di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 23 ottobre 2019
Nel conflitto scoppiato il 4 aprile in Libia per il controllo della capitale Tripoli tra il Governo di accordo nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite, e l'autoproclamato Esercito nazionale libico, sono stati uccisi o feriti oltre 100 civili - compresi migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione - e più di 100.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case.
Amnesty International ha raccolto e reso note oggi le prove di possibili crimini di guerra commessi da entrambe le parti a seguito di attacchi indiscriminati e mediante l'impiego di armi esplosive imprecise dirette contro insediamenti urbani: dai razzi privi di guida dell'era-Gheddafi ai moderni missili montati su droni.
Attacchi aerei, colpi d'artiglieria e bombardamenti hanno distrutto abitazioni e importanti infrastrutture civili tra cui ospedali da campo, una scuola e un centro di detenzione per migranti e hanno costretto alla chiusura l'aeroporto di Mitiga, per mesi l'unico funzionante della capitale.
Tra le vittime civili figurano bambini anche di soli due anni che giocavano sulla porta di casa, persone che prendevano parte a un funerale o che stavano svolgendo le loro abituali attività quotidiane. Nonostante l'embargo sulle forniture di armi proclamato da una risoluzione delle Nazioni Unite già nel 2011, diversi stati hanno fornito armi ai contendenti. Tra questi, Emirati Arabi Uniti e Turchia, schierati rispettivamente con l'Esercito nazionale libico e col Governo di accordo nazionale.
di Antonella Calcaterra*
Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2019
Non ci saranno né la liberazione immediata degli ergastolani ostativi, né la sottrazione di strumenti di contrasto alla criminalità organizzata. Ma potrebbe essere restituita all'autorità giudiziaria la possibilità di esaminare i singoli casi.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 22 ottobre 2019
Intervista al costituzionalista dell'Università Roma Tre: "Il detenuto per cambiare deve poter immaginare un futuro in libertà. Una prospettiva che dipende dal suo comportamento: dalla collaborazione con gli inquirenti ma non solo. La Consulta potrebbe oggi decidere di restringere l'applicazione ai soli mafiosi".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2019
Dopo il no della Corte europea oggi l'udienza sui permessi a chi non collabora. L'ergastolo "ostativo" che nega benefici come i permessi premio, specialmente per mafiosi e terroristi che non hanno voluto collaborare con la giustizia, viola o no la Costituzione?
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2019
Non pare proprio essere la prescrizione il male capitale del processo penale. Non per le Camere penali che ieri hanno aperto una settimana di astensione dalle udienze, proseguendo quell'opera di controinformazione cui in parte è stato dedicato il congresso concluso domenica a Taormina. Ieri l'accento è stato messo sui tempi di prescrizione di alcuni reati, con una finestra anche su alcuni delitti "comuni", come il furto in abitazione e furto con strappo, prescritto in 12 anni e 6 mesi, e fattispecie gravi di rapina, prescritte in 25 anni, oppure l'usura, 12 anni e 6 mesi.
Al netto di casi ritenuti, anche per effetto di interventi normativi recenti come assai gravi: dalla corruzione, per la quale con l'aumento della metà per il caso di interruzione, si può arrivare sino a 15 anni (12 per quelle per esercizio della funzione), all'omicidio stradale, con aumento di un quarto, 25 anni.
Certo, sono i reati "di strada", quelli che si prescrivono più facilmente e ci sono settori del diritto penale dove, come nel caso dei reati edilizi, si potrebbe intervenire in maniera più mirata. Ma un generale blocco della prescrizione per i penalisti è un atto di inciviltà giuridica da contrastare con ogni mezzo.
Il tutto per corroborare con i numeri una battaglia contro il debutto della nuova disciplina fissato al 1° gennaio, che congela i termini dopo la sentenza di primo grado. Per il presidente dell'Unione delle Camere penali Giandomenico Caiazza, l'intervento è "delirante", una "follia" ("è come se si volesse intervenire sul problema del deterioramento del cibo togliendo la data di scadenza") che si basa su presupposti infondati: che la prescrizione sia lo strumento per sottrarre alla giustizia penale "cittadini furbi e ricchi" e che "questo Paese sia devastato dalla prescrizione, perché troppi reati si prescrivono con facilità. Ma 60 anni per il sequestro a scopo di estorsione sono troppo pochi? Dirlo è qualcosa di strabiliante, è un'assurdità".
La riforma, contestano i penalisti, non interviene sulla prescrizione che matura durante le indagini preliminari, ma dopo la sentenza di primo grado e così "inciderà solo su una fetta marginale del fenomeno: il 30% del 10% dei processi oggi prescritti. "Un fatto che andrebbe spiegato da parte di chi ha qualificato questa riforma come epocale".
Tutto questo senza intervenire sulle vere cause dell'eccessiva durata dei processi, tra cui un posto ce l'ha la cattiva organizzazione degli uffici giudiziari. Come dimostrano gli stessi dati del ministero della Giustizia sulla durata dei procedimenti. Se a Trento, con riferimento ai procedimenti per reati ordinari con autore noto, ci vogliono 161 giorni per le indagini della procura, a Brescia ne servono 663. E se sempre a Trento il procedimento davanti al giudice monocratico arriva a sentenza in 256 giorni a Salerno di giorni ne occorrono 1.199.
di Riccardo De Vito*
volerelaluna.it, 22 ottobre 2019
Il 13 giugno 2019 la Corte europea di Strasburgo (caso Viola c. Italia) ha sancito che l'ergastolo ostativo - quello per cui o collabori utilmente con la giustizia o muori in carcere - è contrario all'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Quest'ultima disposizione, come noto, proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti, ponendo un divieto che non tollera eccezioni per motivi di emergenza, fosse pure lo stato di guerra.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 22 ottobre 2019
La nostra democrazia è nata "a sovranità limitata". E spesso si cerca una ricostruzione "occultista" della storia che deresponsabilizza i vincenti e giustifica gli sconfitti. La sottile linea d'ombra che separa i "Servizi" dai "servizietti" è da sempre un cruccio delle democrazie. Avvolti per dovere d'ufficio dal segreto, è difficile discernere quando agiscano nell'interesse nazionale e quando nell'interesse del governo del momento, o peggio ancora di un governo alleato del momento. Perché i due interessi non necessariamente coincidono.
Soprattutto nell'Italia post-ideologica dei nostri tempi, in cui le maggioranze si ribaltano dalla sera alla mattina, e un povero premier come Conte può essere colto dalla richiesta di aiuto da parte di Trump mentre è a metà del guado tra Salvini e Renzi. E così, oltre all'interesse nazionale, può smarrire anche quello politico.
Il mistero del caso Conte, il presidente del Consiglio italiano che autorizza il Procuratore generale degli Stati Uniti a fare riunioni con i nostri 007, va dunque ad aggiungersi, seppure in tono (molto) minore, alla lunga trama di misteri di cui è inestricabilmente intessuta la storia della Repubblica. Rilanciando di conseguenza le teorie cospirative più fantasiose, come quella secondo cui l'espulsione di Salvini dal governo sarebbe addirittura paragonabile a quella di Togliatti nel 1947, che De Gasperi fece fuori dopo un lungo viaggio negli Usa. Versione che sorvola sul piccolo dettaglio che è stato lo stesso Salvini a far cadere il governo di cui era parte, favorendo così il complotto di cui si dice vittima.
Il Paese "protetto" - Perché il mistero ha questo di bello: consente una ricostruzione "occultista" della storia patria (una volta, nella ricerca della prigione di Aldo Moro, comparve perfino una seduta spiritica), che giustifica gli sconfitti e deresponsabilizza i vincenti. È infatti ormai storiografia accettata l'idea che la nostra sia nata come una democrazia "a sovranità limitata", dunque "protetta", perché destinata a un Paese trattato nella spartizione del dopoguerra come un semi-protettorato americano.
Sono interpretazioni esagerate, che svalutano l'agire politico di grandi masse di uomini e donne sulla scena della storia, per privilegiare il retroscena del potere. Ma è pur vero che fin dall'atto di nascita della Repubblica il mistero la avvolge. I risultati del referendum istituzionale si fecero aspettare così tanto, e sembrarono a lungo così incerti, che i monarchici attribuirono a sicuri brogli la loro sconfitta. E si deve solo al senso di responsabilità di Umberto II, il "re di maggio", (e a chi lo consigliò) se fece le valige e andò in esilio, senza cercare lo scontro.
Il braccio di ferro - Servizi e militari, che poi spesso coincidono, sono stati protagonisti anche del lungo braccio di ferro tra la democrazia "dissociativa", che voleva tener fuori la sinistra dell'area della legittimità a governare, e quella "consociativa", che invece puntava ad assorbirla.
Quando nel 1964 entrò in crisi il primo governo di centrosinistra con i socialisti, e mentre Aldo Moro trattava con Nenni un nuovo programma più radicale di riforme, fu il generale dei Carabinieri de Lorenzo a far sentire al leader socialista quello che lui chiamò "un tintinnio di sciabole", avvisaglie di un potenziale colpo di stato che avrebbe avuto addirittura al Quirinale, nella figura del Presidente Antonio Segni, il suo lord protettore.
Fu sulla base dei dossier del Sifar, il servizio segreto militare, che venne compilata la lista delle centinaia di persone da deportare, se fosse scattato il "Piano Solo", a Capo Marrargiu, una base in Sardegna. Mistero su mistero, il giorno dopo la soluzione della crisi, in un tempestoso colloquio sul Colle tra Moro, Saragat e Segni, quest'ultimo venne colpito dall'ictus che l'avrebbe presto indotto ad opportune dimissioni. Il mistero, ahinoi, avvolge ancora molti degli esecutori materiali, ma non più dei moventi, di quella che il giornale inglese The Observer chiamò la "strategia della tensione": un'incredibile scia di bombe e stragi che condizionò la nostra democrazia negli anni 70, fino a lasciare poi il testimone al terrorismo rosso e alla sua ferocia. L'obiettivo era quello della "stabilizzazione" della situazione politica.
Giovanni Bianconi ha di recente raccontato su La Lettura che, quattro mesi dopo la bomba di piazza Fontana (a dicembre di quest'anno ricorrono i cinquant'anni), un documento dell'amministrazione americana, allora guidata da Nixon, istruiva i servizi segreti su che cosa fare per evitare il "pericolo dell'insorgenza comunista" in Europa occidentale.
Il "manuale" suggeriva azioni di destabilizzazione, "violente o non violente", utili a "stabilizzare" i governi. Notate la sottigliezza: l'obiettivo non era il golpe, ma diffondere la paura del golpe, per sconsigliare gli italiani dal tentare nuove avventure politiche. Poiché il mistero è ambivalente, lo si può usare anche rimuovendolo: come fece Andreotti quando nel 1990 rivelò l'esistenza di Gladio, una organizzazione paramilitare promossa dalla Cia, pronta ad agire in caso di invasione comunista dell'Italia.
A rileggere oggi la sequenza degli attentati di quegli anni viene da chiedersi come abbia fatto la democrazia italiana a reggere. Nel solo 1974 ci furono due delle peggiori stragi terroristiche della nostra storia, quella di Piazza della Loggia a Brescia (8 morti) e quella sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro (12 morti).
Da allora la "strategia" mutò. Il Pci aveva infatti continuato a crescere, ottenendo la vittoria nel referendum sul divorzio, proprio nel 1974, e poi con lo sfondamento elettorale del biennio '75-76. Sarà un caso, ma da quel momento al posto delle bombe partì l'attacco delle Brigate Rosse, profeticamente annunciato dal generale Miceli, capo del Sid (Servizio informazioni della difesa) al giudice che lo inquisiva; un ben più sofisticato effetto avrebbe avuto sulle sorti della democrazia consociativa, chiudendone di fatto la storia con l'omicidio di Aldo Moro.
Le nuove battaglie - Naturalmente l'89, la caduta della Cortina di ferro e la fine dell'Urss e del mondo di Yalta, hanno fatto dell'Italia un paese per nostra fortuna più "normale", non più frontiera tra i due blocchi, crocevia di spie. I nostri Servizi non sono più inquinati da trame eversive. Ma sul nostro territorio si continuano a combattere battaglie, seppure ormai svuotate di ogni motivazione ideologica o geopolitica, e più che altro figlie degeneri di lotte di potere interne alla politica contemporanea: quella tra Trump e il Congresso è una di queste. Il rischio che gli 007 finiscano per essere usati come cortigiani del potere, non è però meno grave per una democrazia che non voglia sentirsi più "protetta". L'abitudine alla "sovranità limitata" è dura da estirpare, soprattutto in certe stanze.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 ottobre 2019
I dati dei penalisti nel primo giorno di astensione. I numeri. Servono i numeri. "Sapete in quanto tempo si prescrive una corruzione in atti giudiziari? Ci voglio 30 anni. A legislazione vigente, con la norma del ministro Bonafede non ancora efficace. Il disastro ambientale? Prescritto dopo 37 anni. Ce ne vogliono 37 e 6 mesi per i casi più gravi di maltrattamenti in famiglia, un quarto di secolo per fattispecie a elevato allarme sociale come rapina, traffico di droga, estorsione".
A parlare è l'avvocato Paolo Giustozzi, che fa parte della giunta dell'Unione Camere penali. A lui il presidente Gian Domenico Caiazza affida l'ingrato compito: dare i numeri durante la conferenza stampa indetta nel primo dei cinque giorni di astensione dalle udienze, proclamati dalla stessa Ucpi. "Abbiamo ritenuto opportuno che la nostra protesta sia segnata da un'opera di informazione", spiega Caiazza. "La cifra costante delle norme in campo penale è la totale disinformazione. Non si spiega cosa avviene nella realtà. Lo facciamo noi".
E in effetti i penalisti sciorinano tabelle da brividi. Lo fanno nei giorni in cui nulla sembra in grado di scongiurare l'abbattersi, dal 1° gennaio, del blocca - prescrizione. Reduci da un congresso straordinario che hanno intitolato "Imputato per sempre", gli avvocati fanno da avanguardia mentre gli alleati dei 5 Stelle esitano.
"L'obiettivo minimo dovrebbe essere il rispetto, da parte del guardasigilli Bonafede, dell'impegno assunto un anno fa: rinviare, almeno, la norma sulla prescrizione finché non viene approvata una riforma che velocizzi davvero il processo", aggiunge Caiazza.
L'Ucpi si dà una mission: raccontare finalmente la verità sull'istituto che i giustizialisti hanno deformato in una sorta di leggenda nera. Allo scopo affidano una campagna social alla società The Skill, specializzata nel settore mediatico-giudiziario. Diffonderà su larga scala le cifre pazzesche enumerate da Giustozzi.
Poi ci sono le statistiche scovate "con tecnica da hacker casereccio" da Giorgio Varano, che dell'Ucpi è il responsabile Comunicazione: "Mostrano le enormi differenze nei tempi di definizione dei giudizi: basti guardare al dato dei fascicoli aperti alla Procura di Brescia, 663 giorni, più di quattro volte superiore ai 161 di Trento". Senza considerare "le prescrizioni dichiarate in Corte d'appello, che a parte i grandi e intasati distretti, fanno registrare dati come il 43% dei reati estinti per decorrenza termini a Venezia, il 35 a Catania, il 26 a Bologna".
Ma forse il numero chiave proposto da Varano è quello dei reati prescritti dopo il primo grado, sui quali interviene la nuova norma che abolisce l'istituto: "Sono solo il 25% delle prescrizioni totali. E ad andare in prescrizione è solo il 10% dei fascicoli". Ecco in vista di quale esito, osserva Caiazza, "si afferma il principio gravissimo per cui dopo il primo grado la persona, persino se assolta, resta a disposizione dello Stato". Si fanno a pezzi i cardini del diritto per casi che non superano il 2,5% del totale. "Ma c'è una conseguenza pratica", fa notare il segretario dell'Ucpi Eriberto Rosso, "perché cancellare la data di prescrizione dalla copertina del fascicolo significherà togliere al giudice l'unico efficace stimolo a definirlo in fretta".
Non solo: proprio vista tale futilità del blocca-prescrizione, a fronte dei casi su cui interverrebbe, "l'altra vera conseguenza è lo scardinamento culturale: della presunzione d'innocenza e della finalità rieducativa della pena". Riformare senza ancoraggio con la realtà vuol dire istigare ancora di più l'opinione pubblica a una visione rabbiosa della giustizia. "Ma noi siamo convinti che di fronte a numeri come questi, i cittadini possano cambiare idea". I penalisti, almeno loro, ci credono.
di Aldo Fabozzi
Il Manifesto, 22 ottobre 2019
Maggioranza ferma al palo: non c'è intesa tra Pd, Leu e Italia viva con i 5 Stelle. Ancora in sospeso la legge delega che dovrebbe velocizzare i processi penali, mentre la riforma voluta da Bonafede, contro la quale protestano i penalisti, sarà applicabile dal 1 gennaio prossimo.
"Il ministro Bonafede sia coerente e tenga fede alle motivazioni per cui ha rinviato di un anno l'entrata in vigore delle norme sulla prescrizione. Non si è ancora intervenuti sulla durata dei processi, quindi le stesse ragioni dovrebbero essere alla base di un nuovo rinvio". Lo ha chiesto ieri Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali, nel primo dei cinque giorni di astensione dalle udienze proclamati dagli avvocati che protestano contro la norma che cancella l'istituto della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. La "riforma", introdotta all'inizio di quest'anno nella legge anti corruzione (per M5S "spazza-corrotti"), entrerà in vigore il primo gennaio 2020 ma nel frattempo, prima e dopo il cambio di governo, le novità che dovrebbero velocizzare i processi non sono state approvate. E la nuova maggioranza è lontana dal trovare un accordo.
Due vertici tra il ministro Bonafede e le forze politiche di maggioranza non sono bastati a portare una schiarita sul tema prescrizione, mentre passi in avanti - cioè indietro da Bonafede - sono stati fatti sul metodo di elezione dei togati del Csm: l'idea del sorteggio è uscita dai radar. Il Pd, spiega il sottosegretario alla giustizia Andrea Giorgis, considera la prescrizione "una sconfitta dello stato" ed è d'accordo con Bonafede che "bisogna fare in modo che non capiti mai", da qui quindi l'impegno per nuove norme che velocizzino il processo penale.
Ma mentre il ministro 5 Stelle resta dell'idea che la soluzione sia l'abolizione per legge della prescrizione, i dem insistono che deve prevalere il diritto dell'imputato, al quale la Costituzione garantisce la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva e un processo di ragionevole durata. Diversamente si andrebbe a creare la categoria dei presunti innocenti o presunti colpevoli - lo stop alla prescrizione vale sia in caso di condanna che di assoluzione in primo grado - a vita.
L'imminente apertura della sessione di bilancio, le discussioni sulla legge di bilancio e sul decreto fiscale, hanno costretto a rinviare il confronto sulla giustizia. Che però ha fatto capolino nelle litigate sulla manovra, visto che uno dei punti di frizione ha riguardato le "manette per gli evasori" chieste a gran voce dai grillini. Sul punto si sarebbe trovato un compromesso, alzando le pene per gli evasori che organizzano con frode l'evasione di grandi somme, anche se resta la contrarietà - soprattutto dei renziani - a introdurre norme penali attraverso un decreto.
Italia viva ha proposto ieri con la responsabile giustizia Annibali di rinviare di un anno l'entrata in vigore dello stop alla prescrizione. Così da avere il tempo per la riforma del processo penale. Bonafede a settembre si era detto sicuro di riuscire a far approvare la riforma entro fine anno. I disegni di legge saranno due (uno per il processo civile, uno per quello penale e Csm) e saranno disegni di legge delega. Per quanto alcune norme potranno essere di immediata applicazioni, il cuore della riforma dovrà ulteriormente attendere. Dunque non c'è alcuna possibilità che gli eventuali effetti positivi sui processi possano farsi sentire per l'inizio del 2020.
Dalla maggioranza fanno però notare che le ricadute pratiche dello stop alla prescrizione si verificheranno nei tribunali non prima di quattro anni. Il presidente dell'Ucpi Caiazza, ieri, dati di una ricerca Eurispes alla mano, ha sostenuto che "la gravissima inciviltà giuridica che è stata prevista sulla prescrizione va a incidere sul 30% del 10% di tutti i processi". Mentre il deputato di Forza Italia Costa ha annunciato una proposta di legge per cancellare la norma Bonafede sulla prescrizione: casomai dovesse arrivare all'esame in parlamento, spaccherebbe la maggioranza.
di Gigi Di Fiore
Il Mattino, 22 ottobre 2019
Avvocato penalista, Vincenzo Maiello è professore ordinario di diritto penale all'Università Federico II di Napoli e consulente della commissione parlamentare antimafia.
Professore Maiello, qual è il suo pensiero sulla questione che oggi deciderà la Corte costituzionale?
"Voglio partire dal delineare il tipo di questione giuridica che sarà decisa. Siamo nell'ambito dei benefici penitenziari, legati ad un soggetto condannato per un omicidio all'ergastolo, ma non affiliato a un'organizzazione mafiosa".
Non si tratta di persona condannata per 416bis?
"No, l'omicidio in concorso, al centro della pena, riguarda una persona cui è stato contestato il favoreggiamento all'associazione mafiosa, il famoso articolo 7, ma non l'inserimento organico".
È la prima volta che la Consulta affronta il tema dell'ergastolo e delle condizioni carcerarie di soggetti condannati per reati in qualche modo legati ad un'organizzazione mafiosa?
"No, ci sono state due sentenze precedenti, una del 2013 e l'altra nel 2015. Hanno affrontato il tema, sempre legato a soggetti non affiliati ma indagati per favoreggiamento all'organizzazione, della possibilità che a loro potesse essere applicata la custodia preventiva domiciliare e non necessariamente quella in carcere. La conclusione è stata, in questi casi, per il non automatismo della detenzione in carcere".
Una differenziazione che si trova al centro anche nel nuovo ricorso alla Consulta?
"In un certo senso sì. La Consulta entrerà nel merito delle finalità rieducative della pena previste dalla Costituzione. Non c'è alcun esame diretto della questione dell'ergastolo ostativo, su cui si è espressa la corte di Strasburgo, ma si valuta la possibilità, per i condannati all'ergastolo con favoreggiamento all'organizzazione mafiosa, di accedere a permessi premio".
La decisione della Grande Camera di Strasburgo affrontava un'altra questione?
"Sì, quella decisione ha invitato l'Italia a rivedere il sistema dell'ergastolo ostativo, per cui un condannato per mafia non può uscire dal carcere prima come per altri tipi di reati, se non diventa collaboratore di giustizia. Mi sento di condividere quella decisione, che riporta al giudice di sorveglianza il potere di decidere caso per caso, se il detenuto si è ravveduto con un percorso educativo".
Un richiamo alla funzione rieducativa della pena?
"Certo, una funzione riconosciuta dalla nostra Costituzione. D'altro canto, le tipologie di condannati per mafia sono varie e andrebbero valutate singolarmente. Già nelle due sentenze della Consulta che ho ricordato si faceva differenza tra chi viene condannato per l'articolo 7 e chi per concorso esterno rispetto agli affiliati diretti che scontano una pena per 416bis".
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