Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2019
Stranieri - Espulsione - Consegna copia conforme del decreto di espulsione - Validità - Consegna in carta libera - Nullità dell'espulsione. E' valida l'espulsione comunicata all'espellendo mediante copia conforme del decreto prefettizio purché sulla copia consegnata sussista la certificazione di conformità apposta dal funzionario di polizia addetto all'ufficio depositario dell'atto e autorizzato all'autenticazione a norma dell'art. 14 legge n. 15 del 1968. Sussiste al contrario radicale vizio di nullità dell'espulsione qualora venga comunicata con una semplice copia fotostatica perché non recante l'attestazione di conformità all'originale. Ne consegue che il decreto di espulsione vada annullato.
• Corte di cassazione, sezione VI civile, sentenza 27 settembre 2019 n. 24119.
Ordine e sicurezza pubblica - Polizia di sicurezza - Limitazioni di polizia - Stranieri - Immigrazione - Decreto di espulsione privo della sottoscrizione del prefetto - Illegittimità - Sanatoria - Inammissibilità. Nel caso in cui il decreto prefettizio di espulsione dello straniero, comunicato all'interessato, sia sprovvisto di sottoscrizione dell'autorità preposta ovvero dell'attestazione della conformità all'originale accertata da altro pubblico ufficiale, esso è, se non inesistente, illegittimo e insuscettibile di sanatoria attraverso la produzione di una copia conforme all'originale nel corso del procedimento giurisdizionale per la sua impugnazione.
• Corte di cassazione, sezione VI civile, sentenza 12 novembre 2015 n. 23171.
Ordine e sicurezza pubblica - Polizia di sicurezza - Limitazioni di polizia - Stranieri - Provvedimento prefettizio di espulsione - Comunicazione all'interessato in copia libera o informale - Mancata successiva consegna di altra copia debitamente autenticata - Conseguente nullità del provvedimento - Configurabilità - Produzione della copia autenticata in corso di giudizio di opposizione - Irrilevanza. In tema di espulsione dello straniero dal territorio dello Stato, sussiste il radicale vizio della nullità del relativo provvedimento prefettizio - per difetto della sua necessaria formalità comunicatoria - tutte le volte in cui all'espellendo venga comunicata una mera copia, libera e informale, dell'atto, non sottoscritta dal Prefetto né recante attestazione di conformità all'originale, e senza che, neanche successivamente, gli venga consegnata altra copia debitamente autenticata, irrilevante essendo, ai fini dell'eventuale sanatoria della detta nullità, che tale copia venga invece prodotta soltanto in giudizio, e al solo fine di attestare al Giudice che, nell'ufficio depositario, giace l'originale dell'atto opposto. Tale produzione persegue, difatti, finalità estranee a quella delineata dagli artt. 13 comma tre e sette del D.Lgs. 286/1998 e quattordici della legge 15/1968 e risulta del tutto inidonea a sanare il vizio di nullità dell'atto, non rappresentando tempestivo esercizio di autotutela da parte dell'organo amministrativo.
• Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 6 settembre 2004 n. 17960.
Prova civile - Documentale (prova) - Copie degli atti - Di atti pubblici - Provvedimento prefettizio di espulsione "ex" art. 13 t.u. immigrazione - Comunicazione all'interessato - In copia conforme all'originale - Legittimità. Il provvedimento prefettizio di espulsione dello straniero ben può essere comunicato all'interessato in copia conforme formata dal pubblico ufficiale autorizzato, atteso che l'autenticazione a norma dell'art. 14 della legge 4 gennaio 1968, n. 15 offre la certezza, fino a querela di falso, della esistenza del provvedimento originale conforme e dell'autografa sottoscrizione dell'organo competente. (Nella specie il ricorrente censurava che la copia conforme del provvedimento di espulsione a lui comunicata non risultasse, anch'essa, sottoscritta dal prefetto, ma da un funzionario delegato; la S.C., enunciando il principio di cui in massima, ha respinto la censura).
• Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 9 novembre 2001 n. 13871.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 9 ottobre 2019 n. 41457. La guida in stato di ebbrezza può essere contestata anche se l'auto è parcheggiata. È infatti sufficiente la prova che il veicolo sia stato guidato poco tempo prima. La Corte di cassazione, sentenza n. 41457 di oggi, ha così respinto il ricorso di un uomo sanzionato (ex articolo 187, comma 7 del Cds) per non essersi sottoposto all'alcol test dopo che una videoregistrazione lo aveva immortalato alle 22.55 alla guida di un'ape, sebbene gli agenti l'avessero fermato alle 22.57 quando il mezzo era stato ormai posteggiato, con le quattro luci accese, in una piazza cittadina. Secondo il guidatore, a quel punto egli sarebbe dovuto essere considerato un semplice "pedone".
Per i giudici tuttavia "solo con un inammissibile "salto logico" è possibile affermare - cosi come fatto nell'atto di impugnazione - che, dopo aver parcheggiato il veicolo, l'imputato avesse perso la sua qualità di "conducente", diventando mero "pedone" della strada, posto che era stato visto alla guida dell'ape pochi attimi prima di essere stato fermato dai poliziotti, che lo avevano così notato in evidente stato di ebbrezza alcolica e che perciò, avevano deciso di sottoporlo all'alcoltest".
L'articolo 186, comma 7, codice della strada, ricorda la decisione, sanziona la condotta del "conducente" di un mezzo che rifiuta di sottoporsi all'esame alcolimetrico richiesto dagli agenti della polizia in caso di incidente stradale ovvero "quando si abbia altrimenti motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi in stato di alterazione psicofisica derivante dall'influenza dell'alcool". "È di tutta evidenza - spiega la decisione - che il termine "conducente" si riferisca a colui che guida o che ha guidato - fino a poco prima delle richiesta degli agenti di polizia - un veicolo".
In questo senso, prosegue la Corte, si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità (n. 10475/2010) secondo cui: "ai fini del reato di guida in stato di ebbrezza, rientra nella "nozione di guida" la condotta di chi si trovi all'interno del veicolo (nella specie in stato di alterazione, nell'atto di dormire con le mani e la testa poste sul volante) quando sia accertato che egli abbia in precedenza, deliberatamente movimentato il mezzo in area pubblica o quantomeno destinata al pubblico". Sulla stessa linea, la sentenza n. 37631/2007 ha affermato che "deve ritenersi che la fermata costituisca una fase della circolazione stradale, talché è del tutto irrilevante, ai fini della contestazione del reato di guida in stato di ebbrezza, se il veicolo condotto dall'imputato risultato positivo all'alcoltest fosse, al momento dell'effettuazione del controllo, fermo ovvero in moto".
di Carmine Alboretti
ladiscussione.com, 10 ottobre 2019
"Puntare tutto sulla sicurezza, trascurando l'aspetto del recupero della persona del detenuto rende inutile gli sforzi, anche economici, dello Stato". Carmine Uccello si è occupato di gestione delle risorse umane per conto di una importante azienda sanitaria. Oggi presiede "Carcere Vi.vo", un'associazione legata alla Società di San Vincenzo de Paoli che da 40 anni entra negli istituti di pena della Campania per portare un messaggio di speranza.
Presidente lei, nel corso della sua attività di volontario in carcere, ha avuto la possibilità di interfacciarsi con ergastolani?
"Personalmente no, ma il cappellano e alcune suore sì".
Che idea si è fatto della sentenza della Corte europea dei diritti umani che ha bocciato il cd. "ergastolo ostativo"?
"Come volontario penso poco; cerco, piuttosto, di portare avanti la mia missione. E, comunque, non commento mai le sentenze".
Cosa fate in carcere voi volontari?
"Non andiamo in carcere per curiosare o giudicare, ma per confortare, sostenere e accompagnare. Insomma per fare un cammino di detenzione insieme ai detenuti e alle loro famiglie. Sono due facce della stessa medaglia: non possiamo trascurare l'uno a discapito dell'altro".
Quale è il vostro modus operandi abituale?
"I detenuti con una domandina chiedono di poter parlare con noi. Ci presentiamo e ascoltiamo la loro storia. In questo modo veniamo a sapere in che ambiente sono vissuti, quali esperienze hanno fatto. A volte ci contattano le famiglie per andare a trovare i congiunti. Una cosa è certa: qualsiasi volontario sa che il suo compito è quello di accompagnare la persona fino a quando non avrà scontato la sua pena".
Nel corso di questi incontri i detenuti fanno mai accenno alle vittime dei loro reati?
"Certamente. Il perdono dei familiari delle vittime è molto importante per loro. Le posso raccontare un aneddoto?".
Faccia pure...
"A Pasqua, il Venerdì Santo nel carcere a Poggioreale a Napoli organizziamo una via Crucis particolare...".
Perché?
"Perché vi partecipano i detenuti, gli operatori, i volontari ed i componenti dell'associazione dei familiari delle vittime innocenti della camorra che seguono un cammino pastorale don Tonino Palmese. Carnefici e vittime si ritrovano a portare la croce della redenzione insieme, lungo le mura del perimetro della struttura. È una scena molto suggestiva ed emotivamente coinvolgente. Quando siamo andati in udienza dal Papa abbiamo ascoltato la testimonianza di un ergastolano che aveva ottenuto un permesso dopo 22 anni di detenzione e quella di una donna. Il primo ha dichiarato di essersi sentito libero il giorno in cui ha saputo di essere stato perdonato dalla madre della vittima, lei di aver raggiunto un senso di pace e di serenità interiore, quando ha perdonato l'assassino del figlio...".
È consapevole che ci sono persone per le quali, dopo aver condotto in cella determinate persone, bisognerebbe gettare via la chiave?
"Puntare tutto sulla sicurezza, trascurando l'aspetto del recupero della persona del detenuto rende inutile gli sforzi, anche economici, dello Stato. Se chi esce torna a delinquere a cosa serve spendere tutti quei soldi? Del resto l'articolo 27 della Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ecco perché è importante lavorare nella direzione che auspichiamo, senza trascurare le famiglie".
Quale aiuto fornite?
"Le incontriamo mensilmente per fare il punto della situazione e per venire incontro ai loro bisogni".
Come vi mantenete?
"Non abbiamo appoggi esterni. Ci autofinanziamo e organizziamo ogni anno uno spettacolo per raccogliere fondi. Il 29 novembre prossimo abbiamo invitato in carcere per un concerto il Coro delle Voci di Massabielle. Il ricavato andrà alle famiglie dei detenuti che seguiamo direttamente. A maggio, poi, come di consueto, organizzeremo un pellegrinaggio sempre con i nuclei familiari".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 10 ottobre 2019
Mettersi in gioco per scavare sempre più a fondo in se stessi; per ascoltare ma anche per sollecitare e provocare. Soprattutto, per emozionarsi insieme. È l'ispirazione che ha spinto un gruppo di magistrati e volontari che operano nella Casa circondariale di Monza ad avviare insieme a un gruppo di detenuti una iniziativa unica nel suo genere: la Biblioteca Vivente. L'idea è nata in alcuni Paesi europei per favorire il superamento dei pregiudizi nei confronti di alcune categorie di persone. E sabato 5 ottobre nel carcere lombardo si è svolta la seconda edizione, aperta al pubblico, in cui tutti si sono messi in gioco.
Funziona così: ogni detenuto si è proposto al pubblico come libro vivente, cioè attraverso il racconto della sua storia, della sua vita o di parte di essa; il pubblico rappresenta la massa di lettori del libro, che viene vissuto attraverso l'ascolto della storia. L'iniziativa è stata proposta all'esterno per coinvolgere i cittadini: "Se vorrete essere uno di questi lettori dovrete venire in carcere il giorno 5 ottobre 2019 dopo che vi avremo comunicato i titoli dei libri della nostra biblioteca vivente. Insieme ai titoli vi daremo anche la cosiddetta quarta di copertina, cioè una traccia, uno spunto del libro che andrete a leggere se lo sceglierete", spiegavano gli organizzatori.
E chi ha deciso di entrare in carcere quel giorno, ha avuto la possibilità di "leggere" due libri viventi, sedendosi a un tavolo con i detenuti che li rappresentavano. A loro si potevano rivolgere domande ma poteva anche capitare che fossero i libri viventi a fare domande al lettore, che a quel punto decideva se mettersi in gioco. La storia raccontata poteva non essere sempre la stessa, molto dipendeva dall'interlocutore, dalla sua curiosità, dalle emozioni che ogni singola parola poteva suscitare.
"Anche noi magistrati ci siamo messi in gioco, perché non si è trattato di semplici incontri, ma di inserirci in una relazione con i detenuti certamente più personale e diretta, senza salire in cattedra e con la voglia di comprendere il loro punto di vista, di aiutarli a superare il rancore verso le istituzioni ed entrare in un rapporto costruttivo che li aiuti a guardare oltre le sbarre, in vista della loro scarcerazione". Così spiega a Gnews il procuratore aggiunto di Monza Manuela Massenz, uno degli organizzatori dell'iniziativa.
"Naturalmente non tutti i percorsi hanno un lieto fine - continua il magistrato - purtroppo ci sono le ricadute, certamente facilitate dalla difficoltà che gli ex detenuti incontrano nel reinserirsi nella società e, soprattutto, nel mondo del lavoro. È sicuramente il tema del lavoro quello che ricorre di più nei dialoghi con i detenuti: la frustrazione di non fare nulla all'interno del carcere e la preoccupazione di rimanere disoccupati una volta fuori". "Noi comunque proseguiamo - conclude Massenz - nella speranza di riuscire a contaminare positivamente anche quei detenuti che sono maggiormente resistenti a qualsiasi forma di trattamento. E nella convinzione di poter sensibilizzare anche il personale di Polizia Penitenziaria, sempre molto collaborativo nel favorire l'organizzazione di questa come di altre iniziative".
napolitan.it, 10 ottobre 2019
Si chiama "Regalami un sorriso" ed è un progetto che nasce da un'intesa tra Asl Napoli 1 Centro, Rotary Club Napoli Castel Sant'Elmo, Istituto Statale per odontotecnici Alfonso Casanova di Napoli e Casa Circondariale G. Salvia di Napoli Poggioreale.
L'obiettivo è quello di realizzare, e donare, 20 protesi mobili a detenuti della Casa Circondariale di Poggioreale che altrimenti non avrebbero le possibilità economiche di provvedere in autonomia.
A mettere a disposizione i fondi necessari è il Rotary Club Napoli Castel Sant'Elmo, dando vita ad un eccellente esempio di collaborazione tra Istituzioni e mondo dell'associazionismo non profit. I volontari rotariani forniranno anche la necessaria assistenza odontoiatrica mentre gli specialisti dell'Asl Napoli 1 Centro provvederanno alla necessaria preparazione di igiene orale dei detenuti.
Fondamentale il ruolo dell'Istituto Statale Alfonso Casanova che con docenti e allievi di Odontotecnica realizzerà le protesi in Alternanza scuola lavoro (oggi denominata Percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento). "Siamo felici di poter fare la nostra parte nell'assicurare un sorriso ai detenuti della casa circondariale. Sentiamo forte l'esigenza di sostenere il percorso difficile della detenzione garantendo la salute di quanti devono giustamente scontare la propria pena. Essere in carcere non deve mai significare dover rinunciare alle cure o, come in questo caso al proprio sorriso - questo il commento del direttore generale Verdoliva".
"Fondando sull'esperienza già maturata nei due anni precedenti con le case di pena di Poggioreale e di Secondigliano - ha commentato la Dirigente scolastica del Casanova Mira Masillo - puntiamo da ora a dare vita al vero scopo di questa progettualità, rendere i detenuti autonomi nella costruzione di semplici protesi mobili grazie alla sezione carceraria del Casanova per odontotecnici".
La Direttrice della Casa circondariale di Poggioreale, Maria Luisa Palma, ha sottolineato "la doppia valenza sociale dell'azione che punta sia al valore prioritario della dignità della persona umana, favorendone il recupero anche attraverso un migliore aspetto fisico e migliori condizioni di salute, sia al reinserimento dei detenuti nella società e nel mondo del lavoro". "È questo un problema sociale e non può gravare esclusivamente su chi si occupa del trattamento penitenziario e dell'esecuzione della pena - hanno precisato il Presidente del Rotary Club Napoli Castel Sant'Elmo Eugenio D'Angelo e la Past President Rosanna Stellato - ecco il perché della rete di azione tra vari Soggetti che, ciascuno secondo le proprie competenze, collabora condividendo la prospettiva finale del processo di integrazione sociale e di profondo cambiamento culturale, necessario per un progetto di società solidale e inclusiva".
primoweb.it, 10 ottobre 2019
Ieri mattina in sala municipio a Verona si è svolta la premiazione del torneo di calcio, dedicato ai due indimenticati giornalisti sportivi scomparsi qualche anno fa, disputato nei mesi scorsi, a cui hanno partecipano le squadre dei giornalisti, dei Dottori commercialisti, dei geometri, dell'Ordine degli avvocati, dell'Esercito, della Guardia di Finanza e dei detenuti della Casa Circondariale di Montorio.
Proprio questi ultimi hanno avuto la meglio sui giornalisti nella partita finale che si è giocata nel campo all'interno del Carcere. A consegnare il trofeo è stato l'assessore allo Sport Filippo Rando, a riceverlo Nereo Spiazzi con il preparatore Simone Viviani in rappresentanza della squadra calcio dei detenuti.
Insieme a loro, c'erano anche Raffaele Tommelleri, presidente dell'associazione sportiva dilettantistica "Giornalisti 93 Asd" e anima dell'iniziativa, l'avvocato Augusto De Beni per l'ordine forense e i giornalisti Matteo Scolari e Luca Corradi. Il trofeo, giunto alla settima edizione, è dedicato alla memoria di Germano Mosconi e Luigi Bertoldi, che sono stati per lunghi anni tra le voci più conosciute e apprezzate dell'informazione sportiva veronese.
Oltre a promuovere il calcio e i valori dello sport, il trofeo si pone anche un obiettivo sociale. Attraverso il progetto Madagascar, infatti, da sei anni la squadra ha adottato una classe intera di bambini della missione dove opera suor Anselmina, religiosa veronese da moltissimi anni ad Antananarivo, capitale malgascia. Grazie al sostegno di alcune aziende locali, la squadra copre le spese di tutti i bambini, compreso lo stipendio annuale delle insegnanti. Il progetto, che ha permesso ai bambini di concludere tutti i cinque anni di scuola primaria, prosegue quest'anno con una nuova classe prima. Un altro evento benefico attende i giornalisti calciatori questo week end a Lazise. L'appuntamento è per la terza edizione del memorial Andrea Mantovani, dedicato al giovane giornalista scomparso nel 2015 proprio durante una partita di calcio.
linkiesta.it, 10 ottobre 2019
La 'ndrangheta si eredita: così si spezza il legame mafioso che si tramanda in famiglia. Nel suo ultimo libro l'ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante sceglie di raccontare, in modo semplice ma preciso, il fenomeno della criminalità organizzata ai ragazzi. Solo coinvolgendo anche loro la battaglia potrà continuare anche in futuro.
Presentiamo qui un estratto dal libro.
"La forza della mafia è determinata dai suoi legami interni e dai suoi rapporti con il mondo esterno. I primi sono determinati dall'omertà e dalla convenienza; gli altri dalla fragilità morale di uomini delle istituzioni, di imprenditori, di cittadini comuni. L'omertà assicura la copertura reciproca tra i componenti del gruppo mafioso; la convenienza è determinata dai benefici economici e dal senso di potere che conferisce la soggezione ai mafiosi di settori della società civile.
I rapporti con il mondo esterno riguardano lo scambio con la politica (voti contro favori), i patti con le imprese (appalti e spartizione degli utili), le intimidazioni o le corruzioni per chi opera nelle istituzioni, il potere esercitabile dalle carceri, l'imposizione dell'omertà ai cittadini, attraverso minacce qualora intendessero testimoniare contro l'organizzazione, l'indifferenza della gente comune.
In questo capitolo indicherò sinteticamente alcune misure di lotta alla mafia volte a spezzare i vincoli interni e quelli esterni: la tutela dei cosiddetti pentiti e dei testimoni di giustizia, il carcere di massima sicurezza, lo scioglimento per mafia dei consigli comunali, la selezione delle candidature per le varie elezioni, il cosiddetto voto di scambio, le interdittive antimafia (che sono provvedimenti amministrativi diretti a impedire a determinati soggetti di prendere parte a gare pubbliche).
Prima però voglio parlarvi di una questione meno nota. Nel 1996, ero vicepresidente della Camera, avevo tenuto a Reggio Calabria un'iniziativa per i licei della città proprio sui temi della lotta alla mafia. Un giovane funzionario di polizia venne a trovarmi in albergo. La moglie di un potente capomafia della zona, in carcere con più ergastoli, voleva parlarmi, ma in un'altra zona della città, meno esposta. Ci vedemmo l'indomani mattina verso mezzogiorno quasi in campagna, in un casolare che stava in piedi per miracolo.
La donna era venuta con sua cognata, sorella del marito, a sua volta moglie di un capomafia, anch'egli all'ergastolo. Aveva tre figli e la cognata due: cinque maschi e nessuna delle due voleva che i figli prendessero la strada dei padri. "Fate qualcosa, portateli via; qui finiscono o al cimitero o al 41bis". Ne parlai a don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Qualche settimana dopo venni eletto alla presidenza della Camera e non potei più occuparmi personalmente della faccenda. Ma ero tranquillo perché don Luigi se ne stava già prendendo cura, probabilmente meglio di quanto non avessi saputo fare io.
Il problema dei "figli della mafia" è sempre più rilevante. Un numero crescente di madri chiede segretamente a magistrati, poliziotti, carabinieri, che i figli vengano sottratti a un destino di mafia perché, nella realtà in cui sono immersi, i condizionamenti sono fortissimi. Un ragazzino, per dare prova di coraggio 'ndranghetista, ha rifiutato l'anestesia nel corso della estrazione di un dente. Un altro si è fatto tatuare sulla pianta del piede l'immagine di un carabiniere per calpestarla quando cammina. Altre madri chiedono di essere obbligate ad andar via per stare vicino ai figli, e liberarsi così dalla trappola famigliare, ma con un provvedimento giudiziario che dia a quella loro scelta le sembianze di un obbligo imposto.
Nel settembre del 2011 alla presidenza del Tribunale dei minori di Reggio Calabria è arrivato un magistrato, Roberto Di Bella, che si è posto il problema e lo sta affrontando efficacemente, come egli stesso ha spiegato ai componenti della Commissione parlamentare antimafia, nel corso di un'audizione del 29 aprile 2014: "La conseguenza immediatamente tangibile della mia lunga esperienza professionale nel settore è che la 'ndrangheta si eredita. Le famiglie di 'ndrangheta si assicurano il controllo del territorio attraverso la continuità generazionale. [...] Da circa due anni, al di là dei provvedimenti penali che adottiamo nei confronti di minori che commettono reati, abbiamo mutato orientamento giurisprudenziale provando a interrompere questa spirale perversa di trasmissione di valori negativi da padre in figlio, adottando dei provvedimenti di limitazione della potestà, ora responsabilità genitoriale, dei boss con contestuale allontanamento dei minori dalle famiglie nei soli casi di concreto pregiudizio, cioè di indottrinamento malavitoso, rischi per faide, pregiudizi molto forti...
L'obbiettivo non è la punizione delle famiglie; ma prestare aiuto a questi ragazzi, allontanarli per fornire delle alternative culturali, parametri valoriali educativi diversi da quelli deteriori del contesto di provenienza nella speranza di sottrarli alla definitiva strutturazione criminale. Se si nasce a San Luca, a Bovalino, a Rosarno, a Locri, se si ha un nonno 'ndranghetista, un padre 'ndranghetista, fratelli 'ndranghetisti in carcere, una madre intrisa di cultura mafiosa, la possibilità di uscire, di affrancarsi dalle norme parentali sono quasi nulle" (Commissione antimafia, relazione finale, p. 234).
Lasciare nella famiglia ragazzini che possono soltanto nutrirsi di cultura mafiosa significa segnare il loro destino, o in carcere o al cimitero, come i nonni, i padri, i fratelli. E quindi, in applicazione di leggi nazionali e di convenzioni internazionali, che impongono di salvaguardare soprattutto il futuro del minore, quando la famiglia lungi dall'essere un luogo educativo è un luogo di formazione al crimine, il ragazzo o la ragazza sono allontanati dalla famiglia e aiutati a costruirsi un percorso di vita nella legalità, grazie al lavoro dei servizi sociali o di associazioni di volontariato, come Libera o Addiopizzo, con la guida del Tribunale dei minori. Questo orientamento è condiviso da altri importanti tribunali per i minorenni del Sud, come Napoli, Catania e Catanzaro. A Reggio Calabria il provvedimento è stato adottato nei confronti di trenta minori: i ragazzi hanno ripreso a frequentare la scuola, svolgono attività socialmente utili, seguono percorsi di educazione alla legalità.
"Spesso" ha spiegato Roberto Di Bella in una intervista a "L'Espresso" dell'11 agosto 2019 "sono le stesse madri che ci pregano di mandare fuori i loro figli e di poterli seguire. Se siamo noi a decidere, loro non saranno colpite".
Due bravi giornalisti, Carlo Bonini e Giuliano Foschini, hanno scritto un bel libro sulla mafia foggiana, Ti mangio il cuore, nel quale raccontano un episodio agghiacciante. Nella provincia di Foggia una giovane bellissima ragazza sposa un capomafia locale e ha da lui due figli. Alcuni anni dopo, il marito viene condannato a più ergastoli. La donna, rimasta sola, cede alle avances di un altro giovane boss, capo di un gruppo mafioso ferocemente rivale di quello capeggiato dal marito, dal quale ha altri due figli. Anche il suo nuovo compagno finisce in carcere con gravi condanne.
Man mano che i figli crescono, i primi affidati alle cure della nonna, gli altri rimasti con lei, la donna si rende conto che i ragazzi, figli di padri diversi e tra loro ferocemente nemici, avrebbero finito per considerarsi a loro volta nemici e destinati a uccidersi l'uno l'altro. Decide quindi di parlare con i magistrati rivelando tutto ciò che sa sulle imprese dei due clan e salvare quindi tutti e quattro i suoi figli".
"Colpire per primi. La lotta alla mafia spiegata ai giovani", di Luciano Violante, pubblicato da Solferino Libri (2019)
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 10 ottobre 2019
Opera, il ringraziamento dei detenuti: un'opportunità. Riconoscenti. Commossi. Emozionati. Non la finivano più di ringraziare per l'opportunità concessa, tutt'altro che scontata. Martedì 19 uomini che da decenni vivono isolati in un regime durissimo di ergastolo ostativo, per la prima volta sono potuti salire su un palco, in pubblico.
E' accaduto al penitenziario di Opera con il direttore Silvio Di Gregorio e la presidente del Tribunale di sorveglianza Giovanna Di Rosa, la platea piena di cittadini e studenti. In scena i detenuti, per lo più anziani, hanno letto un racconto di Friedrich Durrenmatt. Per combinazione, proprio nel giorno in cui la Corte europea ribadiva all'Italia la necessità di riformare l'istituto dell'ergastolo ostativo perché "degradante" e "inumano".
Quel regime, spiega Di Rosa, "esclude a priori la possibilità di qualunque permesso o beneficio, a meno che il recluso non accetti di diventare collaboratore di giustizia o sia provata la sua impossibilità a collaborare. L'eventuale cambiamento della persona dunque non viene valutato, nemmeno dopo decenni di carcerazione". In altre parole, chiarisce il legale Eugenio Losco della Camera penale di Milano, l'ostativo cristallizza la pena togliendo "al detenuto la speranza nel futuro" e al giudice "il potere di decidere con discrezionalità, caso per caso, se concedere (o no) un piccolo permesso premio".
In fondo il racconto rappresentato sul palco, La Panne - in cui un giudice, un avvocato e un boia in pensione dimostrano l'impossibilità umana di arrivare alla verità - diceva anche questo: lo Stato, per poter "correggere" chi ha sbagliato, dovrebbe prendere in carico la persona nel suo complesso e valutarla man mano, riducendo al massimo rigidità e automatismi. Altrimenti si rischia di ipotecare il futuro, come fosse già predefinito.
"Gli umani, nei decenni in cella, possono cambiare davvero, è questo il senso più profondo del carcere" spiega Losco che ha organizzato l'evento con le responsabili del laboratorio Donata Civardi e Patrizia Ferragina. Il trasporto era degli "attori" condannati al fine pena mai, uomini in quell'attimo responsabili, perché investiti di un po' di fiducia. Ma emozionatissimo era anche il pubblico, assicura chi era presente in sala. Dopo lo spettacolo alcuni hanno preso il microfono.
"Abbiamo bisogno di mostrarci per come siamo oggi. E nello sguardo di chi vive fuori che ci riconosciamo diversi - diceva un detenuto -. Quello che abbiamo fatto nel passato lontano non lo possiamo cancellare, resta come sofferenza infinita, colpa che espieremo per sempre. Ma siamo uomini nuovi". Rilanciava un altro, capelli bianchi e due lauree prese ad Opera: "Nel confronto coi volontari che ci sostengono nello studio troviamo il coraggio di ricostruirci.
Davanti agli altri capiamo quanto distruttivi siamo stati e quanto invece possiamo ancora sforzarci di crescere e maturare. A volte basta una carezza, un rito, la speranza di potersi presentare un giorno, meritevoli nonostante le colpe, di fronte alla società". Pareva una preghiera laica.
"Potremo mai restituire un po' di bene? Ci proviamo, con il lavoro in carcere". Il discorso ci riguarda profondamente: "Siamo chiamati tutti a interrogarci sulla possibilità di sbagliare, sulla nostra condotta", fa notare il direttore Di Gregorio. Grazie a lui i detenuti hanno potuto mostrarsi in una occasione unica, per ciò che hanno imparato.
"Diceva Durrenmatt che la verità delude sempre e resiste in quanto tale solo se non la si tormenta - ha chiuso ancora un detenuto. Qui di verità ne afferriamo una, intanto. Oggi abbiamo potuto sperare di non deludervi".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 10 ottobre 2019
Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla "Operazione fonte di pace" - così l'ha chiamata il Erdogan - contro il popolo curdo nel Rojava. Approvata da Donald Trump la massiccia offensiva militare turca contro il popolo curdo scattata ieri pomeriggio nel nord-est della Siria, è stata benedetta anche da Jens Stoltenberg.
"Spero che qualsiasi iniziativa intrapresa dalla Turchia sia proporzionata e misurata", ha detto il segretario generale della Nato al termine dell'incontro con Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi. Come dire: andate avanti senza problemi ma non ammazzatene tanti.
Fanno perciò tenerezza gli appelli alla Nato "a fermare la Turchia" lanciati da deputati e dirigenti del M5S, del Pd, della Lega e di tutti gli altri amici fedeli del Patto Atlantico, di cui Ankara è un membro di grande importanza. I curdi si sono scoperti ancora più soli, abbandonati dagli Usa e dall'Europa che li hanno usati come carne da macello in Siria nelle battaglie contro l'Isis, per poi scaricarli una volta giunti sulle rovine del Califfato.
Vittime delle bombe sganciate degli aerei del "sultano" Recep Tayyib Erdogan - atteso tra qualche settimana a Washington - i curdi hanno compreso, si spera definitivamente, che gli Usa agiscono non a favore ma contro i diritti dei popoli oppressi. La vicenda palestinese avrebbe dovuto insegnarlo anche a loro. E non possono passare inosservate in queste difficili ore le a dir poco caute dichiarazioni di Mosca e di Tehran, alleate di Damasco e del presidente Bashar Assad ma anche partner di Ankara nel processo di Astana "per una soluzione politica in Siria".
Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla "Operazione fonte di pace" - così l'ha chiamata Erdogan dandone l'annuncio ufficiale con un tweet: è la terza in Siria dal 2016 dopo "Scudo dell'Eufrate" e "Ramoscello d'ulivo", quest'ultima è scattata nel gennaio 2018 nell'enclave di Afrin - contro il popolo curdo nel Rojava, nel nord est della Siria.
Raid aerei e colpi di artiglieria si sono abbattuti nei pressi della diga di Bouzra (Derek), su Qamishlo, Ain Issa, Mishrefa, Tal Abyad, Ras al Ayn (Sere Kaniye) e altri centri abitati. Ci sarebbero state subito almeno 8 vittime civili anche se i turchi affermano di aver preso di mira basi e depositi di munizioni. Un bambino di sei anni è stato ferito gravemente da un bombardamento a Se Girka.
"Chiediamo a gran voce a tutte le parti coinvolte di fermare l'escalation delle violenze - ha esortato Filippo Ungaro, un portavoce di Save the Children - e di assicurare in ogni modo possibile la protezione e la sicurezza delle migliaia di bambini, e delle loro famiglie, già sfiniti da una guerra che dura ormai da più di otto anni e la cui vita da oggi è ulteriormente a rischio". Nella zona teatro dell'offensiva, oltre un milione e mezzo di persone hanno già bisogno di assistenza umanitaria, tra cui più di 650.000 sfollati.
Prima e durante l'attacco turco migliaia di civili si sono messi in fuga dirigendosi verso Hasake e l'area territoriale della Amministrazione Autonoma curda nel nord della Siria che Erdogan e i suoi generali vogliono disintegrare. I comandi militari delle Fds e Ypg curde ribadiscono che resisteranno con ogni mezzo possibile a chi vuole allontanarle dal confine, distruggere qualsiasi idea di sovranità curda e mettere fine all' eccezionale progetto politico, il Confederalismo Democratico, che raccoglie consensi ovunque del mondo.
I combattenti delle Ypg ieri hanno lanciato sei razzi verso postazioni militari alla periferia della città turca di Nusaybin, senza fare vittime. Sempre le Ypg hanno respinto a Manbij un violento attacco dei mercenari, in gran parte islamisti, dell'Esercito libero siriano - l'Els, ora chiamato "Esercito nazionale", per anni esaltato da Usa e Europa come una forza "ribelle" impegnata a "portare la democrazia in Siria" - addestrati da Erdogan e pagati, pare, dal ricco Qatar stretto alleato della Turchia. Il Centro di informazione del Rojava ieri ha diffuso un'indagine sulla composizione dell'Els, evidenziando che diversi dei gruppi armati che ne fanno parte sono vicini al jihadismo.
Ad anticipare l'inizio dell'attacco turco era stato ieri mattina Abdel Rahman Ghazi Dadeh, portavoce di Anwar al Haq, una delle milizie armate locali cooptate da Ankara nell'Els. Dadeh ha confermato che almeno 18 mila mercenari prenderanno parte all'operazione militare e ha precisato che 10 mila saranno impiegati a Ras al Ayn, gli altri a Tal Abyad. L'Els avrà un ruolo di primo piano nel controllo della "zona di sicurezza", lungo il confine, che Erdogan intende costituire in territorio siriano.
Terminata la prima fase di "Fonte della pace" dovranno prendere il posto dei militari turchi e presidiare una striscia lunga 120 km e profonda 30 tra Tal Abyad e Ras al-Ayn che farà naufragare, nei desideri di Erdogan, il sogno curdo del Rojava (quasi un terzo della Siria). Questo futuro protettorato turco spezzerà il territorio controllato dalle Ypg. Resterebbe isolata Kobane (Ayn al Arab), simbolo della resistenza curda contro l'Isis, già stretta tra le aree prese dai turchi con le due precedenti operazioni in Siria.
Ankara avrebbe promesso a Trump di non attaccarla ma i mercenari filo-turchi premono per occuparla. In una seconda fase Erdogan vuole prendere il controllo di tutta la frontiera e inondare la "zona di sicurezza", ossia la zona curda, di almeno due milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia. Una regione-cuscinetto che spingerà di fatto il confine fino a Raqqa, la "capitale" del Califfato liberata dai curdi, e a Deir ez-Zor. Un piano di ingegneria etnica - dal costo stimato da Ankara in oltre 26 miliardi - che dopo l'uscita di scena di Trump solo i partner di Astana, Russia e Iran, possono ostacolare.
Resta indecifrabile, al momento, l'atteggiamento di Damasco. La Siria è determinata a fronteggiare l'aggressione turca con "tutti i mezzi legittimi", ha fatto sapere una fonte del ministero degli esteri. Ma che Damasco sia pronta ad andare in guerra con Ankara è da escludere, pur manifestando sostegno ai cittadini curdi sotto attacco. La strada che preferisce è quella di un futuro intervento su Erdogan della Russia che si proclama garante della "integrità territoriale della Siria". In ogni caso l'eventuale soluzione diplomatica non andrà certo nella direzione di una sovranità curda.
amnesty.it, 10 ottobre 2019
Un anno fa, l'annuncio di abolire la pena di morte per tutti i reati, poi nel marzo scorso la parziale retromarcia del governo con la decisione di andare avanti solo per i reati capitali con mandato obbligatorio. Accade in Malesia, scelto per la Giornata mondiale contro la pena di morte come paese-modello per le azioni di tutti gli attivisti e gli abolizionisti.
Non a caso. La Giornata mondiale si celebra il 10 ottobre e quel giorno, un anno fa, il ministro malese Liew Vui Keong dichiarò che il governo avrebbe abolito la pena capitale. Una notizia che acquistò una valenza ancor più significativa e simbolica. Un anno dopo, Amnesty mette la Malesia al centro delle proprie azioni per chiedere al governo di sostenere progetti di legge che mettano la parola fine almeno alla pena capitale con mandato obbligatorio.
Nel Paese, sono oltre 30 i reati che possono portare alla condanna a morte, in dodici casi è imposta con mandato obbligatorio. Secondo Amnesty, gran parte delle sentenze capitali riguardano per lo più i reati di omicidio e di traffico di droga. L'abolizione della pena capitale con mandato obbligatorio, per Amnesty, potrebbe portare alla commutazione di molte condanne e a una significativa riduzione di quelle future.
Come nel caso di Hoo Yew Wah, arrestato oltre 20 anni fa quando era poco più che undicenne, per possesso di 188 grammi di metamfetamine. Ora si trova nel carcere di Bentong ed è uno degli oltre 1.290 detenuti nei bracci della morte malesi. Gli appelli lanciati per la Giornata mondiale vogliono salvare Hoo Yew Wah e sollecitare le autorità per mettere la parola fine alla pena capitale con mandato obbligatorio.
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