di Giampiero Catone
La Discussione, 31 agosto 2019
"Non vorrei che una netta distinzione fra giudici e pm possa far cadere questi ultimi nella trappola culturale di essere solo una parte che deve incastrare le persone non inseguire la verità, di considerare una sconfitta l'assoluzione dell'accusato". Michele Del Gaudio, ex magistrato anticorruzione, già deputato, membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia, oggi si dedica esclusivamente alla riflessione e al dialogo con i giovani, in particolare nelle scuole, ove spesso vengono adottati i suoi libri. Ma la scelta di abbandonare la scena politica, non gli impedisce di esprimersi su argomenti di interesse pubblico.
umbria24.it, 31 agosto 2019
Un 37enne è stato trovato senza vita mentre era in isolamento per motivi disciplinari. Scatta la protesta con materassi incendiati. Nuovo caso di cronaca dal carcere perugino di Capanne. Dopo la rivolta con un agente preso in ostaggio da alcuni detenuti di un paio di giorni fa, stavolta un detenuto straniero di 37 anni si è tolto la vita impiccandosi. Lo riferisce il sindacato di Polizia penitenziaria Sappe, spiegando che l'episodio è avvenuto venerdì mattina. Episodio che ha poi suscitato la rivolta di alcuni detenuti, che ha causato una decina di feriti tra gli agenti.
Impiccato in cella - "L'uomo - spiega il segretario nazionale Fabrizio Bonino - si è suicidato in una cella dove era isolato per motivi disciplinari. Nordafricano, 37 anni, fino a mezz'ora prima aveva parlato con l'agente di servizio ma nel successivo giro di controllo è stato ritrovato impiccato alle sbarre della finestra. L'uomo è stato prontamente soccorso dal personale di polizia penitenziaria e tempestivamente sono intervenuti il medico che hanno provato più volte a rianimarlo ma non c'era più nulla da fare".
Rivolta - Il sindacato Sappe riferisce poi di una "folle e irrazionale reazione di alcuni detenuti". "Qualcuno - spiega Bonino - ha messo in circolo la falsa e assurda notizia che il detenuto sarebbe stato ucciso e questo ha indotto gli altri detenuti, ristretti nei quattro piani del Reparto circondariale, a bruciare materassi e a dare corso a folli e forti proteste. Direttore e comandante del carcere hanno disposto per il personale di polizia penitenziaria in servizio di disporsi in assetto anti-sommossa, ma per fortuna non è stato necessario intervenire. Certo, avere propalato una notizia falsa è stato assurdo e folle, ma la polizia penitenziaria ha saputo fronteggiare anche questi drammatici eventi". Il segretario generale del Sappe, Donato Capece, preannuncia una assemblea pubblica del sindacato ed una conferenza stampa fuori del carcere di Perugia la settimana prossima: "la situazione a Capanne è allarmante e servono urgenti interventi. Non c'è tempo da perdere, altrimenti la bomba esplode".
Diversi focolai - Secondo un altro sindacato, l'Osapp, i detenuti "sbattevano i "blindi" - riferisce il vice segretario Angelo Romagnoli a Umbriajournal - i piatti e tutto ciò che potevano trovare. A loro dire saremmo stati noi della polizia penitenziaria la causa della morte del detenuto che si è impiccato questa mattina. Il direttore del carcere, Bernardina Di Mario e il comandante sono saliti su nei reparti - con loro c'era l'equipe "trattamentale" (educatori) per cercare di placare gli animi e cercare di ristabilire un dialogo. I detenuti - spiega ancora il sindacalista - non hanno capito e hanno continuato nella loro protesta. La situazione è diventata drammatica, in quanto hanno cominciato ad incendiare i materassi nelle varie sezioni e sono stati appiccati 5 o 6 focolai. A quel punto è stato necessario utilizzare mezzi anti sommossa per placare la rivolta e riportare la calma all'interno dell'istituto. E dopo circa tre ore e mezzo è stata riportata la calma all'interno del carcere di Capanne".
Intervenga il ministro - "Un immediato intervento del ministero e del Dap presso il carcere di Capanne a Perugia" è stato sollecitato al Ministro Bonafede dai parlamentari umbri del Pd Walter Verini e Nadia Ginetti, dopo la grave situazione venutasi a verificare presso l'istituto. "È una situazione davvero molto tesa. Abbiamo contattato direttamente il Ministro perché è necessario che si diano subito segnali concreti di attenzione e di vicinanza alle forze di polizia penitenziaria, cui va la nostra solidarietà e si prendano concreti provvedimenti per allentare la tensione e mettere tutto il personale nelle condizioni di svolgere il loro delicato lavoro".
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 agosto 2019
Ecco le leggi all'esame del Parlamento. Ci sono sempre due legislature. Una virtuale e mediatica, l'altra reale. La prima viaggia su un binario tutto particolare, disegnato dalle liti quotidiane. La seconda è meno conflittuale. Ed è fatta di proposte e disegni di legge spesso capaci di favorire convergenze più larghe della maggioranza di turno. Solo che lo si dimentica in fretta.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 31 agosto 2019
La maggior parte dei maltrattamenti si verifica in famiglia. Il piano per contrastare le violenze sui minori: stanziati 15 milioni dalla Fondazione "Con i bambini". Novantuno mila. È il numero dei bambini che nel nostro Paese, secondo uno studio realizzato a più mani, tra cui quelle dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, sono a vario titolo "vittime di maltrattamento". La maggior parte di questi casi si verifica in ambito familiare o domestico.
E viene comunque portata a termine da persone di cui i bambini "si fidano". O sarebbe meglio dire "si fidavano, prima che..." il sogno di quella fiducia venisse strappato. Per questo è suggestivo che il titolo del progetto dedicato a loro dalla Fondazione Con i bambini - la quale vi ha destinato 15 milioni - sia proprio "Ricucire i sogni": quinto bando promosso dalla Fondazione nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.
L'iniziativa più in generale è rivolta non solo ai bambini ma alla "cura e protezione degli adolescenti vittime di maltrattamenti nonché alla prevenzione e al contrasto di ogni forma di violenza verso i minori di 18 anni". Lo studio cui si è accennato in apertura ("Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia") è stato condotto insieme con l'Authority dal Cismai (Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia) e da Fondazione Terre des Hommes Italia.
I dati cui fa riferimento sono del 2015 e sono i più completi se si vuole avere uno spaccato delle cose su tutto il territorio. La fotografia dice che in Italia circa 50 minori ogni mille sono seguiti dai servizi sociali: il che tiene dentro tutti i tipi di situazione, quindi anche quelle legate non per forza a violenze bensì a tutta la galassia delle condizioni familiari difficili. In questo totale però sono compresi i 91mila casi di cui sopra.
E i numeri confermano che la causa principale della gran parte dei reati compiuti sui bambini è connessa alla violenza domestica: in Italia nel 2016 - su questo aspetto i dati sono disponibili anche per l'anno successivo a quello del Rapporto - i reati sui bambini "vittime di maltrattamento in famiglia" sono stati 1.618 (nel 51 per cento dei casi si tratta di bambine), con un incremento del 12 per cento rispetto all'anno precedente. E proprio perché a differenza di altre situazioni qui esiste un contesto preciso su cui lavorare la prevenzione è possibile. Con programmi anche di lungo periodo.
Come spiega Carlo Borgomeo, presidente di Con i Bambini, illustrando le premesse del progetto: "I bambini hanno il diritto di sentirsi protetti e al sicuro in tutti gli ambienti in cui crescono, a cominciare dalla casa. Maltrattamenti, abusi e violenze lasciano traumi indelebili nella vita dei ragazzi, impedendo loro uno sviluppo pieno. Per questo, il nuovo bando di Con i Bambini vuole stimolare la prevenzione e il contrasto del maltrattamento dei minori, attraverso interventi che restituiscano a bambini e adolescenti un diritto umano inalienabile: quello alla protezione e alla cura".
Le proposte dovranno essere presentate da un partenariato composto da almeno tre organizzazioni (il soggetto responsabile deve essere un ente del Terzo settore) e dovranno mirare a potenziare i servizi già esistenti di protezione e cura dei minori, o a realizzarne dei nuovi. Inoltre dovranno prevedere attività complementari: supporto alla genitorialità, formazione di professionisti sul tema del maltrattamento (capacity building) e programmi informativi e di sensibilizzazione dell'intera "comunità educante" per riconoscere e affrontare i primi segnali di violenza, e incoraggiare le vittime a denunciare.
La novità - non tale in assoluto, ma certamente notevole in una formulazione così esplicita e molto significativa soprattutto alla luce dei fatti di cronaca recenti come quelli di Reggio Emilia - è la raccomandazione di individuare metodi di controllo affinché i bambini siano protetti anche da chi dovrebbe aiutarli e magari non è abbastanza bravo, diciamo così, mentre quest'ultimo sia a sua volta aiutato a restare bravo se già lo è.
Si chiama "Child Safeguarding Policy" e consiste nell'adozione di adeguate procedure per "tutelare i minori dai rischi di abuso, maltrattamento, sfruttamento e condotta inappropriata da parte degli operatori". Ma a queste dovranno aggiungersi ulteriori procedure interne per "prevenire il rischio di stress lavoro-correlato e/o di burn-out degli operatori coinvolti". Oltre a "Ricucire i sogni" la Fondazione ha rinnovato la linea di "cofinanziamento" a enti del Terzo settore e privati per altre iniziative nell'ambito del percorso contro la povertà educativa minorile in tutta Italia. E con un budget complessivo di dieci milioni coprirà il 50 per cento dei costi dei progetti.
di Andrea Pasqualetto
Corriere della Sera, 31 agosto 2019
All'Asinara ha conosciuto gli uomini più pericolosi d'Italia: "Alcuni sono diventati amici, una volta usciti sono venuti a trovarmi. Riina? Non ho voluto averci a che fare: avevo conosciuto Falcone e Borsellino, le stragi per me sono state un colpo al cuore". Ti racconta di "zio Paolino", delle sue capre, di quanto era bravo ad accudirle nell'ovile dell'Asinara mentre scontava la sua condanna per omicidio. "Si dedicava al nostro gregge come fosse il suo. Sarà che io sono molto sensibile a queste cose perché vengo da un paese di pastori ma gli ero proprio affezionato...". Lo chiamava zio perché poteva essere un parente e comunque così lo trattava, "tanto che spesso gli portavo mia figlia piccola che con lui si divertiva".
Seduto al tavolino del piccolo bar di Cala Reale, occhiali scuri e caffè, Gianmaria Deriu è in vena di confidenze. E sorprende un po' perché lui era un ispettore del carcere e le belle parole sono per un detenuto, persona sulla quale un tempo vigilava. Premessa: il sessantenne Deriu è il solo ex agente rimasto sull'isola dopo la chiusura del penitenziario (1998) dove arrivò appena ventenne: "Non ho avuto la forza di andar via, io sono innamorato di questo mondo così unico, di questi silenzi...". È praticamente l'unico vero abitante dell'isola del Diavolo, l'Asinara. Vive in solitudine nel vecchio palazzo Reale dove un tempo soggiornavano i Savoia e dove lui ora lavora per l'ente Parco. Perché l'isola è oggi un parco nazionale protetto. Asini, capre, cavalli, pernici, che girano liberi fra le strutture della vecchia colonia penale, al cospetto di un mare cristallino.
Ed è lì che vanno i pensieri di Deriu, al carcere di un tempo e al rapporto speciale che lui aveva con vari detenuti che gli sono rimasti incredibilmente amici. "Se vuoi lo chiamo e gli chiedo se puoi scrivere il suo nome". Fa il numero e quando l'altro risponde, s'illumina. "Ehi, zio Paolino, come stai?... Ti sei appena buttato a letto. Ti disturbo allora... Io tiro avanti... Senti un po', c'è qui un giornalista e gli ho raccontato di quanto ti ho nel cuore, può scriverlo il tuo nome?... Bene dai, un abbraccio grande, ti voglio sempre bene".
Zio Paolino è dunque Paolo Picchedda di Albagiara (Oristano), oggi ottantenne, che all'Asinara scontò tredici anni per omicidio, fino al 1998 per poi essere trasferito altrove. A volte in carcere nascono delle insospettabili amicizie.
Come questa, fra guardia e prigioniero. Chiacchierano, scherzano, ridono. Di tanto in tanto Picchedda va pure a trovarlo all'Asinara, anche perché ha un ricordo piacevole dell'isola. "Gianmaria è un grande uomo", ci dice al telefono. "Quegli anni li ho passati bene, avevo 1.400 capre, non mi sembrava nemmeno di essere un detenuto e quando me ne sono andato mi è dispiaciuto. Appena posso ci torno. L'anno scorso Gianmaria mi ha anche ospitato tre giorni a Palazzo Reale...".
Il loro legame non è un caso unico. Deriu è infatti rimasto in contatto con diversi reclusi della colonia penale. "Un altro è Peppe, il meccanico, quello aveva le mani d'oro, un grande ingegno... Mi piaceva anche perché con lui l'officina era sempre molto ordinata e pulita... Aspetta che lo chiamo...". Fa il numero di Peppe, condannato per traffico di droga e altro. "Ehi, carissimo, tutto bene...? Gli ho raccontato della ruspa che avevi smontato e rifatto... E quella volta del cinghiale? Ah ah, che ridere... Bei momenti Peppe. Conservo sempre un bel ricordo di te anche se eri in galera... Va bene, niente nome, ciao. Passa a trovarmi". Peppe non vuole essere citato e Deriu rispetta il desiderio: "È tutta gente che ho nel cuore".
I suoi ricordi sono una galleria di personaggi, perché dall'Asinara sono passati uomini che hanno fatto la storia del crimine, assassini, sequestratori, capi terroristi rossi e neri, boss di mafia, di camorra, di 'ndrangheta. Deriu li ha conosciuti un po' tutti. "Andiamo alla Scomunica che ti racconto".
La punta della Scomunica è la "cima" dell'isola, 408 metri. "Il mio rifugio, ci vado quando voglio riflettere". Come se vivere in un'isola praticamente da solo non gli bastasse a raccogliere i pensieri. Ci andiamo con un fuoristrada che Deriu normalmente usa per intervenire su qualche emergenza di questi 52 chilometri quadrati di territorio ondulato dove c'è sempre almeno un turista in difficoltà. Attraversiamo il piccolo borgo di Cala d'Oliva che ha una storia singolare. Qui c'è la casa rossa sul mare dove nell'agosto del 1985 Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, minacciati dalla mafia, si trasferirono con le famiglie per scrivere la sentenza del maxi processo di Palermo contro Cosa Nostra. E duecento metri più in là c'è il carcere bunker che nel 1993 recluse il capo dei capi, Totò Rina: "Ho rifiutato il servizio quella volta, è stato l'unico rifiuto della mia carriera. Il direttore mi aveva chiesto di fare qualche turno ma ho detto mi spiace, non ci riesco". Motivo? "Con Falcone e Borsellino avevo stretto una bella amicizia. Le stragi sono state per me un colpo al cuore. E per questa ragione ho preferito stare lontano da Riina".
Iniziamo a salire verso punta della Scomunica, sei chilometri di sterrato sconnesso. Si corre, si salta, si balla, fra arbusti, garitte e muli bianchi che spuntano in qua e in là senza timori. "Guarda lì, in quel campo lavorava Elia Martella, detenuto modello, era dentro per un delitto passionale. Aveva un mulo e curava un orto. Quando se ne andò chiese di portarsi il mulo ma gli dissero di no e dopo poco, senza Elia, il mulo morì". Ancora un paio di chilometri di buche ed eccoci alla meta, la cima che ama. Deriu scende, raggiunge una roccia e ci invita a guardare la sua isola, che da quassù sembra una grande clessidra. "Stupenda", sorride cercando il refrigerio del vento. "Vedi com'è? Vedi il mare di fuori, da quella parte c'è Cala Tappo", indica. "Boe è scappato da lì".
Matteo Boe, il bandito di Lula che qui ha scritto una pagina epica per essere riuscito, unico nella storia, a evadere. Primo settembre 1986. Con l'aiuto di un altro detenuto, tramortì una guardia e fuggì a bordo di un gommone portato sull'isola dalla sua donna. Era Laura Manfredi, una modenese figlia di imprenditori che lui aveva conosciuto all'Università di Bologna dove studiavano entrambi. Boe fu poi catturato e ricondannato, facendosi così 25 anni di galera che ha finito di scontare nel 2017. "Per un agente l'evasione è sempre una sconfitta ma io non riservo mai rancore, di indole tendo a metterci una pietra sopra". Ha rivisto anche Boe? "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere".
C'è un codice non scritto che regola questi rapporti e che vale soprattutto con certi detenuti. Deriu lo conosce bene, lo rispetta e sa dove si deve fermare. Come sa che di altri qualcosa può dire. I brigatisti e i neofascisti, per esempio. All'Asinara sono finiti leader come Renato Curcio, Alberto Franceschini, Pierluigi Concutelli. "Franceschini si è commosso quando mi salutò per andarsene. È venuto poi due volte a trovarmi, ci sentiamo spesso...".
Deriu riflette: "Dopo tanti anni gli animi si quietano. Si trova una certa pace, una certa serenità. Ai vecchi detenuti chiedo sempre se stanno bene, se lavorano. Mi fa piacere che la loro vita abbia un senso... Non ho mai visto in loro dei criminali, non solo almeno. In ciascuno c'era del buono, c'erano delle qualità...". Zio Paolino faceva sorridere le capre, Peppe rianimava i motori, Elia amava il mulo.
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 31 agosto 2019
"Esprimo sconcerto per il totonomine che viene alimentato da nomi di fantasia". Così Luigi Di Maio, capo politico del M5S, ha liquidato il problema della formazione della squadra messa in cantiere da Giuseppe Conte, rilanciando poi nel campo del Pd la palla che nasconde l'ossessione (in tutti e due i partiti) per la divisione di seggiole e poltrone nei ministeri. E anche i dem, con il vice capogruppo al Senato Dario Stefano sostengono "che non si sta ancora parlando di nomi".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 31 agosto 2019
Mauro Palma. Dal blocco delle ong profili di responsabilità a carico del paese, "sgomento" per lo sbarco dei bimbi al buio nel mare in tempesta. "Sgomento nel vedere le immagini dello sbarco di bambini in tenera età avvenuto nella notte": è quanto il Garante per i detenuti, Mauro Palma, ha scritto nella lettera inviata ieri al presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, sollecitando una soluzione per la nave Mare Jonio.
Il riferimento è al trasbordo di 64 naufraghi, su 98 presenti a bordo, autorizzato solo giovedì sera, con il buio e il mare in tempesta. Trasbordo avvenuto saltando, persino con bimbi di pochi mesi, dalla nave alla motovedetta della Guardia costiera tra le onde.
"Dal 28 agosto - ha ricordato Palma - le persone soccorse si sono trovate sotto la diretta responsabilità dell'Italia, stato di bandiera del vascello. Una situazione che non può e non deve ulteriormente protrarsi". Per poi sottolineare: "La violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e della Convenzione di Ginevra potrebbe comportare in sede internazionale conseguenti profili di responsabilità a carico del nostro paese". E infine: "Sarebbe importante ritrovare intese non solo dirette a garantire la governabilità ma anche una rinnovata convergenza sui principi che la nostra Carta costituzionale tutela e che lo stesso presidente del Consiglio, nel ricevere l'incarico di formare il nuovo esecutivo, ha invocato". Il tono istituzionale non attenua le responsabilità a cui il diritto e le convenzioni inchiodano l'Italia.
Non è la prima volta che il Garante sottolinea quello che le procure (da Agrigento a Trapani) e il 14 agosto anche il Tar del Lazio ripetono da mesi: i decreti Sicurezza non fanno venire meno l'obbligo di salvataggio in mare. E, dopo il caso Diciotti, si potrebbe aprire un secondo processo per sequestro di persona, questa volta a partire dal blocco per 19 giorni dei naufragi sull'Open Arms. Del resto, il 9 agosto lo stesso Palma aveva scritto al comandante della Guardia costiera proprio in merito all'ong catalana, che aveva a bordo 121 naufraghi (salvati a partire dal primo agosto), bloccata in acque internazionali dal divieto d'ingresso predisposto dal Viminale e cofirmato da Infrastrutture e Difesa: "L'impasse - aveva scritto Palma - ha un impatto rilevante sui diritti fondamentali delle persone soccorse, impedite nella propria libertà di movimento ed esposte al rischio di trattamenti inumani. Ai migranti soccorsi debbano essere riconosciuti tutti i diritti e le garanzie (divieto di respingimento e di espulsioni collettive, diritti dei minori stranieri non accompagnati, diritto di protezione internazionale) che spettano alle persone nei confronti delle quali l'Italia esercita la propria giurisdizione".
La Lega, allora, aveva replicato stizzita ("deve giustificare lo stipendio"), ma i contatti con Conte avevano convinto il premier a una posizione più cauta, che aveva poi provocato la dura lettera inviata a Salvini, quella poi postata sui social, in cui il presidente del Consiglio accusava il suo ministro di "sleale collaborazione" e "slabbrature istituzionali", chiedendogli quindi di "adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti nell'imbarcazione". Se le norme sui migranti sono il marchio di fabbrica di Salvini, il capo politico dei 5S, Luigi Di Maio, uscendo ieri dalle consultazioni con Conte, li ha rivendicati e difesi: "Non si può parlare di revisione dei decreti Sicurezza, si possono certamente tenere in considerazione i rilievi del Colle ma senza cambiarne la ratio né le linee di principio". Mettendo così una pietra tombale sulla richiesta di cambiare linea in vista della nuova alleanza.
La ratio dei decreti, difesa da Di Maio, ha già innescato un fascicolo ad Agrigento per omissione di atti d'ufficio, violenza privata e sequestro di persona. L'inchiesta per ora è contro ignoti, come ieri ha ribadito la procura, anche se lo stesso Salvini ha postato: "In arrivo un'altra indagine contro di me per il caso Open Arms". Il gip Stefano Zammuto ha ribadito che l'obbligo di salvataggio in mare "costituisce un dovere degli stati e prevale sulle norme e sugli accordi bilaterali. Le Convenzioni internazionali in materia cui l'Italia ha aderito costituiscono, infatti, un limite alla potestà legislativa dello stato e non possono costituire oggetto di deroga da parte dell'autorità politica". E, per quanto riguarda la mancata assegnazione di un porto sicuro, "sussiste il fumus" dell'omissione di atti d'ufficio.
L'Ong catalana ieri ha commentato: "Riteniamo questo provvedimento di estrema importanza, in esso infatti è ribadita la necessità del rispetto delle Convenzioni internazionali e del diritto del mare, nonché la tutela della vita e della dignità delle persone in condizioni di fragilità. Abbiamo sempre operato nel rispetto del diritto e della legge".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 31 agosto 2019
C'è è un tema che più di tutti agita i partiti: l'immigrazione. Qui si giocano ormai i destini dei governi e così sarà anche per le prossime campagne elettorali. Non meraviglia che siano bastate poche parole di Luigi Di Maio, ieri, quando ha voluto ribadire che non ha "alcun senso parlare di modifiche ai decreti Sicurezza", a far traballare per un giorno la nascita stessa del governo Conte-bis. Appunto perché, al fondo, parlava di immigrazione.
Ora, dopo che Matteo Salvini ha imperniato 14 mesi di attività quasi esclusivamente sul contrasto all'immigrazione, spingendo fino all'inverosimile su "cattivismo" e guerra alle Ong, il Pd proprio sull'immigrazione chiedeva di cambiare registro, ovvero di "una svolta profonda nell'organizzazione e gestione dei flussi migratori fondata su principi di solidarietà, legalità sicurezza, nel primato assoluto dei diritti umani, nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali e in una stretta corresponsabilità con le istituzioni e i governi europei". Quando però è emerso che il Pd voleva aggredire i due decreti Sicurezza tanto cari a Salvini, come segno concreto della "discontinuità", i grillini si erano irrigiditi.
La risposta, se così si può dire, è stata una firma inattesa. Quella dei ministri Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli, i quali, su richiesta di Salvini, pur essendo in rotta su tutto, hanno condiviso un ennesimo divieto di ingresso nelle acque territoriali per la nave umanitaria "Eleanore". Con le parole di Di Maio, a questo punto è chiaro che i grillini ricercano un difficile equilibrio tra difesa delle posizioni vecchie e concessione alle nuove.
La loro linea, l'hanno esplicitata con uno dei 20 punti presentati a Giuseppe Conte: "Contrasto al fenomeno dell'immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani, con politiche mirate dell'Unione Europea nei Paesi di provenienza e transito. Oltre alla modifica del Regolamento di Dublino". Sembrerebbe insomma che le posizioni dei due partiti siano abbastanza consonanti, fondamentalmente sul buttare la palla nella tribuna di Bruxelles.
Ma i problemi veri verranno non appena il governo giallo-rosso, se mai nascerà, si confronterà con un nodo terribilmente pratico oltre che simbolico: che fare con la Guardia costiera libica? Continuare a finanziarla e supportarla, come peraltro fa l'intera Unione europea, o chiuderla lì? La discussione attraversa entrambi i partiti. Dentro il Pd si confrontano quantomeno due linee, che si personificano in Marco Minniti (che la Guardia costiera libica ha contribuito a rifondarla) e Matteo Orfini.
Dice quest'ultimo: "Secondo me è stato un errore dare ai libici il mandato di contenere i flussi migratori, disinteressandosi poi se rispettavano o no i diritti umani di chi veniva riportato a terra. Io non me la sento di festeggiare il calo degli sbarchi, se questo significa che le persone vengono torturate nei centri di detenzione in Libia".
È già successo che il Pd si sia spaccato sul da farsi con la Guardia costiera libica. Accadeva il 3 luglio scorso, quando c'è stata una accesa discussione nei gruppi parlamentari sul rifinanziamento ai libici e alla fine il Pd ha deciso di astenersi. Quella volta fu data la colpa al governo Conte di non avere seguito la politica precedente, del governo Gentiloni, di attento tutoraggio della Guardia costiera. "Se il quadro è cambiato - disse Nicola Zingaretti - questo è colpa dell'attuale governo. Per questo era giusto astenersi".
Nella sinistra-sinistra, però, che ritiene Minniti il vero colpevole di un disegno che Salvini poi si sarebbe limitato a ricalcare e estremizzare, quell'astensione fu salutata come una grande novità. "Avremmo preferito una scelta più netta - esultava quel giorno Nicola Fratoianni - ma è certamente un passo in avanti che archivia la linea Minniti-Gentiloni". E ora che Fratoianni come Emma Bonino hanno un peso enorme per la nascita o meno di questo governo, il loro anatema contro la Guardia costiera libica può essere uno scoglio davvero insormontabile.
di Stefano Catone
possibile.com, 31 agosto 2019
"Taxi del mare", "complici degli scafisti", "sostituzione etnica", "non possiamo prenderli tutti", "aiutiamoli a casa loro, davvero". Sono queste le parole che, negli ultimi anni e qualsiasi fosse il colore politico del governo, hanno descritto le politiche migratorie del nostro paese. Oggi la domanda non può che essere: sentiremo ancora le stesse parole, dagli esponenti del governo che sta per nascere?
La traduzione normativa di quelle parole è passata attraverso accordi con la Libia, codici di condotta per le Ong finalizzati a un loro allontanamento "volontario", minori garanzie per i richiedenti asilo e i rifugiati, per poi passare allo smantellamento di un sistema di accoglienza già precario, ancor meno garanzie per i richiedenti asilo e i rifugiati, fino alla vera e propria criminalizzazione delle Ong. Il tutto, mentre sotto i nostri occhi avvenivano respingimenti a opera della guardia costiera libica, mentre si consumavano ancora stragi in mare, mentre centinaia di persone in difficoltà sono state tenute per settimane a friggere su imbarcazioni inadeguate a questo servizio. Gli occhi, inoltre, abbiamo continuato a tenerli chiusi di fronte alle notizie, alle conferme, alle testimonianze, ai report che ci raccontano quel che avviene nelle carceri libiche.
Il Partito Democratico rinnegherà la "dottrina Minniti", fatta di patti di sangue (così furono definiti) con "sindaci" libici e di accordi con la guardia costiera libica (qualsiasi cosa voglia dire) per evitare le partenze dalla Libia? Il Movimento 5 Stelle, che in questi mesi ha ingoiato tutto ciò che ha attuato Matteo Salvini, abbandonerà la narrazione fasulla per cui compiere i salvataggi in mare vorrebbe dire essere complici dei trafficanti? Le risposte le sapremo a breve. Le nostre, come sempre, parlano di sicurezza delle persone in mare e a terra (in Libia, per la precisione), di un sistema di accoglienza rigoroso ed efficace, in grado di includere e tutelare, di canali di ingresso sia per ragioni umanitarie che per ragioni lavorative attraverso una radicale riforma della legge Bossi-Fini. Di fronte a chi vuole dividerci, le risposte, infatti, non possono che passare dalla coesione sociale. Conte bis ne sarà in grado? Avrà il coraggio di slegarsi da una narrazione tossica e dalle sue tossiche conseguenze?
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 31 agosto 2019
Le testimonianze raccolte dalla Bbc nei villaggi musulmani. La replica: azioni preventive. Tremila in carcere. "Hanno picchiato ogni parte del mio corpo. Ci hanno preso a calci, ci hanno picchiato con dei cavi. Poi ci hanno colpito sulla parte posteriore delle gambe. Quando siamo svenuti ci hanno dato scosse elettriche per farci rinvenire.
Se urlavamo ci riempivano la bocca di fango". Una mezza dozzina di villaggi, diversi testimoni: alza il velo sul Kashmir l'inchiesta di Sameer Hashmi, corrispondente della Bbc, che ha documentato i presunti abusi e torture subite dai musulmani per mano dell'esercito indiano. Il giornalista spiega di non aver potuto verificare le dichiarazioni dei testimoni.
Ma come prova pubblica le fotografie di corpi martoriati. Per paura di ritorsioni, le vittime hanno deciso di non denunciare l'accaduto alle autorità. E non hanno voluto rivelare alla Bbc i loro veri nomi. "Ci picchiano come se fossimo animali. Non ci considerano umani", ha riferito un altro testimone ad Hashmi.
Le torture e gli abusi sarebbero avvenute il 6 agosto, dopo che New Delhi ha revocato l'articolo 37 della Costituzione che garantisce l'autonomia della regione contesa con il Pakistan, arrestando 3mila persone, imponendo il coprifuoco e sospendendo comunicazioni telefoniche e internet. E dopo che sono stati inviati altri 4o mila militari in quella che viene giò considerata una delle zone più militarizzate del mondo.
Da parte loro i vertici dell'esercito indiano hanno risposto di "non aver mai maltrattato alcun civile", bollando le accuse come "infondate e non comprovate". L'operazione militare nel Kashmir è stata presentata come "preventiva" e tesa al "mantenimento della legge e dell'ordine" nell'unica regione indiana a maggioranza musulmana. "Nessuna accusa specifica di questa natura ci è mai giunta. Queste accuse sono state alimentate da elementi nemici" ha dichiarato alla Bbc il colonnello Aman Anand, portavoce dell'esercito.
Secondo le testimonianze raccolte dall'emittente britannica, però i militari avrebbero torturato i civili per ottenere informazioni sui nomi di oppositori, di simpatizzanti dei gruppi separatisti e manifestanti da anni in lotta contro il dominio indiano. "Il mondo non può ignorare il Kashmir. Se non agirà per fermare l'assalto dell'India sul Kashmir, due Stati muniti di armi nucleari si avvicineranno a un confronto militare diretto", ha scritto il premier pachistano Imran Khan, in un editoriale pubblicato ieri sul New York Times.
- Libia. Il segretario generale Onu Guterres: "Ora la guerra rischia di deflagrare"
- Stati Uniti. Detenuta lasciata partorire da sola in cella denuncia il carcere
- Stati Uniti. Condannato all'ergastolo per aver rubato 50 dollari, esce di cella dopo 35 anni
- Croazia. 18enne "morto di paura" nel carcere di Spalato
- Vogliono discontinuità? Le politiche sulle droghe ne hanno bisogno










