di Marilisa Palumbo
Corriere della Sera, 23 agosto 2019
Centinaia si offrono di aiutarli. Gli adulti arrestati durante i raid nelle fabbriche. Solidarietà per i piccoli. Parenti, vicini, amici, preti, è una catena di solidarietà che si allunga anche fuori dallo stato quella messa in piedi in Mississippi per aiutare le centinaia di bambini rimasti senza uno o entrambi i genitori dopo il più grande raid della polizia contro immigrati illegali della storia recente degli Stati Uniti.
Era la mattina del 7 agosto quando gli agenti dell'Ice hanno fatto irruzione in sette fabbriche per la lavorazione del pollame arrestando in poche ore oltre 68o persone in due contee a Nord e a Est della capitale Jackson. A Morton, 3.600 anime, oltre il 10% della popolazione è stata incarcerata o licenziata. Manuel Ramirez ha raccontato al sito Slate che quella mattina una sua vicina di casa, mamma single di tre bambini di 12, lo e 5 anni, l'ha chiamato mentre la polizia perquisiva la sua fabbrica: "Manuel, non posso uscire. Ho fede, e ti affido i miei figli".
Da quel giorno Manuel li accudisce con passione, ma oppresso dalla paura che gli agenti arrivino anche da lui, irregolare come tantissimi ispanici in queste zone. Per le strade di questi paesini si vedono suore venute da lontano, maestre che girano con una dozzina di bambini, uno sforzo comune di una intera comunità per attutire lo choc dei ragazzi. Ma tutti hanno paura.
Un papà, è sempre Slate a raccontarlo, ha lasciato il motore acceso nel parcheggio della scuola temendo che andando a prendere il figlio potesse cadere in una trappola. E per i nuclei familiari che hanno perso una o entrambe le entrate le conseguenze economiche saranno pesantissime.
Chi è stato rilasciato - 300 nei giorni successivi ai raid - dovrà affrontare un processo che potrebbe concludersi con l'espulsione, e cosa ne sarà delle case comprate con anni di risparmi e sopra ogni cosa, dei figli nati qui e quindi cittadini americani secondo quello ius soli iscritto nel 14esimo emendamento della Costituzione che Trump definisce "ridicolo" e di cui vorrebbe sbarazzarsi? Intanto funzionari americani sostengono di aver fatto il possibile per rilasciare alcuni dei genitori in modo che i bambini potessero avere a casa almeno la mamma o il papà, ma non tutti i detenuti, spaventati dal loro status di irregolari, potrebbero aver comunicato alle autorità di avere dei bambini. Brian Cox, portavoce dell'Ice, non sembra preoccuparsene più di tanto. "La realtà è che adulti con minori vengono arrestati dalla polizia ogni giorno - ha detto alla Cnn - e ciascun arresto, per definizione, separa una persona dalla famiglia".
Intanto i servizi sociali si pongono il problema di come affrontare i casi più gravi. "È facile per parenti e vicini prendersi cura di questi bambini nel breve termine - ha spiegato Anne Brandon, portavoce del Mississippi Department of Child Protection Services - ma quando l'assenza diventa di mesi, persino anni, a seconda di quello che succede, è molto più difficile: questa per la nostra comunità è una maratona, non uno sprint".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 23 agosto 2019
Trattati da "scimmie" a Giava e altrove, gli studenti di Papua protestano da quattro giorni. Ma oltre alle discriminazioni pesa il crescente divario di ricchezza con gli indonesiani. Farfak, Mimika, Manokwari, Sorong, Jayapura sono i nomi di alcune località delle province indonesiane di Papua e Papua Barat (un tempo Irian Jaya) dove da lunedì la piazza protesta contro il trattamento razzista riservato a Surabaya (Giava) ad alcuni studenti in trasferta nell'isola che ospita la capitale Giacarta.
È li che venerdì scorso folla e polizia hanno circondato un dormitorio studentesco dove una quarantina di papuasi erano accusati di aver oltraggiato la bandiera nazionale. I video dell'incidente di Surabaya hanno fatto il giro dei social, molto diffusi in Indonesia, e a poco sono serviti gli inviti del presidente Jokowi a "perdonare" i concittadini accusati di aver apostrofato gli studenti con slogan razzisti chiamandoli "scimmie".
Tra la folla di Surabaya c'erano anche agenti di polizia e soldati accusati di aver spalleggiato i dimostranti che se la prendevano con gli studenti. Tra l'alto la polizia, dopo aver sparato gas lacrimogeni nel dormitorio aveva arrestato gli studenti per poi rilasciarli dopo poche ore senza aver trovato alcuna prova del fatto che fossero responsabili di oltraggio alla bandiera.
La più orientale delle province indonesiane è non solo la più povera (pur ospitando la più grande miniera d'oro del mondo, proprietà dell'americana Freeport McMoran) ma è abitata da gente il cui colore della pelle è diventato un elemento di emarginazione che ha fatto infuriare una popolazione che da sempre si sente cittadina di serie B nel grande arcipelago.
Per tutta risposta il governo ha deciso di bloccare Internet per tentare di limitare l'uso dei social, alimentando una rabbia contenuta solo con l'invio a Papua di oltre mille agenti e l'arresto di decine di attivisti. Solo ieri finalmente il presidente Jokowi ha detto pubblicamente di aver chiesto alla polizia il pugno di ferro contro episodi razzisti ammettendo di fatto ciò che in un primo tempo aveva sottovalutato.
La protesta a Papua si era intanto estesa anche a Giava in diverse città dove papuasi e giavanesi hanno manifestato solidarietà agli studenti di Surabaya: "Stop Rasis" (Stop al razzismo) e "Kami bukan monyet" (Non siamo scimmie) stava scritto sui cartelli agitati dai dimostranti in diverse città indonesiane.
"I disordini sono l'accumulo di molti problemi che non sono stati ancora risolti", sostiene Adriana Elisabeth, ricercatrice dell'Istituto indonesiano delle scienze (Lipi) che è anche coordinatrice del Papua Peace Network, una rete per facilitare il dialogo col governo. Intervistata dal Jakarta Globe, Adriana sostiene che continua a crescere il divario di ricchezza tra i locali e i tanti indonesiani che, provenienti da altre parti dell'arcipelago, si insediano nell'area: "L'identità locale è stata umiliata verbalmente e se lo associamo ai problemi economici ciò provoca anche invidia sociale.
Numerosi siti commerciali sono stati danneggiati durante i disordini e ciò dimostra l'antipatia per i migranti. Sebbene le interazioni quotidiane siano relativamente tranquille, il problema di fondo non viene risolto e una piccola scintilla può innescare disordini di massa", conclude la ricercatrice, che punta l'indice su questioni relative ai diritti umani mai risolte e sottovalutate con discriminazione razziale ed emarginazione.
La notizia della chiusura di Internet intanto ha fatto il giro del Paese sollevando reazioni: la rete per la libertà di espressione del Sudest asiatico (Safenet) sta usando l'hashtag "keep it on" per spingere il governo a revocare il divieto mentre Veronica Koman, avvocatessa per i diritti umani, ha detto ad Al Jazeera che il suo team sta presentando una denuncia per il blocco al relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione. Il governo non nasconde la preoccupazione per la presenza nelle manifestazioni di attivisti dell'Organisasi Papua Merdeka (Opm), la più antica organizzazione indipendentista dell'area. Nei mesi scorsi tre gruppi separatisti armati hanno annunciato la creazione di una West Papua Army coordinata dall'United Liberation Movement for West Papua (Ulmwp). I nodi vengono al pettine e non è detto che la protesta - ieri al suo quarto giorno consecutivo - rientri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 agosto 2019
L'ultima vittima: un ragazzo iracheno di vent'anni nel carcere di Trieste. La settimana scorsa è morto un ragazzo iracheno di vent'anni nel carcere di Trieste. Era uno dei ristretti in cella di isolamento in un'area dedicata a vari detenuti affetti da disagio psichico. A denunciare il tragico evento è stato Alessandro Giadrossi, il presidente della camera penale triestina che ha partecipato all'iniziativa "Ferragosto in carcere" promossa dal Partito Radicale. Le cause della morte sono però ancora da accertare.
Il Centro, 22 agosto 2019
"Sto organizzando a breve un'altra manifestazione davanti al parlamento per spingere il nuovo governo, che spero troverà compimento, affinché tra i vari temi possa affrontare anche quello del diritto al risarcimento per ingiusta detenzione a tutti gli assolti".
di Valter Vecellio
lindro.it, 22 agosto 2019
Sulla crisi di governo che si consuma in questi giorni si dice e si scrive di tutto, e il suo contrario. In tutti gli interventi, sia di quelli che sostengono l'operato dell'ormai ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sia di quelli che l'osteggiano, un grande assente: la situazione comatosa e drammatica in cui versa la giustizia. Non costituisce motivo di urgenza e di allarme per nessuno, in quel Parlamento, in quei "Palazzi".
di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 22 agosto 2019
Finalmente, dopo venti giorni, i naufraghi della Open Arms sono potuti sbarcare, grazie a un provvidenziale intervento della magistratura. Il sospiro di sollievo è legittimo e anche doveroso, ma c'è un aspetto della questione che merita un approfondimento. Per giorni si è discusso su quanti e quali profughi stessero abbastanza male da convincere le autorità a lasciarli scendere a terra.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 22 agosto 2019
L'abuso della custodia cautelare in carcere torna a far discutere la politica, scatenando una insolita solidarietà bipartisan. È il caso di Pietro Tatarella, ex consigliere comunale a Palazzo Marino ed ex vice coordinatore lombardo di Forza Italia, arrestato lo scorso 7 maggio dalla Dda di Milano nell'ambito della maxi inchiesta denominata "Mensa dei poveri". Inizialmente detenuto nel carcere di Opera (Mi), il 14 agosto Tatarella era stato trasferito in quello di Busto Arsizio senza cha familiari e avvocati fossero stati avvisati.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 agosto 2019
Il genitore dell'ex Sindaco di Riace è gravemente malato. Il papà di Mimmo Lucano, l'ex sindaco di Riace, sta consumando gli ultimi giorni della sua vita a causa della leucemia. Ma l'ex primo cittadino non può abbracciarlo per l'ultima volta. Lo scorso ottobre è stato accusato dalla procura di Locri di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e illeciti nell'affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.
Lucano è attualmente sottoposto al divieto di dimora. È di fatto, privato della libertà. E quando una persona è sottoposta a limitazioni e, soprattutto, vengono intaccati i diritti umani, c'è il garante nazionale Mauro Palma che interviene. Così è accaduto eri. "Il divieto di dimora che ha impedito all'ex sindaco di Riace Mimmo Lucano di vedere il padre, 93 anni e malato di leucemia, ha un sapore punitivo che, in qualche, modo non corrisponde al modo in cui i provvedimenti sono stati pensati e istituiti, come il confinamento", ha detto Mauro Palma, esprimendo preoccupazione di questa distorsione.
"Quando alcuni provvedimenti raggiungono dei livelli così forti, tanto da toccare uno dei principi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo nell'ambito del diritto al mantenimento dei rapporti affettivi, acquistano una fisionomia diversa e un significato diverso rispetto a quello che dovrebbero avere", aggiunge il Garante.
Le parole del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà a sostegno di Mimmo Lucano non sono le sole arrivate in questi giorni, da quando si è diffusa la notizia che il divieto di dimora impedisce all'ex sindaco di Riace di salutare il padre morente.
Oltre a Roberto Saviano, che nelle scorse ore si era unito agli appelli di migliaia di persone comuni che invocavano l'intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché fosse consentito a Lucano di salutare di tornare a Riace per visitare il padre, c'era stato anche un tweet polemico di Beppe Fiorello sul fatto che mentre i mafiosi sono ai domiciliari, Mimmo Lucano invece "non può nemmeno stringere la mano del padre nel momento più duro dell'esistenza umana, l'addio alla vita. Vergogna".
I mafiosi in realtà in carcere ci sono. Ma perfino quelli in 41 bis, com'è giusto che sia, hanno la possibilità di usufruire - a discrezione della magistratura - un permesso di necessità per poter abbracciare l'ultima volta i proprio cari morenti. Quindi, va da sé pensare, che anche l'ex sindaco di Riace ha il diritto di poter usufruire di un permesso speciale.
L'affettività è un principio salvaguardato, appunto, da tutti gli organismi internazionali che si occupano dei diritti umani. Nel frattempo, dall'esilio di Caulonia, dove vive ospite in un appartamento dallo scorso ottobre, l'ex sindaco di Riace fa sapere che "anche se mio padre non dovesse farcela, non chiederò il permesso di tornare a Riace", perché "chiedo giustizia, non pietà".
di Annamaria Villafrate
studiocataldi.it, 22 agosto 2019
Per la Suprema Corte merita chi pubblica sul proprio profilo Facebook la foto di una nave da guerra accompagnata da una frase offensiva in danno dello Stato italiano commette reato di vilipendio. Integra il reato di vilipendio ai danni dello Stato pubblicare sul proprio profilo Facebook la foto di una nave di guerra accompagnata da una frase offensiva per l'Italia. Queste le conclusioni della sentenza n. 35988/2019 della Cassazione, che respinge il ricorso di un militare, condannato a un anno e quattro mesi di reclusione in sede di merito.
La vicenda processuale - La Corte militare di appello di Roma conferma la sentenza del Tribunale militare di Napoli che ha dichiarato C.P.C colpevole del reato di vilipendio della Repubblica, aggravato ai sensi degli artt. 81 e 47, primo comma n. 2, cod. pen. mil. pace, condannandolo alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione militare.
Per i giudici di merito, l'imputato, tenente di vascello pilota della Marina Militare Italiana, in data 27.12.2015, per aver pubblicato sul proprio profilo Facebook, la foto di una nave da guerra e la scritta "Fincantieri: collaborazione con l'India per sette fregate Stealth Imola Oggi", commetteva reato di vilipendio alla repubblica scrivendo sulla pagina una frase offensiva per l'Italia, indicata come "uno Stato di merda".
Ricorrevano quindi in Cassazione i difensori dell'imputato lamentando: l'assenza dell'elemento materiale e psicologico del reato, previsti dall'art. 81 cod. pen. mil., l'erronea applicazione degli artt. 181 e 191 cod. proc. pen. e 54 cod. pen; la violazione dell'art. 51 cod. pen poiché l'imputato non ha potuto esercitare il proprio diritto di difesa, visto che non è stata effettuata alcuna verifica per accertare la paternità della frase incriminata.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 35988/2019 dichiara il ricorso inammissibile, ritenendo infondati i motivi sollevati in difesa dell'imputato. Gli Ermellini prima di tutto ricordano che: "Il reato di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate consiste nel disprezzare, tenere a vile, ricusare qualsiasi valore etico, sociale o politico alle istituzioni predette, considerate nella loro entità astratta ovvero concreta, ossia nella loro essenza ideale oppure quali enti concretamente operanti.
L'elemento soggettivo del delitto di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate consiste nel dolo generico, con conseguente irrilevanza dei motivi particolari che possano aver indotto l'autore a commettere consapevolmente il fatto vilipendioso addebitato. È stato chiarito, inoltre, che il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero (art. 21 Cost.) e, correlativamente, quello di associarsi liberamente in partiti politici (art. 49 Cost.) per manifestare determinate ideologie, al fine di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, trovano un limite non superabile nella esigenza di tutela del decoro e del prestigio delle istituzioni, per cui l'uso di espressioni di offesa, disprezzo, contumelia costituisce vilipendio punibile ex art 290 cod. pen.
Il diritto di critica e libera manifestazione del pensiero supera il suo limite giuridico costituito dal rispetto del prestigio delle istituzioni repubblicane e decampa, quindi, nell'abuso del diritto, cioè nel fatto reato costituente il delitto di vilipendio, allorché la critica trascenda nel gratuito oltraggio, fine a se stesso.
In riferimento al requisito di pubblicità del messaggio, la giurisprudenza della Corte di legittimità è ormai costante nel ritenere che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l'uso di una bacheca Facebook integra un'ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell'art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone".
Il fatto poi che l'imputato abbia utilizzato nello specifico il termine "Stato" rende la condotta non riconducibile al reato di cui all'art. 82 del cod. pen. mil. sul vilipendio della Nazione Italiana. Il commento riguarda infatti un "articolo sui rapporti commerciali tra l'Italia e l'India, quindi non può essere riferito alla Nazione, ossia alla comunità di individui, ma allo Stato, cioè al soggetto inquadrabile e riconoscibile proprio in quegli organi indicati dalla lettera dell'art. 81 cod. pen. mil. pace, quali, ad esempio, il Governo e le Assemblee legislative".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 22 agosto 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 21 agosto 2019 n. 36307. La presunta volontà della persona offesa di riallacciare la relazione "sentimentale" con lo stalker e di rimettere la querela, non fa venire meno l'esigenza del carcere cautelare per il persecutore violento.
La Corte di cassazione, con la sentenza 36307, accoglie solo in parte il ricorso dell'uomo, accusato di violenza sessuale e di stalking, che chiedeva la revoca dell'ordinanza. I giudici della terza sezione penale, accolgono il punto relativo alla violenza sessuale, in virtù della ritrattazione della sua ex, che aveva ammesso di aver avuto un rapporto consenziente con il suo "persecutore", mentre c'era stato un solo approccio sgradito al quale si era sottratta.
Una dichiarazione di "peso" non considerata dal Tribunale del riesame. Per ottenere i domiciliari non serve invece la circostanza che la parte lesa si fosse riappacificata con il ricorrente, che avesse più volte espresso agli agenti la volontà di rimettere la querela, benché il passo indietro non sia previsto e che avesse avuto un colloquio in carcere con il suo "aguzzino".
Per i giudici, infatti, la presunta volontà di cancellare la "denuncia" e di riprendere la relazione con lo stalker, non incide sull'esigenza cautelare a fronte della persistenza di un rischio di reiterazione del reato. Un pericolo considerato concreto e attuale in virtù dell'indole dell'indagato "possessiva, violenta e totalmente incapace di frenare i propri impulsi".
L'uomo, anche dopo l'allontanamento della compagna dall'abitazione comune, non avrebbe desistito dall'aggredirla fisicamente e verbalmente. Ad avviso della Suprema corte non potevano dunque essere considerate adeguate le misure meno severe, come il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima, o la restrizione domiciliare con il braccialetto elettronico. Sistemi che, visto il tasso di aggressività e il rancore manifestati in più occasioni, non garantivano la spontanea osservanza delle prescrizioni "connesse a una misura gradata rispetto a quella della custodia cautelare in carcere attesa la gravità dei fatti commessi".
- Se l'avvocato è in sciopero la sentenza è da annullare
- Sequestro preventivo, rimane se la sentenza non è definitiva
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