di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 agosto 2019
Il carcere è, per definizione, un luogo di espiazione di una pena, un ambiente nel quale gli individui reclusi sono temporaneamente privati della propria libertà per aver commesso un reato, anche gravissimo. Da un punto di vista umano e costituzionale il carcere non deve essere però un luogo di sofferenza, di rabbia o di rassegnazione.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 28 agosto 2019
A proposito di quanto accaduto a Poggioreale, io preferisco sempre che qualcuno che si trova in carcere usi un lenzuolo per fuggire piuttosto che per impiccarsi. E mi auguro che nel buio di una cella a chiunque venga il pensiero di farla finita annodando un lenzuolo a una inferriata alla quale appendersi, possa invece scoccare l'idea di provare a usare quello stesso lenzuolo per tentare di fare quello che ha fatto il detenuto di Poggioreale.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 28 agosto 2019
Il 29 luglio 2019 è cominciato l'iter parlamentare in Senato del disegno di legge 1438 in materia di riforma della magistratura onoraria. Il provvedimento, che introduce importanti modifiche all'attuale disciplina, è tra quelli di cui andrà messa alla prova la capacità di "sopravvivere" all'eventuale cambio di maggioranza.
Si tratta, fra l'altro, di un testo al quale ha dedicato particolari energie il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone, della Lega: una figura che ha avuto un peso nelle politiche dell'esecutivo da poco entrato in crisi e che ora, inevitabilmente, pare destinata a lasciare l'incarico. Il ddl era stato inizialmente approvato dal Consiglio dei ministri nella seduta del 20 maggio 2019, su impulso del ministro Bonafede e appunto del sottosegretario Morrone.
Preliminarmente è opportuno rilevare che la materia da tempo richiedeva un aggiornamento, soprattutto alla luce delle legittime richieste dei rappresentanti di categoria. La riforma nasce proprio con il preciso obiettivo di arrivare a una più razionale e funzionale gestione della figura del magistrato onorario, recependo alcune delle indicazioni scaturite dal Tavolo tecnico istituito circa un anno fa, nel settembre 2018, al fine di migliorare e rendere più funzionali proprio le condizioni degli appartenenti a una categoria importante per l'amministrazione della giustizia.
Tra le novità che verrebbero introdotte dalla riforma, occorre evidenziare il restringimento del regime delle incompatibilità dei magistrati onorari in relazione ai casi di rapporti di parentela, affinità e coniugio tra magistrato onorario e il familiare esercente la professione forense. Viene, poi, estesa ai magistrati onorari la disciplina di cui all'articolo 33 della legge 5 febbraio 1992, numero 104, per consentire l'assegnazione ad altra sede ed assistere in tal modo un familiare con disabilità.
Viene ammessa la permanenza in servizio fino a 68 anni se la durata dell'incarico viene confermata per quattro quadrienni. Viene introdotta, inoltre, la possibilità del cosiddetto "doppio binario", ossia la scelta tra il mantenimento dell'attuale sistema a cottimo o, in alternativa, i tre impegni settimanali con un incremento degli emolumenti. Inoltre, è prevista una corposa - e da tempo auspicata - riorganizzazione degli Uffici del Giudice di Pace.
Viene introdotta, dunque, una tutela rafforzata per una categoria, che - riprendendo le parole del guardasigilli Bonafede - rappresenta "una componente importante del sistema, garantendo un contributo significativo al concreto funzionamento del servizio ai cittadini", e che da tempo obbiettivamente meritava una disciplina aggiornata. In tema, il ministro ha affermato con soddisfazione che "si tratta di un nuovo inizio, un nuovo punto di partenza per la categoria". Le parole di Bonafede non possono che condividersi: seppur il provvedimento abbia suscitato alcune critiche, da qualche parte bisognava iniziare.
La riforma ha già incassato, peraltro, il nulla osta della Ragioneria dello Stato e ora in teoria dovrebbe iniziare l'iter parlamentare in Senato. A livello prettamente tecnico e giuridico la riforma è da accogliere con favore perché - seppur migliorabile in alcuni passaggi - inizia a rispondere in maniera chiara e proporzionata alle richieste che da anni la categoria coinvolta portava avanti per una normativa di settore aggiornata.
*Avvocato, direttore Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 agosto 2019
Sono due big. Uno, Alfonso Bonafede, potrebbe restare ministro della Giustizia. L'altro, Andrea Orlando, è candidato a essere vicepremier, forse l'unico, nel Conte bis. Ed è soprattutto il predecessore di Bonafede a via Arenula. Tra loro due potrebbe attivarsi il polo dialettico più intenso dell'eventuale alleanza giallorossa. Fatte salve, com'è ovvio, le fibrillazioni già in corso su legge di Bilancio e reddito di cittadinanza. L'asse sulla giustizia tra Bonafede e Orlando promette di essere croce e delizia del nuovo patto di governo.
di Giovanni Mottura*
La Repubblica, 28 agosto 2019
Il tema dei beni sequestrati con finalità di confisca è tale da essere alla continua attenzione di molti e spesso dunque - giustamente - oggetto di varie esternazioni sui mezzi di comunicazione. Il motivo dell'esigenza di una lettera aperta indirizzata alla massima istituzione della Repubblica, è semplice: perché da troppo tempo la voce di chi fa questo mestiere (con iscrizione obbligatoria all'albo del ministero della Giustizia) non viene affatto ascoltata dal legislatore, che pure di frequente è intervenuto nell'ultimo decennio, offrendoci oggi un "codice antimafia" di oltre centoventi articoli.
Male comune a tante categorie, si può dire ... ed è tanto vero che, anche in questo caso, pochi semplici interventi potrebbero rimediare a criticità e storture evidenti del sistema, nell'interesse - da sottolineare - di tutti gli stakeholder. gli obiettivi Ricordando che il tema della buona gestione dei beni sequestrati e confiscati ha un altissimo valore, ormai non solo simbolico ma anche intrinseco (circa 9.000 procedimenti iscritti al 31.12.2017, a cui corrispondono 177.906 beni, di cui oltre 15.000 inseriti solo nel corso dell'ultimo anno - fonte ministero Giustizia; n. 2.892 aziende attualmente gestite dall'Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) - fonte: audizione in Commissione Antimafia del Direttore Anbsc, 10 luglio 2019), e pienamente consci della difficoltà di esercizio delle funzioni di amministratore giudiziario, quale pubblico ufficiale "votato" alla gestione economica - e in particolare "mediatore" tra le esigenze di una rigorosa, quanto garantistica, procedura repressiva della pericolosa conduzione criminale dell'impresa e quelle di una sostenibile gestione, legalitaria e proficua, dell'impresa stessa - si auspica che il mandato al nuovo Governo contenga una Sua raccomandazione di inserimento programmatico dei seguenti obiettivi concreti.
In primo luogo occorre valorizzare, rafforzandone adeguatamente gli organici, il ruolo consulenziale dell'Anbsc dal momento del sequestro, con particolare riferimento alla collaborazione con l'amministratore giudiziario (futuro coadiutore della stessa Anbsc) nelle decisioni di continuità aziendale (nel caso di imprese) e/o di gestione (dei beni immobili), in un'ottica da subito orientata, nel pieno rispetto delle garanzie di conservazione del valore e della reversibilità, alla possibile futura destinazione dei beni in parola, con particolare riguardo alla salvaguardia dei livelli occupazionali delle imprese confiscate.
In secondo luogo, nell'ottica di un'opportuna specializzazione e di una migliore organizzazione professionale, si ritiene opportuno procedere alla rimodulazione del limite degli incarichi di amministratore giudiziario (attualmente previsto dall'art. 35, comma 2, D.Lgs. 159/11), eliminando il mero limite numerico (tre), privo di sostanziale significato, e adottando un limite determinato mediante un adeguato e congruo algoritmo quali-quantitativo, in attuazione del decreto ministeriale già previsto dallo stesso articolo citato.
Al contempo, è indispensabile provvedere alla redazione di un provvedimento (circolare) del ministero della Giustizia, di concerto con l'Anbsc, previa consultazione delle categorie professionali interessate al ruolo di amministratore giudiziario, per l'interpretazione, univoca, chiara ed equa, della tariffa professionale recata dal D.P.R. 177/2015, da applicarsi uniformemente in tutti i tribunali e, con le opportune precisazioni, anche da parte dell'Anbsc, nella remunerazione dei propri coadiutori.
Si ritenere che attribuendo un'adeguata priorità agli obiettivi sopra individuati, la gestione proficua dei beni sequestrati e confiscati sarebbe garantita da una spirale virtuosa, con il coinvolgimento delle migliori, motivate e giovani forze professionali del nostro Paese.
*Presidente Consiglio Direttivo Inag
di Baldo degli Ubaldi
poliziapenitenziaria.it, 28 agosto 2019
Anticamente il "Bettolino" era uno spaccio di vini e di altri generi alimentari annesso alle caserme e talora anche nelle carceri. All'epoca i detenuti dovevano accontentarsi del vitto che passava l'amministrazione carceraria, una brodaglia a base di fave, ma quelli che potevano disporre di denaro avevano la possibilità di acquistare altri generi alimentari al "bettolino" e se non volevano ricorrere all'acquisto in questo modo, tramite un tale cosiddetto "spendino" potevano farsi comprare fuori ciò che era permesso.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 agosto 2019
Antigone e Sism lanciano l'allarme sui pericoli del tabagismo. Continua l'approfondimento dell'associazione Antigone, in collaborazione con il Segretariato Italiano Studenti Medicina (Sism), sulla conoscenza sulle patologie presenti in carcere e sulle loro cause. Dopo aver precedentemente approfondito le malattie infettive, questa volta tocca al tabagismo.
di Veronica Manca*
quotidianogiuridico.it, 28 agosto 2019
Con la sentenza n. 29476/2019, la Prima Sezione è tornata ad occuparsi del computo del mobilio per la delimitazione dello spazio minimo detentivo, conforme agli standard di umanità della pena. In particolar modo, in linea con i precedenti della Prima Sezione, il Collegio ha confermato il criterio per cui devono essere sottratti dalla superficie disponibile per ciascun detenuto tutti gli arredi fissi, compresi i servizi igienici: in tale descrizione, vi rientra senza alcun dubbio - secondo la Cassazione - anche la struttura del letto c.d. "a castello".
*Avvocato in Trento e Dottore di ricerca presso l'Università degli Studi di Trento
di Michela Marzano
La Repubblica, 28 agosto 2019
È coraggioso il padre di Yoan Leonardi, il giovane di 23 anni ucciso in provincia di Novara dal suo migliore amico. Ha quel coraggio che oggi, talvolta, viene confuso con la debolezza. Nonostante di forza ce ne voglia tantissima per non odiare l'assassino di un figlio, non prendersela con i suoi genitori, e aspettare che la giustizia faccia il suo corso.
"Alberto ha ucciso mio figlio a tradimento, ma non provo odio per lui", ha detto Marino Leonardi ai cronisti che gli chiedevano come mai i genitori dell'assassino del figlio si trovassero ieri a casa sua. "Sono miei amici, e lo rimarranno", ha aggiunto spiegando il perché di quell'abbraccio tra lui, la sua ex-moglie, e i genitori di Alberto.
Dando un esempio di umanità e di pietas a tutti coloro che, in un'epoca caratterizzata dalla rabbia e dall'assenza di empatia, cedono alla logica dell'odio, e immaginano che la vendetta sia l'unica strada da percorrere. Nonostante il torto subito sia enorme. E nulla sia più doloroso della perdita di un figlio. Com'è possibile abbracciare i genitori dell'assassino del proprio bambino? Com'è che il dolore di questo padre non si trasforma in una valanga di recriminazioni?
Saranno in tanti a chiederselo. È per questo che Marino è un esempio per tutti noi. E che le sue parole risuonano come un monito per coloro che pensano che l'amicizia non abbia alcun valore, che sia giusto e legittimo farsi "giustizia da sé", e che si debba ormai tornare alla legge del taglione. Certo, Alberto dovrà pagare per quello che ha fatto, lo riconosce anche il padre di Yoan. Non si tratta di cancellare l'accaduto. Ma nemmeno di far pagare i suoi genitori. L'amicizia, quando esiste, resta.
E l'abbraccio tra queste due famiglie, ora che Yoan non c'è più, sigilla un patto di alleanza. Nonostante il dolore e la paura. Perché il coraggio di Marino non cancella né l'uno né l'altra, ma permette di ricominciare, di non distruggere quel fragile velo di umanità che ci fa vivere gli uni accanto agli altri.
A differenza di quando si immagina che la vendetta sia l'unico modo per cancellare il rancore e la disperazione. Mentre la vendetta non allevia la sofferenza, ma peggiora le cose. In un'epoca in cui chiunque rinfaccia qualunque cosa a chiunque altro, i genitori di Yoan ci ricordano l'importanza della tolleranza e del perdono, della lealtà e dell'amicizia. E di come sia possibile restare umani.
di Luciano Trapanese
thewam.net, 28 agosto 2019
Il tentato suicidio di una detenuta nel carcere di Bellizzi non può che riportare alla mente la storia di Silvana Giordano, che a 26 anni, si impiccò in una cella davanti al figlio di due anni e mezzo. Era il maggio del 1998. Sono passati 21 anni, eppure quella vicenda si ripropone di continuo. Una ferita mai rimarginata.
Anche perché gran parte delle ragioni di quella tragedia sono rimaste irrisolte. Nelle celle, oggi come allora, e forse oggi peggio di allora, si vive in condizioni molto lontane dal decente. Detenuti ammucchiati, costretti a condividere la vita in pochi metri quadri. Situazioni igienico sanitarie al limite. E a Bellizzi, bambini rinchiusi con le madri. Fino a tre anni. A guardare lo stesso pezzettino di cielo dietro le sbarre.
Una ex detenuta ci raccontò che aveva vissuto per tre anni con il suo bambino in carcere. Ora il ragazzo ha dodici anni, ma trasaliva angosciato ogni volta che sentiva cancelli e porte che si aprivano o chiudevano. Silvana si uccise impiccandosi a un lenzuolo. Lo aveva legato al letto. Suo figlio stava dormendo, era l'alba. Ma il rantolo della madre lo svegliò. Le vigilanti lo trovarono in lacrime accanto al corpo della madre.
Non capiva cosa era successo. Non poteva. Quel suicidio resta per molti un mistero. La ragazza sarebbe uscita dopo qualche mese. Non aveva nessuna apparente ragione per farla finita. Non in quel modo. Non davanti al figlio. L'unica motivo per dare una parvenza di senso a quel gesto disperato è sempre rimasta la stessa: il carcere.
La vita dietro quelle sbarre. Silvana era molto bella. Si disse che non riusciva a contenere le continue avances di altre detenute. Era una voce, una tra le tante. La verità, se pure c'era una verità da cercare, non venne mai fuori. La sua morte impressionò l'opinione pubblica. Tante le interrogazioni parlamentari. Il deputato sannita Alberto Simeone, scomparso tre anni fa, propose una legge per mettere fine a quello sconcio dei bimbi in cella. Erano tutti d'accordo. Talmente tanto convinti che quella norma avrebbe dovuto essere emanata che oggi i bimbi vivono ancora dietro le sbarre. Fino a tre anni.
Con l'unica differenza - e aggravante - che in venti anni le condizioni nelle prigioni italiane sono molto peggiorate: le strutture sono sempre più vecchie e il sovraffollamento è diventato una regola. I suicidi in carcere, gli atti di autolesionismo, le malattie psichiatriche, sono un dramma accertato. Con numeri da brivido. Eppure resta tutto avvolto in un silenzio tombale.
Come se chi ha sbagliato e ne sta pagando le conseguenze non avesse comunque diritto almeno a vivere con dignità. Senza dover subire una pena nella pena. Ma non ci sorprende. Nell'epoca della politica sotto forma di like, niente è più impopolare delle ragioni di chi è in carcere perché ha commesso reati.
E i politici - molti, ormai - ripetono spesso come un mantra a ogni episodio di cronaca: prendetelo e fatelo marcire in galera. Beh, non vi preoccupate, in carcere si marcisce davvero. E se qualcuno pensasse ancora che le prigioni dovrebbero essere il luogo dove recuperare chi ha commesso degli errori, può scordarselo. È solo l'inferno. E non c'è nessuna intenzione di trasformarlo in purgatorio. Nonostante Silvana e tanti e tante che come lei non hanno più visto il cielo.
- Vercelli: morte sospetta di un detenuto
- Responsabilità 231, società senza tenuità del fatto
- Cannabis: sì alla non punibilità se la quantità supera di poco il tetto dell'uso personale
- Roma: "Sbarre, confini, frontiere", conferenza stampa del Sinodo valdese e metodista
- Crisi di governo, la libertà di informazione viene prima di tutto










