ilpost.it, 9 settembre 2019
Alla repressione ha preferito il reinserimento, alla giustizia penale ha anteposto il sistema sanitario: sta funzionando, ma è una soluzione solo parziale. Nicholas Kristof, giornalista di lungo corso e opinionista del New York Times, ha raccontato come secondo lui la città di Seattle, nello stato di Washington, ha "capito come far finire la guerra alla droga", intesa come l'approccio repressivo nei confronti dei consumatori di sostanze stupefacenti. Kristof ha scritto che "Seattle sta decriminalizzando l'uso delle droghe pesanti" e anziché sul carcere, e quindi sulla repressione, sta puntando più sull'assistenza medica e il reinserimento di chi è dipendente. Secondo Kristof è un "approccio pionieristico che dovrebbe essere preso a modello dal resto degli Stati Uniti".
L'approccio di cui si parla è pioneristico soprattutto per gli Stati Uniti, visto che è usato da decenni in molti paesi europei (come il Portogallo da quasi vent'anni): come ha detto la Global Commission on Drug Policy, "criminalizzare chi usa le droghe è inefficace e nocivo". Ma è interessante che l'approccio inizi a essere adottato anche negli Stati Uniti, storicamente focalizzati sulla repressione più che sul recupero dei tossicodipendenti.
Per aiutare chi legge a farsi un'idea della situazione, Kristof scrive che "negli Stati Uniti ogni 25 secondi viene arrestata una persona per possesso di droga" e che "oggi gli americani che muoiono ogni anno per overdose sono più di quelli morti nelle guerre in Vietnam, Afghanistan e Iraq". Secondo alcune stime, quasi un americano su due ha un parente o un amico con un problema di dipendenze.
Nel suo articolo Kristof fa in genere riferimento alle cosiddette droghe pesanti, come l'eroina o le metanfetamine, ma parla anche di sostanze per ora meno presenti in Italia, come il fentanyl, un oppioide cento volte più forte della morfina. Oltre alle droghe "tradizionali", quindi Kristof fa riferimento anche a sostanze più recenti, in certi casi persino legali (in certe dosi e a certe condizioni).
Per spiegare l'approccio di Seattle, Kristof ha scritto: "Sta attingendo meno al sistema della giustizia penale e più a quello della sanità pubblica". Da qualche tempo chi a Seattle viene trovato in possesso di un piccolo quantitativo di droga, quello che si presume sia per il consumo personale e non per lo spaccio, non viene incriminato ma viene assistito tramite una serie di consulenze e servizi sociali.
A prescindere dal tipo di droga. Kristof ammette che è "un modello che sta avendo sempre più consensi dagli esperti di sanità statunitensi e mondiali", ma aggiunge che "continua a scioccare molti americani". Kristof scrive che essendo molti americani abituati a sentir parlare di "guerra alle droghe" (il primo a parlarne fu, quasi mezzo secolo fa, l'allora presidente Richard Nixon), scelte come quelle di Seattle sono viste come una sorta di parziale "ritirata".
Il principale responsabile della nuova politica sulle droghe di Seattle è Dan Satterberg, procuratore distrettuale della contea di King, di cui Seattle fa parte. Satterberg ricopre l'incarico dal 2007 e ha raccontato al New York Times di aver avuto una sorella minore morta per una malattia causata da alcune sue precedenti dipendenze da alcol e droghe.
Nel 2011 Satterberg fu tra i promotori del programma Lead, acronimo di Law Enforcement Assisted Diversion: prevedeva che anziché arrestare chi compiva certe attività (come il consumo di droga ma anche la prostituzione), i poliziotti provassero, specie se in presenza di atteggiamenti non violenti e almeno in parte concilianti, a fornire assistenza e indirizzare le persone verso i servizi sociali. Kristof ha parlato di un "grande successo quasi immediato", per Lead: nel farlo, ha citato uno studio indipendente che nel 2017 mostrò come le persone assistite tramite Lead avessero il 58 per cento di possibilità in meno di farsi arrestare rispetto a quelle non assistite dal programma. Chi passava da Lead aveva anche possibilità notevolmente più alte di trovare e tenere una casa e un lavoro.
Per funzionare, Lead ha bisogno di fondi: si parla di almeno 350 dollari al mese per ogni persona assistita: "costa meno del carcere, dei processi e dei costi associati alla presenza di un senzatetto". Kristof lo descrive come un progetto che, guardando le cose nel loro complesso, "si ripaga da sé", perché una persona dipendente da droghe alla lunga ha costi maggiori per la collettività di quelli che si devono sostenere per farla uscire da quella dipendenza.
Poco meno di un anno fa, nel settembre 2018, Satterberg proseguì per la sua linea e annunciò che la contea di cui era procuratore distrettuale non avrebbe incriminato chi fosse stato trovato in possesso di meno di un grammo di ogni tipo di sostanza. È una decisione rilevante perché nel caso di certe sostanze, come l'eroina, un grammo è più di quanto si assume in genere in una singola dose (in estrema sintesi: in Italia la legge parla di microgrammi di principio attivo, negli Stati Uniti varia molto da stato a stato). Significa quindi che, vedendo funzionare il programma, Satterberg decise di allargare ancora un po' le maglie di chi poteva usufruirne, evitando un processo e l'eventualità del carcere.
Sebbene il progetto stia funzionando (e ci siano piani per decine di progetti simili in altre città statunitensi), continua a esserci chi non lo vede di buon occhio. Tra i critici di cui parla il New York Times, qualcuno se la prende contro l'eccessiva decriminalizzazione di droghe pesanti come l'eroina, qualcun altro pensa che così facendo si tolga autorità alle forze dell'ordine. C'è poi chi sostiene, scrive Kristof, che "anche solo la minaccia del carcere possa essere utile per forzare le persone a partecipare e programmi di cura e reinserimento". Kristof ricorda però che, nonostante le critiche, "è difficile trovare una politica che abbia fallito in modo più definitivo della "guerra alle droghe", che "è costata migliaia di miliardi di dollari e ha rovinato decine di milioni di vite" senza però risolvere il problema e anzi, forse, accentuandolo.
Ma lo stesso Kristof ammette che le azioni intraprese da Seattle sono solo una parte della possibile soluzione, perché la città "ha fatto un ottimo lavoro nel fermare la guerra alle droghe, ma ancora non è stata capace di finanziare la guerra alle dipendenze", che secondo lui è quella che andrebbe combattuta. La città deve investire ancora di più nel sistema sanitario, per assicurare a chiunque abbia una dipendenza da una sostanza stupefacente di poter avere la necessaria consulenza e il necessario supporto, sul piano fisico ma anche psicologico.
di Andrea Montanari
La Repubblica, 9 settembre 2019
Le nuove politiche che devono superare la disumanità non devono perdere di vista le richieste di legalità dei cittadini. Giorgio Gori, sindaco di Bergamo del Pd, sull'immigrazione scrive in un tweet: "C'è voglia di voltare pagina, ma gli italiani chiedono posizioni meno rigide quindi eviterei di passare da porti chiusi ad accogliamoli tutti".
Sembra la posizione dell'ex ministro Matteo Salvini. Ha cambiato idea?
"Questo lo può dire solo chi vede questo tema in chiave binaria. O tutto bianco o tutto nero, ma non è così".
Allora, com'è?
"Mi pare che ci sia il desiderio di uscire da una fase di gesti palesemente disumani che hanno comportato oltretutto la violazione del diritto internazionale. Dico solo: attenzione a non passare all'eccesso opposto".
Cioè?
"Il sondaggio che dice che solo l'11 per cento degli italiani chiede posizioni meno rigide sull'immigrazione non dice che gli italiani sono diventati disumani o razzisti. Dice che queste persone vanno salvate, ma che questa politica va fatta insieme alla garanzia di legalità e sicurezza che in passato sono mancate. Un partito di governo deve saper dare una risposta".
Quindi?
"In Italia ci sono più di mezzo milione di irregolari che vengono sfruttati con il lavoro nero. Non mi sembra un grande risultato".
Cosa intende dire?
"Il problema del controllo dei confini deve essere affrontato a livello europeo. La missione Sofia è stata prorogata, ma senza le navi. Una scelta vergognosa. Ora che l'Italia è uscita dall'angolo nel quale l'aveva cacciata il passato governo deve riproporre il tema della modifica del trattato di Dublino. L'idea che di tutti i migranti si debba far carico l'Italia non esiste. Anche la sinistra deve ammettere che sulla gestione a terra abbiamo fallito".
Con chi ce l'ha?
"Abbiamo governato dal 2013 al 2018 e il tema dell'accoglienza non ce lo siamo mai posto seriamente. Su ciò che accade dal giorno dopo alla decisione su chi ha diritto alla protezione e chi no non si è fatto nulla. E questo produce una condizione di necessario degrado che si scarica sui territori. Da qui nascono le paure dei cittadini su cui prospera la propaganda leghista".
Intende dire che non basta dire basta con l'odio?
"Bisogna fare delle cose. Salvo la politica sui flussi di Minniti, sul fronte della gestione a terra abbiamo subito il fenomeno. Se ora tornassimo alla gestione di Alfano sarebbe un grandissimo regalo alla destra di Salvini".
Ora che al Viminale c'è Luciana Lamorgese, cosa si aspetta?
"Un cambio di passo. Abbiamo già visto come da prefetto di Milano la ministra Lamorgese abbia avuto le capacità per affrontare un problema del genere. Sa perfettamente che non si tratta di fare dichiarazioni, ma di mettersi a lavorare per trovare una terza via".
Il decreto sicurezza bis è da cancellare?
"Tenere conto dei rilievi del presidente Mattarella mi sembra il minimo. Servono profonde modifiche per togliere l'idea repressiva dei porti chiusi".
di Christian Rocca
La Stampa, 9 settembre 2019
La legittimazione civile e morale del nuovo governo Conte passa da una sola questione, allo stesso tempo costituzionale e umanitaria, riassumibile nell'hashtag #fateliscendere che da mesi popola i social network e le coscienze degli italiani.
Se davvero il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte vuole segnare una discontinuità reale col precedente governo sovranista da lui presieduto dovrà finalmente dire, una volta per tutte e senza giri di parole, che in Italia i porti restano aperti. Che gli italiani salvano i naufraghi e, scampato il pericolo, immediatamente li ricoverano e li curano, con mille ringraziamenti alle organizzazioni non governative, fino all'altro ieri calunniate come "taxi del mare", per aver svolto le tempestive operazioni di salvataggio dei disperati.
Oggi Conte parlerà alle Camere di cose molto importanti e decisive per il nostro paese, a cominciare dalle ragioni della nuova maggioranza parlamentare e dalla legittimità della nuova formula politica Cinque Stelle-Pd.
Dal premier ci si aspetta un riposizionamento dell'Italia sull'asse atlantico, dopo le infatuazioni russe e cinesi del precedente esecutivo, un atteggiamento collaborativo e non antagonista con Bruxelles e qualche indicazione sulla prossima legge di bilancio e sulle relative coperture finanziarie.
Ma saranno solo parole al vento se Conte non annuncerà una svolta a 180 gradi sull'immigrazione, culturale ancora prima che politica, sulle misure di accoglienza e di integrazione, sulle modifiche al regolamento di Dublino, magari questa volta partecipando ai vertici europei, e sull'urgenza di salvare e far sbarcare i naufraghi.
Le parole sono importanti, così come le azioni, per questo sarebbe serio che Conte scegliesse di affrontare senza indugi il decreto sicurezza bis, sposando le perplessità del Quirinale e gli aspetti di incostituzionalità rilevati da più parti, oltre che da una sentenza, oppure che prendesse spunto dalle parole pronunciate dall'attore Luca Marinelli al momento del ritiro della Coppa Volpi al Festival di Venezia, magari per dedicare la prossima azione di governo, al modo di Marinelli, "a tutte le persone splendide che sono in mare a salvare altri esseri umani che fuggono da situazioni inimmaginabili", persone che vanno ringraziate anche per "averci evitato di fare una figura pessima con noi stessi e con il prossimo".
Le difficoltà politiche di questa svolta sono chiare e visibili: ripudiare le iniziative del governo precedente non è facile, non solo perché il Presidente del Consiglio è il medesimo, ma anche perché nei mesi scorsi i cinque stelle non sono stati semplicemente una forza politica al traino di Salvini, al contrario sono stati volenterosi complici di una stretta anti immigrati progettata dalla società di web marketing Casaleggio Associati sulla base del sentimento popolare colto nella rete.
Anche le obiezioni politiche sono evidenti, a cominciare da quella per cui i governi non sono enti benefici, come le organizzazioni umanitarie, ma semmai strumenti esecutivi al servizio della comunità. I governi però non sono nemmeno organizzazioni disumane e non c'è bisogno di essere idealisti o sognatori per sostenere che salvare le donne e gli uomini in mare rientri perfettamente nei doveri di un governo di un paese civile. Il secondo governo Conte, dunque, per essere credibile deve mostrarsi profondamente diverso dal precedente, meno "Conte bis" e più "Conte nuovo". Del resto, che cosa ci starebbero a fare il Partito Democratico e Liberi e Uguali in una maggioranza politica che non si distingue da quella nazional- populista sulla questione più appariscente e salviniana degli ultimi mesi?
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2019
Lavora con la più grande università dell'America latina e collabora con l'Unodc, l'Agenzia Onu contro droga e crimine. Coyoacan, il grande e bel quartiere, oltre mezzo milione di abitanti, di Città del Messico. All'Istituto italiano di cultura quaranta persone discutono di criminalità e violenza. Sono studiosi, ex funzionari di polizia, magistrati, scrittori e giornalisti.
Li ha messi a convegno un docente di diritti umani dell'università di Sor Juana. Il dibattito ferve. I tragici numeri messicani, le cose da fare, i confronti con l'Italia, lo Stato e la fiducia nelle istituzioni. Finché la discussione cade, come è inevitabile, sulla violenza che colpisce le donne. Un esperto spiega con inflessibile neutralità che tecnicamente il femminicidio è un omicidio che colpisce una appartenente al genere femminile.
Ma a quel punto due mani si levano in fondo alla sala, nell'angolo a destra dei relatori. Bisogna sporgersi per capire di chi siano, perché le titolari sono in seconda fila. "Non è una forma di omicidio, è un delitto particolare, è un crimine di genere. Il suo significato sta nel colpire le donne proprio in quanto donne".
È il cuore della questione, un principio fondamentale che il movimento di autodifesa femminile afferma con forza. Lo scrive anche sui muri della città infinita. Se si allunga un po' il collo si vede meglio. A parlare è una donna molto giovane, dai lunghi capelli bruni. È un'italiana, si chiama Giulia Marchese. Resto sempre affascinato da questo fenomeno dei giovani italiani che guidano la rivolta contro le mafie di ogni tipo in qualsiasi paese del mondo mi capiti di andare. La ragazza sembra fra l'altro solida di studi e di ricerche.
Sostiene bene il confronto, spalleggiata da un'altra donna italiana che spiega di avere collaborato con una nostra deputata, Anna Serafini, al testo di una proposta di legge contro la violenza verso le donne. Quando tutto è finito, Giulia si racconta. Lavora con la Unam, la Universidad nacional autònoma de México, il più grande ateneo dell'America latina, circa 350mila studenti. E ha avuto di recente una consulenza dall'Unodc, l'agenzia delle Nazioni unite contro la droga e il crimine. È venuta qua da Milano, ma è siciliana, come suggerisce lo speciale taglio degli occhi chiari. Una storia particolare. Nonni di origini modeste, uno contadino nel catanese l'altro bigliettaio sugli autobus a Palermo.
"La mia è una famiglia povera in tutti e due i rami. Appena uno dei genitori ha avviato una attività soddisfacente sono arrivate addosso le arpie. Così cene siamo andati a Milano, a vivere liberamente". A lei ragazza però non è bastata Milano. Dopo la libertà dai ricatti siciliani, ha cercato infatti la libertà anche dalla famiglia. Università via da casa, classicamente. Laurea in Sviluppo locale e globale a Bologna. Poi il dottorato di ricerca, in una rapidissima sequenza di successi accademici. Dalla Germania, università di Francoforte, fino a Città del Messico.
Danno il capogiro questi movimenti da globalizzazione integrale, che per i giovani talenti non è affatto problema ma vento imperdibile. Oggi Giulia è impegnata in una ricerca in cui fonde le sue due grandi originarie passioni: la geografia umana e gli studi di genere.
Cerca di costruire mappe rivelatrici; di geolocalizzare - come si dice - la violenza che si abbatte contro le donne in Messico. Ed è tornata dalle vacanze italiane apposta per tenere nella sua università un convegno sul femminicidio, il crimine che ci risospinge nei buchi neri dell'antropologia. Due giorni interi, 22 e 23 agosto.
Lo ha promosso con Patricia Martha Castaneda Salgado e un'altra italiana, Emanuela Borzacchiello, dell'università Complutense di Madrid. Reflexiones actuales sobre feminicidio. Una mano aperta al centro nell'atto di fermare qualcosa, davanti al volto semicoperto di una donna. Sette sessioni, una delle quali intitolata "Nemmeno un passo indietro".
E una che spiega quell'intervento dal fondo della sala: "Come nominare la violenza? Proposta per un nuovo vocabolario". La cultura, il linguaggio. Le donne messicane provano a cambiare il vocabolario perché il mondo capisca meglio il dramma che si è abbattuto su di loro nel già grande mattatoio nazionale. E che a combattere con loro ci sia questa italiana di 27 anni mi ispira un sottile sentimento di orgoglio.
"Se qui in Messico mi sembra di essere un po' in Sicilia? Certo. Anzi, a essere sincera, io sono venuta qui a cercare la Sicilia, a darmi un nuovo punto di vista sulla mia storia. A provare a capirla fino in fondo". Così gli insondabili misteri della coscienza e dell'anima portano a ingaggiare le battaglie più ardue.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 9 settembre 2019
Oggi i talebani operano in oltre il 60 per cento del Paese, i loro attacchi sono quotidiani. Ci si può fidare degli eredi del mullah Omar? Ha una lunga storia di fraintendimenti, false partenze e violenze rancorose l'iter dei negoziati tra americani e talebani che per l'ennesima volta ha subito una battuta d'arresto nelle ultime ore.
Punto più chiaro delle intese, raggiunte a Doha (e ora messe in dubbio) dopo quasi un anno di colloqui tra l'inviato speciale americano, Zalmay Khalilzad, e la delegazione talebana guidata da Abdul Ghani Baradar, è che almeno 5.400 soldati americani avrebbero dovuto lasciare 5 basi in Afghanistan a breve. Altre migliaia, oltre a circa 6.000 alleati Nato (tra cui 700 italiani), avrebbero però dovuto restare nel Paese per accompagnare il nodo molto più controverso dei tentativi di dialogo tra la delegazione di 15 membri organizzata lo scorso luglio dal presidente afghano Ashraf Ghani e i talebani.
La difficoltà maggiore resta però nel fatto che i talebani continuano a considerare gli esponenti del governo di Kabul come "marionette" di Washington e per ora non è noto come le due parti possano trovare un accordo di coesistenza pacifica. Si era pensato ad un cessate il fuoco e all'eventualità di negoziati "inter-afghani" in Norvegia il mese prossimo. Sino ad ora alcuni deputati del parlamento afghano (tra loro anche due donne) hanno tenuto due incontri informali a Mosca con i rappresentanti talebani, senza sortire alcun risultato.
Elemento centrale nella determinazione Usa di continuare comunque la trattativa era stato già nel dicembre 2018 l'impegno talebano a evitare che "forze straniere" potessero insediarsi nel Paese e creare nuove basi d'azione per il terrorismo internazionale. Ovviamente gli americani cercano garanzie affinché non si ripeta una situazione simile a quella alla fine degli anni Novanta, quando il Mullah Omar accolse Osama Bin Laden e le forze militanti di Al Qaeda.
Fu dalle loro basi nascoste tra Jalalabad e le montagne di Tora Bora che si pianificarono gli attentati dell'11 settembre 2001. Negli ultimi tempi il rischio è che alla minaccia di Al Qaeda possano aggiungersi i reduci di Isis in fuga da Siria e Iraq e attivi in Afghanistan, pericolosi concorrenti per gli stessi talebani.
Al cuore della contesa stanno problematiche profonde, che coinvolgono visioni, mentalità e culture politiche assolutamente opposte sul futuro dell'Afghanistan, ma soprattutto risultano esacerbate dal braccio di ferro tra i Paesi limitrofi. I talebani non hanno in verità mai abbandonato l'ideologia politico-religiosa dello Stato islamico integralista, radicata nell'etnia pashtun e legata alle potenze sunnite che fanno capo a Pakistan e Arabia Saudita.
Già nei primi mesi del 2002, subito dopo l'invasione a guida americana, avevano proposto un cessate il fuoco generale in cambio dell'amnistia da parte di Washington. Ma a quel tempo la loro disfatta sembrava totale e gli americani erano impegnati nella caccia senza quartiere contro Bin Laden e il Mullah Omar. Per alcuni anni, dopo la crescita della presenza Nato-Isaf a oltre 131.000 uomini e lo sviluppo della società civile assieme al processo democratico, sembrarono battuti. Fu solo verso il 2006 che la guerriglia talebana, sostenuta dai gruppi islamici nelle Zone Tribali pakistane, riprese a farsi sentire. Da allora la situazione è mutata radicalmente. Oggi i talebani operano in oltre il 60 per cento del Paese, i loro attacchi sono quotidiani. Tanto da mettere a rischio le elezioni presidenziali, già rinviate due volte, e ora previste per il 28 settembre.
di Federico Capurso
La Stampa, 8 settembre 2019
Ferma la volontà di fissare una durata massima di sei anni nei processi. Giarrusso: "Da Orlando una sparata inattesa". Se il vicesegretario Pd Andrea Orlando chiede, pur senza ultimatum, che si "ricominci la discussione" sulla riforma della giustizia targata Cinque stelle, è evidente che sul testo non ci sia ancora sintonia tra i nuovi alleati.
di Gianni Barbacetto
Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2019
Il vicesegretario del Nazareno vuole ridiscutere la riforma Bonafede. Nel mirino finiscono anche le intercettazioni. Se il buon giorno si vede dal mattino, la giornata del governo M5s-Pd promette tempesta. I ministri non si sono ancora seduti dietro le loro scrivanie e già dichiarazioni e interviste marcano le differenze e annunciano conflitti.
abruzzoweb.it, 8 settembre 2019
"L'operazione anti-terrorismo islamico con gli arresti operati tra cui l'imam della moschea Dar Assalam di Martinsicuro, nel Teramano, già condannato in via definitiva per associazione con finalità di terrorismo internazionale, è la semplice conferma dell'allarme che, inascoltati, abbiamo lanciato da molto tempo: le carceri sono diventate il luogo privilegiato per il reclutamento di terroristi".
articolo21.org, 8 settembre 2019
La Consulta tenga conto delle sentenze della Corte europea. Dopo 5 mesi è giunta alla Corte Costituzionale l'ordinanza del tribunale di Salerno sulla incostituzionalità della legge che prevede il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione. Ora spetterà al presidente Giorgio Lattanzi fissare l'udienza dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.
È stato l'avvocato Giancarlo Visone a sollevare l'eccezione per il Sindacato unitario dei giornalisti della Campania, anche in relazione alla eventuale violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (art.10), in un processo per diffamazione nei confronti del direttore e di un collaboratore del quotidiano "Roma".
"Sono anni che chiediamo al legislatore di intervenire sul carcere per i giornalisti, un limite sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico del nostro Paese. Su questo tema abbiamo già incassato a Napoli il 18 giugno scorso l'impegno del primo ministro Giuseppe Conte.
Sono anni, tuttavia, che proposte di legge sul tema restano nei cassetti delle commissioni parlamentari. Ci auguriamo, per questo, che la Consulta intervenga tenendo conto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha più volte dichiarato il carcere incompatibile con il diritto di cronaca", affermano il segretario e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il segretario del Sugc, Claudio Silvestri.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2019
In Italia sono 19 gli uffici con una carenza di organico togato superiore al 20%. E nessuno (o quasi) ci vuole andare. In magistratura scarseggiano i giudici. Non dappertutto, ma nei distretti giudiziari storicamente "disagiati" ed evitati da tante toghe per le indagini pericolose e/o per i carichi di lavoro.
- Paola Severino: "Non servono liti sulla prescrizione, ma tempi certi nell'azione penale
- Napoli. Scendono in piazza i parenti dei detenuti
- Bergamo. Il carcere cerca volontari. Studio e lavoro per i detenuti
- Napoli. Lettera del cardinale Sepe sul carcere come occasione di riscatto
- Pescara. Torna il Festival della Melodia nel carcere di San Donato










