di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 6 settembre 2019
Il Tribunale rovescia il no del Viminale: lì i malati mentali sono perseguitati. È la malattia mentale ad accendere a volte scoppi di violenza in un cittadino gambiano, a farlo aggirare in stato confusionale lungo i binari della metropolitana di Milano, a farlo "sentire incaricato da Dio" di bruciare gli oggetti dentro una borsa di una stanza nel centro di accoglienza: evento dopo il quale la Prefettura gli aveva revocato le misure di sostegno, e il Ministero dell'Interno ("Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale") gli aveva negato asilo. Ma ora questo diniego viene ribaltato con decisione inedita dal Tribunale di Milano, la cui "Sezione specializzata in materia di immigrazione" riconosce al 31enne proveniente dal Gambia non la "protezione sussidiaria" o almeno quella "umanitaria", come chiedeva il ricorso dell'avvocato Simona Paci, ma appunto la più ampia "protezione internazionale" proprio a motivo del rischio di essere perseguitato in patria a causa della propria schizofrenia: e cioè del fatto che, ove l'Italia lo rimandasse in Gambia, lì sarebbe esposto ai trattamenti discriminatori con i quali la legge e i costumi sociali in Gambia maltrattano i malati mentali come "non-persone" equiparate alla stregoneria.
Il caso - Il giovane - che si descrive di etnia "peul" (pastori nomadi nell'Africa occidentale), lingua "mandinka" e religione musulmana - non sa dire se sia nato con certezza in Gambia, oppure in Guinea Conackry di cui erano originari i genitori, oppure in Sierra Leone dove era nato il padre che non ha mai conosciuto, mentre la madre l'ha subito ceduto da piccolo a una famiglia adottiva violenta. Di certo c'è che solo il prezioso lavoro del Servizio ambulatoriale di Etnopsichiatria dell'ospedale Niguarda (che ne diagnostica un disturbo schizoaffettivo e ne raccomanda il collocamento in una struttura di accoglienza per avviare un lavoro multiterapeutico) riesce ogni tanto a stabilizzarlo, sebbene tra un ricovero e l'altro interrotti da sue temporanee irreperibilità.
Si può rimandarlo in Gambia? Per i tre giudici (la presidente di sezione Laura Tragni, il relatore Olindo Canali e la giudice Martina Flamini) non si può, perché equivarrebbe a consegnarlo al "rischio di atti persecutori come definiti dall'art. 7 del Dlgs. 251/2007". Infatti, anche se "non è possibile determinare se la patologia si fosse già manifestata prima della partenza dal Paese d'origine", la legge "richiede sia valutato il rischio futuro in caso di rimpatrio".
Rischio qui indubbio perché, argomenta il Tribunale, "nonostante gli inviti ricevuti dall'Organizzazione mondiale della Sanità, il Gambia non ha ancora provveduto a modificare il "Suspect Lunatic Act", una legge sulla salute mentale risalente al 1917 e dai contenuti fortemente discriminatori nei confronti dei malati mentali".
I quali, "su una popolazione di oltre un milione", sono "circa 120.000, elevato numero causato almeno in parte anche dal clima di terrore determinato nelle dinamiche sociali e financo familiari dalla lunga dittatura dell'ex presidente Jammeh". Inoltre "le ricerche svolte dal giudice relatore hanno consentito di rilevare che frequentemente le persone con malattie mentali subiscono gravi violazioni dei diritti umani: possono essere incatenate, lapidate, picchiate e incarcerate senza motivo, subire abusi fisici e sessuali, essere private di diritti civili e politici (incluso il diritto di voto)". Questa "generale percezione negativa della malattia" - risposta comunicata dall'ambasciata a Dakar nel confinante Senegal - fa sì che "la società associ (in virtù di credenze culturali) la malattia mentale alla stregoneria" e "percepisca i malati mentali come appartenenti ad un gruppo sociale distinto da quello della restante popolazione, come "meno esseri umani" degli altri".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 settembre 2019
Rinvio della Cassazione per il riesame al Tribunale di Sorveglianza. È sulla sedia a rotelle, viene curato al 41bis del carcere di Viterbo in maniera non sufficiente nonostante le gravi condizioni cliniche.
Ha chiesto il rinvio della pena per potersi curare, ma il tribunale di sorveglianza, nonostante concordi con la mancanza di cure adeguate, dice che può rimanere al 41bis. I legali hanno fatto ricorso in Cassazione che, con la sentenza numero 36975 del 3 settembre scorso, l'ha ritenuto fondato e chiesto di riesaminare il caso. Parliamo del 50enne Vincenzo Santapaola, figlio primogenito di Nitto, l'ottantenne padrino di Catania, il quale è stato condannato in via definitiva a 18 anni con sentenza della Corte di Appello di Catania del 2016 per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso.
Il tribunale di Sorveglianza di Roma aveva rigettato l'istanza di rinvio facoltativo dell'esecuzione della pena per gravi condizioni di salute avanzata da Santapaola. I magistrati richiamavano la relazione redatta in data 5.12.2018 dal dirigente sanitario della Casa circondariale di Viterbo in cui si dava atto delle patologie di cui soffriva il boss: "Esiti di fratture multiple a livello delle branche ischiopubiche e dell'ala iliaca dx trattate con mezzi di sintesi metallici; esiti di corna post traumatico della durata di circa tre mesi; residua vescica neurologica per coinvolgimento dei nn sacrali; incontinenza anale; danno del nervo sciatico e peroneale dx con deficit sensitivo sia prossimale che distale. Nel 2012 una caduta esitava in rottura di una delle placche di sintesi a livello della sinfisi pubica".
Ma anche dell'esito di un consulto interdisciplinare intervenuto nel settembre 2017 presso il reparto detenuti dell'Aou Le Molinette di Torino, il quale aveva concluso per la non necessaria rimozione dei mezzi di sintesi; per il trattamento esclusivamente farmacologico del dolore cronico pelvico perineale; per l'assenza di indicazioni chirurgiche; per la conferma dell'attuale trattamento della disfunzione viscerale vescicosfinterica, con possibile giovamento di un tentativo di introduzione della Tai con appositi dispositivi; per la opportunità di un trattamento fisioterapico di tipo estensivo, ovvero di mantenimento, che non necessitava di ricovero ospedaliero; del carattere immutato del quadro clinico delineato a Torino e della circostanza che Santapaola, nei primi mesi del 2018, aveva eseguito a Viterbo un ciclo di sedute di Fkt con beneficio parziale; inoltre, che il condannato, al momento, godeva di un'autonomia parziale e si spostava mediante l'ausilio di una sedia a rotelle.
Ciò premesso, il tribunale di Sorveglianza osservava che le descritte condizioni cliniche del condannato, pur essendo gravi, dovevano considerarsi cronicizzate, non mettevano a repentaglio la vita e potevano ricevere i necessari trattamenti sanitari in regime detentivo, né apparivano in contrasto con il principio di umanità della pena, tenuto conto della variegata serie di interventi sanitari assicurati negli anni dall'Amministrazione penitenziaria.
Nel concludere per il rigetto dell'istanza, il Tribunale capitolino rilevava, tuttavia, che presso la Casa circondariale viterbese, nell'ultimo anno, era stato eseguito un solo ciclo di fisioterapia, ritenuto, peraltro, non ottimale dal dirigente sanitario, e che, quindi, occorreva segnalarsi al competente ufficio del Dap la necessità di trasferimento del detenuto "in struttura prossima a presidio sanitario" che assicurasse "l'elaborazione di un progetto personalizzato di fisioterapia" con previsione del "periodico ricorso alle tecniche sopraindicate".
I legali hanno fatto ricorso e la Cassazione l'ha accolta con rinvio, sottolineando soprattutto che il provvedimento ha limitato il suo esame "ad un profilo esclusivamente astratto, ha ritenuto soltanto doveroso inviare al Dap una segnalazione circa le condizioni di salute del detenuto, invitando l'Amministrazione ad una sistemazione più congrua; tuttavia, non ha svolto istruttoria in tal senso e non ha richiesto al competente Dipartimento informazioni circa la reale possibilità di svolgere una particolare terapia pur in costanza di detenzione carceraria".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 6 settembre 2019
Human Rights Watch accusa Parigi di violare i diritti dei minori immigrati. Respingimenti illegali, mancanza di alloggi adeguati, procedure illegali per il riconoscimento della minore età, scarsa possibilità di accedere a istruzione e strutture sanitarie.
L'ultimo rapporto dell'organizzazione umanitaria Human Right Watch si è concentrato sulla situazione dei migranti minori non accompagnati al confine tra Italia e Francia. Le violazioni dei diritti dei giovani immigrati, che spesso tentano il passaggio del confine su sentieri ghiacciati e senza equipaggiamento adeguato, sono numerose. Non a caso il rapporto prende in esame ciò che succede nelle regione delle Alte Alpi e si basa su diverse testimonianze (almeno una sessantina) di ragazzi tra i 15 e i 18 anni.
Sotto accusa le autorità francesi, colpevoli di compiere procedure contrarie al diritto internazionale sulla protezione dell'infanzia. Bènèdicte Jeannerod di HRW spiega come "durante il colloquio di valutazione i ragazzi vengono spesso accusati di mentire e ogni loro racconto viene strumentalizzato per non riconoscere arbitrariamente la loro minore età". Un' "abitudine" già denunciata da ong come Oxfam.
In un altro rapporto infatti si raccontava della polizia che "ferma i bambini stranieri soli e li obbliga a salire su treni diretti in Italia dopo averne alterato i documenti per farli apparire più grandi o facendo sembrare che vogliano tornare".
Oxfam parlava chiaramente della registrazione dei minori come maggiorenni, di detenzione senza cibo o coperte e senza un tutore legale. Fecero scalpore anche le testimonianze sui furti delle Sim telefoniche e il taglio delle scarpe per impedire la prosecuzione del viaggio verso la Francia. Ma le accuse riguardano anche il comportamento degli agenti nei confronti dei volontari che aiutano i migranti a passare il confine o che soccorrono chi è in difficoltà. Nonostante il riconoscimento del "principio di fratellanza" da parte della Corte costituzionale francese dopo il caso di Cedric Herrou (il contadino della Val Roya più volte sanzionato penalmente per la sua opera di solidarietà), nulla sembra essere cambiato.
Il rapporto di Human Rights Watch attribuisce alla polizia francese atti "intimidatori" per "impedire le attività umanitarie". La ong ha spiegato cosa succede: "i loro veicoli vengono perquisiti, subiscono controlli di identità non giustificati oppure finiscono in tribunale". Le conseguenze per i "solidali" possono essere pesanti. Chi aiuta i migranti a entrare in Francia rischia fino a 5 anni di prigione e 30mila euro di multa.
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 6 settembre 2019
"È molto importante rendere l'istituto penitenziario un luogo adeguato e stimolante perché solo così si traduce in concreto il rispetto della dignità delle persone detenute". Con queste parole la direttrice della casa circondariale di Voghera, Stefania Mussio, descrive il modello rieducativo che sta applicando.
Da poco alla guida del carcere "Nuovo Complesso", Mussio ha trovato in Michela Morello (comandante del reparto di Polizia Penitenziaria), Fortunata Di Tullio e Adele Ianneo (educatrici) l'adeguato supporto al suo progetto. L'obiettivo è avvicinare la comunità vogherese al carcere e instaurare una collaborazione tra istituto, associazioni di volontariato e gli enti territoriali. Due esempi recenti: il "Ferragosto solidale", evento durante cui i detenuti hanno rinunciato al pasto per donarlo ai bisognosi attraverso la Caritas Diocesana; l'esposizione del presepe artigianale realizzato da alcun ospiti della Casa Circondariale nella sala comunale durante il mese di dicembre.
Le esclusive creazioni realizzate nei molti laboratori artigianali all'interno dell'istituto (dolciario, sartoria, falegnameria ecc..) vengono esposte e diffuse nelle manifestazioni organizzate sul territorio. Il carcere vogherese è stato presente all'ultima edizione della Fiera dell'Ascensione e, lo scorso luglio, presso la Basilica del Santuario di Nostra Signora della Guardia a Tortona.
"Attraverso il coinvolgimento dei detenuti vogliamo incoraggiare la responsabilizzazione individuale perché in un clima costantemente formativo deve esserci sempre l'impulso a migliorare tecniche, competenze e risultati" afferma Mussio. "Ad oggi possono lavorare all'esterno - aggiunge la direttrice - circa dieci persone e parte della loro giornata lavorativa è dedicata al volontario proprio per mettere le energie professionali a disposizione della società".
Il prossimo appuntamento solidale che vedrà coinvolti i detenuti e tutto il personale dell'istituto penitenziario si svolgerà a Tortona a fine novembre quando, nel teatro da 400 posti del centro anziani, si svolgerà un concerto di musica jazz. In questa occasione saranno venduti biscotti e altri prodotti artigianali prodotti dai detenuti del reparto di alta sicurezza. L'ingresso sarò a offerta libera e il ricavato verrà devoluto per finanziare le attività della Casa Circondariale e per aiutare un istituto che accoglie bambini disabili.
All'interno dell'istituto si sta realizzando finalmente una palestra e, grazie alle donazioni della collettività, sono stati acquistati nuovi attrezzi sportivi. "L'intento è incentivare la pratica dello sport come strumento di autodisciplina in un clima di sano agonismo e rispetto delle regole". Altro importate settore dove confluiscono energie è la riqualificazione della scuola (per la licenza media e media superiore). Da poco è stata ritinteggiata, creata un'aula magna e migliorato l'arredo delle aule che ospitano i detenuti studenti.
Gli agenti di Polizia Penitenziaria saranno protagonisti il 13 settembre nel Museo storico di Voghera (qui è conservata la A112 del Generale Alberto Dalla Chiesa distrutta dall'attentato del 3 settembre 1982) dove si svolgerà la Festa del Corpo. "Sarà - conclude Mussio - l'occasione giusta per ringraziarli del prezioso lavoro che svolgono nell'istituto".
di Cristina Piccino
Il Manifesto, 6 settembre 2019
Venezia 76. Presentata fuori concorso "ZeroZeroZero", la serie tv di Stefano Sollima tratta dal libro di Roberto Saviano. ZeroZeroZero aveva all'origine una scommessa: tradurre in formato serie tv il libro di Saviano (Feltrinelli) sull'impero del narcotraffico, dai cartelli sudamericani al resto del mondo, Italia in prima linea, attraverso gli accordi ferrei tra 'ndranghete e mafie varie. Una rete in cui tutti sono coinvolti, politici, imprenditori, poliziotti: "La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l'ha presa per svegliarti stamattina ... Fa uso di coca chi ti è più vicino ..." ineluttabile come il fato delle tragedie greche, soldi e potere, binomio primigenio del mondo.
Eccoci dunque nell'Aspromonte di capre e rifugi raffinatissimi quel binomio di sangue arcaico e nuove tecnologie del crimine già in Anime nere di Munzi. Nel Messico di miliardi e miseria, dei poveracci che tagliano la coca e rischiano la vita, del lusso strafottente delle ville dei narcotrafficanti, quelli in "alto", tra le cene di affari armate come un bunker, l'esercito che combatte i cartelli con gli stessi metodi, avidi di denaro, corrotto e corruttibili, senza scrupoli, e il resto del mondo, "pulito" e raffinato complice nell'iperspazio della finanza.
Ma Stefano Sollima che firma la regia di ZeroZeroZero - otto puntate su Sky Atlantic nel 2020 - di cui al Lido, dove è arrivato anche Saviano, sono stati proposti i primi due episodi, The Shipment e Tampico Skies, è un regista che il "genere" sa usarlo al meglio per decostruirlo con deotur (Soldado) e dall'interno (Gomorra) mantenendo il controllo di stile anche in una produzione globale come questa: set diviso tra America, Europa, Africa su cui si sono alternati Andrea Risebourough (Birdman), Gabriel Byrne, Dane DeHaan, Giuseppe De Domenico, Francesco Colella tra gli altri, e che oltre Sollima ha poi incluso altri due registi "di genere" come Pablo Trapero (con Il clan Leone d'oro alla regia nel 2015) e Janus Metz (Borg McEnroe).
La sua "via della coca" è punteggiata da i riferimenti riconoscibili di un immaginario "popolare" che la regia muove, spiazza, rende mobili, nervosi, funzionali, col gusto di usare ogni codice possibile.
Seguendo una storyline - con Sollima hanno lavorato Leonardo Fasoli e Mauricio Katz - di vicende private, scontri familiari, lotte padri-figli, eredità inattese nella trama mondiale del narcotraffico lavora sul fraseggio del ritmo, va avanti e indietro nel tempo., frammenta i punti di vista dispiegando un "prologo"perfetto al viaggio del container di coca in cui le diverse parti coinvolte è un campo di forza nel gioco "reale" del nostro mondo. Dissemina piste, mischia i generi, accumula possibilità e ambizioni: una sfida seriale.
di Luigi Manconi e Federica Graziani
La Repubblica, 6 settembre 2019
Il documentario "Boez-Andiamo via" su Raitre. Cinque uomini e una donna, tutti condannati, in pellegrinaggio per 900 chilometri da Roma a Santa Maria di Leuca. "Col passar del tempo, l'uomo, animale abitudinario, assume la forma del carcere anche nel mondo dei sogni", diceva Altiero Spinelli, padre dell'unione europea, a lungo detenuto durante il fascismo.
E in effetti, quali sono le sedi della cultura e della politica che coltivano l'abitudine a pensare a luoghi della pena diversi dal carcere? In Italia, sembra inesorabile, il castigo che merita chi ha commesso un reato è la prigione. Con la sua vita di corpi ristretti, di muri, sbarre e porte blindate, di richieste - le più elementari, una telefonata a casa, l'acquisto di un farmaco, un maglione in più - che si trasformano in "domandine", aspettano risposta, nell'attesa spesso si smarriscono e allora si ricomincia. E, ancora, la vita in carcere è fatta di solitudine, di ore d'aria in cortili di cemento, di terapie e trattamenti, di famiglie costrette a spostarsi di istituto in istituto per incontrare chi sta dentro, di violenze e paura, di giorni pallidi, in cui oggi sarà uguale a domani. Ma questo importa poco, le prigioni sono inaccessibili, della vita che vi si svolge si sa poco o niente e in ogni caso rinchiudere gli individui che potrebbero costituire un pericolo per la comunità pare essere inevitabile ai fini della sicurezza.
Eppure qualcuno contraddice la frase di Spinelli e dimostra che immaginare qualcosa di diverso dalla cella chiusa è possibile. Cinque uomini e una donna, tutti condannati per diversi reati, escono dalla loro detenzione e si mettono in cammino. Dal Colosseo di Roma percorrono a piedi 900 chilometri, fino ad arrivare all'estremità della penisola, a Santa Maria di Leuca. Non si tratta di una riuscita evasione di gruppo, ma di un progetto di sperimentazione del cammino come pena alternativa al carcere, frutto della collaborazione fra la Rai e il ministero della Giustizia. Per sessanta giorni, scarponi ai piedi e zaino in spalla, i sei condannati, accompagnati da una guida escursionistica, da un'educatrice di comunità e da una troupe televisiva, percorrono la via Francigena, strada antica, che per secoli i pellegrini hanno attraversato per arrivare in Terrasanta.
E il loro viaggio è raccontato da un documentario in dieci puntate, Boez - Andiamo via, in onda ogni sera dallo scorso lunedì alle 20.20 su Rai 3 fino al 13 settembre, escluso in fine settimana. Sembra assurdo. Cosa c'è di più distante dall'immobilità delle mura carcerarie del movimento continuo della strada? Cosa di più lontano dalla segretezza delle celle degli incontri quotidiani del pellegrino, dettati dal bisogno di ospitalità?
Per compiere il salto richiesto e riunire due figure così antitetiche come quelle del carcerato e del camminatore non c'è niente di meglio della concretezza dei dati. Il camminare come dispositivo di esecuzione della pena in luogo del carcere ha una storia già antica in altri paesi europei e, come dimostra l'intero sistema delle misure alternative, funziona.
In Italia, l'ultimo rapporto di Antigone sulle condizioni detentive illustra che delle oltre 44 mila misure in esecuzione nel primo semestre dello scorso anno, soltanto il 3,4 per cento è stato revocato. E di queste solo lo 0,5 per la commissione di nuovi reati. Il carcere, al contrario, non funziona, è anacronistico, non rende più sicure le nostre comunità, indebolisce le possibilità di inclusione ed è spesso criminogeno. Molto meglio, per così dire, tentare nuove strade.
triesteallnews.it, 6 settembre 2019
L'arte come riflessione sul tema della "pena" e la creazione di una finestra aperta verso il mondo esterno, sull'esperienza e sulle speranze delle persone detenute. Questi gli obiettivi del bando nato un anno fa e rivolto alle sedici carceri del Triveneto nel cui ambito sarà inaugurata, venerdì 6 settembre, alle ore 18.30, nella sala espositiva A. Fittke di Piazza Piccola 3, l'esposizione degli elaborati del concorso artistico per persone detenute "A mano libera", a cura del Progetto Area Giovani del Comune di Trieste e organizzata dal gruppo di ragazzi scout appartenenti al "Clan arcobaleno" del gruppo Agesci TS 2 nord-est.
All'inaugurazione saranno presenti coloro i quali hanno anche collaborato al progetto: lo scrittore Pino Roveredo, la Garante comunale dei diritti dei detenuti di Trieste Elisabetta Burla, il giornalista Gianpaolo Sarti, l'assistente sociale Annalisa Castellano, la responsabile di strutture socio-educative Silvia Chiodo, la docente di storia dell'arte Lucia D'Agnolo, l'assistente sociale Fausta Favotti, l'artista ed esperta d'arte Manuela Sedmach, il coordinatore della cooperativa Hanna House Lorenzo Tortora e l'assistente sociale Paola Turelli.
L'esposizione rimarrà aperta anche sabato 7 e domenica 8 dalle ore 10.00 alle ore 12.00 e dalle ore 16.30 alle ore 18.30.
rovigooggi.it, 6 settembre 2019
Assistedil, ente di formazione Bilaterale ha tenuto il mese scorso un corso sicurezza base, nella nuova casa circondariale di Rovigo, rivolto ai detenuti. "Assistedil propone proposte formative - che vengono tradotte in "unità di competenza" e che trovano risposta attraverso la progettazione e lo sviluppo di interventi formativi di specifico riferimento settoriale nell'ambito del comparto edilizio e delle costruzioni. - afferma il presidente dell'Ente Franco Girardello.
Progettare processi di formazione efficaci per i nostri utenti non significa consegnare un semplice pacchetto di indicazioni nozionistiche, al contrario ogni percorso è il risultato di un piano formativo organico che tende a strutturare, solidificare e rafforzare in maniera completa la crescita professionale che rientra nel progetto più ampio di Assistedil riguardo alla formazione continua.
Dopo questa prima positiva esperienza, in accordo con la Direzione della Casa circondariale, proporremo anche attività professionalizzanti, in modo da permettere ai detenuti, una volta usciti, di reinserirsi attivamente nel mondo del lavoro, anche attraverso i Servizi al Lavoro (Work Experience, Assegno per il lavoro ecc) per i quali il nostro Ente è accreditato presso la Regione del Veneto".
"L'offerta formativa propone 2 principali macro aree: formazione in materia di salute, igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro: Formazione obbligatoria prevista dai disposti normativi per lavorare in sicurezza che nel 2018 ha visto la realizzazione di 84 corsi per un totale di 5.373 ore erogate, con il coinvolgimento di 928 utenti- interviene il vice presidente Assistedil Gino Gregnanin - corsi professionalizzanti: Competenze integrate e metodologia innovativa per raggiungere obiettivi professionali e personali con 7.342 ore di formazione erogate per 162 utenti".
"La Direzione della Casa Circondariale di Rovigo, - ha dichiarato il Claudio Mazzeo Responsabile Area Trattamentale Cc Rovigo - nell'esprimere apprezzamento per l'attività espletata, che ha consentito l'acquisizione di un attestato di formazione, primo step per eventuali avvii di ammissione al lavoro sia all'interno dell'Istituto che all'esterno, conferma la bontà dell'iniziativa e auspica che la stessa non sia fine a se stessa ma rappresenti l'avvio di un percorso formativo professionale a carattere continuativo e permanente. Come riferito dalla Responsabile dell'Area Trattamentale di questo Istituto, i 15 ristretti che hanno ottenuto il relativo attestato hanno partecipato con impegno ed interesse al corso, senza il verificarsi di alcuna criticità".
Al termine del percorso, che ha fornito ai partecipanti una formazione adeguata in merito ai principali dettami previsti dal d.lgs. 81/08 e s.m.i., ovvero le nozioni in materia di igiene, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che dovranno poi essere utilizzate come veri e propri strumenti operativi, con il superamento delle verifiche, i partecipanti hanno ottenuto l'attestato previsto dalla normativa per l'accesso ai luoghi di lavoro.
di Valentina Russo
lavoce.it, 6 settembre 2019
Nell'aprile scorso il Garante dei detenuti Stefano Anastasia, in una relazione alla Terza commissione consiliare della Regione Umbria, aveva già evidenziato le principali criticità delle carceri umbre: la crescita della popolazione penitenziaria abbinata alla scarsità delle risorse pubbliche disponibili; condizioni di vita e di salute dei detenuti contrassegnate dalla difficoltà di accedere alle visite specialistiche e agli esami diagnostici; la mancanza lamentata dai detenuti di attività di reinserimento e di un adeguato sostegno alle iniziative culturali. È in questo clima che si sono venuti a creare, nei giorni scorsi, due gravi episodi di rivolta all'interno della casa circondariale di Capanne a Perugia.
"Il problema è che i detenuti non hanno molte possibilità di lavorare. Se non lavorano, non hanno quei 50/100 euro al mese per pagarsi delle piccole cose che vogliono comperarsi: un caffè, una pasta in più, le sigarette, i vestiti. Non essendo autonomi economicamente si sentono sempre nel bisogno. In più va aggiunto il sovraffollamento, la reclusione, il caldo. Quindi, in queste condizioni, basta poco per provocare il caos".
Questo il commento sulla vicenda di suor Carla Casadei, che da anni presta il suo servizio in carcere con con l'Associazione perugina di volontariato. Nei mesi invernali suor Carla si reca nella sezione femminile per un laboratorio di cucito insieme ad un'altra volontaria che è modellista.
"Andiamo per due ore alla settimana e facciamo fare alle detenute dei piccoli lavoretti". Durante tutto l'anno poi si reca nella sezione maschile per i colloqui personali. "Le attività lavorative - continua Casadei - vengono concesse solo ad alcuni tipi di detenuti, nel fine pena o per pene lunghe. Però non sono organizzate in maniera continuativa, ma per turni.
Ecco quindi che per 2 mesi svolgono la mansione di scopini, portavitto (coloro che portano il cibo nelle celle), bibliotecari, cuochi. Però su circa 300 detenuti, a lavorare saranno una ventina e per un tempo limitato. Bisognerebbe poi coinvolgere più aziende esterne. Dentro il carcere di Perugia c'è una piccola attività aziendale che viene dall'esterno, la Plurima, che fa fascicolazione di documenti, ma sono coinvolti solo 3 detenuti".
È dello stesso parere padre Francesco Bonucci, cappellano del carcere di Capanne, intervistato da Umbriaoggi.news. "Penso che queste persone hanno bisogno di essere più impegnate durante la giornata perché passano la maggior parte del tempo senza far nulla e questa è la cosa più urgente. Dopo tanto tempo senza avere niente da fare anche la persona più normale impazzisce" ha dichiarato Bonucci.
Cosa ne pensano invece politici ed istituzioni? "La soluzione è costruire nuovi carceri e non certo far uscire i delinquenti, sia chiaro" ha detto Emanuele Prisco (continua a leggere sull'edizione digitale de La Voce).
specialelibia.it, 6 settembre 2019
L'Inviato del Segretario Generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, durante il suo briefing al Consiglio di Sicurezza del 4 settembre ha detto che " a seguito della mia richiesta di chiusura graduale e progressiva di tutti i centri di detenzione che ospitano migranti e rifugiati, il 1 ° agosto il Ministro degli Interni ha ordinato la chiusura di tre di questi centri. Le Nazioni Unite hanno presentato un piano di emergenza al Governo di Accordo Nazionale sulle opzioni alternative alla detenzione. Questo piano include il rilascio in contesti urbani con assistenza, assistenza sanitaria necessaria, accesso al mercato del lavoro e identificazione di soluzioni durature al di fuori della Libia. Questi centri devono essere chiusi attraverso un processo graduale e deliberato in cui alle agenzie delle Nazioni Unite competenti vengono forniti i mezzi necessari per assistere questa popolazione vulnerabile".
Salamè ha poi aggiunto che "nonostante questi appelli e le dichiarazioni del Governo di aver chiuso il centro di detenzione di Tajoura - che è stato il sito dell'attacco mortale a luglio - i migranti continuano ad essere inviati lì. Migranti e rifugiati continuano a essere detenuti in composti controllati da gruppi armati che li mettono in grave pericolo. Quasi 500 di coloro che sono fuggiti dall'attacco di luglio al centro di detenzione di Tajoura sono entrati spontaneamente nella struttura di raccolta e partenza gestita dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale. Con oltre 1.000 rifugiati, le infrastrutture della struttura di raccolta e di partenza sono troppo strette e la situazione umanitaria nella struttura si sta rapidamente deteriorando".
Centinaia di migranti e richiedenti asilo sono stati intercettati dalla guardia costiera libica nelle ultime settimane. "Alcuni vengono ora liberati e altri vengono consegnati ai centri di detenzione, sappiamo almeno 3 casi. L'Unsmil ha continuato a ricevere segnalazioni di detenzione arbitraria a tempo indeterminato di migranti e rifugiati, estorsioni e percosse, traffico e condizioni disumane di detenzione, tra cui grave sovraffollamento e carenza di cibo e acqua. Sono necessari finanziamenti urgenti per il piano di risposta umanitaria 2019 per consentirci di continuare a rispondere alle esigenze dei più vulnerabili in Libia, compresi i migranti". Ha sottolineato il capo della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia.
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