di Gabriella Imperatori
Corriere di Verona, 13 ottobre 2019
Dalla conferma da parte della Corte Europea per i Diritti Umani della condanna all'Italia per il persistere dell'ergastolo ostativo, il dibattito si è fatto più polemico e incandescente. L'ergastolo è di per sé una condanna che alcuni paragonano a una prolungata pena di morte, ma quello ostativo (che "osta", cioè si oppone a qualsiasi modifica) è molto degradante, perché vìola la dignità della persona, sia pur rea de terribili delitti come quelli di mafia e terrorismo, e potrebbe essere considerato incostituzionale (su questo si esprimerà la Consulta), perché il carcere ha lo scopo di una possibile redenzione del colpevole e non solo quello afflittivo.
di Gabriele Massaro
lavocediasti.it, 13 ottobre 2019
L'esponente politico ha commentato positivamente il pronunciamento della Corte Europea per i diritti umani, che ha invitato l'Italia a modificare la norma sull'ergastolo ostativo.
A margine della presentazione del corso di gestione dei conflitti tra agenti di Polizia Penitenziaria e detenuti, presentato ieri mattina ad Asti, abbiamo chiesto all'On. Bruno Mellano, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, un commento in merito al recente pronunciamento con il quale la Grande camera della Corte europea per i diritti umani (Cedu), con sede a Strasburgo, ha invitato l'Italia a rivedere la sua legge che regolamenta il cosiddetto ergastolo ostativo. Pena inflitta principalmente a persone macchiatesi di reati di tipo mafioso.
di Carmelo Sardo
buttanissima.it, 13 ottobre 2019
Come fa a recuperarsi e a essere restituito alla società un detenuto che dovrà stare in galera fino a quando non sarà morto? La politica non tiene conto che perfino il peggiore dei criminali possa ravvedersi. Ci sono argomenti sui quali, senza una approfondita conoscenza, a pronunciarsi si rischia di annaspare nella più disarmante ignoranza e si finisce per dare in pasto, a chi è facile all'abbindolamento, teorie populistiche e facili retoriche fasulle, ingozzando chi all'intelletto che latita rimedia con ragionamenti di pancia. Prendiamo la notizia di questi giorni che riguarda l'ergastolo ostativo e la sonora bocciatura che ha subìto l'Italia ad opera della Corte europea dei diritti dell'uomo. Che cos'è intanto l'ergastolo ostativo, o il cosiddetto articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario?
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 13 ottobre 2019
Intervista al vicepresidente del Csm: "I cittadini non possono attendere anni, è negare il diritto". Ermini non ha dubbi: prima strutture e risorse. E sulla questione morale ammette che "c'è ancora da lavorare, Csm e magistratura sono apparsi deboli".
Vicepresidente Ermini, il plenum del Csm è stato integrato con l'elezione dei giudici Di Matteo e D'Amato. Ritiene rimarginata la profonda ferita inferta dallo scandalo Palamara e dall'inchiesta di Perugia sul tentativo di pilotare le nomine di alcuni procuratori?
"No, ancora no, c'è da lavorare ancora parecchio. E il passato non si può e non si deve dimenticare. Ciò che è accaduto deve essere un monito. E poi, sotto l'aspetto numerico, dobbiamo integrare il giudice di merito e provvedere alla nomina, spero prima di dicembre, del nuovo procuratore generale presso la Cassazione".
Dunque la questione morale non è ancora alle spalle...
"Va affrontata quotidianamente. La questione morale si supera con una tensione etica e morale continua, di pari passo al nostro lavoro".
Lei ha detto: "Il Csm non va normalizzato". Cosa intende?
"Il Csm e la magistratura sono apparsi deboli all'opinione pubblica a causa delle note vicende. Ma non ritenevo e non ritengo giusto che gli altri poteri dello Stato, in particolare il potere legislativo, possano approvare delle norme che potrebbero diminuire la funzione che la Costituzione assegna e prevede per il Consiglio superiore".
Ha chiesto "un cambio di passo" al Csm. In concreto?
"Ho chiesto che le correnti si limitino a svolgere un lavoro di valorizzazione degli ideali e delle posizioni tecnico-giuridico- scientifiche-valoriali, interpretando i diversi modi di concepire il lavoro dei magistrati. Ma se le correnti agiscono per proporre esclusivamente i loro candidati, al di là delle valutazioni di merito, ciò è inaccettabile. È un metodo che non deve più esistere e che va cambiato".
Insomma, i magistrati una volta eletti si devono spogliare delle rispettive casacche?
"Esattamente. Del resto lo dice anche la Costituzione: nel momento in cui un giudice entra nel Csm non deve rispondere a chi lo ha eletto. Non esiste alcun rapporto fiduciario. Chi viene eletto nel Csm deve rispondere solo alla legge e alla Costituzione: non si deve scegliere in base alle appartenenze, si deve scegliere il migliore. E se qualcuno questa idea non ce l'ha ancora in testa, farò tutto ciò che è nelle mie possibilità per renderla chiara e indiscutibile. Tanto più che, non essendoci la rielezione, chi entra nel Csm è un uomo libero che non deve cercare consenso. Per la stessa ragione nelle varie votazioni non devono esistere maggioranze precostituire in base all'appartenenza correntizia o politica".
Però il sostegno delle correnti è decisivo per entrare nel Csm, non è perciò semplice spezzare il cordone ombelicale...
"In questo Paese bisogna mettersi in testa che esistono le istituzioni e che tutti facciamo parte delle istituzioni. Ci deve essere un senso civico e valoriale che deve prescindere dall'appartenenza a una corrente o a un partito".
Queste sono belle parole e belle intenzioni, ma ha individuato un modo per debellare e sterilizzare l'influenza delle correnti?
"Ci sto provando. E devo dire che finora ho trovato nei consiglieri una buona rispondenza. Bisogna però che i consiglieri non si sentano pressati dalle correnti e che le correnti evitino di fare pressioni". Per la riforma del Csm, il Guardasigilli Bonafede propone il sorteggio. Cosa ne pensa? "È fortemente dubbia la sua costituzionalità, in quanto negherebbe l'elettività e la rappresentatività previste dalla Carta. Sarebbe una sorta di normalizzazione. Cambiamo piuttosto il sistema della rappresentatività: passiamo dal collegio unico nazionale, in cui inevitabilmente le correnti hanno un peso, a piccoli collegi per valorizzare il rapporto tra magistrati e territorio. Così facendo emergerebbero i giudici più bravi e stimati, indipendentemente dall'appartenenza".
Dopo lo scandalo Palamara, è stata interrotta la procedura di nomina del procuratore capo di Roma. Quando pensa che verrà scelto il successore di Pignatone?
"Il 22 e il 24 ottobre ci saranno le audizioni dei candidati, cosa che avevo chiesto nel maggio scorso ma mi venne negata. Dopo di che avvieremo le discussioni per la nomina che avverrà in tempi brevi, spero entro la fine di gennaio".
Quali garanzie si sente di offrire che questa nomina, come quelle dei procuratori di Torino e Perugia, avvenga in modo limpido ed esclusivamente in base al merito?
"Rispetteremo l'istruttoria in modo chiaro, limpido e trasparente, esaminando i profili dei singoli candidati con grande attenzione. Ciò che è accaduto in passato, non accadrà più. Il Csm deve essere una casa di vetro".
Dal primo gennaio verrà cancellata la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Il Pd chiede che prima vengano fissati tempi certi per la durata dei processi. È d'accordo?
"L'approvazione delle leggi appartiene al Parlamento, dunque non ho titolo per intervenire in questa discussione. Il Csm aveva già espresso il proprio parere, a titolo personale affermo che abolire la prescrizione, senza che prima siano stati introdotti strumenti per rendere rapida e certa la durata dei processi, sarebbe sbagliato. A farne le spese sarebbero i cittadini: non solo gli imputati, ma anche le parti offese che non possono attendere anni e anni prima di avere una sentenza. Del resto è la Costituzione a parlare di durata ragionevole dei processi. I processi infiniti sono una negazione del diritto".
Se i processi durano tanto la responsabilità è anche dei magistrati. O no?
"Il problema è che non ci sono strutture e risorse. Oltre alle buone leggi bisogna dare ai magistrati gli strumenti, il personale, le aule, per svolgere i processi e smaltire gli arretrati".
Bonafede nelle sue linee guida ha fissato in 4 anni la durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio. È un proposito velleitario?
"No, è giusto. Bisogna però, come dicevo, potenziare Procure e Tribunali, decidersi una volta per tutte a stanziare le risorse necessarie".
Cosa ne pensa dell'uso del Trojan per le intercettazioni?
"Le intercettazioni come strumento investigativo non vanno ridotte: servono a smascherare chi compie i reati. Il problema è la loro diffusione: chi gestisce le intercettazioni, a chi vanno in mano, cosa va a finire nel fascicolo del dibattimento, ciò che può essere diffuso e come si tutela la privacy delle persone che nulla hanno a che fare con il processo ma che finiscono ugualmente per essere distrutte".
Lei in questi mesi ha spesso ha ringraziato Mattarella per il sostegno. Il capo dello Stato svolge in modo effettivo, e non solo formale, il ruolo di presidente del Csm?
"Il capo dello Stato segue con grande attenzione, quasi quotidiana, il lavoro del Consiglio. E nei momenti di grande difficoltà a me e ai consiglieri, che ringrazio, Mattarella ha dato una grande spinta e una grande fiducia. È stato un faro e, direi, anche uno scudo".
di Chiara Genovese
periodicodaily.com, 13 ottobre 2019
Oggi ricorre la Giornata Internazionale dell'Educazione in Carcere. Per l'occasione, abbiamo avuto il privilegio di intervistare il professor Simone Zacchini, docente di Storia della Filosofia presso l'Università degli Studi di Siena e da anni impegnato nel campo dell'insegnamento nelle carceri, argomento sul quale ha scritto diversi testi.
Quanto e perché è importante la formazione all'interno di un carcere?
Il carcere è un sistema non solo punitivo per i trasgressori, ma anche riabilitativo. Il tempo della pena è commisurato non solo al danno, ma anche al tempo necessario alla riabilitazione per tornare in società. Così la funzione del carcere è sostanzialmente rieducativa, fin da quando, a fine Settecento, il supplizio di tradizione medievale è stato sostituito dall'Istituzione Carceraria.
Come si svolge l'attività didattica all'interno di un carcere?
In carcere, le due fondamentali attività rieducative sono la scolarizzazione e l'insegnamento di un lavoro. Io ho svolto attività integrativa, con un progetto di filosofia.
I corsi sono volontari? Vi è molta affluenza?
I miei corsi sono volontari, ma partecipano sempre tutti.
C'è una differenza nell'apertura ai nuovi apprendimenti tra i detenuti più giovani e quelli più anziani? E tra uomini e donne?
Naturalmente, in carcere uomini e donne sono separati, e spesso in istituti differenti. Io ho svolto attività in una casa circondariale maschile.
Il suo lavoro è incentrato in special modo sulla filosofia. Come influisce lo studio delle materie umanistiche sulla visione della legalità (e della vita in generale) di detenuti ed ex detenuti?
Ha un impatto importante perché permette di incontrare un modo di pensare e vedere che era totalmente estraneo ai detenuti. Nessuno di loro aveva mai avuto l'opportunità di confrontarsi con certe tematiche e quindi li hanno sia incuriositi che affascinati.
Quanto è difficile per il docente "farsi accettare" da una fascia di studenti così particolare?
Dipende da come il docente si pone. Non si sopporta tanto volentieri un docente autoritario o arrogante, in un ambiente di privazione di libertà e di sorveglianza totale. Ho cercato di entrare nella loro voglia di mettersi in gioco e di cambiare. La mia attività è stata così accettata benissimo.
Quali prospettive si aprono alla persona che esce dal carcere? Quanto e come influisce la formazione nel futuro di un ex detenuto?
Dipende. La società intera dovrebbe frequentare corsi di filosofia e invito alla tolleranza. C'è però un atteggiamento di forte chiusura nei confronti degli ex detenuti. Io li invito a non farsi schiacciare dagli stereotipi e a cominciare una vita dove si è sempre soggetto delle proprie scelte e non oggetto del pregiudizio.
Tra i suoi campi d'interesse, oltre a storia dell'arte e filosofia, anche la musica ha una grande rilevanza. Adopera la musica nell'approccio all'insegnamento con i detenuti? Quanto e come può influire?
Tutte le arti contribuiscono. Anzi, siamo noi a vederle come settorializzate: in realtà, l'arte è unica ed ha la funzione non solo di meravigliare e piacere, ma anche di orientare diversamente il nostro modo di pensare. Per questo è determinante in tutti i contesti.
di Antonio Biasi
Gazzetta del Mezzogiorno, 13 ottobre 2019
La famiglia "malata" uccide più della mafia. Non è una novità purtroppo, ma una amara constatazione che continua a lasciare sconcertati. La tragedia avvenuta a Orta Nova, nel Foggiano, dove un agente penitenziario ha ucciso la moglie e due figlie (18 e 12 anni) togliendosi poi la vita, è solo l'ultimo di una inesauribile serie di casi.
Nei primi 12 giorni del mese ci sono state cinque tragedie che vedono come vittime mogli o compagne, più una sesta nella quale il femminicidio, per fortuna, è stato solo tentato. In media, ogni due giorni una donna viene ammazzata dal compagno di vita, e non di rado, anche i figli della coppia finiscono nel mirino del genitore killer. A Orta Nova un terzo figlio è scampato alla furia del padre perché lavora lontano da casa.
Siamo di fronte a un autentico bollettino di guerra che non conosce soste, nonostante le iniziative, anche parlamentari, rivolte a definire nuove figure di reato, aggravanti e, all'avvio di campagne di sensibilizzazione per squarciare il muro di silenzio dietro il quale maturano e poi esplodono le tragedie.
Nella fattispecie, il caso di Orta Nova fa scattare l'allarme sulle problematiche psicologiche e relazionali che taluni lavori possono far scaturire o aggravare. Da parte di psicologi e sindacati degli agenti di custodia si fa presente come sia necessario vigilare di più sulle condizioni di salute mentale nei luoghi di lavoro, soprattutto quelli che comportano situazioni di stress dovute a interazioni sociali particolarmente complesse e pericolose.
Come pure viene lanciato l'allarme sulle gravose condizioni di lavoro degli agenti penitenziari dovute, oltre che alla natura particolare dell'impiego, soprattutto al sovraffollamento carcerario, con le inevitabili conseguenze di possibili disagi. Proprio l'altro ieri un agente di custodia si è ucciso a Piacenza. Nei giorni scorsi, il Sappe, uno dei sindacati degli agenti di custodia, aveva evidenziato la carenza di personale nel carcere del capoluogo dauno.
Non si sa ancora, cosa possa aver scatenato la furia omicida e suicida dell'agente di Orta Nova, però va sottolineato come queste tragedie non conoscano confini. Riguardano ogni ambito sociale e lavorativo e colpiscono indifferentemente da Nord a Sud. Quindi sarebbe errato circoscrivere al lavoro dell'agente la fonte della tragedia, per quanto possa aver funzionato come aggravante. Resta insoluto il problema di come prevenire la mattanza.
Non tutti i drammi hanno campanelli d'allarme o manifestano i cosiddetti "reati spia": stalking, maltrattamenti, percosse, violenze sessuali. Nel caso di Orta Nova chi conosceva l'agente di custodia lo descrive come taciturno, forse un po' troppo chiuso in se stesso, ma non sembra che quanto accaduto possa essere ascritto alle cosiddette "tragedie annunciate": tante volte si riscontrano tutti i "sintomi" di quello che poi drammaticamente viene ad accadere.
Ma a volte, come ad Orta Nova, non è così. E l'esplosione di violenza colpisce come un fulmine a ciel sereno. Ma, almeno nei casi in cui il processo di degenerazione dei rapporti familiari si evidenzi chiaramente, come non di rado avviene nelle separazioni particolarmente conflittuali, almeno in quei casi sarebbe possibile intervenire.
Qui, però, anche le iniziative legislative messe in atto, come il Codice rosso sulla violenza di genere, vanno a cozzare contro le carenze di organico e strutturali di chi dovrebbe intervenire. Chiedere aiuto e segnalare il disagio psicologico, proprio o di chi è vicino, non sempre riesce a evitare i drammi, ma resta ancora l'unica strada per cercare di prevenire lo scoppio della violenza. In attesa di una maturazione delle coscienze, auspicabile, ma difficilmente prevedibile.
di Andrea R. Castaldo
Il Mattino, 13 ottobre 2019
Qual è il sottile legame tra il reato di abuso d'ufficio e la scarsa efficienza dell'operato della Pubblica Amministrazione? Apparentemente nessuno, anzi il primo dovrebbe servire a prevenire e correggere fenomeni di mala-admnistration e così alimentare un circuito virtuoso di best practices. Ma le cose non stanno così. Il risultato, ancorché paradossale, va nella direzione contraria. E allora, andando per ordine, cerchiamo di comprenderne i motivi.
Partendo da un dato pacifico, l'ipertrofia legislativo-regolamentare. Il numero sconfinato e sconosciuto della normativa vigente, in perenne e inarrestabile crescita, produce due effetti distorsivi. Il primo, il necessario rinvio a decreti attuativi, demandati a organismi delegati, che vengono alla luce con estremo ritardo; dunque, nella migliore delle ipotesi, creando di fatto un periodo di vacatio, nel quale la norma formalmente esiste, di fatto non può essere attuata.
Il secondo, la burocrazia asfissiante che si nutre di un reticolato di disposizioni frammentate temporalmente, non omogenee, di modesta fattura linguistica (a voler essere generosi). Ma sono le stesse norme che dovranno essere applicate nella prassi quotidiana (nell'espletamento delle funzioni o del servizio, per usare un linguaggio da iniziati) dall'agente pubblico. E sono sempre le stesse norme, la cui violazione ricadrà nello spettro di incriminazione dell'art. 323 codice penale. Certo, si obietterà (correttamente) che per la consumazione del reato occorre una trasgressione intenzionale e che tale condotta abbia generato un vantaggio o un danno ingiusti.
Ma non è questo il punto. Perché non si tratta di decidere se costui sia innocente o colpevole, ma di chiedersi nell'immediato come reagisca alla spada di Damocle di un'indagine a suo carico e quanto ciò influisca sulla serenità del lavoro. Detto in parole povere: ai suoi occhi non conta tanto il risultato finale, cioè l'esito di un processo che probabilmente si chiuderà in maniera favorevole, ma il processo in sé, ossia l'alea, il disdoro reputazionale, il blocco di carriera, i costi per la difesa.
Il rischio di incappare allora in un incidente di percorso genera l'amministrazione difensiva, la fuga dal potere di firma, con l'inevitabile scadimento delle performance. Purtroppo non si tratta di valutazioni affidate a parametri personali, ma dell'esito di ricerche "sul campo".
Un primo sondaggio, consistito nella somministrazione di questionari e interviste ai dipendenti della Regione Campania, ha confermato come la loro stragrande maggioranza (oltre il 60%) si senta condizionata negativamente dalla inquietante presenza dell'abuso di ufficio; percentuali più o meno analoghe si registrano a proposito della reazione di conseguenti ritardi o blocchi nella gestione della pratica, nonché nella difficoltà di comprendere come comportarsi, stante l'oscurità della legge.
Una seconda indagine ha riguardato invece la "sorte" dei processi nati per abuso di ufficio nel distretto della Corte di Appello di Salerno nel quinquennio 2014-2018. Ebbene, solo un misero 10% si conclude con una condanna, il resto si perde per strada tra assoluzioni già in sede di udienza preliminare e prescrizioni. Ed è una strada lastricata di durature sofferenze, poiché i tempi sono estremamente lunghi (8-13 anni).
Ognuno può pensarla come crede sul perché ciò avvenga, ma tutti saranno d'accordo di fronte all'evidenza: un reato così concepito non intercetta le patologie dell'operato pubblico, anzi crea disfunzioni. Riformare l'abuso nel segno di una profilata selettività della condotta tipica in chiave di reale offensività consentirà risultati positivi in molteplici direzioni.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 13 ottobre 2019
Nasce un osservatorio permanente. Il Sindacato Sappe: "servono medici e psicologi". È successo anche qualche giorno fa: un assistente capo della Polizia penitenziaria di 53 anni, con un lungo periodo di lavoro nel carcere di Piacenza, si è tolto la vita impiccandosi vicino alla cantina di casa.
Prima di lui, l'estate scorsa, a Pisa, un agente scelto di soli 30 anni, si è ucciso una domenica pomeriggio in casa dei genitori. E il bollettino di una guerra di dolore, stress fisico e psicologico, è ogni giorno più pesante: 3, 5,10, il numero aumenta di continuo, tanto da diventare un vero allarme sociale per l'intera categoria.
obiettivonews.it, 13 ottobre 2019
Via libera a un bando per attivare cantieri di lavoro per detenuti. Potranno svolgere attività di pubblica utilità per i Comuni. L'assessore Chiorino: "Con questa misura offriamo un aiuto agli Enti con carenza di personale e una chance a chi vuole davvero reinserirsi nella società".
La Regione Piemonte ha pubblicato un bando rivolto ai Comuni e alle Unioni di comuni, per attivare cantieri di lavoro con persone sottoposte a misure giudiziarie. Gli enti possono presentare domanda di partecipazione dal 4 al 25 novembre prossimi. Destinatarie del bando sono le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
Le attività dei cantieri di lavoro possono riguardare numerosi ambiti, dal rimboschimento e sistemazione montana, alla costruzione di opere di pubblica utilità, dalla piccola manutenzione del patrimonio pubblico, agli interventi nel campo dell'ambiente, dei beni culturali, del turismo o altri servizi pubblici. I progetti possono essere integrati con percorsi di formazione finalizzati sia a far apprendere le modalità di svolgimento delle attività, sia a favorire l'acquisizione di competenze spendibili in seguito sul mercato del lavoro.
Le risorse regionali stanziate ammontano a 456.463 euro, che saranno corrisposti direttamente ai Comuni che avranno attivato progetti sul proprio territorio. I costi ammissibili riguardano la copertura dell'indennità giornaliera corrisposta al lavoratore, che è pari a un massimo di 35,01 euro al giorno (per un impegno giornaliero di 7 ore). I cantieri, a seconda del progetto e delle attività previste, possono durare da un minimo di due mesi a un massimo di dodici.
"Si tratta di una misura importante, perché è tesa a raggiungere due obiettivi - spiega l'assessore regionale al Lavoro, Elena Chiorino. Da un lato si offre ai Comuni, e mi riferisco in particolare a quelli piccoli, sempre alle prese con fisiologici problemi di personale, la possibilità di avvalersi di persone che possono svolgere attività importanti per la gestione del bene pubblico. Dall'altro si offre la possibilità ai detenuti che intendono davvero, in prospettiva, reinserirsi virtuosamente nella società di aumentare le proprie competenze e di sperimentare esperienze lavorative anche durante il periodo in cui scontano la propria pena.
In ultimo, credo che questa misura sia portatrice anche di un importante valore simbolico: proprio il lavoro, per chi viene da percorsi penali, può offrire la possibilità di reinserirsi nella società nella maniera corretta, praticando un'attività di pubblico servizio e stando alla larga dall'emarginazione e dall'illegalità".
Ristretti Orizzonti, 13 ottobre 2019
Si è svolta venerdì 11 ottobre nel teatro del carcere di Parma una giornata di formazione per i giornalisti organizzata dalla locale redazione di Ristretti Orizzonti e dalle due associazioni "Per ricominciare" e "Verso Itaca", in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna.
"Verità e riconciliazione. Giornalisti, magistrati, esperti, vittime e autori di reato si interrogano sul senso delle parole", questo il tema su cui si sono confrontati alcuni redattori ristretti e gli ospiti presenti all'incontro.
- Lombardia. Carceri e fragilità psichiche, un quarto dei detenuti soffre di disturbi
- La strage delle pistole d'ordinanza tenute in casa
- Lazio. Tra Prap ed Enci un accordo per l'impiego di unità cinofile in carcere
- Troppi gli orfani di femminicidio. Un network per non lasciarli soli
- Egitto. Torturato l'attivista Alaa. Nel silenzio della Ue e di Roma









