di Paolo Mancuso
La Repubblica, 5 settembre 2019
Dimenticare Poggioreale. Si può? Dopo una manciata di giorni dall'evasione del 25 agosto del polacco omicida Lisowski, e dopo che erano emerse le complessità, le difficoltà, le carenze, i drammi del carcere di Poggioreale, cosa resta nella memoria dei napoletani? Poco o nulla, se non la protesta dei cittadini del quartiere per i problemi di igiene e sicurezza che la presenza di quel mastodontico istituto comporta.
Il carcere di Poggioreale è un "carcere in città", come altri: Milano ha il San Vittore, Roma il Regina Coeli, Palermo l'Ucciardone, e di tutti si parla speso di dismissione, salvo a verificarne un attimo dopo la radicale impraticabilità.
Poggioreale, come gli altri, è un carcere che parla alla città e che ne riceve comunicazioni: non mi riferisco certo a quelle illegali dai tetti, ma a quell'intreccio di relazioni interne, di sistema circolatorio che, sottotraccia, percorre e coinvolge molti livelli: quelli ovviamente del personale che vi lavora (insufficiente cronicamente, e quindi tra mille sacrifici), e quelli dei detenuti e dei loro familiari, ma anche quelli del fondamentale mondo del volontariato. Se chiedete ad un detenuto di scegliere tra le secolari mura di Poggioreale, con un sovraffollamento fino a 2.400 detenuti rispetto ai 1600 consentiti, con ricorrenti problemi di approvvigionamento idrico, muri fatiscenti e altre mille problemi, o la più moderna struttura di Secondigliano, con "soli" 700 detenuti, la risposta sarà sempre: Poggioreale.
Eppure. Eppure da quelle mura trasuda giorno dopo giorno una sequenza di drammi, unica per complessità nel nostro Paese: ancora nella celle, di tanto in tanto, si ritrovano nei muri le armi, anche automatiche, che negli anni '80 utilizzavano i cutoliani ed i loro nemici per spararsi tra un padiglione e l'altro; si ricordano sequestri, sventramenti, impalamenti, veri e propri eccidi nei terremoti del novembre '80 e del febbraio '81, poi il ritorno dell'ordine e della disciplina, imposti con durezza dal personale penitenziario e facilitati da una normativa un po' ricattatoria. Ma restano enormi contraddizioni. Come conciliare con la vita di una "Casa Circondariale", destinata ad ospitare detenuti "giudicabili", e quindi da ritenersi non colpevoli fino alla sentenza definitiva, con i circa 800 definitivi, che, sempre secondo la Costituzione, meritano percorsi di rieducazione e reinserimento?
Mica si potrà "rieducare" un "non colpevole"? Oppure rinunciare a quei percorsi che la legge prevede per i definitivi? E come mescolare invece quei percorsi con le centinaia di detenuti di Alta Sicurezza (i sospetti camorristi) che meriterebbero grande vigilanza, visto che da lì si organizzano alleanze e scontri, traffici di ogni genere, gestioni economiche ed affari, agguati e vendette? E che - secondo notizie interne - sempre da lì si comunica facilmente con l'esterno con un imprecisato ma sicuramente molto alto numero di telefoni cellulari?
Si può allora dimenticare Poggioreale? Si può, anzi si deve: altrimenti si è costretti a misurarsi con la tragica, dolente umanità che vi è ristretta e quella delle famiglie, private spesso del loro unico sostegno (illegale o criminale che fosse), sospese tra la necessità di sopravvivenza e quella della solidarietà con il congiunto. O con le difficoltà di quelli che, a vari livelli, dell'amministrazione di quel carcere portano la responsabilità, con l'obiettivo della "riduzione del danno" (e un'evasione di poche ore, la prima a memoria d'uomo, per quanto di un pericoloso omicida, non è un gran danno, quanto invece deve essere il termometro delle difficoltà in cui si trova la struttura). O con gli educatori, i contabili, i tecnici, gli psicologi che moltiplicano le proprie forze per far fronte alle situazioni disumane che spesso si trovano davanti. O con il volontariato, cattolico o laico che sia (il più generoso e preparato di questo Paese, posso dirlo con cognizione di causa) senza il quale quella polveriera esploderebbe dopo un minuto.
E soprattutto con la Polizia penitenziaria (sono agenti di Polizia: per favore non chiamateli agenti di custodia o peggio, guardie carcerarie, secondini e via insultando: ne va della loro dignità): si trovano, in fortissimo deficit di organico, a dover garantire sicurezza ed assicurare trattamento, a curare i fogli matricolari, e prodigarsi nel pronto soccorso, a tutelare i più deboli dai violenti e sopraffattori, e comunicare con chi parla tutte le lingue del mondo, a salvaguardare la vita dei detenuti più odiosi ed a prevenire proteste e sommosse.
Si tratta della professionalità più complessa e allo stesso tempo misconosciuta che io abbia incontrato in questo Paese, che meriterebbe ben altra attenzione dalle sue istituzioni e dal suo popolo. E ha dato 8 morti, 8 eroi uccisi dalla camorra fra il 1981 ed il 1986, compreso il v direttore Giuseppe Salvia. Al loro ingresso, insieme alla divisa, viene consegnata una penna, unica arma interna per mantenere ordine ed insegnare legalità. Dimenticare Poggioreale, allora? Certo si può. E avviene. Ma non si dovrebbe. No, non si dovrebbe proprio.
di Associazione Perugia Città in Comune
umbrialeft.it, 5 settembre 2019
L' Associazione Perugia Città in Comune ha inviato la seguente lettera aperta al Sindaco in merito ai recenti fatti avvenuti presso la Casa Circondariale di Capanne.
Premesso che i gravi fatti che hanno coinvolto i detenuti nella casa circondariale di Capanne hanno messo in luce la condizione di estremo disagio per chi è detenuto e per chi ci lavora,
Atteso che l'aggressione agli agenti, il suicidio di un carcerato e la rivolta dimostrano che nel carcere di Capanne la situazione è insostenibile, come purtroppo ormai è nella maggior parte delle carceri italiane.
Atteso che il sistema penitenziario nazionale ha il più alto tasso di sovraffollamento: 119,8%, a fronte di 50.496 posti disponibili, ma solo sulla carta perché il dato non tiene conto delle sezioni chiuse, e alla fine di giugno 2019 era di 60.522 detenuti, il carcere di Capanne non fa eccezione e il suo sovraffollamento è da addebitare a molti motivi. Inoltre, si evidenzia un peggioramento della situazione generale, dovuto alla mancanza di momenti di socialità, occasioni di dialogo e di crescita culturale, di rapporti con i familiari e con l'esterno: non è difficile immaginare come tutto questo renda ancora più incandescente la situazione!
Atteso che a fronte di tale complessità la soluzione non può essere quella di punire in modo esemplare, come qualche rappresentante parlamentare ha dichiarato, chi si è macchiato dei gravi fatti di ribellione e dare mera solidarietà a chi è costretto a lavorare in condizioni di estremo pericolo,
Chiediamo al Sindaco, che è l'autorità che deve garantire sicurezza e qualità della vita per chi vive e lavora nel territorio della città, di attivare un tavolo fra tutte le istituzioni e i servizi. Ricordiamo che è responsabilità del Sindaco garantire servizi per persone con problemi psichiatrici, che invece ora vengono semplicemente rinchiuse nel carcere, o individuare strutture alternative alla detenzione e che dovrebbe essere un suo impegno quello di collaborare con i dirigenti del carcere e le imprese private per definire rapporti di lavoro all'esterno. Riteniamo che il Sindaco debba chiedere un incontro urgente con i ministri interessati: Ministro di Grazia e Giustizia, della Sanità, dei Servizi Sociali e del Lavoro, al fine di ottenere le risorse necessarie per un intervento globale a sostegno della struttura carceraria della città.
umbria24.it, 5 settembre 2019
Sono stati trasferiti i più facinorosi, sono state chiuse le celle ed eliminato il metodo della detenzione dinamica, la guardia è nuovamente dentro la sezione, per l'ora d'aria avvengono i controlli e sono in arrivo 10 unità al carcere di Perugia. Queste le novità che sono state comunicate dal Sappe, sindaao di polizia penitenziaria, dopo il sopralluogo avvenuto a seguito dei noti fatti di violenza all'interno della casa circondariale di Perugia, che hanno visto una guardia penitenziaria sequestrata e minacciata con la lametta, la rivolta dei detenuti e un carcerato suicida. Mercoledì mattina, una delegazione del sindacato di polizia penitenziaria, ha fatto visita al carcere perugino, capitanata dal segretario generale Donato Capece che, all'uscita ha tenuto una conferenza stampa per illustrare la situazione attuale, raccontare quella passata e informare sugli scenari futuri. Prima però di comprendere cosa cambia, vanno fatte due premesse. La prima è di cronaca, e riguarda l'episodio cardine del poliziotto sequestrato, il suo coraggio di buttare la chiave sotto la minaccia di una lametta, rischiando la propria vita ma mettendo così nelle condizioni i colleghi di intervenire ed evitando che i detenuti potessero aprire le celle. È considerato episodio simbolo della condizione carceraria precedente. La seconda è invece il modello Perugia. Che per anni è stato raccontato e considerato come vanto, per quella che sembrava essere un'oasi felice, per la caratteristica di avere dato ampio margine ai modelli innovativi di detenzione: con sezioni aperte, che significa guardia penitenziaria non presente, celle aperte e detenuti liberi nei corridoi e per l'ulteriore tratto distintivo di avere avviato numerose attività lavorative indirizzate al reintegro del detenuto nella società una volta scontata la pena.
"Modello sbagliato" - Contrariamente a quanto da tanti anni sottolineato dalla direzione, le guardie penitenziarie, non credono al modello di detenzione dinamica, ovvero delle celle aperte. E ritengono che gli episodi siano ascrivibili sia al sovraffollamento che a questo nuovo metodo, erroneamente paragonato a quello europeo - hanno spiegato - ma che nulla ha a che vedere con quello. Semplicemente "perché - ha detto Capece - nel modello europeo la guardia penitenziaria ha in dotazione strumenti tecnologici tipo il taser per garantire sicurezza ed è presente all'interno della sezione. Invece noi italiani - ha aggiunto - abbiamo pensato di sostituire il poliziotto con la tecnologia, finendo per tenere il poliziotto fuori dalla sezione e senza dotarlo di tecnologia". Con la conseguenza - è stato ancora spiegato - che all'interno delle sezioni, dove si arriva fino a 80 detenuti, di etnia diversa, finisce per "comandare, nel vero senso della parola", il più criminale. I pattugliamenti saltuari e improvvisi non sono sufficienti - è stato ancora spiegato - a contenere i fenomeni di violenza e di autolesionismo, poiché i detenuti hanno troppo tempo per organizzarsi. È stato quindi ripristinata la vigilanza fissa. Il poliziotto, a Perugia, è di nuovo all'interno della sezione. Le celle sono chiuse e, ogni detenuto, rimane nella propria cella.
Quando bisogna trasferirsi per l'ora d'aria vengono eseguiti i controlli e trasferiti i detenuti all'esterno. Quando si rientra vengono eseguiti di nuovo i controlli. L'organico - spiega ancora il Sappe - deve essere di 40 unità per garantire la copertura dei 4 quadranti orari per 6 ore di turno. Ma anche per questo aspetto ci sono problemi. Tenuto contro che le 8 ore, ovvero due di straordinario - hanno raccontato i rappresentanti del Sappe - qui sono l'ordinario. E lo straordinario al poliziotto, viene pagato 10 euro lorde. Ma i pagamenti non sono puntuali. E capita - ancora il sindacato - che, tante volte, i poliziotti hanno pagano i trasferimenti dei detenuti di tasca propria, con i soldi del proprio stipendio, che dovrebbe andare alle proprie famiglie.
"Colpa dell'accorpamento" - Se 19 detenuti considerati tra i più facinorosi sono stati trasferiti, una problematica sussiste anche sui tempi di trasferimento e su altre questioni logistiche come 'il repartino' che richiedono lungaggini amministrative. "Tutta colpa dell'accorpamento", dice il sindacato umbro. Accorpamento delle carceri umbre a quelle Toscane, con l'amministrazione in Toscana. Per cui ogni decisione da prendere deve fare un giro lunghissimo e non prevede i filo diretto, come in passato in cui un trasferimento veniva deciso ed eseguito nel tempo di una notte. Altra questione denunciata alle cronache è il carcere di Spoleto.
Un tempo una unicità carceraria per l'alto livello di equilibrio raggiunto tra massimo regime detentivo e competenza del personale. Un valore - denuncia il personale - oggi annacquato. "C'era lì - è stato detto - la più alta presenza di 41 bis che c'è in Italia, in rapporto alla popolazione carceraria, gestita egregiamente da personale formato e specializzato da tempo su quel tipo di detenzione. Poi è stato mischiato di tutto, sia per quanto riguarda la popolazione penitenziaria che il personale e ora non è più come prima". Ritornando agli episodi di violenza a Perugia, una delle proposte del Sappe, è quella di trasferire, più agilmente, detenuti violenti nelle carceri sarde, dove ci sarebbero - a detta del sindacato - circa 800 posti liberi".
In conferenza stampa, nell'annunciare l'arrivo di altre 10 unità, il sindacato ha denunciato che quello già giunto a Perugia sarebbe inadeguato alle esigenze di questo carcere. "Abbiamo chiesto - hanno detto - personale maschile e invece ci hanno mandato 8 donne. Gli uomini servivano per tirare fuori dalle sezioni il personale più anziano con anche 30 anni di servizio e fare entrare le nuove leve. Ma nelle sezioni maschili non possono entrare le donne e quindi siamo costretti a tenere in prima linea ancora il personale anziano".
Infine la questione dislocamenti. Se ogni volta che trasferisci un detenuto - spiega il sindacato - il posto che si libera viene occupato da un altro detenuto, operazione che serve ad abbassare la pressione all'interno delle sezioni, non avviene lo stesso con il personale. Infatti - conclude il sindacato - abbiamo troppo personale suppostamente in organico, che invece è dislocato altrove. "O viene rimpiazzato, o deve essere richiamato al lavoro in sezione".
Corriere della Sera, 5 settembre 2019
Basta analizzare i dati degli ultimi 18 mesi, per capire quanto il Cpr di corso Brunelleschi sia diventato un posto semi-abbandonato dallo Stato. Con l'applicazione delle ultime finanziarie, che hanno tagliato nettamente le risorse destinate ai Cpr, ma soprattutto, dopo la morte (naturale) di un detenuto avvenuta lo scorso luglio, il Centro di permanenza e rimpatrio di corso Brunelleschi è un luogo dove le rivolte sono all'ordine del giorno, i tentativi di suicidio e le proteste quotidiane. La violenza è pronta ad esplodere come sabato scorso, quando un immigrato ha chiesto un farmaco e, dopo aver ricevuto una risposta negativa, si è arrampicato a sei metri di altezza. È caduto, è nata una guerriglia tra detenuti e forze dell'ordine, finita con due feriti. In pratica, racconta chi lo frequenta, è "quasi peggio di un carcere".
Il problema non è soltanto la carenza di organico tra le fila delle forze dell'ordine, ma l'assenza di "personale civile", all'interno del Centro, che possa lavorare a fianco dei detenuti e prevenire situazioni di rischio e violenza. Medici, psicologi, traduttori, mediatori culturali, impiegati. Sono figure pressoché sparite. Basta analizzare i dati degli ultimi 18 mesi, per capire quanto il Cpr di corso Brunelleschi sia diventato un posto semi-abbandonato dallo Stato. Nell'ultimo verbale della Commissione solidarietà dell'Ordine dei medici, stilato a fine luglio, c'è un tabella che mostra dati impietosi. Per 158 "ospiti" (o "detenuti"), le ore di presenza del medico sono passate da 144 a 42 alla settimana. Quelle dello psicologo - figura molto rilevante in un contesto del genere - sono state dimezzate: da 54 a 24. L'assistente sociale, fino a un anno e mezzo fa presente 36 ore (che erano comunque poche), oggi c'è 24 ore e basta. In sette giorni però. Il mediatore culturale, altra professionalità importantissima in una sorta di prigione dove sono tutti immigrati, una volta era presente 108 ore alla settimana: oggi 48. Le risorse sono state tagliate con la scure addirittura per l'economo, che ora fa 12 ore a settimana e non più 36. E gli avvocati, che sono necessari perché al Cpr sono quasi tutti accusati di aver commesso reati, possono lavorare al Cpr soltanto 12 ore a settimana, a fronte delle 72 di prima: se già era una beffa due anni fa, figuriamoci oggi. Dodici ore non bastano nemmeno per leggere le carte di un caso solo. Non solo. Grazie alle manovre dell'ultimo governo, l'insegnamento della nostra lingua, che prima poteva contare su un insegnante che lavorava 36 ore, oggi non è più previsto. Così come non c'è più - ma questo da anni - la Croce rossa. Il centro è gestito dalla cooperativa Gepsa, che però, avrebbe poco personale.
Nel documento stilato dai medici, si denuncia un altro aspetto: in tale contesto il diritto alla salute non sarebbe garantito. Si parla di "gravi situazioni di omissione di soccorso" e si sollecita "l'Ordine dei Medici a mettere in moto tutti i possibili interventi". Le condizioni ambientali e sociali di vita degli ospiti esporrebbero "a fattori di rischio non controllati", come le "fonti di contagio". Inoltre, "traumi e eventi morbosi acuti sono affrontati con competenze e strumenti inadeguati". Ci sarebbe un abuso di sedativi.
All'ultima riunione ha partecipato anche Alda Re, di "lasciateCIEntrare", che ha spiegato: "Il cosiddetto ospedale non è in realtà un ambulatorio, ma una struttura di pochi metri quadrati dove l'aria, ossia il luogo dove i pazienti possono andare a fare due passi, è una gabbia di un metro e mezzo". "Le carenze ci sono a tutti livelli - denuncia Re - piove dentro, il cibo è immangiabile, il riscaldamento non funziona, le stanze sono senza finestre: il Cpr è peggio della prigione, perché non è un luogo normato".
cremonaoggi.it, 5 settembre 2019
I detenuti del carcere di Cremona chiedono che sia attivato il servizio di posta veloce "Zeromail". Nella lettera ricevuta da Sergio Ravelli, presidente dei Radicali di Cremona e membro del consiglio generale del partito radicale, si sottolinea che Zeromail è già attivo in Lombardia nelle carceri di San Vittore e di Bollate.
"Un analogo servizio", fa sapere Ravelli, "opera anche in altre regioni, per esempio a Torino, Frosinone e nel carcere romano di Rebibbia". "Nel carcere di Cremona - fanno presente i detenuti - il 70% dei prigionieri è straniero che aspetta 3-4 settimane per le lettere dei propri parenti, a volte di più. Anche i cittadini italiani devono aspettare 1-2 settimane, a volte di più. Zeromail consente di ricevere lettere in 1-2 giorni". Secondo i detenuti di Cremona, "l'installazione di Zeromail svolge una funzione di riabilitazione, aiuterà a evitare scioperi della fame e rivolte in prigione, poiché i prigionieri stabiliranno un contatto con la loro famiglia".
Come noto, i detenuti italiani non hanno accesso alla Rete e quindi devono affidarsi ancora a carta e penna. Con un problema però: tra la trafila in carcere e le poste, la missiva arriva a destinazione dopo 10-15 giorni. E la risposta, di un parente, della moglie, dei figli o di un amico arriva almeno dopo altrettanti. È per questo che sta riscuotendo un grande successo "Zeromail", il servizio di invio e ricezione delle mail per i detenuti. Per fare un esempio, nel carcere di Bollate, il servizio è gestito dalla cooperativa sociale Zerografica.
Il meccanismo è semplice: il detenuto scrive il suo messaggio su un foglio, ogni giorno uno dei detenuti della cooperativa passa nelle celle a ritirare le lettere, che vengono scansionate e inviate entro il giorno dopo. La risposta del destinatario segue il processo inverso: viene stampata, chiusa in busta e consegnata al detenuto.
Per gli stranieri è veramente la soluzione di un problema che sembrava insormontabile: se per un italiano i tempi per far arrivare una lettera è in media di dieci giorni, per loro potevano passare anche mesi. Il servizio è in abbonamento: quello base costa 12 euro per 30 mail. Il risparmio è notevole per il detenuto, visto che la lettera classica costa da 1,10 a 2,60 euro.
L'attivazione del servizio di posta veloce nel carcere di Cremona sarebbe oltremodo importante considerato il numero considerevole di detenuti stranieri. Nel corso della recente visita alla struttura carceraria di via Cà del Ferro, effettuata dal segretario di Radicali Cremona Gino Ruggeri e dall'avvocato della locale Camera Penale Laura Negri, è stata infatti riscontrata la presenza di ben 307 non italiani su un totale di 463 detenuti.
di Angela Calvini
Avvenire, 5 settembre 2019
Il documentario "45 seconds of laughter" è girato con un gruppo di detenuti in una prigione della California: protagonisti una trentina di uomini condannati a pene tra gli otto anni e l'ergastolo. Arlecchino ha il volto impiastricciato di bianco e gli occhi svegli di un ragazzo latinos, Colombina una grande fascia rosa in testa e la stazza di un ragazzone afroamericano, Pantalone è claudicante e ha le rughe di chi nella vita ne ha viste troppe. Nella vita fuori dalle sbarre questi uomini erano nemici, membri di violente gang rivali. Adesso che stanno scontando pene lunghissime, esprimono le loro emozioni recitando insieme la commedia dell'arte e ridono di cuore. Ecco spiegato il titolo 45 seconds of laughter, "45 secondi di risate", il toccante e appassionante documentario firmato, diretto e interpretato dall'attore e regista Tim Robbins passato ieri Fuori Concorso alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia e girato con un gruppo di detenuti nella Prigione di Stato di Calipatria in California.
Il titolo si riferisce a una tecnica usata dagli attori, ridere appunto, che serve a caricarsi di emozioni positive ed endorfine. Protagonisti una trentina di uomini condannati a pene fra gli 8 anni e l'ergastolo, coinvolti in uno dei workshop teatrali dell'Actor's Gang, la compagnia teatrale fondata nel 1982 da Tim Robbins che ha girato i palcoscenici di tutto il mondo. "La nostra è una compagnia senza scopo di lucro, che ha lo scopo di portare la cultura a portata di tutti, volevamo fare un teatro diverso" ha spiegato ieri al Lido Tim Robbins, uno degli attori più politicamente impegnati di Hollywood e protagonista di film indimenticabili come Mystic River di Clint Eastwood che gli valse l'Oscar, nonché regista di uno dei più bei film contro la pena di morte, Dead Man Walking. Ma è nel teatro, spiega Robbins sfoderando carisma e passione, che trova la libertà che non gli danno gli studios. Come quella di creare una serie di progetti sociali a partire dall'Actors' Gang Prison Project nato nel 2006, che coinvolge gli attori della compagnia di Robbins ed anche ex detenuti divenuti istruttori, e che oggi ha 15 laboratori in 13 prigioni di stato della California. In più, l'Actors' Gang sta svolgendo a Los Angeles un programma di reinserimento nella società per i detenuti che escono dal carcere e un programma per i giovani in collaborazione col dipartimento per la Giustizia.
"Io di carcere qualcosa ne so, dato che quando da ragazzo vivevo a New York un paio dei miei amici sono finiti in galera. Inoltre i miei genitori mi hanno cresciuto nella consapevolezza sociale - aggiunge Robbins -. Mentre giravo Le ali della libertà nel ruolo del carcerato e poi Dead Man Walking (da lui trasformata in una pièce teatrale che ha girato sinora 170 università) ho visto dall'interno la natura brutale delle prigioni statunitensi. Negli Stati Uniti abbiamo abbandonato ogni idea di riabilitazione, e invece usiamo nelle nostre prigioni un sistema punitivo che richiede disumanizzazione dell'incarcerato. Il sistema carcerario statunitense sarà oggetto del mio prossimo documentario".
Lo stesso progetto dell'Actor's Gang nelle prigioni, all'inizio è stato fortemente osteggiato, mentre oggi, forte dei risultati positivi, sta aiutando molti uomini a gestire le proprie emozioni e le proprie vite. "Molti programmi e film mostrano i detenuti come spaventosi, pericolosi animali amorali, un pericolo per la società. Ma la maggior parte di quelli che ho incontrato non sono così - aggiunge il regista -. Noi chiediamo che partecipino ai nostri programmi riabilitativi i detenuti più difficili e che ogni classe sia mescolata per origine etnica, con la partecipazione dei rivali di diverse gang. E abbiamo scoperto qualcosa di sorprendente e profondamente umano nelle nostre classi, un'esperienza che ci ha cambiato e che andava raccontata".
Ed ecco, quindi, che il documentario, girato in 8 mesi di corso, ci aiuta a conoscere i protagonisti, uomini diffidenti, che si nascondo dietro alla maschera della rabbia per mostrarsi più forti, finché dopo una serie di esercizi attoriali, respirazione, interazione di sguardi e coordinazione dei movimenti, le barriere si vanificano e i cuori si aprono, le emozioni diventano improvvisazione e, infine, si indossa davvero la maschera, ma quella di Arlecchino o Pulcinella. Perché proprio la Commedia dell'Arte? "Attraverso quei caratteri l'uomo oppresso dal carcere trova libertà espressiva. La Commedia dell'Arte di fatto è una storia universale che presenta tutte le dinamiche sociali, è una sfida al potere che vuole contrastare l'amore, ci sono i ricchi e i poveri e i servi che spesso la fanno in barba ai loro padroni".
L'Italia ha un ruolo importante: "Siamo venuti a recitare a Spoleto e anche a Milano dove ho incontrato Dario Fo che è stato grande fonte di ispirazione". Il momento più tenero del documentario è quando i detenuti-attori, non senza timidezze e paure, portando in scena la loro commedia per i parenti che non vedono da molto tempo. Le lacrime delle madri, gli abbracci alle fidanzate e le risate con i figli dicono più di molte parole. "Le madri soprattutto vedono cambiati questi uomini prima pieni di rabbia in uomini nuovi - conclude Robbins - e ritrovano i bambini che hanno conosciuto. Questo per me vale tutto".
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