di William Beccaro
estremeconseguenze.it, 22 ottobre 2019
Ilaria Cucchi ha un indiscutibile merito, la sua battaglia, ci ha educati, ha fatto sì che fossero più forti gli anticorpi che presidiano i valori costituzionali nelle nostre carceri, nelle caserme e nelle questure. Ha reso più netta la differenza tra il grano e loglio, le eroiche donne e uomini in uniforme da chi quelle stesse uniformi infanga. E non è affatto poco.
Da dieci anni sono il giornalista del Caso Cucchi. A chiamarmi, di solito, sono le scuole, a volte i colleghi giornalisti, soprattutto quelli giovani che dieci anni fa ancora frequentavano licei o università, ultimamente qualche studente che ha una tesi da scrivere. Lo scorso anno c'è stata un'impennata di chiamate per via del bel film, "Sulla mia pelle" di Alessio Cremonini, che di Stefano racconta le ultime ore.
Nel film giustamente, io non ci sono e neppure il buon Daniele De Luca che mi faceva da vice in CnrMedia, la testata che il caso fece scoppiare pubblicando le ormai stranote foto dell'autopsia del giovane massacrato di botte. Giustamente non siamo nel film perché l'eroe del Caso Cucchi è la sorella Ilaria.
È lei, con il supporto del buon avvocato Fabio Anselmo, che ha bussato a ogni porta per vedere riconosciuto il dramma che stava vivendo e per chiedere verità. Noi eravamo una delle porte cui ha bussato e abbiamo aperto. Punto. Non lo scrivo per una pudica modestia. I fatti sono questi. CnrMedia pubblicò le foto che altri non pubblicarono, poi Beppe Grillo e il suo blog rilanciarono le nostre pagine web e furono milioni di click e Ilaria iniziò il suo percorso verso la verità.
A questo proposito fatemi sottolineare che il Caso Cucchi non è accaduto 10 anni fa, ma sta durando da 10 anni. Nel senso che non è finita e la verità sulla morte di Stefano e soprattutto su tutti gli odiosi depistaggi istituzionali sono ben al di là di essere svelati.
Il Caso Cucchi è nei fatti uno dei misteri italiani e solo il disvelamento di insabbiamenti e coperture lo consegnerà alla storia, alla brutta storia del nostro Paese. Insabbiamenti e coperture che devono trovare nomi e cognomi, che si andranno ad aggiungere a quelli degli inqualificabili politici che di Stefano e Ilaria dissero e dicono le peggio cose.
10 anni fa nessuno sapeva chi fosse Stefano Cucchi, oggi si. Ed è importante sia così perché segna un'evoluzione nel sentire pubblico. Oggi un nuovo Caso Cucchi è più improbabile e non perché non ci possano essere pestaggi da parte di una qualche uniforme marcia, bensì perché l'opinione pubblica non è più incredula. Non è più impermeabile.
Ilaria Cucchi ha un indiscutibile merito, la sua battaglia, ci ha educati, ha fatto sì che fossero più forti gli anticorpi che presidiano i valori costituzionali nelle nostre carceri, nelle caserme e nelle questure. Ha reso più netta la differenza tra il grano e loglio, le eroiche donne e uomini in uniforme da chi quelle stesse uniformi infanga. E non è affatto poco.
di Roberto Bertoni
articolo21.org, 22 ottobre 2019
Molte cose sono cambiate negli ultimi dieci anni, ahinoi quasi tutte in peggio. Fatto sta che la tragica vicenda di Stefano Cucchi, il trentunenne geometra romano trovato in possesso di alcuni grammi di hashish e cocaina e per questo portato in caserma e lì pestato a sangue da alcuni agenti, causandogli danni che in pochi giorni lo hanno condotto alla morte, ha risvegliato le coscienze assopite della maggior parte di noi circa il tema dei diritti umani.
Dieci anni e ne abbiamo sentiti di insulti, farneticazioni e affermazioni vergognose da parte di alcuni esponenti politici, per non parlare di certi colleghi, di quella frangia della destra che su Cucchi ha rivelato la sua vera natura. Una natura che, purtroppo per il nostro Paese, ha poco a che vedere con la tradizione liberale e diversi punti in comune, invece, con paesi in cui, di fatto, non esiste l'habeas corpus e i diritti umani non sono tenuti in nessuna considerazione.
Il caso Cucchi, come ben sa la sorella Ilaria, verso cui nutro sentimenti di profonda stima e sincera amicizia, ha avuto il merito di fare chiarezza su numerosi aspetti del nostro vivere civile. Il che mi induce a dire che la morte straziante di un ragazzo che mai sarebbe dovuto finire in carcere e, meno che mai, avrebbe dovuto subire lo scempio che ha subito, per fortuna, non è stata vana. Si è aperto, infatti, in Italia un dibattito sul ruolo e sulla funzione delle carceri e di chi vi lavora, sul senso di determinate pene detentive e sull'ingiustizia di molte di esse.
Ci si è scontrati sul punto cruciale della prigione intesa da alcuni, i soliti, i già menzionati campioni del sovranismo all'amatriciana, alla stregua di una discarica sociale dove gettare gli scarti, i deboli, gli ultimi, coloro che non ce la fanno e per questo, secondo la vulgata corrente, sapientemente alimentata, non avrebbero diritto né alla redenzione né alla giustizia nel senso letterale del termine.
Non c'è dubbio che Stefano Cucchi, nel corso della sua breve vita, abbia commesso degli errori, che abbia incontrato il gorgo pericoloso della droga e della dipendenza e che non sia riuscito a uscirne. Tuttavia, non c'è dubbio che è proprio per persone così che è necessario prevedere misure alternative al carcere, finanziando adeguatamente le comunità di recupero e restituendo alla piena cittadinanza chi ha commesso degli sbagli ma non per questo merita di essere abbandonato a se stesso o colpito in eterno da un marchio di infamia.
Oltretutto, la tragedia di Cucchi ci ha permesso di conoscere una donna, Ilaria per l'appunto, che non ha mai elevato il fratello a eroe moderno né gli ha lesinato critiche, anche severe e immagino per lei quanto dolorose, preferendo, al contrario, farne un simbolo di lotta collettiva per una certa idea di società.
Una società, quella per cui si batte Ilaria, e noi al suo fianco, nella quale nessuno sia lasciato indietro, nella quale un cittadino nelle mani dello Stato venga rispettato quanto e più degli altri, nella quale la giustizia sia giustizia e non faida medievale, nella quale il carcere abbia la funzione costituzionale di luogo di rieducazione e non di buco nero senza via d'uscita, nella quale la logica della vendetta che si è impadronita del nostro vivere civile venga contrastata con la massima fermezza e, infine, sconfitta.
E ci ha consentito di conoscere anche un uomo, l'avvocato Fabio Anselmo, che della passione per la lotta di Ilaria ne ha fatto una ragione di vita, riportando l'umanità e la dignità indispensabili nelle aule di un tribunale in cui, in precedenza, si era discusso in termini burocratici e lesivi della memoria di un ragazzo assassinato per la sola colpa di non essere nessuno.
Dieci anni dopo dobbiamo dire grazie a Ilaria per aver reso qualcuno tanti altri nessuno come suo fratello, per averli fatti sentire meno soli, per aver ricordato a tutti noi il ruolo costituzionale della politica e della magistratura, per aver fatto uscire dal silenzio il grido di rivalsa di quanti hanno subito per anni ogni sorta di angheria, per aver scelto di vincere sempre e comunque nella legalità, senza populismo, senza vittimismo, senza autocommiserazione, credendo nelle istituzioni e affidandosi a un iter che ha favorito la scoperta dei responsabili e dei depistatori e aperto una discussione sui corpi dello Stato che non si vedeva dai tempi del G8 di Genova. Ilaria ha vinto perché non ha mai cercato di strumentalizzare il dramma del fratello. E Stefano oggi può riposare se non in pace, quanto meno con un minimo di serenità.
balarm.it, 22 ottobre 2019
Si tiene a Palermo, giovedì 24 ottobre dalle 14.30 alle 18.30 presso Palazzo Branciforte, la giornata di studio dal titolo "Tra le righe. Esercizi di libertà in carcere", sostenuta da Fondazione Sicilia, a cura di Acrobazie, Elisa Fulco e Antonio Leone. L'appuntamento, inserito nel progetto "L'Arte della Libertà", in corso all'interno della Casa di Reclusione Calogero di Bona - Ucciardone di Palermo con l'artista Loredana Longo, vuole essere un'occasione di confronto tra esperienze accomunate dall'interpretare attivamente l'articolo 27 della Costituzione.
Un modo per dare i numeri per fornire indicatori chiari dei benefici generati dall'investimento in cultura e raccontare le più significative case history che utilizzano i linguaggi artistici all'interno delle istituzioni penitenziarie, sono i temi centrali dell'incontro, che intende la riabilitazione come momento di formazione e di crescita dei detenuti, mantenendo aperto lo scambio tra il dentro e il fuori. Durante la giornata si riflette sugli impatti generati dall'investimento in cultura come fattore di "sicurezza" e di recidiva.
Si parla di unicità e di replicabilità dei modelli che funzionano e del ruolo della creatività nell'avviare percorsi duraturi di cambiamento, con la testimonianza di Armando Punzo. Per l'occasione, il regista e drammaturgo, fondatore e direttore artistico della Compagnia della Fortezza di Volterra, racconta la sua esperienza trentennale.
Elisa Fulco e Antonio Leone, raccontano insieme all'artista Loredana Longo e a Sergio Paderi, psichiatria dell'ASP, con la testimonianza dei detenuti, la metodologia adottata per generare condivisone tra il carcere e le istituzioni cittadine; Filippo Giordano, professore di Economia aziendale alla Lumsa di Roma e di Imprenditoria sociale alla Bocconi, presenta i dati dell'investimento in cultura; Armando Punzo dialoga con Daniela Mangiacavallo, regista teatrale all'interno del carcere Pagliarelli di Palermo, sul fare teatro nei luoghi di reclusione e sul perché il teatro renda liberi.
Carlo Mazzerbo, direttore del carcere di Livorno e di Gorgona, si confronta con Stefano Simonetta, docente di Storia della filosofia medievale presso la Statale di Milano e Referente di Ateneo per il sostegno allo studio universitario delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
La giornata si apre con i saluti istituzionali di Raffale Bonsignore (Presidente Fondazione Sicilia), Leoluca Orlando (Sindaco di Palermo), Salvatore Di Vitale (Presidente Tribunale di Palermo), Luisa Leone (Magistrato Tribunale di Sorveglianza di Palermo), Giovanni Fiandaca (Garante detenuti Sicilia), Giovanna Re (Direttore Reggente Casa di Reclusione Calogero di Bona - Ucciardone), Antonella Purpura (Direttrice Galleria d'Arte Moderna), Daniela Faraoni (Direttore Asp Palermo) e Francesca Vazzana (Direttore Carcere Pagliarelli Lo Russo di Palermo).
di Carlo Forte
Italia Oggi, 22 ottobre 2019
La condanna definitiva della Corte di cassazione. Cosa si rischia e perché con la colpa generica e specifica. Un mese di reclusione con sospensione della pena e obbligo di risarcire il danno. E la pena inflitta a una dirigente scolastica e al responsabile del servizio prevenzione e protezione (Rspp) per non avere dato disposizioni per prevenire un grave infortunio accaduto ad un alunno precipitato al piano inferiore a seguito della rottura di un lucernaio.
La pena era stata applicata dalla Corte d'appello di Potenza, che aveva confermato un'analoga pronuncia di I grado (cosiddetta doppia conforme). E adesso è stata confermata anche dalla quarta sezione penale della Corte di cassazione con una sentenza emessa il 12 settembre 2019, n. 37766. Ecco come si sono svolti i fatti.
Uno studente che aveva terminato l'ultimo anno del liceo classico, sostenendo pochi giorni prima l'esame di maturità, si era recato a scuola per assistere all'esame orale dei compagni. L'esame si teneva in un'aula al secondo piano dell'edificio, alla quale si accedeva da un corridoio quadrangolare che delimitava, all'interno, un solaio-lucernaio sul quale si aprivano dei cupolini. La cui finalità era fare entrare luce al piano sottostante, il primo, adibito ad attività scolastiche.
I cupolini erano costruiti in materiale plastico (plexiglass) sottile pochi millimetri e non in grado di sostenere pesi superiori a 50 kg. né urti e non erano protetti da grate o da altri sistemi. L'unico accesso al solaio-lucernaio era costituito da una porta-finestra con telaio in alluminio che si apriva nel corridoio percorribile a chi si trovasse nella scuola. Porta-finestra che era antistante proprio l'aula nella quale quel giorno si sostenevano le prove di maturità.
La porta in questione normalmente era chiusa con un lucchetto di piccole dimensioni. E le chiavi del lucchettino erano normalmente riposte in una bacheca a disposizione di tutti i collaboratori scolastici. Quel giorno, però, come era accaduto anche in altre occasioni in cui faceva molto caldo, per fare passare aria nel corridoio la porta in alluminio era stata aperta da una collaboratrice scolastica.
Lo studente, mentre si recava nell'aula, era inciampato in una sporgenza della porta (la battuta a terra) ed era caduto in avanti sfondando con il suo peso il fragile cupolino che era posto a soli 70 centimetri dalla base della porta. Ed era caduto al piano di sotto precipitando per più di sette metri, riportando gravi lesioni, plurime fratture, sfregio permanente del viso ed indebolimento permanente della teca cranica.
A causa di questi fatti il dirigente scolastico e il Rspp sono stati ritenuti responsabili dell'infortunio, per colpa, sia generica che specifica, sotto vari profili. Ciò per avere omesso di valutare il rischio di caduta dall'alto nell'elaborazione del documento di valutazione dei rischi della scuola; per avere omesso di interdire in maniera idonea l'accesso al luogo pericoloso ovvero per avere omesso di segnalare in maniera adeguata la situazione di pericolo relativa a tale accesso.
E per avere omesso, inoltre, di informare specificamente e di addestrare i collaboratori scolastici e i lavoratori della scuola con riguardo alle modalità di apertura e di chiusura della porta di accesso e per avere omesso di disciplinare adeguatamente la gestione delle chiavi di chiusura della porta finestra che dava accesso al lastrico.
E infine, per avere omesso di segnalare il pericolo di caduta dall'alto attraverso i fragili cupolini sulla copertura in questione alla provincia ente tenuto per legge alla manutenzione dell'istituto scolastico, e anche per avere omesso di richiedere alla provincia interventi di manutenzione idonei a migliorare la situazione della sicurezza quanto, appunto, al rischio di caduta dall'alto.
triesteallnews.it, 22 ottobre 2019
"Nella stanza di pernotto, in carcere, la forbice consentita per tagliare la carta e lo spago è quella della Chicco", spiega il manifesto che introduce chi guarda nell'atmosfera della mostra. "Puoi portare carta, stoviglie di plastica, colla stick e scotch".
Alla presenza di Piervalerio Reinotti, presidente del tribunale di Trieste che ha ospitato la parte più visibile dell'iniziativa, di Giovanni Maria Pavarin, presidente del tribunale di sorveglianza, Alessandro Cuccagna, presidente degli ordine avvocati, e Laura Famulari, dirigente amministrativo, si è avviata la settimana scorsa alla sua conclusione la mostra "Barcoliamo... a vele spiegate", organizzata dalla Casa Circondariale di Trieste assieme al Garante comunale dei diritti dei detenuti, Elisabetta Burla, che è rimasta allestita dal 7 al 19 ottobre 2019.
L'iniziativa è partita dall'idea di coinvolgere anche la popolazione privata della libertà nello spirito di "Barcolana 51": niente è più libero del mare, e l'occasione di avvicinare il mondo di fuori a quello di dentro ha permesso di spaziare nella creatività e nella fantasia.
La mostra, i collaboratori della quale sono stati coordinati dalla sua curatrice, Gianna Zago, grafologa, e che ha visto la partecipazione dei fotografi Andrea Carloni e Giuliana Raspar che hanno unito il loro lavoro a quello dei detenuti, è stata accreditata all'interno delle iniziative collegate alla regata triestina, e ai primi di settembre le idee, raccolte assieme ai detenuti della Casa Circondariale di Trieste hanno iniziato a prendere, letteralmente, una forma: quella di una installazione temporanea di grandi dimensioni, grazie alla disponibilità manifestata dal presidente Reinotti rinnovata anche per occasioni future, sistemata all'interno del Palazzo di Giustizia.
Non facile, per i volontari e per il personale che ha coadiuvato l'opera creativa dei detenuti, trovare un modo per far avere loro, nel rispetto delle normative di sicurezza, i materiali giusti e gli attrezzi necessari all'esecuzione del lavoro manuale e alla realizzazione dell'installazione.
Il piccolo miracolo, utilizzando tutto ciò che si poteva trovare e soprattutto portare all'interno, si è realizzato e concretizzato attraverso laboratori al lunedì e martedì nella sezione femminile del carcere di Trieste e al giovedì e venerdì in quella maschile. In tutto, poco meno di una trentina, con una maggioranza maschile così come la stessa popolazione del carcere, i detenuti e le detenute che hanno partecipato alla creazione dell'installazione artistica.
Corriere della Sera, 22 ottobre 2019
Don Gino Rigoldi, lo storico cappellano del carcere minorile di Milano, compie 80 anni. Per celebrare e ricordare l'impegno per i tanti ragazzi che ha aiutato, i suoi collaboratori hanno organizzato insieme a Buone Notizie un evento che si tiene il 30 ottobre, giorno del compleanno, in Triennale.
Sarà un'occasione per ripercorrere le tappe della storia cominciata nel 1972, anno in cui don Rigoldi chiede e ottiene di diventare prete dell'Istituto penale Cesare Beccaria, incarico che tuttora esercita. Nello stesso anno, don Gino comincia a ospitare a casa sua minori che escono dal carcere senza casa e famiglia, coinvolgendo i servizi sociali perché nascano risposte concrete a favore dei giovani abbandonati. Quando entra nel carcere, gli è subito chiaro che da solo non riuscirà a dare un aiuto concreto.
Così organizza un gruppo di volontari per realizzare progetti dentro e fuori le sbarre, dando poi vita alle associazioni Comunità Nuova, Bir e oggi alla Fondazione che prende il suo nome. La costante opera di sensibilizzazione della società civile, degli enti e delle istituzioni nei confronti delle ragazze e dei ragazzi a rischio di emarginazione è stata fondamentale per raccogliere le risorse e le competenze che da oltre 40 anni sono dedicate alle giovani generazioni.
Durante l'evento si alterneranno sul palco persone legate a tappe significative della sua storia, ciascuna per un ambito d'azione specifico: giovani, educazione, sport, cultura e musica. Intervengono tra gli altri Stefano Boeri, Beppe Sala, don Ciotti, don Mazzi, Gustavo Pietropolli Charmet, Luigi Pagano, Maria Carla Gatto, Giuseppe Guzzetti, Umberto Ambrosoli, Maurizio Beretta, e campioni dello sport come Dino Meneghin, Demetrio Albertini e Javier Zanetti.
agensir.it, 22 ottobre 2019
Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale segue "con attenzione" l'inchiesta della Procura di Torino su casi di maltrattamento nel carcere "Lorusso-Cutugno" di Torino.
Lo si legge in una nota diffusa oggi. La situazione inizialmente riportata dalla Garante del Comune di Torino era stata oggetto di due visite all'Istituto da parte del Collegio del Garante nazionale. A queste aveva fatto seguito un incontro con il procuratore capo di Torino e la presentazione di un esposto alla Procura. "Insieme alla garante comunale, continuiamo a seguire gli sviluppi dell'indagine, nel rispetto del lavoro degli inquirenti", prosegue la nota del garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.
"Il garante nazionale ribadisce ancora una volta il proprio apprezzamento per il lavoro svolto quotidianamente dalla Polizia penitenziaria e anche per la capacità dimostrata di sapere andare fino in fondo nel portare avanti indagini su persone appartenenti allo stesso corpo di Polizia. Individuare, isolare e sanzionare chi, all'interno della Polizia penitenziaria, compie azioni illecite o commette reati è il modo migliore per tutelare tutti quei lavoratori che fedelmente svolgono il loro difficile compito", osserva il garante.
Ciò premesso, come meccanismo nazionale di prevenzione della tortura in ambito Onu, il garante nazionale esprime "preoccupazione per l'emergere di situazioni di abusi da parte di chi, al contrario, dovrebbe garantire la sicurezza di tutti" e ricorda che "nel 2017 fu la Corte europea dei diritti dell'uomo a condannare l'Italia per l'assenza di possibile effettiva reazione a violazioni del divieto di tortura, a seguito di episodi accertati nel carcere di Asti. Nello stesso anno l'Italia ha finalmente previsto nel proprio codice penale tale reato e suscita allarme che in almeno due casi, finora emersi, tale fattispecie sia ravvisabile".
Il garante nazionale, infine, riconferma "la propria disponibilità a cooperare con l'Amministrazione per esaminare le radici di un fenomeno che, al di là delle qualificazioni giuridiche, è espressione di un problema e impone la necessità di investire in modo sostanziale sull'analisi dei modelli culturali e sulla formazione del personale".
telenord.it, 22 ottobre 2019
Era stato arrestato a luglio a Savona perché dopo l'ennesimo maltrattamento alla compagna aveva minacciato di darle fuoco: "Vado a prendere una tanica di benzina e ti brucio" aveva gridato alla donna. Ignazio Congiu, 53 anni, savonese di origine laziale, si è tolto la vita la scorsa notte in una cella della sesta sezione del carcere di Marassi, a Genova: a trovarlo senza vita un agente penitenziario.
Per uccidersi l'uomo si è stretto intorno al collo un lenzuolo appeso ad una finestra. Poi gli è bastato piegare le gambe e il cappio si è stretto. I poliziotti e i medici del presidio sanitario del carcere accorsi nella cella per alcuni minuti erano riusciti a rianimarlo, ma dopo poco il cuore dell'uomo si è fermato ancora, stavolta senza più riprendersi.
Congiu era in cella da solo perché i detenuti accusati di reati contro donne e bambini, come detta il regolamento non scritto che vige in carcere, rischiano ritorsioni da parte degli altri reclusi. Proprio perché solo è riuscito a mettere in atto il suo piano di morte. Si è svegliato in piena notte, ha formato una corda con lenzuola e si è impiccato.
L'uomo era in attesa di giudizio per i maltrattamenti anche psicofisici, e le minacce denunciate dalla compagna. La donna a luglio, esasperata, si era recata a sporgere denuncia in questura raccontando che continuava a ricevere minacce sul suo telefonino anche mentre era davanti all'investigatori della squadra mobile che stavano raccogliendo la sua testimonianza.
Congiu, invalido, residente in un alloggio di Villapiana, con diversi problemi alle spalle legati all'alcol, era già stato accusato in passato di tentato omicidio e lesioni gravissime per una storia di risse e bottigliate tra sbandati e clochard tra corso Mazzini e il Prolungamento. Pare che in quel caso Congiu si fosse intromesso in una rissa per difendere una donna.
La compagna, sua convivente, lo aveva allontanato dalla casa; lui però non aveva accettato la decisione, cercando di ritornare ad abitare con lei. La donna, esasperata per le ingiurie e le minacce, però aveva sporto denuncia e lo aveva fatto arrestare e finire in carcere.
Ai poliziotti la donna, molto attiva nel volontariato e nel sociale, poi aveva spiegato come l'aggressività dell'uomo sarebbe esplosa negli ultimi tempi anche per colpa di un mix di farmaci, assunti per curarsi dall'uomo, e alcol. Un'aggressività che ha portato Congiu, tornato ad abitare da solo, a scagliarsi contro la porta di casa dell'ex convivente chiedendole di poter rientrare in casa con lei. Richieste accompagnate da insulti e minacce sino a dirle: "Vado a prendere una tanica di benzina e brucio tutto" aveva minacciato.
La notizia della tragedia nella cella di Marassi stamane è stata resa nota dal Sappe, il Sindacato di polizia penitenziaria: "Marassi segna purtroppo il secondo suicidio dall'inizio dell'anno. Un dramma che nessuno deve ignorare. Non conosciamo le cause che hanno indotto al suicidio ma di fatto esiste un disinteresse alle condizioni di vita della popolazione detenuta a Marassi che è indiscutibile: ci sono 730 detenuti che devono convivere in spazi per 525 posti".
Secondo il Sappe "gli eventi critici sono ormai quotidiani: nel primo semestre 2019 ci sono stati quasi 100 atti di autolesionismo, un suicidio, 73 colluttazioni e 40 ferimenti, un decesso per cause naturali e continue aggressioni alla Polizia penitenziaria.
Poco più di un anno fa - continua la nota - la direzione di Marassi si è resa parte attiva con l'assessore regionale alla sanità di un protocollo sul rischio suicidario ma ancora nulla si sa, a distanza di quasi un anno dalla sua introduzione, sulle modalità attuative di tale protocollo. E allora le responsabilità di chi sono?".
di Maria Cristina Carratù
La Repubblica, 22 ottobre 2019
"Bisogna distinguere i reati minori per spaccio e detenzione di stupefacenti da quelli più gravi. Normativa ferma a 30 anni fa". Le carceri italiane scoppiano? Fra i tanti motivi del sovraffollamento c'è l'impropria presenza dietro le sbarre di persone incappate nelle maglie di una legislazione antidroga ideologica e antiquata, oltre che inefficace.
Anche in Toscana, dove reti sociali più virtuose farebbero pensare ad un fenomeno attenuato. A renderlo evidente è il nuovo Rapporto promosso dal Garante regionale dei diritti dei detenuti in collaborazione con la Fondazione Giovanni Michelucci, il contributo di studiosi ed esperti di università e Camere penali, e il supporto delle amministrazioni penitenziarie di Firenze, Prato, Pisa, Massa e Livorno.
I dati, sottolinea il Garante Franco Corleone, sono chiari: alla fine del 2018, più di un terzo dei detenuti toscani (il 33,8%, di cui il 62,39% stranieri) è in carcere per violazioni della legge antidroga. In particolare, dell'articolo 73 del Dpr 309 del 1990, la cosiddetta Iervolino-Vassalli, che introduce la distinzione fra droghe pesanti e droghe leggere, e il concetto di "lieve entità". Abolita nel 2006, con la modifica dell'articolo 73, dalla legge Fini-Giovanardi, a sua volta dichiarata anticostituzionale nel 2014 dalla Suprema Corte, la distinzione fra pesanti eleggere è quindi tornata, ma non per la "lieve entità".
Una previsione che di fatto ha penalizzato moltissimo i responsabili di fattispecie minori, comprese la semplice detenzione o la cessione gratuita. L'imputazione generica per l'articolo 73, infatti, sottolinea Corleone, "permette comunque l'arresto e la custodia cautelare, in attesa che la "lieve entità" prevista al comma 5 venga eventualmente verificata durante il processo". Così, le persone finiscono in carcere. Insomma: le distinzioni introdotte dal legislatore "appaiono appiattite nella concreta applicazione", col risultato che "si arriva di fatto all'arresto anche per imputazioni che di norma non lo richiederebbero".
Soprattutto, e non a caso, per quanto riguarda gli stranieri, privi di adeguate reti sociali e con minori strumenti difensivi. Il tutto mentre la perdurante "opacità dei dati", raccolti senza adeguati criteri, "rende arduo e spesso impossibile farsi un'idea esatta del fenomeno". Il quadro che ne emerge, sottolinea Corleone, è che "se la tendenza internazionale è di distinguere i reati minori di droga da quelli più gravi, riservando ai primi sanzioni non carcerarie", in Italia siamo fermi a una legge di 30 anni fa, "quando società, stili di vita, consumo di droghe, erano ben diversi".
Da qui la richiesta che "la politica riprenda il proprio ruolo e proceda a scelte strategiche", riformando una legge obsoleta, in particolare scorporando il comma 5 e facendolo diventare un articolo 73bis, da poter applicare con chiarezza, e ripensando i servizi (vedi i Sert) e le misure alternative alle luce di nuove esigenze. E il Rapporto, adesso, consegna alla Regione Toscana "elementi per un dibattito sulle droghe fondato sui fatti, non su miti".
di Maria Cristina Carratù
La Repubblica, 22 ottobre 2019
Saranno trasferiti in altri Istituti, così da rendere più vivibile il penitenziario che sarà interamente destinato ai reclusi in regime di massima sicurezza. Ci sono volute rivolte, proteste, incidenti, fino al recente pestaggio di un giovane detenuto tunisino da parte di alcune guardie carcerarie (su cui la Procura di Siena ha aperto un'inchiesta per minacce, lesioni aggravate, falso ideologico nonché, per la prima volta a carico di pubblici ufficiali, per tortura, con l'immediata sospensione di quattro agenti da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria).
Ma adesso per la Casa di reclusione Renza di San Gimignano si profila una novità che potrebbe trasformarlo in carcere dal volto (un po' più) umano, o almeno si spera. Il provveditore reggente dell'amministrazione regionale penitenziaria, Antonio Fullone, ha avviato il trasferimento ("in realtà deciso da tempo") da San Gimignano ad altre carceri, toscane e del resto d'Italia, di circa 100 detenuti del settore media sicurezza (cui apparteneva anche il ragazzo tunisino).
Nel giro di qualche settimana il Renza sarà così interamente destinato ai detenuti in regime di alta sicurezza (circa 250, il livello massimo di capienza del carcere). Una svolta, nella storia infelice della struttura, inaugurata alla fine degli anni 90 in mezzo alla campagna, senza né una strada adeguata, né un servizio di trasporto pubblico (oggi c'è un bus navetta ma solo in alcuni giorni), e dove tuttora non arriva l'acquedotto comunale (l'acqua viene da pozzi spesso secchi o inquinati).
Il tutto mentre l'aumento dei detenuti, soprattutto nell'alta sicurezza, l'altissimo turn over del personale e le frequenti vacatio di ruoli (direttori e comandanti compresi: l'attuale, reggente, è anche direttore del carcere di Arezzo) hanno messo a rischio gestione e sicurezza. Il trasferimento dei 100, insomma, potrebbe segnare una svolta, mentre a breve dovrebbe partire il bando per un nuovo direttore titolare.
Nel frattempo, nel carcere è stata istituita una sezione Universitaria, anche se, ha già fatto notare il garante regionale dei detenuti Franco Corleone, "da completare con locali idonei", mentre "continua a mancare un polo scolastico ben organizzato" per la scuola media superiore. E novità ci sono anche per altre carceri toscane.
A Volterra, dove da anni lavora con i detenuti la Compagnia teatrale diretta da Armando Punzo, il Provveditorato alle opere pubbliche ha dato l'ok all'avvio alle indagini archeologiche necessarie alla realizzazione di un vero e proprio teatro interno. A Pistoia i Frati minori Cappuccini hanno offerto in comodato l'uso di un'ala del loro Convento per la sezione dei detenuti in semilibertà (una ventina), finora costretti, la sera, a tornare in carcere (i primi arrivi entro l'anno).
Buone notizie anche da Grosseto, dove la consegna della Caserma Barbetti da parte del demanio militare sbloccherà l'iter esecutivo per la realizzazione del nuovo carcere. Brutte, invece, da Massa, dove i lavori per bloccare le infiltrazioni d'acqua nella sezione sanitaria e nell'infermeria non hanno risolto problemi come l'automazione delle porte, il distacco delle mattonelle nei bagni, le infiltrazioni dagli infissi, ed è in atto un contenzioso con l'appaltatore.
Quanto a Firenze, il provveditore regionale ha proposto di destinare alle donne (oggi a Sollicciano) la Casa circondariale Gozzini per la custodia attenuata di detenuti a bassa pericolosità, finora tutta maschile.
Nessuna novità invece, né per la Casa per i detenuti in semilibertà a San Salvi, né (per le difficoltà burocratiche legate all'eventuale accoglienza anche di detenute di altre carceri italiane) per il progetto di una Casa delle mamme detenute con bambini, nonostante l'accordo fra Madonnina del Grappa, Regione, e Dap, risalga al 2010.
- Bologna. Il primo cinema dentro un carcere
- Trento. L'economia carceraria a "Fa' la cosa giusta!"
- Porto Azzurro. Gesto di generosità di alcune persone detenute a Porto Azzurro
- Catania. Ospedali Psichiatrici Giudiziari chiusi 5 anni fa: convegno al "Cenacolo"
- Ravenna. "Dante in Carcere 2019", detenuti e studenti alle prese con il Sommo Poeta









