di Errico Novi
Il Dubbio, 12 ottobre 2019
La strategia dei renziani sulla giustizia? Nessun sabotaggio: casomai un pressing, che partirà a breve, sull'ex ministro Orlando affinché difenda la "sua" riforma della prescrizione. Stefano Parisi non coltiva rancori. "La stagione del berlusconismo va superata", dice. Ma non parla da esule della galassia che orbita attorno al Cavaliere. Ne fa un punto di evoluzione culturale. "Dobbiamo deberlusconizzare una cosa su tutte: il dibattito sulla giustizia. Passare dall'opposizione tra giustizialisti e garantisti alla rappresentazione corretta, presso l'opinione pubblica, delle vere disfunzioni del sistema giudiziario, delle chiavi per risolverle".
Obiettivo ambizioso, in cui hanno fallito in molti. Il fondatore di Energie per l'Italia ha inventato anche un "think tank post populista, "Pop Up", che contribuirà a fare luce su temi centrali come l'obbligatorietà dell'azione penale, le carriere in magistratura, il disciplinare del Csm, oggi luogo di valutazioni paradossali, sempre favorevoli alle toghe". Primo step dell'ambizione di Parisi: l'incontro pubblico su "Fare giustizia" organizzato per mercoledì prossimo a Roma, presso il Tempio di Adriano, con accademici, magistrati, politici che seguono la giustizia "e naturalmente avvocati: ci sarà anche il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza".
I partiti più garantisti, da Fi a Renzi, soffrono di un "pregiudizio del secondo fine"? I cittadini snobbano le loro idee garantiste perché vi colgono solo l'ansia di tutelare il leader?
È così. Ma mi permetta di dire innanzitutto che oggi l'allarme si è ulteriormente innalzato.
In che senso?
Non si può ignorare il rischio di una saldatura forte, molto forte, tra due giustizialismi: quello del M5S e quello del Pd. I primi hanno dalla loro parte molta magistratura politicizzata, un giornale, avamposti saldi nell'Anm e soprattutto un'idea chiara e integralista sulla giustizia. Il secondo, il Pd, è stato sotto ricatto un po' delle Procure, un po' degli elettori, da cui temeva di essere bollato come fiancheggiatore del Cavaliere. Di fronte ai rischi di una simile saldatura l'unica via d'uscita è appunto deberlusconizzare la giustizia.
Come pensa di riuscirci?
Si deve capovolgere la prospettiva. Basta con l'opposizione tra giustizialisti e presunti paladini del garantismo. Alle persone va spiegato cosa manca al nostro ordinamento giudiziario perché possa apparire davvero moderno. Intanto, per l'incontro su "Fare giustizia" di mercoledì prossimo, abbiamo selezionato esponenti politici tutti concordi su separazione delle carriere, sulla necessità di smascherare l'obbligatorietà dell'azione penale e su una sezione disciplinare del Csm a maggioranza laica. Tanto per essere chiari: è insensato che sui magistrati sospettati di illecito decidano loro colleghi. L'autonomia deve essere accompagnata da un'effettiva responsabilità delle violazioni eventualmente commesse, mentre oggi le valutazioni della disciplinare sono positive per il 93 per cento.
Ma tra la tenaglia formata dall'elettorato giustizialista dei 5 Stelle e da quello vendicativo della Lega, in Italia c'è ancora qualche garantista?
Esiste ancora se superiamo l'approccio basato sull'opposizione garantismo- giustizialismo. Ci si può riuscire. Perché gli italiani sono molto insoddisfatti delle performance del sistema giudiziario. Vanno messi di fronte alla scelta: volete andare avanti con questa roba? Fa parte del comune sentire il peso che incombe sull'attività economica per le incertezze della risposta processuale. Così come è avvertita l'inadeguatezza dell'ordinamento nella risposta all'esigenza di sicurezza, alla criminalità organizzata, alla corruzione. Va ricordata quanto sia stata infruttuosa la politica giudiziaria in questi anni.
Se dovesse citare un errore in particolare?
Qual è stata la ricetta sistematicamente proposta dal legislatore? Innalzare le pene. Ora c'è il rischio che lo facciano anche in materia fiscale. Va spiegato che aumentare le sanzioni è un'opzione devastante. Si intasano i Tribunali e inevitabilmente si accrescono anche tutte le disfunzioni che lasciano i cittadini insoddisfatti.
Meglio dare risposte veloci che degne di un ayatollah...
È chiaro. Come è chiaro che anche la ricetta della Lega è giustizialista, e irrazionale: dicono di voler accorciare i tempi dei processi, poi però intasano comunque il tavolo delle Procure perché, con le loro scelte, tutto è reato.
Altri tabù da sfatare?
Vietare l'appello del pm sull'assoluzione in primo grado non è perdonismo: semplicemente, un livello di giudizio è sufficiente per dire che quella vicenda lì è chiusa. Rispetto alla separazione delle carriere è evidente che oggi abbiamo due parti contro una. Vanno ricordate le migliaia di errori giudiziari, le tante persone rovinate da sciocchezze come gli errori di omonimia.
Quando l'Ucpi ha raccolto le firme in tanti chiedevano: "Ma perché, le carriere non sono già separate?"...
Veniamo da anni di disinformazione sulla giustizia, prodotta dall'alleanza tra giornali e Procure. Noi lanciamo un think tank per contribuire a invertire la rotta. Certo non ci si può riuscire se si resta imprigionati nella logica dei berlusconiani opposti ai giustizialisti.
Il Fatto Quotidiano, 12 ottobre 2019
"Prima ridurre i tempi dei processi e poi vediamo". Il segretario del Pd: "Positivo che Bonafede abbia aperto un dialogo". E poi rilancia il patto con i Cinque Stelle: "Sì al carcere per i grandi evasori contro i furbi. Ma sarà in un provvedimento ad hoc. L'ossessione nostra e del M5s? Crescita e giustizia sociale". Il rapporto, dice, è così buono che ora propone una vera alleanza: "Insieme siamo al 47-48 per cento, sennò torna Salvini".
La prescrizione può diventare un problema per il governo. Se nei primi vertici sulla riforma della giustizia i toni sono stati cauti e fiduciosi e gli esiti interlocutori, ora a chiedere un rinvio dell'entrata in vigore della legge - prevista per il primo gennaio - è il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Il leader democratico non entra nel dettaglio, ma intervistato da Lilli Gruber a Otto e mezzo scandisce: "Abbiamo sempre detto lavoriamo sulla riduzione dei tempi dei processi e vediamo gli effetti, poi affrontiamo il tema della prescrizione. È positivo che il ministro Bonafede abbia aperto a un dialogo".
Il ministro guardasigilli in effetti - anche dopo un nuovo vertice di maggioranza, giovedì - continua a ostentare ottimismo: "Penso ancora più di prima che ci sono margini di convergenza importanti per una riforma della giustizia che tutti vogliamo coraggiosa e ambiziosa per accorciare i tempi dei processi". Ma appare chiaro che lo scoglio principale all'accordo finale è proprio lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
Il Pd, dalla sua, sembra aver cambiato binario rispetto agli anni scorsi proprio sul tema della prescrizione, come gli ha ricordato oggi l'ex presidente del Senato Piero Grasso, intervistato sul Fatto Quotidiano: il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, ha rammentato l'ex alto magistrato, "era nel programma del Pd nel 2013. E lo stesso Andrea Orlando, quando presiedeva il Forum Giustizia, era perfettamente d'accordo con questo principio, come è ben documentato nei lavori del forum".
Su tutto il resto, però, Zingaretti rinnova la fiducia nel rapporto di lavoro con i Cinque Stelle. A partire per esempio da un'altra misura bandiera dei grillini, il carcere per i grandi evasori. Il segretario del Pd si dice d'accordo: "Dentro una strategia che mette in campo altre misure, digitalizzazione, controllo, non dobbiamo avere paura di mettere in campo anche misure più dure. Sennò rendiamo dei santi e dei furbacchioni questi che si rubano 100 miliardi di euro dei cittadini". Il freno arriva però sullo strumento da utilizzare: "Questa sera - annuncia - è stato deciso che questa parte andrà vista nella delega sulla lotta all'evasione, cioè tolta da un impianto sulla giustizia e collocata questa discussione dentro quello che sarà lo strumento per combattere l'evasione fiscale. Hanno deciso qualche ora fa di rimandare questa discussione in un provvedimento sulla lotta all'evasione".
Il leader democratico ha raccontato del suo buon rapporto con Luigi Di Maio spiegando tra l'altro che "l'ossessione condivisa del programma con M5S è crescita e giustizia sociale, grandi assenti nelle sceneggiate del Papeete". La priorità, aggiunge, è "non mollare sulla riduzione delle tasse sul lavoro sui redditi medio bassi". Un rapporto talmente buono che Zingaretti fa un altro passo in avanti, tutto politico: "Il Pd e il M5s insieme rappresentano oltre il 40 per cento dell'elettorato italiano, se allarghiamo anche agli altri alleati abbiamo un'alleanza che sta intorno al 47-48 per cento. Anche Renzi? Per quanto mi riguarda ovviamente sì, poi va chiesto a lui. "Noi oggi abbiamo forze politiche che rappresentano il 45-48 per cento degli italiani, Pd e M5s sono oltre il 40 per cento assieme. Vogliamo provare a farla diventare un'alleanza? Io dico di sì, sennò torna Salvini". Se in Umbria l'alleanza c'è già e in Toscana, per esempio, sta per esserci, il segretario frena quando si parla di Emilia Romagna: "No, in Emilia c'è un bravissimo presidente e un ottimo bilancio di quella amministrazione".
Sugli altri temi, poi, Zingaretti ha ribadito che questo patto col M5s si fonda non sulla messa in evidenza delle differenze, ma sulle cose in comune. Sul tema dei migranti, per esempio, il segretario democratico smussa le differenze: "Lo ius culturae non fa parte del programma, lo porremo in Parlamento per andare avanti", mentre "sul dl sicurezza almeno i rilievi del Quirinale dovranno essere accolti. Ma tutta la maggioranza dovrà costruire una nuova politica dell'immigrazione", arrivando quindi a "cambiare i decreti sicurezza".
di Gaetano Campione
Gazzetta del Mezzogiorno, 12 ottobre 2019
In 10 anni le condanne più severe sono aumentate del 50 per cento, mentre quelle più lievi sono diminuite del 30 per cento. E i detenuti con meno di 40 anni sono divenuti una minoranza. A monitorare la situazione ci pensa l'associazione Antigone che da sempre analizza i flussi di dati attraverso un interessante rapporto, su scala nazionale, che mette in luce ombre e luci del sistema carcerario.
di Giovanni Cammarata
monrealenews.it, 12 ottobre 2019
Emeka Dom aveva collaborato con la giustizia. Circostanze ancora da chiarire per decesso di un detenuto nigeriano presso il carcere Pagliarelli di Palermo. L'uomo, Emeka Dom, 29 anni, di origini nigeriane in passato aveva collaborato con i Pm, raccontando un'aggressione subita tra il 2014 e il 2016 nel quartiere storico di Ballarò. Questa estate, per Dom erano scattati gli arresti durante il blitz "Disconnection Zone", con l'accusa di essere coinvolto nel clan nigeriano "Viking". Venne condannato a 12 anni di reclusione per tentato omicidio usando una scure (arma che caratterizza l'appartenenza alle bande nigeriane).
Domenica 6 ottobre il detenuto è deceduto presso l'ospedale Civico, dopo un ricovero d'urgenza. Il giorno prima infatti era stato colto da un malore. In seguito ai fatti avvenuti, lunedi scorso si era riunita una rappresentanza della comunità etnica presso la squadra mobile di Palermo. Frank Obidike, presente al presidio, portavoce dell'associazione multiculturale "Arci Ikenga" aveva affermato: "Per noi questa morte è davvero sospetta, sappiamo che diverse persone in detenzione volevano ucciderlo per via della sua collaborazione con la giustizia".
Secondo i medici: "Emeka soffriva di una grave forma di cirrosi, ma non spiega comunque le cause del decesso". È stata eseguita l'autopsia, che non ha esposto esaustive cause del decesso, restano ancora aperte diverse piste. Si attendono gli esiti degli esami istologici e tossicologici che ovviamente hanno tempistiche differenti rispetto l'esame autoptico. Una morte avvolta ancora nel mistero, non sono da escludere i sospetti di una ritorsione avvenuta dietro le sbarre. Il nigeriano aveva fornito informazioni importantissime, aprendo scenari interessanti riguardo le strutture, componenti, affari illeciti e riti delle diverse bande nigeriane a Palermo.
piacenzasera.it, 12 ottobre 2019
Un poliziotto penitenziario di 53 anni, da molti anni in servizio nel carcere di Piacenza, si è tolto la vita in mattinata, suicidandosi presso la propria abitazione. A darne notizia è Domenico Maldarizzi della Uil-Pa Polizia Penitenziaria Emilia Romagna. "Non sappiamo - afferma - se in questo caso c'entrino o meno le pessime condizioni di lavoro degli agenti, ma di certo non si può sottacere sul fatto che nell'ultimo periodo per molti appartenenti alle forze dell'ordine, ed in particolare alla Polizia Penitenziaria, questo triste trend sia in continua ascesa".
"Una strage silenziosa - sottolinea Maldarizzi - quella di chi si toglie la vita tra gli appartenenti alle forze dell'ordine, a dimostrazione che l'accesso a strumenti letali e particolari situazioni lavorative di stress sono tra i "fattori incidenti" considerati dagli psichiatri nella valutazione clinica del rischio di suicidio".
"È vero - precisa il sindacalista - è difficile arginare questo rischio suicidio per il numero di variabili a cui sono esposti i membri delle forze dell'ordine, ma è pur vero che l'Amministrazione ben poco fa per diminuire le azioni stressogene del nostro lavoro o per cercare di captare disagi anche familiari".
"Le esperienze pregresse, che pure sono state realizzate a macchia di leopardo sul territorio nazionale, hanno dimostrato che i "centri di ascolto" o gli "sportelli psicologici", per evidenti ragioni, non sono frequentati o non sono da soli sufficienti: perciò l'Amministrazione, oggi, deve analizzare le cause dello stress - carenze di personale, strutture, mezzi, attrezzature, insufficienze formative - ma soprattutto deve cercare di prevenire gli eventi critici ai quali i poliziotti possono essere coinvolti in qualità di spettatori, soccorritori e protagonisti durante l'espletamento del proprio servizio al punto di mettere a dura prova le capacità di adattamento".
"Questi eventi possono avere un effetto traumatico e potenzialmente lesivo dell'idoneità specifica del lavoratore, sia per colui che è rimasto vittima dell'infortunio/incidente, sia per coloro che hanno assistito direttamente all'intervento o prestato soccorso. Questo induce nel personale un significativo senso di isolamento sociale e fisico, che suscita un sentimento di abbandono da parte della propria amministrazione, una tendenza a confrontare la propria condizione con quella dei detenuti, una monotonia e ripetitività del lavoro che possono risultare dannosi ed ingigantire eventuali problemi personali".
"Ci stringiamo - conclude Il Segretario della Uil-Pa Polizia Penitenziaria Emilia Romagna - con tutto l'affetto e la solidarietà possibile al dolore indescrivibile della moglie, dei familiari, degli amici e dei colleghi a cui vanno i sentimenti del più vivo cordoglio da parte di tutta la Uil-Pa Polizia Penitenziaria".
youtg.net, 12 ottobre 2019
Il riscatto sociale e la speranza di un lavoro futuro per trenta detenuti delle carceri di Sassari, Nuoro e Cagliari passa per lo sport e la formazione. A offrire questa opportunità è il progetto "Liberi nello Sport", organizzato dal Csen Sardegna in collaborazione con la Regione. Il programma consiste in un percorso formativo iniziato ad aprile scorso e che si concluderà il prossimo novembre con l'assegnazione ai partecipanti del diploma di Istruttore di Body Building e Fitness, e l'abilitazione al primo soccorso con l'uso di defibrillatore semiautomatico, conseguito grazie al corso Blsd offerto ai detenuti insieme con le lezioni per istruttore sportivo.
Le lezioni sono state suddivise in quattro moduli formativi per un totale di 56 ore più 4 di esame finale, per far acquisire ai detenuti che hanno aderito al progetto la capacità di progettare un programma di allenamento che integri le fasi di riscaldamento con le fasi di fitness cardiovascolare e/o di dimagrimento con delle attività isotoniche, fino ad arrivare alle fasi di defaticamento, che spesso includono anche lo stretching. Per favorire il processo di insegnamento e apprendimento si è scelto di utilizzare metodologie didattiche attive, comprendenti lezioni frontali, discussioni, dimostrazioni, esercitazioni e tirocinio.
All'interno del progetto il Csen Sardegna ha fornito alle tre carceri e poi donato il materiale tecnico per poter allestire una palestra utilizzabile da qualsiasi detenuto, e anche dell'abbigliamento sportivo per tutti i partecipanti al progetto. Alla fine del corso e con il conseguimento del diploma, dieci detenuti per ogni carcere avranno la possibilità di avere un titolo riconosciuto che li proietterà nel mondo del lavoro attraverso lo sport. Infatti, con il diploma Nazionale di istruttore di Body Building e Fitness, potranno lavorare in tutti quei centri sportivi e non, dove è prevista la figura del tecnico sportivo.
Il Foglio Quotidiano, 12 ottobre 2019
Sulla riforma della giustizia Pd e M5s continuano a essere distanti. Anche il vertice di giovedì tra il Guardasigilli Bonafede e la delegazione dem (Giorgis, Bazoli e Pinotti) si è concluso con l'ennesimo nulla di fatto. Solite dichiarazioni distensive e collaborative, ma il problema rimane: su prescrizione, riforma del processo penale e civile e intercettazioni le due compagini di governo non trovano accordo.
Solo su un punto, per ora, dem e grillini sembrano aver raggiunto un'intesa, ma anche questo è un compromesso che porta all'immobilismo: Bonafede avrebbe infatti accettato di scartare definitivamente l'ipotesi di introdurre il sorteggio per l'elezione del Consiglio superiore della magistratura. L'idea del sorteggio era stata avanzata con forza proprio dai grillini dopo che l'inchiesta di Perugia per corruzione nei confronti di Luca Palamara aveva rivelato ciò che in realtà tutti sapevano già da tempo, cioè l'esistenza di un sistema di spartizione sistematica tra le correnti togate delle nomine negli uffici giudiziari del paese.
L'ipotesi del sorteggio non era certamente immune da limiti, sia di merito che di compatibilità costituzionale (anche se insigni giuristi come Michele Ainis avevano escluso violazioni della Costituzione), ma rappresentava una risposta radicale alla crisi della magistratura dopo decenni di rassegnazione.
Dopo cinque mesi, invece, la degenerazione correntizia della magistratura non sembra più interessare a nessuno. Quattro dei cinque consiglieri del Csm dimessisi per lo scandalo sono stati sostituiti (due con i subentri e due con elezioni suppletive, che peraltro hanno visto trionfare la corrente più colpita dallo scandalo), il quinto sarà sostituito con un'altra tornata elettorale suppletiva a dicembre, e ora anche la politica pare intenzionata a nascondere il problema sotto al tappeto. Così, il "mercato delle vacche" in Csm resta vivo e vegeto.
di Eugenio Fatigante
Avvenire, 12 ottobre 2019
I progetto di passare dalla "pace fiscale" al rafforzamento del carcere per i grandi evasori (pur essendo entrambe proposte cavalcate dal M5s nella sua doppia versione di governo, prima giallo-verde e ora giallo-rossa) sembra scontrarsi ancora una volta con la realtà.
Quella che dice, peraltro, che prima ancora di parlare di "rafforzamento" forse basterebbe applicare quello che c'è e non viene fatto. Del tema se ne parla dal lontano 1982, da quando le "manette fiscali" furono introdotte per la prima volta, con maggiore o minore intensità a seconda della consapevolezza della maggioranza di turno di adottare scelte impopolari sul versante fiscale.
Di fatto, il codice penale già prevede la punizione con il carcere per diversi reati tributari reputati di natura penale. La sostanza, però, è che in carcere non ci va nessuno. "In verità - argomenta Enrico Zanetti, commercialista ed ex viceministro dell'Economia -, dietro a questa dichiarazione d'intenti risulta sempre difficile capire cosa si intenda davvero, posto che il carcere per gli evasori è già da molto tempo parte integrante del nostro ordinamento giuridico".
Il riferimento è in particolare alla "legge 74" del 2000, poi un po' ammorbidita da un'altra legge del 2015. Il testo di inizio millennio ha previsto una reclusione da 1,5 a 6 anni per frode fiscale e da 1 a 3 anni per dichiarazione infedele "non fraudolenta", oltre ovviamente a sanzioni pecuniarie salatissime che vanno dal 135 al 270% (nella prima fattispecie).
In tali casi, tuttavia, le pene previste non produrrebbero effetti perché sono combinate a soglie d'evasione molto elevate (per la denuncia infedele l'imponibile non dichiarato deve superare i 3 milioni di euro). Ma non è sempre così. Nell'altro caso di frode mediante fatture false, infatti, sulla carta la reclusione non è nemmeno limitata ai grandi evasori perché scatterebbe anche per un solo euro, mentre davanti a una frode con "altri artifici" scatta oltre i 30mila euro.
Per di più, dal 2015 è stato introdotto anche il reato di auto-riciclaggio, per cui è prevista una pena potenziale da 2 a 8 anni per chi impiega il denaro proveniente da reati di tipo fiscale. D'altro canto, osserva ancora Zanetti, "se non fosse già così, non si spiegherebbero gli arresti, singoli o di più persone in concorso, compiuti meritoriamente dalla Finanza a fronte della scoperta di frodi fiscali".
Nel 2018 gli arresti sono stati 400, secondo dati delle Fiamme Gialle. Il problema si materializza dopo, quando si tratta di andare a processo e alla sentenza definitiva. Raramente, infatti, in fase di giudizio viene comminato il massimo della pena; inoltre, se il soggetto è incensurato, scatta la sospensione condizionale che riduce di un terzo la detenzione, da 3 anni si passa facilmente a 2, soglia sotto la quale in prigione non si finisce pur restando condannati, ma questo, annota ancora Zanetti, "è più un tema di sistema che riguarda l'amministrazione della giustizia".
La sua conclusione è che "invocare inasprimenti "mirati" non pare francamente condivisibile, senza una volontà politica di più ampia revisione dei minimi e massimi edittali delle pene previste anche per altre tipologie di reato, che destano non meno allarme sociale".
di Clemente Pistilli
La Notizia, 12 ottobre 2019
Il ministro dell'Interno: "Assunto dallo Stato chi ha sfidato la mafia". Non hanno mai fatto parte della criminalità organizzata e non hanno fatto neppure affari con i boss. Hanno creduto nello Stato e, essendo testimoni delle malefatte dei clan, hanno denunciato i mammasantissima.
Da quel momento hanno perso tutto, dalle aziende agli affetti. Vivono nascondendosi pur di garantire con le loro testimonianze il buon esito di indagini e processi. Sono i testimoni di giustizia. Ben diversi dai collaboratori, che prima di pentirsi sedevano allo stesso tavolo dei malavitosi. Eppure lo Stato, come più volte denunciato dai testimoni, non è mai stato particolarmente vicino a chi ha dato al Paese un aiuto così importante.
Ha lasciato gli autori delle denunce e le loro famiglie soli, con un piccolo assegno per andare avanti e nulla più. Il ministro dell'interno Luciana Lamorgese sembra decisa a cambiare rotta, dando a quelli che sono dei fantasmi una chance: un lavoro con cui poter progettare il proprio futuro. I testimoni di giustizia, in base agli ultimi dati disponibili, in Italia sono 78 e 255 sono i loro familiari, costretti a seguire in una vita diventata un inferno chi ha denunciato fatti e misfatti delle organizzazioni criminali.
Un incubo che coinvolge anche 80 minori, per i quali di frequente è difficile anche andare a scuola. Senza contare che gli stessi contatti con le istituzioni di media sono complicatissimi. Lamorgese ha deciso di affrontare un simile dramma e di ridare speranza a chi da troppo tempo non ne ha più. Un impegno preso anche analizzando i risultati dell'analisi fatta sul fenomeno dalla Commissione parlamentare antimafia e spulciando l'ampia documentazione in materia, da cui emerge "la sostanziale richiesta di una revisione del sistema di protezione dei testimoni di giustizia".
La legge dell'11 gennaio 2018 sulla protezione dei testimoni prevede il "reinserimento sociale e lavorativo" di chi ha contribuito a sconfiggere i clan mettendo a rischio la propria vita. E prevede che una seconda chance possa arrivare con un posto di lavoro nella pubblica amministrazione. Il ministro dell'interno, partendo da lì, ha quindi messo a punto uno schema di decreto ministeriale con cui regolare tali assunzioni e prevedendo che i posti di lavoro possano essere assegnati anche ai familiari dei testimoni, finiti a loro volta in un limbo di precarietà e privazioni.
Fino ad oggi, in base alla normativa precedente, un lavoro del genere è stato dato soltanto a 16 testimoni di giustizia. Si può fare meglio e di più. Con un lavoro a chi ha contribuito in maniera determinante nel contrasto alle mafie al posto dell'assegno di Stato, che in tal modo si troverebbe anche a risparmiare.
Lamorgese ha specificato nello schema di decreto chi avrebbe diritto alle assunzioni pubbliche e con che modalità, garantendo ovviamente ai beneficiari tutte le misure di sicurezza di cui hanno bisogno. Ora manca solo il via libera da parte del Senato.
baritoday.it, 12 ottobre 2019
Il teatro come pratica artistica e civile, per un progetto, a cura di Teatri di Bari/Teatro Kismet OperA, in collaborazione con la Compagnia CasaTeatro, che da più di vent'anni continua ad offrire uno spazio di alta formazione e produzione scenica, rivolto ai giovani detenuti dell'Istituto penale per i minorenni "Fornelli" di Bari e non. Parte da ottobre la stagione 2019/2020 della Sala Prove, lo spazio teatrale dell'Istituto, con un ricco calendario di appuntamenti che sarà presentato in questa sede al pubblico mercoledì 23 ottobre e giovedì 24 ottobre alle 20.30.
Sala Prove è un progetto nato nel 1997 grazie a un protocollo di intesa tra Ministero della Giustizia ed Ente Teatrale Italiano, che si avvale della direzione di Lello Tedeschi - drammaturgo, regista e formatore teatrale - e della collaborazione della Compagnia CasaTeatro diretta da Piera Del Giudice.
Tre i pilastri su cui si fondano le attività: programmazione, produzione e formazione. Iniziative che approcciano al mondo teatrale non solo i giovani detenuti dell'istituto, ma anche persone esterne alla struttura, con l'obiettivo di non marginalizzare il lavoro svolto al Fornelli e offrire alla città un singolare spazio artistico e culturale.
Un'iniziativa che non si ferma alla sola produzione teatrale, ma mira anche a realizzare e curare la programmazione culturale multidisciplinare pubblica degli spazi e promuovere attività formative - artistiche, organizzative ed educative - in rete con gli istituti scolastici della città e l'Università degli Studi "Aldo Moro" di Bari. Come il festival 'Way out - Visioni e suoni per un teatro altrovè, che per la sua prima edizione a giugno 2019 ha aperto le porte dell'Istituto al pubblico per 6 giorni di eventi teatrali e musicali nel teatro, attrezzato con 70 posti a disposizione degli spettatori, e negli spazi esterni dell'Istituto.
Le attività della Sala Prove, che si avvalgono anche dell'expertise di artisti esterni, hanno portato infatti alla creazione di una vera compagnia, la Compagnia della Sala Prove, composta da detenuti-attori e artisti professionisti esterni che sono parte integrante del progetto, promuovendo le produzioni e l'attività nei circuiti professionali nazionali e definendo dunque l'esperienza tra le più significative nel panorama del teatro carcere italiano.
In scena lo spettacolo "Tutto ricordare, tutto dimenticare" - L'ultimo lavoro firmato Compagnia della Sala Prove è lo spettacolo 'Tutto ricordare, tutto dimenticarè, primo appuntamento della stagione 2019/2020, che fino a giugno prevede spettacoli, laboratori e seminari di alta formazione aperti a tutti. Tutto ricordare, tutto dimenticare, che andrà in scena nelle due serate di presentazione della nuova stagione, è diretto da Lello Tedeschi e si avvale della prova attoriale del detenuto-attore Alex Nistor e Piera Del Giudice.
Una pièce ispirata a una delle favole italiane più amate: il Pinocchio di Collodi, che si incrocia sul palco alla storia di un giovane dei nostri tempi, un'apprendista dell'esistenza in cerca di identità e leggerezza in un mondo che riconosce insidioso e incerto. Ad accompagnarlo, in questo apprendistato, una giovane donna, in cui riverbera, come in un sogno, la figura della Fata, che però non ha nulla da insegnare, né, tanto meno, vuol farsi madre. Guida complice, semmai, specchio su cui far rifrangere desideri, mancanze, speranze, paure.
E con cui condividere il bisogno di difendere e custodire gelosamente la propria essenza originaria, per l'uno il legno, per l'altra il sogno. L'evento è a posti limitati, con prenotazione obbligatoria. Per partecipare bisogna inviare una mail di richiesta, indicando nome e cognome e il proprio numero di telefono e allegando copia del documento di identità all'indirizzo
- Portoferraio (Li). Al "Foresi" una giornata dedicata al carcere
- Libri. "Doppia pena. Il carcere delle donne"
- Torino. Arti dentro e fuori (il carcere): il Festival LiberAzioni fa il bis
- Catanzaro. Carcere, presentato il libro di Felice Foresta "Il faggio che sposò la luna"
- Roma. "Fuori le ali" porta l'Altro Sguardo del Cinema nelle scuole e nei luoghi del disagio









