di Andrea Rapino
Il Centro, 24 ottobre 2019
Calcio a 5 serie D, la Libertas Stanazzo di Lanciano vince il premio fair play per la seconda volta. Una festa speciale per una vittoria speciale: la Libertas Stanazzo, la squadra dei reclusi del carcere di Lanciano che partecipa al campionato di serie D di calcio a 5, ha vinto la seconda coppa disciplina in cinque anni di attività. Dopo la consegna nella cerimonia ufficiale a Chieti, lunedì scorso i vertici della Figc abruzzese hanno voluto celebrare il riconoscimento anche nell'istituto di pena, con i detenuti-calciatori e il loro allenatore Vittorio Di Meco, i dirigenti del club, cioè la direttrice dell'istituto di pena Lucia Avantaggiato e il responsabile del progetto Enrico Capitelli, e gli "accompagnatori", ovvero gli agenti di polizia penitenziaria.
"Mettiamoci in gioco" è il nome del progetto avviato nel giugno 2014, con l'allestimento di un campetto (col tempo migliorato) dentro il carcere e le prime selezioni tra i detenuti. Alla prima partecipazione la Libertas, composta in buona parte da campani e calabresi, è arrivata penultima ma terza nella coppa Disciplina. Nel 2015-16 ha vinto la prima coppa disciplina. Negli ultimi due anni poi sono migliorati anche i risultati sportivi, con un quarto e un quinto posto nella stagione regolare, una semifinale play off, oltre al secondo riconoscimento come squadra più corretta.
Per consegnare il premio sono entrati in carcere il presidente della Figc Abruzzo Daniele Ortolano, il vicepresidente vicario Ezio Memmo, il responsabile regionale del calcio a 5 Salvatore Vittorio e il responsabile nazionale Sandro Di Berardino, Daniele Martone della delegazione Figc di Vasto che cura l'organizzazione del girone, e Ivan Geniola, che per la delegazione vastese assiste la Libertas nelle questioni logistiche e burocratiche. A detenuti e direttrice, insieme alla coppa, è stato affidato anche il pallone d'oro come miglior progetto sociale, uno dei riconoscimenti ideati per i 60 anni della Lnd presieduta da Cosimo Sibilia.
Ai nove detenuti ancora in carcere tra quelli che erano in squadra nell'ultimo anno, è andato anche un encomio particolare della direzione del penitenziario, e nell'occasione poi sono stati presentati gli otto "nuovi acquisti" che integrano la rosa per il campionato 2019-2020 che prende il via il 2 novembre. "Dopo tante vittorie nella disciplina, ci auguriamo adesso che arrivi la vittoria del campionato", ha stuzzicato la direttrice nel suo intervento, "anche se una vera vittoria sarebbe riuscire a giocare almeno una partita fuori dal carcere". Tutte le gare della Libertas, d'accordo con le altre squadre, vengono infatti ospitate nel penitenziario di Villa Stanazzo. Lunedì nell'istituto di detenzione di Lanciano erano presenti anche delegazioni di altre squadre: Real Casale di Casalbordino, Sant'Eusanio e Torino di Sangro che sono nello stesso girone, e del club di Cerchio presieduto da Gianluca D'Amore, che gioca invece nel girone aquilano di serie D. I cerchiesi hanno conosciuto la Libertas durante la premiazione generale a Chieti, hanno deciso di donargli due divise di gioco, e durante l'anno verranno a Lanciano per un'amichevole.
letture.org, 24 ottobre 2019
Prof.ssa Francesca Vianello, lei è autrice del libro "Sociologia del carcere" edito da Carocci: quali prospettive teoriche sono impegnate nell'analisi sociologica dell'istituzione penitenziaria?
Il testo presenta in modo introduttivo le principali prospettive che in ambito sociologico si sono confrontate con il tema del carcere. Ogni capitolo si apre con alcune domande a cui le diverse letture hanno tentato di offrire una risposta. Il primo capitolo è dedicato alle analisi proposte dagli storici sociali che hanno voluto cercare una risposta alla domanda: quando e perché nasce il moderno penitenziario? Come ben sottolinea Cohen, se pare esservi un generale consenso sull'epoca storica che vede l'emergere ed il consolidarsi del carcere come lo conosciamo oggi, molto diverse sono le spiegazioni offerte del perché, ovvero in risposta a quali esigenze sociali, il carcere si sia affermato quale risposta al fenomeno criminale. Il secondo capitolo affronta invece un'altra importante domanda: a che cosa serve il carcere, quali sono le sue funzioni? Si tratta della prospettiva sociologico-giuridica che, senza affidarsi alle risposte che la scienza del diritto offre da un punto di vista interno, si confronta con la criticità delle funzioni dichiarate del carcere e con la necessità di indagare anche da un punto di vista sociologico ed empirico i principi fondativi della sanzione detentiva. Il terzo capitolo propone invece una panoramica delle diverse teorie che si sono occupate di descrivere l'organizzazione della vita sociale all'interno del carcere, rispondendo così alla domanda: come si struttura la quotidianità penitenziaria? A che processi vanno incontro gli attori sociali che entrano nell'istituzione totale? Sono temi a cui tengo molto perché introducono l'opportunità di promuovere la ricerca sociologica all'interno degli istituti penitenziari che in Italia si sta sviluppando, con grande ritardo, solo negli ultimi anni. L'ultimo capitolo risponde alla domanda: chi c'è oggi in carcere? Qual è la composizione sociale della popolazione detenuta? Quali sono le criticità con cui le più recenti normative devono confrontarsi? E, infine, a che esigenze le recenti proposte di riforma del carcere non hanno saputo rispondere?
Quali sono le origini del carcere e i suoi successivi modelli di sviluppo?
Come si diceva, se esiste un consenso sull'epoca in cui, a cavallo tra Settecento e Ottocento, la reclusione diventa il principale strumento sanzionatorio in ambito penale e il vecchio sistema di imprigionamento si trasforma in quello che Beaumont e Tocqueville definiranno il nuovo sistema penitenziario, contrastanti sono invece i tentativi di ricostruzione del perché ciò avvenga. A fini analitici il testo ricostruisce e propone tre letture: la prima, riferibile al modello idealista, presenta il carcere odierno come il punto di arrivo di una storia di riforme aventi come obiettivo l'umanizzazione della pena. Si tratta di un mito fondatore, in Italia riferibile alle teorizzazioni di Beccaria, che ancora oggi legge il consolidarsi del penitenziario come il risultato di un processo evolutivo in campo culturale, del progresso scientifico e dell'evolversi delle sensibilità. In tempi più recenti questo modello saluta il potenziamento del trattamento penitenziario e il recente emergere dei diritti dei detenuti come delle conquiste che progressivamente rafforzano il volto umano del carcere. Una lettura diversa dei modelli di sviluppo del carcere pone invece l'accento sulla relazione tra congiuntura economica e forme del penitenziario moderno. Si tratta del modello strutturalista che, a partire dagli studi di Rusche e Kirchheimer ripresi in Italia da Melossi e Pavarini nel testo "Carcere e fabbrica", propone una spiegazione storico-materialista dei cambiamenti delle pratiche penali. È un modello che, aggiornato, è sostenuto ancora oggi da chi ritiene di dover cercare nell'economia politica di un dato periodo storico gli elementi che fondano l'evoluzione delle pene. Un terzo modello, che nel testo viene definito disciplinare, individua invece le origini della prigione nelle esigenze storicamente determinatesi dell'ordine sociale. In origine l'istituzione carceraria sarebbe deputata alla segregazione e al disciplinamento di quella massa di persone, mobile e senza lavoro, che rappresenta una minaccia per l'emergere del moderno ordine sociale. Di questo modello rimane oggi l'idea, empiricamente discutibile, che il trattamento penitenziario possa "rieducare" il detenuto, ricondurlo alla funzionalità e favorirne il reinserimento sociale.
Quali sono i principi fondativi della pena detentiva?
Storicamente i principi fondativi della pena detentiva sono rinvenibili nella filosofia retributiva, riconducibile alla scuola classica del diritto penale, e nella filosofia della rieducazione, discendente dalle teorizzazioni della scuola positiva del diritto penale. Le teorie del primo tipo sono conosciute come teorie assolute della pena, nella misura in cui sanciscono un valore della retribuzione in sé, indipendentemente dalla sua utilità sociale. La pena per essere equa dev'essere proporzionale al danno commesso e certa nella sua durata. L'attore sociale immaginato dalla scuola classica è infatti un soggetto razionale, in grado di prevedere i rischi che si assume con il proprio comportamento nel contesto delle norme e delle sanzioni vigenti. Le teorie positiviste invece hanno in mente un attore sociale completamente diverso, influenzato da fattori ambientali e sociali esterni, dalla disponibilità di risorse e opportunità, e tendono a legare la criminalità alla presenza di uno svantaggio sociale: una famiglia "disfunzionale", l'appartenenza ad una "subcultura", una condizione di marginalità sociale possono concorrere, in una prospettiva eziologica, a spiegare il comportamento criminale. Da qui discende l'opportunità di mettere a disposizione risorse utili al trattamento e alla rieducazione del condannato e di modulare la pena in risposta al riscontro in termini di comportamento intramurario. Secondo alcuni la funzione rieducativa sarebbe una funzione accessoria della pena, il cui valore assoluto rimarrebbe nella retribuzione del danno provocato dal reato. Nonostante che sia sempre citato a sostegno del fondamento rieducativo della pena detentiva, non aiuta la dicitura dell'articolo 27 della nostra Costituzione che, pur avanzando in modo esplicito l'idea che la pena debba "tendere alla rieducazione del condannato", non arriva fino a negare legittimità ad una giustificazione meramente retributiva della pena detentiva.
In che modo è possibile studiare il carcere come mondo sociale e analizzare le dinamiche della vita detentiva?
Da un punto di vista sociologico il carcere può essere studiato come una società particolare, un ambiente morale e sociale unico, al cui interno si possono analizzare, quasi fosse un laboratorio delle relazioni umane, dinamiche sociali utili alla comprensione della società più ampia. A partire dagli interessi che hanno mosso le prime ricerche di sociologia carceraria, interessate alla natura, alle conseguenze e ai limiti dei sistemi di dominio, è possibile guardare al carcere per domandarsi: come si costruisce l'ordine all'interno di un mondo sociale composito e differenziato? Come si gestisce il conflitto? Quali sono i meccanismi della socializzazione alla subcultura carceraria, quali le pratiche dell'oppressione e le possibilità di resistenza (visto che, come notoriamente sostenuto da Foucault, dove c'è potere c'è sempre resistenza)? E ancora: quali sono le conseguenze della diseguaglianza sociale, delle relazioni di potere, della convivenza interculturale? L'idea sottesa all'osservazione etnografica del campo del penitenziario è che il carcere possa costituire un laboratorio all'interno del quale riscontrare in forma cristallizzata dinamiche e tendenze che in forma diluita - e quindi meno immediatamente visibile - sono onnipresenti nella vita sociale. Mi preme dire che perché questa linea di ricerca sia percorribile è assolutamente necessario che la sociologia carceraria si riconosca - e venga riconosciuta - come un ambito autonomo di studio e di ricerca, e abbandoni gli intenti correzionali che definiscono il terreno della cosiddetta "criminologia amministrativa". Detto più chiaramente, e non intendendo trascurare in alcun modo le possibili implicazioni politiche dei risultati della ricerca sul carcere, va ribadito che compito della sociologia carceraria non è quello di porsi al servizio dell'amministrazione della pena ma, semmai, di promuovere una proficua riflessione sulle sue pratiche e le sue finalità.
Qual è la composizione sociale della popolazione detenuta?
Nel corso di Sociologia della devianza presento ai miei studenti il carcere come il precipitato delle politiche di criminalizzazione. Dopo aver spiegato che la configurazione del fenomeno criminale è il risultato di processi selettivi (la selezione dei beni degni della tutela rafforzata offerta dalla legge penale, la selezione attuata attraverso le pratiche investigative delle forze dell'ordine e la selezione prodotta dalle attività interpretative dell'autorità giudiziaria) andiamo a vedere qual è la composizione sociale della popolazione detenuta: tendenzialmente, ovunque, povera gente. In Italia la popolazione detenuta è costituita prevalentemente da uomini adulti relativamente giovani (tre quarti della popolazione detenuta ha tra i 25 e i 50 anni) con un limitato livello di istruzione, trascorsi di dispersione scolastica (che a volte vengono recuperati proprio in carcere), di disoccupazione o di precarietà lavorativa. Tra i detenuti italiani, la provenienza regionale vede una netta prevalenza delle regioni più povere del Sud Italia. Si tratta di una popolazione socialmente debole, senza significative risorse personali e di contesto. La situazione è aggravata dalla cospicua presenza di detenuti stranieri, circa un terzo del totale, con punte anche del 50% negli Istituti del Nord. Tale realtà, risultato congiuntamente di condizioni di vita particolarmente precarie e di controlli maggiormente restrittivi nei confronti dei migranti, è riferibile spesso a reati di lieve o media entità e collegabile soprattutto alla rilevanza che per gli stranieri assume la custodia cautelare, non presentandosi per loro quelle condizioni di affidabilità sociale (una casa, un lavoro, un sostegno esterno) che consente agli Italiani di evitare il carcere. Altri fenomeni rilevanti per la composizione della popolazione detenuta sono la tossicodipendenza (sono più di un terzo i detenuti presenti per violazione delle leggi sulla droga) e il disagio mentale. Complessivamente possiamo dire che il carcere si presenta a tutti gli effetti come un contenitore della marginalità sociale.
Quali sono le problematiche emergenti sulle condizioni di detenzione e i diritti dei detenuti?
Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha condannato il nostro Paese per trattamento inumano e degradante, a causa dello stato deplorevole in cui spesso si trovano a vivere i detenuti. Il problema principale (ma non l'unico) è stato individuato nel sovraffollamento, che oltre a costringere i detenuti in spazi vitali indegni finisce sempre per avere delle ripercussioni sulla disponibilità di risorse materiali e trattamentali all'interno degli Istituti. Negli anni successivi abbiamo assistito ad una serie di interventi legislativi tesi a contenere il fenomeno promuovendo delle alternative al carcere in entrata e un potenziamento delle pene alternative al carcere già esistenti in uscita. Tra il 2015 e il 2016 gli Stati generali dell'Esecuzione penale hanno rappresentato un originale esperimento di riflessione e discussione sul carcere creando importanti aspettative di riforma. In questa sede sono emerse, all'interno dei 18 Tavoli di discussione composti da più di 200 esperti sul territorio nazionale, le principali criticità relative all'urgenza di un potenziamento dell'esecuzione penale esterna e, dentro al carcere, la necessità di una maggior tutela dei diritti dei detenuti. Importanti elaborazioni hanno riguardato i temi della salute, del lavoro e dell'affettività, ma anche le forme della gestione degli istituti e i rapporti con i servizi territoriali. La successiva discussione alla Camera ha portato nel 2017 all'emanazione di una legge delega per la riforma dell'ordinamento penitenziario da realizzarsi entro un anno. Purtroppo, in un clima particolarmente acceso per la prossimità della cadenza elettorale, i decreti attuativi della legge delega hanno saputo tradurre solo in minima parte l'esito delle riflessioni avanzate dagli esperti, con il sacrificio di alcune importanti proposte che avrebbero inciso significativamente sulla qualità della vita detentiva.
Francesca Vianello, ricercatrice confermata in Sociologia del diritto, della devianza e del mutamento sociale, insegna Sociologia della devianza presso l'Università di Padova. È direttrice del Master interateneo in Criminologia critica e sicurezza sociale delle Università di Padova e di Bologna. Responsabile scientifico di progetti europei e nazionali sulle condizioni di detenzione, è autrice di numerose pubblicazioni nell'ambito della sociologia del diritto penale e della sociologia carceraria.
di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 24 ottobre 2019
La condizione fondamentale per la cittadinanza non è il luogo di nascita, ma il ciclo di studi o un corso professionale, condividendo comuni aspirazioni di futuro. La scorsa legislatura si è persa un'occasione: risolvere il problema dei bambini, figli di stranieri, cresciuti in Italia ma senza cittadinanza italiana. Una svista grave di due governi dalla forte presenza del Pd, tanto da far pensare che sia stata voluta. Eppure una proposta c'era, approvata alla Camera e giacente al Senato fino alla fine della XVII legislatura. Non è mai stata calendarizzata, lasciando il campo a un dibattito mal impostato e gridato. Sono stati gli avversari a dare il nome di ius soli al provvedimento per la cittadinanza, considerandolo un'apertura indiscriminata agli stranieri. Lo ius soli è l'acquisizione della cittadinanza da parte dei nati sul territorio dello Stato anche da genitori stranieri. Come negli Stati Uniti, dove la Costituzione concede la cittadinanza ai nati in terra americana.
In realtà, la proposta di legge prevedeva tre fattispecie: l'acquisizione della cittadinanza per i nati in Italia da almeno un genitore titolare di diritto di soggiorno permanente; l'acquisizione della cittadinanza da parte di minore straniero (in Italia entro i 12 anni) che avesse frequentato un ciclo scolastico o formativo; l'acquisizione per i giovani arrivati dopo i 12 anni che si sono poi diplomati. Queste ultime due fattispecie sono lo ius culturae, che insiste sulla cultura italiana per ottenere la cittadinanza. Per l'Italia, paese di transito, è molto più appropriato lo ius culturae: un'espressione che avevo lanciato alla fine del 2011 - non a caso - quand'ero ministro dell'integrazione e della cooperazione del governo Monti. Supera gli automatismi dello ius soli e dello ius sanguinis. Valorizza il processo d'integrazione del bambino, figlio di stranieri, nato in Italia o arrivato nel paese.
La condizione fondamentale non è il luogo di nascita, ma il ciclo di studi o un corso professionale. Studi, cultura e lingua portano a integrarsi, mentre si condividono comuni aspirazioni di futuro. Corrisponde anche alla storia nazionale, dove sentirsi italiani - ricordava Federico Chabod - è fatto di volontà e cultura, non etnico. Far crescere ragazzi di origine non italiana assieme agli italiani nelle scuole (uno su dieci è non italiano nelle classi), senza riconoscere loro il diritto di acquisire la cittadinanza, significa non avviare il processo d'integrazione. Questi ragazzi fanno gli studi dei loro compagni italiani, ne parlano la lingua, hanno passioni e gusti simili, pensano il futuro in Italia, ma in radice sono diversi: non si pensano come cittadini italiani. È un'ipoteca alla formazione che li segna da giovani, tanto più assurda, quanto è evidente che l'Italia avrà bisogno di loro, come gli imprenditori sanno.
È quindi da salutare positivamente la ripresa dell'iter parlamentare della legge sull'acquisizione della cittadinanza da parte dei minori, sotto la forma dello ius culturae. Se approvata, porterà alla cittadinanza 800.000 giovani, che vivono in Italia da anni, di cui 166.000 studenti. La prospettiva è un'integrazione efficace per evitare ghetti e mondi a parte, terreno di scontri etnici e di radicalizzazioni. È una prospettiva che impegna anche i genitori dei ragazzi sulla via dell'integrazione. È questo l'aspetto su cui lavorare, più che fermarci a un dibattito sterile (anche se forse pagante in termini elettorali). L'italiano sa bene, nella vita quotidiana, a causa di un parente anziano o di necessità domestiche, il valore dei lavoratori stranieri. Apprezza il volto "domestico" dell'emigrazione. La paura viene, quando si guarda al fenomeno da fuori come una massa minacciosa. Gli studiosi mostrano come la paura renda la percezione smisurata. L'integrazione è garanzia per tutti, italiani e non italiani. Giustamente, ha dichiarato il presidente della Cei, card. Bassetti: l'integrazione "senza un riconoscimento normativo sarebbe un contenitore vuoto".
Un grande italiano, il presidente Carlo Azeglio Ciampi, cui molto dobbiamo per una rinata narrativa dell'identità nazionale, nel 2004, consegnando il diploma di lingua della Dante Alighieri agli studenti stranieri, auspicò, per chi lavorava in Italia, "il conseguimento della cittadinanza italiana": "Dovrebbe essere possibile ottenerla in un lasso di tempo inferiore a quello richiesto oggi, ma condizionato ad alcuni fondamentali requisiti". Prima di tutto - spiegò - la conoscenza certificata della lingua, poi l'adesione ai principi della Costituzione anche attraverso il giuramento. Purtroppo, in quindici anni, il dibattito si è allontanato da questo sano realismo, mentre il tema immigrazione fa emergere le paure che si nascondono nel cuore di una popolazione invecchiata e spaesata. Le grandi trasformazioni degli ultimi due decenni "globali" (tra cui il contatto con gli emigrati) sono avvenute senza preparazione e investimento culturale. Non solo gli immigrati in Italia ma anche gli italiani hanno un grande bisogno d'investimento sulla cultura.
di Ezio Menzione
Il Dubbio, 24 ottobre 2019
Il calvario dei legali rinchiusi nel famigerato carcere di Sliviri. Vado incontro al collega pistoiese Andrea Mitresi di ritorno, come mi racconta, da una Istanbul pavesata di bandiere turche non solo sui luoghi pubblici, ma che sventolano, enormi, anche dai grattacieli di periferia; dove i giocatori di calcio sul campo fanno il saluto militare; dove secondo i sondaggi l'80% dei turchi sarebbe d'accordo con l'aggressione alla Siria, e se si pensa che i curdi sono il 18% della popolazione, significa che tutti i turchi sarebbero consenzienti, per quanto valgono i sondaggi specie da quelle parti e con quel regime. Del resto 6 giorni fa tutto il parlamento ha ratificato l'iniziativa di Erdogan di scendere in guerra, lasciando all'opposizione solo il partito democratico curdo, l'Hdp (11%).
Mitresi, che è andato come Osservatore Internazionale dell'Ucpi, è ancora palesemente turbato da quanto ha visto e ascoltato nella missione, la prima per lui. I colleghi turchi e associazioni europee di avvocati avevano convocato un meeting a Istanbul per esaminare la situazione creatasi per la giustizia turca a seguito delle udienze e della sentenza del marzo scorso contro 18 avvocati, di cui 6 in carcere da quasi due anni. Di questo processo il Dubbio ha dato ampiamente conto con dovizia di particolari, raccapriccianti per chi ha a cuore le regole del processo e il diritto di difesa: è inutile raccontarlo di nuovo.
"Ma il momento cruciale della missione era la visita nel supercarcere di Silivri da parte degli avvocati stranieri ai colleghi detenuti. Si immagini un po': un complesso di 9 padiglioni per 23.000 detenuti in una zona ben lontana dalla città. Nel padiglione in cui stanno in isolamento i colleghi ci sono 5.000 detenuti. I colleghi sono in un'ala in cui ci sono gli isolati (su 6, tre in totale isolamento, ma 3 in un'altra cella assieme, ma senza contatti con gli altri detenuti)", racconta Mitresi, riportando le parole di Selgiuk Kosagacli, il presidente dell'associazione di avvocati Chd, che ha riportato più di 11 anni di pena in primo grado (altri sono arrivati a più di 18). Lo stesso Selgiuk, dopo tanta carcerazione sempre nelle stesse condizioni, ormai si lamenta: "È l'isolamento la tortura maggiore; le strutture carcerarie non sarebbero neanche male; mentre il personale è decisamente ostile nei nostri confronti. Del resto anche la nostra visita si è caratterizzata per un estenuante controllo: tre filtri, anche con analisi dell'iride e del viso, per accedere poi ad uno spazio angusto, dove a malapena sta un tavolo, e dove incontri non più di un detenuto, con le pareti tutte di vetro e le guardie al di là del vetro".
Ma l'incontro, svoltosi lunedì scorso, ha riservato a Mitresi anche una specie di colpo di teatro. Quando ha lasciato il collega detenuto Behic per incontrare Selgiuk, proprio in quel frangente, i militari (che fanno le veci delle guardie penitenziarie a Silivri), hanno notificato a Selgiuk l'esito dell'appello contro la sentenza del marzo scorso. Si aspettava la sentenza da almeno due mesi ed era dubbio se sarebbe stata emessa in pubblica udienza o in camera di consiglio.
Data l'importanza del caso e la corposità delle questioni sollevate, sembrava logico che si discutesse in pubblica udienza. Niente affatto. Decisione presa in udienza "camerale", senza nessuno, e di rigetto di ogni capo di appello con una motivazione di tre paginette che non elenca nemmeno i motivi di gravame, ma semplicemente conferma le condanne "perché prese conformemente alla legge". "Io ero allibito", ammette Mitresi "e sono sicuro che l'hanno notificata proprio in quel momento, di fronte anche a me e con altri colleghi stranieri nei paraggi apposta per jattanza, per ribadire che loro possono fare quello che vogliono, che si sentono legibus soluti.
Ma Selgiuk ha sorriso e non ha fatto una piega perché, dice, se l'aspettava ed anche il fatto che non motivino sarà elemento che rafforzerà la nostra posizione in Cassazione. Certo, questo significa un'attesa di un altro annetto in carcere". In carcere, lo si è detto, ci sono 6 colleghi su 18, ma ora rischiano un mandato di carcerazione anche gli altri 12, poiché il merito è definitivo.
Soprattutto è definitivo per chi ha preso una condanna inferiore ai 5 anni e, per legge, non può accedere al Supremo Collegio. Ma qui si situa un secondo colpo di scena: il parlamento turco, proprio due giorni fa, ha varato un "pacchetto giustizia" che, per quanto riguarda il penale, consente anche a chi ha riportato condanna inferiore ai 5 anni di ricorrere in Cassazione. "Così vanno le cose in questa Turchia, quando si crede di toccare il fondo, ma proprio il fondo, ecco che un nuovo provvedimento ti dà una boccata di ossigeno", osserva Mitresi.
"Abbiamo incontrato anche il Presidente del Consiglio dell'Ordine di Istanbul (Istanbul Barosu) tutto impettito e incravattato" racconta Mitresi, "e sapendo che è assai vicino alla maggioranza governativa, non mi aspettavo grandi discorsi di solidarietà. Invece, attorno a questo caso anche lui è rimasto assai indignato. "Non mi esprimo e non potrei farlo nel merito della vicenda, ma ciò che è accaduto dal punto di vista processuale e del diritto di difesa, è stato scandaloso.
Peccato che i media non abbiano colto questo dato, perché è stato un vero e proprio terremoto per tutta la categoria dei difensori. Meno male che c'è la Cassazione". Un terremoto, ha proprio detto il Presidente degli avvocati della capitale morale, che non sembrerebbe così sensibile ai problemi di democazia". Ma, come mi conferma Mitresi, per averglielo detto molti colleghi turchi, la guerra in corso serve - come tutte le guerre - per ricompattare il consenso al governo e non far pensare ai problemi di economia o democrazia interni. Almeno per un po'.
di Francesco Collina
giornalettismo.com, 23 ottobre 2019
La Corte costituzionale deciderà oggi sulla costituzionalità o meno dell'ergastolo ostativo. Secondo la Corte di Strasburgo la pena si configura come un "trattamento inumano e degradante". Per l'avvocatura dello Stato si tratta di una legge che ha sempre funzionato per combattere efficacemente la mafia e il terrorismo.
di Alberto Cisterna*
Guida al Diritto - Sole 24 Ore, 23 ottobre 2019
Per Alberto Cisterna la sentenza Viola contro Italia non punta a scardinare il sistema delle preclusioni sui benefici penitenziari e a favorire la scarcerazione dei boss, impone solo una personalizzazione del trattamento penitenziario che sia rispondente alle effettive ed evidenti esigenze di prevenzione che giustificano le deroghe al principio di rieducazione e proporzionalità della pena nel tempo.
di Fabio Fiorentin*
Guida al Diritto - Sole 24 Ore, 23 ottobre 2019
Strasburgo ha confermato l'accertamento della violazione da parte dell'Italia dell'articolo 3 della Cedu sotto il profilo della pena dell'ergastolo "ostativo" italiana: l'unica possibilità prevista per gli ergastolani di accedere ai benefici penitenziari, rappresentata dalla collaborazione con la giustizia, non costituisce un correttivo sufficiente.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 23 ottobre 2019
Atteso per oggi il pronunciamento sull'incostituzionalità dell'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario. "Più di 300 degli ergastolani ostativi che collaborano con la giustizia sono ancora detenuti, a riprova che non ci sono benefici penitenziari automatici per chi decide di parlare e di aiutare gli investigatori".
di Franco Corleone
Il Manifesto, 23 ottobre 2019
Ieri è stata discussa a Firenze una ricerca sugli effetti della legislazione antidroga sul carcere, condotta in cinque Istituti della Toscana. Dieci anni fa, la Fondazione Michelucci e l'associazione Forum Droghe condussero con il patrocinio della Regione Toscana una ricerca nelle carceri toscane per conoscere più a fondo il peso della legislazione antidroga, e in particolare il peso dei reati minori di droga (l'art. 73 sulla detenzione e il piccolo spaccio), pubblicata con il titolo "Lotta alla droga. I danno collaterali".
di Cristina Obber
letteradonna.it, 23 ottobre 2019
Dovrebbe essere un luogo di rieducazione ma nella realtà è un deposito, che troppo spesso non riabilita. Lo dimostra il caso di Mohamed Safi, che, condannato a 12 anni per un femminicidio, ha tentato di commetterne un altro. Mohamed Safi, 36 anni, a Torino ha cercato di uccidere la fidanzata sgozzandola con il vetro di una bottiglia rotta. L'ha salvata la sciarpa, che ha attutito il taglio.
Poco ci importa di come si sono conosciuti e come è scoccata la scintilla, come riporta un giornalismo che si potrebbe definire "noioso" se non stessimo parlando di femminicidio. Ci importa sapere che Safi - che dopo l'aggressione ha tentato il suicidio - stava scontando presso il carcere Le Molinette di Torino una pena di 12 anni per aver ucciso nel 2008 a Bergamo Alessandra Mainolfi, 21 anni, la fidanzata dell'epoca, e che nonostante ciò aveva il permesso di lavorare all'esterno del carcere come cameriere, occupazione che aveva da due anni.
Quando lo ha scoperto la sua attuale compagna voleva lasciarlo e per questo lui ha cercato di ucciderla, di compiere un altro femminicidio. Perché questo fanno gli uomini violenti, picchiano, sottomettono, uccidono. Un caso, quello di Torino, che ci ricorda Angelo Izzo, che uccise due donne mentre godeva del regime di semilibertà.
E non è il carcere a cambiarli. Soprattutto se ci torni solo a dormire, come una pensione a mezza stella, mentre ti costruisci una vita esterna che ti permette di allacciare nuove relazioni omettendo di raccontare chi sei.
Un carcere che secondo la Costituzione dovrebbe essere un luogo di rieducazione ma che nella realtà è un deposito, un "freezer" come lo definisce il criminologo Paolo Giulini del Cipm di Milano che sperimenta da dieci anni trattamenti riparativi in carcere con gli uomini maltrattanti (qui l'intervista che gli avevamo fatto nel 2017).
Un freezer che ci restituisce gli uomini violenti così come sono entrati, se non di più, incattiviti da donne che li hanno denunciati o che, secondo la loro visione vittimistica, sono la causa della loro detenzione. La recidiva, ovvero la reiterazione del medesimo reato, è il grande problema che riguarda i femminicidi, i pedofili, gli stupratori, gli autori di violenza domestica.
"Mai un atteggiamento aggressivo", leggiamo di Mohamed Safi. Lo sappiamo. Gli uomini che agiscono violenza contro le donne spesso sono affabili nelle loro relazioni amicali e professionali, e per questo ancor meno riconoscibili. Quando nel 2012, con il Cipm, ho potuto entrare nel carcere di Bollate (MI) per incontrarne alcuni, mi aveva stupito proprio l'aspetto ordinario, l'atteggiamento mite di alcuni di loro.
I femminicidi sono sempre insospettabili, 'brave persone', 'stimati professionisti'; gli stupratori dei 'bravi ragazzi'. In carcere si distinguono per buona condotta, in attesa di un permesso premio.
Non abbiamo bisogno di un Codice rosso che stabilisce sei mesi in più di condanna se poi questa condanna, già ridotta a tempi ben più brevi, non serve al criminale per comprendere la gravità di quello che ha fatto, non protegge le sue potenziali vittime future, che in questo caso Mohamed Safi ha potuto incontrare ancor prima di aver scontato la pena.
Come non pensare ad Angelo Izzo, che mentre scontava un ergastolo per un crimine atroce come il massacro del Circeo (nel 1975 con due amici stuprò e torturò per due giorni Rosaria Lopez e Donatella Colasanti; la prima morì mentre la seconda si salvò fingendosi morta) si vide concedere il regime di semilibertà.
Dopo soli sei mesi uccise la moglie e la figlia di un compagno di carcere, la ragazza aveva solo 14 anni e fu trovata nuda, con le mani legate dietro la schiena, lo scotch sulla bocca. Entrambe le donne morirono per asfissia dentro due sacchi di plastica. Un altro crimine disumano per un detenuto che qualcuno, concedendogli dei benefici, avrà definito meritevole di fiducia.
Morti che pesano sulla coscienza di un Paese intero, di un sistema giustizia che non considera la violenza contro le donne per ciò che è, un crimine dalle radici culturali profonde, che come tale va affrontato.
In un recente incontro alla Casa dei diritti di Milano proprio il dottor Giulini (per il quale il Codice rosso "sembra avere meno incidenza pratica di quanto invece sia una suggestione mediatica) ha sottolineato come sia necessario agire "con una concezione clinica criminologica di intervento, con la consapevolezza che non si argina la potenzialità distruttuva di un uomo - con problematiche che non sono di tipo psico-patologico, ma di tipo multifattoriale e culturale -, con qualche colloquio con lo psicologo".
"Ci vuole una scossa", ha detto, "e la scossa la dà un contesto operativo che si muove con un sistema, ed è questo sistema operativo che va costruito". Ha ricordato che il modello milanese di presidio criminologico territoriale è unico in Europa e la sua efficacia è comprovata dalla bassissima recidiva.
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