di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 3 settembre 2019
Arrivati così almeno 4.300 stranieri. Il paradosso e il nodo divieti: mentre il ministro dell'Interno Salvini annunciava "la chiusura dei porti", sulle spiagge e negli approdi più nascosti continuavano ad attraccare gommoni e barchini. L'80 per cento dei migranti giunti in Italia quest'anno lo ha fatto con "sbarchi fantasma".
Mentre il ministro dell'Interno Matteo Salvini annunciava "la chiusura dei porti", sulle spiagge e negli approdi più nascosti, sono arrivati oltre 4.300 stranieri. Ai quali bisogna aggiungere le persone che non sono state rintracciate, circa 2.000 secondo le stime degli analisti.
I divieti del Viminale - Il numero complessivo rimane comunque molto basso visto che al 2 settembre 2019 i migranti identificati sono poco più di 5.000. Ma il problema rimane quello dei divieti, perché è accaduto che mentre al Viminale veniva firmato il decreto per impedire l'ingresso di navi che trasportavano qualche decina di persone, a pochi chilometri di distanza attraccavano gommoni e barchini con un numero molto superiore.
La Mare Jonio - Il caso più eclatante risale al 29 agosto scorso quando la "Mare Jonio" della Ong Mediterranea chiede di poter arrivare a Lampedusa. Permesso negato con un provvedimento di Salvini - controfirmato dai colleghi di governo Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli - che autorizza soltanto lo sbarco di donne, bambini e malati stremati da una traversata di giorni. E dunque le motovedette della Guardia Costiera portano a terra 64 migranti, mentre rimangono a bordo altri 34 che soltanto ieri, alla fine di una vera e propria odissea, sono stati fatti scendere. Ebbene in quelle stesse ore un gruppo di 78 tra siriani e bengalesi viene rintracciato a Lampedusa: è appena sbarcato senza innescare alcun allarme.
I 208 sbarchi - Negli ultimi otto mesi è accaduto ben 208 volte, come dimostrano i dati ufficiali del Viminale. Fino a ieri risultano giunti via mare 5.253 stranieri. Sono 947 quelli portati con le navi dell Ong con 26 sbarchi. Ma la maggior parte ha evidentemente scelto modalità alternative: sono stati infatti 208 gli "sbarchi fantasma" che hanno consentito a 4.306 migranti di arrivare a terra. In ben 110 casi - e per 1.979 persone - il "rintraccio" è avvenuto dopo l'approdo. Una situazione analoga, sia pur con numeri leggermente più elevati (per un raffronto effettivo bisognerà attendere la fine dell'anno) era accaduta nel 2018. Al 31 dicembre risultano effettuati ben 341 sbarchi e arrivate 5.999 persone. Di queste 2.331 sono state trovate appena scese dai barchini e altre 3.668 sono state rintracciate a terra.
Le nuove rotte - È stata proprio la Guardia Costiera a evidenziare quali siano le rotte battute da queste piccole imbarcazioni per sfuggire ai controlli che sono "lontane e diverse da quelle che hanno come punto di partenza la Libia visto che i natanti utilizzati provengono principalmente da Tunisia, Algeria e Turchia. Si tratta di piccoli pescherecci, a differenza dei gommoni monotubolari o barconi in legno più largamente impiegati nel Mediterraneo centrale che generalmente portano un numero non elevato di migranti", anche se in alcuni casi sono arrivati anche a 100 persone. Le barche "sono prive di qualsiasi sistema di rilevazione che ne consenta il monitoraggio attraverso le tecnologie di cui sono dotate le Sale Operative".
In alcuni casi vengono utilizzate "barche a vela provenienti da Est, che possono essere facilmente scambiate per quelle dedite ad una regolare navigazione da diporto o comunque ad un "normale" uso del mare e, pertanto, non immediatamente associabili all'evento migratorio". In alcuni casi "le imbarcazioni sono trainate da una nave madre che a poche miglia dalla costa le lascia e fa perdere le proprie tracce allontanandosi a grande velocità".
di Roberta Gisotti
vaticannews.va, 3 settembre 2019
La Comunità di Sant'Egidio lancia una petizione on line per scongiurare l'esecuzione capitale di un detenuto negli Stati Uniti. Intervista a Carlo Santoro: la pena di morte è un orpello di crudeltà da consegnare alla storia passata. Un appello urgente viene lanciato oggi per salvare la vita di Billy Jack Crutsinger, condannato a morte 16 anni fa, in attesa di essere giustiziato il prossimo 4 settembre nello Stato del Texas.
La petizione on line è aperta alla firma sul sito e sulla pagina Facebook della Comunità di Sant'Egidio. Nella lettera - rivolta al governatore Abbott e ai componenti del Board of Pardon and Paroles del Texas - si chiede "di fermare l'esecuzione e rinviarla" e "di considerare l'ipotesi di commutare la condanna a morte", ispirati da "sentimenti di umanità e di pietà". Sarebbe "un atto coraggioso e di grande potata, a cui verrebbe data la risonanza che merita", conclude la petizione.
Pena di morte applicata ancora in 36 Paesi, tra cui gli Usa - Meno di 48 ore per impedire che la vita di quest'uomo sia soppressa per mano di un'autorità statale. Ad oggi sono 106 i Paesi che hanno abolito la pena capitale, 7 quelli che l'hanno eliminata per i crimini ordinari, 42 quelli che non la applicano da almeno 10 anni, 6 quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni e 36 quelli che la mantengono, tra cui gli Usa, dove 19 Stati l'hanno però abolita e 3 hanno varato delle moratorie ma a livello federale è stato invece deciso di riprendere dopo 16 anni le esecuzioni, secondo quanto annunciato nel luglio scorso dal ministro della Giustizia William Barr, sollevando però animate proteste.
Carlo Santoro, della Comunità di Sant'Egidio, coordinatore della Campagna abolizionista della pena capitale negli Stati Uniti, invita a firmare la petizione e pregare...
R. - Le speranze ci sono fino all'ultimo momento. Noi invitiamo tutti a firmare l'appello, sul nostro sito, mandando al governatore la richiesta di fermare l'esecuzione, ma invitiamo anche tutti a pregare per Billy. Affidiamo la preghiera anche a Madre Teresa, una santa che è stata a visitare i condannati a morte. Proprio in questi giorni il 5 settembre cadrà la ricorrenza di Madre Teresa: affidiamo la vita di quest'uomo a lei.
Billy è nel braccio della morte da 16 anni: è un tempo davvero lungo, in cui è rimasto in contatto con una persona della Comunità di Sant'Egidio...
R. - Sì, con Ilaria una giovane di Genova, che ci ha sollecitato anche lei a tentare questo ultimo appello. A lei Billy ha scritto "Non ho perso la fede, no davvero: tu e i tuoi amici mi aiutate moltissimo a ricordarmi sempre il suo amore per me". Noi siamo infatti in contatto epistolare con quasi un migliaio di condannati a morte negli Stati Uniti: penso che sia molto importante il fatto di scrivere a questi detenuti speciali, perché è un modo per entrare in contatto con loro, è un modo per far conoscere fuori questa realtà così difficile.
Come procede la lotta per abolire in tutto il mondo la pena di morte?
R. - Sta lentamente ma costantemente retrocedendo, e negli Stati Uniti c'è stato un costante calo sia delle condanne a morte sia delle esecuzioni. Un anno fa la Chiesa cattolica ha riformato il Catechismo, grazie a Papa Francesco, è questo è stato un segnale fortissimo. Anche in seguito a questo in California il governatore ha deciso di bloccare tutte le esecuzioni con una moratoria. E devo dire che fa anche molto effetto vedere le immagini del braccio della morte che è stato smantellato, come se fossero state deposte delle armi. È un segnale a favore della difesa della vita in qualsiasi circostanza.
Che cosa potrebbe fare cambiare idea al governatore del Texas?
R. - Io penso anzitutto la mobilitazione internazionale; devo dire che è incredibile, ma anche il Texas sta retrocedendo: nel 2015, ad esempio, non c'è stata nessuna condanna a morte. Io penso che noi dobbiamo spingere, tutti insieme. In questo molto, molto sta facendo la Chiesa americana: in ottobre sarò a Washington perché ci sarà un grande incontro per preparare la nostra strategia per l'abolizione della pena di morte Stato per Stato negli Usa.
Quindi tanto più è importante la partecipazione popolare, che si faccia sentire in tutto il mondo...
R. - Diciamo che la pena di morte ormai è una pratica da mettere in museo, una pratica da consegnare alla storia perché è una pratica barbara e crudele che ormai non ha più senso nel mondo. La Chiesa ha detto con chiarezza che la pena di morte è inammissibile ed è contraria al Vangelo.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 3 settembre 2019
Di fronte al dilagare degli incendi in Amazzonia, il vertice del G7 ha cambiato la sua agenda per "affrontare l'emergenza". I Sette Grandi - Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Giappone, Canada e Stati uniti - hanno assunto, insieme all'Unione europea, il ruolo di vigili del fuoco planetari. Il presidente Macron, in veste di capo pompiere, ha lanciato l'allarme "la nostra casa è in fiamme". Il presidente Donald Trump ha promesso il massimo impegno statunitense nell'opera di spegnimento degli incendi. I riflettori mediatici si concentrano sugli incendi in Brasile, lasciando in ombra tutto il resto.
Anzitutto il fatto che ad essere distrutta non è solo la foresta amazzonica (per i due terzi brasiliana), ridottasi nel 2010-2015 di quasi 10 mila km2 l'anno, ma anche la foresta tropicale dell'Africa equatoriale e quella nell'Asia sud-orientale. Le foreste tropicali hanno perso, in media ogni anno, una superficie equivalente a quella complessiva di Piemonte, Lombardia e Veneto. Pur differendo le condizioni da zona a zona, la causa fondamentale è la stessa: lo sfruttamento intensivo e distruttivo delle risorse naturali per ottenere il massimo profitto.
In Amazzonia si abbattono gli alberi per ricavarne legname pregiato destinato all'esportazione. La foresta residua viene bruciata per adibire tali aree a colture e allevamenti destinati anch'essi all'esportazione. Questi terreni molto fragili, una volta degradati, vengono abbandonati e si deforestano quindi nuove aree. Lo stesso metodo distruttivo viene adottato, provocando gravi danni ambientali, per sfruttare i giacimenti amazzonici di oro, diamanti, bauxite, zinco, manganese, ferro, petrolio, carbone. Contribuisce alla distruzione della foresta amazzonica anche la costruzione di immensi bacini idroelettrici, destinati a fornire energia per le attività industriali.
Lo sfruttamento intensivo e distruttivo dell'Amazzonia viene praticato da compagnie brasiliane, fondamentalmente controllate - attraverso partecipazioni azionarie, meccanismi finanziari e reti commerciali - dai maggiori gruppi multinazionali e finanziari del G7 e di altri paesi. Ad esempio la JBS, che possiede in Brasile 35 impianti di lavorazione di carni dove si macellano 80 mila bovini al giorno, ha importanti sedi in Usa, Canada e Australia, ed è largamente controllata attraverso quote del debito dai gruppi finanziari creditori: la JP Morgan (Usa), la Barclays (GB) e le finanziarie della Volkswagen e Daimler (Germania).
La Marfrig, al secondo posto dopo la JBS, appartiene per il 93% a investitori statunitensi, francesi, italiani e ad altri europei e nordamericani. La Norvegia, che oggi minaccia ritorsioni economiche contro il Brasile per la distruzione dell'Amazzonia, provoca in Amazzonia gravi danni ambientali e sanitari con il proprio gruppo multinazionale Hydro (per la metà di proprietà statale) che sfrutta i giacimenti di bauxite per la produzione di alluminio, tanto che è stato messo sotto inchiesta in Brasile.
I governi del G7 e altri, che oggi criticano formalmente il presidente brasiliano Bolsonaro per pulirsi la coscienza di fronte alla reazione dell'opinione pubblica, sono gli stessi che ne hanno favorito l'ascesa al potere perché le loro multinazionali e i loro gruppi finanziari abbiano le mani ancora più libere nello sfruttamento dell'Amazzonia. Ad essere attaccate sono soprattutto le comunità indigene, nei cui territori si concentrano le attività illegali di deforestazione. Sotto gli occhi di Tereza Cristina, ministra dell'agricoltura di Bolsonaro, la cui famiglia di latifondisti ha una lunga storia di occupazione fraudolenta e violenta delle terre delle comunità indigene.
lanuovabq.it, 3 settembre 2019
Nella prima intervista dal giorno della sua liberazione, Asia Bibi, la donna cristiana assolta dopo un calvario di nove anni dall'accusa di blasfemia e ora rifugiata in Canada, racconta le difficoltà della sua prigionia, gli strazianti incontri in carcere con le sue figlie, i momenti di scoraggiamento. Ma soprattutto lancia un appello per le decine di persone che in Pakistan sono in carcere con l'accusa di blasfemia, che prevede anche la pena di morte. I retroscena dei contatti con l'Unione Europea.
Dalla località segreta in Canada dove si trova dallo scorso maggio, Asia Bibi per la prima volta parla con la stampa. In una intervista rilasciata il 31 agosto al Sunday Telegraph la donna cristiana pakistana, scampata all'esecuzione capitale alla quale era stata condannata nel 2009 in seguito a una falsa accusa di blasfemia, ringrazia tutti quelli che nel mondo si sono preoccupati della sua sorte e hanno contribuito alla sua liberazione.
Parla della sua prigionia durata nove anni, racconta i giorni dello sconforto e quelli della speranza. "A volte ero così disperata e mi domandavo se mai sarei uscita di prigione, che cosa ne sarebbe stato di me, se sarei rimasta in carcere per tutta la vita. Quando le mie figlie mi venivano a trovare, davanti a loro non piangevo mai, ma quando se ne andavano e restavo sola, allora piangevo piena di angoscia e dolore. Pensavo a loro continuamente, alla vita che erano costrette a vivere".
Poi descrive l'ansia, dopo l'assoluzione pronunciata dalla Corte Suprema e la liberazione dal carcere nell'ottobre del 2018, i mesi trascorsi nascosta, sotto stretta sorveglianza per evitare che gli integralisti islamici, furiosi, riuscissero a trovarla e a ucciderla. Insieme al marito, Ashig Masih, è stata ospitata prima in una casa sulle colline attorno alla capitale Islamabad e poi nella città portuale di Karachi. Avevano una televisione che li collegava al mondo e in quei mesi hanno comunicato con l'esterno con un telefono cellulare, ma non sono mai usciti di casa. La tensione è stata tale da farla cadere in depressione e causarle disturbi cardiaci.
Ma nel frattempo si lavorava per la sua salvezza, possibile solo se un paese avesse concesso asilo a lei e ai suoi famigliari e se si fosse riusciti a farla uscire dal paese: in Pakistan gli integralisti islamici, decisi a sostituirsi alla giustizia, l'avrebbero cercata implacabili e prima o poi l'avrebbero trovata. Jan Figel, un politico slovacco, dal 2016 inviato speciale dell'Unione Europea per la libertà religiosa, per la prima volta rivela come si è arrivati al suo espatrio. Su mandato dell'Unione Europea, Figel ha incontrato più volte a Bruxelles il procuratore generale pakistano, Anwar Khan, e il ministro per i diritti umani Shireen Mazari per decidere come procedere. Dapprima, spiega, i candidati a concederle asilo erano la Francia e il Belgio. Ma intanto le figlie di Asia Bibi avevano ottenuto asilo temporaneo in Canada e, per quanto Asia Bibi preferisse andare in un paese europeo, alla fine si è deciso che la cosa migliore era che le raggiungesse.
Per tutto il periodo delle trattative Asia Bibi è stata in costante contatto con Muhannadu Amanullah, un attivista in difesa dei diritti umani che aveva già aiutato cinque altre persone accusate di blasfemia, che ha fatto da tramite tra lei e l'Unione Europea. Anche lui aggiunge un tassello alla ricostruzione dei fatti: "Il governo pakistano continuava a dirci che sarebbero partiti entro due settimane, forse dieci giorni e così sono trascorsi mesi. A un certo punto Asia Bibi era così disperata che un giorno mi ha detto: 'se mi uccidessero o mi capitasse qualcosa, per favore abbi cura delle mie figlie".
Secondo Jan Figel il primo ministro Imran Khan e l'esercito pakistano hanno ritardato la partenza di Asia Bibi in attesa di mettere sotto controllo la situazione, cosa che ha richiesto una dura prova di forza tra governo e leader dei partiti e dei movimenti integralisti. Tuttavia, quando è venuto il momento, Asia è stata costretta a partire di nascosto. Non ha neanche avuto modo di salutare suo padre e la sua città: "Me ne sono andata con il cuore in pezzi per non aver potuto fare un ultimo saluto alla mia famiglia. Il Pakistan è il mio paese, è la mia patria. Amo il mio paese, amo la mia terra".
Poco dopo anche Muhannadu Amanullah ha lasciato il Pakistan perché è stato dichiarato apostata a causa del suo impegno in favore delle persone accusate di blasfemia e ormai anche lui è nel mirino degli integralisti. Quanto al futuro, Jan Figel rivela che l'intera famiglia dovrebbe in seguito trasferirsi in un paese europeo di cui non verrà rivelato il nome: "Le condizioni di sicurezza - ha detto ai giornalisti - continuano a essere di cruciale importanza per Asia Bibi e per la sua famiglia".
"La storia di Asia e l'alta professionalità della sentenza di assoluzione della Corte suprema - ha aggiunto - possono servire come base per riformare la legislazione sulla blasfemia, troppo facilmente usata in dispute tra vicini e contro persone innocenti".
Anche Asia Bibi ha rivolto il pensiero a quanti in Pakistan stanno patendo il suo stesso calvario, come lei accusati di blasfemia. Il Dipartimento di Stato statunitense stima che nelle carceri pakistane ci siano 77 persone, per la maggior parte musulmane, accusate di blasfemia.
"Mi rivolgo al mondo intero per chiedere di occuparsene - ha detto Asia Bibi - richiamo l'attenzione sul fatto che si può essere incriminati senza indagini e senza vere prove a carico. La legge sulla blasfemia deve essere emendata. Nessuno deve essere giudicato colpevole senza prove".
corrierepeligno.it, 2 settembre 2019
Definire allarmante la situazione nella quale si vive all'interno del carcere di San Donato è dir poco. Per la drammatica situazione venutasi a creare, secondo Giuseppe Ferretti della Uil-Pa Polizia Penitenziaria di Pescara, non è un azzardo affermare che si è già andati oltre il punto di non ritorno.
"Turni massacranti e personale allo stremo - spiega la Uil - fanno da contraltare ad un numero di detenuti mai raggiunto nel carcere pescarese e che fanno dello stesso una polveriera pronta a deflagrare. Molti sono i detenuti con notevoli problemi psichiatrici. Tanti altri con problemi esistenziali. Davvero troppi per non aspettarsi da un momento all'altro, se non si prenderanno urgenti provvedimenti, il verificarsi di casi di particolare gravità. Gli eventi critici che accadono all'interno dello storico penitenziario pescarese sono tra l'altro pressoché quotidiani e pochissimi sono gli agenti pronti a contrastarli.
Addirittura due soli agenti a volte vengono utilizzati per tradurre un detenuto presso il nosocomio cittadino ed è proprio presso quest'ultimo che la scorsa settimana si stava consumando una tragedia. Un detenuto dal sesto piano dell'ospedale, infatti, aveva minacciato di buttarsi giù e solo attraverso l'elevata professionalità dei pochi agenti presenti si è evitato che venisse scritta una bruttissima pagina di storia. La Direzione, portata anch'essa allo stremo, non riesce, suo malgrado, neanche più a rispondere alle nostre legittime richieste di ferie. Inoltre solo dopo 10 giorni è capace, ma non certo per colpa sua, di assicurare il riposo settimanale. Non si può più aspettare.
Molti sono i poliziotti distaccati altrove e sempre meno quelli che vivono in sede la loro professione per il notevole numero di pensionamenti sopraggiunti non seguiti da una loro compensazione. Bisogna correre urgentemente ai ripari prima che la falla che si è creata affondi una nave oramai ridotta a un relitto.
Tuttavia per la condizione nella quale si é venuto a ritrovare un carcere che neanche tanto tempo fa rappresentava un esempio da seguire - conclude Ferretti - temiamo che solo un miracolo possa restituire quel minimo di serenità che serve a far sì che un lavoro deputato alla salvaguardia dell'art. 27 della Costituzione non diventi una fucina di forti stress post traumatici. Siamo pronti a lavorare insieme al direttore per invertire la rotta ma bisognerà farlo subito".
di Franco Corleone
L'Espresso, 2 settembre 2019
Il Presidente Napolitano usò lo strumento costituzionale del messaggio alle Camere nei suoi due mandati solo una volta. Per denunciare lo stato delle carceri e per proporre coraggiose riforme e avanzare anche la proposta di un provvedimento di amnistia. Il Parlamento non corrispose adeguatamente a quell'invito.
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2019
Processo penale - Procedimenti speciali - Applicazione della pena su richiesta delle parti - Pena illegale - Ipotesi di ricorso per cassazione - Configurabilità - Errori di calcolo - Esclusione. In tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, non ricorre una delle ipotesi di pena illegale individuate dalla giurisprudenza di legittimità, alla configurazione delle quali non concorrono gli eventuali errori di calcolo compiuti dal giudice per la determinazione della pena finale, quando quest'ultima non risulti inferiore al minimo assoluto previsto dall'art. 23 del c.p., né la pena considerata quale base di computo sia inferiore a quella prevista come minimo edittale per il reato contestato.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 1° agosto 2019 n. 35200.
Procedimenti speciali - Patteggiamento - In genere - Reato continuato - Errata individuazione del reato più grave - Pena illegale - Ricorso per cassazione - Legittimità. In tema di patteggiamento, deve essere annullata senza rinvio ex art. 448, comma 2-bis, cod. proc. pen., in quanto dà luogo all'applicazione di una pena illegale, la sentenza che recepisce un accordo tra le parti relativamente ad un reato continuato per il quale la pena base risulti quantificata, a seguito di una errata individuazione del reato più grave, in misura inferiore al minimo edittale di altro reato considerato satellite.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 29 ottobre 2018 n. 49546.
Procedimenti speciali - Patteggiamento - In genere - Pena - Aumento applicato per la recidiva - Legalità - Verifica - Rilevanza del calcolo finale e non dei passaggi intermedi. In tema di patteggiamento, ai fini della valutazione della legalità della pena e del rispetto della disposizione di cui all'art. 99, ultimo comma, cod. pen., si deve aver riguardo all'aumento di pena nell'entità concordata all'esito della riduzione per il rito e non a quello risultante dai passaggi intermedi precedenti. (Nella specie, la Corte ha ritenuto congrua e legittima la pena finale in un caso in cui l'aumento applicato per la ritenuta recidiva era stato disposto in misura superiore al cumulo delle pene risultanti dalle condanne precedenti).
• Corte di cassazione, sezione 5 penale, sentenza 5 dicembre 2016 n. 51736.
Procedimenti speciali - Patteggiamento - Sentenza - In genere - Errori di calcolo nella determinazione della pena concordata - Rilevanza - Esclusione - Condizioni. In tema di patteggiamento, gli eventuali errori di calcolo commessi nei singoli passaggi interni per la determinazione della sanzione concordata non rilevano se il risultato finale non si traduce in una pena illegale.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 7 novembre 2013 n. 44907.
Procedimenti speciali - Patteggiamento - Sentenza - In genere - Valutazione della congruità della pena finale - Rilevanza dei singoli passaggi interni - Esclusione. La valutazione di congruità della pena oggetto dell'accordo tra le parti deve aver riguardo alla pena indicata nel risultato finale indipendentemente dai singoli passaggi interni, in quanto è unicamente il risultato finale che assume valenza quale espressione ultima e definitiva dell'incontro delle volontà delle parti.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 14 luglio 2009 n. 28641.
Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 29 agosto 2019 n. 36648. Nessun reato per la guida del ciclomotore senza patente anche per chi è sottoposto ad una misura di prevenzione. La depenalizzazione infatti copre anche questa condotta dal momento che i ciclomotori fino a 50 c.c. non rientrano nella categoria dei "motoveicoli" per i quali la norma prevede la fattispecie di reato. Né la previsione (dal 2013) dell'obbligo della patente anche questo tipo di mezzi giustifica un'estensione del reato che sarebbe in malam partem. Lo ha stabilito la Prima Sezione della Corte di Cassazione, sentenza n. 36648, consolidando tale approdo attraverso l'espressa citazione di due pronunce del 2018 dello stesso tenore.
di Tullio Padovani
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2019
Con la legge 19 luglio 2019 n. 69, si ripropone l'ennesimo intervento novellistico sul codice penale e, più marginalmente, su quello di procedura penale. Il fondamento baricentrico è identificato, secondo il titolo della legge, nell'esigenza di rafforzare la "tutela delle vittime di violenza domestica e di genere".
di Davide Steccanella
La Repubblica, 2 settembre 2019
A Milano un giardino per Francesco Rucci, vittima del delirio Prima Linea. Alle 7,40 del 18 settembre 1981, mentre si sta recando in auto presso la Casa circondariale di Milano San Vittore, dove prestava servizio in qualità di vicedirettore degli agenti di custodia, il brigadiere Francesco Rucci viene tamponato da un'Affetta blu dalla quale scende un uomo armato che spara. Il sottufficiale cerca di allontanarsi ma viene raggiunto da altri tre che lo uccidono.
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