ildispaccio.it, 23 ottobre 2019
"Dialogo su consolidamento percorsi lavorativi stabili". "Continua il viaggio nelle carceri calabresi del Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Agostino Siviglia, al fine di verificare le condizioni strutturali e di vita all'interno degli istituti penitenziari della Regione Calabria, di cui darà una prima restituzione pubblica il prossimo lunedì 28 ottobre, alle ore 10:30, presso la Sala Giuditta Levato, in occasione della presentazione delle "Linee Guida dell'attività istituzionale del Garante Regionale".
Vale la pena, tuttavia, di segnalare fin d'ora - è scritto nella nota stampa del Garante - la preziosa prassi realizzata oramai da quattro anni presso l'istituto penitenziario di Vibo Valentia, visitato nei giorni scorsi dal Garante Siviglia, grazie alla collaborazione dell'Amministrazione Penitenziaria con la famiglia Callipo, ed in particolare grazie all'intuizione di Giacinto Callipo, primogenito di Filippo, che, anche quest'anno, ha assunto, a tempo determinato, sette detenuti del carcere di Vibo, per il confezionamento di 120.000 cassette natalizie contenenti un minimo ed un massimo di conserve di tonno, che vanno rispettivamente da 2 a 20.
Certamente, a parere del Garante Regionale, questo tipo di sostegno lavorativo, da parte cioè di una impresa esterna al carcere, costituisce la via maestra per il più efficace trattamento penitenziario rieducativo, fondato, fra l'altro, proprio sul lavoro intramurario. Il Garante Siviglia, pertanto, dopo la visita all'istituto dì Vibo, si è recato presso l'azienda Callipo per incontrare il Giacinto Callipo, al fine di avviare una interlocuzione costante con l'impresa di tonno più nota della Calabria, tesa a rendere permanente questa collaborazione lavorativa dentro il carcere, ma anche in fase post-penitenziaria, vista la disponibilità in tal senso espressa dallo stesso Filippo Callipo.
Per vero, l'azienda Callipo ha espresso la propria disponibilità a strutturare e sostenere percorsi lavorativi stabili volti al reinserimento sociale dei detenuti, anche in misura alternativa alla detenzione o ammessi dalla Magistratura di Sorveglianza al lavoro all'esterno.
È evidente che il consolidamento di una simile prassi costituirebbe uno snodo cruciale nell'ottica della rieducazione penale e del reinserimento socio-lavorativo delle persone provenienti dai circuiti penali, mediante un'opera esiziale di reinserimento legale nella società, fondata sul lavoro.
Va da sé che, soprattutto, alle nostre latitudini, un simile segnale di legalità, costituzionalmente orientato, se accompagnato e consolidato nel tempo, può diventare prorompente - è scritto nella nota dell'ufficio del garante regionale dei detenuti - nell'ottica della riabilitazione penale e della graduale sottrazione delle persone che hanno delinquito dai tentacoli della devianza e della criminalità.
E' bene rammentare, in effetti, che i detenuti selezionati dalla Direzione dell'istituto penitenziario, con l'imprescindibile vaglio della Magistratura di Sorveglianza, per essere contrattualizzati dall'impresa Callipo, devono serbare un comportamento progressivamente orientato alla revisione critica del proprio vissuto, conformandosi ai valori portanti della legalità, oltre che al più scrupoloso rispetto degli impegni lavorativi assunti. In tal senso, un ruolo fondamentale stanno svolgendo le tre dipendenti dell'azienda Callipo che, quotidianamente, varcano i cancelli del carcere di Vibo Valentia per formare i detenuti al lavoro, coordinandone l'attività.
Il Garante Siviglia auspica, pertanto, che altri imprenditori calabresi seguano l'esempio dell'azienda Callipo ed in tal senso, l'opera del Garante, conclude Agostino Siviglia, sarà instancabile, al fine di accorciare e qualificare sempre di più le distanze fra il carcere e la società. Perché il carcere non è una società a parte, ma una parte della società".
di Ivan Cimmarrusti
Il Sole 24 Ore, 23 ottobre 2019
Mondo di Mezzo non è una mafia. Così ha deciso la Corte di Cassazione, che ha escluso definitivamente il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso per l'organizzazione criminale definita "semplice", capeggiata da Massimo Carminati e dal suo "braccio imprenditoriale" Salvatore Buzzi. Adesso il processo tornerà alla Corte d'Appello, che dovrà rideterminare le pene alla luce delle disposizioni della VI sezione penale della Cassazione, presieduta da Giorgio Fidelbo. Intanto però si dovrà attendere il deposito delle motivazioni, per comprendere quali siano state le valutazioni della Corte, nel ritenere insussistente l'ipotesi del 416 bis.
Il processo - fiore all'occhiello dell'ex procuratore capo Giuseppe Pignatone (oggi presidente del Tribunale vaticano) - si basava sull'ipotesi che a Roma era sorta una mafia "originaria" che teneva sotto scacco il settore degli appalti del Comune di Roma Capitale. Una ricostruzione già smontata dal primo grado, con una sentenza criticata in ambienti giudiziari. È stata la Corte d'Appello di Roma a rimettere le carte in tavola, con una sentenza che aveva invece riconosciuto l'esistenza dell'associazione per delinquere di tipo mafioso.
"La Corte di Cassazione ha sigillato in maniera definitiva la nostra versione, perché c'è l'annullamento senza rinvio sulla questione principale della mafia a Roma", ha commentato l'avvocato Alessandro Diddi, difensore di Buzzi. Inoltre il legale ha aggiunto che "Buzzi su mia indicazione aveva ammesso alcune delle contestazioni. A Roma c'era un sistema marcio e corrotto e la sentenza di primo grado l'ha riconosciuto. La Procura ha provato a sostenere la mafia. La Cassazione ha detto quello che avevamo sostenuto fin dall'inizio". Per uno dei difensori di Carminati, l'avvocato Cesare Placanica, "per annullare (il capo di imputazione dell'associazione mafiosa, ndr) senza rinvio significa che la Cassazione ha ritenuto la sentenza (di appello, ndr) giuridicamente insostenibile".
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 23 ottobre 2019
Tribunale di Napoli - Sezione V penale - Sentenza 30 aprile 2019 n. 4893. La causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto è in generale applicabile al reato di rifiuto di sottoporsi all'alcool test. Ai fini del suo riconoscimento occorre valutare se la condotta dell'imputato, che ha portato prima alla necessità di controllo dell'autovettura guidata e poi ad opporsi all'accertamento, abbia messo o meno in pericolo i beni della vita e della integrità personale, tutelati dall'articolo 186 del Codice della Strada. Ad affermarlo è il Tribunale di Napoli con la sentenza n. 4893/2019.
Il caso - Protagonista della vicenda è un uomo il quale, mentre era alla guida della sua vettura, veniva inseguito e fermato da una pattuglia dei Carabinieri, i cui agenti si erano insospettiti per via del fatto che l'automobile proveniva da una nota piazza di spaccio del capoluogo partenopeo. A causa del forte stato di agitazione del guidatore, gli agenti provvedevano ad eseguire l'alcool test, senza tuttavia riuscirvi poiché l'uomo per ben tre volte faceva finta di soffiare nel boccaglio e non dava seguito alle istruzioni impartitegli. Di conseguenza, l'uomo veniva rinviato a giudizio per rispondere del reato di rifiuto dell'accertamento, di cui all'articolo 186 commi 3,4 e 5 del Codice della Strada.
La decisione - Il Tribunale riconosce che la condotta dell'imputato integra il reato a lui ascritto, ma ne esclude la punibilità ritenendo sussistente la particolare tenuità del fatto. Ebbene, spiega il giudice, ferma la incontestata ricostruzione dell'accaduto, ricorrono tutti i presupposti di applicazione della causa di esclusione della punibilità ex articolo 131-bis cod. pen. Il Tribunale richiama, innanzitutto, la giurisprudenza di legittimità che ha ritenuto in astratto compatibile tale istituto con il reato di rifiuto dell'accertamento, per poi affrontare nello specifico i requisiti della modalità della condotta e dell'esiguità del danno o del pericolo, previsti dalla norma del codice penale.
Ebbene, il giudice considera doveroso analizzare "lo sfondo fattuale nel quale la condotta si inscrive", al fine di valutare il "concreto possibile impatto pregiudizievole rispetto al bene tutelato". Bene che secondo il Tribunale non può essere la "regolarità della circolazione", ma deve essere individuato nella "vita e integrità personale", come dimostrato dal fatto che se il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale, il reato è aggravato. Nello specifico, dunque, in relazione al bene tutelato dalla fattispecie, la condotta non può che essere considerata di particolare tenuità, in quanto l'imputato è stato fermato non per velocità eccessiva o manovra imprudente, ma semplicemente perché proveniente da una piazza di spaccio, ed è stato sottoposto ad alcool test senza che presentasse alcun sintomo di alterazione alcolica, ma solo per via dello stato di agitazione in cui si trovava, "condizione che può trovare spiegazione in cause diverse dall'alcool".
La Repubblica, 23 ottobre 2019
Avviare progetti di educazione alla legalità e di conoscenza della Costituzione attraverso un percorso di informazione che diffonda i valori e i principi della democrazia rappresentativa presso gli istituti penali minorili e nelle scuole al fine di consolidare il senso di cittadinanza attiva negli studenti".
È l'obiettivo del protocollo d'intesa sottoscritto nel carcere minorile Fornelli di Bari dal presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e dal ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca, Lorenzo Fioramonti.
Il protocollo, che si rinnova dopo la prima firma risalente al settembre 2018, avrà la durata di un anno e consisterà in incontri tra i ragazzi degli istituti penitenziari e studenti delle scuole del territorio attraverso "un programma di sviluppo dell'insegnamento della cittadinanza e della Costituzione".
Il primo incontro è avvenuto già oggi, in occasione della firma, con i due esponenti del Governo e il presidente della Camera che hanno risposto alle domande dei ragazzi, circa 70, su legalità, immigrazione, significato della rappresentanza, dopo aver ricevuto una copia della Costituzione. "Credo sia un protocollo fondamentale - ha detto il presidente Fico - perché dà il senso profondo delle istituzioni all'interno di luoghi e realtà difficili, che devono essere parte integrante del nostro Stato". Il ministro Bonafede lo ha definito "un progetto meraviglioso".
toscanamedianews.it, 23 ottobre 2019
Relazione di fine mandato: "Lascio un cantiere aperto. Fiori all'occhiello: chiusura dell'Opg di Montelupo e il Giardino degli incontri a Sollicciano". Il garante dei detenuti Franco Corleone ha tenuto oggi una relazione di fine mandato, quando ormai manca poco tempo alla fine del suo lavoro.
"Mi appresto a concludere il mio mandato con la consapevolezza che al mio successore lascerò un cantiere aperto, perché le difficoltà in cui si dibatte il sistema carcerario e le questioni da risolvere sono ancora molte. Ma in questi sei anni di lavoro, oltre ad aver affrontato le emergenze e individuato interventi di miglioramento per le condizioni di vita dei detenuti e degli operatori del carcere, il mio ufficio ha conseguito anche due risultati straordinari: la realizzazione del Giardino degli incontri nel carcere di Sollicciano, ultimo progetto di Giovanni Michelucci, e la chiusura dell'Opg di Montelupo Fiorentino".
L'appuntamento di fine mandato si è svolto nella sala Gonfalone del palazzo del Pegaso. "Si chiude il mio mandato - ha aggiunto - ma continuerò a lavorare fino a che non si sarà insediato il mio successore".
"Ho improntato il mio lavoro - ha spiegato Corleone - all'affermazione della cultura del diritto, dei diritti e dei valori sanciti dalla Costituzione". In quest'ottica "ho mirato a insegnare a tutti, detenuti e operatori degli istituti penitenziari, a non agire con la violenza, ma a ricorrere alle corti nazionali e internazionali". Molti problemi restano, ha aggiunto, "e s'impone un cambio di passo da parte di tutti: istituzioni, amministrazioni, operatori, volontari; e soprattutto serve che la politica riprenda uno slancio riformatore".
Il richiamo a un intervento riformatore da parte della politica è riemerso con forza anche nel corso della presentazione della ricerca intitolata "Droghe, i danni certi. Trent'anni di leggi punitive, gli effetti nelle carceri toscane", promossa dall'ufficio del Garante e condotta in collaborazione con la Fondazione Michelucci. Il rapporto, elaborato da Michela Guercia, Saverio Migliori, Katia Poneti e Massimo Urzi, mette in evidenza che in un decennio - nonostante la cancellazione "dalla legge oltremodo punitiva Fini-Giovanardi", come la definisce Corleone, e il ritorno alla legge Iervolino-Vassalli - il 50 per cento dei detenuti è in carcere per reati di droga.
"Ma se si va più nello specifico - sottolinea il Garante - si vede che il 31 per cento dei detenuti è in carcere per reati di droga legati alla lieve entità o di carattere minore, reati per cui non sarebbe prevista la detenzione. Come si vede, gli effetti di una sola legge sono sufficienti a spiegare il fenomeno del sovraffollamento degli istituti penitenziari. Ed evidenzia una volta di più la necessità di riformare una legge che ormai è vecchia di trent'anni".
A commentare i dati della ricerca, che hanno sottolineato "l'opacità di dati" che spesso sono difficilmente desumibili dalle carte e la necessità di affrontare i reati per droga anche e soprattutto nell'ottica non della carcerazione ma delle pene alternative e della "messa alla prova", sono intervenuti Antonio Fullone, Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, Filippo Focardi, magistrato della Procura minorile,Patrizia Meringolo, docente dell'Università di Firenze, l'avvocato Luca Maggiora, Susanna Rollino, funzionario di servizio sociale del ministero della Giustizia, Maria Stagnitta, del Forum droghe.
In chiusura dell'iniziativa sono intervenuti, per portare i loro saluti, il Difensore civico regionale, Sandro Vannini, e la Garante regionale per l'infanzia, Camilla Bianchi. "I nostri uffici hanno lavorato con una grande sinergia - ha detto Sandro Vannini - e nelle tante situazioni affrontate insieme ho potuto apprezzare il senso delle istituzioni, la capacità di gestire questioni di grande delicatezza, il buon senso e lo spessore umano e culturale di Franco Corleone".
Camilla Bianchi, nominata Garante dell'infanzia nello scorso maggio, si è detta dispiaciuta di aver incontrato Corleone soltanto adesso e ha sottolineato "che il suo bilancio di fine mandato non lascia in eredità solo dei numeri, ma anche riflessioni, suggestioni e emozioni. Quindi è giusto il titolo che ha scelto per il suo commiato:'Il vizio della speranza', perché non si deve mai rinunciare a operare per la dignità della persona e alla costruzione di un piccolo pezzo di mondo migliore".
di Gian Giacomo Migone
Il Manifesto, 23 ottobre 2019
Il posto sicuro. Una parte delle forze di maggioranza si oppone al rinnovo dell'accordo con la Libia, che l'ex ministro Minniti, autore della trattativa, invece vorrebbe replicare.
Nella primavera-estate del 2017 si verificò una drastica riduzione dei tragici traghettamenti di migranti, in partenza dalle coste libiche, ma a caro prezzo. Da quel momento, i naufraghi hanno manifestato un timore di essere consegnati alla guardia costiera libica pari o superiore a quello di combattere il mare che stava per inghiottirli.
Perché il ritorno il Libia li avrebbe consegnati, o riconsegnati, a quella galleria degli orrori che è tuttora in atto, nella forma di campi di concentramento che sfuggono ad ogni controllo delle Nazioni Unite.
A questo proposito, sconcertante l'intervista di Marco Minniti a La Repubblica (19 ottobre), malgrado le domande doverosamente dialettiche di Giovanna Casadio. Il messaggio è tutto nel titolo: "L'accordo con la Libia va rinnovato o la situazione precipiterà". Si tratta dell'accordo sottoscritto dall'Italia, e poi approvato dall'Ue, con cui essa s'impegna, tra l'altro, a privilegiare la guardia costiera libica, addestrata a nostre spese, nel determinare il destino degli migranti sopravvissuti nelle acque del Mediterraneo.
Perché siano restituiti al porto libico tuttora dichiarato "insicuro" dalle competenti organizzazioni internazionali.
Una parte, ma non tutta la maggioranza governativa si oppone giustamente al rinnovo di quell'accordo stipulato con il governo di Tripoli, previsto in un comma surrettiziamente inserito in un provvedimento di altra natura.
Non così Minniti, padre (in quanto allora ministro dell'Interno del governo Gentiloni) di quel frutto della trattativa da lui condotta, e conclusa con la rete degli scafisti, adibiti a guardiani di campi di concentramento libici, ad oggi dichiarati inaccessibili dall'Unhcr e dall'Oim.
A suo tempo un editoriale del New York Times (25 settembre 2017) imputò all'Italia, e in una precedente inchiesta (Nyt, 17 settembre 2017) a Minniti, la responsabilità di "essersi collocata nel ruolo di chi assume come sorveglianti [dei campi di concentramento] la stessa gente che trae profitto dall'estorcere denaro, affamare, vendere come schiavi, torturare e stuprare migranti".
Persino l'allora vice ministro degli esteri, Mario Giro, interrogato dal medesimo giornale, se i servizi segreti italiani avessero retribuito quella rete di gentiluomini, seppe soltanto rispondere: "Non posso parlare a nome di altri, ma lo escluderei". Lo stesso governo, che precedentemente aveva sottoposto le navi delle Ong impegnate nei salvataggi, non ebbe modo di rintuzzare le severissime dichiarazioni degli alti commissari per i diritti umani del Consiglio d'Europa e dell'Onu.
Successivamente, Salvini si attribuì il "merito" di quella politica, rincarando la dose con la chiusura dei porti italiani. Una macchia che annullò il credito internazionale conquistato dalla nostra guardia costiera - ricordo bene le parole lusinghiere spese nei confronti dell'Italia, dal vice segretario generale dell'Onu, Jan Eliasson, in una fase antecedente -' per la professionalità e il coraggio dimostrato nel salvataggio di numerose vite umane.
E che l'attuale governo potrebbe in parte cancellare, ponendo come condizione per un nuovo accordo la collocazione di quei campi sotto l'egida dell'Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr) e dell'Oim, e l'apertura di canali garantiti di accesso all'Europa per gli aventi diritto d'asilo. Un obiettivo oggi più a portata di mano per la solidarietà internazionale che potrebbe raccogliere e per la relativa debolezza delle fazioni armate libiche. Ecco un altro banco di prova che il governo Conte dovrà affrontare prossimamente.
vistanet.it, 23 ottobre 2019
"In/out. Percorsi di prigionia e di libertà": inaugurate due mostre alla cittadella dei musei. Una è realizzata dagli studenti dell'Università di Cagliari, l'altra propone l'interazione tra detenuti e un gruppo di artisti. Fino a domani, in una conferenza internazionale, i ricercatori dell'ateneo indagano sui più delicati temi sociali, dalla privazione della libertà alla segregazione, dall'esclusione all'inclusione.
Sono state inaugurate ieri pomeriggio alla Cittadella dei Musei di Cagliari due delle tre mostre collegate alla conferenza internazionale "In/OUT. Percorsi di prigionia e di libertà", che prosegue oggi e domani nell'Aula Motzo della Facoltà di Studi umanistici dell'Università del capoluogo sardo. La serata ha visto la partecipazione tra gli altri dell'artista cagliaritano Joe Perrino, che - a margine dell'inaugurazione - ha proposto nel suggestivo spazio della Cittadella alcuni dei suoi brani più famosi.
La prima esposizione è una mostra fotografica - dal titolo "In/Out. Immagini di prigionia e libertà" - realizzata dagli studenti che frequentano i corsi di laurea triennale in Beni culturali e spettacolo e magistrale in Storia dell'arte dell'Università degli Studi di Cagliari con la collaborazione nella fase di ideazione di Luisa Siddi e Paola Corrias (dell'associazione culturale S'Umbra). L'eterogeneità dei soggetti proposti testimonia differenti declinazioni della complessità del tema, spaziando da una dimensione soggettiva e individuale a contestualizzazioni sociali e culturali più ampie. La mostra può essere visitata fino a mercoledì 30 ottobre nella Sala delle Mostre temporanee della Cittadella dei Musei.
La seconda esposizione, "Airswap & Massama: a book", visibile fino a domani nello stesso spazio della Sala delle Mostre temporanee, è un progetto pilota di arte relazionale nelle carceri ideato da Arianna Callegaro, in collaborazione con Gianvito Distefano, e curata nella sua installazione cagliaritana da Simona Campus. Il contemporaneo artistico si inserisce nella realtà carceraria, attraverso la creazione di vestiti modificati, scommettendo sull'energia di condivisione e di sperimentazione, individuando uno spazio in cui si cercano alternative e comunanze, superando la linea che separa dalla comunità.
Alla Cittadella sono esposti alcuni vestiti modificati dalle interazioni di alcuni artisti con i detenuti e una selezione della documentazione fotografica dei vari momenti di realizzazione. "Airswap coinvolge artisti contemporanei e fruitori in un reciproco scambio - scrivono gli autori - proponendo il concetto di dono come filo conduttore per una riflessione sulla pratica artistica. Oggetto del dono sono i capi d'abbigliamento, diventati, attraverso le mani degli artisti che li hanno modificati - ciascuno secondo la propria tecnica e sensibilità -un'opera d'arte. A quest'opera, i detenuti del carcere di Oristano hanno aggiunto un livello ulteriore, completandola con una parola scritta su una menda di tessuto poi cucita sul capo. Ne sono nate inaspettate connessioni tra gli artisti e i detenuti, testimoniate anche da scritti e corrispondenze".
La conferenza internazionale prosegue nell'Aula magna Motzo della Facoltà di Studi umanistici a Sa Duchessa, oggi, con la sessione coordinata da Marco Giuman e Marina Guglielmi, mentre domani coordinatori dei lavori saranno Andrea Cannas e Claudia Ortu. L'iniziativa è organizzata dai Dipartimenti di Lettere, lingue e beni culturali e di Pedagogia, Psicologia e Filosofia di UniCa in collaborazione con l'Università di Paris Nanterre e la Rivista di Studi interculturali Medea.
tgvercelli.it, 23 ottobre 2019
La dottoressa Giordano: prima direttrice a Biella, ora a Vercelli. In un momento in cui, di fronte ai reati di natura sessuale, l'opinione pubblica, in larghissima parte, speci sui social, reagisce con la classica frase "cacciateli in prigione e buttate via la chiave", assume un'importanza davvero rilevante l'iniziativa della Casa circondariale di Vercelli, diretta dalla dottoressa Antonella Giordano, di un progetto di trattamento per il recupero degli autori di reati sessuali, i cosiddetti "sex offenders", detenuti appunto nel carcere di Billiemme. Perché in ogni caso, pur di fronte a crimini di questa natura, che sconvolgono l'opinione pubblica, non va dimenticato il comma 3 dell'articolo 27 della Costituzione che dice che "le pene devono tendere alla rieducazione del condannato".
Ma c'è di più. La nuova direttrice del carcere di Vercelli ha deciso di dedicare un "Workshop" di sensibilizzazione e di formazione per gli operatori su questo tema e l'ha portato fuori dal carcere, "Oltre il Muro", realizzandolo l'altra mattina all'Istituto "Santa Maria di Loreto" di piazza D'Angennes, con la collaborazione della Società italiana di Sessuologia clinica e Psicopatologia Sessuale, presieduta dal professor Carlo Rosso. Un workshop aperto ad ospiti qualificati, tra cui diversi operatori volontari, avvocati e magistrati. E, tra le relazioni più attese, appunto quella del magistrato che ha il delicatissimo compito di esaminare le istanze dei benefici penitenziari anche per gli autori di questo tipo di reati: il giudice di Sorveglianza dottoressa Sandra Del Piccolo.
Importante il saluto della direttrice del carcere, che ha spiegato le finalità del progetto di recupero, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, e illustrato il perché della scelta di far svolgere il dibattito al di fuori della Casa circondariale.
"Ringrazio - ha detto la dottoressa Giordano - per aver riscontrato in tanti l'invito a partecipare alla giornata formativa sugli autori di reato sessuale. E' un evento che conclude il progetto di trattamento svolto nella sezione destinata ai sex offenders del carcere di vercelli. Il progetto ha potuto aver luogo grazie al finanziamento ricevuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, che da anni riserva al carcere di Vercelli un' attenzione particolare, finanziando iniziative trattamentali importanti, una per gli autori di reato sessuale, l'altra a sostegno delle madri detenute, che altrimenti non potrebbero avere luogo".
"Le precedenti edizioni di questa iniziativa formativa - ha proseguito lunedì mattina la direttrice del carcere - hanno avuto luogo all'interno della casa circondariale, questa odierna ci vede ospiti delle Suore di Santa Maria di Loreto. Si concretizza cosi il mio desiderio di portare fuori dall'istituto, in un contesto peraltro indubbiamente più accogliente, questo nostro appuntamento.
Perché se è vero che l'attività oggetto del progetto si svolge per lo più all'interno del carcere ed e' rivolta al superamento delle condizioni personali che in ogni autore di reato sessuale hanno favorito o determinato la messa in atto di una condotta d'abuso penalmente rilevante, è anche vero che il riverbero positivo degli effetti degli interventi previsti dal progetto si estrinseca e misura all'esterno, quando il detenuto sarà rientrato nel tessuto sociale avendo acquisito consapevolezza delle proprie fragilità e limiti e attrezzato a sapersi preservare da atteggiamenti o condotte in grado di riportarlo in carcere".
Ma il il riverbero positivo - ha aggiunto la dottoressa Giordano - si misura all'esterno anche in termini di sicurezza sociale....ad ogni autore di reato recuperato corrisponde sicuramente una o più potenziali vittime in meno, e se tutte le potenziali vittime di ogni tipo di reato meritano tutela preventiva, ancor più questo vale per i reati sessuali, in cui le vittime d' abuso sono spesso soggetti di minore età, o comunque soggetti adulti in condizione di minorata difesa"-
Poi la direttrice del carcere ha spiegato perché l'evento è stato organizzato proprio con le suore di Loreto. "La scelta dell'istituto - ha affermato. non e' stata casuale. Nel momento in cui ho osato chiedere alla Madre Superiora la disponibilità ad ospitare l'evento, ero convinta di ottenere riscontro positivo perché l'istituto delle Suore di Loreto ha alle spalle una antica e solida collaborazione con la Casa Circondariale di Vercelli.
In particolare, suor Rosangela Brioschi e' una assistente volontaria decana dell'istituto e svolge la sua missione soprattutto a favore dei detenuti autori di reato sessuale, seguendoli senza pregiudizio nei bisogni di sostegno materiale, di catechesi e di ascolto. Per alcuni di essi l'attività di sostegno interna all'istituto si trasforma in accoglienza presso questa casa in occasione dei permessi premio, in cui i detenuti, spesso raggiunti dai famigliari, trovano accoglienza e calore umano come in casa propria.
Si tratta di soggetti impossibilitati per vari motivi a utilizzare una risorsa allocativa personale e che pertanto non potrebbero sperimentarsi in una importante tappa del percorso di reinserimento, come appunto quella del permesso premio, se venisse a mancare la disponibilità di questo istituto all'accoglienza. Per questo ringrazio Suor Rosangela e le suore tutte".
Hanno successivamente parlato la dottoressa Del Piccolo e il professor Rosso, che ha trattato la "caratterizzazione degli autori di reati sessuali". Quindi, il programma di trattamento e la ricerca di soluzioni sempre più efficaci per rispettare appunto l'articolo 27 della Costituzione sono stati esposti dalla dottoressa Maura Garombo, dalla dottoressa Antonella Contarino, dalla dottoressa Sonia Gamalero e dal dottor Fredrick Bordino. E' seguito un interessante e approfondito dibattuto.
monrealepress.it, 23 ottobre 2019
Presso il teatro della Casa Circondariale Pagliarelli Lorusso la stipula del protocollo. I detenuti al servizio della comunità. Si terrà giovedì 24 Ottobre alle ore 10 presso il teatro della Casa Circondariale Palermo Pagliarelli Lorusso, alla presenza di autorità civili e militari, un incontro sul tema dei lavori di pubblica utilità dal titolo "Mi riscatto per il Comune di Monreale, Altofonte e Santa Flavia", per lo svolgimento di attività riparative dei detenuti a favore della collettività. L'iniziativa prevede l'individuazione, in sinergia con la magistratura di sorveglianza, dei percorsi di riabilitazione e reinserimento sociale, con valenza di riparazione del danno conseguente alla commissione del reato.
Saranno impiegate persone in base alle specifiche professionalità e attitudini lavorative e verranno impiegate presso i servizi di pulizia, manutenzione e conservazione del verde pubblico e siti di interesse pubblico del Comune. Nel corso del lavori si procederà alla stipula di un protocollo di intesa tra la Casa Circondariale ed il Comune di Monreale finalizzato alla realizzazione del progetto. Interverranno all'incontro: il Prefetto di Palermo Antonella De Miro, il presidente del tribunale di sorveglianza Giancarlo Trizzino, il sindaco di Monreale Alberto Arcidiacono, il garante dei detenuti per la Regione Sicilia Giovanni Fiandaca, la direttrice del Carcere Pagliarelli di Palermo Francesca Vezzana e il provveditore Regionale dell'amministrazione penitenziaria Cinzia Calandrino.
La Repubblica, 23 ottobre 2019
"Rischio il carcere per curarmi". Tutto comincia alcune settimane fa. Walter usa la cannabis per combattere i dolori provocati dalla malattia: non gli basta il grammo al giorno che gli ha prescritto il medico e per questo ne prende altra, che viene coltivata nel giardino di casa sua. "È l'unica sostanza che funziona davvero su di me, però ho bisogno anche di due o tre grammi al giorno", racconta.
A inizio ottobre i carabinieri sono arrivati a casa sua, a Ripa di Olmo in provincia di Arezzo e hanno arrestato un suo amico che stava annaffiando 12 piante in giardino. Lo stesso amico era stato visto altre volte fare la stessa cosa nei mesi precedenti. Per questo i militari sono intervenuti. In un anesso di quello spazio verde sono stati trovati 800 grammi di sostanza e invece a casa dell'amico c'erano un bilancino di precisione e alcuni grammi di marijuana. L'uomo, che ha raccontato al giudice di non aver piantato la cannabis e di aiutare Walter a consumarla, visto che praticamente non riesce a muoversi, è stato subito scarcerato. A novembre si svolgerà l'udienza del processo per direttissima.
Lo scorso 11 ottobre il legale che segue il malato ha scoperto che anche il suo assistito è stato indagato dalla procura. "Da almeno 10 anni il medico mi ha prescritto la cannabis - racconta Walter - Non uso solo quella, prendo anche il cortisone e mi metto un cerotto di Fentanyl ". Si tratta di un potente antidolorifico, che negli Stati Uniti nella versione in compresse (con dosaggi molto più alti) ha creato gravissimi problemi di dipendenza a migliaia di persone.
"A me ormai fa ben poco effetto - prosegue De Benedetto - Mi funziona la cannabis ma a dosaggi alti. La consumo ad esempio facendo l'olio o usandola nell'impasto di dolci". Sono gli amici ad aiutarlo nell'assunzione, sostiene e adesso anche nella coltivazione. Per questo ha fatto un appello per la persona che è stata arrestata, il suo amico Marco, dicendo che gli stava soltanto dando una mano.
A Walter era già capitato di essere denunciato perché sempre per lenire i dolori dell'artrite reumatoide aveva in casa un etto di marijuana ma è stato assolto perché ha dimostrato che si trattava di una sostanza per uso personale. Dalla parte di Walter si sono schierati in molti (e tra questi anche Adriano Sofri) tra coloro che ritengono necessario dare la possibilità ai malati di coltivare a casa la cannabis di cui hanno bisogno.
Per la legge invece la marijuana terapeutica deve essere prescritta da un medico, consegnata dalla Asl e soprattutto prodotta o acquistata all'estero, dallo Stato. A Firenze lo Stabilimento farmaceutico militare coltiva la canapa per uso medico e proprio quest'anno sta realizzando nuove serre per aumentare la quantità di sostanza messa a disposizione dei malati.
La domanda infatti è in crescita e l'Italia è costretta ad acquistare all'estero, in particolare in Olanda, la cannabis. Secondo le linee guida dettate dal ministero della Salute, sulla base di studi e pratica clinica, questa sostanza non può essere considerata di prima scelta nella lotta al dolore e alla spasticità muscolare e per le altre indicazioni, ma deve essere prescritta dopo aver tentato altre strade farmacologiche. Gli specialisti spiegano che la sua efficacia varia da paziente a paziente, nel senso che ce ne sono alcuni che traggono molto giovamento dal suo utilizzo e altri meno. Walter appartiene al primo gruppo e vorrebbe poter ricevere un dosaggio più alto dall'azienda sanitaria.
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