tuttoggi.info, 27 agosto 2019
Si terrà da lunedì 2 a domenica 8 "Fresche Frasche", laboratorio di Land Art tenuto da Marco Barbieri (in arte Dem) e parte dei laboratori gratuiti promossi nell'ambito di Orto21, l'iniziativa di agricoltura sociale da Associazione Demetra, volto alla creazione di un orto sinergico con la collaborazione di detenuti della Casa circondariale di Terni e volontari.
In cosa consiste Fresche Frasche? Questa volta la formazione sarà dedicata alla Land Art con il laboratorio di autocostruzione "Fresche Frasche" con Marco Barbieri in arte Dem. Durante il workshop, utilizzando gli sfalci vegetali, sarà possibile imparare a preparare e realizzare strutture stabili e durature di medie-grandi dimensioni, e come progettarle attraverso una serie di schizzi preparatori.
Chi è Dem? Marco Barbieri, noto come Dem nel mondo dell'arte, come un moderno alchimista, crea personaggi bizzarri, creature surreali, abitanti di uno strato impercettibile della realtà umana. Multiforme e ironico, le sue opere che spaziano dal wall-painting, all'illustrazione, alla pittura su tela, si arricchiscono di un linguaggio simbolico che invita ad elaborare un proprio codice d'accesso per questo mondo enigmatico ed arcano. L'avvicinamento a tematiche antropologiche e legate alla natura stimola l'artista a una costante sperimentazione, giunta negli
ultimi anni alla produzione di un film e alla creazione d'installazioni composte esclusivamente da materiali naturali.
Oltre alla produzione nelle fabbriche abbandonate e nei boschi, scelti come sfondo ideale per i suoi lavori, Dem vanta varie pubblicazioni ed esperienze espositive, come la personale alla Oro Gallery di Goteborg e la partecipazione alla mostre Street Art, Sweet Art al Pac di Milano, Nomadaz alla Scion Installation di Los Angeles e Cctv all'Apostrophe Gallery di Hong Kong.
Il progetto Orto 21 - Il progetto "Orto21" propone attività formative e pratiche di giardinaggio, orticoltura, frutticoltura e piccola manutenzione dello stabile del Centro di Palmetta al fine di promuovere la formazione e l'integrazione sociale di detenuti del Carcere di Terni, l'educazione e la formazione di adulti e bambini, il rispetto per l'ambiente, la creazione e il consolidamento di legami sociali. Ampio spazio anche alla formazione con dei percorsi aperti a tutti i cittadini, tra cui un corso di potatura di ulivi e alberi da frutto e uno sul giardinaggio. Incontri informativi rivolte alle aziende agricole del territorio e incontri di sensibilizzazione e promozione riguardo alle misure alternative alla detenzione e a progetti sperimentali sull'economia carceraria.
agrigentonotizie.it, 27 agosto 2019
La struttura non è dotata di prese di approvvigionamento speciali, basta un minimo guasto e il servizio idrico si interrompe anche per la Casa circondariale. Anche questa volta, l'acqua è tornata alla casa circondariale "Di Lorenzo" di contrada Petrusa ad Agrigento. Non sarà però l'ultima volta che il carcere - sia il settore detentivo che quello degli accasermati della polizia penitenziaria - resterà senza il prezioso liquido. È un problema ventennale. Un disservizio che, periodicamente, viene a determinarsi. E questo perché la struttura carceraria non è dotata di prese di approvvigionamento speciali.
Basta dunque il minimo guasto - hanno fatto notare ieri dalla casa circondariale - e anche il carcere Di Lorenzo ne risente, inevitabilmente. Domenica, dopo l'intervento della Prefettura di Agrigento, sono dovute intervenire le autobotti dei vigili del fuoco per rifornire la casa circondariale. Lo si è fatto, naturalmente, per evitare che potesse innescarsi una sorta di rivolta fra i detenuti che hanno anche a che fare, spesso, con la mancanza di acqua calda. Ieri, però - sia grazie al rifornimento dei pompieri del comando provinciale di Villaseta che al ripristino dell'ordinaria erogazione idrica - l'acqua c'era e non si registravano né disservizi, né tantomeno disagi.
di Laura Rio
Il Giornale, 27 agosto 2019
In onda su Raitre il percorso di sei giovani sulla via Francigena. Dalla cella al mare. "È come uscire dall'Inferno". "È come riscoprire l'aria". "È come vedere il mondo come non lo hai mai visto".
Sono le sensazioni - ingenue solo se non hai passato gli ultimi anni dietro le sbarre - dei ragazzi protagonisti della docu-serie "Boez-Andiamo via". Sei giovani (cinque maschi e una femmina) in regime di detenzione, in carcere o in comunità o ai domiciliari, che intraprendono un pellegrinaggio, un cammino reale e dello spirito.
Novecento chilometri di strada, cinquanta tappe, dal Colosseo alla punta della Puglia, Santa Maria di Leuca, sulla via Frangicena del Sud, per viaggiare per l'Italia e dentro se stessi e, magari, attraverso questa esperienza capire come reimpostare la propria vita su una strada completamente diversa. Boez andrà in onda dal 2 al 13 settembre su Raitre alle 20,20: 10 puntate dalla durata di circa mezz'ora l'una, con la regia di Roberta Cortella e Marco Leopardi (coproduzione Rai Fiction-Stemal Entertainment) con il benestare del ministero della Giustizia.
Sei ragazzi dalla vita segnata fin dalla nascita: figli della strada, di famiglie disagiate o delinquenziali, che non hanno conosciuto altro nella loro breve esistenza e condannati per furto, spaccio, rapina omicidio, estorsione. A piedi e con zaino in spalla, accompagnati da due educatori, si mettono in cammino per sessanta giorni e devono sopravvivere con pochi euro al giorno, chiedendo ospitalità per dormire, per lavarsi, anche per un pasto. Che non fanno fatica a trovare.
Il tutto documentato dai ragazzi stessi attraverso i telefonini, oltre ovviamente dalle troupe, per rendere più realistico il racconto. Passo dopo passo, i sei giovani recuperano la voglia di parlare, di confrontarsi, di raccontare le loro esperienze. Chi, come Maria, è stata "fatta sposare" da ragazzina e ora ha un figlio che non vede e le manca tanto, chi come Alessandro, Matteo, Kekko, Omar, Francesco è passato dai furterelli allo spaccio a reati più gravi.
La serie, il cui titolo ricorda un writer, è stata presentata ieri a Roma e prima al Giffoni Film Festival. Ha un carattere sperimentale già provato in altri Paesi: il cammino è una forma di recupero, una pena alternativa che può portare a risultati positivi. E, in ogni caso, è un modo per far conoscere vite di ragazzi chiusi in carcere che, magari, potranno essere recuperati e reinseriti nella società. Durante le ore passate a camminare e, di sera, nel buio delle tende riflettono sulla loro vita e si ripropongono, una volta fuori dalla sbarre, di cambiare. Poi chissà...
"Boez è una di quelle esperienze che danno un senso profondo al nostro lavoro - sottolinea Eleonora Andreatta, direttrice di Rai Fiction -. Raccontiamo storie e vi cerchiamo sempre un raccordo con la contemporaneità in funzione del servizio pubblico. La serie.documentario riduce al minimo la mediazione spettacolare e narrativa, e mette al centro una sfida che riguarda la condizione di chi è detenuto e che sconta una pena alternativa: il lungo cammino della via Francigena, cammino dei pellegrini e qui cammino verso la speranza di poter ricominciare una nuova vita. Tutti e sei i ragazzi, infatti, sono sulla soglia che può decidere di un destino e aprirlo alla libertà".
La Andreatta sottolinea anche che "il senso di una fiction è legato non solo a ciò che racconta, ma anche alla rete di relazioni con la società e le istituzioni che crea il contesto decisivo per sperimentare la novità di lavori che escano dal perimetro delle convenzioni: essenziale in questo senso è stata la collaborazione con il Ministero della Giustizia che ha condiviso il progetto". L'arrivo a Santa Maria di Leuca, l'affaccio sull'immensità del mare, rappresenta il premio e la soddisfazione di tutti: cominciare a sognare una vita migliore.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 agosto 2019
Alex, Andrea, Dumitrita, Giuliano, Ion, Ndrec, Nox, Pietro, Yassine e Youness: sono i dieci componenti della Giuria MicroCosmo dal carcere di Verona del Film Festival della Lessinia (Ffdl) 2019 che valuteranno film provenienti da 32 Paesi e assegneranno un premio speciale, ideato e costruito dagli stessi detenuti. Il Ffdl è l 'unico concorso cinematografico internazionale esclusivamente dedicato a cortometraggi, documentari, lungometraggi e film di animazione sulla vita, la storia e le tradizioni in montagna. Nato nel 1995, il Ffdl ha si svolge quest'anno dal 23 agosto al 1° settembre a Bosco Chiesanuova (Vr) e prevede, oltre ai 67 film in programma, numerosi eventi speciali, retrospettive, mostre, incontri e dibattiti.
Da nove anni l'Associazione MicroCosmo organizza e coordina i lavori di una delle sei giurie collaterali, composta da detenuti e detenute. "Il punto di vista di una persona detenuta -affermano gli organizzatori - è interessante per la sua specificità e deve coinvolgere il cittadino libero in una riflessione attenta alle esperienze e come valore aggiunto alla percezione che ordinariamente un film muove nelle persone libere".
L'assegnazione del Premio MicroCosmo rientra nel più vasto e articolato progetto La Montagna Dentro che coinvolge, nel corso di un intero anno, i detenuti partecipanti proponendo elementi del paesaggio come dimensioni interiori da elaborare e approfondire tramite la scrittura e altri strumenti espressivi. L'Albero e la Madre terra sono stati i temi proposti quest'anno per narrazioni realizzate con diversi linguaggi, dalla scrittura, alla fotografia, alla graphic novel. Le attività laboratoriali sono state documentate in un video che sarà presentato sabato 31 agosto. nel corso della cerimonia di chiusura del Ffdl presso il teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova.
di Francesco Tiziano
Gazzetta del Sud, 27 agosto 2019
Due giorni con i detenuti reggini per monitorare le loro condizioni di vita, il rispetto del diritto alla salute, la tutela della dignità, e annotare le crepe strutturali. Alle carceri Panzera e Arghillà, le due "ispezioni" della delegazione del Partito Radicale-Unione Camere Penali Italiane hanno fatto emergere un quadro da allarme rosso.
Dal report conclusivo degli osservatori - come scrive Francesco Tiziano nella Gazzetta del Sud in edicola - la Casa circondariale Panzera "presenta bagni in condizioni degradate, con accessori e sanitari corrosi dalla ruggine". Inoltre, "il dato maggiormente problematico è costituito dall'accorpamento del carcere Panzera alla struttura di "Arghillà" con esponenziale aumento della popolazione detentiva e senza l'ampliamento del personale".
di Alberto Barbieri*
La Repubblica, 27 agosto 2019
La testimonianza del medico coordinatore di "Medici per i diritti umani" (Medu). Il richiamo a libro di Primo Levi nel raccogliere le testimonianze di quanti hanno subito le violenze in Libia. "E se potessi racchiudere in un'immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei quest'immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero".
L'uomo è seduto davanti a noi nel posto medico per l'assistenza psicologica, un piccolo modulo di plastica, il caldo è soffocante. Siamo nel deserto, a pochi chilometri da Agadez, nel campo allestito dall'Unhcr per i rifugiati in fuga dalla Libia. L'uomo, sudanese, ha trenta, forse quarant'anni; racconta di come è fuggito dal Darfur, dove il suo villaggio è stato distrutto e parte della sua famiglia sterminata. Il resto delle persone a lui care, un figlio e un fratello, le ha perse nei campi di sequestro libici dove è rimasto quasi un anno; poi la fuga ancora in Algeria perché l'accesso alle coste libiche e all'Europa era bloccato.
Il respingimento dall'Algeria. È stato costretto a una marcia forzata nel Sahara fino in Niger, ad Agadez. L'uomo ha perso tutto; le persone, le cose, la sua terra. Racconta la sua storia con un tono di voce regolare, monotono, in un silenzio assoluto in cui anche il respiro di noi medici sembra essersi fermato, sembra che la sua voce debba spezzarsi da un momento all'altro e trasformarsi, se non in pianto, in lacrime. Ma non avviene. Al termine, il suo sguardo appare perduto, i suoi occhi vuoti, il suo corpo scarno e ripiegato su se stesso. Da un angolo della mia memoria riemerge la descrizione di un uomo ad Auschwitz, in Se questo è un uomo di Primo Levi.
Certezze che si sgretolano. Per ogni generazione c'è un momento in cui ogni certezza si sgretola e ciò che è umano sembra svanire. Per la nostra, quel momento è arrivato nel quotidiano incontro con uomini, donne e bambini migranti sopravvissuti alle atrocità commesse nei campi di tortura in Libia e sulle rotte migratorie del XXI secolo. Si dirà che l'accostamento dei campi di sequestro e dei centri di detenzione libici in cui dal 2011 almeno un milione di persone sono state rinchiuse per settimane, mesi o anni, all'Olocausto per eccellenza, ai campi di sterminio hiltleriani, sia del tutto pretestuoso data l'incomparabilità storica e oggettiva delle due vicende. Forse, probabilmente. Lascerò giudicare a chi leggerà queste righe.
Le atrocità ascoltate. Mi limiterò ad elencare solo alcune delle volte (purtroppo gli esempi sarebbero assai di più, date le innumerevoli testimonianze di atrocità ascoltate come medico e psicoterapeuta in questi anni) in cui le storie e le evidenze raccolte dagli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) direttamente dai sopravvissuti mi hanno richiamato attraverso un prepotente meccanismo di associazione, le parole di Primo Levi. Faccio questo, lo ammetto, per impellente necessità personale, non pretendendo che le associazioni della mia testa abbiano sempre un'indiscutibile forze oggettiva.
Sonderkommandos (squadre speciali). Così le SS chiamavano, in modo volutamente vago, i gruppi di prigionieri che venivano obbligati ad occuparsi dei forni crematori ad Auschwitz e negli altri lager nazisti. "Aver concepito ed organizzato le Squadre (sonderkommandos n.d.r) è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Ho lavorato per la polizia libica ma non era proprio un lavoro. Loro mi usavano, io non mi potevo rifiutare.
"Dovevo recuperare i cadaveri dei miei fratelli". Quando ho provato a rifiutarmi mi hanno picchiato violentemente e hanno minacciato di uccidermi. Il mio compito era quello di recuperare i cadaveri dal mare, i cadaveri dei miei fratelli che morivano durante i naufragi. Li recuperavo e poi dovevo seppellirli. In questi due anni ho contato circa 3.000 corpi. Ho finito per farci l'abitudine. Alla fine non mi emozionavo più, non mi sconvolgevo più. Solo per le donne che erano visibilmente in gravidanza o per i cadaveri dei bambini non sono mai riuscito a farci l'abitudine. (L., 17 anni, dal Gambia, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, ottobre 2017).
La vergogna e la colpa. "L'uscir di pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti, o per animi molto semplici; quasi sempre ha coinciso con una fase di angoscia... A mio avviso, il senso di vergogna o di colpa che coincideva con la riacquistata libertà era fortemente composito: conteneva in sé elementi diversi, ed in proporzioni diverse per ogni singolo individuo...Si soffriva per la riacquistata consapevolezza di essere stati menomanti. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Vicino alla città di Ajdabiya siamo stati rapiti da militanti del Daesh (l'autoproclamato Stato Islamico, n.d.r) e per 3 mesi ci hanno tenuto in ostaggio.
"Ci maltrattavano con i fucili e i coltelli". All'inizio ci maltrattavano con i fucili, con i coltelli, urinavano su di noi, facevano tutto quello che volevano senza pietà. Dormivamo ammassati in un capannone senza mangiare e senza bere. Io sono cristiano, ma quando ho capito che l'unico modo per salvare la mia vita era convertirmi l'ho fatto..." (M.I., dall'Eritrea, 22 anni, testimonianza raccolta a Roma presso la clinica mobile di Medu, novembre 2015). "Da lì, sono stato portato alla prigione di Al-Khums, lontano da Tripoli. C'erano più di 300 persone in ciascuna stanza, non c'era spazio per stendersi e per dormire. Ci davano poca acqua e poco cibo. Ogni giorno alle 13 ci portavano un pezzo di pane e un bicchiere di acqua. Questo era tutto ciò che abbiamo ricevuto per tutti gli 8 mesi in cui sono stato detenuto lì dentro." (A. D, 20 anni, dal Gambia, testimonianza raccolta presso il CAS di Canicarao (Ragusa), novembre 2014)
L'autoaccusa per una mancata solidarietà. "Più realistica è l'autoaccusa, o l'accusa, di aver mancato sotto l'aspetto della solidarietà umana ...quasi tutti si sentono colpevoli di omissione di soccorso...Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed, in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te ? ... è una supposizione ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo... (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Il casolare dove eravamo tenuti prigionieri era a pochi chilometri dal mare, ad Al Zawiya. Quella sera le guardie entrarono nello stanzone in cui eravamo ammassati per portare via i cadaveri di alcuni di noi; poi iniziarono a picchiare selvaggiamente alcuni nuovi arrivati che, secondo loro, non obbedivano agli ordini abbastanza velocemente. Io e il mio amico approfittammo del trambusto; la porta era rimasta semi aperta. Iniziammo a correre senza guardare indietro, con tutte le forze che avevamo ancora nelle gambe. Eravamo quasi al sicuro in un campo di ulivi quando una raffica di mitra colpì il mio amico. Cadde a terra. Io mi fermai per un attimo, poi ripresi a correre perché le guardie stavano arrivando. Piango ora come allora. Lo porterò con me fino a che vivrò." (A., 20 anni, dalla Sierra Leone, testimonianza raccolta al centro Medu Psyché, settembre 2017).
I peggiori crimini del mondo contemporaneo. "E c'è una vergogna più vasta, la vergogna del mondo...c'è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato... nell'illusione che il non vedere sia un non sapere" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). La vergogna del mondo, certo. Dell'Italia, dell'Europa, della comunità internazionale. La nostra vergogna che è l'ostinazione a non voler vedere chi sta dall'altra parte del mare, per non sapere, per declinare ogni responsabilità. Oppure il voler credere, al di là di ogni evidenza, che sia tutto finto, sia tutta propaganda perché in realtà "qui da noi arrivano finti rifugiati, giovani palestrati con i cellulari di ultima generazione e le catene d'oro". Chiunque abbia responsabilità di governo, qualunque cittadino degno di questo nome prima di formulare giudizi e intraprendere azioni dovrebbe riflettere su come i peggiori crimini del mondo contemporaneo siano sempre stati oggetto di incredulità e di ogni tipo di negazionismo; dovrebbe per lo meno porsi il dubbio prima di urlare il proprio verdetto.
Violenza inutile. "Violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, sempre fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "La Libia è stato un inferno. Io sono maledetta, sono proprio maledetta. A Sabha mi hanno preso e portato in prigione, volevano da me dei soldi. Sono stata in prigione sette mesi: dal settembre 2016 all'aprile 2017. Mi hanno fatto di tutto! Ogni giorno ci prendevano e ci portavano da degli uomini per soddisfare le loro voglie. Mi hanno preso da davanti, da dietro, erano così violenti che dopo avevo difficoltà anche a sedermi. Mi filmavano mentre mi violentavano. Mi urinavano addosso! Un giorno mi hanno costretta ad avere un rapporto con un cane e loro mi hanno filmato.
"Le guardie si divertivano a vederci soffrire". Sono maledetta" (N. S., dalla Costa d'Avorio, 40 anni, testimonianza raccolta presso il Cara di Mineo, giugno 2017). "Le guardie si divertivano a vederci soffrire. Ci portavano il cibo una volta al giorno e mentre ce lo davano ci torturavano con le scosse elettriche. Durante 3 mesi sono stato picchiato ogni giorno. Le guardie venivano, mi facevano togliere la maglietta e mi picchiavano sulla schiena con un bastone, dicevano che senza vestiti faceva più male e loro si divertivano. A volte invece di picchiarmi mi bruciavano, scaldavano un ferro da stiro e me lo appoggiavano addosso". (G.O., 19 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, agosto 2017). "Vivevamo nel terrore anche perché sembrava che i carcerieri ci facessero del male per puro divertimento o per proprio piacere. A volte la notte arrivavano ubriachi e se qualcuno passava sparavano. A volte lasciavano morire le persone dissanguate.". (O., 18 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, 8 settembre 2017).
Il trauma di fare i propri bisogni in pubblico. "Evacuare in pubblico era angoscioso o impossibile: un trauma a cui la nostra civiltà non ci prepara, una ferita profonda inferta alla dignità umana, un attentato osceno e pieno di presagio; ma anche il segnale di una malignità deliberata e gratuita" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Il cibo veniva preparato negli stessi contenitori dove ci si lavava e si urinava. Le guardie del centro mescolavano gli escrementi che i bambini facevano nella spazzatura con gli alimenti ed eravamo costretti a mangiare quel cibo anche perché eravamo da giorni o settimane a digiuno." (M., dalla Costa d'Avorio, 38 anni, testimonianza raccolta presso il Cara di Mineo, agosto 2017).
I Kapò. Erano liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno: fino a tutto il 1943, non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo, senza che questo avesse da temere alcuna sanzione" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Preciso che io mi trovavo a Sabha nel ghetto dei nigeriani ed il capo del centro era il nigeriano Rambo. Ho poi saputo che c'erano ghetti per ogni nazionalità, ma tutti facevano parte del grande Ghetto di Alì. Ogni ghetto aveva un capo, spesso della stessa nazionalità dei prigionieri che dipendeva dai padroni libici. Subivamo ogni giorno violenze atroci. Rambo era una presenza fissa. Era presente all'appello e procedeva personalmente a torturare i ragazzi che non pagavano per essere liberati" (W., 20 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta al centro Medu Psyché, dicembre 2017).
Il lavoro non retribuito. "Il lavoro non retribuito, cioè schiavistico, era uno dei tre scopi del sistema concentrazionario (nazista, n.d.r.); gli altri due erano l'eliminazione degli avversari politici e lo sterminio delle cosiddette razze inferiori ... il regime concentrazionario sovietico differiva da quello nazista per la mancanza del terzo termine e per il prevalere del primo" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). Estorsione di denaro e lavoro schiavistico, sono i principali scopi dei campi di sequestro e dei centri di detenzione libici. Come nei gulag, la morte è dunque "un sottoprodotto" mentre nei campi di sterminio hitleriani essa ero lo scopo ultimo. "Sono stato rinchiuso in una prigione per 2 anni. Non ci portavano niente da mangiare.
Il cibo un giorno sì e un giorno no". "Venivano per il cibo un giorno si e uno no e il cibo era solo un piccolissimo pezzo di pane. Durante questi due anni mi hanno picchiato tantissimo, tutti i giorni. E non mi facevano mai alzare, ero costretto a stare sempre seduto. Ho cominciato a non riuscire più a usare bene le gambe. Non riesco più a stendere le gambe, non riesco camminare e nemmeno a stare in piedi. Mentre ero in prigione non potevo muovermi, alla fine. Non sono riuscito nemmeno a salire sulla barca che mi portava in salvo. Un amico ha dovuto prendermi in braccio...Queste persone volevano da me un riscatto ma io non sapevo come pagare. Se sono libero oggi è perché mi hanno dato per spacciato, ero vicinissimo alla morte secondo loro. Per questo mi hanno liberato. Pensavano che da me non avrebbero potuto ottenere nient'altro." (A., 20 anni, dalla Somalia, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, novembre 2017).
Costtetti a picchiare violentemente i propri familiari. Sebbene non ne sia un aspetto fondante, il movente dell'odio e del disprezzo razziale è comunque rintracciabile anche per molte delle atrocità commesse in Libia. "Il trattamento che viene riservato agli eritrei e ai somali non è lo stesso. Gli eritrei in generale vengono trattati un po' meglio, i somali invece vengono massacrati. Il cibo e l'acqua non ci sono per nessuno. Però ai somali fanno subire più violenze e crudeltà. Queste cose vengono fatte da Walid e dai suoi uomini che sono moltissimi. Si divertono a vederci soffrire. Di solito vengono la mattina e passano tutta la mattinata a giocare con noi. Ci costringono a farci del male l'uno all'altro. Per esempio se si accorgono che due persone sono moglie e marito chiedono ad uno di picchiare l'altra nel modo più forte possibile. Oppure se una persona sta molto male le guardie vanno lì e dicono "Tu non sei né vivo né morto, ti devi decidere". E allora lo picchiano violentemente. Così la persona deve scegliere se riuscire ad alzarsi e continuare a vivere o lasciarsi andare e morire." (G., 18 anni, dall'Eritrea, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, novembre 2017).
Umano e disumano. Non erano di "una sostanza umana perversa, diversa dalla nostra (i sadici, gli psicopatici c'erano anche fra loro, ma erano pochi): semplicemente "erano piuttosto bruti ottusi che demoni sottili. Erano stati educati alla violenza: la violenza correva nelle loro vene, era normale, ovvia." (I sommersi e i salvati, Primo Levi). Auschwitz ritornerà? Era una delle domande più frequenti che veniva rivolta a Primo Levi e agli altri superstiti dell'Olocausto. I lager libici mostrano qui forse l'aspetto più inquietante: anche senza la letifera ideologia nazista, pezzi di quel mostro possono ritornare in altre epoche e con altri uomini. Il lettore avrà notato che le testimonianze riportate in queste righe si arrestano al dicembre del 2017. I lager libici sono ancora lì, intatte macchine di dolore e di morte. Semplicemente i migranti che dalla Libia riescono a raggiungere l'Italia e l'Europa sono oggi enormemente meno. Come ha scritto Levi "le verità scomode hanno un difficile cammino".
I programmi di Medu. Dal 2014 Medici per i Diritti Umani gestisce in Italia, Egitto e Niger programmi medico-psicologici di supporto a migranti e rifugiati sopravvissuti a tortura e violenza intenzionale. La web map Esodi raccoglie migliaia di testimonianze raccolte sulle rotte migratorie dall'Africa sub-sahariana all'Europa.
*Medico, coordinatore generale di Medici per i Diritti Umani
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 agosto 2019
Un libro, curato da Franco Corleone e Roberta Casco, sul carcere di Udine. Un volume che parte dalla riflessione sul carcere di Udine, ma che finisce per allargarla nei confronti dell'intero sistema carcerario. "Via Spalato, storie e sogni dal carcere di Udine", è il titolo di questo volume - edito da Menabò - curato da Franco Corleone, il garante dei diritti delle persone private della libertà della regione Toscana e da Roberta Casco, presidente dell'associazione Icaro.
Andando avanti con la lettura, si fa più volte riferimento all'opportunità che dal carcere, però, bisogna uscire. Ma c'è anche un intero capitolo dove si indaga sul fallimento del carcere e vengono esaminati i nodi più difficili: il senso della pena e del carcere, l'indulto e l'amnistia, l'ergastolo e il 41bis. "Un libro - spiega Roberta Casco - che nasce dall'esigenza di voler raccogliere e divulgare una parte dell'enorme lavoro svolto negli anni da Maurizio Battistutta sui temi legati alla detenzione, all'esecuzione della pena, alla Giustizia, e aspira a diventare un pretesto per numerosi momenti di approfondimento su una tematica troppo spesso dimenticata, ma che riguarda una realtà che appartiene alla nostra città".
Maurizio Battistutta, scomparso il 22 febbraio del 2017, è stato il fondatore dell'associazione Icaro. Un uomo, come ricordano chi l'ha conosciuto, dotato di rara umanità e che ha speso la sua esistenza per i diritti. A cominciare da quelli lavorativi. Si apprende nel libro che, dopo aver fatto l'operaio e il macchinista ferroviere, dal 1983 entra all'Enaip-Fvg - Centro Servizi Formativi di Pasian di Prato, dove lavora per oltre trent'anni come docente nei corsi di prima formazione, coordinatore didattico, responsabile per l'orientamento e tutor.
Nel Centro svolge anche attività di rappresentante sindacale; il suo impegno nella Cgil lo porta poi ad avere un distacco parziale come responsabile regionale del settore della formazione professionale. Compie varie esperienze di ricerca sociale e, con il collega Marco Iob, pubblica "Ascoltare il futuro. Il mondo possibile dei preadolescenti", Edizioni La Meridiana 1996. Dal 1988, inizia la sua inesausta attività di volontariato presso la Casa circondariale di Udine e il Centro di servizio sociale per adulti.
Nel 1994 costituisce l'associazione di volontariato penitenziario Icaro, di cui sarà presidente fino alla sua nomina, nel 2012, a Garante dei diritti delle persone private della libertà personale nel Comune di Udine. "Come ci ricorda il titolo di questo libro: Via Spalato, non un luogo "altro" lontano da noi - spiega ancora la presidente dell'associazione Icaro di Udine -, ma al contrario molto vicino, a pochi passi dal centro della città. Il carcere, un edificio misterioso per i più, del quale è necessario parlare, con il quale è urgente continuare a costruire ponti per comprendere, per sollecitare soluzioni diverse dall'irragionevole e ben poco efficace emarginazione degli autori di reato".
Il ricavato delle vendite di questo volume sarà utilizzato per proseguire nel progetto del Premio Nazionale Maurizio Battistutta. "Progetto oneroso - ricorda sempre Roberta Casco - ma al quale non vogliamo rinunciare per nessun motivo. Così Maurizio entra in tutte le carceri italiane e consente ai detenuti di riflettere ed esprimersi. Un modo tra i tanti per dare dignità".
A novembre del 2018 c'è stata la prima edizione del Premio Nazionale intitolato a Battistutta e riservato alle persone detenute. "Al concorso - si apprende nel libro - hanno partecipato tantissimi detenuti, con lavori letterali e artistici, con lo scopo di far sapere che, pur rinchiusi, la loro vita scorre ancora e per dimostrare di essere capaci di attrarre attenzioni con il proprio lavoro di scrittura, o di pittura". Ora l'associazione Icaro conta di ripeterlo nel 2020 grazie al ricavato delle vendite del libro.
di Lorenzo Maria Alvaro
Vita, 27 agosto 2019
La prima mondiale del disco "Venezuela. Il popolo, il canto, il lavoro" prodotto dall'associazione "Trabajo y persona" si è tenuta nel carcere patavino grazie a Cooperativa Giotto. "Un'altra tappa molto importante del nostro rapporto di amicizia che da alcuni anni accompagna le nostre due realtà sociali. Ci aiuta a riflettere su quello che facciamo per affrontare difficoltà diverse con lo stesso obiettivo: attraverso il lavoro crescere insieme per ritrovare se stessi e recuperare la propria dignità"
Un concerto speciale in un luogo particolare, quello del carcere di Padova. Così si preannunciava alla vigilia l'evento organizzato grazie alla collaborazione tra la cooperativa sociale Giotto e l'associazione venezuelana Trabajo y persona. E le aspettative non sono andate deluse, anzi. Come spesso accade, la realtà supera l'immaginazione, ma occorre almeno una condizione: che al centro ci sia la persona, in questo caso un gruppo di persone, che di fronte a una situazione politica ma soprattutto socioeconomica che sta portando allo stremo l'intero popolo venezuelano, non si perdono d'animo, prendono in mano la loro vita e provano a rispondere alle difficoltà col lavoro e la bellezza.
Questo sta all'origine del disco e del concerto "Venezuela. Il popolo, il canto, il lavoro". "È molto difficile lavorare in Venezuela ma il lavoro è libertà: da noi manca tutto, dalle medicine ai generi di prima necessità, ma quando si trova, il lavoro diventa un'opportunità formidabile per risvegliarsi alla vita", afferma Alejandro Marius, presidente di Trabajo y Persona, da cui è nato il progetto. "Ma della nostra situazione preferiamo vedere le positività, perché la durissima realtà quotidiana ci sfida continuamente a riconoscere ed affermare il senso della vita".
Per questo è nato il disco, per questo è nato il concerto, per testimoniare come la bellezza scalda il cuore e apre la mente, proprio quello di cui c'è bisogno per rimettersi al lavoro. Il produttore Francisco Sànchez e il direttore artistico Aquiles Baez, il compositore e chitarrista più famoso del paese, mettendo insieme una trentina di musicisti di diversa provenienza culturale, sono riusciti a fare un piccolo capolavoro: rivitalizzare con arrangiamenti moderni tutta una serie canti legati al lavoro della tradizione popolare, come quello della mungitura, delle lavandaie o della raccolta del caffè e del cacao. Brani bellissimi, che con freschezza autentica e ritmo travolgente sanno esprimere in profondità l'anima irriducibile del popolo venezuelano, che da sempre ha costruito la propria dignità sul lavoro.
I detenuti, che occupavano in ogni ordine di posti l'auditorium del carcere se ne sono accorti subito e hanno risposto con tanta commozione e con grande entusiasmo. "Noi siamo rimasti colpiti da questo dono", commenta Nicola Boscoletto, presidente della Giotto, "perché, dopo la prima mondiale al Meeting di Rimini, non pensavamo che venissero fin qui in carcere. Sicuramente è stata un'altra tappa molto importante del nostro rapporto di amicizia che da alcuni anni accompagna le nostre due realtà sociali. Ci aiuta a riflettere su quello che facciamo per affrontare difficoltà diverse, ma che al fondo contengono lo stesso obiettivo: attraverso il lavoro crescere insieme non per scappare dalla condizione in cui ti trovi, ma ritrovare se stessi e recuperare la propria dignità. In questo senso colpisce che gente come questa, che più di altri avrebbe la possibilità di lasciare il Venezuela come hanno già fatto quattro milioni di persone, ha scelto di rimanere per costruire risposte concrete per il popolo". Gli fa eco Aquiles Baez: "Noi abbiamo voluto venire in carcere semplicemente perché la musica è libertà e il concerto è l'occasione per fare un po' di esperienza di essa".
Il direttore della Casa di Reclusione di Padova Claudio Mazzeo, che all'inizio del concerto ha letto un bello e profondo messaggio del Vice Capo dell'Amministrazione penitenziaria Lina Di Domenico a testimonianza della portata dell'iniziativa, commenta soddisfatto: "Portare un pezzetto del Meeting di Rimini in carcere è molto significativo, perché il Meeting è per l'amicizia fra i popoli e noi qui dentro abbiamo un popolo con i suoi bisogni a cui dobbiamo rispondere. Una bella iniziativa di integrazione che collega la musica al lavoro".
Il progetto della produzione del disco e del libro che lo accompagna ha uno scopo benefico: raccogliere liberamente dei fondi anche attraverso l'acquisto del disco-libro, come farà la cooperativa Giotto per i regali di Natale ai dipendenti. La raccolta fondi proseguirà fino a Pasqua, grazie alle azioni di fund-raising dell'Organizzazione di volontariato Amici della Giotto, tese a sostenere, oltre agli amici venezuelani, anche ragazzi, tra i 12 e i 17 anni, di un carcere minorile in Uganda. Al concerto, hanno assistito anche due magistrati di sorveglianza, Lara Fortuna e Linda Arata. Quest'ultima, intervenuta per ritirare un omaggio augurale per il nuovo incarico di presidente del Tribunale di sorveglianza di Venezia, ha sottolineato l'importanza dell'evento, in particolare per la vicinanza con i tanti italo venezuelani implicati in questa difficile situazione di crisi.
di Filippo De Gaspari
Il Gazzettino, 27 agosto 2019
L'azienda rigenera i suoi distributori automatici di bevande grazie ai carcerati. All'aspetto ambientale si aggiunge così quello sociale. Succede alla Scattolin distribuzione di Noale, che da tempo ha fatto della sostenibilità ambientale un impegno e un marchio di fabbrica.
Adesso, per allungare la durata dei suoi distributori automatici, lancia la rigenerazione, un modo per protrarre il funzionamento dei distributori, rinviandone nel tempo la loro trasformazione in rifiuto. Un'attività che andava affidata a professionisti esperti, capaci di rimettere in sesto i macchinari sia nelle parti elettriche che in quelle meccaniche.
La Scattolin ha deciso di avvalersi di una cooperativa, la Bee4, che ha come mission quella di offrire una nuova occasione di vita a persone che hanno incontrato il carcere lungo il cammino della loro storia personale. La collaborazione prevede l'affidamento dei distributori automatici bisognosi di revisione alla Bee4, impresa sociale che ha sede a Milano e si occupa, oltre che di rigenerazione, anche di servizi aziendali e assemblaggio di componentistica.
"Nel percorso che stiamo portando avanti come azienda sostenibile e con una forte impronta etica spiegano i titolari Giorgia e Massimo Scattolin abbiamo incrociato questa bella realtà che ha per obiettivo quello di offrire una nuova occasione di vita a persone che si trovano in carcere. In questo modo contiamo sulla professionalità di un gruppo di esperti qualificati anche nel nostro settore e sulla voglia di impegno e riscatto di chi vuole ricostruirsi un'esistenza imparando un mestiere". In questi giorni i primi distributori automatici rimessi in sesto sono tornati da Milano nella sede dell'azienda di via Torricelli, a Noale, pronti per essere nuovamente operativi nei numerosi punti dove Scattolin è presente con i suoi apparecchi e servizi.
di Marco Mensurati
La Repubblica, 27 agosto 2019
L'Italia tarpa le ali alle vedette volanti. Da quasi un mese, Moonbird e Colibrì, i due aerei leggeri delle ong che sorvolano il Mediterraneo per avvistare i gommoni dei migranti, non possono decollare da Lampedusa né da altri scali del nostro Paese. "Le norme nazionali impongono che quei velivoli possano essere usati solo per attività ricreative e non professionali", sostiene infatti l'Enac, l'Ente nazionale per l'aviazione civile.
Qualche volo riescono ancora a farlo, ma con grande difficoltà, e partendo da aeroporti lontani, in altri Stati. Dopo la desertificazione del mare davanti alla Libia a colpi di decreti sicurezza, si rischia dunque la desertificazione del cielo. Chiunque abbia partecipato a missioni di Search and Rescue sulle navi delle ong (ieri la tedesca Lifeline ha soccorso un centinaio di migranti a 31 miglia dalla costa libica), sa quanto sia importante avere due occhi che scrutano dall'alto.
È il modo più efficace, talvolta l'unico, per individuare i gommoni e segnalarne tempestivamente la posizione ai soccorritori. Le coordinate sono trasmesse via radio dall'equipaggio di Moobird (un Cirrus Sr22 che vola per la no profit svizzera Humanitarian Pilote Initiative, in collaborazione con la ong tedesca Sea-Watch) e di Colibrì (un Mcr-4S a elica costato 130.000 giuro ai francesi di Pilotes Volontaires). Secondo un'inchiesta del Giornale, dal primo gennaio agli inizi di giugno Colibrì e Moonbird hanno accumulato 78 missioni, 54 delle quali partite da Lampedusa.
"Colibrì - dice l'Enac - non è un aeromobile certificato secondo standard di sicurezza noti ed è in possesso di un permesso di volo speciale che non gode di un riconoscimento per condurre operazioni su alto mare. È stato inoltre oggetto di modifiche significative di cui non abbiamo tracciabilità". Moonbird presenta caratteristiche simili. I rilievi vengono respinti dalla Sea-Watch, forte del parere di uno studio legale di esperti di aviazione che smonta l'approccio dell'Enac.
"Ci viene da pensare che dietro a queste complicazioni burocratiche - dice Giorgia Linardi, responsabile di Sea-Watch Italia - ci sia la volontà politica di fermare le attività di ricognizione". La desertificazione del cielo completa un processo in corso da mesi nel Mediterraneo centrale. Ancora ieri i volontari a bordo della Mare Jonio hanno potuto documentare come nelle sole ultime 24 ore, a fronte di almeno sei casi conclamati di gommoni in avaria grave, la cosiddetta guardia costiera libica (coordinata, come noto, dalla Marina italiana) non abbia emesso nemmeno un allarme Navtext, come invece sarebbe prassi.
Una scelta perfettamente coerente con quanto da tempo fanno i comandi militari e i centri di coordinamento europei che non rilanciano le segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà, come sarebbe invece loro dovere fare, ma interloquiscono direttamente ed esclusivamente con le autorità libiche.
- Caporalato. "Denunciano quasi soltanto gli stranieri"
- Eritrea. Almeno 150 cristiani arrestati in due mesi, molti rinchiusi sottoterra
- Iraq. Pena di morte per 8mila detenuti. Cosa sarà dei cittadini Ue accusati di combattere con l'Isis
- Medio Oriente. Guerra all'orizzonte dopo i raid israeliani
- Le chiacchiere di Biarritz e le bombe di Israele










