di Angela Balenzano
Corriere del Mezzogiorno, 20 ottobre 2019
Il successo terapeutico del progetto dell'Università di Bari. A fine corso carcerati meno depressi e aggressivi. Valutare il grado di disagio, l'ansia, la depressione e diminuire il rischio di suicidi. E restituire alla società una persona veramente cambiata. In grado di misurarsi più serenamente con il mondo esterno e con la capacità di lasciarsi alle spalle i traumi passati e soprattutto la tentazione di tornare a delinquere.
È ambizioso il progetto di scrittura espressiva "Mens Sana" (acronimo di Metodo narrativo sperimentatale di Scrittura autobiografica, Nosologia e Analisi) che parte dall'Università di Bari (gemellato con la New York University) che testa le condizioni psicofisiche dei detenuti. Partendo dalla premessa che tra di loro si registrano anche casi di persone con problemi mentali e che i traumi, in particolare, amplificano il rischio della recidiva.
A coloro che hanno partecipato (104 in tutto) in maniera volontaria, è stato chiesto di mettere nero su bianco le loro emozioni, i ricordi del passato, i traumi, o, molto più semplicemente, i momenti quotidiani vissuti in carcere. Lo hanno fatto per 4 o 5 giorni scrivendo al massimo per venti minuti. L'invito è stato quello di scrivere in privato nella loro cella. Prima di intraprendere questo percorso sono stati misurati i loro livelli di ansia, depressione e aggressività e i risultati finali sono stati sorprendenti. Alla fine del percorso di scrittura espressiva le loro condizioni psicofisiche erano nettamente migliorate. A conferma di questo i test e le valutazioni fatte da un team di esperti.
Il progetto è in sostanza un nuovo manuale di trattamento che è partito dal carcere minorile di Bari e poi è approdato negli altri istituti di pena pugliesi. L'idea è nata da una sperimentazione del sociologo texano James Pennebaker che risale a una trentina di anni fa, ma che ha confermato l'efficacia del modello terapeutico a basso costo e ad alta incisività.
Nel ruolo di ricercatrice Lidia de Leonardis, dirigente penitenziario del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria), in passato alla direzione del carcere di Bari, che ha sviluppato il progetto. "Durante il lavoro svolto in carcere sono arrivata alla convinzione che dovremmo cambiare alcune modalità di trattamento e trovare soluzioni che siano molto più specialistiche per restituire alla società persone migliori. Un trattamento efficace deve partire da un miglioramento delle condizioni psicofisiche.
I sentimenti di ansia, depressione, aggressività che sono appartenuti ad un passato criminale spesso di amplificano durante la carcerazione - spiega la ricercatrice - e per valutare la validità di questo progetto siamo partiti proprio dalla misurazione di questi sentimenti prima e dopo le giornate di scrittura e devo dire che i risultati sono stati interessanti. È stata accertata una riduzione di quei sentimenti negativi e, grazie alle informazioni ottenute, abbiamo avuto la possibilità di intervenire e creare un percorso anche di tipo riabilitativo.
D'altra parte bisogna ragionare in termini di sicurezza pubblica - spiega ancora de Leonardis - la persona che ha scontato la sua pena deve rientrare nella società ma non prima di essere "trattato", altrimenti è socialmente pericoloso. Non possiamo fare sicurezza se non badiamo ad un reinserimento serio. La persona alla quale non abbiamo dato strumenti né di tipo personale né di tipo sociale al 90 per cento tornerà a delinquere.
E questo progetto di scrittura espressiva, peraltro a basso costo, può funzionare. L'idea - conclude - è quello di estenderlo a tutti gli altri istituti di pena e, con un minimo di formazione agli operatori, può funzionare. L'equipe del professor Pennebaker che nel 1998 condusse la ricerca su un gruppo di detenuti di un istituto di massima sicurezza, ottenne risultati eccezionali. Soprattutto con i sex offender".
A supervisionare il progetto e ad analizzare i risultati finali è stata Antonietta Curci, professore ordinario di Psicologia generale e Metodologia della ricerca psicologica dell'Università di Bari. "La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di prendere in considerazione la personalità dei soggetti che vivono peggio il contesto carcerario - ha spiegato la docente - e dopo le misure di ingresso abbiamo fatto loro raccontare per quattro giorni di seguito le esperienze traumatiche. Li abbiamo lasciati completamente soli e liberi di scrivere.
In effetti c'è stato un miglioramento e per noi è stato un risultato molto importante. Ci ha fatto capire che per queste persone non c'è una vera presa in carico, da un punto di vista psicologico sono abbandonate - aggiunge la docente -e invece hanno bisogno di parlare, di essere ascoltate. Altrimenti le restituiamo alla società così come sono entrate. O anche peggio. Il nostro è un progetto di reinserimento del detenuto nella società e ci auguriamo che i risultati siano un punto di partenza anche a livello di politica penitenziaria" conclude la professoressa Curci.
quotidianocanavese.it, 20 ottobre 2019
Il garante dei detenuti della Regione Piemonte, onorevole Bruno Mellano, e la garante comunale Paola Perinetto, martedì in comune Ivrea hanno incontrato l'amministrazione eporediese rappresentata dal sindaco Stefano Sertoli e dall'assessore alle politiche sociali Giorgia Povolo. Mellano ha sottolineato l'importanza del garante comunale nell'ottica del Coordinamento regionale che sovraintende. Il Piemonte è infatti l'unica regione d'Italia in cui ogni Comune sede di carcere è dotato di un garante comunale.
In particolare il colloquio è stato incentrato sulle prossime attività previste dal progetto sui cantieri di lavoro dei detenuti che vede coinvolti, oltre che i garanti e gli uffici regionali, anche le amministrazioni locali interessate a dare opportunità di lavoro e inserimento ai detenuti giunti alla fine della loro pena.
Le attività dei cantieri di lavoro possono riguardare numerosi ambiti, da rimboschimento e sistemazione montana, alla costruzione di opere di pubblica utilità, piccola manutenzione del patrimonio pubblico agli interventi nel campo dell'ambiente, dei beni culturali, del turismo e di altri servizi pubblici. I progetti possono essere integrati con percorsi di formazione.
Le risorse regionali stanziate ammontano a 456mila euro che saranno corrisposti direttamente ai Comuni che attiveranno progetti sul proprio territorio. Il garante regionale e il garante comunale, in mattinata e nel primo pomeriggio, avevano effettuato una visita ispettiva alla casa circondariale di Ivrea e realizzato alcuni colloqui individuali con i reclusi.
di Leonardo De Blasio
Il Manifesto, 20 ottobre 2019
Scarcerata Hajar Raissouni: "La mia vicenda è politica". Raccolta di firme per depenalizzare anche le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio. Hajar Raissouni è libera. La giornalista marocchina era stata arrestata lo scorso 31 agosto e in seguito condannata a un anno di detenzione con l'accusa di aver avuto relazioni sessuali al di fuori del matrimonio e di aver abortito illegalmente. Con lei erano finiti in carcere il suo compagno, condannato anche lui alla stessa pena, e il ginecologo, condannato invece a due anni di prigione e successivi altri due di interdizione delle sue funzioni. Più leggere le pene per l'infermiere e la segretaria della clinica, condannati rispettivamente a un anno e otto mesi di pena sospesa.
La scarcerazione è avvenuta per grazia reale mercoledì 16. La motivazione fornita dal re marocchino Mohammed VI sarebbe quella di "preservare l'avvenire dei due fidanzati che contano di fondare una famiglia conformemente ai precetti religiosi e alla legge, malgrado l'errore che hanno commesso e che ha portato a questi sviluppi giudiziari".
In un'intervista rilasciata il giorno successivo alla scarcerazione al quotidiano francese Libération, Raissouni, che durante i 47 giorni di detenzione ha perso 17kg, ha affermato di restare convinta che il suo arresto e la successiva condanna abbiano motivazioni politiche. "Ricordo che le prime domande che mi sono state poste dalle autorità marocchine concernevano i miei zii Souleymane Raissouni (militante e giornalista, ndr) e Ahmed Raissouni (fondatore del Mur - associazione considerata un tempo la fucina ideologia del Pjd, il partito della destra islamista oggi al governo - oggi auto esiliatosi in Arabia Saudita per divergenze con la famiglia reale, ndr) e su Taoufik Bouachrine, l'ex-proprietario del giornale Akhbar Al-Yaoum (su cui Hajar scrive con lo zio, ndr), condannato a 12 anni di prigione lo scorso anno con accuse di violenza sessuale che ha sempre respinto dichiarandosi anche lui vittima di un processo politico. Senza dimenticare - ha aggiunto la giornalista - quelle inerenti le mie attività nella regione del Rif, dove tra il 2016 e 2017 ho coperto mediaticamente le attività portate avanti dal movimento Hirak".
Nonostante la grazia ottenuta, Hajar ha ribadito la volontà di continuare a battersi affinché venga riconosciuta giuridicamente la sua innocenza rispetto al reato d'interruzione di gravidanza contestatole. Immediata è stata la smentita della procura di Rabat, che attribuisce l'arresto della giornalista a una indagine di più ampio respiro legata alle pratiche abortive illegali in atto nella clinica in questione. Quello che è certo è che - durante la detenzione di Raissouni - la società civile marocchina si è mobilitata per chiederne la liberazione a gran voce: attraverso i giornalisti nazionali e internazionali che hanno dato risalto al suo caso, ma anche attraverso la redazione del Manifesto firmato simbolicamente il 23 settembre da 490 donne per chiedere la depenalizzazione delle relazioni sessuali fuori dal matrimonio, per le quali l'articolo 490 del Codice penale prevede fino un anno di reclusione. Dopo tre settimane, sono già 10mila le firme raccolte. L'obiettivo è di arrivare a 25mila, per poter depositare in parlamento la petizione e provare ad abolire l'articolo 490.
In parallelo, le principali ong marocchine che si occupano di diritti umani hanno chiesto al parlamento di riprendere in mano il progetto di legge - fermo dal 2016 - che prevedeva di estendere la possibilità di ricorrere all'aborto almeno in caso di violenza sessuale, incesto, disturbi mentali della donna incinta o malformazione fetale. A oggi, l'articolo 453 del Codice penale prevede fino a 2 anni di reclusione per la donna e 5 per il medico operante. Una vicenda, quella di Hajar Raissouni, che torna ancora una volta a mettere in risalto come in Marocco certi diritti umani siano ancora lontani dall'essere rispettati o più semplicemente percepiti come tali, che si parli di libertà di stampa o di libertà sessuale.
La Nuova Sardegna, 20 ottobre 2019
La prima impressione è stata di stupore: "No, non credevo proprio che sarei riuscito a conversare con ragazzi così giovani. Sono un'altra cosa rispetto ai giovani che conservavo nella memoria".
Mario (nome di comodo) ha passato gran parte della sua vita in carcere. Ne dovrà passare ancora una parte: "L'ultima dice lui, per poi riprendermi la mia vita in mano". Mario è uno degli autori del libro "La luna del pomeriggio", frutto della partecipazione al gruppo di scrittura creativa, organizzato da Giovanni Gelsomino, che da cinque anni si tiene nella Casa di Reclusione Pittalis, il carcere di alta sicurezza di Nuchis. È uno dei 150 reclusi che arrivano dal meridione: Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. Il libro sarà messo in scena il 23 e 24 ottobre al Teatro Verdi di Sassari (la prevendita dei biglietti è già cominciata). La regia è opera dell'esordiente Simone Gelsomino, laureando in scenografia all'Accademia delle Belle Arti di Urbino. Suo anche, col contributo di Luisanna Cuccuru, l'adattamento dei testi. Mario, grazie a un permesso del magistrato, ha potuto incontrare gli attori e quanti con la loro disinteressata collaborazione rendono possibile lo spettacolo (nella foto l'incontro tra autore e attori).
"Non pensavo - dice ancora Mario - che le nostre riflessioni avrebbero suscitato tanto interesse. Ovviamente questo fa piacere a me e a quanti in un anno e mezzo di lavoro hanno contribuito alla realizzazione del libro. Un libro che consiglio ai giovani di leggere, nelle pagine c'è molto dolore perché abbiamo chiara la consapevolezza di ciò che abbiamo fatto e quello che abbiamo perduto, io sono in carcere da quando avevo 28 anni, ma sono tantissimi quelli che ci arrivano a venti e poco più. C'è nelle pagine del libro il dolore per quello che abbiamo dovuto lasciare, abbiamo chiara la consapevolezza che per molti, molti anni abbiamo smesso di vivere.
C'è gente nel nostro carcere che non esce da 35 anni. E ce ne sono molti, troppi, che usciranno nel 9999, vale a dire mai. Io pago per quello che ho fatto ed è giusto così". "Il progetto - spiega Simone Gelsomino - nasce per lo più dall'esigenza di raccontare una realtà solo apparentemente lontana, un luogo sospeso nel tempo, congelato, separato da noi (le nuove carceri compresa quella di Nuchis sono costruite in aperta campagna) e di cui si vuole conoscere il meno possibile.
Nel 1983, in Palomar, Italo Calvino scriveva: "La luna del pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse". Questa frase, nella sua potenza, dà il senso, oltre che il nome, al lavoro che si sta svolgendo fuori e dentro il carcere. I temi sono tanti noi li vogliamo rappresentare con l'ambivalenza e la complessità che li caratterizzano. Non è casuale che le scene si svolgano in luoghi indistinti, in sogni e ricordi sbiaditi, come contesti surreali nei quali si possono trovare anche i più spontanei gesti del quotidiano".
Per i 18 attori (età compresa tra gli 11 e gli 82 anni) e per i più stretti collaboratori è stato un incontro-lezione che ha consentito a più di uno di ripensare in modo diverso qualche luogo comune di troppo sul carcere in Italia.
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 20 ottobre 2019
Superare lo status di carcerato e rifarsi una vita. L'associazione Porta Aperta cerca di dare una speranza. "La nostra associazione - spiega il presidente Luca Barbari - si occupa di rispondere ai bisogni primari delle persone in condizione di povertà e disagio sociale, condizione che si ritrova nella maggior parte dei detenuti o internati. Ciò che offriamo loro è la possibilità di inserirsi all'interno delle tante attività di volontariato presenti nei servizi erogati da Porta Aperta e cogliere questa opportunità per riattivarsi sia fisicamente che psicologicamente alla vita di comunità.
È importante continuare ad accogliere e offrire opportunità di reinserimento sociale a chi vive ai margini, come appunto i detenuti, gli internati e chi ha finito di scontare un pena e si ritrova senza punti di riferimento nella società e in condizioni di indigenza. Riteniamo infatti che la pena debba tendere alla rieducazione del condannato, come prevede la Costituzione, e che il volontariato possa giocare un ruolo fondamentale nel creare seconde occasioni e opportunità per ricominciare una vita nella comunità".
Le attività di volontariato che vengono proposte spaziano dalla preparazione pasti per gli utenti della nostra mensa alle piccole attività manuali presso le strutture associative. Nel corso degli anni, in media dalla Casa Circondariale di S. Anna accogliamo 45 persone all'anno per lunghi periodi, almeno 69 mesi, e dalla Casa di Reclusione di Castelfranco circa 10 internati all'anno presenti all'interno della nostra organizzazione con periodo di presenza variabili. Da gennaio 2019 ad oggi, Porta Aperta ospita o ha ospitato all'interno delle proprie attività 7 persone che hanno svolto attività di volontariato nelle varie attività dell'associazione.
di Lorem Ipsum*
Corriere della Sera, 20 ottobre 2019
Sfruttamento, condizioni da miseria, ricatti; dove i braccianti sopravvivono a stipendi da fame stipati come bestie da soma in una ex caserma del Comune. Viaggio tra i migranti di Saluzzo.
Il peccato originale è una mela. Rotolata fin qui dall'Australia, o forse lasciata scivolare da un dio dispettoso per ingarbugliare le stagioni. È ancora estate, nonostante il mese, i colori delle foglie gialle e arancioni, nonostante il vento tagliente, la pioggia, il ghiaccio, la neve. È ancora estate: è tempo di raccolta. Un eterno agosto che aggiunge un'altra tappa a questo Giro d'Italia, e nuove maglie, gialle e arancioni: sono il nuovo rosa.
Saluzzo, provincia di Cuneo, anno 2019, stagione chissà. Se la mela che vi guarda dalla tavola è di origine italiana, potrebbe venire da qui. Siamo in Piemonte, uno dei più grandi punti di raccolta di frutta dell'intero Paese: 12mila ettari coltivati, oltre 4500 aziende attive. Qui tutti sanno come si coglie una mela, sempre con il medesimo gesto, quello della lampadina, che nel linguaggio italiano dei gesti significa pazzia, oppure furto, o anche solitudine, se lo fai stringendo le dita. Sì, chi qui lo ripete, dall'alba al tramonto, rischia di impazzire, derubato di ogni dignità, lasciato solo, in una battaglia persa.
"Partiamo tutti i giorni all'alba in bicicletta, facciamo molti chilometri prima di arrivare al nostro campo, poi stiamo lì a raccogliere fino a sera, e ritorniamo a Guantánamo", così hanno ribattezzato il centro in cui stanno stipati a centinaia. Mamadou in effetti è tutto arancione, anche i pantaloni, è fluorescente dalla testa ai piedi e qualcuno scherzando lo chiama il Pompiere. Ma per queste dritte strade che tagliano le coltivazioni sconfinate, è meglio stare attenti e rendersi il più possibile evidenti. Anche se per quanto sfrecci con la fretta del Nord, è difficile non vedere queste colonne umane di ciclisti che ogni mattina ricominciano la gara, senza vincitori.
Non immigrati, ma migranti. Perché da quando sono arrivati non hanno mai smesso di pedalare, da Rosarno a Saluzzo, inseguiti da un clima bastardo. È l'esercito dei cosiddetti "braccianti", ma muovono un sacco anche le gambe. Arrivano qui d'estate per coltivare pesche, mele, kiwi e, da qualche tempo, piccoli frutti, prevalentemente mirtilli. E ogni volta che qualcuno si inventa una nuova varietà più resistente, la stagione si allunga. Così oggi si raccoglie anche fino a novembre, quando a queste latitudini nevica.
Per Coldiretti "i raccoglitori di frutta in Provincia di Cuneo sono poco meno di 10.000, tra italiani e stranieri, di cui 4.000 di origine africana". E poi aggiunge: "Il loro lavoro, di tipo stagionale, è indispensabile per il Made in Cuneo della frutta che, senza il contributo di migliaia di lavoratori stranieri, sarebbe a rischio".
"Il loro lavoro di tipo stagionale" è in realtà un tour che inizia d'inverno al Sud, la tappa di Rosarno è quella delle arance e dei mandarini, poi passa nel Cuneese, d'estate, per le pesche e le mele, ma la stagione si allunga. E per qualcuno nelle Langhe c'è la vendemmia per vini che verranno venduti fino a 50 euro a bottiglia, mentre il bracciante, quando gli va bene, ne prende meno di un decimo l'ora. E si ricomincia, senza mai finire.
"Che ti devo dire? La vita non è facile, ma almeno qua non mi ammazzano", ecco l'impeccabile sintesi di Max. Come il nome che si dà: se gli chiedi quello completo aspetta che sbarri gli occhi e poi ti ripete "Max". Vent'anni, gambiano, cuffiette agli orecchi, al collo una medaglietta della sua Africa e il cappello rosso sempre in testa. Dice che non se lo toglie mai, neanche per dormire. Non se l'è tolto neanche la notte dei fuochi d'artificio per la festa patronale di San Chiaffredo, men che mai le cuffiette collegate al telefono teso a riprendere lo spettacolo pirotecnico.
Come lui tutti, smartphone alla mano, sono collegati con le famiglie per mostrargli che belle feste si fanno in Italia. I saluzzesi in realtà si tengono a debita distanza da loro, ma che importa, un motivo per festeggiare lo trovano lo stesso. "Ciao Salvini!", "Italia 1, Salvini 0", e giù esplosioni di fuochi e risate. E immortalano quei disegni artificiali mentre con artificio nascondono quello che c'è alle spalle. Letteralmente.
Si chiama Pas, ovvero Prima Accoglienza Stagionali, ovvero Guantánamo. Un campo recintato, con una caserma convertita in dormitorio per contenere l'ondata di stagionali. Ma trabocca, e appena fuori dal Pas c'è anche un campeggio di fortuna, le tende strette l'una all'altra: è il Foro Boario. "Sempre meglio qui che a Rosarno - dice Max - là per qualsiasi cosa devi chiedere il permesso alla criminalità".
Dentro però sono organizzati. Due grossi specchi sono l'arredamento senza stanza di due barbieri concorrenti: la sera c'è spesso fila e tante teste da sistemare. Poi c'è il sarto per rammendare i vestiti usurati dal lavoro, il bibitaio per chi vuole concedersi il lusso di una bevanda fresca, persino uno sciamano, per chi vuole controllare se il suo futuro sta migliorando. E poi c'è Sissoko, copricapo bianco e ossa troppo rotte per stare ancora sui campi: qualsiasi cosa puoi immaginare lui può vendertela, o almeno così dice, e offre addirittura uno strano intruglio per notti focose. Ma qui di donne non ce ne sono.
"Quando rientrano la sera, tutti i negozi sono chiusi. Si sono organizzati così, con un grande spirito di comunità", spiega Fabio Chiappello, educatore della cooperativa Armonia che ha in gestione la struttura. Loro sanno che le condizioni non sono adeguate, ma almeno è qualcosa. Nella caserma c'è spazio a malapena per camminare tra i 368 posti per dormire, letti a castello naturalmente. Nel piazzale c'è qualche container con dentro le docce e i bagni, pochissimi, spesso intasati, perché qui vengono per lavarsi e per i propri bisogni almeno altre 350 persone da fuori dal Pas.
L'ex caserma è stata ristrutturata nel 2018 dal Comune di Saluzzo, con il contributo della Regione Piemonte. L'acqua, il gas e gli altri servizi vengono coperti dalle donazioni volontarie delle aziende e da una quota fissa, 20 euro al mese, versata da ogni migrante. Gli ospiti sono solo maschi, la maggior parte under 35 e originari dell'Africa subsahariana. Quasi tutti musulmani, si radunano nel piazzale del dormitorio, dove hanno allestito un'area per la preghiera con i tappeti rivolti alla Mecca, e ai cessi del Pas. Pregano tra i vestiti messi ad asciugare a terra, perché sui fili non c'è spazio per tutti.
Eccole qua le ruote dell'economia agricola del Saluzzese, ma nessuno vuole concedergli in affitto la propria casa. E comunque, in molti non potrebbero permettersela. "Prima gli imprenditori erano obbligati per legge a trovare un tetto ai lavoratori stagionali - dice il sindaco di Saluzzo Mauro Calderoni - Ora che non è più così si è generato il caos: immaginate cosa significhi per una cittadina di 17mila abitanti l'arrivo di mille persone che non sanno dove andare a dormire la sera". Un'impasse che negli anni ha spinto i braccianti a occupare strutture dismesse, poi smantellate.
L'area del Foro Boario, fuori dal centro, era diventata l'unico rifugio possibile per centinaia di persone. Una baraccopoli di tendoni, teli di plastica e materiali di fortuna, sprovvista di acqua e ogni altro servizio. Così è nato il Pas, da un Tavolo di lavoro tra i rappresentanti di diverse istituzioni locali, sindacati e terzo settore. Ma non è sufficiente. E ancora oggi in molti si trovano a dormire fuori, lungo il vialone del Foro Boario, nelle tende fornite da Caritas, Cgil e Cisl.
"Noi ce la mettiamo tutta ma da soli non ne usciamo vivi, non possiamo stare con l'ansia che appena piove per più di un giorno la situazione degeneri", si sfoga il primo cittadino, evocando quanto successo lo scorso luglio, quando dopo due giorni di pioggia incessante, un corteo di migranti ha bloccato il traffico nelle strade del centro per rivendicare a gran voce il diritto a una sistemazione degna. C'è anche però chi preferisce dormire per strada piuttosto che in uno stanzone da condividere con altre centinaia di persone.
Issa, lo chiamano Il Ciclista, ogni anno allestisce un'officina arrangiata davanti alla sua tenda: qui è il medico di un migliaio di biciclette, il mezzo fondamentale attorno a cui tutto gira, indispensabile per raggiungere i frutteti, e lui è capace di resuscitare ogni ferro vecchio. Ciascuna ruota gli ricorda la sua famiglia in Gambia, dove aveva un'officina insieme ai suoi fratelli. A Saluzzo adesso lavora nei campi il minimo per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. E proprio questo pezzo di carta è allo stesso tempo scopo e cappio al collo dei migranti: basta un giorno in meno e non hai più diritto di stare in Italia. E non contano quelli che hai effettivamente lavorato, ma solo quelli che figurano.
"Magari lavori 26 giorni al mese, ma nella busta paga ne risultano 13, che fai? Ti ribelli e passi per il rompicoglioni di turno così poi nessuno ti prende più a lavorare?", cosa rispondere al Ciclista? Issa è solo uno dei tanti a denunciare il sistema del lavoro "grigio" ormai consolidato in molte aziende del Saluzzese: finti contratti che sulla carta rispettano i parametri degli accordi sindacali locali, ma nella realtà mascherano orari di lavoro molto più lunghi per retribuzioni da fame.
"Lo sfruttamento avviene quando il datore di lavoro deve dichiarare il numero di giornate di lavoro svolte dal bracciante: qui non abbiamo mai visto una busta paga in cui fossero segnate tutte", racconta Virginia Sabbatini, operatrice legale del Progetto Presidio, avviato nel 2014 dalla Caritas di Saluzzo. "In media nei campi si lavora tra le nove e le dieci ore al giorno, contro un massimo di sei previsto dal contratto".
Ma da Coldiretti negano che esista uno sfruttamento diffuso della manodopera e puntano il dito contro i "comportamenti pesantemente sleali lungo la filiera frutticola", che impongono ai produttori saluzzesi "tempi di pagamento lunghissimi e prezzi in caduta libera, insufficienti persino a coprire i costi di produzione".
Da qui, secondo la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell'agricoltura italiana, il rischio che il comparto subisca "infiltrazioni da parte di soggetti che sfruttano la drammatica situazione", con titolari di cooperative non ben identificate che si presentano nelle aziende frutticole offrendo manodopera a basso costo. Insomma il problema, per Coldiretti, viene dall'esterno, dai "caporali che rischiano di insinuarsi nel nostro territorio", terra invece di "imprenditori onesti".
"Nel 2010 ho partecipato alla grande rivolta dei braccianti scoppiata a Rosarno, ma ho capito che è inutile - sostiene Issa - se ti ribelli al padrone puoi vincere una causa in tribunale, ma perdi per sempre il tuo lavoro".
E quando nel profondo Nord, come nel Cuneese, le prestazioni vengono regolate da un contratto, denunciare i "padroni" diventa ancora più difficile. Su tutto prevale la certezza che senza un lavoro verrebbe negata automaticamente la possibilità di soggiornare in Italia. Senza contare che il contratto lavorativo spesso non basta.
Mamadou, il Pompiere, ha trent'anni e viene dal Mali, il suo piatto preferito è la pizza, Margherita. Mentre entra nella questura di Cuneo ha con sé una grande pila di fogli e un bel sorriso. Quando esce, dopo pochissimo, non parla. Seduto in auto, piega il capo in avanti e con i polpastrelli fa pressione sulla fronte. Gli occhi chiusi. Non parla. Lui non ha la forza neanche di dirlo: per la quinta volta gli è stato detto di tornare all'ambasciata del Mali a Roma per chiedere, sapendo che non l'avrà, una copia del suo passaporto.
"Passaaapooortooo!", gli ha urlato ripetutamente in faccia il funzionario di Cuneo. Come se fosse una sua dimenticanza. Niente passaporto, niente rinnovo. Non importa per quante ore al giorno ti spacchi la schiena a quattro euro l'ora. Ma nell'attesa si deve tornare a cercare di riposare per una nuova giornata di lavoro. Anche Mamadou è ospite del Pas: "Siamo in troppi lì dentro, non riusciamo a dormire".
A pochi chilometri dal dormitorio, c'è anche un'altra struttura, per i più fortunati. Una casa su due piani nei pressi del cimitero, lì sono "solo" in quaranta. A gestirla c'è sempre Fabio Chiappello: "Questa struttura è destinata a chi ha un contratto più a lunga scadenza - spiega - Ma non può bastare, ogni Comune dovrebbe averne una". Eppure, solo altre tre cittadine oltre a Saluzzo hanno aderito al progetto "Accoglienza diffusa", che prevede la messa a disposizione dei braccianti di strutture demaniali come questa.
E l'emergenza abitativa è destinata a peggiorare. I lavoratori di origine africana aumentano di anno in anno: nel 2016 erano il 30% degli stagionali, l'anno successivo il 34, nel 2018 il 43. E intanto si allunga il periodo della raccolta con mele, una varietà australiana, che maturano anche fino a dicembre.
"Più migranti e più a lungo, senza alcun aiuto dalle istituzioni: è la tempesta perfetta", dice il Sindaco, parlando di una piaga che è anche la principale economia del territorio. Iniziano ad arrivare a Saluzzo da maggio e sul sellino vanno di azienda in azienda a chiedere di lavorare per la stagione. È una gara a chi arriva prima. "Il problema è che in questo territorio ci sono 7000 aziende e nessuno spirito di cooperazione: manca un sistema centrale di distribuzione della manodopera", lamenta ancora Calderoni.
Ma non ci sono solo lo sfruttamento e l'emergenza abitativa. Anche qui è arrivato il caporalato, seppure in una veste più ripulita: qui si tratta di erogatori di servizi, finanche sindacali. Come nel caso di Momo, un africano che, secondo la Procura di Cuneo, veniva pagato dai suoi connazionali per ottenere un posto in alcune aziende agricole. Ma anche dagli stessi imprenditori per un servizio di mediazione che facesse tenere la bocca chiusa ai braccianti sulle condizioni contrattuali.
"Era un amico, poi è finito in questa brutta storia e si è fatto sei mesi di custodia cautelare in carcere. Penso abbia pagato anche per colpe non sue", sostiene Lele Odiardo, da anni impegnato sul territorio con il Comitato Antirazzista di Saluzzo. Dieci anni fa, lui e la sua associazione erano stati i primi a rompere il silenzio sullo sfruttamento dei migranti, oggi sono ancora ritenuti troppo radicali dai più.
Anche la Caritas è attiva da tempo per contrastare il fenomeno e dal 2016 ha avviato il progetto Saluzzo Migrante: uno sportello di ascolto, supporto e contrasto allo sfruttamento lavorativo. Due anni fa la sede è stata spostata nel centro di Saluzzo, nel tentativo di tenere viva l'attenzione dei cittadini sulle problematiche dei migranti. Qui, molti di loro arrivano la mattina e con una piccola cauzione prendono in prestito una bici, per poi restituirla la sera. Alessandro Armando, responsabile del progetto, lo definisce un antenato del "bike sharing", visto che esiste ormai da dieci anni: "All'inizio non capivamo perché le prime richieste dei lavoratori fossero una coperta e una bici - racconta - Ora sappiamo che la bicicletta è lo strumento principale per fare le due azioni che motivano le persone a venire qui: la ricerca di un lavoro e lo svolgerlo nel momento in cui lo trovano".
Oltre al presidio fisso è a disposizione dei lavoratori un ambulatorio medico e un punto di assistenza legale, oltre che una doccia calda, per chi non avesse trovato posto altrove. Qui è un viavai di persone e di scarpe sporche di terra, che il mercoledì si mettono in fila per la "Boutique du Monde", una stanza adibita a emporio che distribuisce abiti, scarpe e generi alimentari. Accanto c'è un'altra stanza, in cui è stata arrangiata una cappella interreligiosa.
Ci sono i tappeti per pregare, c'è un'icona della Madonna e una del continente africano. C'è una croce con sopra scritto "misericordia" e qualcuno ci ha messo sopra una casacca arancione catarifrangente. È l'ultima e la prima tappa di questo eterno Giro d'Italia, una via Crucis da percorrere a pedalate, su e giù per lo Stivale.
*Lorem Ipsum è un collettivo di giovani giornalisti
La Repubblica, 20 ottobre 2019
Posizione ufficiale della Consulta della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici). "Non si abbandona il paziente". "Il medico non abbandonerà mai a se stesso il paziente, assicurerà sempre le cure si palliative per contenere il dolore sino alla sedazione profonda e sarà presente fin dopo il decesso, che certificherà, ma non compirà l'atto fisico di somministrare la morte".
Così, il presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici), Filippo Anelli, riassume la linea emersa a Parma all'interno della Consulta di Bioetica della Federazione dopo la recentissima sentenza della Corte Costituzionale che si è pronunciata sulla non punibilità dell'aiuto all'interruzione della vita in situazione di grave sofferenza personale, fisica da malattia ad esito infausto, riguardo al caso Cappato Dj Fabo. La posizione verrà portata all'attenzione del Consiglio nazionale dei 106 presidente degli ordini locali prevista a novembre.
"Il medico ha per missione quella di combattere le malattie, tutelare la vita e alleviare le sofferenze. Quello del suicidio assistito è quindi un processo estraneo a questo impegno. Un compito ricco di un'esperienza millenaria ma anche moderna poiché incarna nell'agire professionale i principi della Costituzione (Art. 32 in primis). Siamo in una società pluralista e la nostra posizione è quella di curare tutti senza discriminazione alcuna secondo scienza e coscienza, a prescindere da credi religiosi, filosofici, culturali, rispettando il diritto del cittadino all'autodeterminazione anche nei casi di suicidio, così come previsto dalla Corte Costituzionale.
Ma se è un alto diritto la possibilità di scegliere autonomamente e liberamente sulla propria salute, assicurata dall'obiezione di coscienza, lo stesso principio deve poter valere anche per il medico che si considera fermo sostenitore della tutela della vita", sostiene Filippo Anelli.
"Quindi si vuole certamente rispettare la volontà di chi decide di porre fine alla propria esistenza ritenuta troppo penosa e non più degna di essere prolungata, nei limiti previsti dalla Corte Costituzionale, ma si chiede anche di lasciare la nostra categoria estranea a questo atto suicidario. Il medico non abbandonerà mai a se stesso il paziente, assicurerà sempre le cure si palliative per contenere il dolore sino alla sedazione profonda e sarà presente fin dopo il decesso, che certificherà, ma non compirà l'atto fisico di somministrare la morte", continua Anelli.
E chi lo aiuterà a morire? "Una legge dello Stato dovrà trovare una terza persona (come ad esempio un pubblico ufficiale) per raccogliere la volontà suicidaria, e quanto a chi fisicamente aiuterà il malato a morire, forse è ragionevole supporre che debba essere il paziente stesso a poterlo decidere, a scegliere ad esempio un fratello, il coniuge, un genitore, ma non il medico, a meno che non lo faccia nella posizione di amico o parente del richiedente, non certo nel ruolo di professionista della salute", conclude Anelli.
il fatto quotidiano, 20 ottobre 2019
Si trova in un carcere di Bangkok, in una cella di circa 50 metri quadrati con altri 60 detenuti, in attesa di un intervento da parte delle istituzioni. È quello che sta accadendo a Gianluca Bilardelli, un 19enne piacentino che, atterrato all'aeroporto della capitale thailandese lo scorso 29 agosto, è stato arrestato dalle autorità locali con l'accusa di aver derubato la moglie di un generale della sua valigia, durante un precedente viaggio.
"Chiedo perdono a tutti. Sono disperato, non ce la faccio più". Sono le parole di Gianluca in una videochiamata che solo dopo diversi giorni gli hanno concesso di fare alla famiglia e nella quale descrive le sue condizioni. Sullo schermo filmato dal padre durante la telefonata, appare evidentemente dimagrito e sciupato, con i capelli rasati. Si scusa con il padre per quello che è successo e chiede notizie su quello che dice l'ambasciata, alla quale lui spiega di non poter scrivere, perché non ha modo di trovare l'indirizzo.
Roberto Bernocchi, il legale a cui si è rivolto Giovanni Bilardelli, il padre del ragazzo, ha contattato il ministero degli Esteri, che lo ha rinviato all'ambasciata italiana in Tailandia. "Da loro ho ricevuto solo una mail nella quale mi dicono che per Gianluca l'unica accusa è di furto e che è stato per un giorno ricoverato in ospedale, dove i loro funzionari sono andati a controllare le sue condizioni di salute", ha spiegato Bernocchi. "Mi hanno detto che devono essere inviati circa 2.600 euro per il risarcimento del danno e 1.500 euro per pagare l'avvocato assegnato al ragazzo di cui mi hanno dato un contatto".
L'assistente dell'avvocato thailandese però, nell'unica conversazione telefonica che il legale italiano è riuscito ad avere con lei, non ha parlato di strategie processuali. Non solo ha confermato che attende un pagamento, ma ha anche fatto sapere che si mobiliterà per la difesa solo a denaro ricevuto. "Io le carte non le ho neanche lette. Fino a che non mi arrivano dei soldi non apro nemmeno il fascicolo del processo".
La legislazione thailandese comunque prevede che il processo venga istituito entro 48 giorni dall'arresto, quindi il tempo per Gianluca stringe. La famiglia del 19enne, con gravi problemi economici, ha raccolto i sodi richiesti dall'ambasciata, grazie anche all'aiuto di un benefattore, Antonino Corti, residente ad Abu Dhabi ma originario del Piacentino, che ha letto l'appello del padre di Bilardelli su Liberta.it e tramite la redazione del giornale, che riporta la notizia, lo ha contattato per offrirgli il suo aiuto. Ma ora a chi deve essere inviata la somma? Con quali garanzie? "Nessuno di noi ha ricevuto indicazioni precise dalle istituzioni", ha concluso Bernocchi che sta aspettando una risposta dall'ambasciata italiana su come procedere.
Da parte sua la Farnesina ha rilasciato una dichiarazione nella quale assicura che "il caso è seguito con la massima attenzione dall'ambasciata d'Italia a Bangkok", che si sta mantenendo "in stretto raccordo con la Farnesina e con le Autorità locali" e "in costante contatto con il connazionale e con i suoi familiari". Secondo il ministero degli Esteri inoltre l'Ambasciata ha "sin dal primo momento ha facilitato l'individuazione di un rappresentante legale thailandese e continua a esperire ogni tentativo possibile per facilitare la comunicazione tra la famiglia e gli avvocati in loco".
Nonostante tutto però per i familiari continuano a esserci difficoltà e non si sentono rassicurati. Nel frattempo la vicenda del giovane piacentino è arrivata alla politica. Il deputato di Fratelli d'Italia Tommaso Foti ha presentato un'interrogazione parlamentare per sollecitare il ministero degli Esteri ad agire in merito al caso.
di Gigi Riva
L'Espresso, 20 ottobre 2019
Femminista. Non violenta. attivista in prima linea per gli oppressi. Quindi intollerabile per il regime di Ankara e gli jihadisti. Che, insieme, ne hanno decretato la morte. Ventiquattrore prima di morire, e senza averne alcun presagio, Hevrin Khalaf ha lasciato sul suo profilo WhatsApp l'ultimo messaggio di forza e speranza nel domani.
Ora si può leggere come testamento, come monito per chi vorrà raccoglierne l'eredità alla guida del movimento per la piena emancipazione delle donne, per il riscatto del suo popolo, il popolo curdo, per la democrazia, l'uguaglianza, i diritti. Ha scritto: "Un giorno, quando le cose andranno bene, ti guarderai indietro e ti sentirai orgoglioso di non esserti arreso".
Quando le cose andranno bene. Perché bene non andavano lì nel Rojava, venerdì 11 ottobre, mentre Hevrin digitava sullo smartphone l'incitamento a non mollare a beneficio della sua comunità di amici e compagni, anche di se stessa. Rojava, nella lingua curda, significa "Occidente" e l'Occidente inteso in senso largo, come area valoriale oltre che geografica, stava tramontando, oscurato dal proprio tradimento e dal realismo cinico di una politica che ha come stella polare l'egoismo.
Donald Trump, il commander in chief della prima potenza mondiale, il magnate dai tweet sulfurei, la domenica precedente aveva belato al telefono con Recep Tayyip Erdogan e gli aveva garantito che avrebbe ritirato i soldati americani dal Nord della Siria. Di fatto, la luce verde per invadere il Rojava, e pazienza se i curdi erano stati l'esercito-taxi usato per sconfiggere lo Stato islamico del sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi.
Che cosa contano i pur valorosi e sempre negletti curdi davanti al sultano di Istanbul forte di un'armata di 300 mila uomini e padrone di uno Stato membro della Nato? Erdogan non aveva perso tempo e mercoledì 9 ottobre aveva ordinato ai suoi uomini di passare il confine, spalleggiati dalla soldataglia di arabi-siriani al soldo di Ankara, molti dei quali jihadisti e in passato appartenenti a formazioni distintesi per ferocia nel pantano siriano. Come Al Nusra, la filiazione locale di al Qaeda. Come lo stesso Isis.
Per quella marmaglia di assassini fanatizzati, cresciuti nell'idea della sottomissione del genere femminile, Hevrin era il bersaglio perfetto. Femminista, attivista indefessa, in breve diventata simbolo anche delle donne arabe della regione. Insomma una pericolosa eversiva che diffonde idee di pace, convivenza tra le etnie, ai loro occhi un "cattivo esempio" da distruggere. E l'occasione è capitata molto prima di quanto sperassero. Sabato 12, quarto giorno di invasione, nonostante tuonasse il cannone e piovessero bombe dal cielo, le linee del fronte mutassero di continuo e le strade fossero infestate da manipoli di tagliagole, Hevrin di prima mattina aveva ordinato al suo autista di preparare il fuoristrada. Meta: la città di Derik, dove abita la madre e dove tornava ogni fine settimana. Origine del viaggio, Ain Issa, sede del quartier generale del Partito della Siria del Futuro di cui era co-segretaria fin dalla fondazione, il 27 marzo del 2018. Hevrin e l'autista avevano imboccato l'autostrada internazionale M4 senza sapere che un tratto era finito da poco sotto il controllo - stando ad alcune fonti - del gruppo jihadista Ahrar al-Sharqiya, alleato dei turchi.
Sulle modalità della carneficina circolano diverse versioni, con dettagli contrastanti, tutti truci. Aiutano nella ricostruzione più probabile due video messi in rete dagli stessi killer, come fosse un trofeo di cui andare fieri. Il fuoristrada viene fermato, una massa di uomini vocianti e in divisa militare cachi lo circondano. Hevrin, vestita con pantaloni neri e una maglietta rossa, il suo colore preferito, viene immediatamente riconosciuta per le numerose apparizioni televisive. Forse viene violentata, sicuramente crivellata di colpi assieme all'uomo che è con lei e poi, per ulteriore oltraggio, lapidata. In un filmato si vede un miliziano che si avvicina al corpo impolverato, lo rimuove con un piede e commenta: "Questo è il cadavere dei maiali".
Il referto dell'anatomopatologo dottor Tayceer al-Makdesi (di cui taciamo per pietà i particolari più raccapriccianti) stilato all'ospedale internazionale di al-Malikiyah, nome siriano di Derik, arriva alla conclusione che la donna è stata colpita alla testa con un oggetto contundente, e non è difficile immaginare il calcio del fucile, il colpo fatale in faccia è stato sparato da una distanza compresa tra i 40 e i 75 centimetri, non c'è praticamente parte del corpo senza i segni di botte e fori di proiettile. Il corpo è stato trascinato per diversi metri con la presa sui capelli fino a scorticare completamente le gambe. Non c'era più pelle, sopra i muscoli: oltre all'esecuzione, il vilipendio.
Era nata, Hevrin, 35 anni fa a Derik, venti chilometri di distanza dal fiume Tigri, una cittadina di 40 mila abitanti dove convivono curdi, assiri, arabi e armeni. Una vocazione multietnica e multireligiosa sfociata nell'accoglienza e nell'allestimento di campi profughi fin dall'origine del conflitto in Siria (15 marzo 2011) e nel ricovero dato agli ezidi contro i quali lo Stato islamico tentò il genocidio.
L'humus delle origini sarà probabilmente determinante nell'orientare le scelte successive della ragazza e l'appartenenza al popolo curdo, dove esiste una sostanziale parità di genere tanto che ogni carica pubblica è sdoppiata in due tra un maschio e una femmina, la spingerà a un impegno assiduo per promuovere nella regione valori da altri non condivisi. Bella, occhi e capelli scuri, minuta (alta 1,68 per 55 chili), dopo le scuole superiori nel luogo natale, emigra ad Aleppo, il capoluogo patrimonio dell'Unesco, che diventerà città martire dello sventurato Paese. Lì Hevrin si iscrive all'università, ingegneria civile.
A metà degli anni Dieci del nuovo millennio, fresca di laurea, trova lavoro in un dipartimento governativo. Parla fluentemente l'inglese, oltre all'arabo e al curdo. Ha passioni comuni alle sue coetanee. La lettura, anzitutto. I classici, ovviamente. Adora il cinema, attori preferiti due dissidenti e non per caso: Jay Abdo assai popolare a Damasco, ora esule negli Stati Uniti per fuggire la possibile repressione del regime dopo le critiche pubbliche a Bashar Assad; Fadwa Suleiman, originaria di Aleppo, alauita come il presidente siriano ma pure sua acerrima nemica, volto della rivolta, riparata col marito a Parigi dove è morta di tumore nel 2017 a soli 47 anni.
Parigi è anche la meta preferita per le vacanze di Hevrin Khalaf. Sarebbe il mondo il suo orizzonte se la storia non le passasse sotto i piedi e la costringesse a fermarsi. La breve primavera siriana ben presto si tramuta nell'inverno del conflitto contemporaneo più longevo e cruento. Condivide gli obiettivi della rivoluzione, si unisce ai ribelli, lascia l'impegno al dipartimento e serve il movimento con l'unica arma che ha a disposizione: la cultura. Da volontaria impartisce lezioni gratis a gruppi di studenti di ogni età. Incoraggia le donne a unirsi al movimento e battersi per la libertà. La ricordano per un invito spesso reiterato: "Non sposatevi e non fate figli troppo presto, così potere dedicarvi alla nostra causa". Lei stessa dà l'esempio, ha un fidanzato ma l'unione non è mai sfociata nel matrimonio, nemmeno nella convivenza. Preferisce rincasare ogni sera dalla mamma nonostante il suo ufficio sia a Qamishli, cento chilometri di distanza.
Nel caos di uno Stato devastato dalla guerra, al Nord i curdi (nel Rojava appunto) riescono a ritagliarsi un'autonomia di fatto. Hevrin scala in fretta la gerarchia della nuova amministrazione. Co-presidente del dipartimento per l'Energia e poi di quello per l'Economia. Berivan Omar, ora vice co-presidente per le municipalità e l'ambiente della regione Jazeera, l'ha conosciuta quattro anni fa e così la descrive: "Esprimeva le sue opinioni con calma, ma anche con audacia e chiarezza. Grazie al suo carisma tranquillo ha attirato la mia attenzione da subito. Ho pensato dal primo momento che avrei voluto essere come lei, per esprimere allo stesso modo le mie opinioni con coraggio".
Proprio grazie alla sua forza serena Hevrin si guadagna un ruolo nella delegazione che negozia con gli americani, chiede garanzie sul futuro della regione. Una diplomatica senza quel titolo di studio ma con l'arte della mediazione imparata cammin facendo con l'attività di base. Dal sociale il suo impegno inclina sempre di più verso il politico. Non più solo il femminismo e i diritti, anche il destino dei curdi, la soluzione del problema atavico del popolo senza terra, oppresso e vessato da troppi satrapi nell'area più infiammata del mondo.
È così che si fa promotrice in prima persona della nascita di un nuovo partito che ha nel nome la parola che più le sta a cuore: futuro. Partito della Siria del Futuro. Si trasferisce ad Ain Issa, dove c'è la sede centrale della nuova formazione. Ancora Berivan Omar: "Come al solito aveva intrapreso questa nuova avventura con passione e impegno totalizzanti. Lavorava dall'alba sino a notte. Prima di coricarsi si concedeva qualche pagina di un buon libro. Recentemente mi aveva confidato come le mancasse la sua città, i suoi amici perché ad Ain Aissa non c'era una vita sociale e culturale così interessante. Però si sacrificava per una ragione superiore. Lei era tra coloro che decidevano e dunque doveva costantemente essere presente".
Una pacifista, certo, ostinatamente convinta nella forza del dialogo. Però non a ogni costo. Noi diremmo piuttosto, una non violenta. Non si attacca, ma ci si deve difendere davanti a un'aggressione. Da mesi i venti annunciavano un possibile attacco turco e si era schierata perché si facesse ogni sforzo per contrastare l'eventuale occupazione, proteggere l'autonomia guadagnata con la rivoluzione e la popolazione civile. Il 5 ottobre aveva cercato di giocare d'anticipo. In una conferenza stampa davanti a telecamere e giornalisti organizzata dal suo partito era stata la sola a prendere la parola.
Giacca bianca a righe, camicetta verde, i capelli raccolti con chignon alto, il solito tono pacato, aveva previsto e condannato a priori l'attacco turco: "Noi respingiamo le minacce turche, ostacolano i nostri sforzi per trovare una soluzione alla crisi siriana. Durante il periodo di dominio dell'Isis alle frontiere, la Turchia non ha visto questo come un pericolo per la sua gente. Ma ora che c'è un'istituzione democratica nel Nord-Est della Siria, loro ci minacciano con l'occupazione".
Una settimana dopo esatta sarebbe stata trucidata al margine di un'autostrada. Una settimana dopo non c'era più "futuro" per lei e probabilmente non ci sarà nemmeno per il Rojava ("l'Occidente"). Alcuni giornali turchi non si sono vergognati di gioire alla notizia della sua morte. Però un seme del suo insegnamento lavora nel profondo di quella terra e potrà produrre germogli in una postuma altra primavera: è stato a Raqqa, già capitale del sedicente califfato, abitata in maggioranza da arabi con cui cercava il dialogo, che si è svolta la più imponente manifestazione organizzata dalle donne che l'avevano conosciuta per commemorare Hevrin, la martire. Da lassù si sentirà "orgogliosa di non essersi mai arresa".
di Alain Elkann
La Stampa, 20 ottobre 2019
Wasfi Kani, fondatrice e ceo di Pimlico Opera e Grange Park Opera, grazie alla musica migliora la vita dei prigionieri e dei bambini britannici delle scuole elementari. Pimlico Opera presenta coproduzioni con le carceri dal 1987 e vi ha portato oltre 60 mila spettatori.
Ogni settimana, il suo progetto Primary Robins offre una lezione di canto a 2.000 allievi delle aree depresse. Fondata nel 1998, la Grange Park Opera è diventata uno dei maggiori festival dell'opera estiva in Europa. Nel 2017 è stata trasferita nel Surrey in un teatro dell'opera di cinque piani costruito sul modello della Scala di Milano.
Come è nato il suo amore per la musica?
"Quando avevo 16 anni adoravo suonare il violino e il piano. Sono entrata alla Royal Academy of Music ma mi dissero che lì la mia unica scelta sarebbe stata diventare una musicista mentre alla Oxford University avrei avuto molte più opzioni. Oxford ti cambia davvero la vita. All'improvviso vedi il mondo più grande".
Qual è il suo background familiare?
"I miei genitori, rifugiati musulmani indiani, hanno perso tutto quando l'India è stata divisa ed è stato creato il Pakistan, così sono emigrati nel Regno Unito. Sono diventata cattolica quando ero a Oxford".
Cosa ha fatto dopo Oxford?
"La mia famiglia non aveva soldi e sono diventata programmatrice di computer".
Come ha fatto a tornare alla musica?
"A 30 anni ho iniziato a pensare che quando ne avrei avuti 80 mi sarei pentita di non aver fatto di più con la mia musica".
Che cosa ha fatto?
"Ho preso lezioni di direzione d'orchestra e ho iniziato a dirigere. Condividevo la casa con persone molto gentili a Pimlico e nel 1987 ho creato questa piccola compagnia d'opera. Ho creato un'orchestra e messo su una produzione di Figaro nella chiesa di San Luca a Sydney Street".
E allora è diventata famosa?
"Ho allestito opere per il National Trust in un giardino o in una tenda. Alla gente piaceva e ho pensato che anche ai detenuti potesse piacere l'opera".
Perché?
"A Londra avevo fatto le elementari in una scuola dietro la prigione di Wormwood Scrubs. Ho scritto una lettera al direttore, dicendo che volevo allestire un'opera in prigione per i carcerati".
Cosa ha detto?
"Sì. Nel 1990 ho fatto Figaro ed erano presenti tutti i carcerati. Molti non sanno nemmeno leggere, figuriamoci se capiscono l'italiano, ma si divertirono molto. Alla fine saltarono in piedi e siccome c'era appena stata una rivolta nella prigione di Manchester tutte le guardie pensarono che ci sarebbero stati guai. Ma i prigionieri tornarono a sedersi".
Il suo passo successivo?
"Provare a mettere in scena una produzione coinvolgendo i prigionieri".
Con che tipo di prigionieri ha lavorato la prima volta?
"Ergastolani".
Com'è lavorare con degli assassini?
"Alla fine siamo tutti uguali. Se la mia vita fosse andata diversamente, probabilmente avrei potuto uccidere qualcuno. Ci sono 85 mila persone in carcere in Gran Bretagna e circa 5.500 di loro scontano una condanna a vita per omicidio ma ce ne sono appena una settantina che non usciranno mai dal carcere".
Come sceglie gli artisti?
"Non facciamo audizioni, giriamo semplicemente per il carcere e diciamo che stiamo allestendo uno spettacolo teatrale dove si canta e chi vuole partecipare può segnalarlo".
Ci sono sia uomini che donne nelle sue produzioni?
"Sì. Se sono in una prigione maschile le donne sono delle professioniste. Quando sono in una prigione femminile, come ora all'Hmp Bronzefield, impieghiamo professionisti".
Questi professionisti sono a proprio agio?
"In Gran Bretagna la maggior parte degli ergastolani ha ucciso qualcuno che conosceva, non a caso. Generalmente poi, quando stai scontando una condanna all'ergastolo, raggiungi una fase in cui vieni rilasciato. Il punto è aver mostrato rimorso e aver capito".
Perché ci sono molti più uomini che donne in prigione?
"La società non vuole mettere le donne in prigione perché i loro figli finiscono, senza alcuna colpa, privi di sostegno familiare. E ci sono più uomini assassini che donne".
Possono riabilitarsi?
"Lo scopo della prigione è trasformare una persona in un utile membro della società. Perché ciò accada occorre darle un'istruzione. La metà della popolazione carceraria ha una capacità di intendere un testo scritto inferiore a quella di un bambino di 11 anni. C'è un enorme problema di alfabetizzazione. Quanti lavori puoi trovare se non sai leggere? Si fanno dei corsi. Ho conosciuto centinaia di carcerati e ogni volta imparo qualcosa. Ognuno di loro ha una storia tragica e diversa da raccontare".
C'è droga in carcere?
"C'è molto spaccio ma non è tutta colpa dei carcerati. Molte droghe entrano in prigione attraverso il personale".
Quando escono di prigione, alcuni di loro diventano cantanti professionisti?
"Un ragazzo che ha un talento eccezionale si è esibito in parecchi spettacoli del West End, ma lo scopo del mio progetto è espresso al meglio da messaggi come questo sms: "Solo per dire grazie. Sono fuori adesso. Ho partecipato a I miserabili come leader della rivoluzione da galeotto. Mi ha dato speranza e accettazione. Grazie"".
L'opera viene vista anche dal pubblico?
"Prima ci esibiamo per i prigionieri e poi per il pubblico in generale. Non mescoliamo mai le due cose. Spesso ci sono 300 persone nell'auditorium e una manciata di loro sarà imparentata con qualcuno nello show. Per quanto riguarda la sicurezza, il momento più difficile è assicurarsi che nessun detenuto lasci la prigione con il pubblico al termine dello spettacolo".
Il personale carcerario è motivato?
"Molti sì e credono di poter convincere i detenuti a cambiare vita. Sono molto premurosi e educati. Ho visto alcune persone straordinariamente brillanti lavorare nelle carceri".
Lavora anche con i bambini?
"Lavoriamo molto nelle scuole primarie con bambini fino agli 11 anni. Molte scuole in Gran Bretagna non tengono lezioni di musica. Diamo loro un insegnante che fa una lezione di canto di mezz'ora ogni settimana dell'anno".
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