di Eleonora Martini
Il Manifesto, 2 novembre 2019
Il documento di Amnesty International al Consiglio delle Nazioni unite che da lunedì comincerà la valutazione della situazione italiana. Criminalizzazione della solidarietà, violazioni dei diritti di rifugiati e migranti, anche nel contesto della cooperazione con la Libia, debolezze della legislazione sulla tortura, operato delle forze di polizia e discriminazione nei confronti dei rom: sono le questioni più critiche sottoposte da Amnesty International al Consiglio Onu dei diritti umani che da lunedì 4 novembre inizierà l'Esame periodico universale dell'Italia.
"La situazione dei diritti umani è peggiorata rispetto all'ultimo Esame del 2014 - scrive Amnesty nel documento fornito al Consiglio, l'organismo composto da 47 Stati eletti dall'Assemblea generale - e, soprattutto nell'ultimo anno, l'approccio delle autorità italiane nei confronti dei meccanismi di monitoraggio internazionali si è fatto teso". Ma, sottolinea ancora l'Ong internazionale, "nel 2014 l'Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni. Ne ha accettate 176, riguardanti soprattutto la ratifica dei trattati; la creazione di un'autorità nazionale per i diritti umani; la lotta contro la discriminazione e il razzismo; il contrasto alla violenza contro le donne; la difesa dei diritti di rom, migranti e richiedenti asilo". Raccomandazioni accettate ma mai attuate completamente.
Secondo l'organizzazione presieduta dal sudafricano Kumi Naidoo, l'Italia ha ancora molta strada da fare per essere annoverata tra i Paesi che rispettano appieno i diritti umani. Per esempio, modificare la definizione di tortura contenuta nella legge 110/2017 per renderla conforme alla Convenzione Onu; salvaguardare il lavoro delle Ong che salvano le persone in mare; curare una comunicazione pubblica responsabile sul tema dei migranti; cessare le forniture di armi ai Paesi che possono utilizzarle violando i diritti umani; subordinare la cooperazione con la Libia al rispetto dei migranti; porre fine a tutte le forme di segregazione razziale dei Rom; garantire la tutela dei diritti dei migranti irregolari favorendo i processi di regolarizzazione; modificare la legge salviniana 132 del 2018; abolire immediatamente il memorandum d'intesa con il Sudan; modificare le procedure di espulsione.
E infine, garantire indagini imparziali ed efficaci da parte di autorità indipendenti sulle morti di detenuti e le accuse di tortura da parte delle forze di polizia. A questo proposito Amnesty raccomanda l'introduzione di codici identificativi per gli agenti, come avviene nel resto d'Europa. E lo fa proprio mentre la legge ad hoc arriva finalmente in commissione Affari Costituzionali, sollevando però ancora una volta la reazione di alcuni sindacati di polizia di destra. Purtroppo però, gli altri, la maggioranza, tacciono.
di Nadia Urbinati
La Repubblica, 2 novembre 2019
Sui media e sui social in queste ore si sono succedute numerosissime dichiarazioni di costernazione e di stupore per l'astensione di 98 senatori (Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia) alla mozione della senatrice a vita Liliana Segre per l'istituzione di una Commissione straordinaria per contrastare i fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza.
Stupore e costernazione comprensibili e legittimi, anche per quella bruttissima immagine di una parte dei senatori che restano seduti e immobili mentre l'altra si alza per una standing ovation alla comunicazione dell'esito della votazione: 151voti a favore, nessuno contrario. Tremenda la dichiarazione di Matteo Salvini sulle ragioni dell'astensione della Lega: "Siamo contro razzismo, violenza, odio e antisemitismo senza se e senza ma. Tuttavia non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il prima gli italiani".
Questa dichiarazione è in palese dissenso rispetto al principio di eguaglianza sancito dalla nostra Costituzione. Perché introduce una discriminazione tra cittadini e cittadini - quelli cioè che per religione o razza o convinzioni sono e possono essere fatti oggetto di intolleranza e discriminazione e odio e quelli che non hanno quelle specificità che li rendono minoranza. Gli italiani che "vengono prima" non sono quelli per i quali la commissione è stata proposta e votata. Certamente solo quelli che si identificano con la posizione di Salvini e che hanno, secondo Salvini, una posizione privilegiata: più italiani degli altri italiani.
Per i quali si sono espressi i 98 senatori astenuti. Questa logica faziosa e inegualitaria mette Salvini e il suo movimento in diretta rotta di collisione con la nostra Costituzione repubblicana - con la parte prima, quella che riguarda i diritti fondamentali e che si preoccupa proprio di quelle persone che potrebbero essere fatte oggetto di discriminazione, intolleranza e odio. È un segno esplicito della rottura dell'unanimità di alcuni partiti rispetto al dettato costituzionale. Quell'astensione è un'astensione al testo de11948.
È uno steccato alzato per dividere "quegli" italiani che devono venire "prima" da tutti gli altri - il popolo "vero" da quello meno vero, quello che, continua il leader leghista, è "spacciato" per vittima dalla sinistra e, per questo, non meritevole di attenzione. Tremendo discriminare tra quegli italiani che meritano di essere oggetto di razzismo e intolleranza perché non italiani giusti e quegli altri che devono venire "prima" e che valgono di più.
La posizione di Salvini è ancora più grave di quella dei suoi alleati di Fratelli d'Italia che si sono appellati alla libertà di offendere. Più grave perché introduce un elemento di diseguaglianza di peso e valore tra gli uguali. È questa rottura dell'unanimità rispetto al patto che ci tiene insieme sotto le stesse leggi e istituzioni che ci deve fortemente preoccupare.
Che ci deve fare aprire gli occhi: ci troviamo di fronte ad una radicalizzazione dell'opposizione politica, ad un'erosione di moderazione nei toni e nei princìpi che rendono la Lega un movimento di destra senza alcuna ombra di centrismo. Il razzismo esiste e si fa vedere nelle istituzioni - nel Senato della Repubblica - come a voler sfidare direttamente la Costituzione.
Queste considerazioni hanno un peso che induce ad andare oltre la costernazione. Dobbiamo reagire, nelle istituzioni ma soprattutto nella società civile e politica, nel mondo dell'informazione.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 2 novembre 2019
"Ho visto gli annegati, mi sono commosso. Ma poi ho pensato che in fondo li avevo aiutati. Se decidono di partire è perché pensano di non avere scelta. Si sentono morti nel loro paese e anche qui". Cinquemila migranti chiusi nei centri di detenzione ufficiali, decine di migliaia in quelli non ufficiali gestiti dalle milizie. una guerra in corso dal 4 aprile che ha provocato 120 mila sfollati, 1000 morti di cui 100 civili. In mezzo i soldi dell'Europa e dell'Italia, arrivati negli ultimi anni, aumentati anno dopo anno. Sullo sfondo il business del traffico di uomini. L'Espresso è riuscito ad incontrare e registrare un'intervista con un trafficante di Sabratha, che - per ragioni di sicurezza - vuole restare anonimo.
Come è cambiato in questi mesi il traffico di uomini?
"Al momento è molto complicato per i migranti raggiungere la costa, a causa delle condizioni di sicurezza. Per questo il traffico si è un po' indebolito, perché i migranti non riescono in gran parte ad arrivare sulla costa. Le strade sono bloccate dai combattimenti e i negoziatori non riescono ad attirare clienti".
Cerca di riassumere la rete, come funzionano gli spostamenti da una zona all'altra?
"I migranti arrivano da sud, ci sono varie reti di contrabbando. A volte a trasportare i migranti è gente comune, che di solito non lavora come trafficante. Sono civili, gente normale che fa semplicemente un viaggio con un carico di migranti fino alla zona successiva. Ci sono diversi punti di consegna, ogni regione, tribù, ha qualcuno che prende il trasporto fino al punto successivo. Ad esempio da sud, da Sabbha, da Beni Walid da Al-Hamada, da Ghadamas raggiungono Zintan. A Gharian vanno verso le aree di montagna e scendono nella valle di Wadi Al-Hayya fino all'ultimo punto di trasporto che è Zawia, o Sabratha.
E ovviamente ci sono gruppi da Tripoli, partono dalle vicinanze dell'aeroporto di Mitiga verso le coste ovest".
Come sono composti questi gruppi?
"Non sono africani. Ci sono siriani, palestinesi. Molte nazionalità diverse. Quello che sta succedendo in questi mesi è che vogliono partire i migranti che sono in Libia da anni, che magari sono qui da dieci anni e non avevano mai considerato di andare via, che più o meno legalmente erano qui per lavorare, come meccanici o qualsiasi altro lavoro. Ora stanno risparmiando per partire, perché sono sempre minacciati da milizie e soprattutto hanno paura della guerra. Molti di quelli che vogliono partire oggi sono già nel nord del paese, non arrivano dai confini sud".
Quando arriva un gruppo di persone da te, qual è il tuo compito?
"Limitato, mi occupo della fase finale del lavoro. Chi arriva da me ha raggiunto l'ultimo passaggio. Ognuno ha un ruolo distinto, limitato in questo lavoro. Per chi sta al mio posto la cosa importante è farsi consegnare i soldi prima di partire, prima dell'imbarco. Di solito i migranti non hanno troppe richieste o condizioni. Vogliono solo salire a bordo, questo è tutto".
Non fanno richieste sulla sicurezza durante il viaggio non so, sui salvagenti, per esempio?
"No, non a me. Non hanno richieste basate sul nulla. Io li consegno ai ragazzi che li mettono a bordo senza approfondire l'argomento".
Quanto costa il viaggio ora?
"Ora i prezzi sono un po' aumentati, perché è tutto più difficile. Comunque non c'è nulla di fisso, dipende dal modo in cui ci accordiamo con le milizie, un giorno stringiamo un accordo con uno, un giorno con un altro. Un giorno spunta un gruppo nuovo da pagare, lungo la strada.
In genere l'ultima fase costa 3-4 mila dinari libici, o può arrivare a 2 mila euro, dipende dalle condizioni".
Hai usato più volte la parola "lavoro". Ti senti mai in colpa?
"No, non provo questo sentimento. Io aiuto le persone a realizzare il proprio sogno. Il nostro lavoro è un taxi.
Sanno che il viaggio è pericoloso".
C'è stato un momento, in passato o recentemente, o qualcosa che è accaduto che ti ha fatto pensare di lasciare quello che tu chiami lavoro?
"Non mi sono quasi mai fatto questa domanda. Forse una volta, avevo visto l'immagine di un gruppo di migranti annegati. E i media ne parlarono molto. Mi sono commosso. Poi ho pensato che in fondo li avevo aiutati a realizzare il loro sogno. Sono persone morte in ogni caso. Se decidono di partire è perché pensano di non avere scelta. Si sentono morti nel loro paese e anche qui. È una scommessa, le persone scommettono sulla loro vita. E questo fa continuare anche uno come me a fare ciò che faccio".
Due ultime domande, ti è mai capitato di andare a prelevare migranti in un centro di detenzione per portarli a "imbarcarsi"?
"Preferisco non rispondere a questa domanda".
Ti risulta che funzionari di paesi europei abbiano cercato di trattare con i gruppi che controllano il traffico per fermare le partenze?
"Preferisco non rispondere a questa domanda".
di Franco Ippolito*
Il Manifesto, 2 novembre 2019
Sapremo soltanto oggi se il nuovo governo giallorosso si è attivato davvero per impedire il rinnovo automatico dell'accordo stipulato dal governo Gentiloni il 2 febbraio 2017 con la Libia, dilaniata da una feroce guerra civile. Ieri Ginevra Bompiani ha raccontato ai lettori de Il Manifesto le atrocità subite da una ragazza somala in un campo di detenzione libico.
Numerosi racconti identici ci furono narrati da vittime e da tanti diretti testimoni, nel corso della sessione che il Tribunale Permanente dei Popoli tenne a Palermo nel dicembre 2017, su richiesta di centinaia di organizzazioni europee, per valutare e giudicare in base al diritto internazionale le politiche di esternalizzazione dei confini europei, sostenute da lauti finanziamenti al regime di Erdogan per la chiusura della rotta balcanica e alle milizie libiche per il blocco dei migranti africani. Di fatto realizzato con inaudite violenze in autentici campi di concentramento, sottratti ad ogni controllo, come risulta dagli allarmi continui dell'Unhcr sulle atrocità di ogni tipo commesse sui migranti e richiedenti asilo.
Particolare attenzione il Tribunale Permanente dei Popoli dedicò all'intesa dell'Italia con le autorità libiche, che non erano né sono in grado di garantire il rispetto dei più elementari diritti umani dei migranti, lasciati di fatto ad abusi di ogni tipo, anche per la sostanziale connivenza tra le "forze dell'ordine e della sicurezza" (cioè le stesse milizie libiche) e le organizzazioni di trafficanti di esseri umani.
In una recente intervista rilasciata a Gad Lerner, il ministro del governo che stipulò l'accordo con la Libia rivendica di "non avere mai autorizzato accordi che sacrificassero l'etica e i diritti umani". Sta di fatto che a quel sistema di atrocità, documentato da decine di verifiche da parte di organismi internazionali e dal coraggioso lavoro di alcuni giornalisti, lo Stato italiano ha fornito e continua a fornire assistenza, mezzi materiali e sostegno economico, al fine di bloccare i flussi migratori africani.
Che questo sia l'obiettivo delle politiche migratorie italiane ed europee è provato dalla mancanza di possibilità legali, sicure e controllate, di giungere in Europa per sfuggire a persecuzioni, guerre, povertà, effetti del cambiamento climatico e, più in generale, dall'assoluta assenza di iniziative politiche e di interventi strutturali idonei a prevenire i motivi di migrazione, al fine di evitare che le persone siano costrette a fuggire dal proprio Paese.
Soltanto provvedimenti di tal genere, unitamente a serie politiche di accoglienza e di integrazione, sarebbero efficaci per ridurre e governare i flussi migratori nel rispetto dei valori scritti nella Costituzione italiana e nelle Carte dei diritti fondamentali adottate in Europa. Nella stessa intervista, l'ex ministro degli interni Minniti lamenta una disparità di trattamento da parte di chi chiede a lui conto della Libia, mentre "nessuno chiede conto alla cancelliera Merkel dell'accordo stipulato un anno prima con Erdogan: sei miliardi per trattenere i profughi in Turchia".
La curiosa giustificazione assomiglia tanto ad una chiamata in correità, effettivamente ben fondata, tanto che il Tribunale Permanente dei Popoli valutò alla stessa maniera "gli accordi della vergogna stipulati" con la Turchia e con la Libia. Entrambi illegittimi sia per i contenuti, in contrasto con elementari diritti delle persone, sia per il metodo, giacché essi furono sottratti alla competenza del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, come sempre più spesso accade per intese del genere, tanto più che sovente tali accordi, sotto l'etichetta di "cooperazione allo sviluppo", nascondono il loro effettivo contenuto giuridico, ossia l'inaccettabile scambio tra denaro e persone, realizzato con il blocco delle frontiere esterne dell'Unione europea, delegato a Paesi terzi che non offrono alcuna garanzia di rispetti dei più elementari diritti umani. Su queste scelte concrete, e non su dichiarazioni e parole, va misurata il "nuovo umanesimo" del governo e la discontinuità con le precedenti inaccettabili politiche migratorie.
*Presidente della Fondazione Basso
rsi.ch, 2 novembre 2019
Reportage da Al Hasakah, dove migliaia di ex combattenti jihadisti sono sotto il controllo delle forze curde. Le migliaia di combattenti jihadisti dello Stato islamico (Isis) detenuti dalle milizie curde in Siria continuano a preoccupare la comunità internazionale, preoccupazioni che crescono dopo l'annuncio da parte degli Stati Uniti della morte del leader dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi per il timore di attentati.
I combattenti jihadisti sotto il controllo dei curdi sono circa 12.000: si teme che l'offensiva turca nel nordest della Siria possa favorire evasioni di massa, in quanto molti curdi che controllavano le strutture carcerarie si sono dovuti spostare per combattere al fronte. L'accordo russo-turco, siglato lo scorso 22 dicembre, sembra aver calmato le acque ma i timori sul futuro dei miliziani restano.
Tra i circa 12.000 combattenti dell'IS finiti nelle carceri kurde, circa 4.000 sono siriani e altrettanti iracheni. Almeno altri 2.500 provengono però da altri paesi (molti dal Magreb), e fra di loro ci sono anche decine di europei. Secondo Parigi, per esempio, almeno una settantina hanno il passaporto francese, ma i curdi - per ora - non hanno rilasciato statistiche sulla nazionalità dei prigionieri. Finora erano detenuti in diverse strutture ma, sempre a causa dell'offensiva di Ankara, le forze curde hanno dovuto concentrarli in poche prigioni, di cui per motivi di sicurezza non vengono fornite le coordinate.
I colleghi della Rts sono però riusciti ad entrare in una di queste strutture ad Al Hasakah. Si tratta molto probabilmente di un'ex carcere del regime siriano e le immagini girate al suo interno sono sconcertanti: testimoniano di centinaia, forse migliaia, di ex combattenti dello Stato islamico con indosso solo una tuta arancione, stipati in un'unica sala, in condizioni igienico-sanitarie precarie. Ci sono uomini, ma anche ragazzi giovanissimi, poco più che bambini.
Prima non era così - sostiene ai microfoni della Rts Serkan Demirel, giornalista dell'agenzia stampa curda Firat - in ogni camera c'erano al massimo 25 prigionieri, ma dopo l'attacco di Ankara le forze curde hanno dovuto raggruppare gli jihadisti". I detenuti sono controllati notte e giorno; la sorveglianza è massima, ma i tentativi di evasione sono costanti. Molti sono malati o hanno gravi ferite, "molti cercano di scappare quando vengono portati a fare un controllo medico - spiega una guardia con il volto coperto da un passamontagna - prendono in ostaggio una guardia e tentato la fuga".
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 2 novembre 2019
Il ministro della Giustizia ordina, il tribunale esegue. Il fondatore Lev Ponomariov, storico dissidente, si rivolgerà alla Corte europea: "Un obbrobrio giuridico e un tentativo di mettere la museruola a chi si batte per la democrazia". Puntuale e implacabile come l'orologio del Cremlino che con i suoi rintocchi ricorda il cambio della guardia del picchetto d'onore sulla piazza Rossa, ieri è arrivata la sentenza del tribunale supremo di Mosca che scioglie d'imperio la storica associazione "Per il diritto dell'uomo" presente in oltre 40 città di tutta la Russia. Una misura che getta una pesante ombra sulle prospettive della democrazia nel paese.
L'epilogo era ampiamente previsto dato che era stato proprio il ministero della Giustizia Alexander Kolovanov, qualche tempo addietro, a chiedere la liquidazione della fondazione. Il febbraio scorso "Per il diritto dell'uomo" era stata anche dichiarata dal governo "agenzia straniera che opera nell'interesse di altri Stati". Preludio a una serie di multe milionarie comminate contro l'associazione che si era detta indisponibile a pagarle. Ora il suo fondatore Lev Ponomariov ha dichiarato che si rivolgerà alla Corte europea per i diritti dell'uomo per ribaltare una sentenza da lui definita "un obbrobrio giuridico e un tentativo di mettere la museruola a chi si batte per la democrazia". Il 78enne attivista ha anche confermato che il suo movimento continuerà ad esistere: "Non so ancora in quale forma ma noi ci saremo" ha sostenuto Ponomariov.
Nei prossimi giorni intanto sono previsti dei presidi di protesta nella capitale e non solo. Solo due mesi fa Ponomariov era stato condannato a 25 giorni di arresto amministrativo per essersi appellato su Facebook alla difesa dei diritti dei Testimoni di Geova, fuorilegge nella Federazione dal 2017.
Ponomariov è convinto che la decisione del tribunale di ieri sia legata alla ripresa dell'opposizione in Russia, al nuovo vento che spira a Mosca. In un'intervista concessa al portale Meduza, lo storico dissidente sovietico ha dichiarato: "A Mosca, i giovani sono cresciuti, stanno già diventando liberi e guardano all'Europa. Tra questi, ci sono quelli che sono cresciuti nello stesso modo di quando io ero in terza media: credono che la cosa principale nella loro vita sia il lavoro politico, organizzativo e sociale. Ce ne sono molti e faranno una vita normale nel nostro paese, qualunque cosa accada loro. Saranno spaventati, imprigionati e tuttavia non saranno intimiditi. Sarebbe offensivo pensare alla nazione russa che non può rigenerarsi che sia una "nazione di schiavi".
abbanews.eu, 2 novembre 2019
Una mostra a New York per far conoscere al mondo il talento e l'umanità racchiusi nelle carceri di tutto il mondo e al tempo stesso per evidenziare la mancanza di correlazione tra i tassi di criminalità e il numero dei detenuti. Nasce così l'esposizione "The writing on the wall", installata a Manhattan Hight, formata da pareti che costituiscono 3 spazi - grandi quanto le celle delle prigioni - e le cui pareti sono interamente ricoperte dalle composizioni di persone di vari istituti di reclusione del mondo, ma soprattutto statunitensi, dove - spiega Baz Dreisinger, ricercatore e docente e tra gli organizzatori della mostra - sono accolti "il maggior numero di prigionieri al mondo, oltre 2,3 milioni, di cui un terzo non ancora condannato".
Per la mostra sono state scansionate circa 2mila pagine, precisa The New York Times, di composizioni di detenuti ed ex-detenuti in Uganda, Gran Bretagna, Cina, Sudafrica, El Salvador, Norvegia, Australia e Brasile, tutti Paesi dove Baz Dreisinger ha insegnato. Il materiale è composto da lettere, poesie, elaborati sulla femminilità fino a una graphic novel disegnata a mano, ma soprattutto testi politici che esprimono idee su come migliorare il sistema carcerario. Nessuno sa meglio dei detenuti come riparare il sistema giudiziario, o meglio i sistemi giudiziari perché, sostiene Dreisinger se quello degli Stati Uniti mette dietro le sbarre soprattutto gli afroamericani e i latini, accade che in Canada, Australia e Nuova Zelanda le porte del carcere si aprono soprattutto per le popolazioni indigene e, in generali, per i più poveri.
Stando alle parole delle studioso sono "pochissime le cose che funzionano nel sistema giudiziario degli Stati Uniti" basato soprattutto "sull'esclusione sociale e l'oppressione razziale", risultati diretti della schiavitù e della segregazione; prosegue Dreisinger: "Si pensa che punire le persone in modo ossessivo ci renderà più sicuri, quando tutti i dati smentiscono questa convinzione".
E allora che sia promosso lo scrivere perché "non c'è nulla che umanizzi più della parola scritta" dice lo studioso, che oltre a essere direttore dell'Incarceration Nations Network, insegna presso il John Jay College of Criminal Justice di New York, dove ha concepito un programma di formazione che promuove gli studi universitari tra i detenuti.
Vale la pena leggere i testi selezionati, giacché oltre "a esprimere l'intera gamma della sensibilità dietro le sbarre" sono le voci di chi "avendolo vissuto, sa come riparare il sistema carcerario". La mostra The writing on the wall, visitabile fino al 10 novembre 2019, è frutto della collaborazione tra il professore Baz Dreisinger, l'artista concettuale, Hank Willis Thomas, Open Box e con la progettazione dell'allestimento di Mass Design Group.
lacnews24.it, 1 novembre 2019
Il presidente della commissione Antimafia: "Inaccettabile considerare i detenuti per mafia come comuni". I boss mafiosi "devono restare in carcere". Ed è per garantire questo obiettivo che "io ed i miei colleghi delle commissioni Antimafia, Giustizia, Affari costituzionali e Diritti umani stiamo lavorando ad un testo di legge che, recependo le giuste osservazioni della Corte costituzionale, non dimentichi che noi siamo in guerra con la mafia".
Ad annunciarlo è il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, in un video postato su Facebook a pochi giorni dalla sentenza della Consulta sul cosiddetto "ergastolo ostativo".
"Siamo in guerra con la mafia - spiega Morra - da prima del 1982, anno in cui la nostra legislazione penale ha riconosciuto la necessità di un doppio binario affiancando all'associazione a delinquere semplice l'associazione a delinquere di stampo mafioso. Ed è inaccettabile minare ora questo principio come se i detenuti per mafia fossero detenuti comuni".
Da qui - conclude Morra - la necessità di un testo "ineccepibilmente coerente con i valori della nostra Carta costituzionale", capace di "coniugare i diritti sacrosanti della persona con i doveri di tutela, di precauzione e di prudenza propri del legislatore chiamato a tutelare la comunità".
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 1 novembre 2019
La Drola, in dialetto piemontese "strana" o "buffa", è nata al "Lorusso-Cutugno" di Torino nel 2011 ed è stata la prima squadra di detenuti ammessa a partecipare a un campionato della Federugby, quello di serie C. La Dozza è seguita tre anni dopo, tra le mura della casa circondariale di Bologna. Il filo rosso è costituito dalla passione di Pietro Buffa, prima direttore dell'istituto di Torino e quindi Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria in Emilia Romagna, con la complicità dell'allora presidente federale Giancarlo Dondi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 novembre 2019
È previsto nei Decreti legislativi sul riordino delle carriere in via di approvazione. Un decreto potrebbe modificare le gerarchie all'interno degli istituti penitenziari. C'è preoccupazione per la prossima riorganizzazione delle competenze che toglierebbe poteri al direttore di carcere per trasferirli al comandante di Polizia penitenziaria.
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