di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 agosto 2019
Costretti al sopravvitto che costa anche il doppio. In diversi istituti penitenziari rimane ancor il problema che ogni bene del sopravvitto costa in media il doppio del normale acquistabile in un supermercato. Ma che cos'è? Per orientarsi dentro il carcere va detto che il suo ingresso comporta il ritiro, durante la perquisizione in casellario, del denaro e degli oggetti di valore, come collane, orologi, nonché di quelli non consentiti.
di Luigi Nicolosi
anteprima24.it, 24 agosto 2019
Il "super direttore" torna a Napoli. Un anno fa era andato via tra gli applausi di polizia penitenziaria e detenuti. Tutti avevano infatti apprezzato il suo impegno nel migliorare le condizioni di vivibilità della casa circondariale "Giuseppe Salvia" e il numero di detenuto al suo interno ristretti.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 24 agosto 2019
Il preoccupante aumento dei suicidi preoccupa i vertici dei Carabinieri. "Una situazione del genere non è accaduta neppure durante il periodo del terrorismo", racconta un carabiniere. Dall'inizio dell'anno in 12 si sono tolti la vita.
Italia Oggi, 24 agosto 2019
Dopo il via libera del Consiglio di stato pronto il regolamento che attua la legge 6/2018. Testimoni di giustizia con diritto all'assunzione in una pubblica amministrazione. E se loro non intendono fruirne, tale diritto scatta nei riguardi del coniuge e dei fi gli ovvero, in subordine, dei fratelli stabilmente conviventi, purché essi siano a carico ed ammessi alle speciali misure di protezione. Lo prevede il regolamento del ministero della giustizia emanato ai sensi articolo 7, comma 1, lett. h) della legge 11 gennaio 2018, n. 6, recante "Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia", su cui il Consiglio di stato ha espresso parere positivo con alcune richieste di correzione.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 24 agosto 2019
Da Emergency ad Acion Aid. Da tre anni sul territorio, sempre presenti anche le Brigate di Solidarietà Attiva. Il paragone tra la situazione dei migranti e quella dei terremotati è uno dei cardini della propaganda della destra italiana. Basta pochissimo, però, per rendersi conto di quanto il paragone non abbia senso e di come, spesso e volentieri, chi lotta per i migranti lotta anche per i terremotati. Viceversa sarebbe corretto sostenere che a chi non importa nulla dei migranti, in realtà, non importa nulla neanche dei terremotati. Chi abita nel cratere lo sa, e ricorda bene la mattina del 24 agosto del 2016, quando tra i primi ad arrivare ad Arquata del Tronto ci fu una pattuglia di richiedenti asilo del Gus (Gruppo di Umana Solidarietà) guidati dal sindaco di Monteprandone Stefano Stracci.
Per il resto, le ong coinvolte a vario titolo nel salvataggio dei migranti nel Mediterraneo o in progetti umanitari sparsi per il mondo possono fornire dati molto precisi sui loro interventi nelle zone terremotate. Emergency, per esempio, dal 2017 ha offerto 4.246 prestazioni mediche, tra assistenza psicologica e infermieristica. "Il nostro team è composto da uno psicologo-psicoterapeuta, un infermiere e un logista - spiegano - e fornisce assistenza gratuita in un territorio in cui i bisogni sono molteplici e i servizi di assistenza sanitaria sono in difficoltà".
Save the Children, dal canto suo, ha offerto assistenza a un totale 1.861 persone, di cui circa 1.300 bambini. "La generosità dei nostri sostenitori - raccontano dalla ong - ci ha permesso di raccogliere oltre 2 milioni di euro per portare soccorso immediato ai bambini e alle famiglie colpite e per restare al loro fianco nel lungo periodo, nell'altrettanto delicata seconda fase post terremoto". E ancora: "Pur non essendo uno dei nostri obiettivi primari, ci siamo occupati anche della realizzazione di opere strutturali come la fornitura e messa in opera di un modulo prefabbricato ad uso scuola nel comune di Corridonia che ha permesso a circa 80 bambini di proseguire l'attività scolastica, e la ristrutturazione della scuola per l'infanzia di Loro Piceno".
Stesso discorso per Medici Senza Frontiere, che si attivò subito nella fase di emergenza e mandò i suoi medici nel cratere: l'intervento più incisivo fu fatto dopo le scosse del 30 ottobre 2017 a Norcia.
Action Aid, invece, per il sisma ha messo in piedi una vera e propria piattaforma informativa chiamata "Terremoto Centro Italia" che negli anni ha raccolto 2.900 segnalazioni. Attualmente Action Aid si occupa di trasparenza nella ricostruzione e sul loro sito internet sono disponibili diversi report sulla situazione.
Da segnalare, tra le altre, le attività del collettivo Terre in moto Marche, nato in seno al centro sociale Sisma di Macerata e motore di diverse iniziative e manifestazioni per combattere la strategia dell'abbandono dell'Italia Terremotata. Ancora sul territorio si muovono gli attivisti delle Brigate di Solidarietà Attiva, che non smettono di presidiare i paesi da tre anni a questa parte. Sono decine, infine, le ong e le associazioni più piccole che operano nei centoquaranta comuni terremotati: su tutti da segnalare l'iniziativa dei cattolici di We World che nel 2017 elargì a 29 famiglie di Amatrice aiuti economici tra i 2.500 e i 5.000 euro.
di Luisa Morbiato
Il Gazzettino, 24 agosto 2019
Gli artisti venezuelani dell'associazione Trabajo e Persona hanno dedicato un concerto ai detenuti del Due Palazzi: è il frutto della collaborazione decennale con la cooperativa Giotto in progetti di assistenza e solidarietà internazionale.
"Venezuela il popolo il canto il lavoro": è il titolo del concerto organizzato in prima mondiale, al carcere Due Palazzi, grazie alla collaborazione tra la cooperativa sociale Giotto e l'associazione venezuelana Trabajo y Persona di Caracas.
Due realtà che operano nel sociale e, tra le quali, una decina di anni fa è nata un'amicizia poi trasformata in collaborazione tra persone impegnate, in maniera diversa, ad affrontare le difficoltà della vita. Le attuali condizioni del popolo venezuelano sono ormai al limite della sopravvivenza e si fatica a lavorare ma la vicinanza con i detenuti di Trabajo y Persona è reale, come sottolinea Nicola Boscoletto presidente della Giotto.
"Il concerto che il gruppo, dopo essersi esibito al Meeting di Rimini, ha voluto offrire ai detenuti ha anche un risvolto benefico: una raccolta di fondi a offerta libera, ma anche comprando il cd come noi abbiamo già fatto acquistandone 500 che regaleremo a Natale a dipendenti e clienti - spiega Boscoletto - spesso alcuni detenuti dicono che in fin dei conti si trovano in carcere, luogo di sofferenza e difficoltà, perché qualcosa di brutto nella loro vita hanno combinato, mentre gli amici venezuelani si trovano a vivere una situazione peggiore senza aver fatto nulla per meritarla".
"É molto difficile lavorare in Venezuela ma il lavoro è libertà, da noi manca tutto, dalle medicine ai trasporti ai generi di prima necessità, ma quando si trova un lavoro è un'opportunità per risvegliarsi alla vita - afferma Alejandro Marius di Trabajo y Persona - della nostra situazione però preferiamo vedere le positività e sottolineare la tanta solidarietà che esiste nel Paese perché la durissima realtà quotidiana ci sfida continuamente a riconoscere ed affermare il senso della vita". Il direttore artistico del gruppo musicale, che comprende musicisti e cantanti di primo piano del paese sudamericano, è Aquiles Baez che rileva "La musica è libertà, abbiamo deciso di esibirci in carcere per offrire ai detenuti un po' di libertà".
Il disco che canta l'anima di un popolo e vede brani come canto della mungitura, il fruttivendolo o "Tu sei il fiore del cacao" è stato realizzato tra grandissime difficoltà ed è stato pubblicato in un cofanetto comprensivo di un volumetto con i testi dei brani, in collaborazione con Itaca Edizioni.
Il ricavato andrà a sostegno delle attività dell'associazione. "Una bella iniziativa che collega la musica al lavoro, siamo sempre disponibili ad avvenimenti per l'integrazione: laboratori di musica, teatro, la squadra di calcio e tante altre attività per la popolazione carceraria come questa che porta l'amicizia tra i popoli - commenta il direttore del Due Palazzi Claudio Mazzeo - abbiamo raggiunto molti obbiettivi con una popolazione che attualmente è di 600 detenuti anche se in qualche periodo abbiamo raggiunto i 900. Ora servirebbe un miglioramento della struttura: entro l'anno dovrebbero partire i lavori per dotare ogni camera di doccia e servizi separati".
Il concerto, tenuto in un auditorium affollatissimo, è stato preceduto da alcuni video nei quali una bambina ed un anziano aiutati dall'associazione hanno portato i saluti del Venezuela agli amici italiani. Un altro video ha illustrato i momenti salienti dell'amicizia tra le due associazioni. Durante l'iniziativa è stato consegnato un omaggio a Linda Arata, giudice dell'Ufficio di Sorveglianza a Venezia. La mattinata si è chiusa con l'applauditissimo concerto.
di Roberta Fuschi
livesicilia.it, 24 agosto 2019
Una città nella città. All'interno delle mura di cinta della fortezza che si staglia su Piazza Lanza c'è tutto un mondo da scoprire. Storie di uomini e donne che ogni giorno si misurano con regole ad hoc e, non di rado, si relazionano con il mondo esterno. Volontari e non solo. Qui ogni giorno l'idea astratta si fa carne.
Così il sistema delle garanzie trova una sua espressione e il valore rieducativo della pena cerca di farsi strada sfidando contingenze temporali e logistiche di ogni ordine e grado. Una casa circondariale, del resto, è un mondo nel mondo delle carceri soprattutto se situata in una città complessa come Catania. Elisabetta Zito, direttrice della struttura, fa il punto sulla vita quotidiana a Piazza Lanza dal rapporto con il mondo esterno passando per la prova della convivenza fino alla sinergia con altri attori istituzionali.
Dottoressa Zito, in carcere ci sono tanti volontari che prestano la loro opera. Questo dipende anche da una mancanza di personale dell'area dipartimentale?
In questo momento abbiamo un numero inferiore rispetto a quello previsto dalla pianta organica sostanzialmente per effetto dei pensionamenti previsti e anticipati. Quindi l'attività che fanno i volontari è anche di riempimento, l'attività che svolgono però è un'attività che giustamente concorre all'area di attività trattamentale. Non c'è un impegno dei volontari legato solamente alla carenza di organico, diciamo una funzione di supplenza.
In che senso?
La partecipazione all'esecuzione penale da parte della comunità esterna è una scelta del legislatore. Quindi è una rivendicazione giusta che il mondo esterno fa di entrare in carcere per concorrere all'attività e una rivendicazione che dovrebbe fare l'istituzione penitenziaria perché esiste un obbligo di carattere generale.
Anche il rapporto con il mondo esterno diventa determinante...
Certo, diventa fondamentale. Dobbiamo fare insieme questo percorso, diversamente, se così non fosse, lavoreremmo in un mondo astratto. Qualcuno potrebbe considerare questo processo utopico, però è un processo di responsabilizzazione del mondo esterno mentre noi parliamo sempre di responsabilizzazione del reo. Il legislatore ha voluto chiamare in causa tutti i soggetti che circondano l'autore del reato. E secondo me l'insuccesso del trattamento è spesso legato alla carenza di presenza del mondo esterno.
In che senso?
Noi sappiamo che in alcuni casi in chi commette alcuni reati c'è una componente legata ai contesti sociali, alla discriminazione, alla difficoltà di vivere in certe zone della città. Non è un affare che riguarda soltanto l'amministrazione penitenziaria. Noi per mission istituzionale dobbiamo definire il percorso trattamentale tenendo conto sì delle direttive del Ministero, ma anche dei bisogni dell'utenza. Noi stiliamo un progetto di istituto calibrato sulle caratteristiche della struttura e dell'utenza non seguendo una direttiva.
Considerando che la vostra è una casa circondariale è più complesso fare questo tipo di previsione?
Sì. In primo luogo perché l'utente non è statico ma variabile. Provo a fare un esempio che può sembrare banale, ma rende bene l'idea. È come un negozio che deve seguire la moda, non può comprare ora per i prossimi due o tre anni perché deve aspettare. Il paragone sembra banale ma serve a fare capire qual è la dinamicità a noi richiesta. E l'andamento degli ingressi e quindi dei bisogni noi li analizziamo in retrospettiva, ma in realtà noi subiamo tutti gli effetti di quella che è l'inasprimento di una pena, la modifica di un reato in un ambito piuttosto che in un altro e quindi l'immagine cambia in maniera incredibile. Ad esempio, tre anni fa ci siamo preparati ad ospitare chi proveniva dagli sbarchi e oggi siamo di fronte a un cambiamento. Questa è una caratteristica comune ad alcune case circondariali che esistono in territori particolari e che hanno un'utenza estremamente variabile.
Al momento quanti utenti ci sono?
Circa 350 persone.
Che tipo di utenza si registra a Catania?
Abbiamo un certo numero di stranieri, un numero che rimane esiguo rispetto alle presenze registrate negli istituti del Nord, e un'utenza legata allo spaccio di droga. Il nostro è un centro di media sicurezza: ci sono detenuti che hanno collegamenti con la criminalità organizzata ma non ricoprono ruoli di comando.
Pusher e vedette?
Sì, manovalanza. Ma non di tipo indipendente perché viviamo in un territorio cui, nonostante l'azione di contrasto delle forze dell'ordine, c'è una presenza endemica della criminalità. Qui ci sono tantissimi soggetti che entrano in carcere per reati di violenza domestica o in ambito familiari, ma spesso legati a situazioni di disagio e dipendenza da alcol e droghe. Noi ospitiamo una larghissima fetta di persone, quasi un terzo, che sono in trattamento psichiatrico. Il reato spesso è un'espressione di disagio e poi nel caso del problema psichico in tanti non si rivolgono ai servizi preposti soprattutto se non c'è un gruppo di sostegno affettivo o familiare. C'è chi inizia la terapia ma poi la abbandona o va via e si ritrova a stare fuori casa. Ad esempio, ospitiamo tante persone senza fissa dimora.
Il carcere sembra una sorta di osservatorio sulle criticità legate al territorio: racconta molto bene la città...
Certo. Da questo punto di vista, l'aspetto positivo è che proprio partendo da qui si potrebbero definire gli interventi esterni, ad esempio se servono le case alloggio o le strutture per donne maltrattate o persone dipendenti dalle droghe. Noi dovremmo essere guardati dagli enti locali.
Esiste qualche strumento in grado di creare questa sinergia tra attori istituzionali?
Esiste un tavolo perché la norma lo prevede: si tratta del tavolo di zona a livello comunale, istituito presso il distretto socio sanitario di Catania che comprende anche i comuni di Motta e Misterbianco. E va a fare confluire nei così detti piani di zona tutte quelle che sono le risorse per interventi di vario tipo. Il ministero della Giustizia è uno degli organismi che partecipa a questo tavolo per legge, poi ci sono figure varie come quelle legate al terzo settore.
Immagino ci sia un "però"...
Il problema di attuazione è legato, secondo me, agli aspetti amministrativi. In Sicilia e a Catania questa esperienza è stata fallimentare: è un sistema che si muove troppo lentamente. Uno strumento complesso inter-istituzionale difficile da gestire, rimesso interamente alla macchina amministrativa del Comune, per cui, anche se ci troviamo tutti d'accordo su come spendere questi fondi (che in passato erano tanti), poi tutto ricade sulle spalle del Comune che deve gestire le gare d'appalto e i bandi: obiettivamente è un sovraccarico. Servirebbe nella parte esecutiva un gruppo di lavoro dedicato.
Con quali conseguenze?
Li abbiamo enormi difficoltà a fare emergere il bisogno. Si potrebbe partire dalla nostra analisi dei bisogni per fare una radiografia della città.
Spesso qualche lettore commenta i nostri articoli scrivendo "chiudeteli in cella e buttate la chiave". C'è invece un aspetto importante legato alle carceri e alla loro funzione rieducativa che passa in secondo piano. A tale proposito volevo chiedere come monitorate l'evoluzione degli utenti?
La regola che noi seguiamo è evitare di "chiuderli in cella e buttare la chiave" perché questo vuol dire non gestire il loro tempo. I lettori lo dicono animati da fastidio. Noi dobbiamo seguire una logica diversa: evitare che ci sia un tempo totalmente perso che potrebbe anche diventare un tempo controproducente pensiamo al disagio e a istinti anticonservativi. Ma fermiamoci a questo: un tempo perso tenendo conto che ognuno di noi ha un vincolo cioè non possiamo educato chi non è condannato secondo il sistema della giustizia italiana. Per cui la persone è fortemente indiziata di un fatto criminoso però al tempo stesso c'è una presunzione di innocenza. La nostra regola è che non ci sia un tempo perso. Faccio un esempio anche se il paragone può sembrare banale.
Prego...
Immaginiamo di rimanere bloccati in casa e avevamo delle cose importantissime da fare. Che cosa facciamo? Cose come eliminare le mail arretrate, ad esempio. Ecco la nostra logica è utilitaristica e anche motivante per la persona.
Quali sono le richieste più frequenti?
La richiesta principale è quella di lavorare. Noi abbiamo il vincolo che essendo una casa circondariale possiamo pensare al lavoro all'interno perché quello all'esterno è molto difficile da gestire, non per nostra volontà.
Perché?
Il perché è molto semplice: se una persona è in custodia cautelare perché c'è il pericolo di fuga e io lo devo mandare a lavorare c'è una norma che lo consente, ma il magistrato ovviamente deve bilanciare questa risposta con l'esigenza che c'è a monte di tenerlo dentro perché gli deve dar il nulla osta. Se lo ritiene meritevole lo manda a lavorare ma con scorta: ma cosa abbiamo ottenuto? Nulla, perché se le attività che si svolgono devono essere attività fiduciarie devono essere a bassa incidenza di controllo anche perché noi non possiamo permettercele. Non possiamo consentire che escano dieci detenuti più la scorta che li accompagna. Questa attività è praticabile qui in questo momento, e noi abbiamo delle donne che lo fanno: escono e vanno a lavorare perché abbiamo una reclusione quindi questa misura l'abbiamo studiata e sperimentata perché abbiamo ottenuto una trasformazione di un piano detentivo perché altrimenti, ripeto, anche se noi su alcune donne puntavamo anche da imputate ci saremmo scontrati con l'esigenza dei nostri fratelli giudici: l'altro ramo della giustizia.
Insomma cercate di bilanciare le varie esigenze...
Certo, quindi la richiesta principale è di accedere al lavoro. Qui ospitiamo spesso un'utenza che vive spesso un forte disagio economico e che ha vissuto una situazione di forte deprivazione da tanti punti di vista che trova qui dentro le cure e le informazioni necessarie per curarsi.
Qui la coercizione impone loro di fare cose che fuori non farebbero. No?
Esatto. Intento c'è la presenza fisica del medico. Siccome la persona è in carico a noi, fosse anche una semplice infezione, il detenuto va dal medico. Ci sono tantissimi detenuti che hanno scoperto qui di avere malattie gravissime e hanno ottenuto delle cure che fuori non otterrebbero per un semplice motivo: la sanità prevede un canale giustamente privilegiato per i detenuti, dico io e lo faccio da cittadina. La persona non è libera di curarsi o meno: lo Stato ha una responsabilità enorme e quindi è giusto che ci sia un'attenzione particolare perché non si potrà mai stabilire se fregarsene del colesterolo alto è stata una libera scelta della persona oppure no. Lo Stato nel momento in cui priva della libertà una persona ha una responsabilità enorme e la comunità tutta. Certo può dare fastidio: se penso che se avessi un problema di salute dovrei aspettare mesi mentre che possibilmente se fossi in carcere sarei visitata da un primario. Del resto se esiste una patologia, esiste per lo Stato, versante magistratura, l'obbligo di compiere determinate cose. Tutto questo non si può ignorare è un sistema fatto di pesi e contrappesi. I giornalisti dovrebbero fare capire questi altri aspetti.
Quali?
Perché io non posso prevedere una lista d'attesa di mesi per una persona detenuta? Perché da una malattia che mi conduce alla morte nel mio letto di casa per quella persona può significare che quella persona il giudice ha l'obbligo di mandarlo a casa per farlo morire nel suo letto. Se così non fosse, e si accertasse un'inadempienza o un ritardo, noi come collettività pagheremmo un costo, al di là dell'aspetto etico. È un concetto complesso, ma non lo si può ignorare. Bisogna fare capire alle persone che il nostro sistema giuridico è fatto di garanzie, pesi e contrappesi, che hanno un utile per la collettività e non sono "in danno di". Alla gente dobbiamo spiegare che il sistema delle garanzie non è un tema che diminuisce la sicurezza della collettività né un sistema che fa sì che i detenuti non rispettino le regole e si comportino male.
di Gino Dato
Gazzetta del Mezzogiorno, 24 agosto 2019
Siamo nel paese dei diritti? O del rovescio? Può essere che il paese dove il diritto risuona neghi a un suo cittadino la dignità dell'umana pietas, quell'esercizio di ricongiungimento rituale di un figlio all'abbraccio del padre prima che spiri? Tu non chiedi di fuggire con il vecchio Anchise sulle spalle, né sei nella flagranza di un reato.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 24 agosto 2019
Trent'anni dall'omicidio di Jerry Masslo: oggi alle 17 nel cimitero di Villa Literno, in provincia di Caserta, la Cgil con associazioni e istituzioni del territorio deporranno una corona fiori per ricordare il ragazzo trentenne che fuggiva dal Sudafrica dell'Apartheid ma a cui l'Italia negò lo status di richiedente asilo. Rimase chiuso una settimana in una cella nell'aeroporto di Fiumicino, solo grazie alle pressioni dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati venne liberato: gli fu consentito di rimanere nel paese ma senza status giuridico definito.
Aveva chiesto il visto per il Canada, in attesa lavorava come stagionale nei campi e cercava di organizzare i migranti reclutati nel quadrivio di Villa Literno, ribattezzato dai locali "piazza degli schiavi". Era la prima volta che i braccianti migranti si organizzavano così apparvero dei volantini: "È aperta la caccia permanente al nero". La notte tra il 24 e il 25 agosto del 1989 un gruppo di ragazzi locali fece irruzione nel capannone dove una ventina di braccianti dormiva per rapinarli. Masslo non cedette alle minacce, lo spararono all'addome. Da allora è diventato il simbolo della ribellione allo sfruttamento.
"La situazione è in parte cambiata - racconta Tammaro Della Corte, segretario provinciale della Flai Cgil Caserta - ma lo sfruttamento è rimasto lo stesso. Trent'anni fa venivano soprattutto dall'Africa sub sahariana, con il crollo del Muro di Berlino sono arrivati anche i lavoratori dell'Est Europa, che possono passare periodi qui e poi tornare a casa. La comunità africana, nel frattempo, è diventata stanziale. Vivono in appartamenti, spesso sovraffollati, ma comunque con parenti e amici. I ghetti sono quasi tutti spariti, ma qualcuno resiste. Come quello creatosi nell'ex fabbrica di mattonelle vicino al cimitero di Villa Literno per circa 50 persone".
In base alle norme, dovrebbero guadagnare tra i 55 e i 70 euro per sei ore e mezzo più gli straordinari e Tfr. Ma il lavoro si divide essenzialmente in due categorie: nero e grigio. "Si comincia alle 7 e si va avanti per 10, 11 ore con la sosta di un'ora - prosegue Della Corte -. La paga è di 25/35 euro al giorno. Poi c'è la trattenuta per il caporale: 3/5 euro che include il trasporto nelle campagne. Ma c'è anche una forma differente di caporale, il capo squadra. Si tratta di un bracciante che recluta altri braccianti e tutti insieme vanno al lavoro in bici. Non mette a disposizione il furgone ma il contatto con il padrone bianco e gestisce i ritmi di lavoro. Per il proprietario dell'azienda ha il vantaggio di confondersi con gli altri e sfuggire ai controlli". Poi c'è il lavoro grigio: "Ti fanno un contratto per 3 mesi, dovrebbero versarti contributi per almeno 51 giornate lavorative ma in realtà ne versano massimo 6 e non riesci a maturare la disoccupazione. Così l'azienda sembra formalmente in regola per le ispezioni anche perché difficilmente viene controllata a termine contratto".
Le condizioni sono brutali: ad esempio, per raccogliere le fragole bisogna stare piegati in serra per ore, con la temperatura che sale a 40 gradi. "Soffrono alle mani, alla schiena, alle articolazioni - spiega ancora. Le donne hanno spesso problemi ai genitali perché, costrette a fare i bisogni in campagna, si puliscono con le foglie. Sono quelle che hanno la vita più dura: gli stessi compiti degli uomini più quelli che richiedono precisione. Oltre a subire abusi sessuali".
La Flai da dieci anni fa sindacato in camper: "Li andiamo a intercettare per spiegare a cosa avrebbero diritto così, almeno, possono provare a chiedere condizioni migliori. Purtroppo facciamo poche vertenze: hanno paura che, denunciando, poi perdano l'accesso al "mercato delle braccia". Il sindacato è spesso il loro unico tramite con le istituzioni: la sanità, la scuola per i figli, la pubblica amministrazione".
di Milena Castigli
interris.it, 24 agosto 2019
Il comico ha fatto da presentatore alla Comunità Educante con i Carcerati della Papa Giovanni XXIII. Fuoriprogramma d'eccezione ieri al meeting di Rimini con il comico Paolo Cevoli che ha fatto da presentatore sul palco della Cec, la Comunità Educante con i Carcerati, il progetto della Comunità Papa Giovanni XXIII che si occupa degli uomini che finiscono dietro le sbarre. Sul palco, insieme a Cevoli, quattro giovani portano la loro testimonianza di caduta e rinascita, ragazzi molto diversi per età e provenienza che nelle strutture della Cec hanno compiuto il salto che li ha restituiti alla vita.
E con loro non poteva mancare Giorgio Pieri, il responsabile del progetto. Un sogno realizzatosi tanti anni fa quando don Oreste Benzi, fondatore della APGXXIII invitò Giorgi ad andare in Brasile a conoscere le Apac, le carceri senza guardie dove la recidiva è a livelli minimi. E quindi la nascita della prima Comunità educante con i carcerati (Cec) della quali Pieri parlò in una approfondita intervista a In Terris lo scorso marzo.
"Noi - scandisce Giorgio dal palco di Rimini, ripreso da Sempre.it - non lavoriamo per i carcerati ma con i carcerati. Noi stessi siamo coinvolti come loro nel processo educativo". Cosa hanno in comune Daniele, Riccardo, Gustavo, Alfredo, i quattro ragazzi che hanno raccontato le loro storie incalzati da Paolo Cevoli, anceh grazie a qualche sua simpatica battuta?
Sono ragazzi diversi, provenienti da realtà diverse - Milano, Roma, la Puglia, Cuba e Napoli - ma di fondo c'è sempre lo stesso problema: una famiglia che si sfascia, un padre violento o assente, ovvero una carenza di amore dalla quale scaturisce una rabbia che cova nell'anima e porta spesso a delinquere. C'è un'amicizia ed un coinvolgimento di Cevoli con la Cec: presto l'attore uscirà sul web con una serie che si chiama Capriole, come quella compiuta da Dante nel suo viaggio nell'aldilà: sprofondato negli inferi e poi risalito. Capriole, storie di fallimenti e di rinascite. Come quelle dei ragazzi del Cec.
- Vigevano (Pv): manca l'assicurazione, il Comune rinuncia al lavoro dei detenuti
- Egitto. Morte di un detenuto in carcere. Testimoni: è stato torturato
- Svizzera. Una morte dignitosa anche per i detenuti
- Hong Kong. Il mistero del consolato apre la crisi Londra-Pechino
- Israele. Prigionieri palestinesi ancora in sciopero della fame










