di Michele Damiani
Italia Oggi, 22 agosto 2019
Se il giudice non concede il rinvio della trattazione in presenza di una dichiarazione del difensore di adesione allo sciopero, si determinerà la nullità per la mancata assistenza dell'imputato.
La proclamazione di una sentenza avvenuta quando l'avvocato incaricato ha aderito ad uno sciopero determina la nullità della sentenza stessa. In particolare, se il giudice non concede il rinvio della trattazione in presenza di una dichiarazione del difensore di adesione allo sciopero, si determinerà la nullità per la mancata assistenza dell'imputato. È la conclusione a cui è giunta la quinta sezione penale della Corte di cassazione nella sentenza 35102/2019.
La vicenda riguarda una condanna per bancarotta fraudolenta confermata dalla Corte d'appello di Napoli in relazione a un fallimento avvenuto nel 2008. Contro questa sentenza è stato presentato ricorso in Cassazione, in particolare perché l'avvocato dell'imputato aveva depositato il 12 maggio 2017 presso la cancelleria della Corte d'appello la dichiarazione di adesione allo sciopero per le udienze dal 22 al 25 maggio 2017 deliberato dall'Unione delle camere penali.
Ciò nonostante, la Corte d'appello napoletana fissava l'udienza per il 22 maggio e, non tenendo conto della dichiarazione di adesione allo sciopero da parte del legale, emetteva sentenza in sua assenza. Per il ricorso, quindi, la sentenza doveva considerarsi nulla per la mancata assistenza dell'imputato ai sensi dell'art. 178, comma 1, lettera c) del codice di procedura penale.
Secondo la Corte, il ricorso è fondato. Questo perché "in tema di dichiarazione di adesione del difensore alla iniziativa dell'astensione dalla partecipazione delle udienze legittimamente proclamata dagli organismi rappresentativi di categoria, la mancata concessione da parte del giudice del rinvio della trattazione dell'udienza camerale in presenza di una dichiarazione effettuata o comunicata dal difensore determina una nullità per la mancata assistenza dell'imputato". Perché l'udienza sia rinviata, si legge nella sentenza, è sufficiente che il difensore comunichi, nelle forme previste, la volontà di astenersi "in quanto con tale comunicazione, sia pure implicitamente, manifesta la propria volontà di essere presente all'udienza".
di Laura Ambrosi e Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 22 agosto 2019
Corte di cassazione - Sentenza 36309/2019. La sentenza non definitiva della commissione tributaria che annulla per vizio formale la cartella relativa ad omessi versamenti iva non fa venir meno la pretesa erariale con la conseguenza che il sequestro preventivo operato in sede penale è legittimo. Solo un provvedimento di sgravio dell'ente impositore, infatti, rappresentando la rinuncia al tributo, può giustificare l'annullamento della misura cautelare. A ribadire questo principio è la Corte di Cassazione, sezione 3 penale, con la sentenza n. 36309 depositata ieri.
Nella vicenda oggetto della pronuncia, il Tribunale del riesame confermava il sequestro preventivo disposto dal Gip nei confronti del rappresentante legale di una società per omesso versamento Iva (articolo 10 ter Dlgs 74/00).
Avverso il predetto provvedimento, l'interessato ricorreva in Cassazione, evidenziando l'annullamento da parte della commissione tributaria, ancorché non in via definitiva e per vizio formale, della cartella di pagamento. In buona sostanza era venuta meno la pretesa fiscale e, di conseguenza, il sequestro non poteva essere mantenuto. La Suprema corte ha respinto il ricorso. In sintesi, secondo i giudici di legittimità, occorre operare una netta distinzione, ai fini del sequestro, tra sgravio da parte dell'ente impositore e giudizio tributario di annullamento (non definitivo).
Lo sgravio è un provvedimento dell'ente impositore necessario per formalizzare la cancellazione della propria pretesa. Si tratta di un atto pubblico fidefacente ed è costitutivo dell'effetto di estinzione del debito erariale. La Cassazione ha precisato che il mantenimento del sequestro non avrebbe giustificazioni in presenza di sgravio: venendo meno la pretesa erariale, infatti, la misura cautelare sarebbe illegittima poiché sarebbe finalizzata alla confisca di un profitto in realtà inesistente (annullato dall'ente impositore). Le sentenze della commissione tributaria invece non sono automaticamente rilevanti nel processo penale. Nella specie, l'Ufficio non aveva sgravato la pretesa a seguito del giudizio della Ctp.
La pronuncia conferma un orientamento già espresso in precedenza dai giudici di legittimità e induce a qualche riflessione sotto il profilo operativo in presenza di casi analoghi a quello esaminato della Cassazione. Infatti, sebbene nella sentenza non sia precisato, sembra potersi dedurre che sarebbe stato sufficiente, per la revoca del vincolo, lo sgravio dell'ufficio. In altre parole, non pare si possa far riferimento esclusivamente ad una rinuncia definitiva della pretesa da parte dell'ente.
In questi termini, peraltro, si è recentemente espressa la Suprema corte con la sentenza 355/2019 che ha confermato un precedente orientamento (Cassazione 19994/2017 e 39187/2015). Poiché, di norma, l'ente impositore, a seguito della sentenza tributaria favorevole al contribuente, provvede allo sgravio della pretesa, potrebbe essere opportuno, in queste ipotesi, non tanto allegare ai giudici penali la sentenza tributaria favorevole all'interessato ma il successivo sgravio operato dall'ente impositore (in esito alla medesima sentenza).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 agosto 2019
La relazione del Garante nazionale dei detenuti dopo la visita "non annunciata" di maggio. Un edificio vecchio che presenta condizioni materiali che non soddisfano quello che richiede l'ordinamento penitenziario.
Le stanze di pernottamento delle persone detenute sono estremamente disomogenee. Si va dai cosiddetti "cubicoli" con i servizi igienici a vista, ai cameroni da 14 persone. Particolarmente degradate alcune sezioni, come quella per persone malate o disabili, con letti a castello anche a tre piani. Condizioni che possono essere facilmente considerate in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la tutela delle libertà fondamentale e dei diritti umani che inderogabilmente vieta "trattamenti o pene inumane o degradanti", secondo l'interpretazione che di tale precetto è data dall'elaborazione giurisprudenziale della Corte di Strasburgo.
A tutto questo si aggiungono casi che potrebbero profilare il rischio maltrattamento. Parliamo del cosiddetto "mostro di cemento" del carcere di Poggioreale, a Napoli. Ad esporre tutte queste osservazioni è il Garante nazionale delle persone private della libertà che ha svolto la visita non annunciata in carcere suddivisa in due tappe. La prima, durata quattro giorni (dal 2 al 4 maggio 2019), è stata condotta da una delegazione composta dall'intero Collegio del Garante - Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi - due componenti dell'Ufficio - Giovanni Suriano e Raffaele De Filippo - e da un'esperta del Garante nazionale - Silvia Talini.
La seconda tappa è consistita invece in una visita ad hoc all'Istituto di Santa Maria Capua Vetere per verificare le condizioni di un detenuto che potrebbe essere stato vittima di maltrattamento e trasferito dalla Casa circondariale di Poggioreale il 2 maggio, in coincidenza con l'arrivo della delegazione del Garante.
Nella relazione, l'autorità del Garante premette che il primo aspetto che colpisce è la tipologia degli stessi detenuti. Infatti, pur trattandosi di una Casa circondariale, destinata quindi alle persone in attesa di giudizio o condannate a pene inferiori ai cinque anni (o con un residuo di pena inferiore ai cinque anni), sono oltre 1.000 le persone detenute con una sentenza definitiva o mista su una popolazione totale di 2.370 persone. Il Garante sottolinea che tale fattore è un elemento destabilizzante, soprattutto quando ha più volte avuto sentore di pressioni che soggetti in esecuzione di pena esercitano su soggetti più deboli, spesso con frequenti ingressi e successive uscite, secondo una modalità tipica di una criminalità di strada caratterizzata da intrinseca reiterazione dei reati. "Spesso - si legge nella relazione tali condotte criminali ad alta recidiva discendono da soggettivi stili di vita, condizioni sociali degradate, povertà culturale, ricorso a forme di manovalanza microcriminale connessa a taluni territori".
Alcuni reparti hanno ancora i ballatoi, come il reparto "Roma", altri hanno grandi cameroni, pochissimi spazi comuni per le attività. Il Garante denuncia che "i reparti comunicano - quasi nella loro totalità - il senso di abbandono di uno Stato che sembra non investire realmente nella possibilità di realizzare quanto affermato nella sua Carta e nelle sue leggi".
Infine, sul rischio di maltrattamento, il Garante nazionale ha riscontrato alcuni episodi che sono stati oggetto di approfondimento. In particolare, il caso di una persona che, a seguito di crisi di natura psichica, è stata sottoposta a sorveglianza a vista e trasferita il giorno della visita del Garante in un altro Istituto per generici motivi "disciplinari", senza consentire al Garante stesso di incontrarla.
Per tale motivo, una parte della delegazione si è recata all'istituto dove tale persona si trovava e ha constatato direttamente i visibili segni di lesioni che aveva su varie parti del corpo. Tale situazione, sulla quale il Garante ha fatto una serie di approfondimenti, è stata oggetto di un esposto alla Procura della Repubblica di Napoli.
di Piero Rossano
Corriere del Mezzogiorno, 22 agosto 2019
Un rapporto corposo, di oltre 20 pagine, sulle condizioni di vita dei detenuti e sulla struttura del carcere di Poggioreale. Un dossier elaborato dal Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, che lascia non pochi dubbi sullo stato della vivibilità all'interno della Casa Circondariale di Napoli, considerata, in alcuni suoi reparti, in palese "violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la tutela delle libertà fondamentali e dei diritti umani che inderogabilmente vieta ' trattamenti o pene inumane o degradanti'".
Il documento è frutto della visita specifica alla Casa circondariale di Napoli organizzata lo scorso maggio dal Garante nazionale dei detenuti, finalizzata a verificare alcune situazioni e le generali condizioni di affollamento e di dignità delle condizioni detentive e di cui si è avuta notizia solo ieri per una particolare circostanza: la scoperta di presunte violenze in danno di un detenuto con problemi psichici.
Il sovraffollamento - "Nel giorno della visita - si legge nel dossier - l'Istituto, a fronte di una capienza effettiva di 1.515, ospitava 2.373 persone". Numeri che raccontano di una situazione difficile e che evidenziano un sovraffollamento vicino al 50 %. "Il primo aspetto che colpisce, insieme al pesante sovraffollamento - spiega Daniela de Robert, Garante Nazionale dei Detenuti - è la tipologia degli stessi detenuti.
Infatti, pur trattandosi di una Casa circondariale, destinata quindi alle persone in attesa di giudizio o condannate a pene inferiori ai cinque anni, sono oltre 1.000 quelle detenute con una sentenza definitiva o mista su una popolazione totale di 2.370 persone". Struttura inadeguata Quella di Poggioreale è definita nel report una struttura "inadeguata in cui mancano gli spazi comuni per le attività lavorative, culturali o ricreative e le sale per la socialità di reparto". Difficile anche la situazione di alcune le stanze di pernottamento, definite "disomogenee".
Il caso scoperto - Una corposa parte del dossier è riservata ad "alcuni episodi che sono stati oggetto di approfondimento. In particolare - viene alla luce - il caso di una persona che, a seguito di crisi di natura psichica, è stata sottoposta a sorveglianza a vista e trasferita il giorno della visita del Garante in un altro Istituto per generici motivi "disciplinari", senza consentire al Garante stesso di incontrarla". Per il caso specifico, prosegue la nota, "una parte della delegazione si è recata all'istituto dove tale persona si trovava e ha constatato direttamente i visibili segni di lesioni che aveva su varie parti del corpo".
Denuncia ai magistrati Dopo gli approfondimenti e le valutazioni del caso il Garante ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Napoli, presso cui è stato istituito il gruppo specializzato intersezionale per i reati commessi in luoghi di custodia o di detenzione e comunque in danno di soggetti privati della libertà personale.
I punti a favore - Tra tante criticità riscontrate, c' è però qualche se medi speranza. "A Poggioreale abbiamo il più alto numero di volontari carcerari in Italia - spiega Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania - un esercito di persone che quotidianamente offre il loro supporto alle persone recluse in diversi ambiti.
Da non sottovalutare anche la presenza dei frigoriferi nelle celle. Sembra una cosa banale per chi vive fuori da quelle mura, ma avere la possibilità di conservare alla giusta temperatura cibi e bevande specie nella stagione calda è davvero importante".
ildispaccio.it, 22 agosto 2019
Si è svolta la visita in carcere all'istituto di Arghillà nell'ambito della iniziativa "Ferragosto in carcere" promossa dal Partito Radicale e dall'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane.
La delegazione, guidata dall'Avv. Gianpaolo Catanzariti, responsabile nazionale Osservatorio Carcere UCPI, composta dagli Avv.ti Paolo Tommasini (Cons. Camera Penale RC), Katia Siclari (ref. terr. Osservatorio carcere RC), Elisabetta Spanò e Carmen Pezzimenti (Comm carcere Camera Penale RC), e dallo psicologo Santo Cambareri (Partito Radicale), ha avuto modo di toccare con mano le criticità dell'intera struttura reggina, che, in origine, avrebbe dovuto rappresentare il fiore all'occhiello della reclusione calabrese. Lo rende noto Gianpaolo Catanzariti, Resp. Osservatorio Carcere Ucpi. "La visita si è svolta, per oltre cinque ore, alla presenza del direttore, dott. Calogero Tessitore, del Vice Comandante di Polizia Penitenziaria, Iolanda Mercurio, e del funzionario area pedagogica, il dott. Lorenzo Federico.
Alle deficienze strutturali originarie che hanno fatto di Arghillà il simbolo della fallimentare politica penitenziaria praticata negli anni, inaugurata - dopo 25 anni dalla posa della prima pietra - in pompa magna dall'allora ministro Cancellieri nonostante l'assenza, fra le altre, di un campo da calcio, di un teatro e di una cappella, si è aggiunto l'aumento esponenziale della popolazione detentiva senza un corrispondente aumento del personale operante e senza un servizio sanitario all'altezza delle gravità riscontrate.
Con una capienza regolamentare di 302 posti e 89 "camere di pernottamento", Arghillà ha in carico 365 detenuti (di cui 53 in Alta Sicurezza, 213 definitivi e 93 in attesa di primo giudizio, 51 stranieri, ma nessun mediatore culturale). Sono 64, di cui tre all'esterno, coloro che svolgono attività lavorativa. Pochissimi per una struttura che avrebbe dovuto rappresentare un modello di reclusione al Sud Italia.
La maggior parte delle celle ospita tra 7 ed 8 detenuti su letti posti sistematicamente l'uno sull'altro sino al terzo livello. Una condizione intollerabile che calpesta la dignità umana di chi è costretto a scontare una pena detentiva, condividendo un unico bagno senza bidet, attendendo il proprio turno per i bisogni fisiologici o per potersi sciacquare, quando l'acqua, dopo ore di assenza, esce improvvisamente dai rubinetti.
La maggior parte dei bagni presenta pareti invase dalla muffa che ammorba l'aria irrespirabile sotto il telefono della doccia. Lo spazio disponibile non rispetta gli standard previsti dal Ministero in nessuna delle celle, da 6, da 7 o da 8 persone. Il personale di polizia penitenziaria, con 112 effettivi su una pianta organica di 160, è costretto ad usufruire di una caserma, posta all'interno della struttura, in condizioni di degrado assoluto, con stanze e bagni che sembrano "luoghi della memoria" del secondo dopoguerra.
Sette sono gli educatori ed uno è lo psicologo presente una volta a settimana, oltre ad un esperto ad ore, nonostante numerosi siano i detenuti problematici e l'ultimo suicidio di pochi giorni addietro. Assurda è, poi, l'area sanitaria con un'assistenza infermieristica garantita dalle 7 alle 22, confidando, così, nella benevolenza della notte.
Circa 20 sono i detenuti che presentano disturbi di natura psichiatrica, mentre 43 sono in carico al Sert per le tossicodipendenze. Nonostante vi siano strumenti e gabinetti medici attrezzati, le prestazioni specialistiche, per ragioni tutte interne all'azienda sanitaria provinciale, sono estremamente dilatate nel tempo. Nei mesi scorsi vi erano oltre 390 prestazioni specialistiche richieste ed ancora inevase, affidando il detenuto alla buona sorte o al ricovero ospedaliero d'urgenza. La salute in carcere ad Arghillà sembra paragonabile alla ruota della fortuna che si gioca in locali neppure presi in carico formalmente dall'ASP. Il personale penitenziario ha messo in piedi una equipe multidisciplinare che si occupa, da subito, dei nuovi giunti, anche per prevenire e monitorare situazioni irreversibili.
L'area trattamentale si sforza, con sacrificio, di offrire una offerta formativa e laboratoriale adeguata alle numerose presenze detentive con corsi scolastici, di base e di grado superiore (per media ed alta sicurezza), che, però, non vengono garantiti ai 33 detenuti ristretti nella sezione c.d. protetti (sex offender), ed attività culturali e artistiche (canto, cineforum, biblioteca, yoga, catechesi). Manca, però, l'apporto esterno al carcere che, in Calabria, è davvero inesistente.
Alcuni detenuti di Alta sicurezza, con pene lunghe da espiare, trasferiti ad Arghillà per il sovraffollamento delle sedi di assegnazione, trascorrono le loro giornate senza alcuna attività specifica.
Girare nei corridoi di Arghillà, entrare dentro le celle sovraffollate, è come un pugno sordo sullo stomaco. Ti rendi conto della condizione disperata ed intollerabile dei 365 detenuti, che ti ringraziano comunque per essere "i soli che venite a trovarci", che allungano una mano e che afferri, senza più parole, per ritrovare l'umanità smarrita, da tempo, nei luoghi in cui si esercita l'autorità dello Stato.
E quando un settantacinquenne si avvicina con uno schizzo su carta che raffigura dei corpi umani rinchiusi in una scatoletta di carne, ti accorgi che, alla fine, sottrarre alle tue ferie alcune giornate per il "Ferragosto in carcere" ne è valsa davvero la pena per crescere umanamente e professionalmente e soprattutto per non "marcire dentro".
Più volte abbiamo denunciato le condizioni in cui si trova la struttura di Arghillà che offende la dignità dei detenuti e quella dei "detenenti" al punto che un agente si lascia scappare una frase "Avvocato, dovete fare le visite fuori da qui, perché è là che c'è necessità di recuperare un po' di umanità"
Il giorno dell'inaugurazione (2013) di Arghillà l'allora provveditore regionale così dichiarò: "L'apertura rientra in un progetto del Governo che riguarda altri istituti calabresi e che punta a raggiungere condizioni adeguate e coerenti con le indicazioni della Corte Europea, con i principi della nostra Costituzione e delle nostre leggi, nel rispetto delle quali va l'impegno del personale che spende la propria vita per garantire la presenza dello Stato ed il rispetto delle condizioni di vita del detenuto.
Il nuovo carcere è un presidio di legalità concreto che sorge in un territorio particolarmente segnato dalla criminalità. La presenza dell'istituto segna la scelta di affermare la legalità, ha un'importanza simbolica. Rappresenta la vittoria dello Stato, resa ancora più significativa dall'intitolazione della strada alla memoria del giudice Antonino Scopelliti. Una intitolazione che forse il magistrato avrebbe proprio rifiutato".
La Città di Salerno, 22 agosto 2019
Reparto detenuti all'Ospedale "Ruggi", c'è ancora da fare; va decisamente peggio al carcere di Vallo della Lucania. Con la visita di ieri del Partito radicale e del tribunale dei diritti del malato si conclude l'iniziativa "Ferragosto in carcere" per verificare le condizioni in cui vivono i detenuti ma anche gli agenti della polizia penitenziaria.
Donato Salzano del Partito Radicale ha ricordato i passi in avanti fatti dal reparto detenuti dell'ospedale di via San Leonardo: "Con nuovo commissario, il dottor D'Amato ci siamo intesi sulle modalità per collaborare. Bisogna stabilire i percorsi per le visite specialistiche e gli interventi chirurgici. Il sistema carcerario deve rientrare nelle legalità e nella nostra provincia questo passa anche attraverso l'apertura di reparti per detenuti agli ospedali di Nocera e di Vallo".
E Margaret Cittadino: "Abbiamo riscontrato alcune criticità al Ruggi per la carenza dei medici e infermieri ma anche di guardie carcerarie. Non ci sono bagni nelle camere, costringendo un agente ad accompagnare il detenuto, attenderlo e ricondurlo nella cella, con umiliazione del paziente. Manca un sistema di chiamata del personale sanitario nella stanza, non ci sono televisori".
Per quanto riguarda il carcere di Vallo, dove sono ospitati i detenuti accusati di reati sessuali, ha colpito l'allocazione delle celle, al di sotto del piano stradale: "Nelle stanze a mezzogiorno c'è la luce accesa con e mezzanotte - ha sottolineato Salzano - Anche questi detenuti, considerati ultimi tra gli ultimi, hanno diritto a un percorso di riabilitazione che certamente non può esserci se per 55 detenuti c'è un solo psichiatra e un solo psicologo nonostante abbiano bisogno di assistenza psicologica".
L'avvocato Florinda Mirabile ha ribadito la necessità di assicurare una riabilitazione a questi detenuti, con percorsi personalizzati. Il militante Gaetano Cucino inoltre farà partire un'associazione di ex detenuti per consentire a chi vuole lavorare di poter uscire dal carcere.
di Piergiacomo Oderda
vocepinerolese.it, 22 agosto 2019
Don Riccardo Agresti e il magistrato Giannicola Sinisi dialogano con Riccardo Scamarcio. L'incontro organizzato nella parrocchia di San Luigi nei pressi di Castel del monte ha la finalità di sostenere il progetto diocesano "Senza sbarre" volto ad attuare misure alternative al carcere.
Si parte dal termine greco "pistis", il senso della fede, "fidarsi, fondare l'esistenza su qualcuno". Scamarcio intende la fede come qualcosa di privato, "facendo l'attore devo avere questo rapporto con l'energia, il mistico, il mistero; a teatro mi è capitato di avere un'esperienza mistica!". "L'atto è qualcosa che facciamo al di là di noi stessi", come l'amore per cui "si è mossi da qualcosa di più forte della nostra volontà: la fede è questo". Un atto inconsulto, "abbandonarsi verso qualcosa di irrefrenabile".
Per lui è estremamente importante "mantenere viva la parte spirituale", altrimenti non riuscirebbe ad interpretare i suoi personaggi. Don Riccardo chiede se andasse al catechismo. Scamarcio ricorda l'esperienza all'oratorio salesiano, alle 19 don Mario invitava tutti alla preghiera mentre lui scappava da una porticina. "Ho avuto un rapporto difficile con il rigore, con l'ordine; ho recuperato quando mi sono messo a studiare per fare l'attore".
Le domande di don Riccardo diventano più difficili: "come mai lo scoraggiamento, il male, la sofferenza?". Scamarcio non si tira indietro: "Bisogna mantenere un rapporto vivo con la propria spiritualità. Non è semplice, tutti siamo portati a nascondere più che a manifestare noi stessi. Ci costringiamo a recitare una parte che non ci appartiene". La paura è un campanello d'allarme, "ci blocca, ci rende subalterni, è la porta del male".
"La sofferenza cambia le persone" riprende don Riccardo ricordando il padre dell'attore, Emilio, scomparso nel 2017. "Il rapporto con la perdita del padre è un avvenimento importante", riflette Scamarcio, "la presa di coscienza vera, empirica con la morte cambia la prospettiva dell'esistenza". "Come vivi il rapporto col divismo?" lo punzecchia don Riccardo.
"Essere divi è una grande responsabilità. Ho scelto di fare l'attore, se questo ha generato attenzione alla mia persona è una conseguenza. In un'età molto giovane, ventidue, ventitré anni, può metterti in pericolo". "Senza l'ego non faremmo niente, saremmo come delle amebe". L'ego è il motore, bisogna "lasciarlo andare ma non troppo altrimenti si spacca", si creano "strappi al tessuto armonico della realtà". È importante per un lavoro sempre in bilico tra reale e irreale, il rapporto con la natura, la terra, la campagna, il mare. Durante l'incontro riceve una telefonata da un valente bio agricoltore.
Scamarcio era presente a inizio maggio all'inaugurazione della masseria di San Vittore, dove s'incentra l'attività dell'associazione "Senza sbarre". L'attore pugliese individua un problema nella società contemporanea, "la mancanza di empatia, la cosa più importante da coltivare, da insegnare". La società con l'intento di creare condizioni migliori per il vivere comune si è data una Costituzione. Aldo Moro convinse Calamandrei sull'anteriorità del concetto di persona rispetto all'essere cittadini.
Tocca a Sinisi interrogare Scamarcio, "quanto ha contato Andria, la Murgia, l'educazione familiare?". Pur avendo viaggiato tantissimo, Scamarcio ricorda tra i momenti più belli "fare i funghi con mio padre", in un silenzio rotto da impercettibili espressioni dialettali ("facciamoci un caffè", "andiamo di qua, di là"), sotto il cielo plumbeo della Murgia. Sinisi nota che Scamarcio non è sui "social". L'ha aiutato Pasolini a "inquadrare i valori dell'Italia rurale", la semplicità, l'onestà degli intenti, a scoprire "la sapienza empirica, le connessione con il tutto, con il cosmo da persone che non si sono mai spostate".
Accanto a Pasolini, cita Godard, il regista Silvano Agosti, Lucio Dalla. Sinisi accenna all'esperienza poco entusiasmante dell'attore a scuola. "Ho recuperato dopo in modo empirico. Tutti mi spingevano a dire che al Sud si sta male". Notava una "discrasia" tra il legame con la sua terra e il pensiero comune sul Mezzogiorno da recuperare. "Non mi tornavano i conti, allora ho imparato ad approfondire".
"In tanti film hai scelto o ti vengono assegnati ruoli criminali", osserva Sinisi. "Il cinema è a caccia di figure che vivono una vita estrema" replica Scamarcio. "Guardo dal punto di vista umano, anche di fronte a persone che commettono crimini efferati".
Cerca di capire come hanno fatto ad arrivare a fare certe cose, si mette nei loro panni. Sinisi chiede un'opinione sul progetto "Senza sbarre", "ambizioso, difficile, mi sono coinvolto da subito. Riuscire a riaprire un dialogo, la vera reintroduzione di chi ha sbagliato, passare attraverso un processo di riconciliazione, questa è la rivoluzione!".
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 22 agosto 2019
Promosso dal Teatro universitario Aenigma di Urbino, il nuovo organismo nasce sotto gli auspici dell'Iti Unesco. Minoia: "Sarà un luogo di confronto e di qualificazione per le esperienze teatrali degli istituti penitenziari di tutto il mondo".
Un luogo di confronto e di qualificazione per le esperienze teatrali che arrivano dagli istituti penitenziari di tutto il mondo, un organismo in grado di offrire progettazione, relazione e che sia un riferimento per i molti operatori di un settore in continua crescita nell'ambito di un fenomeno nato più di 60 anni fa. Sono questi i caratteri dell'International network of theatre in prison, il nuovo organismo internazionale promosso dal Teatro universitario Aenigma di Urbino, con la rivista europea 'Catarsi-teatri delle diversità', che tra il 2009 e il 2011 ha dato vita al Coordinamento nazionale teatro in carcere. Il progetto sarà presentato nel corso del XX Convegno di Urbania in programma dal primo al 3 novembre prossimi.
"Il nuovo Network internazionale nasce sotto gli auspici dell'Iti Unesco, World Organization of Performing Arts - spiega Vito Minoia, presidente del Coordinamento nazionale teatro in carcere, dopo la celebrazione ufficiale della 57ma Giornata mondiale del teatro che si è svolta in primavera nella casa circondariale di Pesaro, alla presenza del direttore generale ITI Tobias Biancone, del drammaturgo cubano Carlos Celdran e di una delegazione internazionale che ha portato il proprio saluto simbolicamente a tutte le persone che fanno teatro in carcere con umanità e necessità".
L'evento marchigiano aveva aperto la sesta Giornata nazionale del teatro in carcere, promossa dal Coordinamento nazionale con il ministero della Giustizia nell'ambito del protocollo d'intesa che coinvolge il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità e l'università Roma Tre. Una giornata celebrata con 103 eventi in 64 istituti penitenziari e altri contesti di 16 regioni italiane, in concomitanza con il World Theatre Day.
"L'interesse dei delegati Iti Unesco - prosegue Minoia - è cresciuto dopo i nostri interventi sull'Etica e l'Estetica del teatro in carcere al 35mo congresso di Segovia, in Spagna, e al convegno di Hainan, in Cina. Oltre al Coordinamento nazionale italiano le prime adesioni sono giunte da Cile, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Spagna e ne stanno arrivando molte altre grazie al grande interesse scaturito a livello internazionale per l'iniziativa".
Il lavoro del Network proseguirà a Saluzzo (Cuneo) in occasione della sesta edizione della Rassegna nazionale di teatro in carcere "Destini Incrociati" in programma dal 12 al 14 dicembre, per la quale proprio in questi giorni scadono i termini per la presentazione di proposte per la partecipazione con spettacoli (20 agosto) e con video (31 agosto).
"Molte e di alto livello le proposte che stanno pervenendo anche dal sud del Paese - conclude Vito Minoia. A settembre saranno vagliate dalla direzione artistica dell'evento, con il solito spirito di grande apertura, confronto e condivisione che ha contraddistinto i primi dieci anni, ormai alle porte, di vita del Coordinamento nazionale".
di Alex Zanotelli
Il Manifesto, 22 agosto 2019
Dal rosario al Vangelo. Il vangelo è talmente esigente che impone di stare lontano dai Palazzi. L'unica volta che Gesù è entrato nel Palazzo è stato quando l'hanno condannato a morte. Martedì il leader leghista, Matteo Salvini, in Senato ha baciato il rosario, ha citato San Giovanni Paolo II e si è affidato alla protezione della Madonna. Salvini è da un pezzo che utilizza i simboli religiosi. E non è il solo. È in atto a livello mondiale, in Europa come negli Stati Uniti, nel Brasile e in Australia, un utilizzo massivo dei simboli cristiani da parte della destra.
Dopo 500 anni in cui la "tribù bianca" è prosperata economicamente sulle spalle delle altre popolazioni, trincerandosi dietro l'ideologia di essere l'unica portatrice della Cultura, della Civiltà e della Religione, adesso la tribù si sente minacciata, ha paura di perdere i propri privilegi e si rinchiude nei propri confini, cercando di ritrovare un'identità forte. Il cristianesimo e i suoi simboli offrono identità ma anche un mezzo per appellarsi alle masse.
Quando Salvini, il giorno della conversione in legge del decreto Sicurezza bis, ringrazia la Madonna di Medjugorje sa di richiamare un luogo di culto popolarissimo, dove moltissime persone vanno in pellegrinaggio. Soprattutto fedeli delle regioni del Nord est, dove l'elettorato della Lega è più radicato. Perciò quel tipo di appello ha un significato identitario preciso per il popolo del Carroccio. Evidentemente a Salvini non interessa che il richiamo alla Madonna porti con sé un messaggio esattamente opposto a quello dei decreti Sicurezza uno e due, come insegna il culto della Madonna di Porto Salvo, molto cara ai marittimi e ai pescatori in particolare del Mezzogiorno. Salvini capovolge il messaggio per la sua base elettorale.
E infatti parlare di Porto salvo a lui non interessa. Quello che è grave è l'appoggio che ha ricevuto da alcuni settori della Chiesa che dovrebbero chiedersi che razza di Vangelo abbiano annunciato. Ma l'Italia è mai stata evangelizzata? Qualcuno, anche martedì in Senato, si è chiesto se Salvini, quando bacia il rosario, richiama i riti della ndrangheta e della mafia. Li ho studiati per anni, in Calabria ad esempio si brucia l'immaginetta di San Michele durante il rito di iniziazione. I simboli religiosi sono parte fondante anche della struttura dei gruppi mafiosi in Sicilia. Ma non vedo molte analogie con quello che fa Salvini. Piuttosto, il leader della Lega si richiama a una tradizione religiosa molto radicata al Sud per cercare di conquistarne i voti, sottraendoli ai 5Stelle.
Non va meglio neppure con lo spettacolo offerto da Matteo Renzi in Senato: dopo tutte le politiche razziste dei governi Pd, fino all'appoggio alla linea sui migranti dettata dall'ex ministro dell'Interno Marco Minniti, è davvero grave usare il Vangelo di Matteo, in particolare il capitolo 25, quando lo si è disatteso politicamente. Questa è piuttosto ipocrisia religiosa.
Il vangelo è talmente esigente che impone di stare lontano dai Palazzi. L'unica volta che Gesù è entrato nel Palazzo è stato quando l'hanno condannato a morte. La Chiesa può solo essere minoranza, vivere in modo alternativo e diventare coscienza critica di questo tipo di società. Papa Francesco chiede la purificazione della Chiesa, chiede cioè che passi da Chiesa ricca a povera, che cammini accanto alle persone. Dobbiamo uscire dalla "bolla coloniale", come ci ha insegnato il vescovo di Orano Pierre-Lucien Claverie ucciso nel 1996, per lavorare a una umanità plurale. Invece ci stiamo scomunicando gli uni con gli altri. In conclusione, i politici la smettano di strumentalizzare il cristianesimo e i suoi simboli. Con questa parodia della religione si guadagnano voti oggi, ma le persone finiscono poi per perdere la fede nelle istituzioni.
di Giovanni Belardelli
Corriere della Sera, 22 agosto 2019
In Italia la denuncia del crescente disinteresse verso lo studio del passato si è focalizzata sull'eliminazione del tema agli esami di maturità, ma in realtà il fenomeno accomuna le democrazie contemporanee. Si moltiplicano gli allarmi per un'emarginazione della storia che va facendosi sempre più marcata, fino al punto di configurarsi come una trasformazione epocale della nostra cultura. In Italia la denuncia del crescente disinteresse verso lo studio del passato si è focalizzata sull'eliminazione del tema di storia agli esami di maturità, che ha provocato un manifesto-appello di storici e intellettuali, ma in realtà il fenomeno accomuna le democrazie contemporanee.
Spesso, però, denunce del genere si limitano a criticare gli effetti (appunto, la marginalizzazione della storia) senza mettere bene a fuoco le cause di ciò che vanno denunciando. È chiaro ad esempio che l'eliminazione del tema di storia dalla maturità non è altro che la conseguenza ultima di una emarginazione di quella disciplina in atto da almeno due decenni (su questo fa acute considerazioni E. Galli della Loggia nel suo recente L'aula vuota. Come l'Italia ha distrutto la sua scuola, Marsilio). Dispiace dirlo, ma ha avuto buon gioco il ministro Bussetti a far notare che ormai il tema storico non lo sceglieva praticamente nessuno.
Le cause del declinante interesse, non per il passato genericamente inteso - si pensi al successo di libri e serie tv ambientate in un medioevo più o meno fantastico - ma per la storia come forma di conoscenza strutturata e attendibile di quel passato, sono tante. Dall'annullamento della dimensione del tempo operato dalla Rete, in cui tutto diventa virtualmente compresente, al politically correct che, soprattutto nel mondo anglosassone, si scaglia contro Cristoforo Colombo perché responsabile di un genocidio (dimenticando che viveva nel suo tempo, non nel nostro). Vi ha concorso indubbiamente anche quell'uso politico della storia che nel '900 è stato praticato un po' da tutti i regimi politici, non escluse le democrazie. Ma in realtà anche gli storici, almeno in Italia, hanno avuto non poche responsabilità nel favorire la marginalizzazione della storia che ora (giustamente) lamentano.
Mi chiedo ad esempio quanti dei firmatari dell'appello che condannava la soppressione del tema storico alla maturità non abbiano bruciato il loro grano d'incenso al conformismo progressista che imponeva di criticare il ministro Salvini non per le ragioni per le quali meritava d'essere criticato, ma per il nuovo fascismo di cui sarebbe stato portatore. Certe denuncie della montante onda nera, del fascismo eterno che è in noi, ecc., cos'altro sono state se non un formidabile esempio di strumentalizzazione politica della storia che certo non ha contribuito a risollevare il declinante credito di questa disciplina?
E ancora, gli storici - non solo in Italia per la verità - hanno generalmente accettato che la storia venisse identificata, fin quasi ad esservi risucchiata, con quel dovere della memoria che domina da alcuni anni il discorso pubblico delle democrazie contemporanee. Ma memoria e storia sono cose assai diverse, per molti motivi e principalmente per uno: a differenza delle ricostruzioni del passato operate dagli storici, nel discorso pubblico sulla memoria si dà spazio soprattutto, se non esclusivamente, agli episodi negativi, ai crimini commessi da una collettività (la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, la violenza nelle colonie, le foibe, ecc.).
Eppure sono stati pochi gli storici che hanno criticato gli eccessi di questa deriva memoriale, mentre la maggioranza si è forse illusa che ne avrebbe ricavato maggior spazio e credito per le proprie discipline. Si è trattato di un clamoroso errore di valutazione, che fa il paio - nel caso italiano - con l'entusiasmo con cui venne accolta vent'anni fa l'enfasi sul '900 imposta dal ministro Berlinguer: un'enfasi che, assegnando l'intero ultimo anno delle superiori al XX secolo, provocò l'approvazione dei contemporaneisti e di gran parte dell'establishment politico-culturale del Paese, ignari del fatto che così lo studio della storia riceveva invece un colpo gravissimo: cosa c'è di meno corrispondente alla logica di uno studio storico del passato di questa idea di estrarne una parte e considerarla più rilevante solo perché cronologicamente più vicina?
Sul Financial Times Edward Luce si è chiesto di recente quanto il disinteresse per la storia che si è affermato negli Stati Uniti (ribattezzati con amara ironia United States of Amnesia) non metta a rischio gli stessi regimi democratici, la cui affermazione ha in effetti coinciso con la codificazione della storia quale disciplina volta allo studio del passato (e non più come grande serbatoio di exempla, tratti per lo più dall'antichità classica, utilizzati per giustificare questa o quella decisione presente). Se il suo discorso ha un fondamento, dovremmo cominciare a vedere nel disinteresse per la storia (ma anche nel suo uso spregiudicatamente piegato all'attualità politica) un pericolo sul quale riflettere seriamente.
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