agenzianova.com, 11 settembre 2019
Il tribunale di Yaoundé ha condannato il vicepresidente del partito di opposizione Movimento per il rinascimento del Camerun (Mrc), Mamadou Mota, a due anni di carcere per il suo coinvolgimento nell'ammutinamento del 22 luglio scorso nella prigione centrale di Yaounde dove è detenuto da giugno. È quanto riferisce la stampa camerunese. L'Mrc ha già annunciato ricorso in appello contro la sentenza. Oltre a Mota sono state condannate altre 12 persone, in maggioranza anglofone o appartenenti all'Mrc.
Lo scorso 22 luglio i detenuti all'interno del penitenziario di Kondengui hanno dato vito ad una rivolta per chiedere miglioramenti nelle loro condizioni di detenzione. Successivamente la polizia è intervenuta all'interno del carcere per reprimere la rivolta. Nella rivolta sono rimaste ferite decine di detenuti. Secondo quanto riferito dall'emittente statale "Crtv", i detenuti hanno dato alle fiamme la biblioteca e un laboratorio situati all'interno della struttura.
Il carcere, costruito nel 1969 per 1.500 persone, conta attualmente circa 9 mila detenuti, il 90 per cento dei quali non sono stati passati in giudicato. Un episodio simile è avvenuto pochi giorni dopo nel carcere di Buea, nella regione anglofona del Sudovest, dove le forze di sicurezza hanno sparato colpi d'arma da fuoco e lacrimogeni per ristabilire l'ordine.
Per quanto accaduto il governo del Camerun ha incolpato i sostenitori del leader dell'opposizione Maurice Kamto, attualmente agli arresti. Il vice portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha denunciato il mese scorso che più di 1,3 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria nelle regioni anglofone del Nordovest e del Sudovest del Camerun.
Inoltre, si legge nella nota, circa 1.300 persone sono state sfollate soltanto la scorsa settimana in seguito ai nuovi attacchi che hanno provocato decine di morti fra i civili, mentre centinaia di case sono state date alle fiamme. "La situazione continua ad essere caratterizzata da violazioni dei diritti umani diffuse", ha detto Haq, secondo cui, nonostante le crescenti esigenze, il Camerun resti una delle risposte umanitarie maggiormente sotto-finanziate a livello globale. Nei mesi scorsi anche l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, aveva lanciato un avvertimento alla comunità internazionale sul rischio che la crisi in Camerun stia "sfuggendo" di mano e che la finestra per la riconciliazione si stia chiudendo.
di Andrea Muratore
insideover.com, 11 settembre 2019
Rinchiuso in una stanza di tre metri per tre, guardato a vista da due poliziotti, senza internet né televisione, l'ex presidente brasiliano Lula sta affrontando la sua condanna a dodici anni di galera. Tutto questo nonostante l'emersione di sempre nuovi dettagli, prima fra tutte l'inchiesta di The Intercept del giugno scorso, che danno credito alla tesi del "golpe giudiziario" funzionale alla condanna di Lula per corruzione nell'inchiesta Lava Jato. Lo si può affermare senza negare che, dallo scandalo Odebrecht in avanti, il sistema di potere del Partito dei Lavoratori brasiliano si sia dimostrato vulnerabile a corruttele, influenze criminali e commistioni col potere economico.
L'inchiesta però è andata oltre gli argini, portando prima all'impeachment della presidentessa Dilma Rousseff, non coinvolta direttamente dalle indagini, e poi all'incarcerazione di Lula nel momento in cui si preparava al ritorno in campo nelle presidenziali del 2018. Elezioni che hanno visto il suo Partito dei Lavoratori sconfitto da Jair Bolsonaro e dalla sua agenda securitaria, liberista e, soprattutto, giustizialista, al termine di una campagna costruita sulle accuse contro Lula e i suoi collaboratori. La nomina da parte di Bolsonaro dell'ex pm di Lava Jato, Sergio Moro, a "super-ministro" della Giustizia e della pubblica sicurezza rappresenta una sorta di saldatura tra vecchio corso giudiziario e nuovo corso politico.
Lula, incarcerato nel momento in cui la sua popolarità aveva raggiunto nuove vette record e in cui la sua vittoria alle presidenziali appariva scontata, è recentemente tornato a far sentire la sua voce in un'intervista a tre giornalisti che lo hanno incontrato in carcere: Mauro Lopes e Paulo Moreira Leite di Brazil 24/7e Pepe Escobar di Asia Times. Lula ha parlato a tutto campo del suo passato da presidente, delle sfide affrontate, degli incontri con i maggiori protagonisti della politica globale e, al tempo stesso, della sua diversità dall'attuale presidente. In una fase che vede la popolarità di Bolsonaro in costante calo e gli incendi amazzonici scoperchiare il vaso di Pandora del sistema industriale brasiliano, Lula va all'attacco e mira a ripresentarsi come leader di statura internazionale.
Lula rivendica le sue politiche
Escobar ha riassunto in una serie di articoli le sue conversazioni con l'ex presidente, focalizzandosi in particolare sui frangenti in cui Lula segna il suo distacco da Bolsonaro. Lula ha sottolineato il suo ruolo di riferimento al vertice della Conferenza delle Parti (Cop-15) sui cambiamenti climatici a Copenaghen nel 2009 e la sua ostilità ai fazendeiros che oggi sostengono l'establishment della destra brasiliana e si lanciano a viso aperto all'assalto dell'Amazzonia: "Non è necessario abbattere un singolo albero in Amazzonia per coltivare semi di soia o per il pascolo del bestiame. Se qualcuno lo sta facendo, è un crimine - e un crimine contro l'economia brasiliana". Non solo, ha raccontato la storia interna di come sono proseguiti i negoziati e di come è intervenuto per difendere la Cina dalle accuse statunitensi di essere il più grande inquinatore del mondo.
Lula ebbe un ruolo cruciale nell'ascesa dei Brics. Assieme a Russia, Cina, India e Sudafrica, il Brasile creò i Brics "non come strumento di difesa, ma come mezzo d'attacco" all'egemonia globale del dollaro statunitense. Questa l'idea di Lula che ha voluto attuare questo piano attraverso un progressivo affrancamento delle transazioni in biglietto verde - sentiero percorso oggi da Russia e Cina - e con la creazione di una banca di sviluppo autonomo, rintracciabile nelle strutture finanziarie che Pechino ha sviluppato a sostegno delle sue Vie della seta. Secondo Lula, le ragioni dello scoppio di Lava Jato, dell'impeachment del suo successore Dilma Rousseff e del suo arresto vanno ricercate nella volontà degli apparati politici ed economici statunitensi di evitare che Brasilia diventasse un centro d'influenza autonomo in America Latina, tanto che Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan avrebbero avvertito la Roussef dei rischi insiti in una sfida aperta al dollaro che il Paese non è mai riuscito a perfezionare.
L'intervista a Lula è un atto politico estremamente forte, un j'accuse esplicito all'amministrazione Bolsonaro, alla sua condotta di politica estera, interna ed economica: Lula difende il multilateralismo e uno sviluppo inclusivo contro la volontà di Bolsonaro di dare esclusiva priorità alle relazioni con gli Usa, demolendo decenni di buone relazioni a livello regionale e globale costruite dal Brasile grazie alla sua condotta diplomatica cauta, e di aprire il Paese al libero mercato e l'Amazzonia allo sfruttamento economico.
Gli autogol dei Lavoratori orfani di Lula. Uno scontro che segna la rinascita della dialettica politica in Brasile e mostra le faglie che attraversano un Paese grande e problematico come il gigante verde-oro. Dal carcere, Lula fa sapere al mondo che è tornato ed è il vero capo dell'opposizione a Bolsonaro. Pronto a mobilitarsi e a superare le ferite di quella che ritiene essere una cospirazione giudiziaria creata ad hoc contro l'ex presidente.
Caduto Lula, il successore Fernando Haddad è stato surclassato al ballottaggio presidenziale da Bolsonaro: dalla prigione, facendo sentire la sua voce a un elettorato molto favorevole alla sua liberazione, Lula potrebbe sia ricompattarlo che, in prospettiva, ghettizzarlo impedendo l'emergere di un sostituto all'altezza.
E l'attuale establishment della Sinistra brasiliana appare di ben altra pasta: la decisione del Presidente del Pt, Gleisi Hoffmann, di non presenziare all'inaugurazione della presidenza di Bolsonaro a gennaio, gettando un'ombra su quella che al di là del clima politico è stata un'elezione valida costituzionalmente, ma di recarsi pochi giorni dopo alla corte di Nicolas Maduro in Venezuela ha rappresentato un autogol clamoroso che Lula non avrebbe mai compiuto. Segno della difficoltà dell'attuale opposizione di sopravvivere politicamente alla caduta del suo patriarca che proprio nella scelta dei suoi collaboratori più stretti ha conosciuto i maggiori insuccessi.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 10 settembre 2019
Nel discorso del premier solo trenta secondi dedicati a questo argomento. Nessun accenno alla riforma approvata dai gialloverdi che abolisce la prescrizione dopo una sentenza di primo grado e che entrerà in vigore il primo gennaio 2020.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 settembre 2019
A breve l'incontro tra il ministro e il vicesegretario dem. Giuseppe Conte, sulla giustizia, poteva dire di più. Invece ha esibito una vistosa genericità. Serve, ha ricordato nel suo discorso di insediamento, "una riforma della giustizia civile, penale e tributaria, anche attraverso una drastica riduzione dei tempi".
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 settembre 2019
Il viaggio della Consulta nei penitenziari. "Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni", diceva Fedor Dostoevskij. Ed il viaggio della Corte costituzionale all'interno degli istituti penitenziari dello Stivale è stato proprio questo, un modo per misurare il grado di civilizzazione del nostro Paese, ma anche per riannodare i fili che tengono legati tra di loro due mondi apparentemente separati: quello dentro e quello fuori le mura.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2019
Elogi al testo del Guardasigilli che blocca la prescrizione e il bavaglio sulle intercettazioni. Con l'alleato sarà scontro. La riforma della Giustizia che ha portato al capolinea il governo giallo-verde, viene citata nel discorso del presidente Giuseppe Conte senza che si distanzi di una sillaba da quanto scritto al punto 15 dell'accordo del nuovo esecutivo M5S-Pd.
Ma nella controreplica a Montecitorio, Conte rafforza il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, l'uomo che l'ha incamminato verso Palazzo Chigi: "Il ministro Bonafede offre tutte le garanzie di continuare un progetto al quale aveva iniziato a lavorare già", Pd avvertito.
"Serve - ha detto Conte - una riforma della giustizia civile, penale e tributaria anche attraverso una drastica riduzione dei tempi e una riforma del metodo di elezione dei membri del Csm. Questo piano riformatore dovrà salvaguardare il fondamentale principio di indipendenza della magistratura dalla politica".
Ma quando si dovrà passare ai fatti, lo scontro è garantito. L'anticipo di burrasca c'è già stato. Il vicesegretario del Pd Andrea Orlando, uomo chiave di questa neo alleanza e pure predecessore di Bonafede, ha avvisato: "Un governo nuovo non può prendere per buono un testo costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente".
Come dire: azzeriamo tutto. Niente blocco fisso della prescrizione, niente superamento della legge bavaglio. Orlando, poi, ha provato a metterci una pezza: "Esistono punti sui quali con il M5S siamo già d'accordo e altri sui quali lavoreremo per trovare un'intesa". Bonafede, dopo il giuramento al Quirinale aveva dribblato la domanda sui nodi prescrizione e riforma del Csm: "Ci sarà tempo per occuparsene, abbiamo ambizioni importanti".
Non poteva certo ricordare che il primo annuncio da ministro del Conte 1 era stato quello di voler bloccare -cosa che poi ha fatto - la riforma delle intercettazioni di Orlando, bocciata da magistrati, avvocati e giornalisti. In vista della scadenza della proroga di questa legge, il 31 dicembre, il ministro ne stava preparando un'altra, nel frattempo, però, è cambiato l'alleato di governo.
Ma il Pd, come la Lega, ha sempre avuto la tentazione del bavaglio, il braccio di ferro è scontato. Così come per la prescrizione. La riforma di Orlando l'aveva bloccata, ma solo dopo una condanna di primo grado e solo se veniva rispettato il tempo contingentato per Appello e Cassazione, 18 mesi a testa. La spazza-corrotti, invece, la prescrizione la blocca dopo il primo grado. Altra spina nel fianco è la riforma elettorale del Csm. Bonafede, da sempre, ha sostenuto che per arginare la correntocrazia ci voglia un sorteggio indiretto. Un'idea che nel Pd non ha mai fatto breccia, almeno fino a quando non è deflagrato lo scandalo nomine del Csm e la combutta del pm Luca Palamara insieme ai Dem Cosimo Ferri, Luca Lotti e alcuni ormai ex membri del Consiglio per pilotare la designazione del procuratore di Roma.
Il "giustizialista" Bonafede ha scardinato pure la riforma dell'ordinamento penitenziario del "garantista" Orlando. E se per accelerare i tempi della giustizia si riparlerà di depenalizzazione, ci saranno altre scintille. Conte ha poi parlato della lotta agli evasori, ricalcando il programma: "Dobbiamo rendere sempre più efficace il contrasto all'evasione fiscale, anche prevedendo l'inasprimento delle pene, incluse quelle detentive per i grandi evasori". Il Pd sarà d'accordo? Potrebbe esserlo in parte ma - risulta al Fatto - che ci siano già stati attriti durante i negoziati in vista del governo.
D'altronde, l'anima renziana del Pd ha portato, all'epoca del governo dem-alfaniani, a innalzare le soglie di punibilità per omesso versamento dell'Iva, per la dichiarazione infedele e così via. Il M5S voleva cancellare queste norme, ma l'ex alleato leghista ha sempre fatto quadrato ed è andata avanti solo la "pace fiscale". Vedremo se ci saranno altri muri.
di Gian Domenico Caiazza*
Gazzetta del Mezzogiorno, 10 settembre 2019
Nel programma politico - il famoso contratto - del defunto governo gialloverde, la Giustizia penale la faceva da padrona. Insieme al reddito di cittadinanza ed al disfacimento della legge Fornero sulla previdenza era il tema più ricco di roboanti propositi, per di più tutti a costo zero e dunque di massimo rendimento populistico al minimo costo: e così, purtroppo, è stato.
Riforma - Smantellamento della riforma dell'ordinamento penitenziario, in nome della famosa "certezza della pena"; moltiplicazione dei reati, aumenti iperbolici delle pene, pioggia di nuove ostatività alle misure alternative al carcere, giustizia "fai da te" domestica sempre legittima (ma è una fake news, per fortuna), processi sempiterni grazie alla abolizione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado. Insomma un festival degli orrori, un autentico incubo per chiunque creda nei valori costituzionali del diritto penale liberale e del giusto processo. Materiale di risulta - crediamo e speriamo - in gran parte destinato all'inceneritore della Corte Costituzionale.
Fugace accenno - Dissolvenza incrociata, ed eccoci al governo giallorosso. Nessun contratto, ma un programma ricco di ben oltre venti punti, nei quali si parla di tutto fuorché di giustizia penale. Un fugace accenno alla necessità di ridurre i tempi del processo, per il resto un silenzio assoluto. Il silenzio, si sa, è il più indecifrabile degli atteggiamenti umani. Io faccio delle domande, quello non mi risponde: vai a capire perché. Nasconde segreti inconfessabili? Non ha la minima idea di cosa dire? Ha bisogno di tempo? Mi vuole dire: fammi un'altra domanda? Chissà. Certo, passare dal frastuono mediatico più ossessivo e scomposto al silenzio più british fa un certo effetto; e naturalmente preoccupa. Fuor di metafora, è infatti ben chiaro che le due forze politiche contraenti il nuovo patto di governo, consapevoli delle esplosive implicazioni di qualsivoglia affermazione di principio in tema di giustizia penale, hanno preferito, al momento, glissare.
Problemi - Una scelta di corto respiro, direi. Mi ricorda la leggendaria scena in cui Woody Allen, finito insieme alla sua vistosissima amica in un vicolo cieco popolato da loschi figuri, dopo un momento di terrore le sussurra, risoluto: "Fai finta di camminare". I problemi ci verranno addosso da subito, tacere non serve a nessuno. Vogliamo ricordarne qualcuno?
1. Sovraffollamento carcerario. La situazione è drammatica e cresce esponenzialmente. La risposta edilizia, oltre che concettualmente sciagurata, è letteralmente ingestibile per i suoi tempi lunghi e i costi altissimi. Il formidabile lavoro messo a punto dagli Stati Generali della esecuzione penale torna imperiosamente di attualità, e con esso la scelta di fondo della de-carcerizzazione della pena. Come intende agire la nuova maggioranza?
2. Interventi di riforma del codice di rito per ridurre i tempi lunghi del processo penale. Il buon lavoro portato a termine d'intesa tra avvocatura, magistratura e Ministro Bonafede ha prodotto tuttavia una legge delega svilita e svuotata dai veti ideologici posti dalla Lega sul potenziamento dei riti alternativi (patteggiamento e rito abbreviato). Il tema è l'unico esplicitamente evocato nel nuovo programma di Governo. Verrà dunque riscritta la legge delega secondo gli accordi raggiunti a quel tavolo?
3. Il 1° gennaio 2020 entra in vigore la folle norma abrogativa della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, perfino se assolutoria. Un mostro giuridico che grida vendetta, bocciato con veemenza in modo unanime dall'intera comunità dei giuristi italiani. Il nuovo Governo intende assumersi la responsabilità di varare la nuova figura sociale dell'"imputato a vita"?
4. La legge "spazza-corrotti" è già subissata di eccezioni di incostituzionalità le più varie (una quindicina di remissioni alla Corte Costituzionale, un record senza precedenti, inarrivabile). Il nuovo Governo intende prenderne atto, e trarne le ovvie conseguenze?
5. La riforma dell'Ordinamento Giudiziario, che sembrava una necessità non rinviabile dopo il noto scandalo esploso intorno alla nomina del nuovo Procuratore capo di Roma, sembra finita nel dimenticatoio. Davvero pensiamo di risolverla a colpi di sorteggio?
Queste, e molte altre ancora, le domande impellenti alle quali occorre rispondere, e da subito. Per parte nostra, non daremo tregua al Governo: il silenzio è d'oro, a volte, ma non quando occorre governare un Paese.
*Presidente Unione Camere Penali Italiane
camerepenali.it, 10 settembre 2019
Nella dichiarazione programmatica del nuovo Governo sono stati esposti, seppure in modo estremamente generico, propositi riformatori per la maggiore efficacia del processo penale. I penalisti italiani, accogliendo l'invito ad agire sui tempi del processo, si sono fatti portatori, unitamente alla associazione dei Magistrati, di proposte di riforma destinate ad incidere sulla durata delle indagini e del giudizio.
Vi è però una sorta di precondizione culturale prima ancora che politica. La sostanziale abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio è un vulnus profondo ai principi costituzionali del giusto processo: la prescrizione è istituto di garanzia, necessario anche per determinare la ragionevole durata del processo, a tutela non solo dell'imputato ma anche della persona offesa.
Oltre 150 Accademici di tutte le Università italiane - docenti di diritto costituzionale, di diritto penale sostanziale e processuale, Presidenti Emeriti della Corte Costituzionale - hanno sottoscritto un appello al Presidente della Repubblica in occasione della promulgazione della legge segnalandone i gravi profili di incostituzionalità. In allegato la lettera del Presidente Caiazza con il testo di quell'appello e l'elenco degli autorevolissimi firmatari.
Illustre Senatore, Illustre Senatrice, Illustre Onorevole, è imminente l'inizio del dibattito parlamentare per la fiducia al nuovo esecutivo. Nella dichiarazione programmatica del nuovo Governo sono stati esposti, seppure in modo estremamente generico, propositi riformatori per la maggiore efficacia del processo penale.
L'Unione delle Camere Penali Italiane, che pure ben poco ha condiviso delle riforme in materia sostanziale penale e processuale promosse nella presente legislatura, si è sempre impegnata nella interlocuzione parlamentare - per il tramite delle audizioni nelle relative Commissioni e nel confronto diretto con i gruppi parlamentari ed i singoli deputati - rappresentando le ragioni delle proprie posizioni critiche e formulando autonome proposte di riforma. Significativo è stato l'impegno al tavolo ministeriale per la discussione sulle ipotesi di intervento nel processo ove i penalisti italiani, accogliendo l'invito ad agire sui tempi del processo, si sono fatti portatori, unitamente alla associazione dei Magistrati, di proposte di riforma destinate ad incidere sulla durata delle indagini e del giudizio: nuovo impulso ai riti speciali, polmone necessario per rendere gestibile un numero più ristretto di dibattimenti penali, nuova definizione della regola di giudizio per l'archiviazione e per la funzione di filtro dell'udienza preliminare, interventi di depenalizzazione in materia di contravvenzioni. Proposte di riforma hanno poi avanzato i penalisti a presidio dell'effettiva durata delle indagini preliminari e per la certezza dei tempi riservati all'esercizio dell'azione penale oltre che la previsione del controllo di giurisdizione sul momento della iscrizione nel registro delle persone indagate. Della sintesi di tali contributi vi è importante traccia nel disegno di legge delega già predisposto dal Guardasigilli e di cui avrà modo di occuparsi il Parlamento. L'Unione delle Camere Penali è a disposizione per rappresentare il punto di vista degli Avvocati, dare conto delle ragioni delle individuate criticità e spiegare le proprie proposte.
Vi è però una sorta di precondizione culturale prima ancora che politica che è nostro intendimento rappresentare affinché sia parte rilevante nello sviluppo della discussione delle riforme penali. Si tratta della questione della prescrizione. La maggioranza parlamentare, protagonista della precedente esperienza di Governo, cedendo a vocazioni giustizialiste ha proceduto alla sostanziale abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Si è trattato di un vulnus profondo ai principi costituzionali del giusto processo: la prescrizione è istituto di garanzia, necessario anche per determinare la ragionevole durata del processo, a tutela non solo dell'imputato ma anche della persona offesa.
Oltre 150 Accademici di tutte le Università italiane - docenti di diritto costituzionale, di diritto penale sostanziale e processuale, Presidenti Emeriti della Corte Costituzionale - hanno sottoscritto un appello al Presidente della Repubblica in occasione della promulgazione della legge segnalandone i gravi profili di incostituzionalità. Siano certi di fare cosa utile facendole pervenire, in allegato alla presente, il testo di quell'appello e l'elenco degli autorevolissimi firmatari, come da link riportati in calce, affinché quelle ragioni e quegli argomenti possano arricchire ed orientare il dibattito parlamentare su questa decisiva quanto imminente questione che il nuovo Governo sarà chiamato da subito ad affrontare.
Gian Domenico Caiazza, Presidente Unione delle Camere Penali Italiane
di Mauro Favale
La Repubblica, 10 settembre 2019
"C'è qualcuno oggi che può onestamente dire che la lotta armata era da fare, che ne sia valsa la pena?". La domanda retorica è il passaggio chiave di una "Lettera ai compagni" che dal carcere di Massama, a Oristano, dove è rinchiuso da otto mesi, Cesare Battisti, ex membro dei Proletari armati per il comunismo, consegna a una rivista letteraria on line "di movimento", "Carmilla".
È la prima volta da quando è stato arrestato che l'ex fuggitivo (37 anni di latitanza passati tra la Francia e il Sud America), fermato dall'Interpol a Santa Cruz de La Sierra, Bolivia, lo scorso 12 gennaio, decide di parlare. Lo fa con chi, Carmilla appunto, più volte negli ultimi anni ha preso le sue parti, provando a smontare inchieste e processi conclusi con la condanna all'ergastolo per il terrorista accusato di aver partecipato o commesso quattro omicidi (il maresciallo Antonio Santoro, il gioielliere Pierluigi Torregiani, il negoziante Lino Sabbadin e l'agente della Digos Andrea Campagna) alla fine degli anni 70.
Una lettera nella quale Battisti si rivolge a chi, nella galassia della sinistra più radicale e movimentista, aveva criticato le dichiarazioni che aveva reso a marzo davanti al coordinatore del pool antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili e al capo della Digos del capoluogo lombardo, Cristina Villa. "Mi si chiede, era veramente necessario assumermi le responsabilità politiche e penali? Mi chiedo quale necessità muove coloro che si pongono questa domanda", scrive oggi.
Al procuratore di Milano, in un interrogatorio in carcere di 9 ore, Battisti aveva ammesso i 4 omicidi che gli sono stati imputati anche nella speranza di poter accedere (non prima di 10 anni, quando ne avrà 74) ai primi permessi premio. Ma intanto, seppur in una vicenda giudiziaria tutta in salita (il suo legale, Davide Staccanella, sta provando a commutare l'ergastolo in una condanna a 30 anni di reclusione), l'ex terrorista, già scrittore di romanzi noir, ci tiene a rivolgersi al suo mondo per sfatare il "mito Battisti", creato apposta, scrive "per abbatterlo.
"Questo si capisce e ha una logica feroce. Quello che non si capisce è il mito ripreso anche dai compagni, un buon mito da sventolare in nome della lotta rivoluzionaria. Poco importa che quel mito sia fatto di carne e ossa, che non ne possa più di essere martirizzato, martire da agitare secondo i gusti da un lato o dall'altro della barricata". Per questo, dunque, Battisti decide di parlare con il magistrato, "perché se non smitizzavo il mostro, se non dicevo che sono appena umano, allora sarebbe stato meglio se mi avessero scaraventato subito giù dall'aereo di Stato".
"È una lettera molto franca - afferma l'avvocato Staccanella - nella quale Battisti spiega di non voler più essere un vessillo, tirato da una parte o dall'altra. Per il resto, nella sua deposizione non c'è stato alcun atteggiamento di delazione". E, in effetti, al procuratore di Milano l'ex terrorista ha parlato solo di se stesso, senza fornire indicazioni su chi, nel corso di 37 anni, abbia coperto la sua latitanza.
Nella lettera, allora, si concentra sugli ultimi 15 anni, dal febbraio 2004, quando venne arrestato in Francia, fino ad oggi: "Sono stati un inferno continuo, tra anni di carcere, arresti rocamboleschi, enorme dispendio di energia personale e di forze solidali".
Poi, prima dei saluti ("Un abbraccio a chi lo vuole") promette un'appendice alla sua lettera: "Se incoraggiato, posso raccontare in seguito i retroscena di Ciampino", di quando fu accolto dai sorrisi a favore di telecamere dei ministri dell'Interno e della Giustizia, Matteo Salvini e Alfonso Bonafede.
di Carmine D'Argenio
linkabile.it, 10 settembre 2019
Tra i temi toccati alla Camera dei Deputati dal Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte nel discorso per la fiducia al suo Governo-bis; quello degli investimenti da 110 milioni di euro per il superamento del vetusto complesso del sistema carcerario italiano. Con annessa possibilità di 15 milioni di sgravi fiscali sul lavoro, in direzione dei soggetti investiti a vario titolo dalle misure cautelari restrittive delle libertà personali.
- Femminicidio di Piacenza, la narrazione killer di giornali e tv
- Il 25 ottobre a Milano il Festival della comunicazione dal carcere
- Essere collaborativi non salva dal reato
- Padova. Polisportiva Pallalpiede, la squadra di detenuti che vince in campo e fuori
- Il guidatore non ha obbligo di dichiarare subito se ha colpa










