraria siciliana. Aspettiamo con fiducia che si accertino le responsabilità sulla morte di questi ragazzi. Le famiglie hanno diritto di conoscere la verità. Lo Stato non può tradirti".
Sono trascorsi dodici mesi da quel giorno e Lucia Agnello - madre di Samuele - non si rassegna, non riesce a comprendere come un istituto penitenziario possa accogliere un ragazzo con disturbi mentali anziché destinarlo a strutture adeguate, utili per una guarigione o un'accoglienza idonea. Oggi mamma Lucia manda questa lettera in redazione: un urlo di dolore. Sono parole che la donna rivolge agli indifferenti, alla gente che dinanzi a queste terribili notizie, risponde: "morto un detenuto? Uno meno!", senza preoccuparsi di conoscerne la storia. Samuele non aveva colpa se non quella di essere malato.
"Sono la madre di Samuele Bua un ragazzo come tanti di oggi: voglia di vivere, di divertirsi. Alto, bello, biondo e con un carattere dolce come pochi hanno. Generoso, semplice e spontaneo: amico di tutti e amante del calcio, giocava al pallone sin da piccolo e non si faceva una partita se non c'era Samuele. Poi, per la sua semplicità è caduto nella trappola della droga. La famiglia e soprattutto io, mamma, non ho capito il cambiamento di mio figlio e quando ha cominciato a dare segni di squilibrio non credevamo che potesse arrivare dove è arrivato. Cominciò così il suo calvario: un giorno tentò di tagliarsi le vene e fu ricoverato in psichiatria, da cui poi seguito per 6 anni al Csm 2 (per chi non lo sa si tratta di un centro di salute mentale) non era costante nella terapia e sicuramente questo non l'ha aiutato.
È stato sottoposto a diversi Tso, bombardato obbligatoriamente di farmaci, e quando tornava a casa non sopportava di essere assillato dalla terapia: era sempre più nervoso, gli amici che aveva non c'erano più. Io credo che si sentisse solo. Da madre, ho cercato tantissime volte di capire come poter agire, mi avevano parlato di numerose comunità, ma occorreva il consenso volontario per il ricovero di Samuele. Lui aveva paura e non voleva andare, gli psichiatri con cui parlavo non mi fornivano mai le spiegazioni che volevo, quelle necessarie per aiutarlo davvero. Sembrava che aspettassero l'evolversi del disagio, poi fu dichiarato schizofrenico e per tale fu trattato. Non mi spiego come si possa pretendere da una persona malata e che ha perso fiducia in tutto e tutti, di avere consapevolezza del proprio stato.
Ma per portarlo in comunità serviva il suo consenso. E lui non voleva. Chissà quante famiglie, come la nostra, hanno vissuto queste tragedie e magari non hanno il coraggio e la forza di parlarne. L'anno determinate è stato il 2017: Samuele era peggiorato tanto al punto che ho dovuto rivolgermi alle forze dell'ordine. Il vicinato si lamentava del volume troppo alto dello stereo, a casa cominciò a rompere oggetti e io stessa cominciai ad avere timore di lui, ma non mi metteva le mani addosso, i suoi occhi dilatati e le sgrida mi impaurivano. Poi purtroppo il 2 maggio 2018 le forze dell'ordine per fermarlo lo arrestarono e il brigadiere Piccolo mi disse che per fermarlo era l unico modo e così per sei mesi ho conosciuto la triste realtà del carcere.
Quando mio figlio fu arrestato il fascicolo della sua malattia era con lui perché non ne hanno tenuto conto? Perché è stato trattato come un detenuto normale? Perché hanno lasciato trascorrere sei mesi prima di chiedere un trasferimento in una struttura adeguata per lui? Quando è morto si trovava nella cella di isolamento punitivo. Perché? Per concludere, Samuele - mi è stato detto - che si è suicidato con delle stringhe di scarpe. Se quella è detta la cella liscia come li ha avuti? Aspetto delle risposte, spero che qualcuno possa riflettere perché non è il carcere ad aiutare queste persone, servirebbe intervenire con un inserimento in comunità adeguate con personale preparato e provvedere al loro recupero nella vita sociale e familiare".
piacenza24.eu, 5 novembre 2019
Mercoledì 6 novembre alle ore 18,00 presso la Sala Panini a Palazzo Galli in via Mazzini 14 a Piacenza l'associazione "Verso Itaca Onlus" invita alla presentazione del libro "La galera ha i confini dei vostri cervelli" di Pietro Buffa. L'Autore dialogherà con Brunello Buonocore.
Non è cosa semplice narrare di carcere. Non lo è perché spesso chi se ne occupa tende ad assumere un solo punto di vista: quello del detenuto, delle sue debolezze e del suo desiderio di riscatto, oppure quello dell'organizzazione del sistema detentivo. Pietro Buffa con questo libro fa sì che questi due mondi si incontrino, e lo fa narrando storie di vita vissuta, di volti incontrati e rimasti impressi nella memoria nel corso degli anni trascorsi a dirigere istituti penitenziari.
Il titolo del libro trae origine da una frase contenuta nella lettera di un detenuto psicotico. È un'espressione emblematica del contenuto del libro, poiché apre alla speranza di poter modificare la vita carceraria intesa come vuoto disperante della quotidianità coatta, ripetitiva e castrante: "la galera ha i confini dei vostri cervelli" rimanda alla possibilità di un cambiamento facendo appello alla responsabilità e all'umanità di ogni persona. Quel cambiamento che, attraverso le piccole e grandi cose quotidiane, l'Autore ha sempre cercato di mettere in atto, da direttore, per rendere più umana la vita di coloro che popolano il carcere, siano essi detenuti, agenti penitenziari, operatori sociali o volontari.
Pietro Buffa è infatti uno dei maggiori conoscitori del sistema carcerario, ne conosce i meccanismi gestionali, li governa e li dirige, e questo libro è proprio il frutto del suo percorso professionale, costellato di episodi significativi che ci ha voluto raccontare e che ci invitano a guardare oltre le sbarre, per provare a scavare un po' di più nell'animo di chi vive in un contesto di reclusione. Storie diverse tra loro, ambientate in varie strutture penitenziarie, come istantanee di una lunga vita passata a prendersi cura di un mondo recluso, che si susseguono nelle centoquaranta pagine di questo bel libro che si legge d'un fiato. Storie che ci raccontano percorsi umani tortuosi e complicati, ma anche significativi spaccati di umanità e solidarietà fra le quattro mura della prigione, con un filo rosso che lega l'intera opera: l'esigenza di contribuire a migliorare la realtà carceraria. Un libro dove il tutto è molto più della semplice somma delle parti.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 5 novembre 2019
Tre giorni di spettacoli, proiezioni e incontri con relatori da tutto il mondo: l'offerta artistica e culturale della XX edizione della rassegna Teatri delle diversità si è svolta a Urbino da venerdì fino a ieri ed è stata densa di iniziative e proposte sempre più aperte alla scena internazionale.
Il titolo di quest'anno, Emanciparsi dalla subalternità: teatro, sport e letteratura in carcere, ribadisce il legame con il pensiero di Antonio Gramsci a cui dal 2016 la manifestazione ha dedicato il premio omonimo per il Teatro in Carcere. Il riconoscimento è stato quest'anno assegnato a Michelina Capato Sartore, artista, attrice, regista, pedagoga a lungo attiva nel carcere di Bollate. Vito Minoia, direttore del Convegno, parlando di Michelina afferma: "È stata animatrice infaticabile di una stagione straordinaria che ricorderemo coi tanti nomi che la Capato dava ai suoi molteplici progetti: Teatro Galeotto, Teatrodentro, Teatro in Stabile e che non è possibile ricondurre alla sola produzione e rappresentazione di opere teatrali entro i confini di una casa di reclusione"
Tra le proiezioni anche quella di Fortezza, presentato proprio in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma, realizzato con gli attori della Compagnia AdDentro, della Casa di reclusione di Civitavecchia, è ispirato a Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati da Ludovica Andò ed Emiliano Aiello (prossimi anche a ritirare, il 16 novembre a Prato, anche il premio della Rivista Catarsi, uno dei prestigiosi riconoscimenti dell'Associazione Nazionale Critici Teatro).
Nel corso della manifestazione è stato presentato il Network internazionale di teatro in carcere (International Network theatre in prison), promosso da Catarsi teatri delle diversità in partnership con l'International Theatre Institute (Iti) - Unesco. Comunicato, infine, il programma ufficiale della sesta edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere Destini incrociati promossa dal Coordinamento nazionale Teatro in carcere in collaborazione con il Ministero della Giustizia e il Ministero per i Beni e le attività culturali, in programma quest'anno a Saluzzo (Cuneo) il 12, 13 e 14 dicembre 2019.
francoangeli.it, 5 novembre 2019
Laboratori di scrittura sulla paternità tra uomini detenuti e uomini liberi. Il volume raccoglie i racconti di padri detenuti e padri liberi, che hanno voluto condividere la propria esperienza di padri e al contempo di figli, offrendoci un viaggio tra memoria, emozioni e brevi stralci di storie personali. Queste scritture, raccolte con il metodo autobiografico studiato e diffuso dalla Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari, hanno offerto lo spunto per pensieri, riflessioni e approfondimenti ad alcuni docenti, ricercatori ed esperti che hanno arricchito il testo con i loro contributi.
Presentazione del volume - L'essere padri, l'essere figli e le scritture brevi di più di un centinaio di uomini raccolte in cinque istituti di pena del nostro Paese: Verona, Milano San Vittore, Parma, Milano Opera e Modena. Papà detenuti e papà liberi, con una biro in mano, riuniti intorno a un tavolo per raccontare a se stessi e agli altri "il primo ricordo del proprio padre", "quel giorno in cui sono diventato papà", "dire o non dire la verità", "da bambino ero...", "due foto che raccontano di me".
Un viaggio tra memoria, emozioni e brevi stralci di storie personali. Uomini giovani e meno giovani, italiani e stranieri, condannati a pene brevi o molto lunghe, cittadini regolari impegnati in differenti professioni - avvocati, sindacalisti, impiegati, professori, operatori sociali e manager - hanno condiviso parole semplici, toccanti, imprecise, ruvide. Non sono mancate le lacrime.
Queste scritture, raccolte con il metodo autobiografico studiato e diffuso dalla Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari, hanno offerto lo spunto per pensieri, riflessioni e approfondimenti ad alcuni docenti, ricercatori ed esperti -Antonella Arioli, Alessandra Augelli, Daniele Bruzzone, Brunello Buonocore, don Claudio Burgio, Laura Gaggini, Alberto Gromi, Ivo Lizzola, Elisabetta Musi, Elena Rausa, Nicolò Terminio, Antonio Zulato - che hanno arricchito il testo con i loro contributi; chiude il volume un breve testo di Alessandro Bergonzoni.
Carla Chiappini, giornalista, esperta in scrittura di sé e docente della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari, da vent'anni raccoglie testi autobiografici in svariati istituti di pena. A Piacenza dirige il foglio "Sosta Forzata. Itinerari della giustizia", a Parma in Alta Sicurezza coordina la redazione di "Ristretti Orizzonti".
Marco Baglio, docente di lettere nei licei milanesi e counsellor di base (Scuola Atc di Milano), si è formato al metodo autobiografico della LUA. Da anni coordina laboratori di lettura e scrittura negli istituti penitenziari di Milano
di Stefano de Stefano
Corriere del Mezzogiorno, 5 novembre 2019
Il regista che ha portato il teatro nel carcere di Volterra si racconta. C'è sempre un cortile nel destino di Armando Punzo: quello della casa natìa nella palazzina di via de Meis che segna il confine fra il quartiere Ponticelli e il comune di Cercola, e quello del carcere di Volterra, dove a partire dal 1988 il regista napoletano ha vissuto la gran parte della sua esperienza artistica. Nel primo ha trascorso l'infanzia sotto gli occhi di mamma Lucia, "la Carabbiniera", "un rettangolo in cui ogni giorno fare e disfare il mondo". Nel secondo, quello di un campetto di calcio all'aperto, dove nell'ora d'aria fare scrittura scenica, da 30 anni, con la Compagnia della Fortezza.
Un filo rosso che lega la storia di un uomo di teatro che ha scelto un luogo non teatrale per portare avanti il suo progetto artistico ed esistenziale, descritto con pulsante vitalità in un libro-testimonianza, Un'idea più grande di me, edito da Luca Sossella, presentato recentemente al Madre, e frutto delle conversazioni tenute con la studiosa Rossella Menna. E al centro dei dialoghi queste due polarità, la terra d'origine da cui andare via per disegnare una sorta di ciclico ritorno e "per sfuggire a una vita decisa per me dal destino", e quella di adozione, in cui "l'essere eternamente straniero ti permette di tagliare i ponti con la vita. Perché il distacco è una condizione auspicabile, mentre il radicamento è un freno".
E in mezzo "il teatro dei miracoli", nato forse con quel pezzo di vetro affumicato e incantatore trovato nella chiesa in ristrutturazione di Cercola e poi elaborato nella ricerca ossessiva di spazi di libertà in tutti in luoghi di reclusione. Origine di un'esperienza senza pari, quella della più longeva avventura artistica in un istituto penitenziario, trasformato da luogo di pena in centro di ricerca teatrale e di sperimentazione permanente.
Ma senza intenti forzatamente pedagogici e sociali. La Fortezza è sempre stato soprattutto un luogo di illimitata espressività che ha generato spettacoli memorabili, vincitori fra gli altri di ben sette premi Ubu, dal "Marat Sade" di Weiss ai "Pescecani" tratto da Brecht, dal "Pinocchio. Lo Spettacolo della Ragione", ammirato anche all'auditorium di Scampia nel 2009, ad "Alice nel paese delle meraviglie - Saggio sulla fine di una civiltà", per citare solo degli esempi.
Un'avventura iniziata alzando lo sguardo verso quella rocca appena giunti nel borgo toscano, uno dei tanti toccati in un continuo girovagare "quando si hanno 30 anni e si è in cerca del luogo, quello giusto dove dare una direzione alla propria vita". E quella fortezza, che si era rivelata poi il famigerato carcere di Volterra, squarciò tutti i veli di incertezza che circondavano Punzo: "Pensavo - scrive - che i detenuti non avevano niente da fare, avevano tantissimo tempo libero e nessun pensiero pregresso del teatro, nessuna eredità.
Insieme avremmo potuto fare tutto da capo". E così fu, complice la lungimiranza della giunta volterrana di allora, che iniziò offrendo al regista napoletano un laboratorio di 200 ore, "che presto sarebbero diventate 1500". Ma ancora una volta riecco Napoli, terra di provenienza anche di molti detenuti, che diventavano baricentro di ogni sud: calabresi, siciliani, marocchini e così via. E non fu un caso quindi che il primo spettacolo della Fortezza sia stata "La Gatta di Roberto De Simone.
"I ragazzi volevano qualcosa di allegro, cantato", e possibilmente in napoletano, lingua a loro più familiare. "Così il maestro mi diede i diritti, vista la particolarità dell'allestimento e il 15 luglio del 1989 andammo in scena inaugurando la nostra attività". Un cerchio che si chiudeva per poi tornare ad aprirsi, quindi, in un movimento continuo e rotatorio. Che non manca di momenti di sconforto, di ripensamento, ma che alla fine resiste e continua a girare. "Perché - afferma ancora Punzo - non c'è luogo migliore al mondo. Perché gli spazi si affezionano a te e ti chiedono di restare, di amarli, di resistere".
lamartesana.it, 5 novembre 2019
Progetto curato dalla Caritas e dai detenuti della casa circondariale di Bollate. Si chiama "Extrema Ratio" l'iniziativa educativa che verrà inaugurata mercoledì 6 novembre all'oratorio San Giovanni Bosco di Carugate e che proseguirà fino al 13 novembre. Per sette minuti (dopo essere stati sottoposti alla fase dell'identificazione con tanto di impronte digitali) si potrà vivere l'esperienza da carcerato, chiusi per 7 minuti dentro una riproduzione in dimensioni reali di una cella (allestita proprio dentro l'oratorio) del tutto simile per arredi e oggettistica a quelle di molte carceri italiane.
"L'esperienza di detenzione temporanea è sufficiente per poter vivere sulla propria pelle la condizione di sovraffollamento dei nostri penitenziari - spiegano gli organizzatori del progetto - Sarà occasione per interrogarsi sull'efficacia della pena carceraria e per chiedersi se può essere strumento educativo e di integrazione sociale o se non sia da considerarsi come extrema ratio".
L'installazione sarà presente nell'oratorio di Carugate da mercoledì 6 a mercoledì 13 novembre. Da lunedì a venerdì sarà aperta dalle 17.30 alle 22.30, nei weekend dalle 15.30 alle 22.30. È necessario iscriversi sul sito Internet della parrocchia (www.parrocchiacarugate.it) o presso la segreteria dell'oratorio. Per informazioni:
- Stati Uniti. Detenuto ucciso con un'iniezione di Pentobarbital, riesplode la polemica
- Il partito dell'odio e delle "buone" intenzioni
- Turchia. Torna libero Altan, dopo 3 anni di carcere per il tentato golpe
- La spinta alla normalizzazione delle carceri. Ora la riforma o il caos
- Perché il 70% dei detenuti torna a commettere reati?









