La Repubblica, 12 ottobre 2019
Le stime dell'Onu: avverrà entro il 2022, quando il 79% della popolazione risulterà al di sotto della soglia di povertà. Ad oggi, il conflitto ha provocato oltre 90mila vittime, civili e combattenti. Lo Yemen è "sotto tortura" da anni per un conflitto sanguinoso che ha innescato la più grave crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale.
È di oggi la notizia secondo la quale diventerà anche il Paese più povero al mondo, se la guerra dovesse continuare in un prossimo futuro. È quanto emerge da un rapporto elaborato dagli esperti delle Nazioni Unite, secondo cui "se i combattimenti continuano fino a tutto il 2022", il 79% della popolazione risulterà al di sotto della soglia di povertà. Lo si apprende da Asianews. Il rapporto pubblicato il 9 ottobre sorso dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) mostra inoltre che, già oggi, il 65% degli abitanti del Paese è "classificato come estremamente povero". A causa della guerra, infatti, la povertà nello Yemen è balzata dal 47% della popolazione nel 2014 al 75% (previsto) per la fine del 2019.
L'intervento militare saudita e l'80% della gente da assistere. La nazione araba, già da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenti dall'Iran, hanno conquistato la capitale Sana'a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l'intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Ad oggi, il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e - fonti Onu - innescato "la peggiore crisi umanitaria al mondo", con circa 24 milioni di yemeniti (l'80% della popolazione) che necessitano di assistenza umanitaria. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.
Gli spiragli di dialogo. "La guerra - afferma Auke Lootsma, responsabile Yemen per lo Undp - non ha solo innescato la più importante crisi umanitaria al mondo, ma ha pure sprofondato la nazione in un vicolo cieco senza prospettive di sviluppo". La situazione attuale, aggiunge, minaccia di trasformare la popolazione yemenita "nella più povera al mondo", una situazione che "una nazione già sofferente non è certo in grado di poter sostenere nel futuro". Sul fronte diplomatico si muovono ancora spiragli di dialogo fra i ribelli Houthi e il governo riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto da Riyadh. Ieri le milizie filo-Teheran hanno proposto un nuovo scambio di prigionieri, fra i quali vi sono anche 2mila detenuti, dopo aver liberato a inizio mese quasi 300 persone, compresi cittadini sauditi.
Il "gesto distensivo" degli Houthi filo iraniani. Analisti ed esperti parlano del più importante "gesto distensivo" degli Houthi in una prospettiva di allentamento della tensione e di distensione con il fronte nemico vicino ai sauditi. "Abbiamo detto ai mediatori locali - afferma Abdul Qader al-Murtada, capo del comitato Houthi per le questioni riguardanti i prigionieri - che siamo pronti ad applicare uno scambio di prigionieri entro una settimana. Restiamo in attesa di una risposta dalla controparte". Al momento non si sono registrate ancora risposte ufficiali dal governo yemenita, anche se - a livello ufficioso - si parla di passo positivo in un'ottica di distensione.
Le ragioni di un conflitto così lungo e spaventoso. Lo Yemen - al di là del racconto quasi esclusivamente "umanitario" che se ne fa, tra i civili uccisi, gli sfollati, gli stupri, il colera... - ha una sua grande rilevanza strategica. Non ci vuole molto a capire la portata cruciale di questo Paese: basta dare uno sguardo alla carta geografica, per capire le ragioni per cui i gruppi jihadisti come Al Qaeda abbiano avuto facile accesso e perché gli Usa e l'Arabia Saudita coalizzati siano lì a tutelare i loro enormi interessi. Lo Yemen si trova, infatti, nel punto più estremo della Penisola arabica e sotto i suoi occhi, ogni giorno, passano milioni di tonnellate di petrolio, milioni di tonnellate di merci, e tutto questo nel bel mezzo di una guerra, con un altro "attore" della scena come l'Iran, sempre meno silente, che nello Yemen ha un suo presidio militare rappresentato, appunto, dagli Houti.
Quando la posizione geografica gioca un ruolo ostile. Il destino di un popolo non è mai disgiunto dalla posizione geografica dove ha radicato la sua storia, la sua cultura, la sua economia. Gli yemeniti, dunque, non godono di una situazione geopolitica "amica".
La riconquista del porto di Hudaya, città portuale assediata dalla coalizione Usa-Arabia Saudita per essere strappata dalle mani delle forze armate filoiraniane degli Houthi, non ha altro scopo se non quello di riconquistare una postazione di importanza strategica sulle rotte che solcano il Mar Rosso. In particolare, c'è da tener d'occhio lo stretto di Bab el Mandeb, dove tutti i Paesi che si affacciano su quel mare, colossi economici regionali come l'Arabia Saudita e Israele, non possono prescindere dal volume di traffici commerciali che si muovono proprio lì. Un luogo che - se si osserva ancora una volta una carta geografica - altro non è che il cancello d'ingresso del Canale di Suez.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 ottobre 2019
I laboratori "Spes contra spem" nelle carceri per promuovere il valore del mutamento. Fino a una settimana fa, nonostante la sentenza Cedu era stata emessa da qualche mese, nessun giornale - tranne Il Dubbio, il Manifesto e Il Foglio - ha parlato dell'ergastolo ostativo. In realtà, ora che se ne parla, le argomentazioni sono inesatte, confuse e rabbiose.
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2019
Facciamo così. Siccome il cosiddetto "ergastolo ostativo" - cioè vero, senza sconti né scappatoie - l'hanno inventato Falcone e Borsellino e l'hanno ottenuto soltanto nell'agosto del 1992, da morti ammazzati per mano della mafia, chi non è d'accordo la smette di tirare in ballo Falcone e Borsellino quando parla di lotta alla mafia.
Per un minimo di coerenza, e anche di decenza, chi lo considera - come la Corte di Strasburgo e la sua Grande Chambre - una forma di tortura, una violazione della Costituzione, una negazione del valore rieducativo della pena, un ricatto per estorcere confessioni, un'istigazione alla delazione, liberissimo: ma deve prima ammettere che Falcone e Borsellino, oltre a tutti i magistrati e i giuristi vivi che ne condividono i metodi, erano aguzzini, torturatori, ricattatori e violatori della Carta.
Già, perché purtroppo la demenziale doppia sentenza di Strasburgo, che giudica contrario alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo l'ergastolo ostativo, ha raccolto molti e trasversali consensi in Italia. Fra i tanti, quelli di Luigi Manconi su Repubblica, del rag. Claudio Cerasa e Giovanni Fiandaca (quello che "Il processo Trattativa è una boiata pazzesca") sul Foglio, di Vittorio Feltri e Filippo Facci su Libero (solo che a Facci un collega dispettoso ha messo un titolo alla rovescia, "L'Europa dà una mano a mafiosi e brigatisti", e ci ha pure azzeccato), di Mattia Feltri su La Stampa, di Tiziana Maiolo sul Dubbio, di Mauro Palma sul manifesto.
Oltre ovviamente ai mafiosi e i terroristi coi loro avvocati e amici: ma questi almeno si capisce perché non sopportano l'ergastolo. Anche per gli ergastolani. Che, nella sentenza hanno "fine pena mai", ma nella realtà "fine pena sempre" o "vediamo", con 4+X anni d'anticipo (dipende dell'età al momento della condanna).
Fino all'altro giorno l'unica certezza, nell'incertezza, era che dal 1992 i benefici non si applicavano ai detenuti per i reati più gravi: tipo mafia, terrorismo, sequestro di persona, traffico di droga e (grazie alla legge Spazza-corrotti del 2018) tangenti. Il che, almeno per quel tipo di ergastolani, rendeva l'ergastolo una cosa seria: cioè "fine pena mai" non trattabile. A meno che, si capisce, non dessero segni concreti di ravvedimento collaborando con la giustizia per aiutare lo Stato a reprimere e prevenire reati.
Ora, improvvisamente e inopinatamente, questo principio di minima civiltà diventa un "trattamento inumano o degradante" per mafiosi e terroristi ergastolani. Che, secondo le Corti europee, meriterebbero permessi premio, liberazione anticipata, lavoro esterno, semilibertà e altre scappatoie anche se non collaborano.
Anche i mafiosi che restano mafiosi, essendo noto a tutti - fuorché a quelle anime belle - che si è mafiosi a vita ("fine mafia mai") e si smette di esserlo soltanto in due modi: morendo o collaborando. Il che rende surreale, ai limiti del Comma 22, tutto il dibattito sull'ergastolo "ostativo", cioè vero, che impedirebbe la "rieducazione" e la "riabilitazione" del condannato. Intanto perché ci si può riabilitare e rieducare in carcere, come dimostrano i numerosi casi di ergastolani che studiano, si diplomano, si laureano, partecipano a percorsi riabilitativi e rieducativi nelle strutture interne dei penitenziari, senza uscire di galera.
Ma soprattutto perché, almeno per chi è inserito in organizzazioni fondate sull'omertà - come quelle terroristiche, quelle mafiose e quelle tangentizie - l'unico sistema per uscirne è quello di parlare, dei propri delitti e di quelli dei complici, rendendosi inaffidabile ai loro occhi e dunque uscendo dal giro. Se un mafioso, un terrorista o un tangentista non denuncia i suoi complici, rimane un terrorista, un mafioso o un tangentista a tutti gli effetti (anzi, ancor più potente e più influente di prima sugli impuniti rimasti liberi grazie al suo silenzio).
Dunque non si è affatto rieducato né riabilitato. Perciò non ha senso contestare l'ergastolo ostativo perché non aiuta la rieducazione, quando tutti sanno che è l'unica arma per spingere alcuni ergastolani a rieducarsi davvero, cioè a parlare, per accedere ai benefici. Ma questo, obietta Feltri jr., è "un ricatto di Stato"! Se ci riflettesse, potrebbe dirlo per tutte le pene di tutti i Codici penali: se commetti quel reato, ti metto in galera per tot anni.
In realtà sono semplici avvertimenti a scopo deterrente rivolti ai criminali. Che, se delinquono, sanno benissimo a cosa vanno incontro. Sta a loro scegliere. Se sono mafiosi o terroristi e commettono omicidi o stragi, sanno che finiranno all'ergastolo vero, cioè non usciranno più se non con le gambe davanti. E, se vorranno uscire da vivi, dovranno dire tutto ciò che sanno. In ogni caso non sarà lo Stato che li ha ricattati o torturati. Saranno loro che se la sono cercata.
di Nadia Pietrafitta
Il Tempo, 11 ottobre 2019
Incontro tra Bonafede e una delegazione Dem. Resta il nodo prescrizione. Avanti con la riforma del processo civile e di quello penale, con l'obiettivo di dimezzare i tempi, nonostante sia ancora lontana l'intesa sulla prescrizione.
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede incontra alla Camera una delegazione Pd per cercare un'intesa, ma - nonostante la condivisione degli obiettivi - i nodi da sciogliere retano sul tavolo. Lo stop delle lancette dei processi dopo la sentenza di primo grado continua a non convincere i dem. La proposta, allora, è quella di procedere con i due disegni di legge delega che riguardano i tempi del processo civile e penale, valutare gli effetti della riforma e, in base alla sua attuazione, riaprire il capitolo prescrizione, magari vincolandone lo stop proprio alla durata dei provvedimenti. Il Guardasigilli continua a professare ottimismo.
"Dopo questo incontro penso ancora più di prima che ci sono dei margini di convergenza importanti per una riforma coraggiosa e ambiziosa per accelerare i tempi dei processi - dice. Loro sulla prescrizione rimangono della loro idea e io ne ho un'altra. Ci stiamo concentrando sulle cose su cui andiamo d'accordo".
Il faccia a faccia, chiesto dal Pd per presentare a Bonafede le proposte dem, aveva anche rischiato di inclinare gli equilibri all'interno della maggioranza. Con Liberi e uguali che aveva fatto trapelare "irritazione" per "quello che è stato definito vertice di maggioranza e che in realtà è una ennesima riunione di due sole forze della maggioranza di Governo".
Il Guardasigilli chiarisce che l'incontro è stato richiesto dal Pd, presenti il sottosegretario Andrea Giorgis e la rappresentante Giustizia della segreteria Roberta Pinotti e il clima torna tranquillo. Anzi, è proprio grazie a una proposta "forte" che arriverà nelle prossime ore da Pietro Grasso che potrebbe invece sciogliersi l'altro punto di distanza tra gli alleati.
L'ex presidente del Senato, infatti, lavora a una riforma del sistema di elezione dei componenti del Csm che esclude il sorteggio, che l'ex presidente del Senato reputa incostituzionale. Bonafede apre: il sorteggio "non è un modo che per me è cruciale, l'obiettivo è combattere e cancellare le degenerazioni del correntismo e su questo ci siamo trovati d'accordo. Sono disposto a lavorare su un sistema elettorale che possa eliminare il più possibile quelle degenerazioni".
di Franco Corleone
L'Espresso, 11 ottobre 2019
La Corte europea dei diritti umani ha confermato la sentenza Viola del 13 giugno scorso che applica all'Italia una giurisprudenza consolidata che considera contraria all'articolo 3 della Convenzione di Strasburgo una pena perpetua priva di una qualche prospettiva di liberazione del detenuto in conseguenza del percorso educativo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 ottobre 2019
Un anno fa era stata l'Anm, oltre agli avvocati, a muovere un rilievo semplicissimo sullo stop alla prescrizione: "Nel testo di legge parlate di sospensione, ma se il decorso è sospeso dopo il primo grado fino a sentenza definitiva vuol dire che la prescrizione non è sospesa, è abolita". Giusto. Poi però nel testo in cui la norma è contenuta, la "spazza corrotti", il paradosso semantico è rimasto. Ora il Pd propone di superarlo, con un limite di tempo superato il quale la prescrizione tornerebbe a decorrere. Una delegazione dem ne ha parlato ieri con il guardasigilli Alfonso Bonafede, nella sala del governo a Montecitorio.
"Siamo stati noi a chiedere l'incontro", spiega il vicecapogruppo dei democratici alla Camera, Michele Bordo, presente al summit. "Il punto è stabilire cosa succede quando non siamo in grado di assicurare quella durata ragionevole del processo che è l'obiettivo della riforma", aggiunge.
C'erano anche Roberta Pinotti, responsabile Giustizia ad interim del Pd, il capogruppo in commissione Giustizia alla Camera Alfredo Bazoli e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, dem anche lui. Bonafede non è convinto: "Sulla prescrizione il Pd resta della sua idea, io ne ho un'altra", dichiara. Eppure, assicura, "abbiamo trovato margini di convergenza ancora maggiori, sono ottimista: intanto approfondiamo tutto quello su cui siamo d'accordo".
La delegazione democratica ha messo sul tavolo altre ipotesi. "Dalla digitalizzazione di diversi passaggi anche nel penale, a regole diverse sulla rinnovazione del dibattimento in caso di sostituzione del giudice, senza compromettere oralità e immediatezza nella formazione della prova", spiega ancora Bordo. "Sulla prescrizione lavoriamo per trovare un punto di caduta, cosa che però avverrà in Parlamento".
Sulle intenzioni degli alleati, Bonafede preferirebbe avere un quadro chiaro, prima di presentare le bozze "definitive" dei suoi due ddl (uno su penale e Csm, l'altro sul civile). L'obiettivo è andare in Consiglio dei ministri tra non più di 20 giorni. Il punto è che i renziani non intendono sciogliere alcuna riserva se prima non si risolve il rebus prescrizione.
"Sarebbe in ogni caso assurdo introdurre un'ulteriore sospensione dei termini di estinzione dei reati", fa notare il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza, "vorrebbe dire allungare la sospensione già prevista dalla riforma Orlando, che stoppa il cronometro della prescrizione per un anno e mezzo dopo la sentenza di primo grado. Senza contare che la stessa latenza di un anno e 6 mesi era stata introdotta, sempre dalla riforma Orlando, anche dopo l'appello".
Due giorni fa Caiazza, insieme con gli altri vertici dell'Ucpi, ha incontrato una delegazione proprio di Italia viva. I renziani hanno assicurato di essere pronti a chiedere che lo stop alla prescrizione non entri in vigore il 1° gennaio prossimo, come previsto, ma più tardi, anche fra un anno, quando cioè sarà stata approvata una riforma penale davvero in grado di accelerare i tempi dei processi.
Tuttavia Bonafede, dal suo punto di vista, non ha interesse a riaprire un dossier, come quello sulla prescrizione, che considera ormai in cassaforte. Ed è anche vero che se per tutta risposta Italia viva e Pd si rifiutassero di dare l'ok al ddl sul penale, il M5S potrebbe facilmente addebitare loro, dinanzi a un'opinione pubblica impregnata di pulsioni punitive, la responsabilità della mancata accelerazione sui tempi della giustizia. Un intrigo.
Forza Italia prova sparigliare le carte: "Abbiamo presentato una proposta di legge semplicissima", spiega Franco Dal Mas, rappresentante azzurro nella commissione Giustizia del Senato, "è un testo di un solo articolo, che abroga la norma sulla prescrizione altrimenti destinata a entrare in vigore con l'inizio del 2020. Lo abbiamo fatto perché riteniamo che lo stesso Pd non possa ignorare la proposta: altrimenti, con la norma in vigore dal 1° gennaio, la prescrizione sarebbe abolita nonostante non si siano ancora stati mesi alla prova gli effetti della riforma Orlando".
È esattamente l'analisi dell'Unione Camere penali. "A breve renderemo pubblici i dati sulla durata massima effettiva del termine di prescrizione con le norme già oggi in vigore", spiega Caiazza, "per le fattispecie di maggiore allarme sociale si sfonda quasi sempre il muro dei 20 anni".
Su altri aspetti della riforma le distanze tra Pd e M5S sono minime. Anche sul sistema per eleggere i togati al Csm. Probabile che venga accantonata l'idea del sorteggio. Ieri i dem hanno ribadito a Bonafede di non condividerla. Si parte da una base che il guardasigilli aveva già definito nei mesi scorsi: incremento del numero dei consiglieri (da 26 a 30), 20 posti per i togati, con 17 collegi uninominali territoriali più 2 per i magistrati di legittimità e della Direzione antimafia. Si cercano ulteriori limitazioni all'influenza delle correnti. Ma non è certo questo il punto sul quale la maggioranza si consumerà in trattative estenuanti.
di Caterina Pasolini
La Repubblica, 11 ottobre 2019
"Ci mandiamo lettere da 35 anni e capisco la Corte Europea: no al fine pena mai. Se un uomo cambia la porta va aperta". "Mi disse: signor giudice se suo figlio fosse nato dove sono vissuto io, ora lui sarebbe in cella e io al suo posto. Intelligente, arrogante, Salvatore a 27 anni era uno dei capi della mafia catanese. Mi aveva parlato dopo un'udienza, col suo tono da sbruffone, quelle parole però mi scavavano dentro. Mi restava l'immagine di chi aveva preso il biglietto sfortunato nella lotteria della vita".
di Mario Bruno*
Il Mattino, 11 ottobre 2019
Esimio direttore, vorrei intervenire riguardo il cosiddetto ergastolo ostativo, all'attesa e quindi da ultimo alla sentenza pronunciata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che ha respinto il ricorso proposto dal nostro Stato.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 11 ottobre 2019
Clima di dialogo, volontà di superare gli ostacoli ma nel merito zero passi avanti. Sulla riforma della prescrizione Pd e Bonafede restano sulle proprie posizioni. Nell'incontro tra la delegazione dem e il Guardasigilli tenutosi ieri alla Camera è stata fatta una ricognizione su tutti i capisaldi della riforma della giustizia ma il nodo più controverso non è stato sciolto. Nonostante il muro contro muro c'è l'intenzione del ministro di portare la riforma della giustizia in una dell prossime riunioni del Consiglio dei ministri. "Fate presto le vostre valutazioni. Non possiamo più rinviare", l'input di Bonafede.
E se il partito del Nazareno - pur prendendo tempo - non alza (per ora) lo scontro, sono i renziani a far sapere di voler salire sulle barricate. "Pensare di portare a compimento una riforma della giustizia in due mesi è un'utopia. Non vogliamo porcate, meglio che il ministro si fermi e rinvii di un anno l'entrata in vigore della riforma della prescrizione", la linea di Italia viva. "Dovrebbe capire che il governo è cambiato ma siamo allo stesso punto di partenza. E noi non siamo la Lega", l'alt di un altro big del nuovo gruppo.
Renzi ai suoi ha spiegato di non voler essere un problema per il governo. Tuttavia di fronte al "prendere o lasciare" i fedelissimi del senatore di Firenze hanno già deciso quale strada percorrere. L'invito al responsabile di via Arenula è di fare autonomamente un passo indietro. Un ragionamento che sta maturando anche in una larga parte del Movimento 5 stelle. Soprattutto tra chi è preoccupato che la giustizia possa essere l'elemento divisivo e mandare in tilt esecutivo e maggioranza.
"Con una legge di bilancio aperta è impensabile correre sulla giustizia. Prima o poi lo capirà anche Bonafede", spiega uno dei big dell'ala ortodossa del Movimento. I fedelissimi di Di Maio non la pensano così. Anzi il capo politico M5s un paio di giorni fa è stato tranchant: "Senza i numeri della maggioranza ci saranno conseguenze".
Proprio per evitare un dialogo tra sordi i dem non hanno lanciato alcun aut aut. "Con la riforma della giustizia il problema dell'allungamento dei processi non ci sarà più", ha spiegato ieri nuovamente Bonafede alla Pinotti, responsabile giustizia del partito, al sottosegretario Giorgis e ai capigruppo delle commissioni di Camera e Senato.
Ripetendo di fatto ai dem gli stessi ragionamenti fatti nel vertice di maggioranza della settimana scorsa. Senza per il momento prendere in considerazione un piano B. Neanche compromessi come quello di una norma di salvaguardia che i dem vorrebbero inserire in una legge delega per far sì che ci sia la garanzia sul dimezzamento dei tempi processuali.
Facendo di nuovo correre i termini della prescrizione qualora i tre gradi di giudizio dovessero andare oltre i quattro o cinque anni. Anzi pubblicamente Bonafede si è detto soddisfatto dell'incontro: "Sono ancora più convinto che ci siano ampi margini di convergenza", ha sottolineato ai giornalisti. Su prescrizione, intercettazioni e riforma del sistema di elezione del Consiglio della magistratura "resta ad oggi una distanza evidente", ha spiegato il capogruppo dem in Commissione Giustizia alla Camera Bazoli.
Una nota del partito del Nazareno ha sottolineato come l'esito del vertice sia stato interlocutorio. Il sistema del sorteggio per la composizione del Csm non è un tabù per Bonafede ma anche su questo punto non è stata trovata una soluzione. "C'è il rischio che la norma sia anticostituzionale", la linea dem. Anche se entrambe le parti ritengono la riforma della giustizia "una priorità politica" la strada per un'intesa appare in salita.
"Siamo convinti della necessità della riforma, ma non si può certo comprimere il dialogo", afferma il renziano Cucca. In Leu ci sono due linee: l'ex presidente del Senato, Grasso è più vicino alle posizioni di Bonafede, altri invece a quelle del Pd. La questione saraà presto sul tavolo del Consiglio dei ministri. Lo ha assicurato Bonafede, ma è anche l'auspicio della capogruppo di Italia viva Boschi secondo la quale "va aperta una discussione su tutto". La strategia è quella di far capire al presidente del Consiglio Conte che è sbagliato tirare la corda e che sarebbe meglio approfondire il tema.
"Se si va avanti con la riforma della giustizia senza un'intesa sulla prescrizione i numeri non ci saranno", la convinzione di diversi big dem. E mentre la rappresentanza della magistratura aspetta una convocazione del Guardasigilli in Parlamento l'opposizione è pronta alla guerra. "Più Bonafede è ottimista più siamo preoccupati", dice l'azzurro Costa. "È una pazzia parlare di abolizione della prescrizione: si allungheranno i tempi dei processi e non si trarrà nessun beneficio", rilancia il leghista Morrone.
di Paolo Siani
La Repubblica, 11 ottobre 2019
La Corte europea ha invitato l'Italia a rivedere la sua legge sull'ergastolo ostativo: interviene il fratello del giornalista ucciso dalla camorra.
I detenuti nelle carceri in Italia sono 60.894, di cui 36.903 "definitivi". I carcerati condannati all'ergastolo, su cui non pende alcun altro giudizio definitivo, sono 1.633: di questi 1.106 sono ergastolani "ostativi", ai sensi dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario. Gli ergastolani definitivi con l'associazione di tipo mafioso sono 944, quelli ai quali è applicato anche il 41 bis sono 101 in carcere da oltre 20 anni e 55 in carcere da oltre 25 anni. Sono dati aggiornati ad oggi del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia.
Fatta questa premessa, va detto che la Grande Camera della Corte Europea dei diritti umani ha invitato l'Italia a rivedere la sua legge che prevede il cosiddetto ergastolo ostativo, una pena senza fine prevista nell'ordinamento penitenziario italiano che "osta" a qualsiasi sua modificazione: non può cioè essere né abbreviata né convertita in pene alternative, a meno che la persona detenuta decida di collaborare con la giustizia. In altre parole, è il carcere per sempre e il detenuto non può avere permessi premio o misure alternative al carcere.
Questa sentenza adesso potrebbe influenzare la situazione di 944 ergastolani definitivi con l'associazione di tipo mafioso. È vero che il carcere ha anche la finalità di rieducare e la pena dell'ergastolo lo esclude, ma è anche vero che la rieducazione ha bisogno della volontà del soggetto a farsi rieducare e quindi ad allontanarsi con convinzione dal mondo mafioso, che non vuol dire solo pentimento ma molto di più. Vuol dire per esempio fare in modo che i suoi figli, la moglie, i parenti si dissocino dal mondo mafioso in maniera chiara e inequivocabile. Questo invece non sempre accade.
Anzi, sono proprio le mogli o i figli a prendere il posto del boss in carcere e a continuare le loro illecite attività. Ci vuole, ora, una soluzione legislativa che non renda vani anni di lotta alle mafie e che sappia contemperare i diritti con la sicurezza dei cittadini. E sappia continuare a tener ben presente la singolarità della criminalità organizzata in Italia, che in questi anni ha causato migliaia di morti, terrorizzato intere città e condizionato la vita di milioni di persone.
Allora il legislatore tenga presente la storia delle organizzazioni mafiose e soprattutto il dolore di tutti i familiari delle vittime innocenti delle mafie. Perché, se è vero che la sofferenza dei colpevoli non allevia il dolore delle vittime, è altrettanto vero che troppo spesso i familiari delle vittime sono lasciati soli dallo Stato, e, molto spesso, non trovano quel necessario sostegno per continuare a vivere e dare una speranza ai loro figli.
Loro, i familiari delle vittime, non hanno nulla, ma proprio nulla da farsi perdonare. E invece si continua ad affrontare questo complesso e articolato tema soprattutto sul versante dei carnefici e in maniera non ancora efficace dall'ottica delle vittime. Il caso della strage del Rapido 904, una delle pagine più buie della storia della Repubblica, il cui processo si è estinto con la morte del boss Riina, ne è una chiara e ulteriore testimonianza. Ci sarà mai giustizia per i familiari delle 16 vittime e dei 267 feriti di quella efferata strage?
Se per giunta il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, per anni in prima linea nel contrasto alle mafie in contesti territoriali di particolare delicatezza, afferma che si rischia un ritorno al passato facendo un passo indietro nella lotta alle organizzazioni criminali, c'è da essere molto preoccupati.
I dati illustrati all'inizio di questa riflessione danno contezza di quanto grave sia ancora la piaga della criminalità organizzata in Italia. E allora, con uno sguardo rivolto al futuro, si decida, una volta per tutte, di spezzare quei meccanismi che consentono alle mafie di riprodursi socialmente. Occorre, innanzitutto, non lasciare crescere i bambini in quartieri malavitosi senza provvedere a politiche educative e di sostegno alle famiglie. La vera lotta alle mafie comincia esattamente da qui.
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