infovercelli24.it, 28 agosto 2019
Indagini in corso su una vicenda drammatica avvenuta nel carcere cittadino. Quando si sono accorti che accusava un grave malore lo hanno portato al Pronto soccorso e, da qui, a Novara. Ma per l'uomo, detenuto nel carcere di Bielliemme, non c'è stato comunque nulla da fare. A stroncarlo, sarebbe stata un'overdose.
È una vicenda drammatica e che al tempo stesso apre scenari preoccupanti quella che si è verificata la scorsa settimana, nella serata di mercoledì, nel carcere cittadino, ma che è parzialmente trapelata solo nelle ultime ore. Quando l'uomo si è sentito male, è stato portato al pronto soccorso e da qui direttamente a Novara: poco dopo è entrato in coma ed è spirato.
A stroncarlo sarebbe stata un'overdose ma, secondo quando è emerso finora, l'uomo, detenuto da aprile, non aveva dichiarato di essere tossicodipendente e non risultava essere in carico al Sert. La vicenda è dunque subito arrivata sul tavolo della Procura che ha già aperto un fascicolo ed effettuato un accesso in carcere per chiarire i contorni del decesso e - nel caso - come sia giunta al detenuto la sostanza che potrebbe essere risultata fatale.
Se venisse confermata l'overdose causata da qualche sostanza, la vicenda andrebbe a riproporre il problema della tossicodipendenza, ma anche del traffico di sostanze, all'interno delle carceri italiane: problema non certamente nuovo e, di fatto, mai debellato. "Del resto è un'illusione poter pensare di controllare tutto e tutti", è il commento di Roswitha Flaibani, garante vercellese dei diritti delle persone detenute.
di Riccardo Borsari
Il Sole 24 Ore, 28 agosto 2019
Lo scorso 31 gennaio è entrata in vigore la legge 3/2019 "spazza corrotti". Rilevanti sono le novità introdotte in differenti settori, che spaziano dalla materia penale, tanto sostanziale quanto processuale, all'ordinamento penitenziario e alla disciplina della trasparenza nella gestione dei partiti. L'ampio intervento nel diritto penale ha toccato anche la responsabilità da reato degli enti, con importanti modifiche e integrazioni direttamente al testo del Dlgs 231/01 tramite il comma 9 dell'unico articolo che compone la legge 3/19.
La responsabilità del Decreto 231 viene estesa al nuovo reato-presupposto di traffico di influenze illecite previsto dall'articolo 346 bis del Codice penale. La precedente formulazione dell'articolo 25 del Dlgs 231/01 non comprendeva né questo delitto, introdotto nella sua prima versione dalla legge "Severino" del 2012, né la fattispecie "originaria" del millantato credito (articolo 346 del Codice penale), oggi confluita nell'articolo 346 bis del Codice penale. Il nuovo articolo 25 stabilisce invece per l'ente una sanzione pecuniaria sino a 200 quote per l'ipotesi in cui il soggetto apicale o sottoposto, sfruttando o vantando relazioni esistenti o asserite con un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio (oppure con uno dei pubblici agenti stranieri, comunitari e internazionali di cui all'articolo 322 bis del Codice penale), indebitamente faccia dare o anche solo promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione illecita, ovvero per remunerare il soggetto per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri.
La legge 3/2019 ha poi modificato l'articolo 322 bis del Codice penale, estendendo l'applicabilità delle fattispecie contemplate dalla norma a nuovi soggetti e, in particolare: alle persone che esercitano funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio nell'ambito di altri Stati esteri od organizzazioni pubbliche internazionali; ai membri delle assemblee parlamentari internazionali o di un'organizzazione internazionale o sovranazionale; ai giudici e funzionari delle corti internazionali. La novella si traduce nel corrispondente allargamento del perimetro soggettivo delle fattispecie-presupposto della responsabilità da reato degli enti di cui agli articoli 317, 318, 319, 319 ter, 319 quater e 322 del Codice penale, in forza del rinvio allo stesso articolo 322 bis del Codice penale operato dall'articolo 25, comma 4, del Dlgs 231/01.
La legge 3/19 ha ulteriormente allargato, in via indiretta, sempre in ragione del rinvio dell'articolo 25, comma 4, l'ambito della responsabilità da reato degli enti attraverso l'eliminazione del dolo specifico prima richiesto dall'articolo 322 bis, comma 2, n. 2,del Codice penale, sicché oggi non è più necessario che le condotte dei soggetti che esercitano funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio nell'ambito di altri Stati esteri od organizzazioni pubbliche internazionali siano dirette a procurare un indebito vantaggio in operazioni economiche internazionali, ovvero finalizzate ad ottenere o mantenere un'attività economica o finanziaria.
Sembra invece da escludere, stando all'indirizzo ormai consolidatosi nella giurisprudenza di legittimità, che la causa di non punibilità delle persone fisiche inserita nell'articolo 323 ter del Codice penale rispetto a condotte collaborative post crimen e alla restituzione di quanto ottenuto dal reato possa essere estesa agli enti. La Cassazione (sent. n. 11518/19), infatti, ha ribadito, con riguardo alla causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'articolo 131 bis del Codice penale, l'autonomia della responsabilità da reato dell'ente rispetto alla responsabilità penale della persona fisica non punibile.
Nel solco dell'inasprimento del sistema sanzionatorio che ha interessato anche le pene accessorie per i reati delle persone fisiche, il Legislatore ha inoltre aumentato la durata delle sanzioni interdittive per la responsabilità dell'ente connessa ai reati-presupposto dell'articolo 25, commi 2 e 3 (corruzione propria, corruzione in atti giudiziari, reati del corruttore ex articolo 321, istigazione alla corruzione propria), prima di durata non inferiore a un anno: attualmente è prevista, invece, una forbice edittale che va dai quattro ai sette anni, se il reato-presupposto è commesso da un soggetto apicale, e dai due ai quattro anni, se il reato-presupposto è commesso da un sottoposto.
Di rilievo è, altresì, il nuovo comma 5 bis dello stesso articolo 25 del Dlgs 231/01, che tende a favorire l'emersione delle condotte illecite incentivando l'adozione dei modelli organizzativi. Si prevede, infatti, che la sanzione interdittiva ritorni ad essere quella ordinaria prevista dall'articolo 13, comma 2, del Dlgs 231/2001 (dai tre mesi ai due anni) - e, dunque, non opera il nuovo regime sanzionatorio dell'articolo 25 - nel caso in cui, prima della sentenza di primo grado, l'ente si sia efficacemente adoperato per evitare le ulteriori conseguenze dell'attività delittuosa, per assicurare le prove dei reati e per l'individuazione dei responsabili, ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite, e in ogni caso abbia eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato, mediante l'adozione e l'attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Da ultimo, la novella ha modificato i termini di durata massima delle misure cautelari, slegandoli dalla durata edittale della sanzione (articolo 51). Attualmente, la misura cautelare non può quindi superare il termine di un anno, oppure di un anno e quattro mesi dopo la sentenza di condanna.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 28 agosto 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 27 agosto 2019 n. 36447. Via libera alla non punibilità per particolare tenuità del fatto se la quantità di cannabis detenuta supera di pochissimo il tetto dell'uso personale. La Corte di cassazione, con la sentenza 36447, respinge il ricorso del Pubblico ministero contro la scelta di non procedere nei confronti di un imputato per illecita detenzione di 10,19 grammi di cannabis sativa, grazie all'applicazione dell'articolo 131-bis del Codice penale.
Una conclusione non condivisa dalla pubblica accusa, secondo la quale la sentenza impugnata giustificava l'applicazione della norma di "favore" solo sulla base dell'insussistenza di elementi ostativi, pena edittale e abitualità della condotta, e sull'esiguità del quantitativo di sostanza detenuto. Per il Pm mancava un'adeguata motivazione circa la ritenuta tenuità del fatto in relazione al testo unico sulla droga (Dpr 309/1990). La Corte di cassazione respinge il ricorso e ricorda che il giudizio sulla tenuità dell'offesa va fatto tenendo presente i criteri affermati dall'articolo 133, comma primo del Codice penale.
Ma non è necessario esaminarli tutti: basta indicare quelli considerati più rilevanti. Per il tribunale hanno pesato l'occasionalità della condotta e l'esigua quantità di cannabis che superava di poco il limite "concesso" per l'uso personale. L'offesa al bene giuridico protetto era dunque particolarmente lieve. Né per la Cassazione è pertinente la deduzione del Pm secondo il quale il dato della quantità era già stato preso in considerazione per qualificare il reato e non poteva dunque essere di nuovo valutato ai fini della non punibilità.
La terza sezione penale precisa che il giudice può tenere conto di uno stesso elemento che possa influire su diversi aspetti del suo giudizio "ben potendo un dato polivalente essere utilizzato più volte sotto differenti profili per distinti fini senza che ciò comporti lesione del principio del ne bis in idem".
nev.it, 28 agosto 2019
Il tema delle carceri, della giustizia, dei diritti al centro della conferenza stampa di martedì 27 agosto al Sinodo valdese e metodista, con l'avvocata e giurista Ilaria Valenzi e il pastore Francesco Sciotto. Da una parte chi vuole "Buttare via la chiave", chi augura alle persone di "marcire in galera", dall'altra la Costituzione, il rispetto dei diritti.
E il tema dei diritti, appunto, delle carceri e quindi in senso più ampio della giustizia, è stato oggi al centro della conferenza stampa del Sinodo valdese e metodista in corso a Torre Pellice, alla quale hanno preso parte la giurista Ilaria Valenzi e il pastore Francesco Sciotto, e moderata dal giornalista Roberto Davide Papini.
"Il tema delle carceri è sempre urgente - ha esordito Valenzi - ed è necessario ripensare la pena: sui diritti stentiamo a riconoscere la dignità come principio fondamentale, essenziale" dell'azione dello Stato. Le chiese protestanti e i loro rappresentanti, in tutta Italia, periodicamente entrano negli istituti penitenziari, incontrano i detenuti. Il pastore della chiesa metodista di Scicli e membro della Commissione Sinodale per la Diaconia (Csd) Francesco Sciotto ha esortato "chi ci vede, chi sta seguendo questa conferenza stampa, che siano persone detenute o loro famiglie, a chiederci una visita".
Una presenza, quella dei valdesi e dei metodisti nelle carceri italiane, che punta a spezzare le catene dell'odio: "si rompono mettendo in circolazione un altro modo di relazionarsi - ha aggiunto l'avvocata Valenzi - non cadere nell'errore di parlare alla pancia delle persone. Perché purtroppo l'odio è contagioso e ha effetti devastanti sull'idea della società". Per fare questo, come ha spiegato Sciotto, il mondo valdese finanzia numerosi progetti: dagli interventi della Diaconia alle attività finanziate dall'Otto per mille, come il contributo all'osservatorio di Antigone. Esperienze di incontro con la società civile ma anche ecumeniche, perché "incontrarsi in carcere è più facile e dietro le sbarre c'è più ecumenismo di quanto si immagini".
Tante le facce, tanti i problemi, di chi vive - purtroppo spesso subisce - il mondo carcerario: dalle discriminazioni - "quando la persona non viene vista nel suo insieme ma solo per una sua caratteristica o scelta o in quanto bisognosa, quello è già un discrimine in partenza" ha detto Valenzi - alla situazione lavorativa. "C'è un mantra che è quello che manca il lavoro in Italia - ha aggiunto Francesco Sciotto -: io penso invece che ci voglia un investimento sul lavoro, perché là dove ci sono investimenti per accompagnare le persone in percorsi di inclusione, riescono a trovare un'occupazione.
Occorre investire sull'inclusione attraverso il lavoro". E in termini di rapporto costi-benefici, il saldo delle attività finalizzate a migliorare le condizioni di vita - e di lavoro - di chi sta scontando una pena detentiva, così come tutto ciò che comporta un'esecuzione penale esterna alle carceri, è positivo.
"Tutto quello che "spezzetta" le sbarre - ha confermato il pastore Sciotto - costa poco. Penso ad esempio all'esperienza della pasticceria "Cotti in fragranza" a Palermo, un'esperienza che come tante si nutre soprattutto di creatività. Mentre sbarre, confini, frontiere costano tanti soldi e producono ancora più chiusura". E su questa strada valdesi e metodisti vogliono proseguire: "La Diaconia vuole continuare a riflettere su queste tematiche, non arretriamo".
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 28 agosto 2019
Fate la cosa giusta. Senza garantire la pratica effettiva delle diverse idee non si possono garantire gli altri aspetti dei programmi. La libertà di informazione è come la libertà personale: viene prima di tutto il resto. "Que serà serà", recita il titolo di un famoso brano reso celebre da Doris Day. Mentre scriviamo non siamo certi degli esiti della crisi di governo. Tuttavia, facciamo voti. Perché nelle cose della politica (oggi più che mai) il meglio è improbabile e l'obiettivo realistico è quello di r-esistere.
Contro l'ondata di destra in giro per il villaggio globale e che in Italia ha preso le sembianze di Matteo Salvini (già, neanche la destra è quella di una volta) serve una fase difensiva. Utile, magari, a ripensare a cosa può essere una sinistra rinnovata da cima a fondo. Tuttavia, nei diversi appelli o documenti programmatici emersi finora manca il tema dell'informazione. Assenza colposa se non dolosa, e purtroppo non inedita. È noto che al sistema politico (tutto) piace autorappresentarsi nel mondo mediale, fino all'imbuto dei social, che dà dipendenza come la droga. Non è un'esagerazione, visto che ci sono ormai numerosi studi in materia. Il tema della comunicazione non può e non deve essere eluso nelle discussioni di queste ore. Hanno giustamente richiamato l'attenzione sulla gravità della situazione l'associazione "Articolo21" e la Federazione della stampa.
Sì, perché veniamo da una stagione pessima per le libertà previste dalla Costituzione: giornalisti minacciati e persino aggrediti, ricorso spregiudicato alle "querele temerarie" come forma di ricatto e di censura preventiva, tentativi di commissariamento dell'istituto di previdenza della categoria, revisione regressiva del Fondo per il pluralismo e l'innovazione.
La nuova maggioranza segnerà una "discontinuità" rispetto alle scelte davvero discutibili del sottosegretario con delega Vito Crimi? Con rispetto per le persone, come si dice. Ma continuerà la sceneggiata degli "Stati generali dell'editoria", che al momento non sembrano aver avuto altro sotto testo se non la chiusura annunciata di numerosi giornali e l'attacco astioso a Radio radicale.
Va da sé che è necessario discutere un punto così delicato e dirimente in un contesto di riforme ormai indifferibili. Sull'informazione, infatti, il discorso deve allargarsi almeno al conflitto di interessi, alla riforma della Rai, alla revisione della orrenda legge Gasparri. Insomma, che qualche parola esca dagli incontri in corso su un argomento preliminare rispetto a tutti gli altri. Senza garantire la pratica effettiva delle diverse idee non si possono garantire gli altri aspetti dei programmi. La libertà di informazione è come la libertà personale: viene prima di tutto il resto. Neppure è credibile discettare di transizione digitale se il mondo reale è in crisi. Se rischiano di chiudere da qui a due anni 50 testate con esiti drammatici anche per l'occupazione. Si pronunci subito questa semplice frase: ci impegniamo a rimettere in discussione nella prossima legge di bilancio le lettere b e c del comma 810 dell'articolo 1 dell'omologa legge precedente. Vale a dire evitare l'eutanasia progressiva delle testate locali dell'universo associazionistico, o nazionali, cooperative e di opinione come il manifesto e l'Avvenire.
di Alessandra Mura
La Nuova Ferrara, 28 agosto 2019
Sciopero della fame all'Arginone. La Garante: è una struttura complessa, difficile organizzare corsi per le sezioni speciali. Nella Casa circondariale dell'Arginone vengono organizzate attività di formazione e rieducazione dei carcerati, come previsto tra le finalità della pena detentiva.
Una possibilità che però non riesce ad arrivare a tutti in uguale misura, perché ci sono detenuti, quelli delle sezioni dei "protetti", che proprio per le limitazioni legate alla loro sicurezza finiscono per essere in buona parte esclusi da queste attività. Una limitazione che può sfociare in frustrazioni e proteste. L'ultima è quella di Andrea Volpe, conosciuto per la vicenda delle Bestie di Satana, che ha avviato uno sciopero della fame insieme ad altri quattro compagni lamentando questa discriminazione.
Struttura complessa - Un problema che Stefania Carnevale, Garante ferrarese per i Diritti delle persone private della libertà personale ha ben presente: "La questione è che la Casa circondariale di via Arginone è molto diversificata e complessa per essere una struttura di medie dimensioni".
Oltre alla sezione riservata ai detenuti comuni, ci sono le sezioni speciali: i "protetti", che, in ragione del tipo di reato commesso o dell'orientamento sessuale, rischiano prevaricazioni da parte di altri ristretti; i parenti di collaboratori di giustizia; i collaboratori di giustizia a rischio di ritorsioni; l'Alta Sicurezza 2, dove sono custodite persone accusate o condannate di reati di terrorismo anarco-insurrezionalista; i semiliberi.
"Si può dunque ben immaginare, spiega Carnevale, "come possa essere complicato, a cominciare dall'aspetto logistico e organizzativo, tenere attività diversificate per ciascuna tipologia di detenuti che non possono incontrarsi tra di loro, all'interno degli spazi del carcere". A complicare ulteriormente il tutto la scarsità di risorse e la conseguente necessità di appoggiarsi in buona parte al volontariato. "C'è sempre stato un grande impegno da parte della direzione del carcere - prosegue Carnevale - per offrire ai detenuti opportunità di formazione e rieducazione. Un tema che ho affrontato più volte con l'Area pedagogica del carcere".
Diritti in contrasto - Il diritto alla protezione dei detenuti delle sezioni speciali finisce quindi per entrare in contrasto con quello della rieducazione. "In più d'estate la situazione si complica, perché ci sono meno attività ed è il periodo in cui i detenuti avvertono maggiormente il vuoto e la solitudine". Il caso Volpe, peraltro, non è l'unico. Per i motivi più disparati, gli scioperi della fame sono eventi piuttosto frequenti, "e non è possibile monitorare il fenomeno in tempo reale".
Tra gli obiettivi del Garante, "c'è sempre stato e c'è quello di estendere il più possibile le attività svolte dai detenuti comuni anche agli "speciali", ma per le ragioni che ho esposto non è semplice e alla fine non si riesce mai ad andare oltre a un solo corso.
La creazione di sezioni è disposta dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap), e il carcere di Ferrara risulta essere fortemente frammentato, e questo determina maggiori difficoltà a organizzare attività formative differenziate, incastrando spazi e orari per evitare il contatto tra sezioni da tenere separate". A questo si aggiunge che anche per i detenuti comuni, i programmi di rieducazione devono essere differenziati sulla base della durata della pena da scontare.
ilfattodicalabria.it, 28 agosto 2019
Incontro tra il direttore della Casa circondariale di Castrovillari Giuseppe Cartà e il consigliere provinciale Graziano Di Natale per avviare un progetto che coinvolga i detenuti a lavori di pubblica utilità. Si è svolto oggi presso la direzione della casa circondariale di Castrovillari un incontro tra il direttore Giuseppe Cartà e il consigliere provinciale Graziano Di Natale. Si è discusso di idee ed iniziative ed in particolare del progetto relativo al coinvolgimento dei detenuti ai lavori di pubblica utilità. L'iniziativa dovrebbe interessare le strade, di competenza della Provincia di Cosenza, ricadenti nel territorio di Castrovillari. Si è quindi convenuto di programmare nella prossima settimana una riunione operativa, alla presenza del Presidente Franco Iacucci, al fine di definire le questioni logistiche organizzative finalizzate alla stipula di una convenzione tra i due Enti.
ottopagine.it, 28 agosto 2019
Il presidente Camera Penale, Russo: "Sistema esecuzione penale fallace: serve riforma profonda". Come già anticipato da Ottopagine.it nell'articolo del 18 agosto, aderendo all'iniziativa "Ferragosto in Carcere", promossa dal Partito Radicale e da Radio Radicale, e sostenuta dall'Unione delle Camere Penali Italiane, la Camera Penale di Benevento, con il presidente Domenico Russo, il vicepresidente, Ettore Marcarelli, il Segretario, Vincenzo Gallo, e i componenti di Giunta, gli avvocati Natascia Pastore e Nico Salomone, delegato per l'Osservatorio Carcere, ha visitato, nella giornata di domenica 18 agosto, la Casa Circondariale "Capodimonte" di Benevento.
Gli avvocati si sono trattenuti per oltre 3 ore all'interno dell'istituto di pena dove hanno incontrato il direttore Gianfranco Marcello e successivamente, grazie alla disponibilità e all'ausilio dello stesso e con il fondamentale supporto degli agenti della Polizia Penitenziaria, hanno visitato i padiglioni dei reparti femminile e maschile (detenuti comuni e alta sicurezza), oltre che le aree dedicate alle attività lavorative e trattamentali.
Nell'Istituto, come risulta dai dati prontamente messi a disposizione dalla Direzione, sono attualmente presenti 421 detenuti (di cui 347 uomini e 74 donne - 62 stranieri complessivamente), a fronte di una capienza regolamentare di 261 persone, benché la capienza effettiva dello stesso risulti attualmente aumentata a circa 450 persone.
I detenuti comuni sono 210 e i detenuti in alta sicurezza sono 211 (nessuno in regime di 41 bis): 267 in espiazione pena definitiva, 132 in attesa di giudizio (di cui 93 imputati, 39 appellanti e 20 ricorrenti). Sono complessivamente 90 i detenuti lavoranti dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria (di cui 66 uomini e 24 donne), uno il detenuto (donna) lavorante per conto di imprese e cooperative. Va aggiunto che sono 11 (di cui 7 a titolo volontario) in totale (tra semiliberi e art. 21 O.P.) i detenuti che lavorano alle dipendenze di datori di lavoro esterni (Questura, Comune di Benevento e Caritas).
"L'Istituto - spiega in una lunga nota il presidente della Camera Penale di Benevento, l'avvocato Domenico Russo - attualmente dispone di un unico vicedirettore (invece dei tre regolarmente in servizio in passato) e ciò limita fortemente, come può facilmente dedursi, la possibilità da parte del direttore di incontrare i detenuti, con la dovuta costanza, per colloqui e udienze.
Il personale amministrativo, pur rientrando nei limiti formali di pianta organica, è concretamente insufficiente per una piena attuazione della cd. "sorveglianza dinamica", come prevista dalla normativa vigente. Il dato di concreta insufficienza riguarda in particolare gli operatori dediti alle attività trattamentali (psicologi ed educatori).
Gli educatori - oggi, più precisamente, qualificati come 'funzionari giuridico-pedagogici' - effettivamente in servizio sono 6, come da pianta organica, e sono alle dipendenze dirette dell'Amministrazione penitenziaria. Gli psicologici in servizio in Istituto sono due, di cui uno "interno", alle dipendenze dell'Amministrazione (per un servizio di 44 ore mensili), l'altro "esterno", alle dipendenze dell'Asl.
Il numero degli agenti di Polizia Penitenziaria risponde ai criteri di organico (244 in pianta organica, 232 assegnati, 258 effettivamente in servizio), ma non consente - spiega ancora l'avvocato Russo - la presenza concretamente necessaria in ciascuna sezione di almeno 3-4 agenti (tanto in conseguenza dei recenti "tagli").
La Casa Circondariale conta di una sala teatro, di un campo sportivo e di 8 stanze palestra, che, però, nella realtà sono piccole e contengono pochi e vecchi attrezzi in disuso. Per le attività teatrali, come sottolineato dal medesimo Direttore, si auspica una collaborazione con le associazioni di volontariato locali. È altresì presente una serra agricola ed un'area verde all'aperto, che la Direzione intende recuperare. Adeguati in termini di spazio e sufficientemente attrezzati appaiono gli ambienti cucina, tanto nel reparto maschile, quanto in quello femminile.
La struttura ha al suo interno un presidio medico per l'assistenza sanitaria (24 ore su 24) ed un servizio SERT funzionante e sufficientemente organizzato. È presente, inoltre, un reparto che ospita soggetti gravati da patologie psichiatriche per una capienza allo stato di 5 persone, cui è assegnato personale infermieristico alle dipendenze dell'ASL costantemente presente in Istituto. Lunghe, ad oggi, restano ancora le attese per lo svolgimento di visite mediche specialistiche ed esami diagnostici presso l'Azienda Ospedaliera "San Pio" di Benevento.
L'Istituto è dotato di una sartoria, ben funzionante, cui attualmente risultano assegnate, quali lavoratrici, alcune detenute; la sartoria produce uniformi per uso interno e si occupa altresì della loro riparazione; restano, invece, allo stato inutilizzati i locali poco prima adibiti a copisteria digitale (per la riproduzione in forma digitale di manoscritti musicali) e a laboratorio orafo. Anche questo in conseguenza della riduzione dei fondi disponibili.
Oggetto di recente intervento manutentivo è l'area riservata ai colloqui con i difensori, agli interrogatori e alle udienze con i magistrati e al Sert. L'Istituto garantisce i corsi di studio della scuola obbligatoria statale, avendo al suo interno una Scuola Alberghiera (reparto alta sicurezza), e organizza corsi di taglio e cucito. Con l'ausilio di educatori e psicologi, il carcere di Benevento, in collaborazione con associazioni di volontariato e cooperative sociali, organizza e promuove attività volte alla tutela dei rapporti con la famiglia e di sostegno alla genitorialità, pur mancando specifici percorsi psicologici individuali in tal senso".
Il numero uno della Camera Penale di Benevento rileva "tuttavia, come non risulti la costante organizzazione di 'corsi di formazione professionalè che possano concretamente - e nell'ottica della primaria funzione rieducativa della pena - consentire il graduale reinserimento lavorativo dei detenuti e, così, la loro effettiva reintegrazione sociale. Da realizzare - secondo Russo - ancora un necessario presidio dell'Ufficio Anagrafe per risolvere il problema dei detenuti privi di documento di riconoscimento o che lo hanno smarrito. Nonostante l'impegno della Direzione, come, ad esempio, per il recupero di aree non utilizzate da destinare ad attività trattamentali, quali la palestra, il giardinaggio e l'orticoltura, e quello volto a sollecitare l'implementazione dei corsi di formazione lavorativa, la situazione dell'Istituto presenta ancora diverse criticità.
Per ciò che concerne l'aspetto strettamente legato alla "detenzione", le celle, tanto nel reparto femminile, quanto in quello maschile, sono predisposte per ospitare due o quattro persone. All'ispezione visiva non sono emerse gravi situazioni di sovraffollamento della singola cella, anche se alcune di queste, tenuto conto degli arredi presenti al loro interno, sono prossime al limite del rispetto del parametro giurisprudenziale (per quanto esso sia ancora non uniformemente definito) dei 3 mq di spazio vitale per ciascuna persona ivi ospitata.
Le celle - conclude l'avvocato Russo - non presentano segni evidenti di muffa ed umidità, se non in qualche caso e in modo non eccessivamente allarmante. L'acqua calda a disposizione dei detenuti è contingentata giornalmente, più o meno per tre volte al giorno, con qualche connessa lamentela, essendo la stessa utilizzata sia per l'igiene personale che per il lavaggio degli indumenti. Le zone doccia si presentano in condizioni igienico-sanitarie mediamente accettabili e dignitose.
Resta inalterato, ad oggi, l'utilizzo (criticabile e sconsigliabile, visto che concerne spesso soggetti al primo ingresso e incensurati) delle celle dell'area isolamento per l'accoglienza dei "nuovi giunti", tanto nel reparto femminile, che in quello maschile. Sul punto va detto che la Direzione ha tuttavia disposto che tali celle siano costantemente tenute sotto osservazione e che la permanenza nelle stesse, in attesa del trasferimento ai reparti, non si protragga oltre qualche giorno e che il singolo detenuto non resti mai da solo".
Al termine della lunga relazione, la Camera Penale concluse spiegando che "La Casa Circondariale di Benevento certamente non versa nelle condizioni drammatiche che contraddistinguono altri istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale. La Direzione, il personale amministrativo e la polizia penitenziaria in servizio svolgono il loro lavoro con dedizione e competenza. Tuttavia, tale impegno non può nascondere le carenze, pur presenti ed innanzi evidenziate, su cui è necessario intervenire. Con maggiore impegno da parte di tutti i soggetti preposti, si potrebbero ottenere, in tempi congrui, buoni risultati. Va rimarcato, in ogni caso, come il sistema dell'esecuzione penale, così come attualmente strutturato, resti fallace e vada profondamente riformato. La finalità rieducativa della pena è sostanzialmente ancora un "auspicio costituzionale" e sussiste, per questo, la necessità cogente di destinare maggiori risorse al sistema e puntare utilmente sulle misure alternative alla detenzione".
Lungo questa traccia, la Camera Penale di Benevento annuncia di "perseverare nel suo impegno volto a collaborare al miglioramento delle condizioni della detenzione inframuraria e dell'esecuzione più in generale, riservandosi ogni azione utile in tal senso, allo scopo di rendere l'espiazione della pena maggiormente rispettosa della dignità umana e degli irrinunciabili principi dettati dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali".
di Fabio Folisi
friulisera.it, 28 agosto 2019
Qualche giorno fa sui social veniva ri-postata la notizia della morte di Danila, transessuale straniera di 33 anni suicida 4 ore dopo essere entrata nel carcere di Udine di via Spalato, trovata impiccata con un lenzuolo nel bagno del reparto "protetto" dove era stata reclusa. In molti non avevano notato la data del post, agosto 2018, pensando si trattasse di un ennesimo caso e lamentando che la stampa non se ne stesse occupando.
In realtà, una volta tanto, la stampa è innocente visto che la notizia era datata e anche alle accuse che era stato omesso il nome della vittima "senza riportare un nome, un'identità, senza il rispetto dell'identità sessuale. Una trans. Come un oggetto, manco un animale" si può tranquillamente rispondere che questa "omissione" viene quasi sempre fatta per rispetto della vittima (uomo, donna o trans) di questa estrema scelta. Ci sono ovviamente delle eccezioni a questa regola e riguardano sostanzialmente l'eterno e sottile limite fra il diritto di cronaca e quello di salvaguardare la dignità delle persone, anche nel caso in cui queste fossero famose.
Il confine è delimitato in maniera dettagliata dal Testo unico dei doveri del giornalista, che richiama il Codice dei trattamenti dei dati personali: non tutto si può scrivere; non tutto è giusto che diventi notizia. Il requisito è quello dell'interesse pubblico: episodi minimi, fatti personali che riguardano persone non conosciute, prive di ruoli pubblici, non possono, non devono finire all'attenzione dei media.
Fatta questa doverosa difesa della categoria, che purtroppo spesso non applica queste norme deontologiche, si può invece dire che la tematica generale dei suicidi in carcere, di qualsiasi sesso sia la vittima, è un problema raramente trattato dai media come non lo sono in genere le questioni che riguardano le condizioni di vita negli istituti penitenziari.
Il perché è facilmente comprensibile, i diritti dei detenuti non sono argomenti "popolari", anzi, nella vulgata di certa plebe e in quella di molti politici che su questi concetti basano la loro fortuna elettorale, l'idea che il detenuto debba "soffrire" per espiare la propria pena diventa fattore addirittura gratificante. Poco importa se molti detenuti sono in attesa di giudizio, quindi potenzialmente innocenti, poco importa se in carcere spesso finiscono soggetti deboli incapaci di efficace difesa e che più che di reclusione necessiterebbero di attenzione.
Insomma nonostante l'Italia sia il Paese natale di Cesare Beccaria il sistema carcerario italiano non brilla per umanità ed organizzazione anche se innegabilmente alcuni sforzi vengono fatti dal sistema penitenziario grazie alla volontà di molti operatori. Ma resta comunque il dramma del sovraffollamento causa principale di atti di violenza e autolesionismo. Sovraffollamento per il quale l'Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia Europea più volte.
Nel 2018, sono stati 63 i morti per "volontà" nelle carceri italiane e fra questi c'è anche Danila che secondo una relazione del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute era una della 58 persone transessuali presenti all'epoca nelle carceri italiane. Guardando i siti istituzionali e le statistiche ufficiali si scopre che queste persone sono attualmente collocate in 10 sezioni a loro riservate, ma quasi tutte collocate in istituti maschili.
Nella recente relazione al Parlamento del Garante, datata 2018, si legge fra l'altro: "Il Garante nazionale ha da tempo espresso l'opinione che sia più congruo ospitare tali sezioni specifiche in Istituti femminili, dando maggior rilevanza al genere, in quanto vissuto soggettivo, piuttosto che alla contingente situazione anatomica". In altre parole, bisognerebbe dare priorità alla percezione soggettiva dei diretti interessati/e, quindi alla loro identità di genere, piuttosto che basarsi semplicemente sui documenti anagrafici che riportano quasi sempre i dati anagrafici al maschile. Un paio di anni fa si era parlato della stesura di un decreto del ministro che, almeno in via sperimentale, andava in questa direzione e ridefiniva le sezioni destinate alle persone transessuali. Purtroppo il decreto non è stato emanato e nei cambi di governo il tema sembra sparito dall'agenda delle urgenze, ora, nell'idea di una nuova maggioranza di Governo, potrebbe essere il momento di riproporre la questione.
di Silvia Nugara
Il Manifesto, 28 agosto 2019
Venezia 76. Nel programma della Venice Virtual Reality l'unica opera italiana in concorso è "VR Free" di Milad Tangshir. All'isola del Lazzaretto Vecchio di Venezia, dove si svolgono le proiezioni della Venice Virtual Reality per la 76° Mostra del cinema, l'unica opera italiana in concorso è VR Free di Milad Tangshir. Il giovane regista iraniano, torinese d'adozione, ha già firmato il corto Displaced (2015) dedicato ai rifugiati al confine tra Austria e Slovenia e debutterà presto con il suo primo lungometraggio documentario intitolato Star Stuff, girato in osservatori astronomici di tre continenti e prodotto da Davide Ferrario: tutte opere che esplorano i concetti di spazio, di confine e di sconfinamento. A sua volta, il cortometraggio di dieci minuti presentato a Venezia, è stato realizzato insieme ad alcuni detenuti della casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, grazie a un progetto dell'Associazione Museo Nazionale del Cinema.
Il titolo del film è un gioco di assonanze tra VR (virtual reality) e "we are" che con l'aggettivo "free" si può tradurre come "siamo liberi". Un gioco di parole tutt'altro che puramente ludico, che si rivela un'indicazione sulla maniera in cui la realtà virtuale è utilizzata come strumento per oltrepassare i confini tra dentro e fuori il penitenziario. Il corto sfrutta al massimo le potenzialità del mezzo con due diverse operazioni: da una parte, filmando alcuni momenti della vita quotidiana dei detenuti rende possibile a chi sta fuori guardare il mondo di chi sta dentro; dall'altra parte, filmando la vita fuori la porta dentro.
Innanzi tutto, il film osserva e presta orecchio al paesaggio visivo e sonoro in cui sono immersi i detenuti: le piccole celle con la radio o la tv accesa, i servizi poco distanti dalla branda su cui si riposa, i pasti, i colori delle pareti scrostate, le grate alle finestre, il rimbombo dei corridoi, il cortile in cemento dove sgranchirsi le gambe per una passeggiata avanti e indietro anche se il cielo è scuro. Talvolta le riprese in soggettiva ci immergono nello spazio carcerario in modo da farci mettere nei panni di chi in quel luogo ci vive, per esempio, nella sequenza della consegna dei pasti, girata dalla posizione di chi spinge il carrello delle vivande.
In VR Free c'è dunque la vita dietro le sbarre, senza pietismi o sensazione ma Tangshir ci propone poi alcune scene di quiete quotidiana fuori dal carcere: un pomeriggio assolato nel parco, una serata in discoteca, una partita di calcio allo stadio, sequenze in cui i detenuti stessi, tramite dei visori, si sono potuti immergere, vivendo virtualmente situazioni a loro ormai precluse e re-incontrando per mezzo di questo dispositivo anche i loro cari coinvolti dal regista nelle riprese in esterni.
VR Free gioca qui sul punto di vista e sullo sguardo mostrandoci prima i reclusi che osservano il mondo in realtà virtuale e poi le scene di vita "fuori", così che la loro visione diventa la nostra e viceversa. L'USO della realtà virtuale diventa dunque non solo la novità con cui esplorare le potenzialità del linguaggio cinematografico aumentato ma anche uno strumento d'incontro con vite altre, spesso celate dietro muri fisici o barriere simboliche.
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