di Antonella Napoli
Il Dubbio, 1 novembre 2019
L'aria calda e secca in piazza Tahrir alla fine della preghiera del Venerdì è quasi elettrica. Un gruppo di fedeli, non più di una cinquantina, tenta di raggiungere il luogo simbolo della rivoluzione del 2011 dalla moschea di al- Azhar, El- Darb El- Ahmar, una delle più frequentate della capitale egiziana. Si sono dati appuntamento via social, pronti a manifestare.
"La settimana scorsa hanno arrestato centinaia di persone, ma questo non ci fermerà" assicura Ahmed Ali che li guida senza temere le conseguenze che si sono abbattute su altri dimostranti. Percorrono al-Bustan street, sono determinati a proseguire il percorso che si estende fino al centro della piazza. Ma il blocco delle forze di sicurezza che si dispiega davanti ai loro occhi è impressionante: blindati, agenti in tenuta antisommossa, molti altri in abiti civili. Controllano chiunque si avvicini all'imbocco della centralissima via commerciale che porta al Museo Egizio.
Inevitabile lo scontro quando manifestanti e polizia si ritrovano gli uni di fronte agli altri. Sono attimi concitati. Chi tenta di forzare il cordone degli agenti viene spintonato, colpito con manganelli o bastoni. In tanti riportano escoriazioni nei tafferugli, in cinque sono seduti a terra con le mani intrecciate dietro la nuca. Tutti vengono portati via. Impossibile proseguire anche per chi non fosse lì per manifestare, a meno che non si voglia trascorrere una notte in cella. Nella migliore delle ipotesi.
La situazione in Egitto è sempre più instabile, la tensione è crescente. Chiunque graviti intorno a piazza Tahrir viene fermato e costretto a consegnare il telefono cellulare. In molti casi i controlli danno luogo ad arresti arbitrari. Una repressione violenta in risposta alle proteste popolari suscitate dalle accuse di corruzione rivolte al presidente Abdel Fattah al- Sisi da un ex contractor della security egiziana che ha diffuso video dettagliati sulla ' deviazionè di denaro pubblico.
"Al Sisi, la moglie e alcuni generali dell'esercito sono stati esplicitamente tirati in ballo dall'imprenditore che ha lavorato per il governo per oltre 16 anni - spiega Ahmed Saleh, analista del Centro studi egiziano dei diritti - Mohamed Ali, autoesiliato in Spagna, ha pubblicato su Youtube, ma anche via Facebook, filmati in cui parla di mazzette per la costruzione di un lussuoso albergo, costato 122 milioni di dollari in una zona non turistica dell'Egitto, per favorire un generale dell'esercito amico intimo di al- Sisi, così come la costruzione di un palazzo presidenziale nel nord del Paese".
Il tutto maturato in un contesto in cui un terzo dei 100 milioni di abitanti vive in condizioni di povertà estrema. Il video è diventato virale come l'appello a manifestare che ha portato in strada migliaia di egiziani che chiedono le dimissioni dell'ex generale. La reazione del governo è stata durissima. Ogni forma di dissenso è stata stroncata con la forza o scoraggiata con posti di blocco e controlli in tutta la Capitale e nelle altre città dove si sono accesi focolai di rivolta.
Anche i giornalisti che sono riusciti ad entrare in Egitto, in un clima di crescente nervosismo, hanno visto limitare le proprie libertà. Chi scrive è riuscita a superare i controlli restrittivi all'ingresso nel Paese perché era al seguito di una delegazione italiana a Il Cairo per una competizione sportiva. Non è stato facile raccogliere testimonianze. Come quella della madre di Abdulaziz S. 11 anni. Il bambino aveva ancora addosso il grembiule che stava provando in un negozio in centro quando gli agenti dei servizi di sicurezza lo hanno portato via sotto lo sguardo incredulo e disperato di Amina, che nel raccontare quanto accaduto al figlio ancora trema. "Lo hanno strattonato, trascinato via per portarlo in un posto di polizia. Dicevano che aveva partecipato a un incontro con dei terroristi. Mio figlio, un bambino di 11 anni..." dice in un fiato guardandosi intorno mentre nel grande suk poco distante dalla Cittadella sorseggiamo un tè. Come Abdulaziz altri tre minori sono stati arrestati mentre stavano comprando materiali scolastici. Altrettanti hanno subito la stessa sorte mentre tornavano a casa da scuola a Suez, città portuale egiziana dove sono iniziate le rivolte contro al- Sisi.
Almeno 120 minorenni, tra i 10 e i 16 anni, sono stati fermati. A denunciarlo l'organizzazione non governativa 'Belady', che ha anche segnalato sparizioni forzate dai 2 ai 10 giorni. Amnesty International ha inoltre evidenziato in un recente rapporto come la maggioranza delle persone arrestate rischi di essere incriminata per 'appartenenza a un gruppo terrorista' e 'uso improprio dei social media'.
Il paradosso è che molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare. Durante le insurrezioni del 2011, centinaia di blogger ma anche semplici manifestanti attraverso Twitter, Facebook e Youtube avevano documentato le loro esperienze personali e i sit- in di piazza Tahrir. Per scongiurare che anche oggi si mostrino al mondo gli abusi delle forze di sicurezza, quali arresti, aggressioni fisiche e sevizie sui dimostranti, è stata lanciata la campagna repressiva che ha portato dal 20 settembre ad oggi all'arresto di almeno 4427 persone in 24 Governatorati. Solo in 157 sono stati rilasciati senza accuse mentre 1056 hanno potuto lasciare il carcere su cauzione. Centinaia le sparizioni forzate. La repressione più vasta dall'ascesa al potere di al - Sisi ad oggi ha sopito il movimento di protesta. Per ora. La paura ha portato a una calma apparente che, a fronte delle vicende turco - curde, libanesi, irachene e cilene, ha ' spento' colpevolmente l'interesse dei media e della comunità internazionale sull'Egitto.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 1 novembre 2019
Il rinnovo degli accordi divide i parlamentari della maggioranza. Tutti in pressing sulla Farnesina e sul suo titolare, Luigi Di Maio. Nel mirino di una buona fetta della maggioranza è finito il memorandum Italia- Libia (il documento firmato dall'allora premier Paolo Gentiloni nel 2017 con il primo ministro libico al-Serraj che prevedeva aiuti economici italiani per i cosiddetti centri di accoglienza in Libia e supporto alla guardia costiera libica per contrastare l'immigrazione illegale), riportato al centro del parlamento proprio da un'interrogazione del Pd al ministro.
Di Maio ha tentato di essere evasivo, spiegando che "interromperlo sarebbe un vulnus politico ma lavoriamo per migliorarlo", ma i parlamentari in un inedito schieramento che ha visto a fianco esponenti di Pd, Leu e Italia Viva non hanno mollato la presa e a loro si è aggiunta anche una buona fronda grillina. Ad intervenire sul tema è stato addirittura il presidente della Camera, Roberto Fico, il quale ha detto che "se ci dev'essere, il memorandum deve essere aggiornato", perché "Quando è stato sottoscritto, la Libia era in un'altra condizione, oggi è in una condizione di guerra e di assenza di democrazia".
Parole inattese quanto decise, quelle di Fico, cui è seguita un'interpellanza parlamentare diretta al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmata dai parlamentari Paola Nugnes, Elena Fattori, Gregorio De Falco, Saverio De Bonis e Doriana Sarli, in cui si chiede la sospensione del memorandum, "impostato sull'idea di un contenimento dell'immigrazione senza che ci si preoccupasse delle conseguenze e dei metodi usati per contenere si pone all'origine della costante violazione dei diritti dell'uomo nei confronti di coloro che cercano di fuggire da povertà, miserie, guerre e che si trovano ad essere veri e propri prigionieri in Libia".
Sulla stessa linea, anche i parlamentari del centrosinistra, che hanno sottoscritto nei giorni scorsi un appello per bloccare il memorandum. "Dire che si vogliono cambiare gli accordi con la Libia e poi rinnovarli è una pagliacciata. Indignarsi per la violazione dei diritti umani e poi confermare un memorandum che serve a finanziare i lager è una squallida ipocrisia. Abbiamo ancora 2 giorni per fermare questa follia", ha scritto Matteo Orfini, da sempre in prima fila sulla questione migratoria anche se spesso in disaccordo col suo partito. "Sono anni che i governi italiani finanziano i centri di detenzione in Libia e si girano dall'altra parte per non vedere gli stupri, la vendita di esseri umani, la tortura, persino le morti che si consumano in quelli che sono veri e propri campi di concentramento", ha aggiunto Francesco Laforgia.
Nel silenzio post-question time del ministro degli Esteri Di Maio (impegnato ieri in una riunione politica coi suoi senatori sulla debacle in Umbria e ancora concentrato sulla manovra di Bilancio), è intervenuto il premier Giuseppe Conte, per provare a stemperare il clima: "L'Italia proporrà delle modifiche. Il memorandum non può essere gettato a mare, ma ci sono sicuramente ampi spazi per migliorarlo e alla luce anche di quello che è successo in questi anni, anche conto che oggi in Libia c'è un conflitto armato sul terreno". Proprio a lui si è rivolto il leader si Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, chiedendogli "Un vertice sulla Libia. Impossibile sostenere che i rapporti con la Guardia costiera libica siano virtuosi e limitino gli sbarchi".
A provare ad abbassare i toni è intervenuta anche la viceministra dem Marina Sereni, che ha sottolineato come "il ministro Di Maio ha chiarito che non si procederà ad un semplice rinnovo ma che proporremo ai partner libici modifiche sostanziali del memorandum" e ha proseguito spiegando che "Tra le due ipotesi estreme, confermare tutto così com'è o stracciare il documento, il governo Italiano ha scelto una strada pragmatica ma significativa, quella di aprire con i libici un confronto".
La viceministra ha infatti confermato che "Sono cambiate le condizioni sul terreno, perché ora è in corso una guerra civile e perché abbiamo molte testimonianze che ci informano che nei centri le condizioni di vita dei migranti sono insostenibili e che la Guardia Costiera libica ha agito con comportamenti non consoni alle norme internazionali. Su questo apriamo una riflessione per apportare modifiche". A farle da sponda è intervenuta anche la presidente pentastellata della commissione Esteri alla Camera, Marta Grande, la quale ha annunciato che "La commissione Esteri avvierà una serrata serie di audizioni sulla Libia. Al termine di queste audizioni il Parlamento si esprimerà con una risoluzione per indirizzare il governo nella modifica del memorandum siglato nel 2017".
Se il governo prova a procedere compatto sulla linea delle modifiche al testo, provando anche a coinvolgere l'Unione Europea nella gestione del problema, le sollecitazioni del Parlamento sembrano muoversi invece in una direzione molto più drastica. E nella diatriba di maggioranza si è insinuato gongolando Matteo Salvini, che non ha perso l'occasione per attaccare il gioverno parlando di "ennesimo litigio" e di esecutivo "allo sbando", schiavo delle Ong che "dettano la linea e chiedono di non rinnovare il memorandum con la Libia".
di Simonetta Fiori
La Repubblica, 1 novembre 2019
La senatrice: "La stagione dell'odio? Credevo fosse finita. Ma quando una democrazia è fragile il passato può ripetersi". È ancora frastornata Liliana Segre, come se non riuscisse a capacitarsi della brutta pagina di storia parlamentare scritta dalla destra di Salvini, Meloni e Berlusconi. Novantotto senatori della Repubblica che si astengono di fronte a una proposta che a lei appare ovvia sul piano morale, come può essere scontata l'istituzione di una commissione per avversare l'odio e la discriminazione razziale (approvata avantieri con 151 voti favorevoli).
È ancora frastornata Liliana Segre, come se non riuscisse a capacitarsi della brutta pagina di storia parlamentare scritta dalla destra di Salvini, Meloni e Berlusconi. Novantotto senatori della Repubblica che si astengono di fronte a una proposta che a lei appare ovvia sul piano morale, come può essere scontata l'istituzione di una commissione per avversare l'odio e la discriminazione razziale (approvata avantieri con 151 voti favorevoli).
"Il mio era un appello etico che parlava alle coscienze, alle anime e ai cervelli dell'intero ceto politico italiano, senza distinzione tra destra e sinistra. Davo per scontato che il Senato della Repubblica l'avrebbe accolto come si accoglie un principio fondamentale di civiltà. Il mio sentimento davanti alle astensioni? Stupore, un profondo senso di stupefazione. Come difficilmente ci si può sorprendere alla mia veneranda età".
Soprattutto da testimone degli orrori di Auschwitz, bersagliata ogni giorno da oltre duecento messaggi di odiatori antisemiti. Un episodio grave, che rivela la deriva estremista della destra italiana. "Ho sentito però degli applausi che partivano da quella parte dell'aula. Mara Carfagna ha preso le distanze dall'astensione. Ma la mia sorpresa più grande è stata la citazione di Orwell fatta da Salvini, quando ha paragonato la commissione all'organo d'uno Stato di polizia per l'imposizione del pensiero unico".
Non poteva trovare citazione più paradossale, essendo lei stata una vittima del totalitarismo... "Soprattutto mi ha scippato un autore che cito moltissimo quando vado in giro nelle scuole. Sia 1984 che La fattoria degli animali restituiscono con efficacia le mostruosità del totalitarismo. Mi sfugge cosa c'entri tutto questo con la commissione contro l'odio razziale. Ma Orwell resta l'unico punto di contatto tra me e il leader della Lega. Seppure da punti di vista radicalmente opposti".
La storia viene ribaltata. E di un'Italia alla rovescia lei aveva parlato anche il giorno dell'insediamento del nuovo governo...
"Sì, citai una massima del Talmud: Chi salva una vita salva il mondo intero. Un principio rovesciato da chi voleva punire i volontari del Mediterraneo accorsi in aiuto dei migranti naufraghi".
Salvini si è opposto alla commissione con questa domanda: chi decide cos'è il razzismo? Chi sono i giudici supremi? Secondo lei, senatrice Segre, il razzismo è una cosa su cui si può discutere?
"No, avendolo provato sulla mia pelle. Pensavo che sulle discriminazioni razziali non ci fossero margini per i distinguo. Ma evidentemente i tempi sono cambiati. Oggi sono morti i carnefici e pure le vittime. La storia si può riscrivere. E ci sono tanti uomini per strada. L'uomo nero. L'uomo bianco. L'uomo giallo. Chi non è eguale a me fa paura".
L'astensione della destra copre la volontà di proteggere da oscuramento la galassia dei siti neofascisti...
"Guardi, io non volevo neppure entrare nel dettaglio, pensando che nella sottocommissione di controllo ciascun senatore di diversa parte politica avrebbe potuto dare la propria indicazione: questo sì, questo no. Ma hanno preferito astenersi di fronte a un principio di carattere generale".
Ed è partita la campagna di falsificazione. Ieri sui canali Mediaset Giorgia Meloni diceva che la Commissione potrebbe colpire gli italiani patriottici. Basterebbe dire "amo il mio paese" per essere puniti...
"Ma come può venirle in mente? Mi ha telefonato l'altra sera: sa, ci siamo astenuti perché noi difendiamo la famiglia. Le ho risposto: cara signora, io difendo così tanto la mia famiglia che sono stata sposata per sessant'anni con lo stesso uomo. Qualcuno mi dovrà spiegare cosa c'entri tutto questo con la commissione contro l'odio".
Forse vale la pena di leggere cosa s'intenda con hate speech: tutte le forme di incitamento all'"odio razziale" e le "discriminazioni verso gli immigrati sorrette da nazionalismo aggressivo"...
"Il "nazionalismo aggressivo" è cosa diversa dal patriottismo. Posso ben dirlo io che amo moltissimo il mio paese ma ho patito le conseguenze del nazionalismo praticato dal fascismo".
Con la sua storia di sopravvissuta, avrebbe mai pensato di trascorrere la vecchiaia bombardata dagli hater antisemiti e con quasi cento senatori della Repubblica che si oppongono a una commissione contro il razzismo?
"No. Credevo che la stagione d'odio fosse finita dopo la guerra. Ma quando una democrazia è fragile si possono ripetere situazioni del passato. E chi vive più a lungo corre il pericolo di vedere cose che non vorrebbe vedere".
La Repubblica, 1 novembre 2019
L'obiettivo dell'Unhcr, è trovare luoghi sicuri - solo ieri per circa 200 persone - al Gathering and Departure Facility di Tripoli, per richiedenti asilo, bloccati nei centri di detenzione. L'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta trovando soluzioni per circa 200 persone, inclusi migranti e rifugiati, arrivati martedì 29 ottobre al Gdf (Gathering and Departure Facility) a Tripoli, un luogo creato con l'aumentare del numero di rifugiati e richiedenti asilo, bloccati nei centri di detenzione sovraffollati della Libia che ha lo scopo di portare i rifugiati vulnerabili in un ambiente sicuro, reinsediarli, evacuarli in strutture di emergenza in altri Paesi e rimpatriarli volontariamente nella loro terra d'origine. Ha la capacità di ospitare fino a circa 1.000 rifugiati. La maggior parte di loro sono stati liberati dal centro di detenzione di Abu Salim, altre provengono da aree urbane, con la speranza di essere ospitate presso il Gdf e da lì reinsediate in paesi terzi.
Il grave sovraffollamento. La situazione è molto difficile, il Gdf è gravemente sovraffollato con oltre 820 persone all'interno, ben oltre la capienza iniziale di 600 persone. Il deterioramento delle condizioni di vita del Gdf, dove le infrastrutture e i servizi sono ridotti al minimo, rende impossibile accogliere più persone, anche i rifugiati molto vulnerabili attualmente detenuti che l'Unhcr ha già identificato come urgentemente bisognosi di evacuazione o reinsediamento.
La situazione di molti rifugiati in Libia. Questa mattina, i team di Unhcr hanno incontrato coloro che attendono davanti al Gdf e li hanno consigliati sull'assistenza umanitaria, come assistenza sanitaria di base, cibo, assistenza in denaro e sostegno psicosociale, disponibile presso il centro diurno comunitario. La registrazione sarà resa disponibile anche per coloro che non sono ancora registrati. Altri partner dell'Onu si uniscono a questo sforzo.
È fondamentale mantenere la natura di transito del Gdf, creato alla fine del 2018 come luogo in cui i rifugiati più vulnerabili potevano aspettare alcune settimane o mesi dopo il loro rilascio dalla detenzione e prima del loro trasferimento o reinsediamento fuori dalla Libia. Dall'apertura della struttura nel dicembre 2018, oltre 2.300 rifugiati, tra cui oltre 400 rifugiati trasferiti dal centro di detenzione di Abu Salim, per lo più donne, bambini non accompagnati e famiglie, sono transitati attraverso il Gdf.
La soluzione ideale è il reinserimento. Il reinsediamento rimane uno strumento cruciale per salvare la vita dei più vulnerabili, ma è e rimarrà limitato. Ci sono solo 55.000 posti di reinsediamento disponibili in tutto il mondo. Non può essere l'unica soluzione alla difficile situazione dei 45.000 rifugiati e richiedenti asilo in Libia. L'Unhcr esorta le autorità libiche e la comunità internazionale a lavorare insieme per trovare soluzioni a lungo termine a questa terribile situazione umanitaria".
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 1 novembre 2019
Avevano protestato contro l'invasione turca del Rojava. Ora sono in isolamento e sotto inchiesta per "propaganda a favore di un'organizzazione terrorista". La decisione nei confronti di 57 prigionieri politici curdi è stata presa dalla Direzione di Sakran, centro di detenzione ad alta sicurezza situato nella provincia di Izmir (Turchia occidentale). Condannati a undici giorni di isolamento, verranno anche indagati per apologia di terrorismo. Sanzioni di cui si è venuti a conoscenza, il 31 ottobre, per le dichiarazioni di Fatma Cig.
La madre del prigioniero politico Huseyin Cig ha anche spiegato che i detenuti vengono regolarmente sottoposti a sanzioni disciplinari del tutto arbitrarie. Una reazione delle autorità carcerarie per lo sciopero della fame (costato la vita a otto prigionieri) avviato in primavera per protestare contro l'isolamento a cui è sottoposto Abdullah Ocalan.
Nella stessa giornata, alle tre del mattino di giovedì 31 ottobre, a Ramallah le forze di occupazione israeliane sono entrate - brutalmente, a quanto riferito - nell'abitazione di una esponente palestinese, la femminista Khalida Jarrar. Almeno settanta soldati e 12 veicoli militari, quasi un'operazione di guerra.
La militante di sinistra era uscita di prigione appena otto mesi fa, dopo una carcerazione amministrativa (ossia senza specifiche accuse e senza processo) di 20 mesi. Del resto non era la prima volta. Nel 2017, a 13 mesi da una precedente liberazione, era stata ugualmente imprigionata di nuovo. E ancora nel 2015 era stata posta in detenzione amministrativa per 20 mesi. La sua colpa? Aver sempre lottato per i diritti dei prigionieri palestinesi anche come vicepresidente e direttrice esecutiva dell'associazione Addameer.
Membro del Consiglio legislativo palestinese, eletta nell'aggregazione di sinistra Abu Ali Mustafa (legata al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) Khalida Jarrar aveva presieduto il Comitato dei prigionieri.
Contribuendo inoltre a denunciare i crimini di guerra (in particolare: gli attacchi a Gaza, la confisca di terre palestinesi e la costruzione di colonie, gli arresti di massa e indiscriminati...) di cui si sarebbero reso responsabili alcuni esponenti politici israeliani. Inoltrando formale richiesta di portarli in giudizio davanti alla Corte penale internazionale.
Una considerazione finale. Amara ma necessaria. Brilla per particolare miopia (se non per autentica malafede) la posizione di alcuni "campisti" (soidisant "antimperialisti" e pure di "sinistra") che continuano ad accusare i curdi (tutti indiscriminatamente: senza la capacità - o la volontà - di distinguere tra il Pdk e le Ypg) di aver collaborato con l'imperialismo a stelle e strisce "tradendo" la patria (quella con capitale Damasco, beninteso). Qualcuno, non tanto tempo fa, si augurava addirittura che per questo venissero severamente puniti. Adesso forse sarà contento.
Tali campioni di "antimperialismo" (talvolta sostenitori, se non addirittura, ammiratori, della Repubblica islamica iraniana) si mostrano più realisti del re. Infatti, nonostante inevitabili divergenze, la sostanziale solidarietà delle organizzazioni rivoluzionarie palestinesi nei confronti del popolo curdo si è mantenuta nel tempo. Vedi le dichiarazioni di vari esponenti del Fplp durante lo sciopero della fame dei prigionieri curdi e contro l'invasione del Rojava. Ugualmente Ypg e Pkk hanno solidarizzato con le manifestazioni palestinesi, duramente represse, del venerdì al confine della Striscia di Gaza.
Due domande: cosa avrebbero dovuto fare i curdi mentre l'Isis massacrava, stuprava, rapiva... le donne e i bambini curdi yazidi? Forse allearsi con Asad, il pavido Asad che cedendo ai ricatti turchi aveva scacciato Ocalan dalla Siria (dando così un contributo non indifferente alle difficoltà in cui versa il movimento di liberazione)?
O forse affidarsi a Putin, quello che non aveva voluto accogliere come rifugiato il leader curdo quando era atterrato all'aeroporto di Mosca? A far precipitare del tutto la situazione ci pensarono poi D'Alema (sotto richiesta di Clinton, si presume), l'ambasciata Greca in Kenya (che lo ha letteralmente venduto) e il Mossad.
Speculare la posizione di alcuni - tardivi - sostenitori dei diritti del popolo curdo che però ignorano sistematicamente quanto avviene settimanalmente ai confini della Striscia di Gaza o nelle galere israeliane.
Entrambi questi personaggi (filo curdi o filo palestinesi, ma in esclusiva) sembrano applicare le regola del "due pesi, due misure" (o anche, come sottolineava uno studioso catalano quella delle "indipendenze a geometria variabile").
Pur tra mille difficoltà, incongruenze e talvolta contraddizioni - dovrebbe invece rimanere saldo un principio: "Con gli oppressi contro gli oppressori, sempre!". Certo, talvolta è difficile orientarsi, ma è comunque necessario. Senza allinearsi con qualche regime (laico o teocratico che sia) che mentre magari sostiene - altrove - una lotta di liberazione, a casa propria reprime duramente. Vedi Israele e Iran, per fare qualche esempio. Dando per scontata - almeno si spera - l'unanime, universale condanna per quanto avviene in Turchia dove la repressione colpisce più o meno indistintamente sia i curdi che l'opposizione di sinistra.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 1 novembre 2019
Ha vinto Erdogan, che raggiunge il suo obiettivo: impedire la costituzione di uno Stato autonomo curdo. Vince Putin, "facilitatore" nei rapporti tra Turchia e Siria. Vince sempre Putin che, con il ritiro delle truppe Usa, è unico burattinaio in Medioriente. Vince in parte il sanguinario Bashar al-Assad anche se deve accettare le truppe turche in Siria. Vince Trump per aver tenuto fede al ritiro degli Usa da quel fronte di guerra: un risparmio per i contribuenti americani che non sono più disposti a spendere soldi per luoghi e popoli di cui ignorano finanche l'esistenza. Perdono i curdi, traditi dopo aver perso migliaia di combattenti nella guerra contro Daesh, combattuta anche nel nostro interesse.
Perde Netanyahu, che sperava in uno Stato curdo non per altruismo, ma perché potesse dilatare le distanze tra Israele e Iran. Ma chi perde più d'ogni altro è l'Europa, che perde per paura e ha preparato questa sconfitta negli anni. Perde l'Europa che oggi è incapace addirittura di rintracciare le origini della sconfitta, che ha perso tutte le occasioni, non ultima quella di consentire l'ingresso nell'Unione europea della Turchia.
Se ne discuteva concretamente, poi arrivò il veto della Germania e, a volerne riparlare ora, sembra quasi di trovarsi impelagati in fantapolitica. Oggi, chi ricorda questa proposta - come quella pannelliana di dare allo Stato di Israele l'accesso all'Ue - viene preso per matto, non per visionario, ma proprio per matto. Chi dovremmo far entrare in Europa? La Turchia di Erdogan, la Turchia governata da un satrapo illiberale?
"La Turchia potrebbe essere il ponte tra l'Islam moderno e l'Occidente", ha scritto Enes Kanter, cestista turco dei Boston Celtics perseguitato da Erdogan, sul Boston Globe. E ancora: "Ma in questo momento, non c'è libertà: nessuna libertà di parola, nessuna libertà di religione, nessuna libertà di espressione. Non c'è democrazia. Erdogan sta usando il suo potere per abusare e violare i diritti umani". La Turchia è il Paese che ci rende tutti perdenti, un Paese che negli ultimi anni ha accelerato una deriva illiberale e antidemocratica, che si trova ai nostri confini orientali, a cui l'Europa ha appaltato la sicurezza delle proprie frontiere promettendo sei miliardi di euro di cui la metà già erogata.
Alla Turchia l'Europa ha venduto armi, senza spendere una parola sulle centinaia di persone in carcere in seguito a processi sommari: giornalisti, intellettuali, professori che hanno commesso tutti il "reato" di essere in disaccordo con Erdogan. L'Europa perde perché alimenta tutto questo, perché foraggia, nutre e paga. Nel mezzo ci siamo noi che spesso ci domandiamo cosa possiamo fare. Nessrin Abdalla, comandante dell'Unità di Protezione popolare delle donne curde, dopo il 9 ottobre e l'inizio dell'offensiva turca, ha chiesto all'Europa di intervenire. Non si fidavano di Assad, ma non avevano scelta, erano e sono senza cibo e senza acqua, senza armi e non hanno alcuna speranza a parte noi, anche adesso che l'operazione "Sorgente di pace" si è conclusa.
A noi sta comprendere che la dissidenza non può essere ignorata, a noi sta diventare moltiplicatori di queste storie: noi che abbiamo come armi solo le parole. La gravità della situazione nel Rojava rende evidente che la Turchia è l'unico terreno fertile perché le nostre parole di europei possano avere un senso, anche se pensare di essere immediatamente efficaci con le parole sarebbe un atto di presunzione, soprattutto perché spesso non conosciamo fino in fondo ciò che accade in Turchia. L'annuncio dell'operazione "Sorgente di pace" iniziata il 9 e conclusasi il 22 ottobre ha risvegliato sentimenti patriottici che per Erdogan sono di vitale importanza per consolidare il consenso interno che è enorme ma sempre in pericolo.
La Turchia di Erdogan, per quanto caratterizzata sul piano dell'estremismo religioso, rappresenta un orizzonte possibile dell'autoritarismo anche in Europa: un Paese in profonda crisi economica, incattivito, dove i migranti sono usati per dragare voti; disinformato e dove la dissidenza è punita in maniera esemplare. In Italia abbiamo avuto un assaggio di tutto questo solo fino a poche settimane fa e sarebbe sbagliato pensare di aver archiviato ogni pericolo, poiché le condizioni socioeconomiche che ne hanno consentito l'affermazione sono ancora lì. In Turchia tutti i partiti si sono schierati a sostegno della guerra (guai a chiamarla così, ma di cos'altro si è trattato?), l'unica eccezione è rappresentata dal Partito democratico dei popoli. Anche Ekrem ?mamoglu, il neosindaco di Istanbul, nemico giurato di Erdogan, ha appoggiato l'operazione.
Ma come può accadere tutto questo? Accade perché le forze democratiche si trovano in un vicolo cieco. In Turchia non si può negare l'appoggio ai militari, pena la perdita di consenso popolare, ecco dunque che le posizioni dei leader antidemocratici condizionano il clima politico. Una leva impossibile da trascurare è la presenza di oltre 4 milioni di profughi siriani in Turchia, dove la questione migratoria viene utilizzata, esattamente come avviene in Italia, per fare campagne elettorali sulla pelle dei disperati. Siamo sotto ricatto e a ricattarci è una politica che non dà spiegazioni, ma banalizza, che acuisce le differenze e ci arma gli uni contro gli altri. Oggi il peccato mortale è creare complessità, quella complessità che Mariano Giustino, ogni giorno nel notiziario del mattino di Radio Radicale, racconta con dovizia di particolari: una luce costante su cosa accade in Turchia e Siria. Voce rara e necessaria.
Oggi il peccato mortale è provare a spiegare che ciò che accade tra Siria e Turchia ci riguarda. E ci riguarda perché muoiono innocenti, e ci riguarda perché gli accordi di pace vengono stretti solo con la promessa di nuovi armamenti in arrivo. A quanto pare Putin sarebbe riuscito a convincere Erdogan promettendo l'arrivo del nuovo sistema di difesa antimissile S-400 in Turchia. Si chiude una guerra mentre ci si prepara alla prossima.
di Christiane Jacke
bluewin.ch, 1 novembre 2019
Il caso Jeffrey Epstein ha sollevato numerosi interrogativi sulle prigioni statunitensi quest'estate. In nessun altro Paese del mondo vengono incarcerate così tante persone come negli Stati Uniti. Le condizioni di detenzione sono a volte drammatiche. Una dipendente del sistema carcerario racconta la propria quotidianità.
La morte di Jeffrey Epstein nel mese di agosto in una prigione federale newyorkese ha acceso i riflettori sulle condizioni di detenzione nelle carceri a stelle e strisce. Il ricco uomo d'affari, accusato di abusi sessuali, si è suicidato impiccandosi nella sua cella.
Progressivamente, i dettagli hanno consentito di far luce su ciò che non è andato per il verso giusto: le guardie avrebbero in particolare infranto le regole, non sorvegliando Epstein per parecchie ore. Questo caso, del quale si è parlato molto, mostra tuttavia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema carcerario, in molti casi in grande difficoltà.
Paula Chavez deve fronteggiare questa realtà ogni giorno. Lavora da dodici anni in una prigione federale del Texas, nella quale sono reclusi più di 1300 uomini. Prima, era insegnante in una scuola. Oggi ha 48 anni e tiene dei corsi per i detenuti in diverse materie, cercando di prepararli ad una vita normale quando avranno scontato la loro pena. È questo l'obiettivo del suo lavoro, spiega.
Paula Chavez deplora il fatto che nel corso degli anni il numero di dipendenti della prigione sia calato considerevolmente, il che comporta pesanti conseguenze. Ci sono molti casi di violenza tra i detenuti, racconta: "Non possiamo proteggerli. Non siamo neppure in grado di proteggere i dipendenti".
Il numero di aggressioni contro questi ultimi è sensibilmente aumentato negli ultimi tempi, prosegua Paula Chavez. Anche suo figlio lavora nel carcere. Lo scorso anno è stato aggredito mentre cercava di confiscare un telefono cellulare ad un detenuto. Quest'ultimo, assieme ad altri uomini, lo ha picchiato e ferito gravemente. E anche altri colleghi hanno vissuto esperienze simili.
Clifton Buchanan è rappresentante dei dipendenti dei penitenziari federali del Texas e degli Stati vicini. Lamenta un problema di mancanza di personale in numerose carceri. Secondo il suo parere, molti impiegati sono sovraccarichi di lavoro e soffrono di stress professionale, dal momento che la pressione su di loro è enorme.
Così, la frustrazione di Paula Chavez e dei suoi colleghi è crescente: "Riusciamo giusto a garantire che non evadano. Ma non siamo realmente in grado di controllarli. Non ci riusciamo", spiega, facendo riferimento ai detenuti.
Dal suo punto di vista, è impossibile porre fine al contrabbando di stupefacenti e di telefonini, nonché alla diffusione della pedopornografia. In realtà, i cellulari sarebbero vietati in carcere: "Ma il numero di detenuti che ne ha uno - ammette - è più alto rispetto al totale di coloro ne sono sprovvisti. Non ha senso". Non c'è sufficiente personale per perquisire le celle ed effettuare le confische, aggiunge Chavez.
In due occasioni nel corso degli ultimi mesi, dei droni hanno sganciato dei pacchi pieni di telefoni cellulari, schede SIM e sigarette all'interno della prigione, rivela la dipendente. In entrambi i casi la consegna è stata scoperta. Ma nessuno sa quanti siano i pacchi che sono invece entrati nella prigione - con l'aiuto di alcuni dipendenti - senza essere intercettati.
Anche gli stupefacenti riescono ad attraversare in quantità enormi le mura del carcere, si lamenta Chavez, aggiungendo che più volte alla settimana alcuni detenuti devono essere portati in infermeria a causa di un consumo eccessivo di droga.
Se la fanno consegnare direttamente in prigione, anche se è proprio qui che dovrebbero riuscire ad abbandonarla: "Non ha alcun senso". Inoltre, gli stupefacenti aumentano l'aggressività tra gli stessi detenuti.
"Non abbiamo abbastanza personale per garantire la loro sicurezza", afferma Paula Chavez, che sottolinea come il personale dedicato ai programmi di reinserimento sia ancor più insufficiente. Secondo il suo parere, quando liberati, i prigionieri si ritrovano in condizioni peggiori rispetto a quando erano arrivati. E non c'è una vera riabilitazione sociale, aggiunge. Secondo la dipendente, le autorità non fanno nulla da anni e le cose cambiano solo lentamente.
L'organismo che gestisce le prigioni federali non risponde alle domande poste da chi denuncia la situazione. Dopo la morte di Jeffrey Epstein, la stessa autorità è stata subissata da ogni tipo di richiesta d'informazioni, arrivate anche dal dipartimento di Giustizia e dal Congresso.
Nessun altro Paese al mondo presenta un numero di detenuti così alto. Più di 2,1 milioni di persone sono incarcerate negli Stati Uniti. Secondo la classifica internazionale stilata regolarmente dall'università di Londra, si tratta di un record mondiale, sia come valori assoluti che in rapporto alla popolazione.
Anche dei crimini relativamente minori, come nel caso di alcuni illeciti legati agli stupefacenti, possono portare a lunghi periodi di detenzione negli Stati Uniti. Il Paese a stelle e strisce da molto tempo lotta contro il sovraffollamento carcerario.
Alla fine dello scorso anno è stata approvata una riforma che punta a rendere più semplice la liberazione anticipata per chi è rinchiuso in una prigione federale, nonché a migliorare il reinserimento degli ex detenuti nella società.
Tuttavia, appunto, la norma riguarda unicamente i penitenziari federali, nei quali sono presenti solo 180'000 dei 2,1 milioni di appartenenti alla popolazione carceraria. Il dipartimento di Giustizia ha annunciato alla metà di luglio uno sconto di pena per oltre 3100 detenuti nel quadro di tale riforma. Si tratta di un inizio, nulla di più.
Un rapporto descrive il sistema come "difettoso"
Intanto, negli Stati Uniti le denunce in merito alle condizioni delle prigioni si moltiplicano da tempo. Qualche mese fa, ad esempio, alcune informazioni giunte dall'Alabama hanno sollevato un polverone.
Il dipartimento di Giustizia ha presentato un rapporto nel quale vengono rivelate situazioni terribili nei penitenziari dello stato: violenze, stupri, suicidi, aggressioni sessuali e torture tra detenuti. Il tutto, spesso, senza alcun intervento da parte del personale. Nel rapporto, si parla di "sistema difettoso" in tutto l'Alabama. Ma la situazione è giudicata allarmante anche altrove.
Non è raro infatti che negli Stati Uniti le persone possano morire in prigione per cause non naturali. Secondo i dati ufficiali, sono circa mille i detenuti uccisi nelle carceri americane tra il 2001 e il 2014, mentre oltre 3000 prigionieri si sono suicidati nello stesso periodo. Non sono state diffuse cifre più recenti.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 1 novembre 2019
Il rapporto di Human Rights Watch accusa di crimini di guerra i gruppi armati, formati e controllati dall'intellingence statunitense. Negli ultimi due anni hanno commesso esecuzioni sommarie e sparizioni forzate di civili: "Vanno disarmate".
Quattordici casi documentati e 53 pagine di rapporto fanno luce sulle tenebre delle notti afghane in cui paramilitari locali, che rispondono alla Cia, si sono macchiati di gravi abusi e crimini di guerra. Piomba sull'incerto paesaggio politico e militare dell'Afghanistan un rapporto di Human Rights Watch, accurato e impietoso, che disegna quanto avvenuto negli ultimi due anni, tra fine 2017 e metà 2019: in parte gli anni del negoziato di pace ora nelle secche mentre il Paese è alle prese con l'incertezza delle ultime elezioni presidenziali avvelenate dalle reciproche accuse di brogli tra candidati.
Il rapporto "They've Shot Many Like This": Abusive Night Raids by Cia-Backed Afghan Strike Forces, reso noto ieri, sostiene che milizie locali appoggiate dalla Cia hanno commesso "esecuzioni sommarie e altri gravi abusi impunemente, ucciso illegalmente civili durante i raid notturni, fatto scomparire detenuti, attaccato strutture sanitarie perché si riteneva curassero ribelli".
Le vittime civili di queste incursioni accompagnate da raid aerei americani - aggiunge il rapporto - sono aumentate notevolmente negli ultimi due anni. Se si dovesse arrivare a un accordo politico, conclude Hrw, il futuro governo dovrà disarmare ogni tipo di milizia, compresi i paramilitari che rispondono teoricamente all'intelligence del Paese ma che sono "in gran parte reclutati, formati, equipaggiati e controllati dalla Cia".
Funzionari, società civile, attivisti locali, operatori sanitari afghani e stranieri, giornalisti e anziani "hanno descritto incursioni abusive e attacchi aerei indiscriminati quotidiani nella vita di molte comunità, spesso con conseguenze devastanti". Un diplomatico le ha definite operazioni da "squadroni della morte".
Il rapporto mette il dito nella piaga del lato più oscuro della guerra e arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni di Hamdullah Mohib, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Ashraf Ghani. Mohib ha fatto sapere che, se finora non c'erano precondizioni per il dialogo con i Talebani, ora le cose sono cambiate: serve almeno un mese di cessate il fuoco "per verificare che i Talebani controllino davvero i comandanti" militari. Il movimento, accusa Mohib, non è unitario.
Richiesta bizzarra e inaspettata, che complica ulteriormente il compito di Zalmay Khalilzad, l'inviato del presidente Donald Trump che deve far ripartire i negoziati con gli studenti coranici, interrotti a sorpresa da Trump il 7 settembre, quando la firma dell'accordo negoziato a Doha sembrava imminente.
Oltre che a Kabul, l'inviato Usa ha ripreso a girare per le capitali della regione, alla ricerca di un consenso sul processo di pace. Sulla carta tutti si dicono d'accordo. Così i rappresentanti dei governi di Stati uniti, Ue, Francia, Germania, Italia e Regno unito, che il 22 ottobre in un comunicato congiunto hanno incoraggiato la ripresa dei colloqui. E sollecitato il governo a nominare la delegazione che dovrà incontrare i Talebani nel prossimo dialogo "intra-afghano" da tenersi a Pechino tra qualche giorno, dopo quello dello scorso luglio a Doha.
Difficile che la richiesta venga accolta in fretta: a Kabul e nel Paese si aspettano ancora i risultati preliminari delle elezioni presidenziali del 28 settembre. Sarebbero dovuti arrivare a metà ottobre, ma arriveranno il 14 novembre. I due candidati principali, il presidente Ghani e il primo ministro Abdullah Abdullah si dicono entrambi convinti di aver vinto. La commissione elettorale, intanto, ha rivisto le stime: al voto sarebbero andati meno di due milioni di cittadini. Su 30 milioni di abitanti.
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 31 ottobre 2019
È entrato in carcere a 19 anni; oggi ne ha quasi cinquanta, si è laureato in Giurisprudenza e da trent'anni vive in una cella, ha conosciuto tante prigioni dal nord al sud dell'Italia e dal 1989 non ha mai camminato libero nel mondo, neppure per pochi passi.
Qualche giorno fa mi ha scritto: - Oggi ti ho detto (ndr. a Parma nella redazione di Ristretti che coordino da tre anni con 12 detenuti di Alta Sicurezza di cui dieci ergastolani ostativi) che quel Claudio del reato non c'è più...è altro da me. C'è troppo tempo tra me di adesso e lui... Claudio è nato in Puglia; nella sua terra ha commesso reati molto gravi all'interno di una "guerra criminale".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 ottobre 2019
La sentenza della Consulta che dichiara incostituzionale quella parte del 4 bis che vieta la concessione del permesso premio agli ergastolani ostativi che decidono di non collaborare, ha provocato reazioni scomposte da parte di taluni magistrati, partiti politici e gran parte degli organi di informazione. Eppure, tra di loro, c'è chi nel passato si era espresso per la completa abolizione dell'ergastolo. Curioso che oggi criticano una sentenza che non abolisce l'ergastolo ostativo, ma lo fa rientrare il più possibile entro il perimetro costituzionale.
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