di David Allegranti
Il Foglio, 9 ottobre 2019
Parlano il costituzionalista Davide Galliani e il filosofo del diritto Emilio Santoro. Il 22 ottobre la sentenza della Consulta. La Cedu, Corte europea dei diritti dell'uomo, ieri ha bocciato il ricorso del governo sull'ergastolo ostativo.
Una decisione che è stata accompagnata, nei giorni precedenti, da allarmi sui "regali alla mafia" e sul rischio che "decine e decine di mafiosi possano uscire dal carcere". Il prossimo 22 ottobre la Corte costituzionale dovrà decidere, a partire da un caso simile, sulla legittimità del 4bis rispetto però ai permessi premio (nella sentenza Viola era rispetto alla liberazione condizionale). E anche in quel caso, immaginiamo, si moltiplicherà il terrorismo psicologico. Davide Galliani, costituzionalista ed estensore di un amicus curiae nel caso Viola contro Italia alla Cedu, ci spiega perché dietro questi allarmi ci sia anche della malafede.
"Anzitutto - dice Galliani al Foglio - è interessante notare come si siano allarmati tutti quanti adesso, quando in realtà la sentenza Viola è stata depositata il 13 giugno. È passata abbastanza inosservata, ma ora che il governo ha deciso di rivolgersi alla Grande Camera, tutti hanno iniziato a dire la propria, al di là del merito. Dal punto di vista giuridico e anche per come funziona la Corte di Strasburgo, il panel di cinque giudici doveva decidere se mandare la sentenza Viola in Grande Camera o meno, non stava decidendo nel merito. Né stava mettendo in discussione, come qualcuno ha detto, il regime di 41bis". Questa levata di scudi tardiva "dunque fa riflettere. Sono passati tre mesi, dove sono stati finora?".
A un certo punto, però, politici e magistrati si sono svegliati. Da Luigi Di Maio ad Alfonso Bonafede, a Nino Di Matteo. Tutti a parlare di mafiosi in libertà e duro colpo allo stato da parte dell'Europa. Anche se, dice il professor Galliani, "io escluderei che tutti i politici abbiano letto veramente la sentenza Viola. Basta leggere che cosa c'è scritto nel cosiddetto Spazza-corrotti, che estende il regime ostativo anche per reati che non sono associativi. Pensi al peculato. Lei mi può spiegare che collaborazione potrà mai dare un vigile urbano che si è intascato 300 euro?
Chi ha scritto questa norma non capisce che il regime ostativo al massimo può avere un senso nei confronti di reati associativi, come la mafia. Ma come può avere senso tanto per la mafia quanto per il peculato? Mi verrebbe da dire "perdonateli perché non sanno quello che fanno".
I magistrati invece è difficile pensare che siano ignoranti, anzi. Quindi quando parlano lo fanno, si suppone, con cognizione di causa. "Lasciamo stare la politica, ma un magistrato non può dire che la Cedu va a intaccare il carcere duro. Semplicemente non è vero, quindi se lo dice è in malafede". Insomma, dice Galliani "è una strumentalizzazione quella cui stiamo assistendo. La sentenza Viola non riguarda il carcere duro. E non si può certo dire che chi nutre delle perplessità sull'ergastolo ostativo sarebbe un fiancheggiatore della mafia. Papa Francesco è contro l'ergastolo, dunque sarebbe colluso con la mafia?".
Dunque, è "giusto esprimere liberamente delle perplessità di natura giuridica (come hanno fatto la Cassazione e la sorveglianza sollevando le questioni di costituzionalità, senza essere tacciati di stare, anche solo indirettamente, dalla parte della mafia. Purtroppo è questo il messaggio che sta passando". Sono molti i messaggi sbagliati che sono emersi in questi giorni. Dal fatto che adesso "decine di mafiosi usciranno" al fatto che Strasburgo non conosce bene i problemi dell'Italia.
"Ma niente di questo è vero. Dire che "usciranno tutti i boss" non ha alcun senso. Strasburgo dice semplicemente una cosa: durante una detenzione ultradecennale - più di vent'anni, poniamo - è possibile che una persona cambi, nonostante le nostre carceri facciano schifo. Il giudice deve poter prendere atto del cambiamento, ma non è detto che apra le porte del carcere. Il carcere ostativo nega i benefici penitenziari, dal permesso premio fino alla liberazione condizionale, a meno che un condannato collabori con la giustizia. Se non collabora, è considerato socialmente pericoloso, sempre e comunque".
La Cedu vuole semplicemente restituire al giudice la possibilità di decidere. Ep oi, aggiunge Galliani, "basta con la strumentalizzazione di Giovanni Falcone sul carcere ostativo, davvero insopportabile. Falcone merita di meglio. Bisogna portargli rispetto. Mentre sul 41bis sappiamo che tanto Falcone quanto Paolo Borsellino erano tendenzialmente favorevoli, sull'ergastolo ostativo non possono esserci strumentalizzazioni. E sa perché?
Perché quando è stato introdotto il regime del quale parliamo, Falcone era già morto. Quindi o qualcuno mi prova che aveva scritto qualcosa a favore del carcere ostativo, oppure, siccome non lo puoi dimostrare, vuol dire strumentalizzare il suo nome. Io lo lascerei davvero in pace. Possiamo usare altri argomenti, ma non questo".
Per giorni, come detto, Nino Di Matteo & soci hanno lanciato allarmi sulla libera uscita dei mafiosi dal carcere grazie all'imminente decisione della Cedu. Eppure, proprio questa settimana la Cassazione ha respinto la richiesta dei legali di Giovanni Brusca di ottenere la detenzione domiciliare. Brusca continuerà dunque a scontare la sua pena nel carcere di Rebibbia. Per Emilio Santoro, filosofo del diritto, è la dimostrazione che non è vero che adesso ci sarà il via libera ai mafiosi.
"Non è che la Cedu abolisce il carcere ostativo, ma consente al magistrato di sorveglianza di valutare, dal percorso riabilitativo di un reo, se può uscire dal carcere oppure no. Nel caso di Brusca, contro il parere della Dia, la Cassazione ha stabilito per l'appunto che Brusca non può uscire dal carcere. Grazie alla Cedu torniamo semplicemente a questo: il magistrato di sorveglianza valuta se tenere un mafioso in carcere oppure no.
L'ostatività che la Cedu ha abolito impediva al magistrato di sorveglianza di valutare il detenuto. Quando Di Matteo dice che adesso i mafiosi usciranno dal carcere, significa che non ha nessuna fiducia nei confronti dei magistrati di sorveglianza".
Adesso si attende la Corte costituzionale del 22 ottobre e "tra i giuristi è ormai pacifico ritenere illegittimo l'ergastolo ostativo, a parte qualche magistrato - come Ardita o Di Matteo - nessuno più sostiene il contrario. Quindi io penso che la Corte costituzionale non farà altro che ribadire lo stesso concetto stabilito dalla Cedu. Quello che fa la Cedu è ribadire, in linea con la giurisprudenza consolidata, che negare la possibilità di rilasciare un detenuto sottoposto a ergastolo è una forma di tortura.
Io capisco la lotta alla mafia, ma un paese civile può condurre questa lotta rimanendo in linea con gli standard europei dei diritti umani, senza ricorrere alla tortura. Un tempo ci si chiedeva se fosse giusto torturare o meno un terrorista, e si è stabilito di no. Oggi è la stessa cosa".
La cosa assurda, dice Santoro, "è che quando c'è stata la sentenza Viola, a giugno, nessuno ha detto nulla. Nemmeno Salvini, che pure era ministro dell'Interno e di solito è il primo ad attaccare l'Europa. Abbiamo dovuto aspettare un governo, in cui ci sono anche il Pd e Leu, che brontolasse contro la riaffermazione di un principio: non si tortura nessuno, ma si valutano i comportamenti delle persone".
"Nessuno aveva detto niente dopo la sentenza Viola, nemmeno Salvini, sempre il primo ad attaccare l'Europa. Abbiamo dovuto aspettare un governo, con il Pd e Leu, che brontolasse contro la riaffermazione di un principio: non si tortura nessuno, ma si valutano i comportamenti delle persone"
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 8 ottobre 2019 n. 41124. Definitiva la condanna per fatture false per la moglie dell'ex numero uno di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini. La Cassazione - con la sentenza dell'8 ottobre n. 41124 - ha rilevato la responsabilità per aver emesso fatture per operazioni inesistenti. La ricorrente aveva eccepito come ci fosse stato violazione dell'articolo 9 del Dlgs 74/2000. Secondo la manager la violazione non avrebbe operato quando - come nel caso di specie - il destinatario delle fatture non le avesse utilizzate. La ricorrente, peraltro, ha continuato i motivi di appello arrivando chiedere che nei suoi confronti i giudici avessero agito in maniera illegittima per aver violato il ne bis in idem (pena per l'emissione e quella per l'utilizzazione). Secondo la Cassazione, però, l'emissione c'è stata ed è sufficiente per l'imputazione penale, a prescindere che poi non ci sia stata l'utilizzazione. Infatti secondo quanto dichiarato da una teste i pagamenti effettuati dalla società Selex nei confronti della emittente Print Sistem srl per prestazioni non eseguite erano stati autorizzati dall'amministratore delegato Marina Grossi. Rileva la Cassazione che se si desse ragione all'appellante si arriverebbe a una situazione di irrilevanza penale nei confronti di chi abbia posto in essere comportamenti riconducibili alla previsione concorsuale in relazione alla emissione della documentazione fittizia per il solo fatto di non avere utilizzato poi quella stessa documentazione.
di Anna Maria De Luca
La Repubblica, 9 ottobre 2019
La sentenza non si è pronunciata sull'ergastolo in generale, ma solo su quello ostativo. L'ergastolo ostativo viola i diritti umani. Lo dice la Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) respingendo il ricorso dell'Italia. Cosa è successo? Il 13 giugno la Cedu diede ragione ad un detenuto, Marcello Viola, che ricorreva contro lo Stato italiano per la condanna all'ergastolo con due anni e due mesi di isolamento diurno, senza alcun tipo di beneficio per il detenuto. L'Italia si è opposta a tale sentenza, sostenendo la legittimità dell'ergastolo ostativo per alcuni reati molto gravi, tra cui mafia, terrorismo e pedo-pornografia. Oggi la Grande Chambre ha convalidato la sentenza del 13 giugno, affermando che l'ergastolo ostativo viola i diritti umani.
Cosa significa lottare contro l'ergastolo ostativo. Gli ergastolani in Italia lo scorso 30 giugno erano 1.776 di cui, quasi i due terzi, all'ergastolo ostativo. "Lottare contro l'ergastolo, e in particolare contro l'ergastolo ostativo - commenta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e firmatario di un amicus curie a sostegno del ricorso presentato, contro l'ergastolo ostativo, dal Prof. Davide Galliani dell'Università di Milano - non significa non avere a cuore la sicurezza del Paese o non credere nella lotta contro le mafie. Del resto - ha aggiunto Gonnella - nessuno potrebbe accusare Papa Francesco, che ha abolito l'ergastolo dall'ordinamento vaticano, di non aver a cuore la lotta alla mafia".
Il rigetto della Cedu. "Il rigetto del ricorso dell'Italia da parte della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - ha detto ancora Gonnella - fa si che la decisione presa dai giudici della stessa Corte di Strasburgo lo scorso giugno, in merito all'ergastolo ostativo, sia definitiva. D'altronde - ha aggiunto - già in altri casi e per altri paesi la Corte aveva sostenuto, legittimamente, che l'ergastolo senza prospettiva di rilascio violasse l'articolo 3 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti umani, nella parte in cui proibisce i trattamenti crudeli, inumani e degradanti".
Il rischio uscita dei mafiosi non c'è. Spiega Gonnella: "Chiunque oggi paventa l'uscita di decine o centinaia di mafiosi crea un inutile allarme. La sentenza non produrrà infatti un risultato di questo genere, non essendosi pronunciata sul tema dell'ergastolo in generale, ma solo dell'ergastolo ostativo. Si tratta di una decisione di civiltà giuridica che ci riporta al pari di molti altri paesi europei. Viene così restituita finalmente ai giudici la possibilità di una valutazione discrezionale, cancellando quell'automatismo che trasformava questo tipo di ergastolo in una pena senza alcuna speranza di reintegrazione sociale, come invece la Costituzione impone".
Cosa accadrà. Ora non resta che attendere la decisione della Corte Costituzionale, la quale entro il mese di ottobre si pronuncerà sullo stesso tema, "affinché anche questa decisione - conclude il presidente di Antigone - possa restituire al nostro sistema penale e penitenziario quella flessibilità necessaria ad una valutazione individuale dei casi a tanti anni di distanza dalla commissione dei reati. Uno stato forte non teme se stesso e i propri giudici né la rimessione in libertà di persone che hanno scontato in carcere decenni di pena".
di Felice Cavallaro
Corriere della Sera, 9 ottobre 2019
Il marito era uno dei tre agenti morti a Capaci: "Dicono che l'ergastolo è come la tortura. L'Europa non capisce, un po' come succede con i migranti". "Ma che mondo è? Praticamente l'Europa informa che hanno abolito il vero ergastolo, l'unico vero deterrente per frenare la violenza dei mafiosi".
A Rosaria Schifani, vedova di uno dei tre agenti dilaniati con Falcone a Capaci, non piace l'ermetico aggettivo "ostativo". "Meglio chiamarlo il vero ergastolo, come non capiscono i giudici della Corte europea. Perché le altre condanne a vita sono una finzione. L'ergastolo ostativo ce lo portiamo noi addosso. Noi familiari di vittime innocenti. Mentre i nostri morti per Strasburgo non hanno valore".
Una finzione?
"Il vero ergastolo non c'è più. Non commetti altri reati in carcere, mostri un atteggiamento remissivo, dai qualche informazione ed ecco la pena scendere a vent'anni o anche meno. La morte di una persona vale vent'anni? Ma almeno in questi casi qualcosa devi confessare o rivelare. Adesso si rischia di eliminare il "fine pena mai" pure per chi non offre notizie, per chi non si pente, per chi non chiede perdono. Un modo per garantire permessi premio e misure alternative a tutti".
Dall'altare lei tuonò contro i mafiosi dicendo "...vi perdono, ma inginocchiatevi..."
"Infatti io posso perdonare, la società può perdonare. Purché il mafioso si inginocchi davanti alle leggi dello Stato. Non deve solo pentirsi intimamente. Quello è un affare che riguarda il singolo criminale e Dio. E Dio non si fa prendere in giro. Noi dal mafioso ci aspettiamo che si inginocchi alle regole dello Stato. E se questo non accade perché non collabora, perché non offre informazioni utili a scardinare pezzi di mafia, vuol dire che merita di restare in carcere".
La Corte europea sostiene che sono vietati i trattamenti inumani...
"E dice pure che l'ergastolo è come la tortura. Ma così l'Europa sembra davvero lontana. Un po' come succede con i naufraghi del Mediterraneo. La mafia considerata come una storia che riguarda aree lontane. E invece le mafie sono nel cuore dell'Europa. La pena serve per ammonire, per difenderci. L'ergastolo parificato addirittura a tortura? Vivere in carcere sarebbe peggio che morire? No il peggio è la bomba che Brusca ha fatto esplodere per uccidere Falcone, la moglie e tre agenti fra i quali il mio Vito".
La Cassazione ha invece negato i domiciliari a Brusca che così rimane in carcere, dopo la condanna a 30 anni...
"E invece dovevano dargli l'ergastolo. Non mi piacciono nemmeno gli 80 permessi premio e il fatto che fra due anni tornerà in libertà. Tu ammazzi e ti danno premi...".
In questo caso un aiuto Brusca lo ha offerto, sostengono...
"Ma il cosiddetto "papello" di Riina prevedeva l'abolizione dell'ergastolo. Questo voleva la mafia. Chi uccide un proprio simile deve invece scontare una pena tale da fargli capire anche il dolore provocato nei familiari della vittima. Temo che ciò non accada, che non accettino le regole della società civile. E che gli effetti di questa sentenza si riversino su di noi".
Su di voi?
"I nostri cari erano pieni di vita. La loro morte per noi è stata un ergastolo a vita, come diceva la povera mamma di Roberto Antiochia, Saveria: ci hanno condannato all'ergastolo del dolore".
veneziatoday.it, 9 ottobre 2019
È il libro di Rio Terà dei Pensieri, che sarà presentato giovedì al Fondaco dei Tedeschi, per celebrare l'impegno lavorativo, formativo e sociale alla casa di reclusione della Giudecca. Rio Terà dei Pensieri festeggia venticinque anni. È la cooperativa, costituita nel 1994, che svolge attività lavorative, formative e sociali, nella casa di reclusione femminile della Giudecca, per offrire un'alternativa alla cella, in un'ottica di risocializzazione, attingendo alle risorse del volontariato. L'anniversario verrà celebrato con la presentazione del libro Al femminile, giovedì 10 ottobre all'Event Pavilion del Fondaco dei Tedeschi alle 19. Lo presenteranno gli autori e promotori: Liri Longo, presidente della cooperativa Rio Terà dei Pensieri, Ivan Carlot, analista filosofo, counselor e formatore, Giorgio Bombieri, fotografo e Bali Lawal, modella.
Il nuovo progetto - Un testo nato e realizzato per valorizzare il percorso della cooperativa nella casa di reclusione femminile veneziana. I ricavi della vendita finanzieranno un nuovo progetto rivolto alla cura della bellezza interiore: un centro d'ascolto per detenuti e detenute, ed ex detenuti e detenute, in memoria di Raffaele Levorato, fondatore della cooperativa.
Il lavoro e la produzione - L'attività di Rio Terà dei Pensieri si è sviluppata attorno a due fulcri principali, la formazione professionale e il lavoro, considerati gli strumenti principali per avviare percorsi di responsabilizzazione e inclusione sociale. I detenuti e le detenute, anch'essi soci lavoratori della cooperativa, coadiuvati da docenti, collaboratori e volontari, producono articoli serigrafati, borse e accessori in Pvc riciclato, creano linee di cosmetici e coltivano ortaggi biologici. Il loro lavoro viene commercializzato sia attraverso la vendita al dettaglio che tramite commissioni pubbliche e private.
di Laura Ambrosi
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 8 ottobre 2019 n. 41124. L'esclusione del concorso nel reato tra utilizzatore ed emittente le false fatture, opera soltanto se il destinatario non risponde del delitto di dichiarazione fraudolenta. Ne consegue che se ha ricevuto i documenti e non li ha utilizzati concorre nel reato commesso da chi ha emesso le fatture fittizie. A fornire questa precisazione è la Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 41124 depositata ieri.
Alla legale rappresentante di una società veniva contestato il concorso nel reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Più precisamente, la società era stata destinataria di fatture emesse da un terzo soggetto considerate fittizie, ma che non erano confluite nella relativa dichiarazione presentata. La difesa evidenziava così che nessun illecito era stato commesso. Nelle more del giudizio di appello, interveniva la prescrizione per tale reato, ma venivano comunque confermate le statuizioni civili. L'imputata ricorreva così in Cassazione lamentando, tra i diversi motivi, anche la violazione della norma disciplinata dall'articolo 9 del Dlgs 74/00. In particolare, è previsto che non può sussistere il concorso tra l'emittente di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e chi le utilizza.
La Suprema corte, rigettando l'eccezione sul punto, ha fornito alcune importanti precisazioni. Innanzitutto, nella sentenza è stato evidenziato che il legislatore con tale norma ha inteso evitare che l'utilizzazione di fatture false da parte del destinatario (punita dall'articolo 2 del Dlgs 74/00) possa integrare anche il concorso nell'emissione delle stesse (punita dall'articolo 8 dello stesso decreto). E viceversa, ossia che la mera emissione possa integrare il concorso con il relativo utilizzo, cosi come avveniva con la precedente normativa penale tributaria (cosiddette manette agli evasori). Si tratta dello stesso fatto poiché l'emissione della fattura, trova la sua naturale conseguenza nell'utilizzazione e l'utilizzazione trova il suo naturale antecedente nell'emissione. Con l'articolo 9, quindi, è stato escluso che un soggetto possa essere colpito per due volte da sanzione penale per la medesima vicenda illecita.
La Cassazione ha però precisato che l'esclusione del concorso, non opera se il destinatario delle fatture non le abbia utilizzate. L'articolo 2 del Dlgs 74/00 punisce con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o l'Iva indica in una delle dichiarazioni fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. Tuttavia, in assenza dell'utilizzo, ossia della presentazione di una dichiarazione contenente i citati documenti falsi, l'imprenditore non commette alcun reato.
Va da sé quindi che se non esiste il delitto in capo all'utilizzatore, non sussiste la necessità di evitare la doppia sanzione tutelata dal legislatore. Pertanto, secondo i giudici di legittimità, solo il potenziale utilizzatore di documenti o fatture emesse per operazioni inesistenti può concorrere, ove ne sussistano i presupposti, con l'emittente non essendo applicabile l'esclusione prevista dalla norma.
di Sergio Segio
dirittiglobali.it, 9 ottobre 2019
Le reazioni alla sentenza della Corte Europea sui diritti umani riguardo il cosiddetto "ergastolo ostativo", che, respingendo il ricorso presentato dal governo italiano, ribadisce la disumanità di un ergastolo senza alcuna possibilità di benefici e di liberazione condizionale, invece prevista per l'ergastolo "normale" (dopo 26 anni di pena scontata, è bene ricordare a coloro, dell'antimafia dell' "occhio per occhio", che si stracciano oggi le vesti) mostrano ancora una volta quella innaturale convergenza bipartisan tra sinistra, destra, centro che ormai da decenni esiste sul carcere duro, sulla cosiddetta sicurezza, sul populismo penale.
Era successo lo stesso al tempo della sentenza con la quale il medesimo organismo aveva condannato l'Italia per la morte in 41bis di Bernardo Provenzano, tenuto in carcere sino al decesso. Al (ex) capo mafioso era stato nuovamente prorogato il regime di cui all'art. 41bis (il cosiddetto carcere duro) il 23 marzo 2016, ossia poco prima della sua morte, avvenuta il 13 luglio 2016; ciò nonostante da tempo fosse ridotto a uno stato puramente vegetativo. Anche in quel caso vi era stata la reazione pavloviana degli "addetti ai lavori" delle procure e dei loro supporter mediatici e politici: "il 41bis non si tocca". Come ora ripetono: "il 4bis non si tocca", pena, addirittura, "uccidere nuovamente Falcone e Borsellino".
Proprio la vicenda Provenzano, però, mostra a chiunque non sia accecato da furore vendicativo, che la ratio - prevalente, se non assoluta - di tali norme non è quella dichiarata, ovvero rendere impossibile o almeno difficile la comunicazione tra mafiosi in carcere e quelli in libertà, di interrompere sodalizi criminali, di assicurare legalità e giustizia al livello che la particolare pericolosità mafiosa necessita, bensì quella di costringere alla "collaborazione giudiziaria" attraverso forme di pressione che alcuni qualificano invece come tortura. Insomma, contro la mafia e il terrorismo il fine giustifica i mezzi. Anche nei confronti di quanti sono in carcere, quello dell'isolamento del 41bis, da decenni. Anche rispetto a ex appartenenti a organizzazioni criminali da tempo scomparse.
Tali misure finiscono dunque per avere una semplice, e terribile, funzione simbolica, per dire: "chi attacca lo Stato deve morire in carcere". Niente più che una vendetta con funzione deterrente e rassicurativa nei confronti di opinioni pubbliche disinformate e sapientemente manipolate con dosi quotidiane di giustizialismo. Anche oggi media e commentatori confondono l'ergastolo ostativo con l'ergastolo tout court o assicurano che quest'ultimo in realtà non esiste. In effetti, degli oltre 1700 ergastolani attuali, i due terzi sono "ostativi", ma il rimanente terzo non gode certo di alcun automatismo di benefici, sottoposti invece a costante osservazione e progressione e alla valutazione dei magistrati.
Le radici di questo irrigidimento o imbarbarimento non solo dei sentimenti pubblici, ma prima e assieme degli apparati normativi e delle prassi che a livello giudiziario e carcerario si sono progressivamente instaurate, sono da ricercare nella logica di emergenza e Stato dell'eccezione. Emergenza ed eccezione che poi, sempre, divengono stabili e "nuova normalità".
In quella visione, che data dai tempi della "madre di tutte le emergenze", quella contro le forme di ribellione armata negli anni Settanta, il deviante, il reo, viene trasformato in un nemico da annichilire e distruggere a tutti i costi, anche al prezzo di rinunciare allo Stato di diritto, o comunque a sue parti fondamentali, e di imporre ripetute e progressive lacerazioni all'ordinamento penale e a quello penitenziario.
Parafrasando il famoso sermone del pastore Martin Niemöller: "Prima colpirono i terroristi: erano nemici dello Stato e del sistema dei partiti. Allora li torturarono, fecero leggi d'eccezione e tribunali speciali, li misero in carceri speciali, li assoggettarono all'articolo 90 (l'antesignano del 41bis), li sottoposero a condanne esemplari. (si era a cavallo tra gli anni 70 e gli anni Ottanta). Poi si accanirono contro i tossicodipendenti, importando dagli Stati Uniti le logiche della "Tolleranza zero", con cui stigmatizzarono i consumatori di sostanze e di cui riempirono le carceri, trasformando la "guerra alla droga" in lotta a oltranza contro le vittime delle droghe, che intanto morivano a migliaia. (dal 1973, allorché è iniziato questo tipo di rilevazione, i morti per overdose in Italia sono stati 25.069). Anche in quel caso si fecero nuove leggi, improntate alla massima severità, trasformando un problema sociale e sanitario in una questione penale. (si era alla fine degli anni Ottanta).
Poi fu la volta dei mafiosi: erano fuoriusciti dallo spazio e dal ruolo ancillare del potere politico che storicamente avevano avuto: avevano osato mordere la mano che li aveva sempre nutriti e spesso protetti. E furono di nuovo leggi speciali, l'ergastolo ostativo e il 41bis. (e siamo all'inizio degli anni Novanta). Poi nel mirino finirono i poveri, i senzatetto, i mendicanti, i malati psichici: disturbavano, e allora vennero criminalizzati a colpi di decreti-sicurezza e di leggi sul "decoro urbano". Il carcere, del resto, è un business che tende a incrementare sé stesso (oltre 10 milioni di detenuti a livello mondiale; il record lo hanno gli Stati Uniti, con 2.121.300, vale a dire 710 detenuti ogni 100 mila abitanti). È insomma avvenuta "la trasformazione del povero da figura economicamente inutile se in libertà, a soggetto economicamente redditizio quando prigioniero" (Elisabetta Grande, Il terzo strike - la prigione in America, Sellerio, 2007) (e si è arrivati agli anni Novanta e Duemila).
Poi venne il turno degli immigrati: erano troppi, un flusso continuo che faceva paura e che facilmente poteva essere strumentalizzato da forze politiche sempre più ciniche. Vennero varate apposite norme: la legge Martelli del 1990 che cercava di governare i flussi, programmandoli sulla base delle necessità produttive del Paese: riducendo così gli uomini a braccia; assieme, sanzionava penalmente, anche con il carcere, l'immigrazione clandestina e fissava i meccanismi di espulsione. La successiva legge Turco-Napolitano del 1998 istituì per la prima volta i Centri di Permanenza Temporanei, vale a dire luoghi in cui detenere persone colpevoli solo di essere straniere, sottoponendole a un "diritto penale del nemico". Su questi impianti normativi, inasprendoli ulteriormente, interverrà poi la legge Bossi-Fini del 2002. Poi arrivarono Minniti e Salvini. E siamo all'oggi.
Lo Stato d'eccezione aveva individuato il nuovo nemico nello straniero; più di recente, ha iniziato a criminalizzare anche quelli che considera suoi complici, vale a dire le Organizzazioni Non Governative, le ONG. Intanto, migranti e rifugiati continuano a morire a decine di migliaia nel tentativo di entrare in Europa; a finire in Centri di identificazione ed espulsione o, ora, nei CPR, spesso peggiori delle carceri; a essere sfruttati bestialmente nelle campagne del Mezzogiorno; a essere quotidianamente discriminati e sempre più spesso aggrediti nelle città. Doppiamente perseguitati, in quanto stranieri e in quanto poveri (ed è storia che dura da oltre 30 anni, ma che oggi vede un drastico peggioramento perché il razzismo promana direttamente dall'alto, dalla politica, dalle politiche dei governi, dagli imprenditori dell'odio e dai professionisti della paura).
Per i rom, infine, non c'è stata una stagione, per quanto lunga: la loro persecuzione comincia nella notte dei secoli e non ha mai avuto fine. Grazie a tutto ciò il sistema penale e penitenziario si è irrigidito, dall'alto verso il basso. La riforma e le misure alternative si sono inceppate e svuotate. Gli ergastolani crescono anno dopo anno, in controtendenza rispetto le statistiche sulla criminalità.
Nel 1981, l'anno in cui si tenne il referendum per l'abrogazione della pena perpetua promosso dal Partito Radicale (che ottenne, pare incredibile, il 22,63% dei consensi, oltre 7 milioni di voti), gli ergastolani erano 318. Nel 1989, allorché la Camera approvò (anche questo pare ora incredibile) un ordine del giorno per l'abolizione del carcere a vita, erano circa 400.
A fine 2018 gli ergastolani in carcere erano 1.748. Nel 2017 erano 1.735; un anno prima erano 1.687. Nel 2015 erano 1.633, nel 2014 1.584. Nel 2005 erano 1.224. E così via. I reati più gravi, invece, gli omicidi sono in forte calo rispetto dagli anni Novanta (da 1.916 omicidi volontari nel 1991 a 368 nel 2017). In particolare, mostrano una consistente diminuzione gli omicidi compiuti dalla criminalità organizzata (da 342 a 55) e ancor più quelli commessi dalla criminalità comune (da 879 a 144). Questi i dati, questo il quadro. Il resto è propaganda e sentimento di vendetta. Legittimo e anche comprensibile se riguarda il singolo, barbaro e ingiustificabile se promana dalle istituzioni.
di Ivan Cimmarusti
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
"Un capo mafia rimane tale fino a quando non muore o non diventa collaboratore di giustizia". Neanche un ergastolo può far venire meno quel legame con la struttura associativa. Per questo il verdetto della Cedu, che boccia l'Italia sull'ergastolo ostativo, "sicuramente influisce negativamente sul contrasto alla criminalità organizzata". Ne è convinto il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, tra i massimi esperti in materia di mafie, che al Sole 24 Ore ha voluto sottolineare, implicitamente, la necessità di un adeguamento a livello europeo della normativa in tema di criminalità organizzata.
Procuratore, la decisione della Cedu può essere un pericolo per la lotta alla mafia in Italia?
Con il passare degli anni in carcere non si smette di essere mafiosi. Un capo mafia è sempre una persona in grado di dare ordini, i suoi desiderata vanno eseguiti. Nel momento in cui questa persona potrà lasciare il carcere, allora gli altri componenti del clan inevitabilmente ne terranno conto.
C'è un contrasto con l'evoluzione normativa italiana sulle mafie?
Il problema è che in Europa non c'è consapevolezza di quello che sono le mafie, perché nel cuore dell'Unione c'è la convinzione che siano un problema italiano. Anche dopo la strage di Duisburg (il 15 agosto 2007 sei affiliati alla ndrangheta furono uccisi davanti a un ristorante italiano, ndr), i politici tedeschi hanno detto "qui la mafia non c'è".
Eppure in Italia sono stati proprio i gravi fatti di sangue a dare impulso alle leggi antimafia...
In Europa questo è avvenuto con gli attentati terroristici. È stata la paura a portare interventi importanti in materia di sicurezza, così da creare una azione comune. La stagione delle stragi mafiose in Italia ha portato all'introduzione di importanti misure, come il 416 bis (associazione mafiosa, approvata a seguito dell'omicidio di Pio La Torre, ndr), il 41bis (carcere duro, divenuto legge a ridosso delle stragi di Capaci e di via D'Amelio, ndr). Possibile che la storia e il tempo ha cancellato il terrore di quel periodo?
È una questione culturale?
Si può dire che le mafie fanno meno paura, perché uccidono meno, ma le mafie con il traffico di droga e il riciclaggio comprano tutto quello che c'è sul mercato, quindi fanno saltare l'economia pulita. Questo avviene in Germania, ma anche nel cuore dell'Europa. Sono reati non immediatamente percepiti, quindi si crea l'erronea convinzione che non ci sia la mafia. Ma si tratta di una convinzione sbagliata, che può portare a una errata valutazione del pericolo da parte dei giudici.
di Stefano Di Cecio
reportcult.it, 9 ottobre 2019
Un progetto non solo artistico e cinematografico, ma anche sociale e culturale. L'associazione
Teatro Electra di Pistoia, diretta da Giuseppe Tesi, ha organizzato l'incontro che si è tenuto fra i detenuti della Casa Circondariale di Pistoia e Alessio Boni, noto attore di cinema, teatro e televisione.
L'iniziativa nasce all'interno di un progetto di Electra Teatro che intende portare le testimonianze dei detenuti, le loro esperienze e il loro vissuto all'esterno del carcere grazie alla realizzazione di un cortometraggio che possa arrivare a un pubblico vasto. Durante un briefing che si è svolto prima dell'incontro con i detenuti emerge che il "dentro" e il "fuori" sono realtà molto diverse fra loro.
Il "fuori" ha una naturale predisposizione a dimenticarsi di quelli che sono "dentro" quasi fossero "rifiuti speciali" da dimenticare, un "contenitore di disagio" dice il Commissario Capo Mario Salzano. Ben diversa invece è la realtà: ferma restando la condanna per il reato e la sua espiazione, rimane la difficoltà del reinserimento in una vita "normale" che per gli ex detenuti spesso non esiste più. Si arriva così al paradosso che la "rieducazione" demandata al periodo di detenzione si rivela quindi inefficace col rischio che la persona, perché di persone si tratta, torni di nuovo a commettere reati.
"Il problema è fuori" dice Alessio Boni, "è lì che devono essere trovate soluzioni. Le risorse sono poche, il lavoro è complesso, il tempo durante la detenzione si dilata e ciò che deve essere fatto non può limitarsi ad un mero riempitivo o passatempo. Bisogna puntare ad un cambiamento reale attraverso una riflessione su se stessi ma poi il "fuori" deve essere capace di lasciare più spazi per la reintegrazione, pena il rischio di far ripiombare le persone in condizioni di ripetere gli errori fatti".
Nell'incontro che si è svolto subito dopo nella palestra della Casa Circondariale Alessio Boni ha stimolato i detenuti con domande e affermazioni precise e puntuali, dimostrando interesse e sensibilità. Anche le domande dei detenuti sono state molte e interessanti, come "quale sia stata la lezione imparata in Africa in Malawi, Mozambico, nelle scuole negli ospedali" o "la differenza tra il carcere visto come attore nei film ed entrando in prima persona in un vero carcere".
Il cortometraggio che verrà realizzato da Electra Teatro avrà come "cornice" il testo di una poesia che consentirà di estrapolare alcuni argomenti sviluppati poi con le testimonianze dei detenuti. Si conta molto sulla sua visibilità e sulla sua diffusione sì da aumentare la sensibilità del "fuori" e renderlo partecipe di questo "mondo a parte". Il carcere marchia le persone a vita ma, come diceva De André, "se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo".
di Francesco Ricupero
osservatoreromano.va, 9 ottobre 2019
Scrivere libera la mente, aiuta a riflettere sui propri errori ed è un'occasione per aiutare "chi sta fuori" a non ripeterli. Partendo da questa convinzione la Società San Vincenzo dè Paoli, anche quest'anno, assegnerà il prossimo 11 ottobre, presso la Casa Circondariale di Matera, il premio "Carlo Castelli" per la solidarietà destinato ai detenuti delle carceri italiane che vogliono cambiare vita. E sì, perché cambiare vita è possibile.
"Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla rassegnazione. Dio è più grande di ogni problema e vi attende per amarvi", ha detto Papa Francesco il 14 settembre scorso, in occasione dell'udienza ai cappellani delle carceri italiane, alla polizia e al personale dell'amministrazione penitenziaria, esortando i detenuti ad avere coraggio perché si è nel cuore di Dio anche se ci si sente smarriti e indegni.
Quello promosso dalla San Vincenzo de Paoli è senza dubbio uno dei concorsi letterari rivolto ai detenuti più ambito d'Italia. Giunto alla sua dodicesima edizione, il premio si ispira alla testimonianza di Carlo Castelli (1924-1998) volontario vincenziano nelle carceri e pioniere nell'opera di recupero sociale dei detenuti. Con il tema "Riconoscere l'Umanità in sé e negli altri per una nuova convivenza", il concorso di quest'anno è patrocinato da Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, ministero della Giustizia, Università Europea di Roma, Fondazione Matera-Basilicata 2019 e ha ottenuto il riconoscimento di una speciale medaglia del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella.
"Ogni anno - spiega all'"Osservatore Romano" Antonio Gianfico, presidente della Federazione nazionale Società di San Vincenzo de Paoli - riceviamo centinaia di testi dai reclusi di tutte le carceri italiane. Il mondo carcerario è un condominio fatto di spazi angusti, di regole rigide, di relazioni forzate, di privazioni e di sofferenza. C'è quindi la necessità e la convenienza di condividere al meglio quel poco che si ha materialmente a disposizione, ma, soprattutto, di attingere a quelle risorse interiori che possono veramente segnare una svolta nella propria vita. Dagli scritti pervenuti - prosegue Gianfico - emerge un'umanità soffocata dalla sofferenza, un'umanità che si confronta con quella del vicino, che cerca di abbattere il muro del pregiudizio, di comprendere e valorizzare le differenze. Una convivenza di prossimità".
Imparando dagli errori del passato si può aprire un nuovo capitolo della propria esistenza e si può davvero fare qualcosa di buono ed utile non solo per se stessi, ma anche per gli altri.
"Ed è per questa ragione - spiega al nostro giornale Claudio Messina, delegato per le carceri della Società di San Vincenzo de Paoli e organizzatore del premio Castelli - che, anche nel premiare le opere scelte, abbiamo pensato di dare una libertà in più al candidato, il quale oltre a ricevere un riconoscimento per sé, sceglierà una buona causa nel sociale a cui destinare un'altra parte del premio in denaro. Ecco una buona possibilità, per chi ha sbagliato nella vita, di riscattarsi offrendo un contributo alla società".
La cerimonia di premiazione sarà preceduta dal convegno dal titolo: "In carcere con umanità. Nell'incontro la scoperta dei valori comuni". Tra i relatori: Luigi Accattoli, Guido Traversa, Rita Barbera, don Raffaele Sarno, Gabriella Feraboli, Carmelo Cantone.
Ai tre vincitori di questa edizione vanno assegnati rispettivamente 1.000, 800 e 600 euro, con il merito di finanziare anche un progetto di solidarietà. In aggiunta ai premi, a nome di ciascuno dei tre vincitori, saranno devoluti nell'ordine: 1.000 euro per finanziare la costruzione di un'aula scolastica a Lurhala (Repubblica Democratica del Congo); 1.000 euro per un progetto formativo e di reinserimento sociale di un giovane dell'Istituto penale minorile di Bari; 800 euro per l'adozione a distanza di un bambino della Bolivia per i prossimi 5 anni.
Le tre opere, scritte dai detenuti, che saranno premiate a Matera sono: Per chi muore, per chi rimane di Carmelo Gallico del carcere circondariale di Tolmezzo (Udine); Riscoprire i rapporti di buon vicinato di Alessandro Cozzi della casa di reclusione Opera di Milano e Un padre di Alessandro Crisafulli, sempre del carcere Opera di Milano.
- Piacenza. Un corso di teatro per ridare futuro a giovani carcerati
- Lauro (Av). Otto madri e 11 bimbi, l'Icam tra le carceri con più presenze in Italia
- Agrigento. I detenuti denunciano maltrattamenti stile Guantánamo
- No Tav, sindacato di polizia non legittimato al processo
- Voghera (Pv). La campanella della scuola ha suonato anche in carcere









