Il Manifesto, 10 settembre 2019
Dalla firma degli accordi di pace sono stati uccisi 167 dirigenti indigeni e 140 guerriglieri Farc che avevano deposto le armi. Tra le vittime dell'ultimo weekend di sangue anche ambientalisti, contadini e un candidato sindaco. Non passa quasi più un giorno, in Colombia, senza che scorra del sangue: di un leader sociale, di un dirigente indigeno, di un ex combattente, di un candidato politico.
L'elenco è interminabile. Tra venerdì e sabato sono stati assassinati il dirigente sociale José Cortes, a Nariño, e tre ex guerriglieri delle Farc: due a Cúcuta, Milton Urrutia Mora e José Milton Peña Pineda, e uno in Chocó, Jackson Mena. Tutti e tre impegnati nel processo di reinserimento nella vita civile e tutti e tre lasciati privi di quelle misure di protezione che il governo si era impegnato ad assicurare. Con loro sono 140 gli ex combattenti uccisi a partire dalla consegna delle armi nel dicembre del 2016.
Poco prima, tra il 4 e il 6 settembre, erano caduti tre leader sociali ad Antioquia, portando a 13 il numero delle vittime nel dipartimento dall'inizio del 2019: il difensore dell'ambiente Fernando Jaramillo, che si era opposto ai progetti minerari nella regione, e due dirigenti contadini della giunta di Acción comunal La Milagrosa, un modello di organizzazione di base attivo soprattutto nelle aree rurali.
E sempre il 6 settembre un'operazione dell'esercito nella Valle del Cauca aveva provocato la morte di un giovane indigeno, Omar Gusaquillo, e il ferimento di un altro, Diego Alexis Vega: secondo le testimonianze, l'esercito avrebbe fatto fuoco malgrado il giovane avesse gridato: "Non sparate, siamo disarmati, siamo della Guardia indigena". L'obiettivo, pare, sarebbe stato quello di montare un "falso positivo" del genere di quelli assai diffusi sotto il governo di Álvaro Uribe, quando i militari presentavano come guerriglieri caduti in combattimento giovani innocenti assassinati per via extragiudiziale.
Appena prima, la Onic, l'Organizzazione nazionale indigena della Colombia, aveva denunciato l'assassinio di tre dirigenti indigene nei dipartimenti di Arauca e Cauca, proprio alla vigilia della Giornata internazionale della donna indigena, il 5 settembre: due dirigenti nasa e una leader del popolo Makaguan, la 70enne Magdalena Cucubana, nota per la sua profonda conoscenza delle tradizioni del suo popolo. Omicidi a cui la Onic ha risposto ribadendo la propria opzione per la pace "con giustizia sociale": "Crediamo che il conflitto, la violenza e il ricorso alle armi non abbiano alcun futuro nel nostro paese", ha affermato l'organizzazione, ricordando come, dalla firma dell'accordo di pace, siano stati 167 i leader indigeni assassinati.
Ma in vista delle elezioni regionali del 27 ottobre non vengono risparmiati neppure i candidati politici. L'aspirante sindaco del municipio di Toledo, in Antioquia, Orley García è stato raggiunto sabato da 13 colpi di arma da fuoco, appena cinque giorni dopo l'assassinio di Karina García, candidata a sindaca del municipio di Suárez, nel Cauca, insieme alla madre e ad altri quattro leader sociali e militanti politici.
Alle minacce e agli attentati "alla vita di quanti aspirano a esercitare incarichi politici", come pure di dirigenti sociali, difensori dei diritti umani ed ex combattenti, il partito Farc ha reagito sollecitando per l'ennesima volta il governo a "dare risposte efficaci" e ribadendo il proprio impegno a favore del processo di pace. E il governo, per tutta risposta, ha ordinato - di fronte alla ripresa delle armi da parte dei dissidenti delle Farc - il ridimensionamento delle misure di protezione assicurate ai membri del partito che hanno invece optato per la via della pace.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 9 settembre 2019
Non solo coca: dal Canada all'Italia, le 'ndrine vogliono controllare lo spaccio delle nuove sostanze. Le famiglie della Locride e della costa Tirrenica ottengono 18 milioni di euro da un chilo di polvere.
"Ricordati che il mondo si divide in due: quello che è Calabria e quello che lo diventerà". Cosi un anziano boss della piana di Gioia Tauro spiegava a un giovane rampollo delle famiglie d'élite della costa Tirrenica lo spirito di conquista che anima la 'ndrangheta. Di territori e di mercati, di servizi e di business: quindi di droghe. Un'occupazione progressiva della torta criminale internazionale che si è tradotta nel tempo nella colonizzazione di aree inesplorate, a volte impensabili, ma utili a rigenerare la forza dell'organizzazione e le ambizioni di espansione.
Dopo aver conquistato l'Europa (Germania, Olanda e ora Est Europeo) la mafia più ricca e potente in Italia, con un fatturato di decine di miliardi di euro all'anno, cerca nuovi e più remunerativi spazi anche nel narcotraffico mondiale. Non abbandona la cocaina, business planetario ormai gestito in regime di semi-monopolio grazie a una sfilza di broker saldamente ancorati ai cartelli sudamericani, e punta dritta al traffico di droghe sintetiche che, per dirla coi numeri, sono un affare ancora più gigantesco (se possibile) della polvere bianca.
La parola magica è "Fentanyl" ed è in grado di mutare scenari e geopolitica del crimine organizzato. Spiega Antonio Nicaso, docente universitario di crimine organizzato in Nord America e autore di numerosi saggi sulla 'ndrangheta insieme al procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri: "Un chilo di polvere di Fentanyl costa 10.500 euro. Lavorato con le attrezzature e le sostanze del caso può generare un milione di pillole. Ognuna di queste viene rivenduta sul mercato a 20 dollari". Va da sé che la nuova frontiera del business sia questa.
E i segnali che "i calabresi" stiano mettendo le mani sulla nuova gallina dalle uova d'oro del narcotraffico è nelle pieghe di una recente operazione delle autorità canadesi che ha portato in carcere gli eredi del boss Paolo Violi, emigrato in Nord America settant'anni fa e ucciso in una sanguinosa faida con la potente enclave mafiosa dei Rizzuto.
Uno di loro è stato condannato un anno fa. "Nelle more dell'indagine - racconta Nicaso - sono saltate fuori alcune conversazioni che hanno evidenziato un confronto tra famiglie calabresi sull'opportunità di entrare in questo mercato".
Ai dubbi espressi da alcuni vecchi, le giovani leve hanno risposto più o meno cosi: "Che te ne frega se muoiono tante persone? Anche nelle guerre si muore. Vuoi mettere il guadagno che facciamo col Fentanyl? Prima o poi troveremo un equilibrio dei dosaggi, intanto andiamo avanti". I morti sono i giovani americani e canadesi travolti dalla nuova emergenza sociale che questo oppiaceo sintetico potentissimo, nato come antidolorifico farmaceutico ma ben presto finito nello sconfinato mondo del deep web, ha creato negli ultimi anni in Usa.
Ventotto mila morti solo nel 2017. Fonte: i Cdc statunitensi, cioè i centri per la prevenzione e il controllo delle malattie. Il mese scorso il presidente Donald Trump ha detto all'agenzia Reuters che l'America sta "perdendo migliaia di persone a causa del Fentanyl", puntando il dito contro il mercato cinese. Ma non è tutto cinese, o almeno non più, il mercato che si sta sviluppando attorno a questa sostanza: "Dopo quella fase datata 2010, anche i cartelli messicani di Sinaloa e Jalisco Nueva Generacíon hanno cercato di entrare nel business e dal 2015 sono diventati produttori diretti - evidenzia Nicaso. Dal 2017 la ndrangheta commercializza Fentanyl e ha iniziato in Canada a opera dei Violi.
Centinaia di relazioni internazionali sottolineano l'interessamento delle grandi mafie verso questo mercato. La 'ndrangheta ha deciso di investire in maniera massiccia: si tratta delle famiglie della Locride e della costa Tirrenica". Al netto di una forma di darwinismo criminale che l'ha sempre contraddistinta nelle capacità evolutive di intercettare nuove frontiere di business, è poi chiaro perché "i calabresi" spingano sulla nuova droga. "Al di là dei profitti, vi sono ragioni di opportunità - precisa Nicaso.
La produzione delle droghe sintetiche non è soggetta a travagli incidentali di natura geopolitica, come è accaduto ad esempio per l'eroina in Afghanistan quando scoppiò la guerra oppure come si registra quando le Farc di turno siglano accordi coi governi sudamericani limitando la produzione di foglie di coca". A questo concetto è collegato il vantaggio dell'indipendenza dal principio attivo che guida invece la produzione di cocaina ed eroina.
E cioè il Fentanyl è una droga sintetica, potenzialmente producibile all'infinito, scollegata dal concetto di coltivazione della pianta base. Si realizzano le dosi in un seminterrato. Su Internet si trovano manuali "fai da te". In Italia, al momento, si contano i primi morti, "ma in due o tre anni l'emergenza sarà pienamente compresa anche nel nostro paese". Nel frattempo la 'ndrangheta avrà già fatto affari d'oro. Magari anche con il tramadolo, meglio conosciuto come "la droga del combattente", molto diffusa tra le truppe del Califfato in territori di Jihad.
Negli ultimi tre anni solo nel porto di Gioia Tauro, scalo notoriamente "sfruttato" dalle 'ndrine, sono state sequestrate circa 50 milioni di pastiglie. I carichi provenivano dall'India ed erano diretti in Libia: "Il sospetto è che venisse utilizzato come merce di scambio in Africa - puntualizza Nicaso. Non si capisce ancora di cosa, magari di servizi logistici per il traffico internazionale di droga". Il dato medico è sconcertante. "Ciò che è in commercio negli Usa ed è all'origine della stragrande maggioranza delle overdose mortali da oppiacei sono i derivati del Fentanyl prodotti clandestinamente".
Il dottor Riccardo Gatti da oltre trent'anni si occupa di droga e dirige il dipartimento interaziendale Dipendenze della Asst Santi Paolo e Carlo di Milano. "Il boom di decessi è iniziato quando i trafficanti di droga hanno cominciato a miscelare eroina, cocaina e metanfetamine con questi oppiacei sintetici", afferma. Chi usa questi preparati "ne ricava sensazioni piacevoli ma anche, rapidamente, tolleranza (cioè necessità di aumentare nel tempo la dose per ottenere il medesimo effetto) e dipendenza grave".
E, aggiunge Gatti, "data la "resa" diversa dei derivati del Fentanyl le preparazioni non hanno una "potenza" costante e il rischio di overdose è quindi molto alto". Un grave problema è che i dati ufficiali sulle overdose letali non distinguono le morti causate da Fentanyl preparato in laboratori clandestini da quelle causate dal prodotto farmaceutico.
In Italia l'eroina "di strada" è promossa a prezzi molto bassi, evidentemente si cercano nuovi clienti da fidelizzare, ma "circolano anche molte ricette contraffatte per i farmaci oppiacei". Sarebbe questo il segno che "c'è un certo numero di dipendenti da farmaci che potrebbero essere agganciati dal mercato dello spaccio: se questo avvenisse e se anche da noi circolassero preparati contenenti Fentanyl, la situazione potrebbe diventare rapidamente molto critica e le morti per overdose da oppiacei potrebbero avere un rapido incremento", avverte Gatti.
di Francesco Floris
redattoresociale.it, 9 settembre 2019
L'esperto di sicurezza Roberto Cornelli sul cambio di passo che serve al Viminale di Luciana Lamorgese: "Basta con l'ossessione per i fatti di cronaca e le risposte emergenziali". Tra le priorità: contrastare i suicidi degli agenti di polizia e fare una legge sulle polizie private.
di Rossella Guadagnini
adnkronos.it, 9 settembre 2019
"Sta succedendo qualcosa nell'universo femminile che può mettere in difficoltà la mafia, sia all'interno dell'organizzazione, che all'esterno". Lo sottolinea all'Adnkronos Nando dalla Chiesa, docente universitario, che da oggi, lunedì 9 settembre, fino a venerdì 13, dirigerà la Summer School on Organized Crime del Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico-politici dell'Università degli Studi di Milano, dedicata per questa IX edizione al tema "Mafia e donne".
di Giulio Vasaturo
articolo21.org, 9 settembre 2019
Il prossimo 20 settembre ci attende un passaggio fondamentale nel percorso di verità e giustizia sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. È un passaggio stretto. V'è il rischio reale di trovare, di fronte a noi, un ultimo ed invalicabile muro contro il quale potrebbe arrestarsi, forse per sempre, il tormentato sentiero su cui ci ha instancabilmente guidato, sino al giugno 2018, Luciana Alpi. Come avvocato sento tutto il peso di questa vigilia.
Al giudice per le indagini preliminari affideremo la nostra accorata e motivata istanza, affinché il duplice delitto della giornalista Rai e del suo operatore, avvenuto a Mogadiscio quel tragico 20 marzo 1994, non venga lasciato impunito. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, insieme all'Ordine dei Giornalisti ed all'Usigrai, saranno al fianco di chi rappresenterà in aula la famiglia Alpi (gli avvocati Carlo Palermo e Giovanni D'Amati), per indicare con estremo rigore al GIP tutti i punti oscuri dell'inchiesta su cui è doveroso continuare ad indagare, anche a venticinque anni di distanza da quell'agguato. Lo dobbiamo a chi ha sofferto direttamente, nella più intima dimensione personale, il dramma che si è consumato quel giorno; all'intera comunità dei giornalisti italiani che è stata sconvolta da quella barbarie; ma anche a chi, nel corso degli anni, ha patito sulla propria pelle gli effetti "collaterali" di un depistaggio che si protrae sino ai giorni nostri.
Penso ad Omar Hashi Hassan che ha trascorso oltre sedici anni in carcere, da innocente, quale "capro espiatorio" di un crimine orrendo che menti raffinatissime hanno voluto e saputo attribuirgli: il più grande e grave errore investigativo commesso nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio Alpi-Hrovatin ma non il solo. L'ultima richiesta di archiviazione avverso la quale tutte le parti offese (fra cui, per l'appunto, Odg, Fnsi ed Usigrai) hanno presentato ferma opposizione denota un'arrendevolezza che assume gli sconfortanti contorni della denegata giustizia.
È per questo che ci accingiamo ad esporre al giudice, con la massima determinazione, le nostre solide ragioni, indicando con precisione le indagini che meritano di essere ancora espletate con riguardo alle fonti dei servizi segreti sin qui taciute, alle presenze ed alle attività del contingente italiano in Somalia, al coinvolgimento dei potentati locali nell'agguato, ai traffici illegali che fanno da sfondo costante a questa tragedia.
La forza degli elementi di prova che sottoporremo al vaglio dell'Autorità giudiziaria, unitamente al calore dei tanti giornalisti che supportano concretamente questa "giusta causa", rinsaldano la nostra speranza. Siamo fiduciosi che tutto ciò possa bastare, dopo i tanti ostacoli già fronteggiati in questi lustri, per superare anche questo difficile tornante.
juorno.it, 9 settembre 2019
Chi ben comincia è a metà dell'opera. Il governo M5s-Pd diciamo che non comincia esattamente col piede giusto. I ministri non sono ancora entrati nei loro ministeri e già si abbandonano a dichiarazioni e interviste che segnano differenze e annunciano conflitti.
di Liana Milella
La Repubblica, 9 settembre 2019
Prescrizione, intercettazioni, carcere: le posizioni di Bonafede e Orlando sono agli antipodi. Dev'esserci un fato avverso nella storia da Guardasigilli di Alfonso Bonafede. Quand'era al governo con la Lega doveva fare i conti con Giulia Bongiorno, l'avvocato che tutti davano, prima che il Conte Uno nascesse, come sicura ministra della Giustizia.
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 9 settembre 2019
Essere donna e malata in carcere. Il racconto di Monica Scaglia, una testimonianza che è atto d'accusa fortissimo. Un viaggio nell'indecenza delle patrie galere, dove "vi volete mettere in testa che non siete malati come gli altri?", e si diventa fantasmi.
fnsi.it, 9 settembre 2019
È stato l'avvocato Giancarlo Visone a sollevare l'eccezione per il Sindacato unitario dei giornalisti della Campania, anche in relazione alla eventuale violazione della Convenzione europea dei diritti umani, in un processo per diffamazione nei confronti del direttore e di un collaboratore del "Roma".
Dopo 5 mesi è giunta alla Corte Costituzionale l'ordinanza del tribunale di Salerno sulla incostituzionalità della legge che prevede il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione. Ora spetterà al presidente Giorgio Lattanzi fissare l'udienza dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. È stato l'avvocato Giancarlo Visone a sollevare l'eccezione per il Sindacato unitario dei giornalisti della Campania, anche in relazione alla eventuale violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (art. 10), in un processo per diffamazione nei confronti del direttore e di un collaboratore del quotidiano "Roma".
"Sono anni che chiediamo al legislatore di intervenire sul carcere per i giornalisti, un limite sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico del nostro Paese. Su questo tema abbiamo già incassato a Napoli, il 18 giugno scorso, l'impegno del primo ministro Giuseppe Conte. Sono anni, tuttavia, che proposte di legge sul tema restano nei cassetti delle commissioni parlamentari. Ci auguriamo, per questo, che la Consulta intervenga tenendo conto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha più volte dichiarato il carcere incompatibile con il diritto di cronaca", affermano il segretario e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il segretario del Sugc, Claudio Silvestri.
di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 9 settembre 2019
A più di due anni dal debutto della legge Gelli-Bianco (24/2017) che ha riformato la responsabilità medica e ha introdotto nel Codice penale l'articolo 590-sexies come causa di non punibilità specifica per i danni dovuti a imperizia, la giurisprudenza ha delineato i casi e i motivi che fanno scattare la condanna di medici e operatori sanitari. I nodi più discussi sono l'analisi del rapporto di causa-effetto e l'applicazione della nuova esimente.
Il nesso causale - Accertare l'esistenza di un legame tra l'atto medico e il danno procurato al paziente non è facile. Tanti i fattori esterni che potrebbero aver influito. Ecco perché la Cassazione (sentenza 11674/2019) precisa che la statistica non è parametro sufficiente a provarlo. Serve, piuttosto, un giudizio di "elevata probabilità logica" - chiamato controfattuale - fondato su due binari: un ragionamento deduttivo basato sulle generalizzazioni scientifiche e uno induttivo che appuri se, nella vicenda, la condotta corretta avrebbe evitato la lesione. In altri termini, riscontrata l'alta probabilità che l'evento negativo derivi dalla mancanza del sanitario, si deve ipotizzare come avvenuta l'azione doverosa e capire se, in base a regole di esperienza o leggi scientifiche universali o statistiche, si sarebbe verificato ugualmente o più tardi o con minore intensità (Cassazione, sentenza 24922/2019). E per leggi scientifiche, scrive sempre la Cassazione (sentenza 26568/2019), si intendono quelle dotate di quattro requisiti: generalità, controllabilità, grado di conferma e accettazione da parte della comunità scientifica internazionale. Ma il giudice potrà ricorrere anche a regole non unanimemente riconosciute purché generalmente condivise.
Se, poi, i periti discordino sull'esistenza del nesso, va accolta la soluzione che dia le informazioni più significative e attendibili, capaci di sorreggere l'impianto probatorio (Cassazione, sentenza 7667/2019). La responsabilità medica non può mai essere valutata a posteriori e senza esaminare le peculiarità del caso, quali le visite già effettuate dal malato o le sue pregresse condizioni di salute. Ci sono, invece, ipotesi molto delicate che esigono da parte del medico una valutazione particolarmente rigida e attenta del quadro clinico. Si pensi alla patologia tumorale la cui prognosi è strettamente legata alla tempestività della diagnosi. Circostanze in cui, a rischiare la condanna, può essere anche il professionista che - per aver male inquadrato i sintomi lamentati - non abbia eseguito tutti i controlli necessari per far luce ad ampio raggio sulle condizioni del malato così da poter individuare rimedi terapeutici idonei a rallentare la progressione del cancro e allungarne, anche se non di molto, il percorso di vita (Cassazione, sentenza 23252/2019). Nel caso di morte del bambino durante il parto, invece, il sanitario "colpevole" risponde di procurato aborto o di omicidio colposo a seconda che il decesso sia avvenuto prima o dopo la rottura del sacco amniotico, linea di confine oltre la quale il feto diviene una persona (Cassazione, sentenza 27539/2019).
La non punibilità - La riforma ha previsto una causa di non punibilità su misura per i medici che commettono un errore per colpa non grave, seguendo le raccomandazioni accreditate. Ambito chiarito dalla Cassazione a Sezioni Unite (sentenza 8770/2018, conforme la sentenza 8115/2019). Per i giudici, il medico risponde di lesioni o di omicidio colposi per eventi provocati per colpa anche lieve se dovuta a negligenza o imprudenza, o a imperizia, se mancano raccomandazioni o buone pratiche da seguire, o a imperizia nella scelta di raccomandazioni o buone pratiche non adeguate. Inoltre, il medico risponde per colpa grave dovuta a imperizia nell'eseguire le raccomandazioni delle linee-guida o di buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio e delle difficoltà dell'atto medico. Attenzione: le linee guida valgono come norme cautelari solo se adeguate alla miglior cura del malato. Altrimenti, il medico deve discostarsene.
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