di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 25 ottobre 2019
Un viaggio dentro le carceri attraverso sessant'anni di cinema italiano. Un lavoro coordinato da Mario Sesti e presentato lunedì scorso nell'edizione 2019 del Rebibbia Festival ospitato, come accade da cinque anni, all'interno del Festival del Cinema di Roma.
Nella sala proiezioni dell'Auditorium del Maxxi è stata mostrata una serie di clip tratte da pellicole che dal 1955 a oggi hanno raccontato storie di vita all'interno dei penitenziari italiani. A commentare le immagini Giuliano Amato, giudice costituzionale, Carmelo Cantone, provveditore alle carceri di Lazio, Abruzzo e Molise e Fabio Cavalli, regista di diversi film e documentari sul mondo penitenziario.
Alcuni ragazzi presenti hanno osservato per la prima volta pellicole, incentrate sullo stesso tema ma di diverso genere (commedie leggere, film comici e opere drammatiche), che hanno per circa due ore proiettato lo spettatore "dietro le sbarre".
Ladro lui ladra lei (1958) diretto da Luigi Zampa con il 'ladro' Cencio - interpretato da Albero Sordi - alle prese con un continuo entra ed esci da Regina Coeli; Il mattatore (1960) di Dino Risi con un fenomenale Vittorio Gassman; Mery per sempre (1989), film di Marco Risi, ambientato nel carcere minorile di Palermo; Cesare deve morire (2012) diretto dai fratelli Taviani nel carcere di Rebibbia; Come il vento (2013) diretto da Marco Simon Puccioni con Valeria Golino che interpreta Armida Miserere, direttrice del carcere di Pianosa; Fiore (2016) di Claudio Giovannesi che narra una storia d'amore nata in un carcere minorile. Questi alcuni dei titoli scelti e montati da Nicola Calocero e Tommaso Sesti.
Si osserva, si ascolta e si riflette in questo scenario postmoderno nel cuore di Roma. Il costituzionalista Giuliano Amato è critico: "Il carcere andrebbe raccontato narrando le storie di personaggi che sono privati non solo della libertà personale ma anche della propria privacy. Perché nessuno ha mai fatto un film sui suicidi in carcere che sono il vero problema dei nostri giorni?".
Secondo Fabio Cavalli dopo Detenuto in attesa di giudizio, film di Nanni Loy del 1971 con protagonista Alberto Sordi, finisce la voglia di ridere e inizia il compito di raccontare il carcere da parte dei registi e sceneggiatori italiani. "Il cinema va in carcere - spiega Fabio Cavalli - perché il tempo vuoto della detenzione deve essere riempito di opportunità: istruzione, formazione, lavoro per chi sconta la pena. E tra tanti 'ponti' c'è anche spazio per il cinema, capace di illuminare l'oscurità oltre le sbarre".
Carmelo Cantone racconta la sua esperienza nell'introdurre il teatro come forma di rieducazione quando era direttore di carcere: "Le opere di Shakespeare esercitano un fascino enorme all'interno dei laboratori teatrali dei detenuti perché le sue opere trattano una serie di temi essenziali nella vita delle persone che nel carcere hanno una ridondanza particolare come la sete di potere, la violenza, il ricatto, il perdono, la comprensione e il dolore". Non a caso il film Cesare deve morire narra la messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare da parte dei detenuti di Rebibbia.
In questa carrellata c'è spazio anche per un estratto dell'ultimo film di Cavalli, Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle carceri, un docu-film che racconta il viaggio della Consulta che, a partire dall'anno scorso, ha portato sette giudici in sette diversi istituti penitenziari italiani per diffondere la Costituzione.
Spettatori di questa interessante proiezione anche gli studenti dell'Istituto alberghiero statale "Amerigo Vespucci" accompagnati dalla professoressa d'italiano già insegnante dei detenuti del carcere di Rebibbia e in particolare dei protagonisti del film Cesare deve morire. "Abbiamo partecipato per avere spunti di riflessione in previsione della preparazione della maturità" ha detto uno di loro poco prima di fare una foto ricordo davanti alla bellezza e il fascino del Museo nazionale delle arti del XXI secolo.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 25 ottobre 2019
È partito dal penitenziario il pellegrinaggio dell'icona della Misericordia. "Le nostre mani sono quelle che abbiamo voluto raffigurare su questa croce. Sono le mani di Gesù che abbracciano e che rivolgono un messaggio di speranza a tutti i nostri fratelli che soffrono in carcere. Ci auguriamo che anche loro, attraverso la croce, possano fuggire dalla morte certa e tornare alla vita. Proprio come abbiamo fatto noi".
Pasquale è uno dei collaboratori di giustizia, detenuto nella casa di reclusione di Paliano, che ha realizzato la Croce della misericordia, l'icona benedetta da Papa Francesco lo scorso 14 settembre in occasione dell'udienza concessa alla Polizia penitenziaria, al personale dell'Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità in piazza San Pietro. Una croce pellegrina che toccherà gli istituti di pena italiani e che ha iniziato il suo cammino nel luogo in cui è stata pensata e realizzata. Paliano, appunto.
L'antica fortezza della famiglia Colonna, in provincia di Frosinone, è davvero un luogo speciale se si pensa che già un'altra croce qualche anno fa aveva varcato le sue imponenti mura (quella delle Giornate mondiali della gioventù) e che il 13 aprile 2017 Papa Francesco scelse proprio questo carcere per celebrare la Messa in Cena Domini. Paliano, dunque, carcere dove un'altra reclusione è possibile. Partendo, come si è detto, dalla Croce.
"Iniziare il pellegrinaggio in un istituto storico dove sono detenuti solo collaboratori di giustizia con pene molto lunghe è andare oltre il preconcetto. Qui ci sono comunque persone che soffrono" spiega la direttrice, Anna Angeletti. L'iniziativa, promossa dall'ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Raffele Grimaldi, è stata interpretata come uno dei pochi mezzi per non troncare del tutto i legami con il mondo che sta fuori e non perdere la dignità e il rapporto con se stessi. Una dimostrazione che il lavoro dei detenuti si sposa con la riabilitazione e non con lo sfruttamento, e che si può tornare a vivere anche testimoniando il passaggio da un isolamento rabbioso e spaventato a un'accettazione dell'essere, inaspettatamente e imprevedibilmente, artista e artigiano. Realizzare icone diventa così una terapia che consente di ritrovare agganci con un mondo separato.
Ne è convinta Luigia Aragozzini, volontaria della Comunità di Sant'Egidio, che a Paliano coordina il laboratorio artigianale e che ha guidato i ragazzi nella fase di preparazione e dell'esecuzione dell'opera. "Il laboratorio è nato in modo casuale. I detenuti avevano già una falegnameria. A loro avevo chiesto tempo fa di preparare alcune tavole da dipingere. La riposta è stata inattesa: "Noi ti diamo quanto ci hai chiesto, ma vogliamo imparare a realizzare queste opere". Da lì è nata la nostra attività e abbiamo realizzato diversi pezzi, uno dei quali lo abbiamo donato a Papa Francesco quando è venuto a trovarci".
Luigia conosce i sentimenti di chi vive in questo moderno lazzaretto e interpreta il ruolo del volontario partendo da una diversa angolatura. Sa bene che il suo lavoro quotidiano è cambiato negli anni e che l'attenzione si è spostata su difficoltà personali che derivano dal contesto sociale di provenienza. E le sue iniziative diventano il luogo nel quale la persona può ritrovare quelle lacune che si porta dietro sin dall'infanzia.
È un lavoro difficile e complesso che tende a rivalutare l'uomo o la donna che hanno sbagliato anche attraverso un riavvicinamento alla cultura e, nello specifico, all'arte. "L'icona raffigura Cristo crocifisso, ma è un Cristo trionfante perché già risorto. Con i suoi occhi, il suo sguardo e le sue braccia, abbraccia tutti noi. Siamo tutti uguali di fronte alla croce: volontari, detenuti, gente di passaggio, agenti penitenziari" continua Aragozzini.
"Abbiamo riportato scene quotidiane dei nostri amici, gli affetti familiari, la sofferenza, i figli lontani dai loro genitori, una donna che esce dal carcere con il suo bambino. E poi ancora detenuti che pregano, parenti e amici che si abbracciano nonostante le sbarre segnino il confine tra la libertà e la prigionia. E c'è persino un detenuto africano, perché i detenuti di Paliano partecipano all'iniziativa per liberare i detenuti in Africa".
L'obiettivo dei ragazzi è ambizioso: far conoscere a tutti le sfumature della sofferenza per dire che esiste un disagio che punge il cuore del detenuto, la solitudine, e che questo disagio va superato facendo rete, coinvolgendo chi è fuori, aprendo a un progetto di community care. Ovvero a un tipo di assistenza che non sia solo tecnico funzionale, ma concorra a risolvere la solitudine esistenziale e sociale, offrendo sostegno psicologico e consentendo un ampio margine di autonomia a chi è stato privato della libertà. Non facendo leva solo sulla rete formale (istituzioni), ma anche su quella informale, che si avvale del supporto particolare del volontariato e integri la famiglia o la sostituisca quando è scomparsa.
Ma andiamo ai dettagli dell'opera. Le immagini dipinte richiamano l'attenzione su alcuni episodi biblici: la liberazione di Pietro e di Paolo dalle prigioni, il buon ladrone e i protettori, San Basilide (patrono della Polizia penitenziaria) e San Giuseppe Cafasso (patrono dei cappellani delle carceri). Sul fondo della Croce immagini di bambini con le loro madri in carcere. "Questa raffigurazione vuole rappresentare il desiderio, affinché le tante madri con i loro piccoli possano scontare in luoghi alternativi al carcere la loro pena, in modo che, ai loro figli, loro malgrado, non venga tolta la speranza" riprende don Grimaldi.
L'uomo contemporaneo è molto meno capace di sopportare la solitudine in una società che lo rende paradossalmente più solo. Figuriamoci in carcere, dove gli affetti rappresentano il legame mentale ed emotivo che unisce una persona alle altre e sono anche ciò che tiene assieme diverse parti e aspetti della persona dotandola di coerenza e di senso. E la fede in questo contesto fa la differenza. "L'elemento religioso in carcere è fondamentale per chi crede, perché nel momento in cui un detenuto decide di collaborare avvia una revisione critica del proprio passato. Se non ci fosse il supporto della fede, diventerebbe tutto più difficile" sostiene il commissario della casa di reclusione, Valentina Corda.
Prima di salutare i ragazzi veniamo fermati da Francesco, un altro rappresentante dell'equipe: "Tengo a sottolineare che lavoro alle tavole da quattro anni. Non so dipingere, ma preparo i legni grazie a una tecnica molto antica che ho appreso in carcere. Lavorare per la realizzazione di queste opere d'arte mi fa sentire libero. Penso sempre che sto facendo qualcosa di buono e così allontano i fantasmi del passato. Mi impegno al massimo perché so che di fronte a quel legno tante persone andranno a pregare e questo mi fa sentire in pace con me stesso". Il segno della Croce.
di Sergio Bontempelli
Left, 25 ottobre 2019
Luoghi di trattenimento per gli stranieri esistevano nel Regno Unito già nel 1970 e poi in Germania a metà anni Ottanta. Nel 1977, la Francia varò un decreto ad hoc per "sanare" il caso di un pescatore marocchino sequestrato dalla polizia di Marsiglia e rinchiuso illegalmente e in segreto in un ex hangar commerciale. Negli anni, i tribunali finirono per avallare la legittimità di questi centri di detenzione per "sans papiers". Mohamed Chérif era un pescatore marocchino emigrato in Francia, a Marsiglia, a lavorare nei pescherecci del porto. Il 6 agosto 1974 si presentò al Consolato del Marocco per sbrigare una pratica burocratica, ma ebbe un alterco con un funzionario: fu cacciato in malo modo dagli uffici, e il piantone di guardia gli dette un pugno mentre stava uscendo.
Chérif era un tipo orgoglioso, e decise di sporgere denuncia in tribunale. Nella prima udienza, il legato consolare non esitò a passare alle minacce: "Il signor Chérif", disse, "ha tutto l'interesse a rinunciare a questa causa. Se si ostina a proseguirla, lo faremo rimpatriare in Marocco". Nove mesi dopo, Chérif ricevette una comunicazione scritta che lo invitava a presentarsi al Commissariato di Marsiglia: entrato negli uffici di polizia, 1'11 aprile 1975, non fece più ritorno a casa. Preoccupati della sua scomparsa, gli amici si rivolsero al suo legale, l'avvocato Sixte-Ugolini. Questi si ricordò delle minacce proferite mesi prima dal legato consolare e sospettò il peggio: provò a chiamare il Commissariato, ma le risposte furono evasive.
Così, dopo alcuni giorni, l'avvocato decise di convocare una conferenza stampa per denunciare la scomparsa del suo cliente. A quel punto però Mohamed Chérif si fece vivo. Il 19 aprile telefonò a Ugolini, raccontando una storia che aveva dell'incredibile: dopo essere entrato in Questura, era stato ammanettato e portato nelle banchine del porto di Marsiglia. Qui, gli agenti lo avevano fatto salire al secondo piano di un ex hangar commerciale, utilizzato dalla polizia come luogo segreto di detenzione per stranieri irregolari.
A Chérif era stato proibito ogni contatto col mondo esterno: niente avvocati, niente telefonate ai familiari, niente visite. Un sequestro in piena regola, che avrebbe dovuto concludersi con il rimpatrio in Marocco: ma la conferenza stampa tenuta da Ugolini costrinse la polizia a interrompere l'operazione.
Le polemiche divamparono: il governo si difese spiegando che quella di Arenc non era una prigione ma un semplice "centro di accoglienza" per irregolari, inaugurando così un equivoco destinato a durare per decenni (ancora oggi, nel dibattito pubblico, è frequente la confusione tra luoghi di accoglienza e spazi di trattenimento o di detenzione). Nel 1977, una circolare provò maldestramente a "sanare" l'illegalità del centro di Arenc, autorizzando in via provvisoria il suo utilizzo da parte della polizia.
Il sindacato degli avvocati francesi non esitò a presentare ricorso, ma il Consiglio di Stato fornì un aiuto inatteso al governo: secondo i giudici, le disposizioni emanate dai ministri dell'Interno e della Giustizia non erano illegittime in sé; il problema era che esse erano state introdotte con una circolare e non con un atto normativo. Il governo colse la palla al balzo, e varò un decreto che legalizzava la detenzione degli stranieri irregolari. La Francia, peraltro, non fu l'unico Paese europeo ad introdurre forme di detenzione, più o meno ufficiali, per gli stranieri privi di documenti. Il Regno Unito aveva aperto già nel 1970 due centri di trattenimento. Più tardi, nel 1987, fece scalpore la notizia che un centinaio di profughi di etnia Tamil erano stati internati per settimane su un traghetto in disuso ormeggiato nel porto di Harwich. In Germania, la notte di Capodanno del 1984, un incendio di vaste proporzioni era divampato nelle celle di sicurezza della stazione di polizia di Augustaplatz, a Berlino.
Si seppe poi che in quelle celle erano detenuti alcuni immigrati in attesa di espulsione, e che sei di loro erano morti perché i secondini non li avevano liberati durante l'incendio. Nel dibattito che ne seguì, l'opinione pubblica tedesca apprese con stupore che gli stranieri irregolari, e anche i richiedenti asilo, erano spesso trattenuti in strutture detentive, in violazione delle garanzie costituzionali.
Queste vicende mostrano quanto apparisse "scandalosa", all'epoca, l'idea stessa della detenzione amministrativa. L'opinione pubblica, non abbastanza "assuefatta" alle politiche restrittive, reagiva ancora con sdegno alle pratiche di internamento degli stranieri irregolari. Per molti commentatori, queste pratiche rappresentavano uno stravolgimento dello stato di diritto: individui che non avevano commesso alcun reato, che erano semplicemente sans p apiers, venivano trattati alla stregua dei peggiori criminali.
Nel corso degli anni, però, queste reazioni di indignazione si fecero via via meno intense, e le pratiche detentive vennero gradualmente accettate dall'opinione pubblica.
A questo processo di progressiva "normalizzazione" contribuì il sapere giuridico: chiamati ad esprimersi sul trattenimento, infatti, i tribunali finirono per avallarne la legittimità, pur richiamando gli Stati al rispetto di alcune garanzie procedurali (durata massima della detenzione, coinvolgimento dei giudici per la convalida dei provvedimenti, diritto alla tutela legale per gli stranieri trattenuti ecc.).
Così, la detenzione amministrativa è stata progressivamente "incorporata" nelle procedure ordinarie di trattamento dell'immigrazione irregolare, e si è diffusa in tutto il Continente: secondo una stima molto approssimativa esistono oggi, sul territorio dell'Ue, almeno 230 centri di detenzione variamente denominati.
Tali centri, peraltro, non agevolano affatto le espulsioni: meno del 40% dei migranti destinatari di un provvedimento di rimpatrio ha effettivamente lasciato il territorio dell'Ue, e questa percentuale non ha subito alcuna variazione con l'aumento del periodo massimo di detenzione. L'escalation dí misure restrittive si dimostra inefficace sul suo stesso terreno, quello del contenimento delle migrazioni.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 25 ottobre 2019
Alla Camera, 50 parlamentari promuovono il testo di iniziativa popolare. Radicali italiani, Associazione Luca Coscioni e il malato Walter De Benedetto ricevuti dal presidente Roberto Fico. Nasce alla Camera un intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis, e al presidente Roberto Fico vengono consegnate altre 25 mila firme a sostegno della proposta di legge d'iniziativa popolare "Legalizziamo" presentata a Montecitorio dall'Associazione Luca Coscioni e dai Radicali italiani nel 2016 e sottoscritta da oltre 68 mila persone. Una legge che da allora giace in qualche cassetto e non è ancora mai stata calendarizzata.
"Sono oltre 50 le adesioni all'intergruppo parlamentare, e molte altre stanno arrivando", fa sapere uno dei promotori, Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa. Sono soprattutto deputati del M5S, del Pd e di Leu, ma anche di Italia Viva e del Gruppo misto. Al momento, ancora nessuno del centrodestra, anche se Magi non perde le speranze: "Li solleciterò ancora, e spero che, come è già accaduto, arrivi l'adesione di quei liberali che vedono nella legalizzazione della cannabis una misura ragionevole di riduzione del danno e di lotta alla criminalizzazione". "La prima richiesta - precisa il deputato radicale - sarà la calendarizzazione della legge di iniziativa popolare del 2016 e l'avvio di un dibattito parlamentare sul tema, anche perché lo stesso presidente Fico ha più volte assicurato la priorità che avrebbe dato alle leggi che provengono dall'impulso dei cittadini".
Una promessa che è stata ricordata al pentastellato presidente della Camera che mercoledì, poco dopo l'inizio della manifestazione antiproibizionista convocata davanti a Montecitorio, ha ricevuto una piccola delegazione composta, tra gli altri, da Filomena Gallo, Segretaria dell'associazione Coscioni, Antonella Soldo, Tesoriera di Radicali Italiani, e Walter De Benedetto, il malato di artrite reumatoide che nei giorni scorsi ha scritto una lettera e lanciato un accorato appello al premier Conte, ai ministri della Salute e della Difesa, e al Parlamento, per chiedere un incremento della produzione statale di cannabis terapeutica. All'uomo infatti sono state sequestrate recentemente, ad Arezzo, 9 piante di marijuana coltivate per uso personale.
"Rischio il carcere per curarmi", ha spiegato De Benedetto facendo notare che la richiesta di farmaci cannabinoidi è superiore alla produzione statale nello stabilimento militare di Firenze, e all'importazione dei prodotti dall'Olanda e, nel 2018, anche dalla Germania (secondo il governo il fabbisogno nazionale è di mille kg, ma non ci sono dati sul numero di malati che ricevono il prodotto).
I malati come lui hanno sempre meno accesso a questo tipo di cura, che comunque continua ad essere molto costosa, malgrado dal 2012 una quindicina di Regioni hanno adottato leggi per rimborsare alcuni prodotti. Si rischia di spingere i pazienti verso il mercato criminale. "Legalizzare la cannabis - spiega il radicale Marco Percuca - vuol dire eliminare i costi del proibizionismo e togliere lavoro alla criminalità organizzata". Il M5S si è sempre dichiarato favorevole alla legalizzazione. È il momento di dimostrarlo con i fatti.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 25 ottobre 2019
Immigrazione. Non passa per due voti la proposta di sinistra e verdi. M5s decisivo: si astiene e dà il via libera al muro alzato da destra e sovranisti. All'appello mancano anche 4 voti socialisti. Il parlamento europeo, con due soli voti di scarto, ha respinto ieri la risoluzione sui salvataggi in mare dei migranti che chiedeva di aprire i porti alle ong. La maggioranza che ha eletto Ursula von der Leyen presidente della Commissione Ue non ha tenuto mentre la destra è stata compatta. La plenaria ha bocciato il testo con 290 voti contrari, 288 a favore e 36 astenuti. Tra gli astenuti, risultati quindi decisivi, la pattuglia M5s (che conta 14 deputati) scatenando così in Italia una nuova polemica tra alleati nel governo Conte bis.
La proposta di Risoluzione invitava gli stati membri "a mantenere i loro porti aperti alle navi, comprese le navi delle ong, che hanno effettuato operazioni di salvataggio". Al testo era stato aggiunto un emendamento presentato dai Socialisti, Verdi e 5Stelle, che chiedeva "un meccanismo permanente e obbligatorio di ricollocamento per gli arrivi via mare". La risoluzione chiedeva anche di "potenziare le operazioni proattive di ricerca e soccorso, fornendo una quantità sufficiente di navi e attrezzature per le operazioni lungo le rotte sulle quali possono contribuire al salvataggio di vite umane". Il testo menzionava anche una nuova missione Ue "coordinata da Frontex" o una serie di "operazioni internazionali, nazionali o regionali distinte, preferibilmente civili".
Amaro il commento del presidente della commissione Libe, il socialista Juan Fernando Lopez Aguilar: "Piangiamo le vittime delle reti mafiose che trafficano persone e per due voti non si è potuto trasmettere un messaggio di solidarietà, non solo con chi perde la vita ma anche con gli stati membri perché ci sia un meccanismo europeo di salvataggio".
A votare contro sono stati gli eurodeputati dell'Ecr (Conservatori e Riformisti), di Identità e Democrazia (il gruppo di cui fa parte la Lega), il Ppe, più una decina di liberali di Renew Europe (per lo più di paesi dell'Est) ma anche quattro socialisti e un deputato della Gue/Ngl (sinistra). A favore la maggioranza della Gue, dei Liberali, dei Socialisti&democratici (di cui fa parte il Pd) più i Verdi. Se lo schieramento socialista avesse votato compatto a favore, la risoluzione sarebbe passata. Ma a causa dell'astensione dei 5 stelle, in Italia è di nuovo cresciuta la tensione nella maggioranza di governo. I grillini hanno provato a scaricare la responsabilità su Socialisti e Verdi: "Avevamo presentato degli emendamenti che restituivano concretezza a un testo vago - ha spiegato l'europarlamentare Laura Ferrara -. Al paragrafo sull'apertura dei porti chiedevamo il rispetto delle leggi internazionali e di altre leggi applicabili, con un emendamento cofirmato da M5s e dai gruppi Verdi e S&d. Il rimando esplicito al rispetto della Carta dei diritti umani e delle leggi e convenzioni internazionali metteva a tacere chi voleva sintetizzare le nostre proposte come emendamenti anti-Carola. Questi emendamenti non hanno trovato il sostegno della maggioranza, da qui l'astensione".
Il nodo insuperabile sarebbe stato quindi in quel "altre leggi applicabili", in cui evidentemente far rientrare i decreti Sicurezza approvati ai tempi del governo giallo verde a cui Luigi Di Maio non vuole rinunciare. Il capo politico pentastellato ieri ha esultato sui social: "In Europa siamo l'ago della bilancia. L'Italia non può farsi carico da sola di un problema che riguarda tutta l'Ue!".La bocciatura ha provocato il tripudio di Matteo Salvini: "Schiaffo alla maggioranza delle poltrone Macron-Pd-5Stelle-Renzi. Vittoria della Lega e dell'Italia: non perdoniamo chi infrange le nostre leggi, vuole riempirci di clandestini spalancando le porte alle ong e ha messo a rischio la vita dei finanzieri, come fatto da Carola Rackete. Rialziamo la testa, a cominciare da domenica quando gli umbri spazzeranno via l'inciucio Pd-5Stelle". Sul carro dei vincitori sono saliti anche Fi e Fdi, a destra è stata una gara a intestarsi il risultato. L'azzurra Mariastella Gelmini ha affondato il colpo: "Si sono spaccati i partiti che sostengono l'esecutivo. Qual è, dunque, la posizione del governo italiano sul tema?".
Imbarazzo in casa dem: "L'astensione del M5s segnala un problema rilevantissimo. Non credo sia possibile costruire un'alleanza con un movimento che ha una posizione sostanzialmente molto simile a Salvini sui salvataggi" ha dichiarato il presidente dei senatori, Andrea Marcucci. E Matteo Orfini: "Inseguire Salvini sul suo terreno è la specialità dei 5S. Lo dico a chi insiste nel proporci di costruire con loro un nuovo centrosinistra: aprite gli occhi". L'eurodeputato e medico di Lampedusa, Pietro Bartolo il più amaro: "Il rammarico maggiore è per l'astensione dei 5S, che sembrano aver dimenticato che non governano più con la Lega ma col Pd". Da +Europa Della Vedova non rinuncia a una stoccata: "Il partito di Di Maio ha votato i decreti sicurezza di Salvini e si comporta di conseguenza. Il Pd, per rivendicare coerenza, dovrebbe prima chiedere di cancellarli".
di Elvira Serra
Corriere della Sera, 25 ottobre 2019
La donna che nella locandina si tiene la testa tra le mani, probabilmente non lo fa perché ha appena subìto una violenza, ma perché ha visto l'elenco dei relatori. Tutti maschi. Nel convegno intitolato "Dai maltrattamenti all'omicidio. L'analisi della legislazione in materia di violenza di genere" che si svolgerà il 4 novembre presso la Corte d'Appello di Roma nell'"Aula Europa", sono maschi i "dottori" che faranno i saluti: Giovanni Mammone, primo presidente della Corte di Cassazione, e Giovanni Salvi, procuratore generale della Repubblica di Roma. Sono maschi gli 8 relatori: Maurizio Block, procuratore generale militare presso la Corte di Cassazione, Francesco Paolo Tronca, consigliere di Stato, Costantino De Robbio, gip del Tribunale di Roma, Stefano Pizza, sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma, Gian Maria Fara, presidente dell'Eurispes, Roberto De Vita, presidente dell'Osservatorio IT e sicurezza Eurispes, Fabio Iadeluca, sociologo e criminologo, Michele Scillia, criminologo. Ed è maschio il moderatore: Pierpaolo Rivello, già procuratore generale militare presso la Corte di Cassazione.
È bizzarro che sul tema della violenza di genere, dove il genere che la subisce di più è quello femminile, non sia stata prevista almeno la voce di una donna (non diciamo quattro, come prevede la legge Golfo-Mosca per i cda delle aziende quotate in Borsa). Sul perché di questa assenza (che faceva già notare su Twitter la giornalista di SkyTG24 Mariangela Pira), gli organizzatori con noi al telefono hanno replicato che "tutte le donne contattate erano già impegnate il 4 novembre".
Da cui si potrebbe concludere che le donne lavorano molto più degli uomini. Ma resta aperta una domanda? Davvero non c'erano altre magistrate, sociologhe, criminologhe da consultare? E poi ci sarebbe qualcosa da ridire anche sui relatori: hanno giudicato normale questo schieramento soltanto maschile? Perché, in realtà, un'alternativa era possibile. Lo scorso fine settimana si è svolto a Trento il Focus-Live, un Festival dedicato alla scienza. Carlo Miniussi, direttore del Centro Mente e Cervello dell'Università di Trento, doveva intervenire sul ruolo del tempo nell'interazione tra percezione e azione. Ma quando si è reso conto che le relatrici erano pochissime ha chiesto di farsi sostituire dalla collega Simona Monaco. E gli organizzatori hanno accolto subito il cambio.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 25 ottobre 2019
Lo scorso aprile la studentessa aveva avuto il coraggio di raccontare alla polizia che il preside della sua scuola coranica l'aveva toccata. Per questo era stata uccisa. Nusrat Jahan Rafi, 19 anni, era una studentessa appassionata che non tollerava le ingiustizie. Viveva a Feni, una piccola città 160 chilometri a sud di Dacca, in Bangladesh. Lo scorso sei aprile la ragazza è stata bruciata viva per avere denunciato il preside della sua scuola islamica che l'aveva molestata. Oggi le sedici persone rinviate a giudizio sono state condannate a morte. Tra loro c'è il dirigente della madrassa, Siraj Ud Doula, giudicato colpevole di essere il mandante dell'omicidio, organizzato "come un piano militare". E ci sono anche le due compagne di scuola che avevano attirato Nusrat nella trappola mortale.
Una storia orribile che ha scioccato il Bangladesh e scatenato un'ondata di proteste. Il 27 marzo Nusrat aveva raccontato che il preside l'aveva chiamata nel suo ufficio e l'aveva molestata. Lei era riuscita a fuggire e poi era andata alla polizia dove, invece di essere protetta dopo il trauma subito, era stata filmata da un agente con un telefono cellulare. Per il preside era scattato comunque l'arresto, tuttavia a Dacca e a Feni molta gente era scesa in piazza per chiedere il suo rilascio. Il sei aprile, nonostante tutto, la ragazza si era presentata a scuola per svolgere gli esami finali ma un'amica l'aveva attirata nella trappola mortale conducendola sul tetto dell'edificio con la scusa di aiutare un'altra studentessa in difficoltà. Di lì a poco erano giunte alcune persone, nascoste sotto dei burqa, che avevano chiesto alla ragazza di ritrattare le accuse e, davanti al suo categorico rifiuto,l'avevano legata, imbevuta di kerosene e le avevano fuoco. Il piano era di far apparire la morte un suicidio ma la ragazza, che aveva l'80% del corpo bruciato, era riuscita a raccontare al fratello, Mahmudul Hasan Noman, quello che era successo e ad identificare alcuni dei suoi assassini. Nusrat morì quattro giorni dopo, il 10 aprile. La sua testimonianza, filmata su un telefonino, è stata fondamentale per arrivare alla verità.
Le indagini - L'inchiesta sulla morte della studentessa ha svelato un vasto complotto per ridurre la giovane al silenzio, coinvolti persino due leader locali dell'Awami League Party, che è al governo. Tra i complici anche alcuni poliziotti che hanno tentato di sviare le indagini diffondendo l'informazione, falsa, che la ragazza si era suicidata.
Il processo - La macchina della giustizia si è mossa con incredibile velocità. Di solito per avere una sentenza in casi del genere ci vogliono anni, invece, questa volta, sono passati meno di cinque mesi dal rinvio a giudizio al verdetto. Il pubblico ministero Hafez Ahmed ha dichiarato alla stampa che "nessuno può cavarsela in Bangladesh se uccide". Il fratello della vittima si è detto soddisfatto e Mahila Parisha, presidente di un'associazione locale per i diritti delle donne, ha espresso la speranza che la "pena esemplare" possa essere un deterrente per i molestatori. All'indomani dell'omicidio il primo ministro Sheikh Hasina aveva assicurato che tutti i colpevoli sarebbero stati trovati e condannati. "Nessuno se la caverà" aveva promesso. E così è stato.
di Marta Oliveri
Italia Oggi, 25 ottobre 2019
Il governatore della California, Gavin Newsom, vuole mettere fine allo scandalo delle prigioni private. Se manterrà l'impegno, a gennaio la cercerazione dei detenuti negli istituti penitenziari privati non sarà più possibile, secondo quanto ha riportato Le Figaro.
Un nuovo progetto di legge è stato adottado dall'assemblea californiana presentato dal deputato democratico Rob Bonta, con l'obiettivo dichiarato di "proteggere la dignità dei detenuti delle imprese carcerarie interessate soltanto al denaro onnipotente".
Se il governatore Gavin deciderà di firmarla, le prigioni gestite da due società, Geo in Florida e CoreCivic in Tennessee, diventeranno illegali entro il 2028o al termine dei loro contratti con il dipartimento dei servizi penitenziari e di riabilitazione dello Stato. All'incirca 184 mila criminali e delinquenti sono attualmente rinchiusi nelle carceri della California.
A questi si aggiungono all'incirca 6.500 migranti che per la maggior parte sono rinchiusi in uno dei quattro centri di detenzione privati. La California era un mercato promettente per le carceri private, fenomeno che risale all'inizio degli anni 80 e che si deve principalmente alla guerra contro le droghe che ha determinato l'impennata della popolazione carceraria.
E, più di recente, alla detenzione quasi sistematica dei migranti irregolari. Inoltre, nè lo Stato, nè il governo federale hanno voluto finanziare la costruzione di nuove prigioni aprendo così le porte ai penitenziari privati di fronte anche al sovraffollamento dei detenuti giudicato incostituzionale da un tribunale federale nel 2009.
Settemila detenuti, circa il 5% della popolazione carceraria, era rinchiusa nelle prigioni private secondo l'ufficio federale dell'ispettorato generale del ministero della giustizia. A suo dire, gli istituti di pena privati spendevano meno per il personale ed erano meno sicuri della prigioni pubbliche tendendo a massimizzare i profitti con il maggior numero di prigionieri. Alla fine si è venuto a creare un conflitto di interessi con le prigioni pubbliche che tendevano, invece, a voler reinserire i detenuti nella società, alleggerendo i costi per i contribuenti.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 25 ottobre 2019
Trump di recente ha parlato dell'impeachment come di un colpo di Stato e si è detto vittima di un linciaggio: un termine off limits nella politica americana, dato che ha un significato più crudo di quello figurato diffuso da noi. "Domani mi compro un AR-15 (arma semiautomatica da assalto, ndr) perché se danno l'impeachment al mio presidente ci sarà un'altra guerra civile". Rob Drake, celebre arbitro del baseball americano ha subito cancellato questo suo tweet, ma il caso è esploso, anche perché i riferimenti sempre più frequenti alla guerra civile che dilaniò l'America a metà '800 stanno intaccando la diffusa convinzione che le istituzioni della democrazia Usa siano invulnerabili: abbastanza forti da resistere alle scosse di Trump e ad anni di paralisi politica, col Congresso bloccato fin dall'era Obama dal muro contro muro tra democratici e repubblicani. Un presidente che considera l'iperbole il suo linguaggio naturale alimenta questo clima fin da quando, due anni fa, difese i suprematisti bianchi che a Charlottesville si opponevano, anche in modo violento, alla rimozione della statua del generale sudista Robert Lee. Di recente ha parlato dell'impeachment come di un colpo di Stato e si è detto vittima di un linciaggio: un termine off limits nella politica americana, dato che ha un significato più crudo di quello figurato diffuso da noi.
Ma, che si tratti di effetto-Trump o che il presidente sia il prodotto del malessere diffuso nell'America "profonda", fatto sta che un clima da guerra civile cominciano a respirarlo in tanti: dal pastore battista (prontamente ritweettato da Trump) secondo il quale "l'impeachment creerà una frattura simile alla guerra civile dalla quale il Paese non guarirà mai" all'ex speaker della Camera Newt Gingrich per il quale "dal 1860 non siamo mai stati così vicini a una guerra civile culturale". E il conduttore tv della Fox Tucker Carlson elimina l'aggettivo culturale quando afferma che già un'eventuale legge contro la diffusione delle armi con un programma di buy back di quelle più pericolose "porterebbe a scontri armati". Il malessere di molti parlamentari repubblicani verso Trump è reale, ma sull'impeachment faranno quadrato perché altrimenti, avverte Hugh Hewitt, gli elettori li massacreranno. Hewitt, politologo reaganiano e presidente della Fondazione Nixon, è uomo di establishment, ma conosce come pochi la pancia dell'America grazie alla sua trasmissione radiofonica: "Per il 90% dei conservatori americani Trump non ha fatto nulla di illegale, i democratici cercano di inchiodarlo perché sanno che nel 2020 vincerà di nuovo".
Il Manifesto, 25 ottobre 2019
La risoluzione all'indomani della ripresa del "dialogo" tra procure. La famiglia: "Ennesima presa in giro". Il Parlamento europeo si schiera al fianco dell'Italia nel chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni. Con una risoluzione approvata ieri, Bruxelles denuncia le autorità egiziane per aver ostacolato le indagini sulla morte del ricercatore friulano e condanna le continue violazioni dei diritti fondamentali in Egitto, in particolare la libertà di espressione, di associazione e lo Stato di diritto.
Una presa di posizione importante, che arriva all'indomani della lettera di invito al Cairo per un incontro inviata al procuratore capo di Roma, tramite ambasciatore, dal procuratore generale egiziano Hamada al Sawi, "al fine di confermare la volontà di fare progressi nel campo della cooperazione giudiziaria tra i due Paesi nelle indagini sul caso Regeni".
Li chiama "progressi", il magistrato cairota, ma dal 2016, da quando Giulio Regeni venne torturato e ucciso in Egitto, le indagini sono ferme mentre i depistaggi sono continuati. Motivo per il quale un anno fa il parlamento italiano ha sospeso le relazioni diplomatiche con quello egiziano. Dal novembre dello scorso anno, quindi, non c'erano più contatti tra le due procure e, malgrado la ripresa del dialogo fosse stata sollecitata dallo stesso ministro degli Esteri Luigi Di Maio - il quale naturalmente ha accolto "positivamente" la notizia e l'ha divulgata - per la famiglia Regeni si tratta solo dell'ennesima "presa in giro".
Nella risoluzione, i deputati europei hanno denunciato la mancanza di un'indagine credibile e di un'assunzione di responsabilità, e hanno ribadito alle autorità egiziane la ferma richiesta di fare luce su quanto accaduto e punire i responsabili. Il testo invita poi i Parlamenti degli altri Paesi Ue a interrompere le relazioni con l'Egitto, seguendo l'esempio dell'Italia, e sottolinea che la situazione dei diritti umani nel Paese di Al Sisi giustifica un riesame delle relazioni e del sostegno finanziario che la Commissione Ue offre al Cairo.
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