di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 29 agosto 2019
Corte di cassazione - Sentenza 36474/2019. Nel reato di omessa presentazione della dichiarazione, il prestanome risponde solo se è provato il suo intento di evadere le imposte attraverso l'inadempimento dichiarativo. Non è infatti sufficiente ai fini della colpevolezza, la mera assunzione dell'incarico di amministratore di diritto.
A precisarlo è la Corte di cassazione, con la sentenza 36474 depositata ieri. Il legale rappresentante, in realtà mero amministratore di diritto, di una società veniva condannato per il reato di omessa presentazione della dichiarazione e occultamento o distruzione di documenti contabili. La pena veniva confermata anche in grado di appello e l'imputato ricorreva in Cassazione. Con riferimento al reato di omessa presentazione della dichiarazione, la difesa censurava che la Corte di appello aveva confermato la colpevolezza solo per la sua qualità di amministratore di diritto della società, trascurando che mancava qualunque prova sulla sussistenza del dolo specifico. Il prestanome, infatti, poteva al più ritenersi colpevole degli inadempimenti, ma proprio per la sua estraneità alla gestione sociale, affidata all'amministratore di fatto, non poteva sussistere l'intento di evadere attraverso l'omissione della dichiarazione.
La Suprema corte ha ritenuto fondata la doglianza sul punto. I giudici di legittimità hanno innanzitutto ricordato che nei reati omissivi, commessi in nome e per conto della società, l'amministratore di fatto è il soggetto attivo del delitto e il prestanome è il concorrente per non avere impedito l'evento illecito. L'amministratore di diritto, accettando la carica, ha accettato i rischi connessi al proprio ruolo, quale, ad esempio, impedire danni per la società stessa e per i terzi. Tuttavia, proprio perché nella maggior parte dei casi il prestanome non ha alcun potere di ingerenza, i reati omissivi sono solo formalmente a egli imputabili, atteso che l'agente va individuato in chi effettivamente gestisce la società, essendo l'unico in grado di compiere (o meno) l'azione dovuta.
La Cassazione ha così affermato che al prestanome può essere addebitato il reato a titolo di concorso con l'amministratore di fatto solo a condizione che ricorra anche l'elemento soggettivo proprio del singolo reato. In particolare, per il delitto di omessa presentazione oltre al dolo generico, cioè la coscienza di aver omesso l'adempimento, occorre la volontà di evasione, integrata dalla cosciente intenzione di sottrarsi al pagamento delle imposte attraverso la citata omessa presentazione.
Il giudice di merito quindi, deve individuare, al di là della mera assunzione della carica, ulteriori elementi a dimostrazione dell'intento evasivo. Nella pronuncia è altresì specificato che a tal fine, è di per sé insufficiente l'astratta consapevolezza che attraverso l'omessa presentazione non si sarebbero versate le imposte dovute, poiché il prestanome poteva anche non essere a conoscenza della situazione fiscale della società.
di Eleonora Alampi e Valerio Vallefuoco
Il Sole 24 Ore, 29 agosto 2019
Corte di cassazione - Sentenza 36522/2019. Integra gli estremi del reato di auto riciclaggio la condotta del professionista che investe in un'attività di ristorazione il danaro proveniente da una truffa da lui stesso perpetrata in danno di una cliente. La Cassazione con la sentenza 36522/19,depositata ieri, ha così ribadito che la destinazione del denaro "sporco" a un'attività economica non possa essere riguardata come mera utilizzazione o godimento personale dovendosi, pertanto, escludere la sussistenza della clausola di non punibilità contemplata dalla norma penalistica che punisce l'autoriciclaggio (articolo 648 1ter del codice penale).
Nel caso di specie, il professionista aveva utilizzato il denaro provento della truffa consumata in danno del cliente per avviare un'attività di ristorazione effettuando bonifici su conti correnti subito dopo aver proceduto all'incasso delle somme. Secondo la tesi della difesa, la punibilità di tale condotta andava esclusa in quanto scriminata dall'uso personale del denaro provento del delitto, tanto più che la modalità di trasferimento del denaro essendo del tutto tracciabile e, quindi, consentendo di individuare agevolmente le somme trasferite sarebbe stata sufficiente a escludere qualsiasi volontà di camuffamento della loro provenienza delittuosa; di talché, il tribunale aveva errato nel ritenere che la destinazione del denaro a un'attività economica non rientri nell'utilizzo personale.
La Corte nel respingere la tesi difensiva ha ribadito che l'investimento dei proventi della condotta delittuosa in una attività di impresa rientra a pieno titolo in quelle "attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative" richiamate dall'articolo 648 ter 1, 1° comma del codice penale, escludendo che nella specie possa parlarsi di uso personale. Sul punto, la Cassazione ha riproposto alcuni importanti passaggi che valgono a tracciare la differenza tra destinazione del denaro, del bene o di altra utilità alla mera utilizzazione o al godimento personale e la condotta punita a titolo di auto riciclaggio che consiste invece nell'impiego, nella sostituzione o nel trasferimento dei proventi illeciti in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative con modalità tali da ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa. In particolare, la Suprema corte è tornata a sottolineare che la clausola di punibilità rinviene la propria ratio nella salvaguardia del divieto del ne bis in idem che impedisce di punire due volte un soggetto per lo stesso fatto. Tale divieto verrebbe infatti violato ove l'agente venisse punito anche per il mero utilizzo o godimento dei beni provento del delitto presupposto senza porre in essere alcuna attività ingannevole al fine di ostacolarne l'identificazione.
Ciò determinerebbe, infatti, un'inaccettabile duplicazione sanzionatoria come tale contraria al principio del ne bis in idem. Da qui, la limitazione dell'applicabilità della non punibilità ai soli casi in cui i beni proventi del delitto restino cristallizzati nella disponibilità dell'agente del reato presupposto, perché solo in tale modo si può realizzare quell'effetto di "sterilizzazione che impedisce - pena la sanzione penale - la reimmissione nel legale circuito economico".
di Carlotta Rocci
La Repubblica, 29 agosto 2019
La Procura apre un fascicolo, per ora senza indagati. Un detenuto di 30 anni in coma (e non morto - come erroneamente scritto sull'edizione cartacea di Repubblica Torino) dopo che mercoledì scorso si è sentito male nella sua cella nel carcere di Vercelli. Da allora è ricoverato all'ospedale di Novara incosciente e in condizioni gravissime.
Per i medici dell'ospedale di Novara, dove l'uomo è arrivato la causa del malore è un'"ischemia", ma il coma potrebbe essere stato causato dai farmaci o da qualche sostanza stupefacente. Per far luce sull'accaduto la procura di Vercelli ha aperto un fascicolo per ora senza indagati e senza alcuna ipotesi di reato.
"Sono molte le piste che stiamo seguendo e i punti su cui la procura vuole fare chiarezza", spiega il procuratore capo Pier Luigi Pianta. Gli accertamenti successivi al ricovero del detenuto e le prime indagini interne al carcere, subito dopo i fatti, sembravano aver escluso l'ipotesi che l'uomo avesse cercato di togliersi la vita con un cocktail di sostanze, ma ora la procura ha chiesto ulteriori accertamenti anche su questa possibilità.
Il malore del giovane carcerato, trattenuto al carcere di Vercelli da aprile, che almeno in apparenza non aveva grossi problemi di salute e risultava in cura solo con delle benzodiazepine, dei banali ansiolitici, apre però un interrogativo a cui la procura vuole rispondere. L'uomo potrebbe aver avuto accesso ad altri tipi di sostanze? Per questa ragione sabato scorso è stata disposta dalla procura una perquisizione della polizia giudiziaria nel braccio dove il giovane aveva vissuto negli ultimi mesi.
Altri dettagli potrebbero emergere dall'esame tossicologico: i primi accertamenti avrebbero già rilevato l'assunzione di sostanze chimiche ma dovranno essere analizzate per chiarire la loro natura. Anche per questo la procura è ancora molto cauta: "Sono necessari approfondimenti e l'indagine è in una fase molto iniziale", spiega Pianta. Il giovane era stato trovato mercoledì sera, nel bagno, dal suo compagno di cella che aveva dato l'allarme. Soccorso dagli agenti era stato portato in ospedale a Vercelli dal 118 dove è arrivato già intubato e in coma, i condizioni gravissime.
Nel carcere di Vercelli al momento ci sono 317 detenuti, di cui 33 donne, controllati da 171 poliziotti penitenziari. "Da tempo denunciamo la carenza di organico che affligge tutte le carceri piemontesi e Vercelli non fa eccezione, mancano almeno 35 agenti- commenta il sindacato di polizia penitenziaria Osapp - Nell'istituto in questione da mesi manca un comandante fisso e vengono mandati a turno i comandati da altre carceri. In questi ultimi tre mesi, ad esempio, è in servizio a Vercelli il comandante di Verbania".
A metà agosto il garante comunale dei detenuti Roswitha Flaibani aveva visitato l'istituto di pena per rendersi conto delle criticità della struttura. "Dispiace moltissimo per quello che è accaduto al detenuto - dice Flaibani. Non credo che quello che è successo sia imputabile al carcere o alla direzione penitenziaria".
E prosegue: "Il problema dello spaccio è comune a tutte le carceri piemontesi e denota una falla in un sistema che si illude di poter controllare tutto ma inevitabilmente ci sono cose che sfuggono, nonostante gli sforzi". Per evitare che i detenuti che hanno accesso ai medicinali possano rivenderli all'interno del carcere, ad esempio, i medici dell'Asl sbriciolano le pastiglie per evitare che possano essere nascoste in bocca a lungo.
Ora la procura, però, vuole capire se ci siano altri modi per far entrare sostanze sintetiche, medicinali e droga dietro le sbarre sfuggendo alle verifiche quotidiane degli agenti che controllano i movimenti dei detenuti e perlustrano gli spazi comuni del carcere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 agosto 2019
Il problema delle persone che vengono trattenute illegalmente nelle carceri, in attesa di essere ospitati nelle Rems si ripropone quotidianamente. La legge 81/ 2014, infatti, ha sancito il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Fu un grande passo di civiltà. Dentro gli Opg, in effetti, i "folli rei" non erano seguiti dai servizi sanitari territoriali e potevano rimanere all'infinito tra quelle antiche mura, per la continua proroga delle misure di sicurezza: i cosiddetti "ergastoli bianchi".
Condizioni disumane, come dimostrò nel 2011 la Commissione d'inchiesta parlamentare guidata dal senatore Ignazio Marino. Adesso, la legge 81 stabilisce un limite per la permanenza nelle Rems e i Dipartimenti di salute mentale devono elaborare piani terapeutici ad hoc per ogni recluso. Però sono affollate - questo è anche dovuto dal fatto che i giudici, con grande facilità, emettono troppe ordinanze di misure di sicurezza - e si creano le liste d'attesa. Alcuni attendono in libertà e altri, invece, sono reclusi anche se non sono ufficialmente dei detenuti.
In una situazione simile si trova anche Giacomo Seydou Sy, figlio di Loretta Rossi Stuart, ovvero la sorella di Kim Rossi Stuart. È rinchiuso nel carcere di Rebibbia, nonostante sia arrivata una relazione psichiatrica che lo ha ufficialmente definito "inadatto al regime carcerario".
Ad oggi gli resta da scontare un anno di Rems per infermità mentale ma la struttura è piena. Una situazione che lo costringe a restare in carcere: "È un internato, da tre mesi è obbligato a stare in carcere, senza le cure adeguate, perché non c'è posto nella struttura alternativa dove dovrebbe andare. La lista d'attesa è pazzesca", denuncia con dolore Loretta Rossi Stuart. Una situazione grave. Tanto da portare anche a gesti estremi, come il caso di Valerio Guerrieri, 21 anni e che si è tolto la vita al carcere di Regina Coeli. Anche lui doveva stare in una Rems.
di Bruna Di Dio
liberopensiero.eu, 29 agosto 2019
Sono trascorse poche ore dalla cattura del polacco Robert Lisowski, il detenuto evaso dalla casa circondariale di Poggioreale, ma non basta a placare le polemiche sulle condizioni in cui versa la struttura stessa. Dopo la fuga del detenuto, avvenuta il 25 agosto, gli argini non hanno più retto: da più parti sono state evidenziate le problematiche che i detenuti e gli stessi agenti penitenziari sono costretti a subire presso la casa circondariale di Poggioreale. Le prime polemiche sono sorte dopo le affermazioni del cappellano del carcere, il quale ha dichiarato ipso facto:
"È scappato un detenuto da Poggioreale; embè? Perché stupirsi davanti a una evasione dal carcere? È la cosa più naturale che possa accadere. Quello che è innaturale è tenere rinchiuse delle persone in una situazione disumana e degradante".
Altre segnalazioni sono giunte dal Garante Nazionale dei detenuti, tra l'altro poco prima che avvenisse l'evasione; il Garante, nelle vesti di Marco Palma, ha evidenziato una moltitudine di problematiche, pubblicando una relazione in cui si evince che "in alcuni reparti le condizioni di vita sono inaccettabili"; Palma ha rimarcato numerose criticità legate alla struttura stessa, e cioè al doppio dei detenuti che una casa circondariale come Poggioreale potrebbe ospitare, l'assenza inoltre di oggetti indispensabili per l'uso quotidiano da parte dei detenuti, nonché la difficoltà ad individuare spazi affinché i detenuti possano comunicare con le proprie famiglie. Difatti, è lo stesso Palma ad affermare che le condizioni sono "incompatibili con la dignità delle persone ristrette".
In effetti Poggioreale nasce come casa circondariale: questo significa che all'interno vi dovrebbe ospitare esclusivamente persone in attesa di giudizio, quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni o con un residuo di pena inferiore ai cinque anni. La realtà è un'altra: se a Poggioreale i posti ammessi sono 1633, ad oggi vi sono, invece, 2373 persone anche con condanna definitiva, a causa di un ampio sovraffollamento negli altri istituti penitenziari. All'interno di una cella ci sono dalle 15 alle 20 persone, spesso con un unico bagno in condizioni deplorevoli (come riportato dallo stesso Palma), letti insufficienti. Una sola finestra per 12 o 15 persone, un'aria irrespirabile, condizioni igienico-sanitarie al limite se non del tutto assenti, detenuti con Aids ed epatite lasciati in queste celle sovraffollate in condizioni pericolose per sé e per gli altri.
Un fallimento, perché è lo stesso sindacato degli agenti penitenziari a riconoscere di operare in una situazione indegna: "Il sistema Poggioreale venga abbattuto". Seppure una chiara provocazione, quanto affermato evidenzia la necessità immediata di provvedere a cambiare quelle che sono condizioni inverosimili sia per i detenuti che per gli agenti e per tutti coloro che vi lavorano; risulta inverosimile soprattutto in uno Stato democratico, la cui Costituzione sancisce all'art. 27 comma 3 che le pene non devono essere contrarie al senso di umanità e devono mirare alla rieducazione del condannato. Solo che la rieducazione, spesso, è una chimera.
Il problema principale è che in Italia abbiamo sempre delle "belle leggi", ma coloro che devono attuarle e rispettarle non vi riescono nemmeno minimamente. Nel XXI secolo ancora pensiamo che la condanna per eccellenza possa essere la legge del taglione o addirittura la pena di morte. Abbiamo sempre pensato di eliminare il problema eliminando le persone. Così con i malati di mente, oggi con i detenuti. Li abbiamo esiliati, resi assenti, privi di parola e di ogni forma di comunicazione col mondo esterno: di loro sappiamo poco o niente, e ci vien fatto credere che siano lo scarto della società. Li riteniamo a prescindere colpevoli perché detenuti, per cui condannati alle loro irreversibili colpe, senza diritti, come bestie da macello. Se bastasse dare loro della dignità per renderli persone migliori, invece di abbandonarli, di annichilirli, imbruttirli dentro e fuori, restituendo alla società uomini che sanno solo riconoscere l'odio, perché nessuno ha insegnato loro la delicatezza d'animo, la gentilezza gratuita?
Se fossimo noi ad offrirgli un'altra possibilità garantendo loro posate per mangiare, un letto dove dormire, offrendo loro competenze spendibili, insegnando loro l'educazione al sentimento, alla condivisione, al sacrificio? Li chiudiamo invece nelle quattro mura, in condizioni disumane, senza possibilità di veder sorgere l'alba del giorno dopo, come fossero dei problemi gestibili perché controllati; non importa se si ribellano, se si suicidano: la società non deve sapere, non deve prendere consapevolezza né della causa né dell'effetto. Non è in questo modo che riusciremo ad arginare i reati e dunque a prevenirli, se è vero che non siamo nemmeno capaci, spesso, di creare le condizioni per reintegrarli in maniera costruttiva all'interno del tessuto sociale.
A Poggioreale c'è un problema di diritti, come in gran parte degli istituti penitenziari italiani. Vi è certamente un problema di sovraffollamento, ma anche di possibilità e prevenzione: mancanza di occupazione, analfabetismo, dispersione scolastica sono alcuni dei fenomeni che alimentano questi "inferni dei dimenticati". Aver sbagliato nella vita non legittima lo Stato e chi lo rappresenta ad umiliarne e spegnere le speranze, i sogni. Poggioreale non è un caso isolato, Poggioreale è oggi "il caso", è quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che dovrebbe suscitare ampie riflessioni: sulla necessità di integrare un maggiore organico di educatori nonché di agenti, su una struttura che non dovrebbe vendere utopie né rinchiudere ed esiliare ciò che la società ha creato, perché spesso i detenuti sono esclusivamente il risultato di una società malata.
Il tema Poggioreale, logicamente, è molto sentito anche dal Comune di Napoli, in particolare dall'assessore alle Politiche Sociali, Roberta Gaeta, che fece visita al carcere alcune settimane fa, tra fine luglio ed inizio agosto, e non esitò a pubblicare una considerazione su quanto visto: "Insieme a una delegazione dei Radicali italiani ho compiuto una visita nel carcere di Poggioreale. Ritenevo doveroso osservare di persona le criticità di una situazione che viene sottaciuta dal dibattito politico, ma che interessa migliaia di persone. Come Assessore alle Politiche Sociali considero un dovere istituzionale occuparmi dei diritti dei cittadini privi delle loro famiglie e dei lavoratori".
L'assessore ha già avuto modo di sottolineare, inoltre, "la mancanza di una prospettiva dell'attuale sistema giudiziario", ritenendo che non si investa in un recupero efficiente ed in "programmi alternativi alla detenzione". Secondo Gaeta, un modo per fronteggiare una tale emergenza è "recuperare del terreno circa la programmazione" attraverso forme di cooperazione, inserimento lavorativo e formazione laboratoriali.
Il carcere è una struttura portante di una società. Risulta per certi versi lo specchio di una società. Oggi si parla di Poggioreale, domani di Rebibbia: c'è la necessità impellente di una riforma carceraria, di una riforma che guardi a reali e possibili obiettivi, una riforma che metta nelle condizioni di lavorare, di recuperare soprattutto.
Una riforma che maturi il detenuto, lo renda responsabile, che possa abbattere il concetto attuale di carcere espressione di potere, repressione. Abbiamo bisogno che la politica non dimentichi gli ultimi, "i colpevoli"; una politica fatta da illuminati che legittimamente si scandalizzano dinanzi alle più brutali violenze, lontane o vicine, ma che non si scandalizzano del proprio sistema carcerario condannato più volte dalla Corte di Strasburgo. Il paradosso più grande, dunque, è avere una società che ripudia ogni forma di barbarie, ma non si rende conto di avere il carcere alle porte: questo carcere.
di Fabrizio Ferrante
Ristretti Orizzonti, 29 agosto 2019
Dopo la visita condotta a Poggioreale lo scorso primo agosto, i Radicali per il Mezzogiorno Europeo tornano ad occuparsi del principale carcere napoletano. Presto partirà una mobilitazione straordinaria finalizzata a porre in evidenza il sovraffollamento, l'assenza di misure alternative alla detenzione e le condizioni invivibili di alcuni padiglioni come il Milano ma non solo. Ad illustrare il punto di vista dei Radicali e a presentare gli obiettivi dell'iniziativa politica su questo tema, l'avvocato Raffaele Minieri, membro del comitato nazionale di Radicali Italiani ed esponente di punta dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo: "La situazione in cui versa il carcere di Poggioreale – ha esordito Minieri - è assolutamente allarmante e gli eventi degli ultimi giorni testimoniano la difficoltà che l'assenza di soluzioni alternative alla detenzione provoca alla gestione di una struttura vecchia e oltremodo affollata. È indubbio che le condizioni detentive siano assolutamente intollerabili in alcuni padiglioni e che vi sia necessità di un intervento effettivo. Tuttavia è altrettanto impensabile provare a risolvere il problema con misure non strutturali. La scelta di segnalare alla Procura della Repubblica le condizioni di detenzione non può essere la risposta ad un problema che trascende le responsabilità individuali ma riguarda l'intero sistema penale, dall'eccesso della custodia cautelare in carcere alle difficoltà del Tribunale di sorveglianza, passando per la creazione di nuovi reati e per l'introduzione di ulteriori restrizioni all'accesso alle misure alternative alla detenzione".
Spazio quindi all'impegno per il futuro con alcuni obiettivi già chiari: "È necessario – ha concluso Minieri - un impegno volto alla riduzione dei numeri delle presenze in conformità con quanto auspicato dalla Corte Costituzionale già nel 2014 e quanto indicato più volte dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo. In tal senso l'associazione Radicali per il Mezzogiorno Europeo, preso atto del disinteresse della politica, avvierà una mobilitazione straordinaria volta ad attivare le magistrature superiori affinché attraverso il percorso giurisdizionale sia possibile valorizzare le misure alternative alla detenzione seguendo le indicazioni già date dalle stesse negli ultimi anni".
linkabile.it, 29 agosto 2019
Il Garante Ciambriello: "Non si può morire di carcere e in carcere". Il carcere da un punto di vista umano e costituzionale non deve essere un luogo di sofferenza, di rabbia o di rassegnazione. " Non si può morire di carcere e in carcere", ha denunciato recentemente il garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello.
Nelle carceri irpine c'è una situazione variegata, ma i direttori riconoscono la complessità delle cose, le carenze sanitarie e sentono il bisogno di chiedere aiuto. Lunedi scorso è stato ad Ariano Irpino il nuovo Provveditore Campano dell'Amministrazione penitenziaria Antonio Fullone.
Una situazione esplosiva e sempre più fuori controllo quella delle carceri campane. Ormai si susseguono con cadenza quotidiana episodi di cronaca, dalle aggressioni ai danni di agenti ai tentativi di suicidio, forme di autolesionismo e scioperi della fame.. Lo scorso 22 agosto una detenuta quarantenne avrebbe tentato il suicidio nel carcere di Bellizzi Irpino ingerendo un mix di farmaci.
L'episodio, come detto, risale a qualche giorno fa ma è venuto alla ribalta della cronaca soltanto oggi. La donna sarebbe risultata positiva agli oppiacei. Un avvelenamento che poteva risultare fatale se non fossero intervenuti in maniera provvidenziale gli agenti che hanno immediatamente allertato il 118. La donna si trova ora ricoverata all'ospedale Moscati dove sta seguendo una terapia disintossicante e non sarebbe in pericolo di vita.
È l'ennesimo fatto di cronaca che riaccende l'attenzione sulle tante criticità del penitenziario irpino. Solo ieri un recluso aveva rotto il setto nasale a un agente della polizia penitenziaria nel corso di controlli di routine prima di aggredire un altro agente e di provare a impiccarsi nella sua cella. Anche qui decisivo è stato l'intervento degli agenti che hanno scongiurato il peggio. Mancanza di psicologi e psichiatri è stata, recentemente, la denuncia di Ciambriello in una conferenza stampa nel carcere avellinese.
A più riprese il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello ha lanciato l'allarme sulle carenze sanitarie della struttura e sulla mancanza di personale. Per il Garante Ciambriello:" Un problema, in realtà, generale e che quindi riguarda la maggior parte del sistema penitenziario. La mancanza di educatori, 923 per 60mila detenuti, 95 in Campania per più di 7.000 detenuti, la mancanza di figure sociali, di psicologi e psichiatri, di assistenti sociali fa aumentare il malessere dei detenuti. I tentativi di suicidio sono all'ordine del giorno e quelli riusciti sono 29 dall'inizio dell'anno, 5 in Campania.
Prevenire i suicidi non è mai semplice. Però si può fare molto, come ridurre al minimo l'isolamento e aumentare la possibilità di avere contatti con i familiari, aumentando il numero e durata delle telefonate. Compreso quello di introdurre la possibilità di avere contatti, anche intimi, con i proprio compagni o compagne. In una sola parola, non negare l'affettività. Insomma occorre sconfiggere la paura, riconoscere gli errori fatti. Habitat ed affettività si possono coniugare con il carcere".
di Walter Medolla
Corriere del Mezzogiorno, 29 agosto 2019
La denuncia dei residenti dei condomini limitrofi al carcere: salgono sui muretti e parlano. Fa discutere la notizia di colloqui non autorizzati tra detenuti del carcere di Poggioreale e i loro familiari, che avverrebbero dalla strada, attraverso una finestra dell'istituto di pena. Comunicazioni a distanza dal cortile-giardino di un condominio che sorge di fronte al carcere.
Non c'è pace per il carcere di Poggioreale. Dopo la rissa tra detenuti, il dossier del garante nazionale delle persone private della liberta che lo ha definito un "luogo inumano" e l'evasione del polacco accusato di omicidio, la Casa Circondariale si ritrova a essere di nuovo sotto i riflettori.
Questa volta a far discutere è la notizia di colloqui non autorizzati tra detenuti e i loro familiari che avverrebbero direttamente dalla strada, attraverso una finestra dell'istituto di pena. Un po' come accadeva in passato, quando le cantate a fronda di limone animavano le notti attorno alle carceri napoletane per portare messaggi, saluti e informazioni. Le comunicazioni a distanza avvengono da uno spazio condominiale di un palazzo che sorge di fronte al carcere, qui i parenti dei detenuti iniziano a parlare a distanza con i propri congiunti, godendo di una visuale particolarmente privilegiata.
Il condominio in questione è quello di via Poggioreale 33, uno stabile abitato da oltre 100 famiglie con parcheggi e spazi in comune. Proprio entrando nella zona riservata alle auto del parco privato, i congiunti dei detenuti, salendo sul muretto di recinzione che delimita la proprietà, hanno la visuale giusta per dialogare con i parenti ristretti. "Più che veri e propri colloqui - spiega Alberto, uno degli inquilini del palazzo che preferisce non dirci il suo cognome - stabiliscono un contatto visivo. Urlano, si salutano sventolando fazzoletti. Non fanno lunghi discorsi, ma danno informazioni sulla situazione a casa e sui loro fatti personali".
I colloqui sono continui durante tutto l'arco della giornata ed è come se vi fossero degli appuntamenti fissati. "Si mettono nel vialetto laterale del nostro parco - spiega una donna che pure abita nel palazzo e che preferisce non fornire le sue gene- dove godono di una buona vista e dopo pochi minuti iniziano a parlarsi. Non aspettano molto, è come se avessero un appuntamento con la persona che è reclusa. E poi dal carcere si affacciano sempre dalla stessa finestra, quella che noi abbiamo individuato essere l'infermeria".
Una prassi che va avanti da tempo e che è stata segnalata anche alle forze dell'ordine. "Abbiamo chiesto in maniera informale a polizia e carabinieri - racconta Alberto - e ci hanno detto che non è ravvisabile nessun reato, forse solo quello di violazione della proprietà privata. Intanto questa storia incredibile perdura e noi siamo disperati. Siamo stanchi di queste continue invasioni". Episodi dello stesso tenore si verificano anche lateralmente al carcere di Poggioreale, in via Biscardi, proprio all'esterno del Palazzo di Giustizia.
Anche qui, soprattutto in tarda serata quando la zona è poco trafficata, familiari dei detenuti si fermano in strada e, o in piedi sugli scooter o sui cofani delle auto, iniziano questi colloqui a distanza con mariti, genitori o figli. "Naturalmente sono quasi sempre donne, adulte o giovani - spiega il signor Alberto - e noi non sappiamo più cosa dirgli, a volte ci rispondono anche male. Ma ora siamo veramente stanchi".
Della situazione si è interessato il consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli che ha deciso di scrivere alla direzione del carcere per chiarimenti. "Dinanzi ad una segnalazione tanto grave e circostanziata - ha spiegato il consigliere dei Verdi - abbiamo inviato una nota alla direzione della struttura chiedendo di effettuare le verifiche del caso. Qualora queste ultime confermassero quanto descritto dal cittadino saremmo di fronte ad un fatto eccezionalmente grave che determinerebbe l'insorgere di una responsabilità disciplinare a carico di chi permette ai detenuti di colloquiare con soggetti esterni al carcere al di fuori delle modalità previste dalla legge".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 29 agosto 2019
Anche quest'anno, come nella scorsa edizione, il Bari Piano Festival (24 agosto - 2 settembre) ha voluto portare i suoi interpreti non solo in riva al mare o in spazi suggestivi, centrali e prestigiosi, ma anche in luoghi dove la musica può aiutare a curare il corpo o l'anima, come l'Istituto Oncologico Giovanni Paolo II e il carcere.
In programma per sabato 31, nella Casa circondariale Francesco Rucci, un piano-recital del M° Maurizio Zaccaria, nel corso del quale sarà eseguito in prima assoluta Profumi per pianoforte di Nico Girasole, commissionato dal Bari Piano Festival con musiche di Ludwig van Beethoven, Fryderyk Chopin, Richard Wagner, Jules Massenet, George Gershwin e Nico Girasole.
La rassegna musicale - che propone generi diversi, grandi musicisti e giovani promesse - è stata ideata dal Comune di Bari e organizzata dal Teatro Pubblico Pugliese in collaborazione con Fondazione Petruzzelli sotto la direzione artistica del maestro Emanuele Arciulli. Il sindaco di Bari Antonio De Caro, nel presentare il programma della seconda edizione del festival, ha voluto sottolinearne "la vocazione a rompere le consuetudini dei luoghi consacrati alla musica per spingersi oltre ed entrare nelle carceri, negli ospedali e nelle case private". Il concerto è stato incluso dalla direzione della Casa circondariale nelle manifestazioni previste per la promozione all'interno degli istituti penitenziari di "2019 - Matera capitale europea della Cultura".
di Manuela Marascio
torinoggi.it, 29 agosto 2019
Da domani "VR Free", del regista Milad Tangshir, sbarca al Lido per una serie di proiezioni con l'ausilio della tecnologia "virtual reality". La Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino rappresenterà l'Italia al Mostra Nazionale del Cinema di Venezia. Diretto dal regista iraniano Milad Tangshir, laureato al DAMS nel 2011, "VR Free" è l'unico film nostrano inserito nella sezione "Venice Virtual Reality", che accoglie opere basate su esperienze immersive in 3D.
La pellicola, presentata dall'Associazione Museo Nazione del Cinema, è prodotta da Valentina Noya e realizzata con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte grazie al bando Under35 Digital Video Contest. È stata girata interamente tra le mura del carcere, e sarà in programma per il pubblico dal 29 agosto al 7 settembre in visione VR, con diverse modalità di fruizione anche per singolo spettatore su prenotazione, sull'isola del Lazzaretto Vecchio.
L'ausilio delle nuove tecnologie permette così di esplorare in prima persona la natura degli spazi detentivi, catturando momenti salienti della vita dentro la prigione. Nel film si vedono anche le reazioni di alcuni detenuti che, usando visori e cuffie, guardano video sulla vita fuori della prigione, partecipando virtualmente ad alcune situazioni collettive e non più alla loro portata, come una partita di serie A allo stadio, una festa in discoteca il sabato sera, un'immersione sottomarina, o la passeggiata in un parco pubblico. Un "portarsi fuori" (o dentro, per lo spettatore esterno), che è anche fonte di riflessione sul valore profondo della libertà.
"VR Free è il tentativo di portare l'universo poco conosciuto del carcere sotto gli occhi del pubblico - dichiara il regista - ma anche un invito a partecipare in forma più consapevole all'urgente discussione sui nostri luoghi di detenzione. Penso che la realtà virtuale sia uno strumento molto potente quando tratta il concetto di spazio. Abbiamo cercato di usarne il potenziale in modo espressivo, portando questo nuovo mezzo in un mondo che di per sé contiene spazi duri e aggressivi". "Oggi - continua - si avverte una crescente tendenza a utilizzare la realtà virtuale per raccontare l'impatto sociale di alcuni progetti. Offrire nuove modalità per esplorare la cultura e l'identità, può aiutarci a superare alcune carenze e creare un'opportunità per una maggiore comprensione".
Dopo l'anteprima al Festival del Cinema di Cannes, come uno dei contenuti disponibile sulla nuova app Rai Cinema Channel VR Experience, "VR Free" era stato protagonista del Festival LiberAzioni di Torino, a fine maggio, grazie a una serie di proiezioni organizzate con Emergency. "Siamo molto orgogliosi di aver contribuito alla realizzazione di questo progetto, capace di raggiungere al meglio i risultati che ci eravamo prefissi con il bando, ideato per sostenere opere crossmediali e transmediali", commenta il direttore di Film Commission Torino Piemonte Paolo Manera. "Tangshir si fa così portavoce di una nuova generazione di filmakers e creativi, in grado di raccontare il presente con uno sguardo inedito e attraverso la sperimentazione tecnologica".
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