di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 30 agosto 2019
Si terrà a Strasburgo, dal 25 al 27 settembre, la Ventiduesima riunione del Gruppo di lavoro del Consiglio di cooperazione penologico (Pc-cp) del Consiglio d'Europa. Il Pc-cp, composto da esperti in materia penitenziaria (magistrati, direttori di carcere, ecc) dei vari Stato membri, affronterà per la prima volta una tema di grande importanza: l'isolamento del detenuto in ambito carcerario.
di Silvia Stilli, Paola Crestani, Raffaele K. Salinari
Il Manifesto, 30 agosto 2019
Le richieste del terzo settore. Rivedere i decreti sicurezza e le norme in materia di immigrazione, riformare i trattati europei a cominciare da quello di Dublino, finanziare il terzo settore e gli aiuti allo sviluppo internazionale. Lettera aperta della Portavoce di AOI (Associazione Ong italiane), della Presidente di Link2007 e del Portavoce del CINI (Coordinamento italiano Ngo internazionali)
Al Presidente Incaricato per la formazione del Governo Giuseppe Conte. Stimato Presidente Incaricato, Le scriviamo in qualità di rappresentanti delle tre reti nazionali di Ong e organizzazioni impegnate nella cooperazione, nella solidarietà e nel volontariato internazionale.
Negli ultimi due anni e mezzo non abbiamo nascosto all'opinione pubblica e al mondo politico il nostro disagio per le ricorrenti iniziative di alcuni esponenti di partiti anche di Governo, riprese e amplificate da una parte dei media nazionali, intese purtroppo a delegittimare il ruolo delle organizzazioni non governative. Si è trattato talvolta di vere e proprie "campagne di discredito reputazionale" che non hanno trovato sostegno in fatti concreti, però hanno generato un clima di sospetto nei confronti della trasparenza e dell'efficacia dell'operato delle organizzazioni di settore, rischiando di mettere in discussione il rapporto fiduciario in primo luogo con i sostenitori privati, soprattutto cittadine e cittadini.
Fortunatamente, il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei suoi interventi pubblici ha varie volte difeso ruolo e valore della sussidiarietà in riferimento al mondo del Terzo Settore, sottolineandone l'apporto nell'attenzione e cura di chi è debole e in condizione di emarginazione sociale e nell'azione umanitaria.
Nei prossimi giorni le consultazioni di cui Lei è stato incaricato dal Presidente della Repubblica per la formazione di una nuova compagine governativa offrono l'occasione per voltare pagina e dare un nuovo impulso al rapporto fra istituzioni e mondo della solidarietà e cooperazione internazionale e più in generale del Terzo Settore, che in questi mesi come Presidente del Consiglio ha avuto modo in alcune occasioni di conoscere e ascoltare nella sua ricca articolazione.
Ricordiamo l'importante contributo offerto dalle realtà associate alle nostre reti e, più complessivamente, dal mondo solidale della cooperazione allo sviluppo: nel 2017 le 200 maggiori organizzazioni hanno svolto attività per circa 900 milioni di euro, grazie al sostegno di circa 1,1 milioni di cittadine e cittadini, come da dati dei soggetti censiti da Open Cooperazione, ma sicuramente nel totale arrivando ad una cifra di più di 1,8 milioni.
È un sistema che coinvolge oltre 3.000 operatrici e operatori in Italia e circa 17.000 in attività all'estero. È tempo di tornare a valorizzare questo patrimonio, partendo dalla ricostruzione di un corretto e sereno rapporto fra istituzioni e Ong, nel pieno rispetto dei diversi ruoli, mettendo alla base un dialogo franco e corretto tra le parti in un clima di reciproca fiducia e di corresponsabilizzazione rispetto agli obbiettivi dell'Agenda 2030, per raggiungere i quali il nostro Paese si è formalmente impegnato. Alla luce di tutto questo, sentiamo il dovere di segnalarLe poche e chiare priorità per l'iniziativa di un prossimo governo, come contributo a questa importante fase della vita politica e istituzionale dell'Italia.
Facciamo nostro l'appello che altri in questi giorni hanno espresso per la revisione delle recenti iniziative e misure governative sul fronte del soccorso in mare e dell'accoglienza a migranti e rifugiati in fuga da guerre, catastrofi, violenze e povertà: secondo i pareri di operatori dell'umanitario ed esperti si tratta di misure tanto inadeguate da mettere a rischio la stessa "civiltà del diritto" alla quale l'Italia ha saputo dare nel tempo un contributo indiscutibile.
Da tempo affermiamo che il nostro Paese si deve dotare di una strategia integrata per il governo dei fenomeni migratori, di lungo respiro e coordinata con l'Europa, nel quadro comunque di una revisione del Trattato di Dublino, uscendo così dalla drammatizzazione del fenomeno e dalla ricorrente situazione di emergenza nell'affrontarlo. Preoccupa, inoltre, il fatto che il contributo dell'Italia alla realizzazione sul piano internazionale dell'Agenda 2030 attraverso la cooperazione internazionale sia in evidente fase di contrazione, come ci ricordano i più recenti dati sull'aiuto pubblico allo sviluppo, che segnano per il 2020 una riduzione di investimenti fino allo 0,24% rispetto al Pil nazionale: siamo ben lontani dagli obiettivi internazionali e da quelli che comunque dal 2016 l'Italia aveva fissato.
Ci auguriamo che il prossimo governo del Paese sappia ridare slancio alla nostra partecipazione alla realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, rivedendo l'impegno determinante nell'investimento per l'Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Le nostre reti ancora una volta ribadiscono la centralità del proprio operato nel partenariato con istituzioni, mondo della ricerca, fondazioni e privato profit per la realizzazione concreta della Strategia per lo sviluppo sostenibile adottata dall'Italia.
Come cittadine e cittadini responsabili seguiamo con vivo interesse il percorso verso un nuovo governo del Paese che oggi La vede protagonista, augurandoci che il dialogo auspicato e la collaborazione da noi proposta vengano accolti come azioni propositive all'interno di un percorso essenziale di coinvolgimento e valorizzazione di tutto il Terzo Settore italiano del quale facciamo parte: in nome del principio di sussidiarietà che nell'articolo 118 la nostra Costituzione definisce in maniera piena ed autorevole. Nell'augurarLe un sereno e proficuo lavoro nel suo attuale ruolo di Presidente Incaricato, La ringraziamo per la disponibilità al dialogo e l'attenzione, ribadendo la nostra volontà a collaborare.
Silvia Stilli - Portavoce Aoi
Paola Crestani - Presidente Link2007
Raffaele K. Salinari - Portavoce Cini
di Luigi Manconi
La Repubblica, 30 agosto 2019
Possiamo considerarlo un particolare irrilevante, e d'altra parte, da decenni ci si chiede se nel dettaglio si nasconda il Diavolo oppure Dio. Tuttavia non è forse senza significato che, tre giorni fa, il giornale radio della Rai abbia definito "esultante" - eccolo il diavoletto nel dettaglio - il ministro Matteo Salvini.
Tanto entusiasmo nella settimana più rovinosa della sua vita politica si dovrebbe alla circostanza che due ministri indicati dal M5Stelle (Toninelli e Trenta) avessero firmato il decreto voluto da Salvini, per vietare l'ingresso nelle acque territoriali italiane alla nave Mare Jonio, della piattaforma Mediterranea Saving Humans.
E questo proprio mentre si stava stringendo l'accordo tra quel partito, il M5Stelle, e il Pd per dare vita ad un nuovo governo, e mentre Luigi Di Maio rilasciava una dichiarazione piuttosto inquietante: "Non rinnego il lavoro fatto insieme alla Lega in questi 14 mesi". Una frase, quest'ultima, che non induce certo a consegnare all'oblio degli archivi e della nostra periclitante memoria la brillante definizione delle ong data dallo stesso Di Maio: taxi del mare.
La questione non è meramente linguistica, anche se mai come in questo caso, "sono le parole che costruiscono il mondo": la verità è che una parte significativa del gruppo dirigente, dei quadri e dell'elettorato Cinque Stelle condivide la politica per l'immigrazione della Lega (magari utilizzando un vocabolario meno truce), e altri, quella di Alessandro Di Battista, che si affida a una pasticciata miscela di sovranismo terzomondialista ed etnicismo regressivo, il cui esito finale è comunque lo slogan "aiutiamoli a casa loro".
Rispetto a tutto ciò possiamo immaginare quanto arduo possa essere l'intento di segnare quella profonda discontinuità così "sacrosantemente" richiesta dal segretario del Pd. È un'impresa che, oltre a essere faticosissima, esige già da subito segnali inequivocabili. E i tempi dei grandi processi economico-sociali, come l'immigrazione, sono assai più rapidi e incalzanti di quelli richiesti dalle mosse (felpate fino a essere flosce) necessarie per la costituzione del nuovo esecutivo.
Anche perché la sofferenza umana arriva a bussare alla nostra porta con tutta l'urgenza dei corpi stremati e torturati: a bordo della Mare Jonio si trova un uomo di nazionalità camerunense che presenta "sette medicazioni per ferite infette alle estremità ed alle natiche (segni di torture ed ustioni chimiche)", secondo il medico di bordo, la dottoressa Donatella Albini.
Sono molte le persone che recano sulle proprie membra le tracce di trattamenti inumani e degradanti, così come, tra le 26 donne, 8 sono in stato di gravidanza e numerose quelle che hanno subito violenza sessuale. Finora il provvedimento promesso dai ministri dimissionari è quello di consentire lo sbarco delle donne, dei 22 bambini, dei 6 minori e dei malati, ma, certo, questo non può essere sufficiente a segnalare un radicale cambiamento di rotta rispetto alla precedente politica.
Non va dimenticato, tra l'altro, che nelle circostanze più recenti, l'Europa è stata meno inerte di quanto si creda (nonostante Salvini e, spesso, contro Salvini). La "redistribuzione" dei profughi è stata in qualche modo garantita, seppure in misura assai ridotta, e numerosi Paesi hanno accolto gruppi di migranti sbarcati sulle nostre coste o su quelle maltesi da imbarcazioni mercantili, dalle navi delle ong, da quelle della guardia costiera italiana.
E, tuttavia, ciò ha rappresentato, è il caso di dire, una goccia nel mare. Nonostante le menzogne del governo giallo-verde, nel corso del 2019, secondo le stime dell'Unhcr, i morti e i dispersi nel Mar Mediterraneo sono stati 894; e, dopo le più recenti testimonianze, la sola idea di restituire i profughi alla Libia e ai suoi centri di detenzione grida vendetta davanti a Dio e agli uomini. Serve una svolta vera.
A partire da una intelligente politica per l'immigrazione che - come ha scritto ieri il Presidente Emerito della Consulta, Valerio Onida, sul Corriere della Sera - consenta di "aprire subito e in misura adeguata alle nostre possibilità vie di ingresso legali in Italia e quindi in Europa".
Dunque, una rottura col passato, e non solo con quello rappresentato dagli ultimi 14 mesi di governo giallo-verde. Su questo - come sull'ambiente, sull'economia e sulla giustizia - verrà valutata la scelta di governo del Pd. Quella svolta, lo sappiamo, incontrerà reazioni e resistenze, ma è qui che si gioca buona parte dell'onore del Pd. Ed è questo che potrà dare, infine, nuove energie e motivazioni a chi, nonostante frustrazioni e depressioni, si voglia ancora di sinistra.
di Camilla Gargioni
Corriere Veneto, 30 agosto 2019
Il carcere, vissuto da dentro, nelle voci e nei volti delle detenute, nelle loro storie che volano oltre le sbarre. E lo fanno grazie al docu-film "Donne in carcere", diretto da Jo Squillo e Francesca Carollo: dieci ore di girato all'interno della casa circondariale di San Vittore a Milano.
Ieri, la presentazione alla Mostra del cinema al Lido, al cospetto di politici e autorità. La storie di queste vite dannate si intrecciano l'una all'altra, riaffiorano dolori e, spesso, paure e rassegnazione di fronte al futuro. Resta, tuttavia, di fondo, la speranza di poter ricominciare, una volta uscite. Le voci delle donne di San Vittore riescono, quasi inconsapevolmente, a dipingere un quadro dello stato dell'arte delle case circondariali italiane, e i loro racconti diventano una denuncia come ha sottolineato ieri Squillo.
"Entrare in questa realtà è stato così toccante che per molte notti non sono riuscita a prendere sonno - ha sottolineato la cantante-regista - Le ragazze e le donne che ho incontrato mi hanno insegnato moltissimo. Questo film è un atto rivoluzionario".
Una carrellata di volti e, su tutto, una canzone, corale: il simbolo del documentario. "L'hanno scritta loro, un ottimo esempio di atto rieducativo - ha spiegato la parlamentare Giusy Versace (Forza Italia) - Ma non basta. Quando queste donne escono dal carcere, sono lasciate sole, abbandonate. Dovrebbero, invece, essere seguite con continuità".
Quindi le storie, "Il pregiudizio ci accompagnerà sempre - racconta Josephine, una delle detenute protagoniste - è giusto pagare per i reati che abbiamo commesso, ma dobbiamo ripartire da noi stesse per riconquistare la fiducia altrui".
E Stefania, "i sogni sono l'unica cosa che mi è rimasta in carcere è come se fossi tornata bambina. Mi immagino avvocato, magari specializzata in criminologia o, chissà, visto tutti i pasticci che ho combinato potrei diventare pasticcera". Quando sullo schermo, ieri, sono scorsi i titoli di coda e in sala si sono riaccese le luci, il confronto politico - squisitamente teorico, per quanto ricco di buone intenzioni - tra chi aveva assistito alla proiezione.
"Il problema è la recidività - ha detto il Ministro per i beni e le attività culturali Alberto Bonisoli - bisogna essere determinati, costanti e forti nell'affrontare questo tema. Costruire nuove carceri non basterà". Della stessa opinione, l'eurodeputata Alessandra Moretti (Pd): "Uno Stato civile deve garantire che si affronti tema rieducativo della giustizia. Nel documentario vengono messe al centro dell'attenzione persone cui normalmente non viene data la possibilità di esprimersi". Infine, la senatrice Daniela Santanchè (Fi), per dieci anni impegnata proprio a San Vittore, "quando si aprono i cancelli, si capisce che cosa significa essere privati del bene più prezioso per gli uomini, la libertà".
ansa.it, 30 agosto 2019
Risultati positivi per i progetti di lavori di pubblica utilità attivi nella Capitale, grazie agli accordi congiunti fra Roma Capitale e il Ministero della Giustizia e Dipartimento Amministrazione Penitenziaria.
Le iniziative attive, che vedono il coinvolgimento dei detenuti del carcere di Rebibbia, al momento prevedono la cura del verde, in collaborazione con il Servizio Giardini di Roma Capitale, e il rifacimento della segnaletica orizzontale e pulitura di caditoie stradali, con la società Autostrade per l'Italia Spa.
Nel 2019, con dati aggiornati al 30 giugno, sono 68 le persone che si sono dedicate al ripristino del decoro del verde urbano, con relativi attestati di qualifica rilasciati dal Servizio Giardini di Roma Capitale, per un totale di 12.452 ore, calcolando 4 ore di lavoro giornaliere, donate alla città.
Per quanto concerne il progetto "Mi Riscatto per Roma", realizzato con Autostrade per l'Italia, attualmente sono 15 le persone coinvolte, sempre con relativi attestati al termine, con un totale di 2.712 ore di lavoro gratuito per le strade di Roma.
Nel prossimo mese altri 30 detenuti, terminato il corso per la manutenzione delle strade, potranno lavorare attivamente. 20 inizieranno, invece, il corso del Servizio Giardini. Questi progetti si fondano su attività di lavoro volontario, tenendo conto delle specifiche professionalità e attitudini lavorative, promuovendo un percorso di sensibilizzazione al rispetto del bene comune, alla legalità, all'osservanza delle regole e delle norme, come elementi imprescindibili per il percorso di reintegrazione del reo.
Tramite la pratica lavorativa, inoltre, si diminuisce nettamente la possibilità di recidiva, come dimostrato sempre dai numeri: sono 7 le persone che hanno partecipato alle varie iniziative e che, non appena uscite dal regime di detenzione, hanno trovato un impiego proprio negli ambiti di applicazione dei progetti che li hanno visti coinvolti.
"Come Amministrazione le attività volte a sviluppare percorsi di reintegrazione lavorativa per le persone in regime detentivo sono un obiettivo di primaria importanza. I numeri lo dimostrano: abbiamo avviato due progetti per ripristinare il decoro urbano sia sotto il profilo del verde che della manutenzione stradale, entrambi con successo. Non ci fermiamo e proseguiamo su questa linea grazie alla fattiva collaborazione con il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia. Questa prima fase del progetto ha infatti messo in luce come queste attività rappresentino un mezzo più che valido per coniugare le esigenze di Roma Capitale di cura del territorio con il reinserimento sociale dei detenuti", ha commentato la sindaca di Roma Virginia Raggi. "Seguo personalmente il progetto fin dalle sue origini, quando nel dicembre del 2017 firmammo la prima Lettera d'Intenti.
L'iniziativa ha riscosso subito grande approvazione, dalla cittadinanza che ha accolto con calore i detenuti in strada fino alle istituzioni, che hanno potuto vedere e apprezzare i risultati tangibili ottenuti. I numeri sono incoraggianti, testimoniano la validità del progetto, cercheremo, però, di incrementarne la mole nei prossimi mesi.
Posso affermare, infatti, che a breve firmeremo un nuovo Protocollo di Intesa con il Ministero e il Dap per allargare i progetti anche in altri ambiti, ad esempio presso le aziende agricole di Roma Capitale, e coinvolgendo altri istituti penitenziari. Ringrazio infine il Tribunale di Sorveglianza, le varie istituzioni e società coinvolte nei singoli progetti e gli agenti della Polizia Penitenziaria per l'impegno e l'apprezzamento dimostrato finora", ha detto l'assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Daniele Frongia.
"Numeri positivi e che ci fanno ben pensare, il nostro obiettivo sarà quello di analizzare i dati e fare in modo di incrementare tali iniziative, per i detenuti poter imparare un mestiere che permetterà loro di avere delle possibilità lavorative una volta estinto il proprio debito con la società è di fondamentale importanza.
Solo attraverso la rieducazione del reo potremo avere, infatti, una riduzione della piccola criminalità, il mio obiettivo in qualità di Garante è proprio quello di dar vita a delle situazioni di miglioramento delle condizioni delle persone in carcere, i progetti che prevedono i lavori di pubblica utilità sono il mezzo migliore per arrivare a tale scopo", ha sottolineato il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Gabriella Stramaccioni.
di Marco Guerra
vaticannews.va, 30 agosto 2019
Nuovi arresti nelle comunità delle minoranze cristiane presenti nel Paese. A luglio sono stati confiscati gli ultimi ospedali gestiti dalla Chiesa cattolica. Don Mussie Zerai: "Il timore è che questo toccherà anche alle scuole". In Eritrea proseguono le persecuzioni governative anticristiane, dopo la confisca delle strutture sanitare cattoliche avvenute tra giugno e luglio, almeno 150 cristiani sono stati arrestati negli ultimi due mesi in diverse città. A darne notizia è il sito dell'osservatorio cristiano Wolrd Watch Monitor secondo cui l'ultimo episodio risale al 18 agosto, quando sono stati arrestati 80 cristiani da Godayef, un'area vicino all'aeroporto della capitale, Asmara.
Chiesta la rinuncia al cristianesimo - Il 16 agosto, sei cristiani, dipendenti pubblici del governo sono stati arrestati e portati davanti a un tribunale ad Asmara. Il giudice ha intimato ai sei fedeli di rinunciare al cristianesimo e davanti al loro rifiuto si è riservato di prendere eventuali future decisioni.
70 cristiani condotti nei tunnel sotterranei - Il 23 giugno altri 70 cristiani appartenenti alla Faith Mission Church of Christ erano stati arrestati a Keren, la seconda città più grande dell'Eritrea. I membri di questo gruppo, tra cui 35 donne e 10 bambini, sono stati portati nella prigione di Ashufera, che è composta da un vasto sistema di tunnel sotterranei in condizioni estremamente degradate.
Arrestati cinque preti ortodossi - Sempre lo scorso giugno sono stati arrestati anche cinque sacerdoti ortodossi, un atto che spinse l'osservatore delle Nazioni Unite per i diritti umani in Eritrea, Daniela Kravetz, a chiedere il rilascio di tutti coloro che sono stati imprigionati per il loro credo religioso.
Don Zerai: perseguitate tutte le religioni - "Il governo tollera le religioni che ha trovato già radicate nel Paese; le nuove religioni di minoranza - nel caso degli arresti riguardanti i gruppi pentecostali, battisti - sono dichiarate illegali nel Paese già dal 2001", così a Vatican News il sacerdote eritreo don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia Abeshia, spiega i motivi di questa ennesima ondata repressiva. Don Zerai conferma inoltre l'esistenza di carceri eritree sotterranee e racconta di persone detenute all'interno di un container senza poter vedere la luce del sole.
Dopo gli ospedali si teme per le scuole - Il sacerdote parla anche della confisca degli ospedali cattolici: "Tra giugno e luglio sono state chiuse in totale 29 strutture tra ospedali, cliniche e presidi medici, gestiti dalla chiesa cattolica rifacendosi a questa legge. Non solo ha fatto chiudere queste strutture ma ne ha confiscato fisicamente la proprietà". "Il timore è che questo toccherà anche alle scuole che la Chiesa cattolica gestisce - afferma ancora Don Zerai - 50 scuole tra elementari, medie e superiori e oltre cento asili nidi in tutto il territorio nazionale. Sarà un danno enorme soprattutto per la popolazione, perché sia le cliniche che le scuole si trovavano anche in zone sperdute, rurali, dove non c'è nessun'altra presenza tranne quella della Chiesa cattolica".
di Luciana Castellina
Il Manifesto, 30 agosto 2019
Incarico di governo. C'è molto da fare per ricostruire le condizioni di un confronto meno barbarico e prima ci mettiamo mano, dando a questo obiettivo la priorità che merita nell'agenda politica, meglio sarà. Occorre impegnarsi a riconquistare la società che abbiamo perduto. La prima ragione per la quale sono favorevole a che si faccia al più presto il governo Conte 2 è per far sbarcare quei poveracci ammassati sulle navi soccorritrici delle ong che rischiano di affogare. So bene che chiamare brutto l'esecutivo che si prepara è un eufemismo; e anche che decidere solo in base a come tratterà gli immigrati non è criterio sufficiente per giudicarlo nel suo insieme. E però a me al momento mi basta anche solo questo, perché in questo "solo" ci sono le vite di quelle donne e di quei ragazzi e bambini che ci guardano dallo schermo televisivo terrorizzati ma anche stupefatti dalla nostra cattiveria.
C'è poco tempo per salvarli, loro e quelli che sappiamo continueranno ad arrivare nonostante il rischio che sanno di correre. E so che ogni altra soluzione alla nostra crisi di governo - ritorno alla compagine precedente, o lunghissima e assai probabilmente perdente campagna elettorale - rappresenterebbe per loro una sentenza di morte.
Sebbene sia rimasta stupefatta per l'allineamento di Toninelli e Trenta al diktat enunciato da Salvini nelle sue ultime ore di esercizio ministeriale, una "disciplina" tanto più inspiegabile in quanto proprio questi due ministri sembravano in un primo tempo - ma era solo conflitto di competenze - non allineati al decreto sicurezza bis; e sebbene sia sconsolata per il silenzio, proprio sul tema migranti, nel primo discorso del presidente incaricato da Mattarella.
Nonostante tutto questo credo che, almeno su tale problema, finirà per esserci una discontinuità con il Conte 1: non ha forse parlato di "nuovo umanesimo": e allora apra i porti ai naufraghi-migranti. Ma anche la dura requisitoria pronunciata in Senato contro Salvini - un discorso per molti versi stupefacente per un'Aula come quella (che ha infatti lasciato allibiti gli osservatori esteri di ogni parte politica) dovrebbe garantire una correzione in quella che è stata la linea più caratterizzante della sua politica, quella dei "porti chiusi".
Direte che il mio è ottimismo da quattro soldi. Che anteporre la politica migratoria ad altre cose più importanti non è giusto. Ma, scusate, che cosa ci offrirebbe di importante e di buono il ricorso al voto? Solo chi ha una ben misera concezione della democrazia può pensare che sia cosa buona e dignitosa per il paese, ridare comunque la parola agli elettori. La democrazia rappresentativa, quella prevista dalla nostra Costituzione, è svuotata di senso se è solo voto ogni qualche anno da parte di una società socialmente e culturalmente frantumata come quella italiana attuale, dove non esistono più quegli organismi intermedi che garantiscono un canale di comunicazione fra cittadino e istituzioni, che attrezzano a declinare il noi, a leggere la propria condizione attraverso una griglia di classe (come è indispensabile se si vuole capire il senso delle proposte politiche), a comprendere la complessità dei problemi.
Nella prima Repubblica questo ruolo è stato assolto con limiti ma anche con successo, dai grandi partiti di massa; oggi questi organismi indispensabili alla democrazia non esistono più, così come sempre più assenti sono altre forme di democrazia organizzata. In queste condizioni una campagna elettorale non rafforza granché la democrazia; tanto meno potrebbe farlo quella che si prospetta, con una parte di elettorato che si è bruscamente e solo per confusa protesta spostata su formazioni appena emerse, l'altra metà che si è rifugiata nell'astensione.
Non voglio certo dire che votare non serve, ma vorrei che non ci imbrogliassimo a vicenda pensando che l'incattivito, violento, incolto scontro che si verificherebbe, comandato da social incontrollabili e da insopportabili chat televisive, rafforzerebbe la democrazia. Il maggior pericolo sta proprio nell'usare formalmente le regole della democrazia per affossarla. La storia insegna. C'è molto da fare per ricostruire le condizioni di un confronto meno barbarico e prima ci mettiamo mano, dando a questo obiettivo la priorità che merita nell'agenda politica, meglio sarà. Ma occorre impegnarsi a riconquistare la società che abbiamo perduto e non restare circoscritti all'ossessione del governo.
Come sarà questo Conte bis? Sento ripetere da molti (Cacciari per ultimo, anche se inizialmente mi era sembrato di opposto parere) che non è "operazione dignitosa". Limpida non è certo, nessuno credo ne dubiti. Ma di limpido c'è francamente poco in circolazione, e non vedo proprio che razza di governo migliore potrebbe uscire dal voto immediato che viene invocato, anche ammesso che si riuscisse a contenere una pericolosa prepotente e massiccia vittoria della Lega. Nessuno è in grado di prevedere per domattina un governo decente.
E allora si tratta, senza illusioni, di accettare questo compromesso fra un Pd certo poco credibile per cosa è stato da tempo e di cui è lungi dall'essersi autocriticato; e un movimento 5 stelle zeppo di contraddizioni arroganza e ignoranza, ma che - non dimentichiamolo - ha raccolto alle ultime elezioni il voto di una larga parte dell'elettorato di sinistra. Per rabbia e sfiducia. "Perché c'è bisogno di un botto" - mi sono sentita dire da tanti durante la campagna elettorale. (Forse le sue contraddizioni sarebbero scoppiate prima e meglio se il Pd si fosse deciso subito a tentare l'operazione cui oggi è stato quasi costretto). Adesso, liberati dall'ipoteca della Lega, quegli elettori si trovano ad aver a che fare, anziché con una rimessa in discussione del quadro politico italiano (l'auspicato "botto"), con il partito che hanno votato che indica un premier che sembra uscito da Piazza del Gesù (per i più giovani, l'antica sede della Dc). Ha persino ricevuto il tradizionale e approssimativo placet dell'alleato americano!
Dipende da noi se sapremo usare del tempo che ci darà per far emergere più limpidamente le sue contraddizioni (che non sono solo fra i grillini e il Pd, ma attraversano ambedue i corpi, e anche più profondamente) e riaggregare, politicamente, socialmente e culturalmente un reale schieramento alternativo. Se Salvini, che tuttavia appare già in parte dimezzato (i leader come lui vincono solo se appaiono vincenti), riuscirà ad usare la debolezza e gli equivoci del Conte 2 (e ad approfittare della attuale legge elettorale che ricompatterebbe la destra) per una anche più schiacciante vittoria, dipenderà molto da quanto riusciremo a mettere in campo noi, che per fortuna siamo nella società un'area parecchio più grande di quanto non registri il dato elettorale. Che sarebbe ora provassimo sul serio a far uscire di casa.
di Filippo Santelli
La Repubblica, 30 agosto 2019
L'accusa nei loro confronti, rivela il South China Morning Post, è di "assemblea illegale", legata alla manifestazione non autorizzata che lo scorso 21 giugno. Organizzatori cancellano manifestazione di domani. Erano i due volti da copertina della Rivoluzione degli ombrelli, leader neppure 18enni del movimento pro democrazia.
E ora che Hong Kong è scossa da una nuova protesta, e si avvia ad affrontare un altro fine settimana di massima tensione, Joshua Wang e Agnes Chow vengono arrestati. I fondatori e dirigenti del partito politico Demosisto che si batte per l'autodeterminazione della città, entrambi 22enni, sono stati prelevati questa mattina dalla polizia dell'ex colonia inglese. L'accusa nei loro confronti, rivela il South China Morning Post, è di "assemblea illegale", legata alla manifestazione non autorizzata che lo scorso 21 giugno, all'inizio del movimento, ha circondato il quartier generale della polizia a Wan Chai per chiedere il completo ritiro della legge sull'estradizione verso la Cina e il rilascio delle persone arrestate nei giorni precedenti. Chow sarebbe accusata di aver incitato alla manifestazione, Wong di averla anche organizzata.
In attesa di conoscere le prove del loro coinvolgimento, le accuse sembrano stridere con la natura dell'attuale protesta di Hong Kong, che i giovani manifestanti definiscono priva di leader, proprio in contrapposizione a quella fallimentare degli ombrelli. Lo scorso 17 giugno Wong è uscito dal carcere, dove aveva passato due mesi per una precedente condanna per assemblea non autorizzata, ed era stato accolto dalla piazza come un simbolo. Ma sul campo era evidente che per i nuovi ragazzi mascherati, molti dei quali più giovani di lui, non era più un capo. "Questo movimento è diverso da quello degli ombrelli: più organico, ma decentrato, senza leader - riconosceva anche lui il giorno successivo in una intervista a Repubblica ("Protesta radicata ma senza capi") - nessuno ha preso il microfono invitando a occupare le strade attorno al Parlamento, è stata un'azione spontanea". Wong, Agnes Chow e il terzo leader di Demosisto Nathan Law, appena trasferitosi negli Stati Uniti per un dottorato, tennero quel giorno una conferenza stampa davanti al Parlamento parlando genericamente della necessitàdi "ulteriori azioni", ma spiegando che prima si sarebbero consultati con gli altri esponenti del campo democratico e con i giovani manifestanti.
Nelle settimane successive Wang e Chow si sono tenuti in una posizione abbastanza defilata: il primo ha continuato a comunicare con i media e sui social network, la seconda neppure questo. Ma sono ritornati sulle prime pagine dei giornali, soprattutto quelli filo Pechino, quando è stata pubblicata una loro fotografia insieme a una funzionaria politica del Consolato generale americano di Hong Kong, usata dal governo cinese come una prova delle interferenze americane nella protesta.
Ma ammesso, e non concesso, che i due politici fossero tra gli organizzatori di una delle manifestazioni di queste settimane, modalità (Wang è stato fatto salire su una macchina senza insegne) e tempi del loro arresto risultano sospetti agli occhi di molti. Per domani infatti, sabato 31 agosto, l'organizzazione ombrello del campo democratico, il Civil Human Rights Front, aveva proclamato una grande manifestazione pacifica, che però con una decisione senza precedenti le autorità non hanno autorizzato per ragioni di ordine pubblico (Il divieto della polizia).
Il 31 agosto è una data simbolo, il quinto anniversario della legge con cui la Cina ha "blindato" la scelta del capo politico di Hong Kong, dunque il cuore della protesta sarebbe stato il "suffragio universale", la richiesta di maggiore democrazia. E Demosisto, il partito di Wong e Chow, si batte proprio per l'autodeterminazione: "Se essere o no parte della Cina dovrebbe essere una scelta delle persone di Hong Kong", diceva a inizio giugno la ragazza in un'intervista a Repubblica, posizione per cui era stata squalificata dalle recenti elezioni locali.
Giovedì sera la polizia di Hong Kong ha arrestato anche un altro giovanissimo politico e attivista appartenente al fronte indipendentista: si tratta di Andy Chan, 28 anni, leader dell'Hong Kong National Party, fermato all'aeroporto cittadino mentre si stava imbarcando su un volo per il Giappone, accusato di rivolta e assalto a pubblico ufficiale. Il suo partito è stato il primo a battersi per l'indipendenza di Hong Kong, in contrasto con la Basic Law, la legge fondamentale della città, e l'anno scorso è stato messo fuori legge perché considerato una minaccia alla sicurezza nazionale. Anche lui però non sembra aver giocato un ruolo di primo piano nelle manifestazioni di queste settimane. Se insomma gli arresti ravvicinati sono un tentativo di silenziare le voci più radicali della protesta di Hong Kong, alla vigilia di un anniversario delicato e di un fine settimana che si annuncia tesissimo, rischiano di aver clamorosamente mancato il bersaglio. La mossa sembra presa pari pari dal manuale dello Stato di polizia comunista, che in vista delle date sensibili manda i dissidenti "in vacanza obbligata". Ma a Hong Kong il suo effetto potrebbe essere molto diverso: infiammare ancora di più gli animi.
globalist.it, 30 agosto 2019
Nel documento finale della conferenza episcopale messicana si ribadisce una linea vicina a quella di Papa Francesco: "non si tratta solo dei migranti, ma di sconfiggere le nostre paure". Nel comunicato finale della conferenza episcopale messicana, i vescovi hanno sottolineato la volontà di "mantenere una posizione sulla linea di Papa Francesco" sulle politiche sui migranti, indicando come "non si tratta solo dei migranti, ma di vincere le nostre paure". Questi i valori espressi nel comunicato alla vigilia della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, al termine dell'incontro con i responsabili delle 130 strutture di accoglienza per migranti, tra case del migrante, mense e centri di accoglienza e primo soccorso, con il coordinamento della Pastorale della mobilità umana.
Il documento finale, firmato dal responsabile di tale dimensione pastorale, mons. Josè Guadalupe Torres Campos, vescovo di Ciudad Juarez, sottolinea che le strutture di accoglienza sono "la prima porta che i migranti toccano" e che "non possiamo lasciarli alla deriva", in accordo con i principi del Vangelo. In particolare, si legge nella nota, "vogliamo essere i portavoce dei nostri fratelli che chiedono di entrare nel territorio degli Stati Uniti e sono detenuti alla frontiera sud del Messico, attraverso un muro umano della Guardia nazionale, essere la voce di coloro che chiedono di essere facilitati nel loro cammino con un salvacondotto e vengono ignorati, di quei fratelli che mentre sono in viaggio sono ostacolati o fatti oggetto di estorsione da parte di agenti di vario tipo o da parte del crimine organizzato".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 agosto 2019
In occasione del 30 agosto, Giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate, Amnesty International ha denunciato che le autorità iraniane continuano, a 31 anni di distanza, a non fornire informazioni su migliaia di dissidenti politici che vennero fatti sparire e furono poi uccisi in quello che è passato alla storia come "il massacro delle prigioni" del 1988. Migliaia di vittime non sono mai state registrate e, in tutto il paese, vengono segnalate fosse comuni non identificate. Da oltre 30 anni le autorità iraniane negano l'esistenza di queste fosse comuni e ne impediscono la localizzazione, causando sofferenze inimmaginabili alle famiglie che ancora chiedono di sapere che fine abbiano fatto i loro cari.
Le autorità iraniane non hanno restituito alle famiglie un solo corpo delle vittime del massacro delle prigioni del 1988. Inoltre, hanno rifiutato di comunicare alla maggior parte delle famiglie dove siano stati seppelliti i corpi, nell'evidente tentativo di eliminare ogni traccia delle persone assassinate. Solo in cinque città - Ahvaz (nella foto), Ardabil, Ilam, Mashhad e Rudsar - le autorità hanno comunicato a voce ad alcune famiglie che i loro parenti erano stati sepolti in fosse comuni e ne hanno reso nota l'ubicazione. Ma mai in forma pubblica e ufficiale hanno riconosciuto l'esistenza di quelle e di altre fosse comuni, che sono state dissacrate e distrutte.
In varie altre città - tra cui Bandar Anzali, Esfahan, Hamedan, Masjed Soleiman, Shiraz, Semnan e Teheran - le autorità hanno fornito informazioni su tombe individuali e hanno consentito di apporvi delle lapidi. Ma sono molti a sospettare che si sia trattato di un inganno e che quelle tombe siano vuote. Nel caso della capitale Teheran, questo sospetto è rafforzato dalle ricerche di Amnesty International, secondo le quali il 99 per cento dei nomi delle 335 tombe del cimitero di Behest Zahra, il più grande della città, in cui sarebbero sepolte le vittime non è registrato - salvo tre casi - nel registro online delle sepolture. Circolano voci che molte di queste tombe individuali siano state realizzate frettolosamente alla fine del 1998 e all'inizio del 1999 su terreni sui quali non c'erano segni di precedenti scavi o sepolture. Il timore è che le vittime non siano state sepolte in quelle tombe individuali e che i loro corpi, insieme a migliaia di altri, siano stati gettati in fosse comuni.
Nel giugno 2017 una famiglia ha scoperto che la terra sopra alla quale aveva fatto apporre una lapide per onorare un parente non conteneva ossa né altri resti umani. L'enorme numero di nomi che mancano nei registri nazionali delle sepolture e il sospetto che le tombe, almeno in alcuni casi, possano essere vuote sono elementi di estrema preoccupazione che rendono più cruciali che mai indagini ed esumazioni onde stabilire la verità sulla sorte di ciascuna vittima e individuare dove si trovino i suoi resti.
Secondo il diritto internazionale, il crimine di sparizione forzata è in atto fino a quando lo stato non riveli il destino o la localizzazione delle persone coinvolte e fino a quando, dopo che la sparizione è stata confermata, non restituisca i resti dei corpi alle famiglie. Pertanto, le autorità iraniane si stanno tuttora rendendo responsabili di sparizioni forzate, un crimine contro l'umanità. Sempre il diritto internazionale obbliga le autorità iraniane a svolgere indagini e a fornire alle vittime verità, giustizia e riparazione. Per questo, dovrebbero coinvolgere esperti nell'esumazione e nell'identificazione dei resti umani, anche attraverso analisi del Dna, restituire i corpi alle famiglie e consentire a queste ultime di svolgere commemorazioni secondo la loro fede religiosa e cultura.
In ogni caso di morte, le autorità hanno il dovere di emettere un certificato di decesso contenente data, luogo e circostanza dell'evento. Per migliaia di vittime delle esecuzioni extragiudiziali del 1988 ciò non è avvenuto. Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di avviare un'indagine indipendente che stabilisca la verità, consenta l'apertura di procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili e assicuri ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime la riparazione del danno subito.
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