di Raffaele K. Salinari
Il Manifesto, 28 agosto 2019
Fate la cosa giusta. La novità - mentre si contano i morti dell'ultimo naufragio sulle coste della Libia - e che si pone come una vera e propria mina sul cammino negoziale in pieno svolgimento, denuncia il presidente del Pd Orfini, è appunto la ritrovata unità degli esponenti giallo verdi su un provvedimento che ribadisce le linea politica a trazione leghista. In cosa si concretizza l'idea di "discontinuità" evocata giustamente dal segretario Pd per aprire una nuova fase con i 5 stelle? Evidentemente, in primis, nella questione più simbolica: la gestione dei flussi migratori.
Quella che ha, più di tutte, caratterizzato il precedente governo, peraltro formalmente ancora in carica. Non caso, nelle sue ultime ore al Viminale, il Ministro degli Interni, stavolta in accordo con quella della Difesa e il collega delle Infrastrutture, hanno firmato il divieto d'ingresso nelle acque territoriali italiane per la nave Eleonore della Ong Lifeline, che lunedì aveva soccorso centouno migranti su un gommone in avaria al largo di al-Khoms, in acque libiche.
La novità - mentre si contano i morti dell'ultimo naufragio sulle coste della Libia - e che si pone come una vera e propria mina sul cammino negoziale in pieno svolgimento, denuncia il presidente del Pd Orfini, è appunto la ritrovata unità degli esponenti giallo verdi su un provvedimento che ribadisce le linea politica a trazione leghista. Ora, passi per il responsabile, in uscita, del Viminale, ma cosa significa questa decisione ora, in piena trattativa per la formazione di un nuova alleanza, da parte degli esponenti pentastellati? Ci pare evidente che, di fronte ad una decisione così grave, che di fatto segna uno dei punti più alti di quella concezione sovranista e xenofoba tanto cara alla Lega, e non solo, si debba cominciare chiaramente e con trasparenza, ad entrare nel merito delle posizioni da tenere su una materia che ha delle implicazioni su tutto l'impianto democratico del Paese e delle sue relazioni a livello europeo ed internazionale.
La gestione dei flussi migratori, infatti, è stato il grimaldello attraverso cui si è tentato di smantellare l'idea stessa di multilateralismo, il vero bersaglio grosso dei sovranisti continentali e transatlantici. Si è cominciato, infatti, rigettando il Migration Compact, un accordo elaborato in sede Onu per stabilire alcune regole internazionali basilari. L'Italia, che in un primo tempo aveva aderito, si è poi ritirata, nel nome della sovranità nazionale, come d'altra parte hanno fatto gli Usa di Trump, con la sua politica di muri e criminalizzazione dei migranti.
Si è passati poi, insieme al gruppo di Visegrad, la variopinta alleanza sovranista europea, a rifiutare le regole di Dublino, certo da cambiare ma non da infrangere, anche perché i "corpi del reato" altro non sono che quelli dei migliaia di migranti costretti ad odissee drammatiche o a morire in un mare una volta nostrum ma che oggi disconosce chi vi annega. Altra componente altamente simbolica, per il ruolo che rivestono proprio nel far rispettare varie convenzioni internazionali, l'attacco frontale alle Ong.
Tacciate di ogni nefandezza, dalla tratta di esseri umani al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, dal ricevere soldi da organizzazioni terroristiche al traghettare in Europa le milizie jiadiste, la vecchia regola hitleriana della "merda nel ventilatore" è stata sapientemente alimentata per discreditare, attraverso queste organizzazioni libere e indipendenti, l'idea stessa che potessero e dovessero esserci ancora norme che valgono per tutti e sempre. Che si trattasse della Convenzioni di Amburgo sulla ricerca ed il salvataggio in mare, o quella Onu sull'infanzia che impone l'interesse superiore del minore su tutte le altre considerazioni, queste regole che ancora compongono il, già abbastanza frammentato, quadro del multilateralismo dei Diritti umani, sono state preso di mira sistematicamente e con lucida ferocia, magari impugnando un crocefisso o invocando la protezione mariana.
Ultimo, ma non certo per ordine di importanza, il taglio più che drastico ai fondi per la cooperazione allo sviluppo, e la parallela gestione di segmenti di politica estera da parte del Viminale, attraverso accordi che prevedono aiuti di maggior favore a quei Paesi che accettano i rimpatri. Appare dunque più che evidente il piano di disarticolazione messo in atto in questi mesi per denaturare dalle fondamenta un impianto che, bene o male, ha assicurato a livello internazionale, europeo, ma anche nazionale, un certo livello di civiltà. Ecco allora i temi, tra gli altri, su cui chiedere e pretendere gradienti di fortissima discontinuità, di ritorno alle regole, al rispetto degli impegni presi a livello Onu ed europeo a partire dal sostegno agli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, e l'Amazzonia di Bolsonaro è un tragico esempio della loro violazione.
di Coordinamento Itardd*
Il Manifesto, 28 agosto 2019
È uscito per Einaudi l'ultimo romanzo di Don Winslow, "Il Confine", che sta avendo un ottimo successo editoriale. Nei primi capitoli, l'autore immagina l'incontro fra il capo della Narcotici del Nypd- New York Police Department e il capo della Dea, l'agenzia federale antidroga, appena nominato. Il poliziotto di New York si vanta col funzionario federale che il suo dipartimento doterà tutti gli agenti del Naloxone, il farmaco usato come antidoto nei casi di overdose da oppiacei ("Si tratta per prima cosa di salvare i feriti nella guerra alla droga", dice); e accusa la Dea di miopia perché denuncia "festini a base di Naloxone" (cosa che un agente Dea in Utah ha effettivamente fatto nel 2017).
Negli Usa, a fronte di una feroce impennata dei morti di overdose, il Naloxone è disponibile ovunque, anche nei motel; le metropolitane sono piene di avvisi rivolti a chi usa eroina e in tv o sul web fioriscono gli spot per coinvolgere tutti nel soccorso delle vittime di overdose. Sarà perché le vittime della cosiddetta epidemia negli Usa sono per lo più bianchi, ma nella patria della "tolleranza zero" e della war on drugs qualcosa è cambiato. In Italia, il primo paese al mondo ad aver fatto del Naloxone un farmaco da banco senza ricetta medica, colpisce l'immobilismo delle istituzioni nazionali rispetto al fenomeno dell'uso di droghe, mentre i media gridano all'"emergenza droga", quasi sempre richiamando lo spettro degli anni ottanta e di qualche "nuova eroina" dal colore acceso.
Negli ultimi due anni le overdose sono aumentate del 10%, anche se non hanno raggiunto i numeri dei favolosi ottanta. Eppure "sappiamo cosa fare": questo il motto della campagna Mai senza naloxone, che Itardd, insieme a Forum droghe (con l'adesione di Sidt e Federserd) ha lanciato lo scorso anno maisenzanaloxone.fuoriluogo.it/index.php/la-campagna/. La carovana che sta girando l'Italia per portare avanti questa campagna ha dovuto confrontarsi con i racconti di diversi operatori, che hanno denunciato il sequestro di Naloxone a opera delle forze dell'ordine. Dunque la prima regola di sicurezza - serve Naloxone dappertutto, anche a bordo delle volanti - è disattesa, anzi manifestamente osteggiata.
Eppure "sappiamo cosa fare". Tutte le persone che usano eroina, i loro amici, i vicini e i familiari devono avere il salvavita. Senza paura. Serve facilitare i soccorsi con una legge del "Buon Samaritano", che tuteli chi chiama aiuto in caso di overdose e lo incoraggi a comporre il 118. Per questa legge ci stiamo impegnando assieme a Itanpud, la rete italiana delle persone che usano droghe.
Soprattutto bisogna smettere di stigmatizzare chi usa droghe, e invece cominciare a rivolgersi direttamente ai consumatori che spesso sono i primi a intervenire per salvare la vita di chi va in overdose. Smettere i toni dell'emergenza e concentrarsi sulle persone. Anche quest'anno, il 31 agosto, ricorre l'International Overdose Awareness Day, l'iniziativa che vuole sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale e i policy maker a prevenire le morti per overdose. Lo scorso anno, è partita la Carovana della campagna Mai senza naloxone. Nelle tappe di Firenze, Perugia e Reggio Emilia abbiamo toccato con mano quanto ogni giorno i consumatori e gli operatori della riduzione del danno siano impegnati per prevenire le morti da overdose.
Abbiamo registrato un grande impegno e ottimi propositi che si scontrano con politiche ancora ispirate alla tolleranza zero, all'astinenza come obiettivo unico della cura, alla colpevolizzazione dei consumatori e alla volontà di punirli. Speriamo che anche quest'anno lo International Overdose Awareness Day sia un passaggio per mettere in discussione le politiche sulle droghe. A fianco di chi le usa, per i loro diritti.
*Network Italiano Riduzione del Danno
La Repubblica, 28 agosto 2019
Il report di Human Rights Watch: "Si smetta di rinchiudere nei rifugi le donne vittime di tratta e si offra loro maggiore sostegno". Molte sopravvissute della tratta di esseri umani per sfruttamento sessuale e del lavoro, una volta tornate in Nigeria, sono alle prese con problemi di salute irrisolti, povertà e condizioni di vita ripugnanti. Lo afferma un nuovo report pubblicato ieri da Human Rights Watch. Le autorità nigeriane hanno mancato di prestare l'assistenza di cui le sopravvissute hanno bisogno per ricostruire le proprie vite, e hanno detenuto illegalmente in dei rifugi molte donne e ragazze già traumatizzate.
L'esclusione sociale delle donne rinchiuse in rifugi. Il rapporto di 90 pagine dal titolo "You Pray for Death: Trafficking of Women and Girls in Nigeria", fornisce resoconti dettagliati di come la tratta di esseri umani si svolga in Nigeria. Human Rights Watch ha riscontrato che l'incubo per le sopravvissute non finisce quando riescono a tornare a casa. Il governo nigeriano dovrebbe adottare provvedimenti per affrontare le gravi condizioni di salute, l'esclusione sociale e la povertà con cui si misurano le sopravvissute, e smettere di traumatizzarli ulteriormente detenendoli in dei rifugi.
"Donne e ragazze trafficate dentro e fuori dalla Nigeria hanno patito abusi indicibili per mano dei trafficanti, ma hanno ricevuto sostegno medico, terapie e sostegno finanziario inadeguati per reintegrarsi in società" ha detto Agnes Odhiambo, ricercatrice esperta per i diritti della donna a Human Rights Watch. "Siamo rimasti scioccati nel trovare sopravvissute alla tratta rinchiuse, e senza possibilità di comunicare con le proprie famiglie per mesi interi, all'interno di strutture governative."
Le interviste a 76 superstiti. Human Rights Watch ha intervistato 76 superstiti di traffico umano in Nigeria, così come funzionari governativi, leader della società civile, rappresentanti di governi donatori e istituzioni che danno sostegno a iniziative anti-tratta in Nigeria. La tratta, frequente, di donne e ragazze nigeriane in Europa e Libia ha fatto notizia a livello internazionale negli ultimi anni, spingendo il governo nigeriano ad adottare provvedimenti. Molte donne e ragazze sono anche tenute in condizioni simili a quelle della schiavitù all'interno della Nigeria.
Le contro-misure del governo nigeriano. Le autorità nigeriane hanno adottato alcune importanti misure per affrontare il dilagante problema della tratta di esseri umani nel Paese, tra cui l'istituzione di rifugi, assistenza sanitaria, e la creazione di programmi vocazionali e di sostegno economico per le sopravvissute. Tuttavia, le autorità si appoggiano eccessivamente ai rifugi, anziché a servizi incentrati sulla comunità, come mezzo principale per garantire servizi alle sopravvissute. Le autorità nigeriane hanno anche detenuto delle superstiti all'interno di tali strutture, negando loro la libertà di allontanarsene, spesso per mesi interi, in violazione degli obblighi internazionali della Nigeria. La protezione non dovrebbe essere una scusa per detenere arbitrariamente donne e ragazze, e privarle della loro libertà e facoltà di muoversi liberamente, ha dichiarato Human Rights Watch. Tali condizioni detentive mettono a rischio il loro recupero e benessere.
Alcune testimonianze dirette. "Sono qui da quasi sei mesi .... Mangio, dormo, e grido. Non aprono il cancello ..." ha detto una diciottenne in un rifugio della National Agency for the Prohibition of Trafficking in Persons (Naptip). "Ho detto al Naptip che non voglio rimanere qui; voglio andare a casa. Hanno detto che mi lasceranno andare. Non sono a mio agio qui. Non posso rimanere senza fare niente." Il percorso delle vittime di traffico è straziante, ed è difficile risollevarsi. Human Rights Watch ha documentato come i trafficanti, perlopiù conoscenti delle loro vittime, ingannano donne e ragazze per trasportarle all'interno dei confini nazionali e al estero ai fini di sfruttarle in varie forme di lavoro forzato.
L'illusione di un lavoro all'estero ben pagato. Donne e ragazze spesso credevano di emigrare per impieghi all'estero, ben pagati, come lavoratrici domestiche, parrucchiere, o cameriere d'albergo. Rimanevano scioccate quando capivano di essere state ingannate, rimanendo intrappolate in situazioni di sfruttamento, con ingenti "debiti" da pagare. Hanno detto che i loro aguzzini le obbligavano a prostituzione e lavoro domestico forzato per lunghe giornate senza pause e senza paga. I trafficanti le obbligavano a fare sesso con uomini senza preservativi, e spesso le obbligavano ad abortire in condizioni malsane, senza antidolorifici o antibiotici.
Il racconto di esperienze spaventose. Alcune sopravvissute alla tratta hanno descritto esperienze spaventose che hanno causato loro traumi durevoli. Una donna ha raccontato di essere stata trafficata e obbligata a prostituirsi in Libia, all'età di diciotto anni, e di essere rimasta soggiogata per circa tre anni. Mentre era in Libia, fu rapita da persone lei dice erano membri dello Stato islamico (conosciuto anche come Isis). Assistette a esecuzioni e bombardamenti, e passò di mano in mano tra vari trafficanti. Rimase incinta, ma perse il bambino appena nato durante un bombardamento. Ha descritto così la sua vita dopo la tratta: "A volte non voglio vedere nessuno. A volte sento che sto per uccidermi. Non dormo bene."
Lo stigma dopo il ritorno in Nigeria. Alcune donne e ragazze dicono di essere alle prese con problemi di salute mentale e fisica di lunga durata e di vivere lo stigma sociale una volta tornate in Nigeria, dove hanno difficoltà ad ottenere aiuto e servizi. Molte donne e ragazze hanno detto di non avere le risorse per sostenere se stesse e le proprie famiglie. Le sopravvissute alla tratta hanno detto di sentirsi profondamente stressate, e disperate. Le superstiti dicono di non essere state coinvolte attivamente, in genere, dagli enti preposti a garantire servizi nelle decisioni sull'assistenza che toccava loro, e di non aver ricevuto informazioni adeguate sui servizi stessi. Alcune hanno subìto lunghe attese, senza assistenza, dopo aver contattato gli enti in cerca di aiuto.
Le ONG che offrono servizi alle vittime. Al di là dell'uso di rifugi da parte del governo, una rete di organizzazioni non governative offre servizi alle vittime della tratta, tra cui rifugi e sistemazioni, identificazione e individuazione delle famiglie, così come riabilitazione e reintegro. Tuttavia, rappresentanti di alcuni di questi gruppi hanno detto di non essere finanziati adeguatamente e di non essere in grado di soddisfare i molteplici bisogni delle sopravvissute per un'assistenza omnicomprensiva di lungo termine. Gli sforzi di riabilitazione e reintegro in Nigeria sono anche inficiati da un'eccessiva enfasi sull'acquisizione di competenze professionali nel breve periodo che rafforza i tradizionali ruoli di genere, dai fiacchi tentativi del governo di identificare le vittime, e da problemi di finanziamenti e coordinamento, e da scarsa vigilanza.
"Urgente un miglioramento nell'assistenza alle donne". Le autorità nigeriane tra cui i funzionari del Naptip - dice tra l'altro il rapporto di Uman Rights Watch - dovrebbero lavorare con urgenza per migliorare l'assistenza e i servizi per le superstiti alla tratta di esseri umani identificate internamente e rimpatriate, anche mettendo fine alla pratica di negare la libertà di movimento a coloro che vengono ospitate nei rifugi. "Le autorità nigeriane fanno fatica a gestire la crisi della tratta di esseri umani, e lavorano in condizioni ardue, ma possono fare di meglio se ascoltano ciò che le sopravvissute hanno da dire in merito ai propri bisogni" ha detto Odhiambo. "Per mettere fine alla tratta e spezzare i cicli di sfruttamento e sofferenza occorre che il governo aiuti le sopravvissute a superare il trauma e a guadagnarsi una vita dignitosa in Nigeria".
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 28 agosto 2019
Nel 2014 gli studenti si fermarono a 79. Ora, tra pallottole, concessioni, mercati instabili e leader "liquidi", Xi non cala la scure. Ma per quanto tempo ancora? La rivolta di Hong Kong ha appena superato gli 80 giorni. Quella "storica" degli ombrelli nel 2014 si era spenta per sfinimento dopo 79 giorni di occupazione del centro. Cinque anni fa i giovani guidati dal teenager Joshua Wong avevano preso qualche manganellata, si erano difesi con ombrelli gialli da un limitato uso di lacrimogeni da parte della polizia e dopo 79 giorni erano tornati a scuola. Questa volta invece non c'è segno di esaurimento della spinta ribelle, anche violenta. E c'è una data inquietante fissata nel calendario: l'1 ottobre festa della Repubblica in Cina. Xi Jinping non sembra il tipo di leader disposto a celebrare l'unità nazionale e il potere comunista a Pechino mentre una città importante come Hong Kong è fuori dal suo controllo.
In questi primi 80 giorni la polizia ha lanciato oltre duemila candelotti lacrimogeni, sparato pallottole di gomma, caricato e bastonato a sangue, usato cannoni ad acqua, prima nell'illusione assurda di spegnere con la forza i cortei di centinaia di migliaia di persone, poi per reagire agli assalti di una fazione dura uscita dal movimento di protesta. In strada l'evoluzione è sempre più pericolosa.
Il primo colpo di pistola a Hong Kong è risuonato domenica 25 agosto. Lo ha esploso un agente di polizia circondato da un nucleo dell'ala combattente dei dimostranti. Altri poliziotti hanno estratto l'arma puntandola ad altezza d'uomo, sostenendo di essersi sentiti minacciati a tal punto da temere per la vita. Hanno avuto paura. E dobbiamo aver paura anche noi di quello che potrebbe succedere ora nella City cinese ma ancora semi-democratica grazie agli accordi "Un Paese due Sistemi" sottoscritti da Margaret Thatcher e Deng Xiaoping 35 anni fa. Il pragmatico Deng aveva promesso che "le azioni sarebbero rimaste calde in Borsa, i cavalli avrebbero continuato a galoppare all'ippodromo tanto caro agli inglesi e agli hongkonghesi e i ballerini avrebbero continuato a danzare nella notte". La profezia ha retto.
Ma qualcosa di inatteso è successo. E bisogna guardare molto più indietro del 9 giugno, quando un milione di cittadini di Hong Kong aprì le marce contro la legge che avrebbe permesso alla Cina di farsi consegnare dei ricercati da Hong Kong. Forse Deng Xiaoping aveva in mente una Cina diversa da quella di oggi. L'aveva immaginata più liberale e aperta nei decenni futuri (soprattutto in economia). Per questo si impegnò a garantire per Hong Kong un'amministrazione speciale dal 1997, data della restituzione alla madrepatria dell'ex colonia britannica, fino al 2047. E aveva lasciato intendere che nel lontano 2047 a Pechino il Partito comunista avrebbe ancora governato, ma con un sistema meno autocratico. Così Hong Kong avrebbe potuto rappresentare un test per l'intera Repubblica popolare. Poi però nel 2012 il Partito si è affidato a Xi Jinping e tutto è cambiato.
Finora Pechino si è limitata ad osservare i fatti di Hong Kong. Anche se la sua propaganda ora definisce i patti con Londra una reliquia anacronistica. Anche se la sua diplomazia è stata mobilitata per accusare Washington di aizzare la rivolta. Anche se i ribelli sono stati bollati come "quasi terroristi" dopo che avevano occupato per una notte il parlamento e per due giorni l'aeroporto. Tutto sommato però in questa estate di scontri Xi Jinping ha ancora lasciato fare.
Dopo 80 giorni tre punti sembrano evidenti.
1) Pechino ha fatto male i conti quando non ha ordinato al governo di Hong Kong della insignificante Carrie Lam di ritirare tempestivamente e definitivamente la proposta di legge dello scandalo. Se due milioni di persone su una popolazione di sette milioni scendono in strada è assurdo ridurre la crisi a un problema di ordine pubblico. Ma non è stata offerta alcuna soluzione politica, una concessione chiara che convinca la maggioranza a fermarsi. Forse ora non basterebbero più nemmeno le dimissioni della governatrice Lam.
2) La frustrazione ha trasformato parte del movimento giovanile: non in meglio, vista la guerriglia con la polizia. E la protesta "liquida come l'acqua" (così si autodefinisce per la sua capacità di scorrere in diversi punti della città senza fermarsi) non presenta leader capaci di dialogo.
3) Si discute molto di "nuova Tienanmen". La speranza è che Pechino non voglia rischiare l'isolamento, sanzioni economiche e la fine di Hong Kong come centro finanziario ordinando il bagno di sangue. Inviare polizia dalla Cina continentale o peggio mobilitare la guarnigione militare di Hong Kong sembra una follia. Ma Xi e compagni hanno l'incubo della fine dell'Urss e addebitano la colpa del crollo dell'impero sovietico alla debolezza di Mikhail Gorbaciov. Non accettano il fatto che Gorbaciov evitò l'uso della forza per scelta morale. Per questo sul tavolo di Xi può esserci anche pronto un ordine tragico.
di Elena Dusi
La Repubblica, 28 agosto 2019
Ultima vittima, lo chef Zamperoni morto a New York. Ecco perché è così letale. Il Vietnam, per uccidere 60mila giovani americani, ha avuto bisogno di 15 anni. Al Fentanyl sono bastati gli ultimi due. L'oppioide che ha dato il colpo di grazia allo chef Andrea Zamperoni oggi negli Usa fa strage più degli incidenti stradali ed è la prima causa di mortalità fra i giovani. Nel 2018 il presidente Trump l'ha dichiarato "emergenza nazionale". Da allora poliziotti, pompieri e paramedici girano con il naloxone, farmaco di primo intervento.
La strage americana (200mila morti dal 2014) fa tremare il resto del mondo, Italia compresa. "Il Fentanyl e le sostanze illegali simili sono fra 100 e 1000 volte più potenti dell'eroina" spiega Simona Pichini, prima ricercatrice all'Istituto Superiore di Sanità, esperta di nuove droghe. "La dose letale è di pochi microgrammi: un granello. Basta toccarlo o inalarlo per caso". Tute ermetiche e maschere sono d'obbligo per chi effettua i sequestri. Del Fentanyl, però, nell'ultima relazione del Dipartimento antidroga italiano non c'è quasi traccia. I sequestri si contano sulle dita. Il problema da noi non esiste? "Non sappiamo. Identificare queste sostanze è complicato. Solo ora stiamo imparando" dice Pichini.
In Italia tra 2016 e 2017 le morti per overdose sono salite del 9,7% dopo 15 anni di calo. "Non siamo sicuri che c'entri il Fentanyl. Servirebbero analisi tossicologiche costose, che solo pochi laboratori sanno fare. Difficile che siano disposte per un'overdose" spiega Pichini. "I derivati del Fentanyl sono ben più di 50. Come per il doping, ne arrivano sempre di nuovi. Per dare un nome a una sostanza abbiamo bisogno di un campione: "lo standard". Ottenerlo richiede autorizzazioni a non finire e ditte specializzate che ce lo inviino dall'estero. Ci mettiamo un anno".
A oggi i laboratori italiani si sono procurati 22 "standard". Sanno cioè riconoscere 22 derivati del Fentanyl: sostanze con piccole differenze chimiche. "Sono assai meno della metà delle sostanze in circolazione" spiega Luca Morini, tossicologo dell'università di Pavia. "Sospettiamo che venga spacciato al posto dell'eroina o venga usato per tagliarla. Ha un prezzo concorrenziale" spiega Marica Orioli, che dirige il laboratorio di tossicologia forense al Dipartimento di scienze biomediche dell'università di Milano. "Chi lo ha usato racconta che "sale rapido" ed è piacevole. Ma fra i campioni del boschetto di Rogoredo non siamo mai riusciti a identificarlo".
La "vittima zero" in Italia è stata trovata solo per testardaggine. "Era un 39enne di Milano. Aveva comprato droga sul web" spiega Orioli, che si è occupata del caso. "Sembrava una normale overdose: siringa, accendino, buchi nel braccio. Ma nel corpo non c'era traccia di eroina. Ci siamo incaponiti e abbiamo trovato un analogo del Fentanyl". Tempo: un anno e mezzo. La morte è di aprile 2017, la fine delle analisi di settembre 2018. Storia simile per la seconda vittima italiana: un 59enne di Varese, nel 2018. "Aveva accanto a sé resti di polvere" spiega Morini, che con i colleghi ha effettuato i test. "I Carabinieri si sono accorti che era un analogo del Fentanyl. Noi per avere lo standard abbiamo impiegato quasi un anno. I test, dopo, richiedono solo 2-3 settimane".
Il paradosso del Fentanyl è che non viene dal mondo dello spaccio, ma dalla farmaceutica. È usato dagli anni '60 come anestetico e antidolorifico. Dalle corsie, complici le prescrizioni facili (11 milioni di persone negli Usa lo prendono indebitamente e il 5% dei bambini nasce in astinenza), è debordato nelle strade. Fra le vittime illustri, il cantante Prince. Ieri un tribunale dell'Oklahoma ha condannato la Johnson & Johnson (produttrice storica di oppioidi) a 572 milioni per aver sottovalutato i rischi e spinto i medici alle prescrizioni. Uno degli avvocati dell'accusa aveva perso il figlio. Di cause simili gli Usa ne hanno 2mila. Ma le azioni dell'azienda ieri sono salite del 2%. Era attesa una multa più alta. Per il business, va bene così.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 28 agosto 2019
Nel dicembre 2016 il presidente dell'Afghanistan Ashraf Ghani si era impegnato a difendere i difensori e gli attivisti dei diritti umani: "La loro protezione è questione su cui il mio governo, il parlamento e la magistratura hanno piena responsabilità", aveva dichiarato a una conferenza della Commissione indipendente per i diritti umani dell'Afghanistan.
Un rapporto diffuso oggi da Amnesty International denuncia quanto a quell'impegno non sia seguito alcun fatto concreto. Non solo il governo di Kabul ha ripetutamente mancato di indagare sugli attacchi contro i difensori dei diritti umani, ma a volte li ha addirittura accusati di aver presentato false denunce o suggerito loro di armarsi per difendersi autonomamente.
Le storie contenute nel rapporto di Amnesty International sono drammatiche. "Hasiba" (non è il suo vero nome) è un'avvocata che difende le donne che hanno subito violenza domestica, cercano di divorziare o sono sotto processo per presunti reati. A partire dal 2017 ha subito una serie di attacchi, anche con l'acido. La polizia non ha dato seguito alle sue denunce e l'avvocata è stata costretta a chiudere il suo studio legale per sette mesi.
Nell'ottobre 2018 "Mohamed" (non è il suo vero nome) è stato aggredito nei pressi della sua abitazione a Kabul e ha riportato ferite al fegato. Ha chiesto aiuto alle autorità ma non gli è stata accordata alcuna misura di protezione. Anzi, gli è stato suggerito di comprare una pistola e di "proteggersi per conto suo". Dopo l'aggressione è stato costretto a lasciare la capitale.
Molti difensori e attivisti dei diritti umani non hanno più alcuna fiducia nella capacità o nella volontà del governo di proteggerli. Questa sensazione è acuita dai casi in cui le autorità hanno accusato i difensori dei diritti umani di aver inventato le minacce nei loro confronti o di aver rifiutato la protezione offerta dal governo. "Shahzad" (non è il suo vero nome) è stato recentemente minacciato dai talebani su Facebook con questo messaggio: "Sei il servo dei giudei e degli infedeli. Abbiamo detto ai mujahedin di mandarti all'inferno".
"Shahzad" ha segnalato la minaccia alla Commissione indipendente per i diritti umani dell'Afghanistan, che a sua volta ha informato la Direzione per la sicurezza nazionale. La reazione è stata che "Shazad" si era inventato tutto. L'ambiente in cui operano i difensori dei diritti umani è uno dei più estremi al mondo.
Ogni anno in Afghanistan viene superato il numero di vittime civili di quello precedente - ciò nonostante molti governi europei continuano a effettuare rimpatri, considerandolo un "paese sicuro". Il mese di luglio è stato il più violento da oltre due anni a questa parte. Ma della necessità di difendere coloro che difendono i diritti umani, nei negoziati in corso, non vi è traccia. Come se il loro coraggio fosse sacrificabile in nome della "pace".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 28 agosto 2019
La sera del 27 luglio 2018, in un appartamento alla periferia di Mosca, Mikhail Khachaturjan spruzzò spray al peperoncino sulle tre figlie adolescenti perché il soggiorno non era abbastanza pulito. Non era che l'ennesimo abuso per Krestina, Angelina e Maria, che allora avevano 19, 18 e 17 anni. Quel giorno decisero che sarebbe stato l'ultimo: aspettarono che il padre si assopisse in poltrona e lo colpirono con un coltello da cucina e un martello. Mikhail morì dopo pochi minuti.
Da allora il caso delle tre sorelle ha riportato alla ribalta la controversa legge che due anni fa ha depenalizzato la violenza domestica in Russia. Le tre ragazze sono state incriminate per "omicidio premeditato" e rischiano fino a 20 anni di carcere. I legali sostengono che non sono assassine a sangue freddo, ma vittime di un padre violento che le schiavizzava, torturava e violentava. Sono almeno sette i casi di abusi confermati da un'inchiesta di 22 pagine. Amici e vicini avevano avvertito la polizia, ma non era mai intervenuta perché il padre era un boss e autorevole esponente della diaspora armena.
Per le Khachaturjan ci sono state manifestazioni nella Federazione e da Londra a Buenos Aires. Le Pussy Riot hanno organizzato un concerto per raccogliere fondi. Donne hanno messo in scena un'opera teatrale intitolata "Le tre sorelle" come la celebre pièce di Anton Cechov, ma ispirata alle vicende di Krestina, Angelina e Masha. L'attivista Aljona Popova ha lanciato su change.org una petizione per la loro scarcerazione che ha raccolto oltre 300mila firme. E sui social viene rilanciato l'hashtag "Non voglio morire" per ricordare tutte le donne a processo per aver aggredito o ucciso il partner violento: secondo MediaZona, sito sul sistema giudiziario russo, circa l'80 percento delle donne incarcerate per omicidio avrebbe assassinato il partner per legittima difesa.
Finora la solidarietà non ha aiutato le sorelle Khachaturjan: sono agli arresti domiciliari in attesa del processo che si dovrebbe tenere a metà ottobre. I loro avvocati sperano che la procura faccia cadere le accuse o le attenui. "Non è un caso isolato", insiste Popova. "La polizia, i giudici e i procuratori devono decidere chi vogliono proteggere: un padre violento o i russi che hanno il diritto costituzionale di difendersi".
Il Mattino, 27 agosto 2019
A Poggioreale rispetto alla media di 2,1 detenuti per agente di polizia sono in servizio 3,1guardie carcerarie per detenuti". "In Italia, ogni anno, ci sono casi di evasione ma sono davvero pochi. In media, ogni anno, escono legittimamente dal carcere 60mila persone e meno di dieci escono illegittimamente. Queste ultime vengono riprese, peraltro, in tempi molto brevi.
Quindi, l'emergenza non sono le evasioni ma certamente le condizioni di chi vive e una politica che dovrebbe fare più attenzione alle proprie carceri, a cosa accade dentro, e a farli funzionare piuttosto che agitarsi dinnanzi isolati episodi come questo. La situazione del personale è, in generale, critica in tutto il Paese: sulla carta viene stabilito un determinato organico mentre nella pratica è inferiore", dice Alessandro Scandurra, coordinatore dell'Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione.
di Riccardo Borsari
Il Sole 24 Ore, 27 agosto 2019
La responsabilità da reato dell'ente presuppone la commissione, da parte di un soggetto apicale o sottoposto facente parte dell'organizzazione dell'ente stesso, di uno o più reati fra quelli espressamente contemplati nel catalogo del Dlgs 231.2001 (cosiddetti "reati-presupposto").
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 27 agosto 2019
Giusto la settimana scorsa il Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà, Mauro Palma, aveva denunciato in un dettagliato rapporto la situazione "preoccupante" e "poco sotto controllo" del carcere napoletano di Poggioreale, lo stesso dal quale domenica è evaso - con una banale quanto rocambolesca fuga tramite lenzuola usate per calarsi - un detenuto polacco 32enne, Robert Lisowski, condannato per omicidio e considerato molto pericoloso.
Le ricerche proseguono ora almeno allo stesso ritmo con il quale si sottolinea che da oltre cento anni non accadeva un fatto simile in quel penitenziario. La realtà però è che la denuncia del Garante è caduta nel vuoto, prontamente smentita dalla direttrice di Poggioreale Maria Luisa Palma che da Gnews, il quotidiano online del ministero di Giustizia, ha difeso a spada tratta il proprio operato rivendicando perfino un tardivo trasferimento ad altri istituti di una parte di quei reclusi che risultavano eccedenti nel giugno scorso (erano 2.373, su 1.633 posti previsti e una capienza reale di 1.515), quando, poco dopo la visita del Collegio del Garante, scoppiò perfino una rivolta tra i detenuti.
"Pur non negando la buona volontà della direzione, si tratta di una situazione che non è del tutto sotto controllo", spiega Mauro Palma che parla di una struttura "non solo sotto organico" ma anche dove le condizioni di lavoro sono difficili, "come per gli uffici della matricola, ubicati in un semi-interrato insalubre". "Se le condizioni sono disagiate per i lavoratori, sono disagiatissime per i detenuti", sottolinea poi Palma che in ogni caso non intende puntare il dito contro nessuno per l'avvenuta evasione.
E però, se i sindacati di polizia penitenziaria parlano di "evasione annunciata" per via della "mancanza di uomini e mezzi" più volte denunciata, secondo l'Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell'associazione Antigone non c'è alcuna emergenza evasioni in Italia, e semmai c'è un'emergenza per la violazione sistematica dei diritti umani dei detenuti. "In media, ogni anno, escono legittimamente dal carcere 60 mila persone e meno di dieci escono illegittimamente - spiega Alessio Scandurra. Queste ultime vengono riprese, peraltro, in tempi molto brevi. Quindi, l'emergenza non sono le evasioni ma certamente le condizioni di detenzione. La situazione del personale è, in generale, critica in tutto il Paese - continua l'esperto di Antigone -, sulla carta viene stabilito un determinato organico mentre nella pratica è inferiore. Nonostante questo, siamo uno dei Paesi europei con il più alto numero di agenti per detenuti".
A Poggioreale però, sottolinea Scandurra, è in servizio un poliziotto ogni 3,1 detenuti, a fronte di una media nazionale di 2,1 reclusi per agente. Ma il punto cruciale che pochi colgono è che a Poggioreale vi è una carenza "strutturale", nonostante gli sforzi di direzione e volontari, come riferisce Scandurra. Carenza di educatori, psicologi, formatori, insegnanti. E ben più pesante che di agenti, a Napoli come in tutti gli altri carceri d'Italia. La sicurezza si costruisce anche - e forse soprattutto - con loro.
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