Il Tirreno, 14 ottobre 2019
Durante la mattinata di lunedì 7 ottobre, la Casa circondariale di Santa Caterina in Brana, a Pistoia, ha aperto le porte all'Associazione culturale "Teatro Electra" e all'attore Alessio Boni, attualmente sugli schermi televisivi con la fiction "La strada di casa".
Si è trattato di un evento che ha rappresentato il traguardo di un percorso avviato dalla compagnia teatrale all'interno del carcere ormai da più di un anno, con una serie di lezioni di cinema e teatro, e che potrà essere il punto di partenza per un cortometraggio da girare con la partecipazione di alcuni detenuti.
L'attore Alessio Boni, che aveva già presenziato alla cena di domenica 6 ottobre all'agriturismo "La Corte degli Olivi", alla presenza dei soci di "Electra Teatro", ha accettato di prendere parte all'incontro e si è reso protagonista di uno scambio dialogico con i detenuti presenti toccando temi di grande rilievo: fra cui i concetti di libertà e autodeterminazione della persona, di prospettiva per il futuro e di come affrontare la delicata questione del "fuori", quindi del reinserimento in società, dimostrando non solo un'elevata sensibilità artistica, ma anche un alto spessore umano.
Si è trattato di un'occasione di arricchimento, confronto e condivisione di idee, pensieri, timori e consapevolezze, emerse anche grazie all'intervento della giornalista di Vanity Fair Nina Verdelli, che ha rivolto alcune domande ai presenti e ha raccolto le loro testimonianze. L'incontro ha riscosso il favore dei detenuti e della Polizia penitenziaria e ha rappresentato un'occasione importante e affascinante per avvicinare e mettere in comunicazione il mondo artistico culturale con la realtà del carcere, spesso dimenticata, o addirittura invisibile e celata, agli occhi della società esterna.
Per Alessio Boni, nato il 4 luglio 1966 a Sarnico, in provincia di Bergamo, entra nel mondo dello spettacolo nel 1988, prima prestandosi a dei fotoromanzi e successivamente dedicandosi al teatro. Due anni dopo debutta al cinema con Il mago (1990), affiancando Anthony Quinn. Nel frattempo inizia a studiare recitazione e si diploma nel 1992 all'Accademia nazionale d'arte drammatica. Quindi la tv, il teatro e ancora il grande schermo, dove il grande momento arriva con il ruolo di protagonista insieme a Luigi Lo Cascio ne La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana, con cui si aggiudica il Nastro d'argento come Miglior attore protagonista.
di Giuliana Covella
Il Mattino, 14 ottobre 2019
Da narcotrafficante internazionale di hashish e cocaina e affiliato ai clan che un tempo comandavano al centro storico di Napoli, ad attivista per i diritti dei detenuti. Pietro Ioia, napoletano doc, è stato insignito a Roma del Premio Diritti Umani Stefano Cucchi onlus, promosso dall'omonima associazione.
A consegnare il riconoscimento allo spazio indipendente Angelo Mai, nel corso della prima della due giorni del Quinto Memorial Stefano Cucchi, è stata Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto il 22 ottobre 2009 mentre era sottoposto a custodia cautelare. Dopo aver scontato i suoi reati, piccoli e grandi, in oltre vent'anni di carcere Ioia, che oggi è presidente dell'associazione Ex Don, attore e scrittore, è diventato il simbolo della difesa dei diritti di chi vive dietro le sbarre, diritti che non sempre vengono rispettati. Storie di cui ha ampiamente raccontato nel suo primo libro, "La cella zero", ispirato alla famosa cella delle torture all'interno del carcere di Poggioreale, per la quale c'è un processo in corso nel quale sono accusati 12 agenti di polizia penitenziaria.
Insieme a Ioia sono stati premiati Giuseppe Gulotta (entrato in carcere da innocente, dato che a 18 anni si è auto accusato di aver ucciso due giovani carabinieri: la sua confessione era stata estorta con botte, violenze e torture) e la comunità Sikh di Latina che porta avanti la battaglia per i diritti dei lavoratori nell'Agro Pontino.
"Sono storie di giustizia negata. Hanno fatto sentire la loro voce e vogliamo contribuire alle battaglie che portano coraggiosamente avanti", ha sottolineato Ilaria Cucchi, presidente dell'associazione. "La mia famiglia, da dieci lunghi anni, sa bene cosa vuol dire trovarsi davanti a muri da abbattere - ha aggiunto. Camminiamo insieme nella lotta per una giustizia che sia tale anche per gli ultimi: il velo può essere squarciato". "Visto che nessuno vi dedica mai niente, questo premio è per voi - ha detto Ioia, rivolgendosi ai tanti detenuti delle carceri italiane e del mondo - e per il popolo curdo".
di Stefania Moretti
Corriere della Sera, 14 ottobre 2019
Nel penitenziario borbonico, in abbandono dal 1965, è stato imprigionato pure Sandro Pertini. Ruggine, erba alta e calcinacci. Dal Cipe 70 milioni nel 2016, finora realizzato solo l'eliporto.
La ruggine divora le porte delle celle, dietro cespugli alti mezzo metro. Tutto intorno, palazzine come ruderi e segnali di pericolo. Sull'isola-fortezza di Santo Stefano - territorio di Ventotene, provincia di Latina - l'ex carcere dei dissidenti politici si sbriciola.
Molti lo confondono con i luoghi del confino di Altiero Spinelli, mandato invece in esilio forzato un miglio di mare più in là, a Ventotene. Dal penitenziario borbonico, l'anarchico Gaetano Bresci non uscì vivo. Sandro Pertini se ne andò dopo 14 mesi solo perché ebbe la fortuna di ammalarsi. Per il recupero della prigione settecentesca, chiusa nel 1965 e di proprietà demaniale, il Cipe ha stanziato 70 milioni nel 2016.
Fondi inutilizzati, a parte 1,6 milioni di opere primarie, come l'eliporto per scaricare i materiali che dovevano servire per i lavori. Ma quali lavori? Il grosso dei fondi è ancora lì che aspetta: scadranno nel 2021. A quel punto, se mancherà ancora un progetto, troveranno un'altra destinazione. Da tre anni e tre governi si perde tempo senza un perché. Intanto l'intonaco della chiesetta al centro del carcere, restaurata nel 2005, si sta già staccando.
I pavimenti della tessitoria, dove ai detenuti era concesso di lavorare, sono venuti giù due anni fa. Perde pezzi anche la palazzina del direttore. Tre quarti dell'ex penitenziario, ormai, sono inaccessibili: la cella 36 di Pertini non è più visitabile, né il cimitero. "Siamo all'ultima chiamata per salvarlo: ora o mai più", è l'appello dell'assessore Francesco Carta, delegato dal comune di Ventotene a interfacciarsi col tavolo tecnico che deve decidere come investire le risorse. "Dovevamo aggiornarci a fine giugno: riunione saltata. Che aspettiamo a fissarne un'altra?". Le visite erano sospese dal 2016.
"Riprenderle - spiega Carta - è stato un primo passo irrinunciabile, l'anno scorso, per strappare il reclusorio almeno un po' all'abbandono". Un capolavoro di architettura giudiziaria, concepito sulla pianta del teatro San Carlo di Napoli: le celle disposte a ferro di cavallo, sotto tre piani di arcate che rischiano anch'esse di cedere; le torri di controllo, laterali come le quinte teatrali e, al centro, al posto del palco, una cappellina per la messa.
Nessun detenuto poteva sfuggire all'ascolto del vangelo, né al controllo delle guardie: il dominio sui reclusi, circondati dal mare senza vederlo, era totale. Carta si perde nel ripercorrere le storie dei prigionieri, specie i meno noti. Da Sante Pollastri, la cui amicizia col ciclista Costante Girardengo ispirò a De Gregori "Il bandito e il campione", a Rocco Pugliese, studente antifascista, stessa morte misteriosa di Bresci: suicida impiccato o massacrato in un "santantonio" delle guardie, la pratica di ammazzare di botte i detenuti avvolgendoli in un lenzuolo per non lasciare segni sul corpo. Suicidi finti, secondo Pertini, nel caso di Bresci come di Pugliese, per coprire le colpe dei carcerieri. Sulla riconversione dell'ex penitenziario, Carta ha idee chiarissime.
"Il comune vorrebbe farne un museo. La struttura o si utilizza o muore, la messa in sicurezza periodica non basta. Servirebbe un ente gestore che se ne occupi stabilmente". Quello della valorizzazione dell'ex carcere era un discorso iniziato con Dario Franceschini: a Ventotene sperano che il suo nuovo mandato di ministro della Cultura riparta da qui.
"Chiediamo aiuto a lui e alla politica tutta - conclude Carta -. È paradossale che pur di non sederci intorno a un tavolo per prendere una decisione, rischiamo di sprecare dei soldi e di perdere un bene dal valore inestimabile. Il carcere di Santo Stefano è unico al mondo. Stiamo lasciando crollare un pezzo di memoria del Paese".
di Francesco Palazzo*
Il Dubbio, 14 ottobre 2019
All'Università di Firenze il 22 ottobre verrà proiettato il film "Viaggio in Italia. La Corte costituzionale nelle carceri". Qualche giorno dopo, l'11 novembre, seguirà una tavola rotonda con gli studenti coordinata dal Presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi. Il nostro è un tempo di molte contraddizioni. Una di queste riguarda il carcere e, più precisamente, gli orientamenti che si formano nella società intorno alla (perenne) "questione carceraria".
È incontestabile che il sentire popolare, alimentato anche da demagoghi senza scrupoli, coltiva spesso sentimenti vendicativi che, travisati sotto la nobile domanda di giustizia, in pratica sfociano spesso nella richiesta di "gettare la chiave" della cella o di farvi "marcire" senza scampo il condannato. Ma è altrettanto incontestabile che, d'altra parte, è vivo tutto un movimento di pensiero, che dalle élites degli studiosi si propaga verso gli operatori del carcere e verso larghi e variegati strati di gente comune impegnata sul fronte di una sentita solidarietà offerta anche alla popolazione carceraria.
È, quest'ultimo, il segno che il processo di civilizzazione dell'umanità non si arresta nemmeno dinanzi alle forti reazioni emotive suscitate dal male criminale. Non è utopistico dunque insistere nell'alimentare la convinzione del progresso civile dell'umanità, ancorché non sempre - anzi quasi mai - lineare e continuo, anche nel ribollente campo della penalità: e continuare a pensare che, come furono superati i tormenti punitivi dell'antico regime, come si è imposto il prevalente orientamento abolizionistico della pena capitale, così si potrà prima o poi avviare un processo di ridimensionamento della pena carceraria, a cominciare dall'ergastolo, bollato da Papa Francesco come "un problema da risolvere" e non la soluzione dei problemi.
In questo quadro di fondo e quale momento di forte impegno civile si pone l'iniziativa dell'Ateneo fiorentino, insieme agli enti territoriali e alla magistratura e all'avvocatura locali, di proiettare per la cittadinanza il docu-film "Viaggio in Italia. La Corte costituzionale nelle carceri" (Firenze, 22 ottobre, in casuale ma significativa coincidenza con il giorno dell'udienza della Consulta sull'ergastolo ostativo). A distanza di qualche giorno (l' 11 novembre) seguirà una tavola rotonda dedicata principalmente agli studenti e coordinata dal Presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi.
I due appuntamenti sono unificati sotto l'espressivo titolo "Bisogna aver visto", mutuato da un articolo di Piero Calamandrei del 1948, le cui parole ci sono ancora monito per rimanere sulla via di quella civilizzazione cui - nonostante tutto - non sappiamo né vogliamo rinunciare. Eccole: "Noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento di malfattori".
*Professore emerito di Diritto penale Dipartimento di Scienze giuridiche Università degli Studi di Firenze
sicurezzainternazionale.luiss.it, 14 ottobre 2019
Sono scappati da un campo adibito a prigione e sorvegliato dalle forze di sicurezza curde siriane nel nord del Paese. A renderlo noto è stato l'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, il quale ha citato fonti interne al campo di Ain Issa, situato a nord di Raqqa.
Il direttore dell'Osservatorio, Rami Abdulrahman, ha aggiunto che all'interno della struttura vige al momento uno "stato di anarchia". Anche l'amministrazione locale a guida curda ha confermato che alcuni membri delle famiglie dell'Isis sono riusciti a evadere dal luogo, spiegando che hanno approfittato di alcuni bombardamenti causati dall'avanzata dell'offensiva turca nei dintorni.
Gli ufficiali curdi hanno spiegato che, a causa della campagna militare lanciata da Ankara, le abilità delle loro truppe di pattugliare le carceri sta venendo a mancare, e ciò rischia di scatenare l'inizio di un'ondata di evasioni dalle carceri, occupate in massima parte di jihadisti. Le autorità in questione hanno commentato che la situazione rappresenta una vera e propria fonte di "sostegno a una nuova emergenza dell'Isis".
In questo contesto, domenica 13 ottobre, un comunicato pubblicato dall'Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) ha reso noto che sono oltre 130.000 le persone sfollate dalle aree rurali intorno a Tel Abyad e Ras al Ain, le due cittadine siriane nord-orientali di confine prese di mira dall'offensiva guidata da Ankara. Oltre a ciò, l'Ocha ha stimato che, al momento, circa 400.000 civili siriani nella zona di conflitto hanno bisogno di aiuti umanitari e protezione.
Quello di domenica non è il primo fenomeno di agitazione nelle carceri dei prigionieri dell'Isis. Già in precedenza, nella notte tra sabato 11 e domenica 12 ottobre, un'autobomba era esplosa in una prigione in cui sono detenuti alcuni militanti dello Stato Islamico, nella città di Hasaka, nella Siria nord-orientale. Inoltre, venerdì 10 ottobre, i membri delle Sdf avevano reso noto che 5 militanti dello Stato Islamico erano riusciti a evadere da un carcere situato a Qamishli, dopo l'esplosione di un ordigno turco nei dintorni. Nella medesima giornata, e nella stessa regione siriana, alcune donne affiliate all'organizzazione terroristica avevano attaccato ufficiali di sicurezza con pietre e bastoni durante violente agitazioni verificatesi presso un campo dove militanti islamici erano detenuti.
di Paolo Dimalio
Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2019
"Legalizzare la cannabis? Dopo Salvini, ora o mai più". Luca Marola, tra i pionieri della cannabis light con il marchio EasyJoint, rischia la galera ma conservava almeno la speranza, con il Capitano all'opposizione. "Pd e M5s sono sempre stati aperti alla canapa, perciò ero ottimista". Poi, la grande delusione a Cinque stelle: il 24 settembre, il gruppo pentastellato in Commissione agricoltura sostiene all'unanimità una mozione controversa.
"Il Movimento ha scaricato la 'galassia cannabis'", accusa Marola. Il documento esorta il Parlamento a scrivere regole per "la cessione, da parte degli agricoltori, di biomassa di canapa a fini estrattivi". Cioè: i coltivatori possono vendere la pianta alle aziende che distillano cannabinoidi (il Cbd, per lo più).
Lo scopo? Preparare alimenti, cosmetici e prodotti di benessere a base di canapa. La Commissione però non spreca una parola sui cannabis shop, dove si vendono fiori e oli. "Quella è materia del ministero della Salute", dice Filippo Gallinella, presidente grillino della Commissione agricoltura della Camera.
Problema: gli imprenditori del fiore "light" rischiano il tracollo per via dei sequestri e speravano nell'aiuto pentastellato. Ora sono su tutte le furie: "Ci sentiamo scaricati ma siamo pronti ai blocchi davanti Palazzo Chigi, nelle chat di WhatsApp siamo circa 3mila, coltivatori e venditori", dice Daniele D'Agata.
La sua azienda, a Isernia in Molise, si chiama Green Passion Agritech. Ha investito denaro e pagato tasse, Daniele. In cambio, chiede leggi certe per il business. I negozi infatti continuano a chiudere: a Macerata, l'8 ottobre, serranda giù per 4 cannabis shop. "Finché il legislatore non farà chiarezza - ha detto il questore Pignataro la norma vieta la vendita di infiorescenze, olio e resine, e noi dobbiamo applicarla". Domanda: "Non si può stabilire che vendere i fiori di canapa è legale, se il Thc (tetraidrocannabinolo) non supera lo 0,5%?".
Dice Gallinella: "Sarei favorevole, ma la vendita dei fiori non dipende solo dalla soglia del principio attivo". Ecco il punto cruciale: la cannabis light sarebbe vietata a prescindere dalla percentuale di tetraidrocannabinolo.
Lo dice la Suprema Corte e lo ribadisce la risoluzione della Commissione agricoltura. Con l'eccezione: "Non si può vendere, a patto che non abbia effetto drogante". Così, si arriva al paradosso: come misurare l'effetto drogante, senza indicare il tetto di Thc? Mistero. Senza Salvini al Viminale, intanto, i commercianti provano a rialzarsi.
Molti sono finiti in ginocchio per via dei sequestri innescati dal verdetto della Cassazione, il 30 maggio. Ad esempio: il franchising Cbweed contava 50 punti vendita, ma 10 hanno chiuso dopo la pronuncia del palazzo di Giustizia, per paura di finire in tribunale. Poi era tornata la speranza: "A luglio ed agosto, nessuna richi esta di apertura - dice Riccardo Ricci, fondatore di Cbweed - ma a settembre, col cambio di governo, ne sono arrivate più di 20".
Ma il rischio legale è alto perché nessuno sa come misurare l'effetto drogante. In teoria, la Circolare del Ministero degli Interni del 31 luglio 2018 (approvata da Salvini) chiarisce l'enigma: se il Thc è sotto lo 0,5% al grammo, la sostanza è legale. In pratica, la Cassazione affida al giudice la libertà di decidere.
Risultato: "Vendere cannabis light è una roulette russa e il settore è in bilico", dice l'avvocato Carlo Alberto Zaina: "Per alcuni tribunali è spaccio, per altri libera impresa. Ma i giudici dovrebbero fare un passo indietro e seguire le indicazioni scientifiche dei tossicologi". Zaina racconta la storia esemplare di una commerciante di Tempio Pausania, in Sardegna, finita in arresto: "Il Riesame di Sassari l'ha scagionata perché la cannabis light non è droga; per le toghe di Nuoro invece è merce stupefacente".
Un altro problema sono i controlli stradali, suggerisce l'avvocato: "Il narcotest delle forze dell'ordine rileva la presenza di Thc senza misurare la soglia percentuale: così ti arrestano senza badare all'effetto drogante". Zaina auspica una legge, manon si fida del Partito Democratico: "Nel 2014 ha modificato la tabella 2 degli stupefacenti: prima era vietata la cannabis indica, ora la cannabis tout court".
Luca Marola intanto è indagato a Parma per spaccio di stupefacenti: il 23 luglio le forze dell'ordine hanno sequestrato all'imprenditore 640 chili di cannabis light. Ma la legge non è uguale per tutti: a Genova, il 22 giugno, un venditore di Rapallo è stato scagionato per via del thc sotto lo 0,5%.
Sembrava la Caporetto dello "sceriffo" leghista: i tribunali di Novara, Salerno, Messina, Catania, Padova, Perugia, Caserta e Mantova seguono la scia del Riesame ligure. Ma il tribunale di Parma va contromano: la prova dell'effetto drogante non è il livello percentuale di Thc, bensì la quantità totale del cannabinoide.
Per capirci: EasyJoint vende una varietà di cannabis sotto lo 0,5% di thc. Tutto in regola? Nemmeno per sogno: per i giudici parmensi bisogna moltiplicare 0,5 per 640 mila (i grammi di canapa sequestrati ad EasyJoint). Ecco perché Marola è indagato per spaccio. Secondo l'avvocato Zaina, difensore dell'imprenditore, non ha senso: "Tutte le perizie tossicologiche per identificare gli stupefacenti misurano la soglia percentuale. Qualcuno crede sia possibile assumere 640 chili in una volta?".
Se Marola andrà a processo, la tesi degli inquirenti emiliani potrebbe diffondersi a macchia d'olio: vale la somma, non la percentuale di Thc. In tal caso, la slavina dei sequestri travolgerebbe i' cannabis shop. Per la gioia di Matteo Salvini. Forse non ha letto lo studio pubblicati dalla rivista European Economic Review: i negozi di cannabis light riducono i sequestri di marijuana del 14%, le mafie perdono almeno 100 milioni di euro.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 14 ottobre 2019
Nei giorni scorsi a Ginevra oltre 85 attori fra governi, società civile e organizzazioni internazionali e regionali hanno assunto centinaia di nuovi impegni per porre fine all'apolidia, causa primaria di privazione di diritti umani per milioni di persone nel mondo. Oltre 300 dichiarazioni di impegni sono state presentate nel corso di una riunione organizzata dall'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
La riunione, conosciuta come Segmento di alto livello sull'apolidia (High-Level Segment on Statelessness), rientrava nella serie di incontri annuali tenuti dal Comitato Esecutivo dell'Unhcr. Quest'elevato numero di assunzioni di impegni è senza precedenti per una singola occasione. Fra questi, oltre 220 sono stati presi da più di 55 Stati con la promessa di aderire o ratificare le convenzioni delle Nazioni Unite sull'apolidia, facilitare la naturalizzazione delle persone apolidi, prevenire l'apolidia ponendo fine alla discriminazione di genere in seno alle leggi in materia di cittadinanza, assicurare la registrazione universale delle nascite, garantire protezione agli apolidi e migliorare o intraprendere la raccolta di dati inerenti alle popolazioni apolidi.
Altri Paesi impegnati a riformare le leggi in materia di cittadinanza che impediscono alle donne di far ereditare la propria nazionalità ai propri figli. Questa settimana l'Unhcr ha accolto con favore l'emendamento della Repubblica Islamica dell'Iran a una legge sulla cittadinanza che permette ai figli di donne iraniane e padri non iraniani di usufruire di una procedura per l'acquisizione della nazionalità iraniana. Fra le altre dichiarazioni di impegni, oltre 35 erano relative all'incremento degli sforzi per assicurare la registrazione universale delle nascite, oltre 30 hanno riguardato l'istituzione di procedure per l'identificazione delle persone apolidi al fine di garantire loro protezione e facilitarne la naturalizzazione, e oltre 15 hanno rappresentavano la volontà degli Stati di introdurre tutele giuridiche in seno alle proprie legislazioni sulla cittadinanza per prevenire i casi di apolidia nell'infanzia.
"Stiamo costituendo una massa critica nello sforzo globale di porre fine all'apolidia. Questa settimana ha mostrato l'esistenza di un livello di volontà e impegno politico senza precedenti volti a risolvere questa questione e, in primo luogo, a prevenire che essa si manifesti - ha dichiarato Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
È fondamentale che tali assunzioni di impegni ora si trasformino in azioni. Aumenteremo gli sforzi per aiutare gli Stati a conseguire l'obiettivo di sradicare l'apolidia in modo definitivo - un obiettivo che è alla nostra portata, finché tale slancio continuerà". L'Unhcr ha indetto il Segmento di alto livello sull'apolidia una volta giunti a metà percorso della campagna decennale #IBelong, lanciata nel 2014 per porre fine all'apolidia entro il 2024.
Vi sono almeno 3,9 milioni di apolidi noti nel mondo, ma si stima che il numero reale su scala mondiale sia significativamente più elevato, non per ultimo poiché le statistiche sull'apolidia sono disponibili solo per un terzo degli Stati a livello globale. Al fine di identificare e assistere con più efficacia le persone apolidi, più di 25 Stati si sono impegnati ad adottare misure volte a migliorare la raccolta di dati inerenti all'apolidia, in alcuni Paesi anche tramite lo svolgimento di censimenti nazionali. L'apolidia segna le vite di milioni di persone in tutto il mondo, privandole dei diritti legali o dei servizi essenziali ed emarginandole sia sul piano politico sia su quello economico, portandole a subire discriminazioni e a essere particolarmente vulnerabili a sfruttamento e abusi.
di Laura Grasso
Ristretti Orizzonti, 14 ottobre 2019
Grazie alla volontà della Direzione della Casa circondariale Bicocca di Catania, col patrocinio del Dap Direzione Generale Detenuti e Trattamento e della Onlus Libertarea di Torino dal 30 settembre è stata realizzata la Terza edizione del progetto "Scritture dal Silenzio" che si è conclusa il 4 ottobre.
Il progetto da me ideato è finalizzato all'insegnamento della Scrittura Trasduzionale. Trattasi di un metodo di scrittura - frutto di una ricerca che conduco dal 1997 - che permette a chiunque - indipendentemente dal grado di istruzione - di attingere nel profondo della propria interiorità e di rivelarne i sorprendenti contenuti, diversamente inaccessibili.
Dal 2015, in qualità di volontaria, avevo già realizzato questo progetto oltre che all'Istituto Bicocca, presso gli Istituti penitenziari di Porto Azzurro all'Isola d'Elba, di Cagliari Uta, di Regina Coeli e di Rebibbia a Roma.
L'esperienza ha dimostrato che tale metodo, oltre ad aprire nuovi spazi espressivi e di auto-conoscenza, senza pretenderlo né dichiararlo, di fatto sembra proporre ai partecipanti un vero e proprio percorso di "ricostruzione" interiore. Una scintilla di rinascente fiducia in sé stessi è l'effetto portante di questi seminari.
E' tale scintilla, l'inaspettata propulsione rigeneratrice e risanatrice che induce un processo virtuoso capace di creare interessanti prospettive di riabilitazione. Attraverso il metodo vengono forniti gli strumenti operativi ed i contenuti per poter continuare il percorso in autonomia, anche una volta concluso l'incontro; in questa ottica si tratta di una proposta a lungo termine.
Nei giorni 7-8 ottobre il progetto "Scritture dal Silenzio" è stato realizzato per la prima volta ad Agrigento, presso l'Istituto Petrusa e nei giorni 9-10-11 ottobre, presso l'istituto Ucciardone di Palermo.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 14 ottobre 2019
Batte con oltre il 75% dei voti il rivale Nabil Karoui. "Ringrazio i giovani che hanno aperto una nuova pagina". Kais Saied, il professore di diritto costituzionale che fino a un anno fa era sconosciuto anche ai più accorti analisti politici tunisini, è il nuovo presidente della Tunisia.
"Ringrazio i giovani che hanno aperto una nuova pagina" nella storia del Paese, ha detto ieri subito dopo l'elezione. Sessantuno anni, in pensione da poco, è stato eletto al secondo turno delle presidenziali con un'ampia maggioranza, oltre il 76,9% dei voti, battendo Nabil Karoui, un uomo d'affari molto potente in Tunisia, considerato una specie di Berlusconi tunisino per via dei suoi interessi nel settore dei media (è proprietario della principale televisione privata del Paese, Nessma tv). Karoui ha passato gran parte della campagna elettorale in carcere: era stato arrestato a fine agosto con l'accusa di riciclaggio, frode finanziaria e corruzione.
Entrambi erano considerati candidati anti-establishment, populisti. Il neo presidente, Saied, ha condotto una campagna elettorale molto sobria - i media l'hanno soprannominato Robocop per il suo modo di parlare un po' rigido, sempre in perfetto arabo classico - con pochi soldi e nessun partito politico tradizionale alle spalle, anche se ha poi avuto il sostegno di Ennhada (Movimento per la rinascita), il movimento islamico moderato che ha conquistato la maggioranza dei seggi alle recenti elezioni parlamentari, e di una parte della sinistra tunisina.
"Cercheremo di costruire una nuova Tunisia", ha detto, stoico, di fronte alla sua famiglia e alla stampa dopo la proclamazione dei risultati. "Conosco l'entità della responsabilità".
La sua campagna contro la corruzione e contro il sistema politico tunisino ha conquistato il consenso di molti nel Paese, soprattutto nelle periferie e nell'entroterra tunisino, più colpito dalla crisi economica, ma ha anche spaventato laici e minoranze per le posizioni ultra conservatrici di Saied sul piano sociale, vicine all'islamismo più radicale. Il neo presidente si è detto favorevole alla pena di morte, contrario ai diritti delle persone omosessuali e alla pari eredità per uomini e donne.
Durante i suoi discorsi pubblici, ha espresso spesso molto scetticismo nei confronti della democrazia parlamentare e vorrebbe riformare le istituzioni tunisine introducendo elementi di democrazia diretta e decentralizzando il più possibile i poteri dello Stato. Iperfederalista in patria, e sostenitore del panarabismo in politica estera. "Il potere deve appartenere direttamente alle persone", ha detto. Ma con il Parlamento e i suoi rappresentanti Saied dovrà fare i conti, considerato che la Costituzione tunisina che anche lui ha contribuito a scrivere affida al presidente poteri limitati.
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2019
La nostra copertina dell'altro ieri, sulla bozza del ministro della Giustizia per le manette agli evasori, non è piaciuta a Gad Lerner che è personcina sensibile e l'ha riprodotta su Twitter con un commento affranto: "Manette sbattute così in prima pagina, non c'è buona causa che giustifichi questa perversione. Con tutto quel che succede nel mondo... e ora datemi pure dell'amico degli evasori".
Sotto, com'era prevedibile, una raffica di leggiadre contumelie al sottoscritto e al Fatto Quotidiano (i famosi "hater" e "odiatori" che, quando odiano dalla parte giusta, diventano boccioli di rosa). Insulto per insulto, potremmo rispondere che è quantomeno inelegante, per un giornalista di un gruppo edito da due famiglie fiscalmente a dir poco discutibili, dare del pervertito a chi chiede che gli evasori vadano in galera, come in tutto il mondo civile.
Ma non ci abbassiamo a tanto, anche perché non pensiamo che sia la sua frequentazione con editori-evasori a suscitare in Lerner cotanta repulsione per le manette a chi le merita. Non è un fatto personale, ma culturale. Che nasce nei due filoni del pensiero purtroppo dominante, molto diversi fra loro, ma accomunati dall'allergia al senso dello Stato e allo Stato di diritto, cioè per il principio di responsabilità: chi sbaglia paga e chi delinque viene punito.
Il primo è quello da cui proviene Gad: quello dei gruppettari di ultrasinistra anni 60 e 70, così abituati a fuggire dalle forze dell'ordine e dai magistrati da non riuscire a liberarsene nemmeno dopo 40-50 anni. L'altro è l'impunitarismo dei ricchi e dei potenti, abituati a una giustizia di classe forte coi deboli e debole coi forti, ai quali Gad è estraneo, ma che nel suo mondo hanno pescato a piene mani per sostenere sui rispettivi giornali le loro battaglie contro la legge uguale per tutti.
Queste due culture, che partono dagli antipodi ma si uniscono nella comune avversione alla legalità, si sono saldate negli anni del berlusconismo, quando molti ex-extraparlamentari di sinistra (che già flirtavano con Craxi per la sua guerra ai giudici) si ritrovarono al servizio di B..
Oppure, anche se stavano sulla sponda opposta (come Gad), invocavano continue amnistie e indulti, intimando alla sinistra di guardarsi dalla "via giudiziaria": pareva brutto che un amico dei mafiosi, un frodatore e un corruttore di giudici, finanzieri, senatori, testimoni e minorenni finisse a processo e poi in galera.
Ora, confidando nella smemoratezza sulle stragi politico-mafiose e sulle retrostanti trattative, insigni esponenti di quelle due culture applaudono insieme le sentenze di Cedu e Grande Chambre contro l'ergastolo "ostativo".
Quelle che regalano agli stragisti insperate aspettative di resurrezione. Naturalmente ciascuno è liberissimo di pensarla come gli pare. Ma è davvero paradossale che chi difende la legalità e lo Stato di diritto sia chiamato continuamente a giustificarsi dai sedicenti "garantisti" per il sol fatto di chiedere l'applicazione della legge. I "pervertiti", caro Gad, non siamo noi: siete voi. Le manette sono uno strumento previsto dalle norme per assicurare alla giustizia i criminali: quelli di strada e quelli in guanti gialli e colletto bianco.
Ti dirò di più: negli Stati Uniti, e non solo là, gli evasori e i frodatori fiscali, come i corrotti, i corruttori, i bancarottieri e i falsificatori di bilanci, vengono condannati a pene detentive molto pesanti, che regolarmente scontano nei penitenziari di Stato accanto ad assassini, stupratori, terroristi e trafficanti di droga, non solo con le manette ai polsi, ma anche con le catene ai piedi.
Per evitare che scappino o che commettano altri reati (le manette salvano anche vite umane, come ha appena dimostrato la strage alla Questura di Trieste: i due agenti assassinati, se avessero ammanettato il ladro appena fermato, sarebbero ancora vivi). Ma anche perché servano di lezione a chi sta fuori, affinché gli passi la tentazione di delinquere.
Perciò, non di rado, arrestati e detenuti - poveracci e white collar - vengono esibiti in manette e in catene: perché le pene, quando sono certe e vere, non finte come da noi, hanno una funzione deterrente prim'ancora che rieducativa. E quella rieducativa dipende anch'essa dalla certezza della pena: se uno sa di poter delinquere facendola franca, non si rieduca mai. Anzi si diseduca vieppiù.
Quindi no, non penso affatto che Lerner abbia orrore per le manette perché sia un evasore o un amico degli evasori. Penso che Gad e quelli come lui non abbiano senso dello Stato e non abbiano ancora introiettato il principio di responsabilità che regge lo Stato di diritto, cioè l'unica forma di convivenza civile che trattiene i cittadini dal farsi giustizia da soli come nel Far West. Non vorrei beccarmi altri tweet e insulti.
Ma confesso che mi prudono le mani quando ogni anno pago fino all'ultimo euro di tasse e poi penso che, grazie al centrosinistra e al centrodestra, milioni di evasori vivono alle mie spalle senza mai rischiare la galera. E neppure un'indagine, se hanno cura di non superare le soglie di impunità gentilmente offerte nel 2015 da Renzi & C.: 250 mila euro di omesso versamento Iva; 1,5 milioni non dichiarati di frode fiscale; 150 mila euro di dichiarazione infedele; 10% di false valutazioni; 50 mila euro di omessa dichiarazione.
Ecco, io questi ladri vorrei vederli in manette (e magari pure in catene), come accadrebbe se queste somme, anziché all'erario, le rubassero in un portafogli, in una borsetta, in un'abitazione, in una banca, in un negozio. Solo le manette possono spaventare gli evasori fino a indurli a rinunciare ai loro enormi guadagni per versare il dovuto allo Stato. Quindi continuerò a pubblicare manette in prima pagina finché non troverò un governo che tratta tutti i ladri allo stesso modo. O lascia rubare tutti, o non lascia rubare nessuno.
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