di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 settembre 2019
Il centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Torino torna nuovamente alla ribalta delle cronache per la rivolta di domenica scorsa degli "ospiti", che ha provocato il ferimento di un poliziotto al quale i sanitari hanno dato trenta giorni di prognosi. "Per un po' non voglio sentire parlare di comprensione, integrazione e accoglienza".
Comincia così il messaggio che ha postato su Facebook il poliziotto rimasto ferito durante quella che ha definito "una notte di guerriglia passata al Cpr di Torino". Scrive ancora: "Trenta giorni di prognosi, una bella frattura scomposta di due falangi con prospettazione di intervento chirurgico, due monconi malamente appesi che improvvisamente vanno in direzione opposta a quella che il tuo cervello vorrebbe fare... e mentre i "signori" della politica fanno il gioco delle poltrone, facendo a gara a chi di loro si rivela essere il più capriccioso, in questi Centri di Permanenza e Rimpatrio a ogni turno si sfiora la tragedia e prima o poi - credetemi - qualcuno si farà male sul serio".
Non si è fatto attendere il ministro degli Interni, Matteo Salvini. "Solidarietà al poliziotto e a tutte le forze dell'ordine. Sono orgoglioso - scrive il leader della Lega - di aver inasprito le pene per chi attacca le donne e gli uomini in divisa e per aver fermato l'immigrazione clandestina. Se il Pd vuole riportarci indietro e ha nostalgia del business dell'invasione, lo dica chiaramente agli italiani".
Ma se c'è stata una rivolta - non l'unica - nel Cpr di corso Brunelleschi di Torino, non si può non tener conto delle cause che l'hanno scatenata. Ricordiamo che nella notte tra il 7 e l'8 luglio è morto un uomo di origine bengalese, Faisal Hossai, 32 anni.
Era stato posto in isolamento per ragioni non ancora chiarite, nonostante tale disposizione punitiva non sia prevista all'interno di queste tipologie di strutture. Alla notizia della morte del compagno del centro, di cui ancora erano ignote le cause, alcuni migranti hanno iniziato una protesta che ha causato piccoli incendi in alcuni moduli della struttura.
A svolgere le indagini sono state la squadra mobile della questura di Torino e la procura, al termine delle quali è stata esclusa qualsiasi ipotesi delittuosa e il decesso è stato associato a un arresto cardiaco. I reclusi del centro hanno quindi messo a fuoco materassi e mobili, mentre in serata attorno alle mura del Cpr si sono raccolti numerosi solidali.
Da dentro arrivavano forti le voci delle persone rinchiuse e il grido "libertà" ha accompagnato lo svolgersi del presidio. La polizia ha risposto sparando lacrimogeni nel Cpr e al tentativo di blocco da parte dei manifestanti, in una delle strade adiacenti, sono partite delle violente cariche. Ma il Cpr di Torino è stato da sempre al centro delle rivolte per denunciare lo stato di degrado nel quale riversa. Vengono definiti "ospiti", ma in realtà i migranti vivono in condizione di reclusione nonostante non abbiano commesso alcun reato. Una reclusione peggiore di quella rispetto ai detenuti che scontano la pena nelle carceri.
La situazione degli ospiti verte in situazioni preoccupanti, sia dal punto di vista della vita quotidiana, che scorre senza alcuna attività che impegni le ore della giornata, il che comporta delle evidenti ripercussioni sulla salute psicofisica di quanti vi dimorano anche oltre sei mesi, sia per quanto riguarda le condizioni materiali degli ambienti, lasciati in condizioni di deterioramento strutturale e igienico.
Tutte osservazioni ribadite puntualmente dall'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà, con le relazioni annuali. Ricordiamo, appunto, che i Centri di Permanenza per i Rimpatri (Cpr), rinominati (prima si chiamavano Cie) dalla legge Minniti- Orlando (L 46/ 2017), sono strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno.
LasciateCiEntrare, la campagna nazionale contro la detenzione amministrativa dei migranti, a proposito dei fatti del Cpr di Torino, ha ricordato che le rivolte scaturiscono perché risulta l'unico via dei migranti per avere visibilità e denunciare all'opinione pubblica il degrado nel quale vivono. La campagna nazionale ha deciso di lanciare, per la seconda volta, "alimentiamo la protesta", ovvero una raccolta di cibo in solidarietà a chi viene recluso perché non ha documenti che attestino la legittimità della sua esistenza.
di Andrea Galli, 3 settembre 2019
Il Procuratore capo di Milano sulla vicenda di Adriana Signorelli, assassinata a Milano, che aveva attivato la norma 4 giorni prima dopo l'ennesimo episodio di violenza. L'ex marito, Aurelio Galluccio, la picchiava e l'aveva minacciata di morte. Sempre uguale a se stesso, il persecutore e assassino Aurelio Galluccio, 65 anni. Fino all'ultimo.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 3 settembre 2019
Sui decreti sicurezza ancora non ci siamo. È uno dei nodi rimasti sul tavolo del programma e che andranno sciolti entro questo pomeriggio, quando i capigruppo del Pd Graziano Delrio e Andrea Marcucci e quelli dei 5Stelle Francesco D'Uva e Stefano Patuanelli si incontreranno di nuovo a Palazzo Chigi con il premier incaricato Giuseppe Conte per chiudere l'accordo.
ilpenalista.it, 3 settembre 2019
Anche se proveniente dal difensore. Cass. pen., Sez. I, 14 giugno 2019 (dep. 13 agosto 2019), n. 36041. Secondo la Prima Sezione, con sentenza n. 36041, è legittimo, e, quindi, privo di censure, il provvedimento adottato dal Magistrato di Sorveglianza di Viterbo (e confermato dal Tribunale di Sorveglianza di Roma), con cui si è disposto il trattenimento di una missiva proveniente dal difensore di un detenuto sottoposto al regime di cui al 41bis ord. pen.: la Cassazione, pur non entrando nel merito, ma disquisendo sull'irritualità dell'impugnazione formulata personalmente, mediante reclamo, dal detenuto, ha ritenuto corretto il modus operandi della Sorveglianza.
Per il Magistrato di Sorveglianza di Viterbo, infatti, il trattenimento della corrispondenza in entrata, anche se proveniente dal difensore e, anche se a contenuto giudiziario, risulta conforme alle esigenze preventive e di sicurezza, tenuto conto, che tali documenti erano privi di autenticazione, e, quindi, avrebbero potuto essere state oggetto di alterazione e celare all'interno indebite informazioni.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 3 settembre 2019
I magistrati scontano così il caso Palamara. Candidature "autonome" alle suppletive del Csm per i due posti della categoria dei requirenti. Per tentare di archiviare lo scandalo del mercato delle nomine, esploso dopo la pubblicazione delle intercettazioni che hanno interessato l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, i pm in corsa alle elezioni di ottobre prendono le distanze dalle correnti.
askanews.it, 3 settembre 2019
Grazie a progetto "La mia Libertà-Note in carcere". A settembre torna la musica in carcere con Dolcenera ed Enrico Ruggeri, ultimi due appuntamenti della prima edizione del progetto "La mia Libertà-Note in carcere", promosso dal vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Cangemi, in collaborazione con l'Agenzia Joe&Joe.
Dopo le performance di luglio, negli istituti penitenziari di Rebibbia femminile, Regina Coeli e casa circondariale di Velletri, mercoledì 4 settembre alle 17, Dolcenera si esibirà per i detenuti di Rebibbia Nuovo Complesso; lunedì 9 settembre, alle 17, sarà la volta di Enrico Ruggeri sul palco della Casa circondariale di Civitavecchia, chiudendo la rassegna che ha visto protagonisti anche Paolo Vallesi, Marcello Cirillo e Mario Zamma.
"L'idea di Franco Califano di portare la musica in carcere, cui si ispira il progetto La mia Libertà, si è rivelata una intensa esperienza di partecipazione e condivisione - afferma Cangemi - i detenuti hanno accolto gli artisti con entusiasmo e lavoreremo per riproporre l'iniziativa, coinvolgendo anche altre strutture penitenziarie".
di Marco Galvani
Il Giorno, 3 settembre 2019
"Lavoriamo sempre nell'emergenza, ma il vero problema è l'alto numero di stranieri". Donato Capece, segretario generale del Sappe, va dritto al punto: "È una popolazione che non riusciamo a governare. Hanno abitudini e atteggiamenti diversi dagli altri e noi non siamo preparati. In molti casi non c'è possibilità di comunicazione".
Degli oltre 3.600 detenuti stranieri richiusi nelle carceri lombarde, 947 sono marocchini, 504 albanesi, 315 romeni, 260 tunisini, 178 egiziani e 116 nigeriani. "Bisognerebbe avere il coraggio e la forza di fare in modo che possano scontare la pena nei loro Paesi d'origine - continua il sindacalista. Senza contare i detenuti stranieri che, pur avendo meno di un anno da scontare, non possono usufruire di pene alternative perché senza fissa dimora.
Risolvere questi temi permetterebbe anche un notevole risparmio visto che ogni detenuto ci costa 170 euro al giorno". Restano in cella. Con "la mancanza di mediatori culturali che aggrava l'incapacità del sistema carcerario di gestire la popolazione detenuta straniera".
Sulla carenza di mediatori culturali la Lombardia vanta un altro primato, se per effetto delle norme a livello nazionale risultava il rapporto di un mediatore ogni 62 detenuti, in Lombardia il rapporto è di uno ogni 73 carcerati.
di Marco Galvani
Il Giorno, 3 settembre 2019
Diciotto carceri. Una capienza regolamentare stabilita per decreto dal ministero della Giustizia di 6.199 detenuti ma una popolazione effettiva costantemente superiore. L'ultimo censimento ufficiale ha contato 8.472 reclusi (1.306 già condannati ma non in via definitiva e 1.098 ancora in attesa del primo grado di giudizio). Quasi la metà (3.651) sono stranieri.
Confermando la Lombardia come la regione d'Italia con il maggior numero di detenuti davanti alla Campania (7.606), al Lazio (6.483) e alla Sicilia (6.396). In un clima altamente esplosivo. Che ormai quasi quotidianamente consegna alle cronache aggressioni, gesti di autolesionismo e risse. Che, spesso, nascono da scontri fra etnie e di religione.
"Si lavora in una polveriera", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria). I numeri, a livello nazionale, non mentono: nei primi sei mesi del 2019 sono stati messi a referto 5.205 atti di autolesionismo, 683 tentati suicidi, 4.389 colluttazioni, 569 ferimenti, 2 tentati omicidi. I decessi per cause naturali sono stati 49 e i suicidi 22. Mentre le evasioni sono state 5 da istituto, 23 da permessi premio, 6 da lavoro all'esterno, 10 da semilibertà, 18 da licenze concesse a internati.
"La cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto - sottolinea Capece. Il 95% dei detenuti sta fuori dalle celle tra le 8 e le 10 ore al giorno ma non tutti sono impegnati in attività lavorative. E il risultato sono episodi come l'aggressione avvenuta sabato nel carcere modello di Bollate". Una rissa tra quattro detenuti romeni ubriachi. Sì, ubriachi. In cella possono avere un quarto di vino al giorno, per lo più per cucinare. Ma molti non lo usano e se lo passano. E in assenza, fanno macerare per giorni la frutta e ne tirano fuori alcol.
"Se ci fossero più agenti potremmo aumentare i controlli - continua Alfonso Greco, segretario regionale del Sappe. In Lombardia siamo 4.500, ne servirebbero altri 1.400 (4mila la carenza a livello nazionale). E quelli in servizio non sono tutti operativi nelle sezioni detentive perché occorre tamponare i posti scoperti anche negli uffici".
Di fatto, soltanto un terzo garantisce il servizio 24 ore su 24 a contatto con i detenuti: "Personale costretto anche a 10 ore di servizio continuato, con un sovraccarico di stress estremamente pericoloso". Il fatto è che "ormai il carcere è diventato un contenitore in cui rinchiudere tutti - sbotta Capece - e lo Stato sembra aver dimenticato il rispetto verso la polizia penitenziaria". Altrimenti "investirebbe di più in tecnologia e in personale".
di Andrea Magagnoli
Il Sole 24 Ore, 3 settembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 2 luglio 2019 n. 28570. La corte di cassazione con la sentenza n. 28570 depositata il 2 luglio 2019 pone il principio di diritto per il quale nel caso di rumori prodotti dagli avventori al di fuori del locale ad esserne responsabile sia il gestore del locale.
Il caso di specie, trae origine dalla condanna del tribunale di Firenze per il reato di disturbo alla quiete pubblica previsto dall'articolo 659 del codice penale, la condanna era stata emessa nei confronti del titolare di un esercizio d' intrattenimento al cui esterno si trovavano numerosi avventori che disturbavano la quiete pubblica con le loro condotte rumorose e moleste.
I giudici di merito infatti avevano ritenuto che di tali condotte fosse responsabile il gestore dell' esercizio d' intrattenimento pubblico, sulla base della considerazione che ai sensi della normativa vigente esiste in capo al titolare dell' esercizio un preciso obbligo di controllo, circa la presenze nelle immediate adiacenze dei locali dell' impresa.
Avverso la condanna ricorreva il gestore del locale con apposito atto del difensore, eccependo il difetto dei presupposti richiesti dalla normativa per la condanna.
Deduceva in particolare il legale la mancanza di un effettivo disturbo alla quiete pubblica che impediva la concreta configurabilità del reato, e che anche se questo potesse essere rilevato ad ogni modo nulla gli poteva essere contestato. Proseguiva infatti il legale come sul titolare di un esercizio non incomba alcun onere di controllo delle condotte poste in essere da parte dei clienti.
Il procedimento, dopo avere compiuto il proprio corso veniva deciso da parte degli ermellini con la sentenza qui in commento che pone un nuovo principio di diritto in ordine alla posizione dei titolari degli esercizi pubblici.
La questione più volte propostasi all'esame dei giudici della corte suprema aveva in precedenza trovato una soluzione difforme da quella individuata nella sentenza recentemente pubblicata piuttosto rigorosa nei confronti degli imprenditori che si occupano d intrattenimento collettivo. Gli ermellini infatti in una precedente pronuncia aveva ritenuto che nulla potesse essere contestato al gestore di un locale pubblico nel caso di condotte rumorose poste in essere dai clienti una volta usciti dal locale.
Ben diversa è invece la posizione ora assunta da parte dei giudici della corte suprema di cassazione. Osservano infatti i supremi giudici come nel processo diretto alla contestazione del reato di disturbo alla quiete pubblica previsto e sanzionato dall'articolo 659 del codice penale, debbano ad ogni modo essere considerate le risultanze delle indagini dell'autorità, eseguite circa l' intensità dei rumori.
Non solo ma proseguono gli ermellini osservando come il contenuto della normativa vigente prevede per la configurazione dell'illecito la semplice potenzialità del rumore e la sua astratta idoneità a molestare la collettività stanziata nel settore del territorio adiacente al pubblico esercizio.
Ad avviso degli ermellini esiste un preciso obbligo giuridico da parte del gestore di un esercizio pubblico al fine di evitare gli eventuali disturbi alla pubblica da parte dei clienti usciti dall'esercizio di pubblico intrattenimento. Pertanto, nel caso in cui tale obbligo venga violato, facendo sì che vengano poste in essere condotte lesive della pubblica tranquillità come nel caso di specie, diverrà possibile l'applicazione del reato previsto dal codice penale, che per l' appunto prevede la sanzione, per casi come questo, ove vengano poste in essere condotte lesivi per la pubblica tranquillità.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 3 settembre 2019
L'apertura europea voluta dalla nuova presidente von der Leyen favorisce una svolta in Italia. Vero ostacolo o pretesto che sia, l'immigrazione pare fin qui un inciampo maggiore sulla via del nuovo governo. Se il Movimento Cinque Stelle è riottoso ad abiurare la linea tenuta in coalizione con la Lega, la sinistra tende a fare di quell'abiura una sorta di totem. Intendiamoci: quest'esigenza è ben comprensibile.
Dopo 14 mesi con la testa sott'acqua a causa del dominio di Matteo Salvini, il Pd e i suoi sodali hanno bisogno almeno di uno strappo visibile per mettersi con chi aveva condiviso le durezze del leader leghista, talvolta persino anticipandole (l'assai opinabile battuta sulle Ong "taxi del mare" è di Luigi Di Maio). E lo strappo più visibile e meno costoso è il solito (molto più dell'economia che richiede tempi lunghi e sacrifici, cambiare registro sui migranti è gratis e ad alto impatto mediatico, tanto che anche Salvini vi si dedicò con notevole impeto comunicativo).
Certo, i due famosi decreti sicurezza (ora convertiti in legge) non sono esenti da difetti assai gravi. Mattarella lo ha messo per iscritto al momento di lasciarli passare (e il punto di mediazione tra Cinque Stelle e Pd sarebbero proprio i rilievi del presidente). Il secondo pecca senz'altro di disumanità e forse di incostituzionalità (abbiamo il dovere di salvare chi scappa dall'orrore e salvarlo significa portarlo al sicuro, cioè a terra).
Il primo ha anche grosse falle di efficacia: cancellando la protezione umanitaria butta fuori i migranti dai centri d'accoglienza senza sapere dove collocarli perché mancano gli accordi bilaterali di rimpatrio (Salvini non ci ha mai lavorato) e dunque, secondo l'autorevole istituto di studi Ispi, gli irregolari in Italia per effetto del primo decreto passeranno da 600 mila a 730 mila in un paio d'anni.
Il decreto bis, quello che inasprisce le misure contro le Ong, potrebbe essere disapplicato da un nuovo ministro degli Interni di buonsenso con il sol fatto di non ritenere ostili o pericolose per la nostra sicurezza le navi umanitarie o col semplice appello alle normative internazionali che ha richiamato Mattarella; si rammenti peraltro che tenere a mollo per settimane gruppetti di 40 o 50 profughi in mare avverso ma in favore di tv è stato un semplice specchietto per le allodole mediatico (appena 600 sono stati i migranti soccorsi dalle Ong fino ai primi di luglio a fronte di 2.486 sbarchi "autonomi" e non contrastati dal Viminale).
È servito a Salvini a distogliere l'attenzione dalla sua incapacità di scovare i famosi 600 mila invisibili di cui aveva promesso il rimpatrio veloce prima delle elezioni del 4 marzo 2018. I 600 mila sono ancora tutti lì, visibilissimi, nelle nostre stazioni, nei giardinetti delle nostre città, nelle pieghe interstiziali delle nostre periferie (e anzi sono in aumento, appunto, a cagione del primo decreto sicurezza, che non è aggirabile poiché ha già sortito i suoi effetti negativi).
Ma è giusto questa la faccenda cui il Pd e i suoi sodali dovrebbero fare grandissima attenzione. Se è comprensibile il desiderio di portare al proprio elettorato il ribaltamento del teorema Salvini su migranti e Ong, sarebbe assai pericoloso fingere che la questione migratoria non esista più: una questione che non sta in mare, negli sbarchi, ma sulla terraferma, tra coloro che il nostro sistema d'accoglienza ha perso per strada, lasciato tracimare nell'illegalità e nell'oblio. Sbagliato sarebbe un rompete le righe (nel quale sembra iscriversi anche un nuovo rilassamento verso le occupazioni abusive, in primis a Roma).
Se la sinistra vuole provare a risalire la china del consenso non può non offrire soluzioni strutturali alla questione migratoria né tantomeno può distrarsi dalla sicurezza reale dei cittadini (ben altro rispetto al rispolverare generici slogan sulla "sicurezza urbana"). Significa certo aprire i porti a chi fugge ma anche aprire più Centri di identificazione ed espulsione (Cie o come li si voglia chiamare) per contenervi chi non può o non sa stare nel nostro territorio.
Significa aprire vere vie di immigrazione legali ma anche canali di rimpatrio con accordi bilaterali da stringere con almeno una mezza dozzina di Stati africani. Significa ridare linfa e soldi agli Sprar per un'autentica integrazione di secondo livello (piccoli numeri diffusi nei Comuni) ma pure selezionare al meglio la nuova immigrazione "economica" di cui le nostre aziende e le nostre pensioni hanno bisogno. Significa governare il fenomeno togliendo dai marciapiedi una pletora di disperati che diventa manovalanza criminale.
Mai come ora la congiuntura europea potrebbe favorirci. Lo "schema Ursula", con un inedito impegno della Ue nell'affrontare una questione finora tutta lasciata sulle nostre spalle, s'è palesato più volte a luglio in via informale con la disponibilità pratica di un gruppo di Paesi (Francia, Germania, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo) a farsi carico dei migranti delle navi Ong che noi non volevamo accogliere.
L'apertura manifestata da Ursula von der Leyen al nostro Giuseppe Conte, all'indomani della sua elezione a presidente della Commissione europea grazie a voti Pd e M5S, non va lasciata cadere: un'immigrazione ripartita può togliere un potente argomento retorico ai sovranisti. Ma solo una sinistra di governo che sappia tenere insieme legalità e solidarietà avrà le carte in regola per stare seduta al tavolo.
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