di giordano stabile
La Stampa, 19 ottobre 2019
I caccia turchi violano il primo giorno di tregua. I combattimenti sono continuati nel primo giorno di tregua nel Nord-Est della Siria, con cinque civili morti in un raid dell'aviazione turca, un elicottero turco abbattuto, mentre Recep Tayyip Erdogan ha ribadito che l'offensiva riprenderà, martedì prossimo, se non avrà ottenuto la sua "zona di sicurezza" larga 440 chilometri e profonda 32.
Il leader turco ha detto che le notizie di violazione della tregua sono "disinformazione" ma ha anche smentito la promessa di ritiro delle truppe di Ankara, una volta ottenuto il disarmo dei guerriglieri curdi: manterrà nella regione "12 posti di osservazione", cioè basi dell'esercito turco come quelle già presenti nella provincia di Idlib. Una presenza che non potrà essere contestata neppure dal governo di Damasco, in quanto in caso di attacchi ai suoi soldati, la risposta sarebbe "immediata".
L'ultimatum - Il cessate-il-fuoco è quindi soltanto una "pausa" nelle operazioni. "Se gli Stati Uniti non rispetteranno le promesse, alla fine del periodo di 120 ore, martedì notte - ha minacciato Erdogan, la Turchia proseguirà con determinazione l'operazione". Più che un accordo, sembra un ultimatum. Il leader turco è però consapevole che ritiro e disarmo delle Ypg non possono essere garantite dalle forze statunitensi. I militari di Washington hanno abbandonato quasi tutte le basi, una dozzina, che avevano nel Rojava. La più importante, vicino al cementificio Laforge, dove c'era anche il quartier generale anti-Isis, è stata distrutta con un raid degli F-15. Le forze residue sono state radunate nell'aeroporto alla periferia di Kobane, da dove vengono evacuate con aerei C-130.
Quindi Erdogan ha detto di non avere "problemi" se del ritiro dei curdi si occuperanno la polizia militare russa e l'esercito siriano: "Se disarmano i terroristi per me va bene, sono affari loro". E in questo senso l'incontro con Putin previsto martedì a Sochi, proprio nel giorno di scadenza della tregua, sarà "un'altra tappa" del processo "per la creazione della fascia di sicurezza". Il leader turco vuole però che insegne delle Ypg e guerriglieri armati "scompaiano" dalla frontiera. E questo potrebbe creare tensioni fra le Ypg e l'esercito siriano. I curdi non vogliono rimanere disarmati e alla mercé del regime. Finora il passaggio di consegne è stato fatto in armonia, con la creazione di pattuglie miste, senza che i guerriglieri fossero costretti a consegnare le armi.
Anche perché la leadership curda e Assad hanno in questo momento un'urgenza in comune. Impedire che turchi e milizie arabo-sunnite dilaghino. Nella notte fra giovedì e venerdì le Forze democratiche siriane hanno accettato la tregua e invitato la Turchia a rispettare il cessate-il-fuoco a "Tall Abyad e Rass al-Ayn", le due città più coinvolte negli scontri. Senza fare però riferimento ad altre zone del fronte e soprattutto alla richiesta turca di ritirarsi.
Ieri però i combattimenti sono continuati a Ras al-Ayn, la città che da 9 giorni resiste all'assalto dell'esercito turco. I guerriglieri curdi della Ypg tengono ancora il centro ma la città è rimasta per ore sotto il fuoco dell'artiglieria turca, curdi e miliziani si scambiavano tiri di mitragliatrici, mentre in serata un elicottero turco sarebbe stato abbattuto. Più a Est, nella zona di Bab al-Kheir, cinque persone sono morte in un raid turco, come ha confermato l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Gli attivisti curdi sono tornati a denunciare l'uso di "armi proibite", in particolare "fosforo bianco", vietato dalle convenzioni internazionali. L'Onu ha aperto un indagine. Amnesty International ha detto di avere "prove schiaccianti" su "crimini di guerra" commessi da forze turche e dai miliziani.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 19 ottobre 2019
A un anno e mezzo dall'inizio della repressione delle proteste in Nicaragua, Amnesty International ha lanciato una campagna intitolata "Cosa ci siamo lasciati alle spalle: in fuga dalla repressione". La crisi dei diritti umani iniziata il 18 aprile 2018, e della quale il governo di Daniel Ortega è responsabile, ha causato oltre 300 morti e 2.000 feriti. E non è affatto finita e le autorità non mostrano alcuna intenzione di garantire alla popolazione l'esercizio dei suoi diritti. Secondo le organizzazioni internazionali per i diritti umani, la crisi ha costretto oltre 80.000 persone a lasciare il Nicaragua, tra cui più di 100 giornalisti. Oltre 68.000 nicaraguensi hanno chiesto protezione a Costa Rica. Questo paese è tra quelli che, nel 2018, hanno ricevuto il più alto numero di richieste d'asilo, insieme a Panama, Usa, Spagna e Messico.
Per mettere in risalto le violazioni dei diritti umani che ancora hanno luogo in Nicaragua, la campagna di Amnesty International prevederà petizioni, eventi, materiali audiovisivi e testimonianze di persone costrette a lasciare il paese. Saranno svolte azioni specifiche in favore di giornaliste e attiviste per i diritti umani quali Francisca Ramírez, Lucía Pineda Ubau e Vilma Nuñez. Francisca Ramírez, attivista per i diritti umani e leader contadina, è fuggita in Costa Rica oltre un anno fa dopo aver ricevuto gravi minacce; Lucía Pineda Ubau, giornalista di "100% Noticias", ha lasciato il paese nel giugno di quest'anno, dopo aver trascorso quasi sei mesi in detenzione arbitraria; lo stesso ha fatto Vilma Nuñez, coordinatrice del Centro nicaraguense per i diritti umani, organizzazione non governativa cui sono stati confiscati beni e sospese le attività.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 18 ottobre 2019
Chi ha a cuore lo Stato di diritto non può che essere un garantista. Il garantismo è una forma di protezione dei cittadini dagli abusi di potere delle istituzioni, ivi comprese quelle giudiziarie. Dunque essere garantisti significa credere nella presunzione di innocenza.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2019
Perché prevenire è importante quanto reprimere. Le accuse di tortura da parte dei giudici per quanto accaduto nel carcere di Torino seguono di pochi giorni quelle riguardanti le violenze consumate nella prigione di San Gimignano. Non molto prima Antigone aveva presentato un esposto per violenze avvenute nell'istituto penitenziario di Monza. In tutti e tre i casi compare la parola "tortura", che finalmente si può nominare esplicitamente nelle Corti italiane da quando, nel luglio del 2017, il Parlamento tra mille dubbi previde un nuovo delitto da inserire all'interno del codice penale, così come richiesto dal diritto internazionale.
diritto.it, 18 ottobre 2019
La Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere sulle questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte di Cassazione e dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia in tema di accesso al beneficio penitenziario del permesso premio per il condannato all'ergastolo che non abbia collaborato con la giustizia.
Come viene riportato dall'agenda dei lavori della Corte Costituzionale, "la Corte di cassazione (R.O. 59/2019) solleva, in riferimento agli articoli 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà) nella parte in cui esclude che il condannato all'ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all'articolo 416-bis del codice penale, ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni in esso previste, che non abbia collaborato con la giustizia nei termini di cui all'articolo 58-ter della legge n. 354 del 1975, possa essere ammesso alla fruizione di un permesso premio previsto dall'articolo 30-ter della medesima legge.
Il giudice rimettente, in primo luogo, denuncia la disciplina censurata per irragionevolezza perché assimilerebbe condotte delittuose diverse tra loro, equiparando gli affiliati all'associazione mafiosa agli estranei responsabili soltanto di delitti comuni, aggravati dal metodo mafioso o dall'agevolazione mafiosa.
Secondo la tesi del rimettente, poi, l'esclusione dell'applicazione del beneficio penitenziario in mancanza della scelta collaborativa, senza consentire al giudice una valutazione in concreto della situazione del detenuto, sarebbe in contrasto con la finalità rieducativa della pena, non tenendo conto della diversità strutturale, rispetto alle misure alternative, del permesso premio che è volto ad agevolare il reinserimento sociale del condannato attraverso contatti episodici con l'ambiente esterno.
Il Tribunale di sorveglianza di Perugia (R.O. 135/2019) solleva analoga questione di legittimità costituzionale. L'articolo 4-bis, comma 1, della legge n. 354 del 1975 è censurato nella parte in cui esclude che il condannato all'ergastolo, per delitti commessi al fine di agevolare l'attività dell'associazione a delinquere ex articolo 416-bis del codice penale della quale sia stato partecipe, possa essere ammesso alla fruizione di un permesso premio previsto dall'articolo 30-ter della legge n. 354 del 1975. La norma censurata contrasterebbe con gli articoli 3 e 27 della Costituzione in quanto, sostiene il rimettente, l'elevazione della collaborazione con la giustizia a prova legale del venir meno della pericolosità sociale del condannato impedirebbe alla magistratura di sorveglianza di valutare in concreto l'evoluzione personale del condannato, così vanificando la finalità rieducativa della pena".
Il divieto di concessione di benefici ai condannati per alcuni delitti. La disposizione censurata è, dunque, l'art. 4-bis O.P. (divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti) ai sensi del quale "l'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI, esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per i seguenti delitti solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell'articolo 58-ter della presente legge".
di Stefania Tortù
accademiaprimolevi.it, 18 ottobre 2019
Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita. Nelle carceri italiane i poliziotti si tolgono la vita. L'area penale interna e esterna conta ben 172.388 persone ad oggi. L'organico della polizia penitenziaria è inferiore di ben 5.771 unità rispetto al previsto. Nel 2018 gli eventi critici tra le sbarre si dividono in 10.423 atti di autolesionismo, 1.198 tentati suicidi, 7.784 colluttazioni, 1.159 ferimenti e 5 tentati omicidi. Dati tutti in aumento rispetto al 2017 secondo il n. 270 della rivista Polizia Penitenziaria - società giustizia e sicurezza - pubblicata a marzo 2019.
di Marco Tarquinio
Avvenire, 18 ottobre 2019
Da una parte personale scarso e poco considerato, dall'altra un disagio che si "sfoga" in violenze o suicidi. Il malessere crescente nelle celle italiane preoccupa autorità e sindacati. Qualcosa non va, al di qua e al di là delle sbarre. Se dall'inizio dell'anno si sono uccisi 10 agenti di Polizia penitenziaria e 36 detenuti; se alla festa della stessa Polizia tutti gli encomi rilasciati sono per aver salvato persone che avevano tentato il suicidio; se ieri a Torino si è proceduto all'arresto per tortura di 6 guardie del locale penitenziario: allora vuol dire che il male c'è ed è trasversale, di chi sta dentro come pure di chi è fuori.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 ottobre 2019
Prova a rimettere sulle gambe di un minimo di solidità numerica una discussione troppo spesso inquinata da approcci ideologici o solo dimostrativi la ricerca Camere penali Eurispes sul processo penale (sarà presentata oggi al Congresso dei penalisti di Taormina). E lo fa con una certa quota di demistificazione rispetto (almeno) a due luoghi comuni. Quello che individua nella prescrizione uno dei grandi mali della giustizia penale e quello che identifica negli avvocati i responsabili principali della durata troppo spesso eccessiva dei nostri procedimenti penali.
Indagine che naturalmente non cade nel vuoto pneumatico del dibattito pubblico, anzi. A breve in Consiglio dei ministri approderanno le misure cui il ministero della Giustizia intende affidare l'accelerazione dei giudizi, sia civili sia penali. Largamente note dopo un primo passaggio a fine luglio ad alta tensione tra Lega e Movimento 5 Stelle, le disposizioni sono oggetto di revisione da parte della nuova maggioranza. Sullo sfondo, ma neppure troppo, il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado a partire dal prossimo anno.
Sul piano metodologico, i dati raccolti riguardano oltre 13.000 processi in 32 Tribunali. La ricerca, in continuità con un'altra analoga del 2008, si è concentrata sui giudizi di primo grado, con esclusione sia delle udienze preliminari sia dei procedimenti camerali in genere, come quelli sulle misure cautelari e di prevenzione. Dei processi presi in considerazione solo il 20% è andato a sentenza (2.807 le sentenze totali), mentre in tutti gli altri casi il processo è stato oggetto di rinvio. Circa un quarto dei verdetti è stato poi di assoluzione, quota che raggiunge il 30% tenendo conto dell'incidenza della nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto. Il che conduce alla sottolineatura per cui in un buon numero di casi lo stesso processo potrebbe essere evitato.
Quanto alla prescrizione poi, dall'indagine emerge come del 26% circa di processi andati a sentenza conclusi con dichiarazione di estinzione del reato, il 42% (in diminuzione rispetto al 45,5% del 2008) si conclude per prescrizione. In sostanza, sui processi andati in decisione l'incidenza della prescrizione è del 10%, mentre sul totale di quelli monitorati si ferma al 2 per cento. Insomma, di 100 processi approdati al dibattimento, circa 20 vanno in decisione, 5 di questi si concludono con l'estinzione del reato e 2 di questi ultimi con dichiarazione di prescrizione.
Ha gioco facile allora Giuseppe Belcastro, responsabile dell'Osservatorio sui dati giudiziari delle Camere penali nel mettere in evidenza come il fenomeno prescrizione, dopo l'esercizio dell'azione penale, ha un peso reale assolutamente inferiore a quello assunto tra le forze politiche e, di riflesso, anche nell'opinione pubblica. Meglio sarebbe allora concentrarsi solo sulla fase delle indagini preliminari dove matura il 70% della prescrizione, "evidentemente per cause che con la difesa nulla hanno ma che vedere" e mettere in discussione, provoca Belcastro, una principio come l'obbligatorietà dell'azione penale. Tanto più che dall'indagine emerge come poi gli uffici giudiziari in alcuni casi "fanno da soli" e si procede a rinvio "per imminente maturazione della prescrizione".
Ma dalla ricerca emerge anche un dato a suo modo scomodo e cioè che la stragrande maggioranza dei rinvii ad altra udienza, evidente ragione della notevole durata del procedimento, è da imputare, più che a sofisticate tattiche difensive indirizzate a lucrare sull'effetto tempo, a motivi fisiologici al processo stesso. Tra le cause più frequenti spicca per esempio la necessità di prosecuzione dell'istruttoria oppure l'omessa citazione o assenza dei testimoni del Pm. Aspetto che chiama in causa direttamente il modello processuale scelto, tanto più in tensione quando se ne riscontra l'estrema, e storica, difficoltà a fare attecchire i tiri alternativi.
di Antonio Morelli
noidicalabria.it, 18 ottobre 2019
Intervista con Gianpaolo Catanzariti, Responsabile Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane. In questi giorni si fa un gran parlare di ergastolo ostativo, cioè quel tipo di ergastolo che non consente al detenuto l'accesso alle premialità e agli sconti di pena che invece spettano a tutto il resto della popolazione detenuta.
Al 30 settembre del 2019 in Italia a fronte di 50.472 posti disponibili negli istituti di pena, la popolazione carceraria è di 60.881, oltre 10 mila persone in più. Di questi 2.652 sono donne e gli stranieri detenuti in Italia sono 20.225. Una situazione critica che abbiamo provato ad affrontare insieme a Gianpaolo Catanzariti, Responsabile Nazionale Osservatorio Carcere presso Unione delle Camere Penali Italiane.
"Lo stato dell'arte delle carceri italiane lo dipingono i dati che mensilmente il ministero comunica che danno un dato oggettivo e in un certo senso superficiale. Un trend di crescita in aumento progressivo già da un paio di anni dalla sentenza Torreggiani, grazie anche alla sentenza che ha dichiarato incostituzionale le modifiche introdotte dal decreto legge Fini-Giovanardi che aveva aumentato i limiti di pena per le droghe cosi dette leggere equiparandole alle pesanti. Grazie a questi due eventi la situazione nei nostri istituti stava rientrando. Poi si è avuta una inversione di tendenza. Ed il dato oggettivo che rileva dalle statistiche è una crescita continua della popolazione detenuta e quindi un aumento del tasso di sovraffollamento. Questo è un dato che già immediatamente rende il quadro negativo delle nostre carceri".
Una situazione non semplice che comporta anche un grave problema riguardo la salute mentale e la sicurezza all'interno degli istituti di pena...
"Purtroppo le notizie che giungono quasi quotidianamente ci segnalano l'aumento di suicidi sia tra la popolazione carceraria che tra il personale di polizia penitenziaria, oltre l'aumento di patologie di tipo psichiatrico. E le morti in carcere per cosiddetta mala sanità sono indice di una condizione carceraria che certo non possiamo definire tranquilla o da Stato civile, per non parlare delle rivolte violente che periodicamente si verificano nelle carceri italiane e che non si vedevano da anni. In buona sostanza, lo stato delle carceri italiane è sicuramente malato".
Troppo spesso si è parlato di condizioni gravi all'interno delle carceri, e ancora oggi si fa un gran parlare della finalità rieducativa della pena costituzionalmente riconosciuta ma che in pratica viene costantemente disattesa...
"Il carcere da noi è un luogo criminogeno. Chi entra per un errore commesso, per una circostanza particolare della vita, chi entra da giovane in un carcere italiano ne esce con un titolo professionale di delinquenza. Perché il carcere dovrebbe essere improntato ad un sistema rieducativo, almeno cosi dice l'articolo 27 della Costituzione, che comunque parla di pene e non di pena, segno che l'unica pena non può essere il carcere, possono esserci misure alternative in risposta alla sanzione penale. Ma la finalità rieducativa della pena in realtà è un tragico gioco. Aumentando le ipotesi di reato nel catalogo previsto dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario che comporta una serie di preclusioni automatiche alla valutazione del trattamento che il condannato dovrebbe avere all'interno delle strutture, abbiamo prodotto un comodo alibi per il sistema che non è neppure impegnato nell'individuare un percorso rieducativo specifico. Guardiamo anche al numero del personale. Quanti educatori, quanti assistenti sociali? Quel po' di attività che si fa la si riesce a fare grazie ai volontari. La maggior parte dei detenuti trascorrono buona parte delle loro giornate all'interno delle carceri senza far nulla. Perché mancano le risorse, mancano soggetti preposti a fornire questo tipo di assistenza e quindi è un lento scorrere del tempo con un danno non solo per l'individuo che si trova in detenzione, ma è un danno anche per la società che dovrebbe avere interesse ad avere un soggetto, che ha commesso l'errore e che sta pagando le sue colpe, pronto a tornare nella società esterna e rispettare così le regole della società stessa".
Di questi giorni è anche la polemica circa il permesso premio concesso all'assassino della giovane Fabiana Luzzi...
"La politica sta offrendo questo teatrino indecoroso e questo la dice lunga sulle condizioni e sullo stato di salute della nostra politica oltre che sul livello qualitativo. Io comprendo perfettamente la rabbia di un padre anche se, osservando a distanza le diverse reazioni dei parenti delle vittime, ci rendiamo conto come una pena che diventa vendetta non rende soddisfazione nemmeno a coloro che soffrono per il male subito.
Leggiamo interviste di parenti delle vittime che si dicono insoddisfatti e non appagati nonostante condanne al massimo della pena o all'ergastolo...
"Dicevo, comprendo il padre della vittima, resto perplesso dinanzi alle strombazzanti dichiarazioni o interrogazioni parlamentari sulla concessione dei permessi premio ad un ragazzo che, da minorenne, ha commesso un efferato delitto. O addirittura leggere che il Ministro ha disposto un'ispezione per capire cosa sia successo. E ciò senza tenere conto di una serie di circostanze, dimenticando che di recente, finalmente, si è introdotto un sistema penitenziario differenziato per i minori. Dimenticando che il diritto penale minorile ha una sua peculiarità ulteriore rispetto a quello per i maggiorenni perché la finalità del recupero che secondo l'articolo 27 della costituzione vale per tutti i tipi di detenuti nel caso del minore è ancora più marcata come impronta di un sistema che, come dice la Corte Costituzionale, rispetti "l'esigenza di specifica individualizzazione e flessibilità del trattamento che l'evolutività della personalità del minore e la preminente funzione educativa richiedono". Un sistema, in buona sostanza, sbilanciato verso il recupero del minore. Dimenticano che la Corte Costituzionale nel 1994 è intervenuta con una decisione molto forte cancellando l'ergastolo per i minorenni proprio perché incompatibile con il sistema che mira al recupero del minore. Forse quei parlamentari devono dare un senso alla loro funzione anche rispetto al nostro territorio purtroppo abbandonato e lo fanno cavalcando e fomentando gli istinti bestiali di una società. Addirittura il Consiglio Regionale della Calabria ritrova la voce dell'indignazione approvando un ordine del giorno all'unanimità ed ignorando che il permesso concesso non è una misura alternativa per un ragazzo che sta comunque scontando e continuerà a scontare una pena detentiva. O il garante dei minori che, appunto, dovrebbe essere per tutti i minori senza distinzione e quindi anche garante dei diritti del ragazzo condannato per un reato commesso da minore. Ma chi è minore condannato forse non merita di essere garantito. Una parzialità insomma dichiarata non per affrontare una seria riflessione sul sistema penitenziario, ma solo perché occorre uscire sulla stampa e cavalcare l'onda populista e demagogica del marcire in galera, dura purtroppo a morire".
Il caso Viola, detenuto da più di 26 anni che ha prodotto ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'uomo e che si è visto riconoscere la possibilità di rivalutazione della pena...
"L'antimafia parolaia si delegittima da sola e non certo con la sentenza della Cedu sul caso Viola. Si delegittima da sola dimostrando l'incapacità di affrontare in maniera seria un fenomeno che non è solo criminale, immaginando che con lo slogan di inasprimento di pene o di carceri speciali e creando sistemi repressivi fini a sé stessi si possa un giorno battere la mafia. La Cedu che ha messo in croce lo Stato italiano rispetto al tema dell'ergastolo ostativo, il fine pena mai, il fine pena al 31.12.9999, non ha certo detto che Viola e chi come lui all'ergastolo ostativo, siano essi mafiosi o terroristi, debbano essere automaticamente scarcerati. Ha ribadito, come peraltro contenuto nella nostra Costituzione, che l'Italia deve rivedere il sistema che prevede le cosiddette preclusioni automatiche.
Noi oggi abbiamo un sistema che impedisce, in ragione di alcune tipologie di reato commesso, la possibilità che un magistrato possa valutare un uomo che ha trascorso un lungo periodo di detenzione e capire se sia cambiato o meno, se abbia reciso i legami con il crimine, se il carcere sia davvero servito a qualcosa. La Cedu, attenzione, non parla mai di rieducazione, ma parla di funzione risocializzante perché considera non solo il diritto del cittadino detenuto ad essere, un giorno, reinserito nella società, ma anche l'interesse della società a procedere ad una risocializzazione graduale del reo che abbatte anche il tasso di recidiva. Questo ha detto la Corte Europea. Per quanto possa avere commesso un reato gravissimo o per quanto possa essere considerato pericoloso al momento della condanna, a nessuno, a prescindere dal reato commesso, può essere tolta la dignità umana che nessuna ragione di Stato può calpestare.
Dovremmo ricordare che dentro le carceri non chiudiamo un reato per sempre, ma una persona. Il reato commesso è stato già sanzionato nel momento in cui si è emessa una sentenza. In carcere c'è un uomo che ha il diritto alla conservazione e al rispetto della sua dignità, ha diritto alla sua rieducazione secondo quanto stabilito dalla Costituzione e che la società ha l'interesse a che quel soggetto una volta reintrodotto nella vita sociale non torni a delinquere".
di Maurizio Crippa
Il Foglio Quotidiano, 18 ottobre 2019
Non so più bene come lo definiamo adesso, che è diventato un europeista convinto, che si è messo la cravatta e forse persino a dieta, leader quasi credibile di un centrodestra non truce. Matteo Salvini. Poi però a cuor non si comanda, la galera è la galera e chi ci sta dentro ci deve stare, non c'è nulla di più bello che fargliela pagare e buttar via la chiave. Sarà l'astinenza da mojito. Ieri sei agenti di polizia penitenziaria in servizio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino sono finiti agli arresti domiciliari, un'inchiesta che va avanti da un po', con un'accusa pesante: "Plurimi e gravi episodi di violenza".
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