di Alessio Vissani
Avvenire, 11 ottobre 2019
"Ricorderemo il mondo attraverso il cinema". Il grande regista italiano Bernardo Bertolucci aveva un'idea ben precisa dell'importanza dell'arte cinematografica e probabilmente i grandi eventi, momenti storici ed epoche sono tutte scandite da pellicole che hanno fatto più o meno la storia. Il cinema è universale, in ogni luogo può arrivare al cuore delle persone, di ogni sesso, colore e vita sociale. Perugia, nel cuore verde d'Italia, in questi giorni si è trasformata, per il suo quinto anno consecutivo, nella capitale del documentario.
Dal 5 al 13 ottobre "PerSo Perugia Social Film Festival 2019" propone nove giorni di cinema del reale, concorsi e workshop con oltre quaranta film da tutto il mondo per mostrare i migliori documentari nazionali e internazionali.
"Differente. Non indifferente", questo il claim che riassume lo spirito del PerSo, festival che si è ritagliato, nel giro di pochi anni, un posto importante nel panorama dei concorsi internazionali e che cerca ogni anno di dimostrarsi sempre più vicino anche a realtà non sempre integrate. Uniche infatti sono le giurie composte dai detenuti della Casa circondariale di Perugia-Capanne, così come la giuria dei richiedenti asilo (trasformata quest'anno nella categoria migranti), oltre a quella degli studenti di cinema dell'Università degli studi di Perugia e quella del pubblico. La volontà è quella di affiancare due diversi modi di osservare e valutare la realtà, realizzando un avvicinamento tra mondi marginalizzati e la cosiddetta "società culturale" in cui viviamo.
"Da subito abbiamo pensato di dare un valore non solo simbolico, ma anche materiale al lavoro di queste due giurie dando la possibilità di assegnare premi in denaro.
Tra gli aneddoti mi ricordo uno dei detenuti che una volta mi disse commosso questa frase - racconta Maurizio Giacobbe, coordinatore delle giurie speciali: grazie perché noi siamo stati giudicati e oggi ci troviamo a giudicare. In questo pensiero, quasi ossimoro, c'è tutto quello che siamo riusciti a creare in questi cinque anni con i detenuti del carcere di Capanne di Perugia. Un esperimento all'inizio, una conferma poi e una piacevole certezza lungo gli anni del festival.
Da cinque giurati del primo anno siamo arrivati a dodici nell'edizione attuale del 2019, abbiamo coinvolto sia la parte maschile che femminile tutti preparati da un percorso laboratoriale realizzato prima della visione dei documentari.
Sempre all'interno della realtà carceraria - continua Giacobbe - mondo totalmente squarciato dalle regole classiche di libertà, un giurato ci disse questa frase: per noi quando voi entrate è come se le nostre batterie scariche si ricaricassero, respiriamo un'aria di libertà quando ci troviamo a metterci in gioco con il festival.
Il concetto di libertà è sì materiale, ma il più delle volte è anche mentale perché paradossalmente in certi momenti queste persone sono più libere di tante che sono fuori legate a degli stereotipi rigidi e questo gli permette di giudicare una pellicola anche con più obiettività". Il percorso in questi cinque anni del PerSo ha visto avvicendarsi oltre ai detenuti del carcere anche i richiedenti asilo, divenuti quest'anno migranti con l'obiettivo di giudicare cortometraggi, documentari, fiction e animazione di giovani registi under 35.
"Il fatto che un festival di cinema sociale - afferma il coordinatore generale del PerSo Luca Ferretti - si occupasse di accogliere e integrare all'interno della macchina organizzatrice delle realtà sociali marginali come i migranti e detenuti era un qualcosa di utopistico all'inizio ma nello stesso tempo affascinante perché ci si trovava a rendere importanti dei soggetti che per la società erano definiti gli ultimi, questa è stata la scintilla che ci ha portato fin qua. Gli occhi e le reazioni dei vincitori, dei registi e degli addetti lavori sono un qualcosa di unico in quanto chi vince il premio giudicato da loro ha una riconoscenza veramente particolare".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 11 ottobre 2019
Negli ultimi anni sono aumentate negli istituti penitenziari italiani le esperienze di pet therapy e di formazione ad attività cinofile per positive ricadute non solo sui detenuti ma anche sul generale benessere ambientale. Paola De Vita, coordinatrice di Cittadinanzattiva A.T. di Eboli, nel descrivere il progetto di pet therapy in carcere Mi fido di te, cita due studi fondamentali in materia: la ricerca di Alle R. Mc Connell dell'Università di Miami, dalla quale risulta che l'umore di coloro che convivono con un animale è più bendisposto di quello delle persone che non sono proprietarie di cani e gatti, e quella, più nota, di Johannes S. J. Odendaal e Roy Alec Meintjes dell'Università di Pretoria, che descrive gli effetti pro-sociali dell'ossitocina, ormone stimolato da carezze e coccole varie agli amici quadrupedi.
Mi fido di te è un progetto con evidenti vantaggi sia sulla sfera emotiva delle persone detenute (accertata riduzione di ansia, depressione e insonnia), sia sul benessere degli animali, randagi recuperati in strada ancora cuccioli e attualmente ospiti di un canile privato. Il progetto, interamente a carico di Cittadinanzattiva onlus, offre anche opportunità di formazione per diventare "assistente" di pet therapy od operatore cinofilo. Proprio in questi giorni nella casa circondariale di Foggia prende il via la seconda edizione del corso di formazione Amici Dentro organizzato dal Gruppo cinofilo Dauno, delegazione provinciale Enci di Foggia.
Il progetto prevede attività specifiche e professionalizzanti come corsi per commissario di ring, cinofilia Handler, toelettatore, mascalcia e interventi assistiti con animali. Come nella precedente edizione, sono in programma dimostrazioni da parte dei detenuti - allievi delle competenze acquisite - durante occasioni di incontro con i familiari. Una fase del progetto questa ritenuta essenziale dagli organizzatori in quanto coerente con gli obiettivi di integrazione, risocializzazione e miglioramento delle capacità comunicative e relazionali. Alcuni detenuti che hanno partecipato alla precedente edizione hanno prestato attività fuori dal carcere come commissari di ring alle esposizioni canine regionali e internazionali di Foggia, Taranto e Bari.
di Giuliana Ubbiali
Corriere della Sera, 11 ottobre 2019
C'è il grafico che ha insegnato ai bambini disegnare, la prof che ha dato ripetizioni, il parrucchiere che ha tagliato i capelli ai nonni di una casa di riposo, l'esperto di karate che ha impartito lezioni di difesa. Sono persone che hanno riparato a reati per lo più bagatellari con quello che meglio sapevano fare. Si chiama messa alla prova, sospende il processo e, se il programma viene rispettato, estingue il reato.
Chi non ha competenze specifiche, si è reso utile in parrocchia, nelle associazioni, tanti al gattile o al canile, o per il proprio comune. Per chi ha causato un incidente sono previsti percorsi di rieducazione stradale e un incontro con i medici della Terapia Intensiva, dove la cura choc può essere una visita ai pazienti. I casi in carico all'Ufficio per l'esecuzione penale esterna sono 350 su 1.800 totali, che comprendono le persone in affidamento in prova, in detenzione domiciliare, ai lavori di pubblica utilità, in libertà vigilata.
C'è un prima e un dopo la condanna, e la carcerazione. Diversi percorsi di cui si parlerà oggi, al convegno "La cura delle relazioni familiari nei percorsi della giustizia", a partire dalle 8.30, all'auditorium Lucio Parenzan del Papa Giovanni. Sono coinvolti l'ospedale di Bergamo, la Camera penale di Bergamo, il Centro per il bambino e la famiglia, l'associazione Nepios. Al centro, l'impatto della carcerazione sui rapporti con il coniuge e i figli, e la prospettiva di realizzare il progetto "family group".
"Da un lato lavoriamo sulle pene alternative, dall'altro sul rientro a casa del detenuto, affinché possa progettarsi verso il futuro, ripensarsi dentro la famiglia e la società", ne parla Maria Simonetta Spada, direttrice dell'Unità di Psicologia del Papa Giovanni. La famiglia è un supporto fondamentale anche per evitare il carcere, che a Bergamo ha 490 detenuti (30 sono stati trasferiti alcuni giorni fa).
Il condannato a una pena definitiva fino a quattro anni può scontarla in affidamento in prova. Non sarà mai come stare dietro le sbarre, ma prevede controlli, limiti negli spostamenti e attività in positivo per dimostrare di voler riparare agli errori. Non è scontato che venga concesso. Così come la detenzione domiciliare, che richiede una casa e una famiglia disposta ad accogliere. È più difficile per gli stranieri, spesso qui soli.
Esistono anche i lavori di pubblica utilità, come sanzione sostitutiva. La durata dipende dalla pena, sono comunque molte ore e questo aumenta l'impegno. Chio sgarra, perde il beneficio dell'alternativa. Il giudice decide, molto del lavoro è dell'Uepe, che ha in carico anche i vigilati di pubblica sicurezza. La pianta organica è di 14 persone, ce ne sono 13. Una è la funzionaria, un'altra è la responsabile d'area, che però se ne andrà a Brescia.
Due agenti di polizia penitenziaria lavorano uno come autista e l'altro alla banca dati. Gli altri sono liberi professionisti. Manca il personale di segreteria, rientrato in carcere. E c'è l'incognita della sede, ora in Piazza della Libertà. L'ipotesi è l'ex chiostro della Maddalena, ma potrebbe servire al tribunale per allargarsi.
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 11 ottobre 2019
Una prigione piena di combattenti dell'Isis, è stata bombardata ieri notte dalle forze militari turche. Usa, proposta di sanzioni alla Turchia pronta al Congresso. Oltre la frontiera turco siriana, verso il deserto, c'è un'altra battaglia che si svolge in queste ore seguita all'invasione delle truppe di Ankara. È quella scatenata subito, senza indugi, dai jihadisti dell'Isis contro i curdi. Il risveglio del cosiddetto Stato Islamico è il primo, prevedibilissimo risultato del ritiro americano annunciato lunedì da Donald Trump e dell'incursione turca scattata mercoledì.
Ora i terroristi combattuti e sconfitti dai curdi, imprigionati dagli americani, e fino a ieri ridotti a cellule dormienti, hanno rialzato la testa. Con il rischio che, presto, i loro affiliati escano dalla Siria, passino in Turchia nell' "autostrada del terrore" che per anni è stata a doppio senso di marcia, e arrivino in Europa. Molti di loro, difatti, hanno passaporto comunitario.
Fonti curdo-siriane rivelano inoltre che le forze turche avrebbero bombardato nella notte una prigione in cui sono detenuti miliziani dell'Isis appartenenti "a oltre 60 Paesi". Per le Forze democratiche siriane, una coalizione curda e araba costituita nel 2016, si tratterebbe di "un chiaro tentativo" di favorire la fuga dei jihadisti. Il carcere è quello di Chirkin, nella zona di Qamishli.
Dopo che - secondo l'Osservatorio dei diritti umani in Siria - in meno di 24 ore oltre 60mila persone hanno lasciato le loro abitazioni al confine, il secondo giorno delle operazioni turche in Siria, in una giornata chiara e soleggiata, continua a concentrarsi sui due villaggi di Ras al-Ayn e di Tell Abyad, già colpiti nelle prime ore dell'attacco scattato nel pomeriggio di mercoledì e annunciato con un tweet dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Un'azione motivata dal Sultano con l'obiettivo di portare almeno 2 dei 3,6 milioni di profughi siriani ospitati in Turchia verso la loro terra. Il risultato di questo programma di ingegneria demografica è per ora la creazione di nuovi rifugiati. Donne e bambini, in maggior parte, visti fuggire dai centri abitati per ripararsi dagli attacchi portati dai caccia e dall'artiglieria. E a chi parla di "invasione" o "occupazione", Erdogan ha risposto: "Apriremo le porte a 3,6 milioni di rifugiati siriani e li manderemo da voi", aggiungendo che "109 terroristi curdi" sarebbero già stati uccisi.
Ankara per ora non rivela quale sia il suo obiettivo finale, forse la creazione di quella che definisce come "safe zone", un corridoio umanitario che separi i combattenti curdi (considerati terroristi) dalla propria frontiera. Non si sa fin quando vuole attaccare e dove intende arrivare. I morti sono già decine. La Turchia assicura: "Non abbiamo colpito civili". Ora anche l'Esercito libero siriano, filo turco, è entrato in campo affiancando le truppe di Ankara nell'operazione chiamata "Fonte di pace". Sono 14 mila uomini su cui la Turchia può contare nel suo obiettivo di liberare la zona dalle forze alleate curde e siriane.
Anche il fronte diplomatico è caldo. Da Washington il presidente Trump minaccia nuove sanzioni contro la Turchia, se non agirà in modo "umanitario". E qui il discrimine diventa opinabile. Il Sultano deve stare attento a non spingersi oltre i limiti "umanitari" nominati dal presidente americano. L'economia turca deraglia ogni giorno di più, e il capo dello Stato turco non può permettersi di lasciare andare il proprio Paese verso una nuova crisi, pena le fortissime critiche che già lo avevano messo in difficoltà a partire dall'agosto 2018.
La deputata repubblicana al Congresso Usa, Liz Cheney, è pronta a presentare nei prossimi giorni una legge che impone sanzioni alla Turchia per l'attacco alle milizie curde. La figlia dell'ex vicepresidente Dick Cheney, nonostante sia una delle più strette alleate di Donald Trump, si è unita al coro delle critiche contro il presidente per aver abbandonato gli alleati curdi. Oltre 20 deputati repubblicani avrebbero già espresso sostegno alla sua proposta. Tra questi il leader della minoranza repubblicana alla Camera Kevin McCarthy.
Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha difeso Trump: "Non abbiamo mai dato un via libera a un'operazione turca sulla Siria". Il capo della Casa Bianca a Erdogan aveva parlato solo di un ritiro delle truppe Usa. A New York si tiene ora anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, convocato da molti Paesi per la crisi siriana. E sabato, "d'emergenza", come viene detto (ma la tempistica ovviamente va intesa in senso mediorientale) anche quello della Lega araba, considerando pure la festa del venerdì islamico.
Gli Stati Uniti hanno infine annunciato di avere in custodia i due "Beatles dell'Isis". Alexanda Kotey ed El Shafee Elsheikh, sul campo 'Jihadi Ringo' e 'Jihadi Georgè. Due britannici membri dello Stato islamico, fino a l'altro giorno nelle carceri controllate dai curdi, che dovrebbero essere estradati negli Usa per essere processati. Nell'immediato, saranno trasferiti semplicemente in Iraq. Trump stesso ha dichiarato di avere assicurato la cattura di "alcuni dei più pericolosi combattenti dell'Isis", una quarantina di uomini dispersi in varie carceri. I "Beatles" erano chiamati così per via del loro accento.
Nella Turchia oggi in guerra è comunque vietato criticare l'attacco. A meno di 24 ore dall'inizio dell'operazione militare contro le milizie curde, la procura di Ankara ha aperto un'inchiesta per "propaganda terroristica" contro i co-leader del partito filo curdo, che in Parlamento costituisce la quarta forza. Si tratta dei deputati Sezai Temelli e Pervin Buldan. E poi tre deputati dello stesso partito: Leyla Guvel, Kilic Kocyigit e Berdan Ozturk. Non solo. Ma le persone indagate per postare commenti critici sui social media sono al momento 78.
La stretta non risparmia i giornali. Il quotidiano di sinistra Birgun ha da stamane il suo caporedattore del sito web, Hakan Demir, in carcere. È stato arrestato in casa, all'alba, dalla polizia, per la copertura dell'operazione militare fatta del suo giornale. L'accusa per gli articoli considerati critici di Birgun è quella di "favorire la propaganda al terrorismo".
di Giorgia Venturini
Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2019
Alessia e Arturo, marito e moglie di 41 e 54 anni residenti a Milano, da undici anni hanno aderito al progetto "Scrivi a un condannato a morte" della Comunità di Sant'Egidio. Da quel momento, tengono una corrispondenza con Randy, detenuto nel braccio della morte.
Randy Halprin, 40 anni, doveva morire il 10 ottobre, nel giorno della Giornata mondiale contro la pena di morte, con un'iniezione letale nel carcere texano Polunsky Unit. Qui, da quasi vent'anni, l'uomo è detenuto nel braccio della morte. Da quando il 24 dicembre del 2000 partecipò alla più grande evasione di prigionieri mai avvenuta in Texas, insieme ad altri sei detenuti di un carcere a Sud di San Antonio, Texas.
Il piano di fuga riuscì, ma la libertà durò poco: uno dei fuggitivi si impossessò di una pistola e uccise il poliziotto 29enne Aubrey Hawkins. Ricercati, furono arrestati un mese dopo in Colorado. L'omicida è stato condannato alla pena di morte, così come gli altri suoi "compagni di fuga". Esattamente come prevede la legge texana: la Law of Parties prevede che, per alcuni reati, la pena colpisca non solo chi compie materialmente il crimine, ma anche i membri del gruppo di cui fa parte.
Dei Texas Seven, così è passato alla storia il gruppo dei fuggiaschi, uno è morto suicida prima della cattura, mentre per altri quattro l'esecuzione è già avvenuta. Nel braccio della morte restano Randy Halprin e Patrick Henry Murphy. Quest'ultimo doveva essere giustiziato lo scorso marzo, ma poi, grazie al ricorso del difensore legale, la pena è stata posticipata il prossimo 13 novembre.
E ora è stato accolto anche il ricorso del legale di Randy: il giudice è stato accusato di aver emesso il giudizio di condanna a morte influenzato dalle sue idee antisemite e, siccome l'imputato è ebreo, il caso è stato riaperto. Alla notizia, Alessia e Arturo, marito e moglie di 41 e 54 anni residenti a Milano, hanno esultato: da undici anni scambiano lettere, rigorosamente scritte a mano, con Randy aderendo al progetto Scrivi a un condannato a morte della Comunità di Sant'Egidio.
Come la loro, ci sono altre 370 corrispondenze sparse nel mondo, soprattutto con detenuti della Florida, Texas, California, Georgia, Oklahoma, Ohio, Idaho, Alabama. A offrirsi per iniziare la corrispondenza sono persone di 82 nazionalità diverse.
"Le nostre e le sue lettere iniziano con 'Caro fratello' - precisa fin da subito la coppia - Perché sì, dopo undici anni possiamo dire di essere come parenti". E iniziano a raccontare: "Nelle lettere scriviamo della nostra vita, gli mandiamo foto delle nostre gite, delle nostre vacanze, ma anche, semplicemente, della nostra routine quotidiana. E siccome da ragazzino Randy giocava a basket, commentiamo le partite e le squadre". Non solo: "Spesso parliamo di musica perché nella sua cella non può fare altro che ascoltare la radio".
Randy passa 22 ore al giorno in una piccola cella, le restanti 2 le passa in un cortile all'aperto facendo qualche tiro a canestro (anche in questo caso da solo) o scambiando qualche parola con altri detenuti, rigorosamente dietro a delle sbarre e sorvegliati dalle guardie. Randy non può stringere la mano a nessuno, tantomeno abbracciare qualcuno. I familiari che vengono a trovarlo possono vederlo e parlargli solo da dietro un vetro. La routine di ogni condannato a morte. Questo fino a quando il giudice non fissa la data dell'esecuzione: allora, di prassi, i detenuti vengono trasferiti in un'altra ala del carcere, in una cella videosorvegliata 24 ore su 24 per evitare possibili e frequenti tentativi di suicidio. Da questa blindatissima cella, non si fa ritorno.
"Randy per lo Stato non esiste più - continuano Alessia e Arturo - Le sue lettere sono di appena una pagina. Ci racconta dei suoi tiri a canestro e delle sue chiacchierate con il rabbino. Solo una volta ha parlato della sua vicenda giudiziaria, forse perché si sentiva in dovere di informarci. Poi basta. Vuole sapere altro, qualsiasi cosa succeda oltre quelle sbarre. E a volte fantastica su un nostro possibile incontro. A casa nostra, a Milano, a mangiare pizza. Lo sa lui e lo sappiamo noi che questo non succederà mai, ma resta lo stesso un sogno piacevole". E se ad Alessia e Arturo chiedi perché questo incontro non può avvenire in Texas nel carcere in cui è detenuto, loro rispondono: "Ci sarebbero dieci secondi di felicità e poi solo tristezza. Meglio il nostro incontro immaginario".
Alcune volte capita che ci sia un ritardo nella consegna della corrispondenza: "Una volta abbiamo tardato a rispondergli e lui ci ha inviato una lettera chiedendoci se avessimo deciso di interrompere la corrispondenza. Mai. Non lo faremo mai. Eppure c'è chi inizia e dopo pochi mesi smette. Per il detenuto è uno choc". E concludono: "La sensazione è che la pena di morte in Texas sia quasi una normalità. Come se fosse l'unico deterrente contro la criminalità. Eppure non ci sono dati che lo dimostrino. Per noi europei è pura follia".
Da inizio 2019 le esecuzioni accertate da Amnesty International Italia sono 522, di cui 17 negli Stati Uniti. I detenuti nel braccio della morte, a fine del 2018, erano almeno 19.336. Nello stesso anno sono state almeno 690 le esecuzioni, in 20 Paesi, una diminuzione del 31% rispetto al 2017. Le condanne a morte sono, invece, 2.531 in 54 Paesi, una leggera diminuzione rispetto alle 2.591 registrate nel 2017. La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo, nell'ordine, in Cina, Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq: il maggior numero di detenuti messi a morte sono in Cina, dove però è impossibile ottenere cifre precise sull'applicazione della pena capitale nel Paese, poiché i dati sono considerati segreto di Stato. Certo è che la cifra di almeno 690 persone messe a morte in tutto il mondo non comprende le migliaia di esecuzioni ordinate da Pechino.
Negli Stati Uniti, invece, nel 2018 il numero delle esecuzioni sono state 25, le sentenze capitali 45. Il Texas ha quasi raddoppiato le sue cifre rispetto al 2017 (da 7 a 13) e da solo rappresenta oltre la metà del totale di tutti gli Stati Uniti. "Si continua a credere che la pena di morte sia un deterrente per i crimini violenti e renda la società più sicura - precisa Tina Marinari di Amnesty International Italia - Ma non esistono dati a prova di tale mito. Il dovere dei governi dovrebbe essere quello di tutelare i diritti umani di tutti gli individui".
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 11 ottobre 2019
Il problema è che diamo sempre più per scontato che l'istinto di fuga dal male di vivere richieda l'aiuto di una sostanza, il conforto di una dipendenza. "Se vado a piazza Navona, e incontro un drogato che passa ciondolando con aria noiosa e vagamente sinistra, maledico la misteriosa circostanza che ha costretto, lui singolo, a fumare dell'hascisc invece di leggere di un libro".
Pier Paolo Pasolini, non certo un intollerante nei confronti della differenza o del disagio giovanile, considerava la droga "una vera tragedia italiana", come nel titolo dell'articolo che pubblicò nel luglio del 1975 sul Corriere della Sera.
Però tentava di capirne il perché, che si trattasse di un giovane borghese o di "un drogato in un bar di piazza dei Cinquecento o al Quarticciolo". "Per quanto riguarda la mia personale, e assai scarsa esperienza - scriveva - ciò che mi par di sapere intorno al fenomeno è il seguente fatto: la droga è sempre un surrogato.
E precisamente un surrogato della cultura... la droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura". Non è arbitrario rileggere oggi uno dei più profetici interventi del grande scrittore, a più di quarant'anni di distanza. Molti esperti, alle prese con la forte recrudescenza del consumo e delle morti per droga, parlano infatti di un "ritorno agli anni 70", il periodo in cui l'eroina, irrompendo come un fenomeno di massa nella modernità, bruciò la vita e le menti di tanti ragazzi.
Forse la vera grande differenza tra ora e allora è che non c'è più un Pasolini, e per la verità non c'è quasi più nessuno, che si interroghi sul perché: se cioè si tratti solo di una questione privata, di chi si droga e delle loro famiglie; o se esista invece un qualche nesso tra la cultura del Paese e questa rinnovata emergenza, e dunque sia una questione pubblica, culturale e sociale, e perciò in definitiva politica.
In verità qualcuno c'è: il capo della Polizia, per esempio. Segnalando qualche giorno fa a un convegno della Comunità di San Patrignano che negli ultimi anni è salito il numero di morti per overdose, è aumentato il consumo, e si è abbassata l'età, il prefetto Gabrielli ha aggiunto: "Ci sono stati ulteriori sdoganamenti culturali, non comprendendo che questo è un approccio pericoloso. Non credo che ci siano droghe meno pericolose di altre, basti pensare che quasi il 98% delle persone che approdano al consumo di sostanze letali hanno iniziato da sostanze che si considerano quasi ludiche o di poco conto". Non ci interessa qui riaprire il dibattito sulla liberalizzazione delle droghe cosiddette "leggere".
È più importate segnalare il problema "culturale" che pone Gabrielli: e cioè che abbiamo accettato l'idea che una sostanza psicotropa possa essere assunta a scopo "ricreativo", come si dice oggi con un gentile eufemismo da movida. Che dunque la ricerca dello sballo, di una perdita più o meno temporanea della coscienza, non denunci un disagio, ma configuri soltanto uno stile di vita. E che ci si debba dunque limitare a ridurre gli eventuali danni collaterali.
Pasolini non la pensava così. Credeva che ci fosse una spiegazione culturale, che esistessero "periodi storici in cui non c'è spazio per la droga: o meglio, tale spazio in altro non consiste che nel vuoto culturale interiore di singoli individui".
Mentre invece gli pareva di vivere in un periodo "in cui lo spazio (o vuoto) per la droga è enormemente aumentato". E se ne dava una spiegazione che forse calza a pennello anche per la nostra epoca: "La caduta del prestigio irrelato di tutti i valori di una intera cultura non poteva non produrre una specie di mutazione antropologica, e non poteva non causare una crisi totale".
Oggi non ci sono scrittori engagé che seguano questa pista interpretativa.
Interrogarsi sul tessuto di valori che regge la società è diventato fuori moda, un esercizio senza alcun senso per chi aderisce a una idea di libertà individuale che confina con il relativismo etico, e dunque non vi scorge il trionfo di quel consumismo che tanto preoccupava Pasolini.
Chissà se i nostri ragazzi che trovano in discoteca la pasticca giusta al momento giusto sono più liberi o più schiavi del mercato, e della sua capacità di sollecitare i gusti del pubblico con una vasta gamma di prodotti. A giudicare dal silenzio degli intellettuali si può anzi dire che la "mutazione antropologica" sia oggi così perfettamente compiuta che non la vediamo neanche più. Si discute perciò piuttosto di criminologia, come arrestare e sequestrare, e se liberalizzare danneggi o favorisca i trafficanti, accresca o riduca il traffico.
Eppure anche Roberto Saviano, convinto liberalizzatore, non può evitare di darsi una spiegazione "esistenziale" del ricorso alla droga: "Perché la cocaina regna? Perché la vita è una merda, perché ti fa sentire sempre troppo brutto, troppo povero, troppo grasso". Il problema è proprio lì: diamo sempre più per scontato che l'istinto di fuga dal male di vivere richieda l'aiuto di una sostanza, il conforto di una dipendenza. Accettiamo che i nostri figli siano così immaturi da non reggere altrimenti il dolore dell'esistenza.
Per questo abbiamo smesso di combattere la battaglia contro la droga. Per questo "anche le famiglie non sono più in prima fila, come fu negli anni Settanta e Ottanta, e sembrano diventate parte del sistema consumistico", denuncia il presidente dell'Associazione dei genitori antidroga. Per questo lo "spazio, o il vuoto" per la droga, diventa sempre più incolmabile.
di Concetta Formisano
vesuviolive.it, 11 ottobre 2019
La Curia di Napoli si fa portatrice della promozione per la formazione dei volontari delle carceri. Il corso, il quale avrà inizio il giorno sabato 9 novembre 2019, sarà una formazione per volontari penitenziari dentro e fuori le carceri di Napoli e avrà luogo presso la sede della Pastorale Carceraria dell'Arcidiocesi di Napoli, in Via Giuseppe Buonomo 39/41 a Napoli.
Sarà possibile iscriversi al corso fino al 31 ottobre 2019. Per la partecipazione è previsto un contributo alle spese di 10,00 euro. Il corso è aperto a chiunque desideri impegnarsi nel volontariato nella Diocesi di Napoli ed anche ai volontari già operativi di tutte le associazioni di volontariato penitenziario.
L'intento del corso, promosso dalla Curia di Napoli, sta nel fornire le competenze di base per operare nell'ambito penitenziario di intervento, delineando le caratteristiche principali dell'ordinamento penitenziario italiano, del ruolo del volontariato e degli strumenti da utilizzare per ottenere una relazione efficace con le persone detenute e le persone soggette a provvedimenti restrittivi della libertà personale.
Il corso consterà di sei incontri di formazione che si svolgeranno ogni sabato mattina dalle ore 9:00 alle ore 12:30. Tra i formatori figurano: Gherardo Colombo, ex magistrato, Don Tonino Palmese, Vicario Episcopale della Diocesi di Napoli, Samuele Ciambriello, Garante Regionale delle persone private della libertà, Roberta Gaeta, Assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli, Maria Luisa Palma e Giulia Russo, rispettivamente direttrici della Casa Circondariale di Poggioreale e del Carcere di Secondigliano, Monica Amirante, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Salerno, Monica Latini, responsabile area coordinamento interdistrettuale Uiepe Campania ed Antonio Mattone, della Comunità di Sant'Egidio. Gli incontri saranno moderati da Emanuela Scotti, giornalista e direttrice responsabile della testata Liberi di Informare, dentro ma fuori dal carcere. L'iniziativa è stata promossa dal Centro Diocesano di Pastorale Carceraria diretto da Don Franco Esposito, insieme alla Conferenza Regionale Volontariato Giustizia, alla Caritas Diocesana Napoli e all'Associazione Liberi di Volare Onlus.
di Marco Ventura
Il Messaggero, 11 ottobre 2019
Ci sono italiani tra i jihadisti nei campi di detenzione controllati finora dai curdi nel nord della Siria. E non si sa che fine faranno. Perché i curdi sostengono di non essere più in grado di garantirne il controllo. Stati Uniti e Gran Bretagna si stanno muovendo per trasferire in luoghi sicuri, e processare, i soggetti più pericolosi.
Ma per centinaia di combattenti di non si sa quante nazionalità (50, 60, c'è chi dice di più), non è chiaro il destino. Senza contare lo scarico di responsabilità tra europei, curdi e americani, ma anche siriani e iracheni "ufficiali", sulla giurisdizione dei processi, sull'eventualità della creazione di una Guantánamo mediorientale e la "presa in carico" di jihadisti pro-Isis per i quali, in base agli standard occidentali, è praticamente impossibile istruire un'indagine o raccogliere prove di crimini commessi.
Gli esperti di diritto internazionale e non solo si stanno interrogando, in Italia, su come trattare il dossier. Perché oggi non esiste uno strumento legislativo per perseguire i combattenti dell'Isis italiani, una volta rientrati. C'è la legge che punisce il reclutamento, specie via Internet, ma non quella che serve a condannare un seguace e miliziano del Califfato che abbia preso la via di casa. Il risultato è che finora anche l'Italia, come altri Paesi europei, ha avuto le mani legate (e scarsa volontà) nell'operazione di "rimpatrio" dei propri jihadisti. "Tecnicamente non so quanti siano, ma so che ci sono italiani", ha detto ieri il presidente della regione dell'Eufrate ed ex sindaco di Kobane, Anwar Muslem, all'Aki-Adnkronos.
"Quando la Turchia entrerà nel Rojava", regione presidiata dalle milizie curde Ypg (Protezione del Popolo), dice Muslem, "non potremo più controllare i detenuti dell'Isis che attraverso la Turchia si sparpaglieranno in tutto il mondo, perché sono cittadini di 52 Paesi". Si tratta, rincara Dalbr Jomma Issa comandante delle Ypg femminili, di elementi "molto pericolosi non solo peri curdi, ma per l'intera umanità. Noi - aggiunge - non pensiamo di rilasciarli, ma non sappiamo neanche noi fino a quando possiamo sorvegliarli. In tante città ci sono cellule dormienti che ora, nel caos, iniziano a muoversi".
Trump ribadisce che saranno i turchi a occuparsi dei prigionieri. Ma è realistico? La linea di Ankara verso l'Isis è oggi di netta chiusura. Ma intanto nella disgregazione e nel "fai-da-te" generale in Siria, gli USa hanno preso in consegna e trasferito due membri britannici dell'Isis colpevoli di avere decapitato ostaggi. Sono Alexanda Kotey e El Shafee Elsheikh, componenti di un gruppo jihadista chiamato "i Beatles". Ma in Gran Bretagna non c'è la pena di morte e negli States, invece, sì. E finora il massimo che il Regno Unito abbia escogitato per evitare il rientro di famiglie jihadiste in patria è la revoca della cittadinanza, misura che presenta criticità legali non potendo nessuno ritrovarsi per il diritto internazionale nella condizione di apolide. Il che è successo a familiari di detenuti dell'Isis con passaporto della Regina.
La realtà è che pochi Paesi si sono preoccupati finora di far rientrare propri concittadini: Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan, Russia, Kosovo e la stessa Turchia. Diciotto bambini in Francia, 16 tra adulti e minori negli USA, meno di una decina in Germania. E 8, 7 e 5 bambini rispettivamente in Australia, Svezia e Norvegia. Quattro francesi sono stati processati in Iraq, tra mille polemiche.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 11 ottobre 2019
Il lessico delle guerre provocate dall'Occidente abbonda di parole come tute mimetiche. Non è infatti né l'ennesima guerra, né è del solo Erdogan la "pugnalata alle spalle" dei curdi.
Ma da dove vengono i ricatti di Erdogan? Vale la pena chiederselo, vista la faccia tosta con cui rivendica il buon diritto di invadere il nord della Siria e fare terra bruciata dell'esperienza dei curdi del Rojava. Ieri è stato più esplicito del solito, rivolto ad una Turchia che, tutta, - tranne l'Hdp curda - plaude all'offensiva. Ha ammonito l'Ue che se la considera un'invasione, rimanderà in Europa i 3 milioni e 600mila profughi che gli abbiamo appaltato; ha attaccato chi lo critica, come l' egiziano al Sisi definendolo "il killer della democrazia; e ai Saud ha ricordato le stragi in Yemen...Insomma: "Da che pupito". E certo è una bella accozzaglia di criminali. E alla Nato ha chiesto: "La Turchia è un membro alleato, c'è l'articolo 5. Come fate a non reagire mentre i terroristi ci attaccano?".
Più provocatorio di così. "Ennesima guerra", "La guerra di Erdogan", "Pugnalata alle spalle"... I titoli dei media si rincorrono; con il titolo "offensivo" dell'offensiva turca: "Fonte di pace". Il lessico delle guerre provocate dall'Occidente abbonda di parole come tute mimetiche. Non è infatti né l'ennesima guerra, né è del solo Erdogan la "pugnalata alle spalle" dei curdi. E l'invasione turca è solo sorgente di nuove guerre. Non è l'ennesima guerra perché Erdogan così facendo porta a termine la somma delle ambiguità che hanno caratterizzato l'impresa statunitense ed europea di destabilizzazione della Siria.
Rappresentata, come ha scritto sul manifesto Alberto Negri, dal tentativo di "guidare da dietro le "primavere arabe". A cominciare dal ruolo del segretario di Stato Hillary Clinton - entusiasta - e di Obama - reticente - con la guerra Nato che ha abbattuto in Libia Gheddafi nell'ottobre 2011; per ritrovarsi solo un anno dopo (l'11 settembre 2012) al rovescio disastroso dell'impresa, con l'uccisione a Bengasi dell'ambasciatore Usa Chris Stevens. "Abbiamo fatto in Libia una figura di m..." commentò lo stesso Obama. Ma sempre nel 2011 si apriva il portale della destabilizzazione della Siria, ben più decisiva strategicamente in Medio Oriente della pur imperdibile piattaforma petrolifera libica.
La passeggiata ad Hama dell'ambasciatore Usa Robert Ford - come ha raccontato lui stesso in una intervsita del 2017 a Newsweek - tra i ribelli siriani fu il via libera per l'ingresso dei foreign fighters jihadisti che stazionavano in Turchia, cui veniva delegata la loro gestione. Ruolo che Erdogan prese alla lettera con la collaborazione della Nato: li armava, li addestrava e con l'Isis stabilì profiqui affari anche petroliferi, come testimoniarono giornalisti coraggiosi di Cumhuryet, incarcerati o costretti all'esilio.
L'invenzione che fu lanciata, dentro la Coalizione degli Amici della Siria (dagli Usa a tutti i Paesi europei, Italia compresa e con i fondi dell'Arabia saudita) fu quella dell'"opposizione democratica", fallita in pochi mesi perché divorata dal radicalismo e dalla forza dell'Isis e delle molte diramazioni siriane di Al Qaeda. Così l'intera operazione fallì. In Siria la destabilizzazione riuscita in Libia non funzionava, il regime di Assad resisteva da tre anni e mezzo, tra macerie, massacri e 6 milioni di profughi. Se ne accorse Obama che a fine 2015, nell'incontro del "caminetto", nella Sala Ovala alla Casa bianca con Putin, aprì all'intervento russo, mentre sul campo si avviava anche l'intervento iraniano, con pasdaran e forze Hezbollah a sostegno del regime sciita di Damasco.
A combattere l'Isis - organico al regime saudita - non c'erano più sedicenti opposizioni armate democratiche, né l'Occidente ma, insieme a esercito siriano e russi, i pasdaran iraniani e gli Hezbollah - presi subito anche di mira dai bombardamenti aerei israeliani. E soprattutto le forze curde progressiste dell'Ypg che si richiamano a Ocalan e al Pkk turco, impegnate in piena guerra a costruire nel Rojava un'autonomia confederale, democratica e interetnica. Nella rincorsa al ruolo di Mosca, mentre in Siria ormai era preda di una divampante guerra per procura tra Stati, Washington prima con Obama poi con Trump ha contribuito a bombardare, anche coi droni, lo Stato islamico dall'alto; gli "scarponi a terra" di un centinaio di forze speciali Usa, finite a coabitare con i i curdi dell'Ypg, sono il residuo di questa ambigua storia.
Una ambiguità che Trump, sovranista e isolazionista, ha alla fine rotto con la decisione del "ritiro" che altro non è che l'autorizzazione all'alleato atlantico Erdogan - nel timore che finisse definitivamente nelle braccia di Putin - ad avere, dopo tante promesse occidentali, la sua fetta di torta siriana: la zona cuscinetto per il controllo "turcomanno" dell'area, dove cominciare a riversare il serbatoio di profughi che gli abbiamo delegato, previo pagamento di più di 6 miliardi di euro.
Così suona quantomeno complice la richiesta congiunta di Conte e del segretario della Nato Jens Stoltenberg, di "avere moderazione". Erdogan ha mano libera, è il nostro debito estero di guerre occidentali, può insanguinare ancora di più la Siria e fare terra bruciata dell'esperienza rivoluzionaria del Rojava; tanto più che la Turchia è il "baluardo sud" della Nato; e se un esercito Nato muove alla guerra a quanto pare gli alleati si limitano a chiedere, complici, "moderazione". Come finirà questa immane "pugnalata alla schiena" dei curdi che l'Occidente ha allestito con il killer assoldato che si chiama Erdogan, stavolta davvero dipenderà anche dalla nostra capacità di mobilitazione.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 ottobre 2019
Redatte dal Partito Radicale dopo le visite di Ferragosto in 70 istituti. Sono 39 le interrogazioni redatte dal Partito Radicale e presentate da parlamentari di vari schieramenti dopo l'iniziativa "Ferragosto in carcere", durante la quale 278 tra dirigenti e militanti del Partito, avvocati dell'Unione Camere Penali, deputati, senatori e Garanti delle persone private delle libertà personali hanno visitato 70 luoghi di detenzione dal 15 al 18 agosto.
- Educatori penitenziari in stato di agitazione
- La sentenza europea non modificherà il regime del 41bis
- Ergastolo ostativo: diritto certo, non resa ai boss
- Perché l'Europa può aiutare l'Italia a rendere il carcere meno ostile alla nostra Costituzione
- "Così ho vinto la battaglia contro il fine pena mai"









