globalist.it, 13 ottobre 2019
La decisione del governatore democratico Gavin Newsom che ha già dichiarato una moratoria sulla pena di morte. Il segnale di un'America che prende le distanze dai metodi di Trump: il governatore democratico dello stato americano della California, Gavin Newsom, ha emanato ieri una legge che abolisce le prigioni private.
Le carceri private "contribuiscono all'eccesso di detenzione" e "non riflettono i nostri valori", ha dichiarato Gavin Newson, un democratico che è salito al potere nel gennaio 2019 e che aveva già dichiarato una moratoria sulla pena di morte in California lo scorso marzo, come riportano media Usa.
Il testo promulgato ieri proibisce ai dipartimenti di Correzione della California di approvare o rinnovare, dal 2020, contratti con carceri private, che non avranno più il diritto di esistere nello stato entro il 2028. La stessa misura si applica alle società private che gestiscono centri di detenzione per migranti illegali. Degli attuali 115.000 residenti nelle carceri californiane, circa 1.700 sono detenuti in carceri private, dove le condizioni carcerarie vengono regolarmente criticate da attivisti a difesa dei diritti umani."
di Paola Del Vecchio
Avvenire, 13 ottobre 2019
I media anticipano la sentenza del Tribunale Supremo, che sarà pronunciata domani, contro dodici politici che dichiararono l'indipendenza nel 2017. Escluso il golpe. "Saranno dodici gli anni inflitti a Junqueras". Nel rovente autunno secessionista del 2017 in Catalogna non ci fu una ribellione con una violenza diretta a sovvertire le strutture dello Stato.
Ma i leader indipendentisti furono promotori di una "sedizione tumultuosa", per impedire l'applicazione di leggi statali e dichiarare unilateralmente l'indipendenza. La conclusione della sentenza di condanna dei nove dirigenti catalani in carcere emessa dal Tribunale Supremo, che sarà pronunciata domani, ma è stata già anticipata da tutti i quotidiani e la tv nazionale.
A due anni dal fatidico referendum illegale del primo ottobre - cui l'allora governo di Rajoy rispose con cariche nei seggi - e dalla successiva dichiarazione di indipendenza lasciata senza effetto, l'alta corte considera accreditata per sei ex "conseller" anche l'accusa di malversazione di fondi per la convocazione delle urne. Secondo fonti giudiziarie, il cumulo di reati comporterà per Oriol Junqueras, l'ex vicepresidente catalano e leader di Erc, la pena più pesante: 12 anni di carcere, vicina al massimo dei 15 previsti per la sedizione.
Con pronunciamento unanime, la Corte, presieduta dal giudice Manuel Marchena, avrebbe così sposato la tesi dell'Avvocatura dello Stato, che ha escluso la ribellione, sostenuta dal pro, punita fino a25 anni di carcere. E. che aveva sollecitato 11 anni e mezzo per gli ex conseller Iordi Turull, Josep Run, Maquim Form, Raul Romeva e Dolors Bass; 10 per l'ex presidente del Parlament, Carmen Forcadell e 8 per i "due lordi", Sanchez e Cuixart, leader dell'Anc e di Omnium.
I tre giudicati a piede libero, Santi Vila, Carles Mondó e Meritxell Borràs, pagheranno per la sola disobbedienza. Significa che, dopo 2 anni di prigione preventiva scontati, la cupola politica potrebbe presto lasciare le celle per accedere alla semilibertà. Non servirà comunque a raffreddare il clima rovente e lo "tsunami democratico" in risposta al verdetto in Catalogna. La mobilitazione in nome della "disobbedienza civile", un'azione di forte impatto, che duri il più a lungo possibile, preparata dal popolo indipendentista.
Due anni dopo lo strappo, il conflitto catalano resta senza sbocco, nonostante l'avvicendamento del governo di Slinchez con quello di Rajoy. Con l'ex president Puigdemont e 5 ex conseller riparati all'estero, l'attuale "govem" del successore Quim Torta è fermo su posizioni oltranziste, distanti da quella più pragmatica di Esquerra Republicana, decisa ad abbandonare l'unilateralismo. Ma ricompattate nella difesa dei "prigionieri politici", dopo aver approvato nel "Parlament" una mozione che reclama il ritiro della guardia civile dalla regione e l'indulto.
E l'irrisolta questione territoriale resta un fulcro dell'instabilità politica, alla vigilia delle quarte elezioni in 4 anni, il 10 novembre. La sentenza aggrava il solco fra separatisti e unionisti, che ieri hanno marciato in 10mila a Barcellona, con i leader di Ciudadanos, Pp e Vox, per esigere mano dura e l'arresto di Carles Puigdemontin "esilio" in Belgio.
E da Waterloo in videoconferenza a Terrassa, l'ex president ha esortato "a reagire", al verdetto "farsa". La fuga di notizie sui media ha tenuto banco a Madrid al tradizionale ricevimento per la festa nazionale al palazzo reale, dove il giudice Marchena, fra gli invitati, ha ricordato che la sentenza non è firmata e che possono esserci "discrepanze fino all'ultimo momento" fra le 7 toghe della Corte. Poco distante, il premier Sanchez assicurava che governo ha "previsto ed è pronto a tutti gli scenari".
di Giordano Stabile
La Stampa, 13 ottobre 2019
I curdi: non possiamo più difendervi dallo Stato islamico. Colpi di artiglieria turca sfiorano base Usa a Kobane. L'attacco turco "fa risorgere l'Isis". E i curdi non si sentono più "responsabili della sorveglianza" dei jihadisti prigionieri. L'avvertimento del comandante delle Forze democratiche siriane Redur Khalil arriva mentre la prima città del Rojava, Ras al-Ayn, è ormai perduta e persino soldati statunitensi sono finiti sotto il fuoco dell'artiglieria di Ankara.
Stati Uniti ed Europa devono fare qualcosa, o la bomba Isis gli esploderà in mano. A cinque giorni dell'inizio delle operazioni di terra da parte della Turchia e degli alleati arabi, lo Stato islamico ha rialzato la testa, in uno stile che ricorda l'insorgenza irachena. Attacchi alle prigioni per liberare i combattenti e ingrossare le file delle cellule clandestine. Con l'obiettivo di ricreare un'armata in grado di prendere il controllo del territorio.
Lo ammettono anche gli ufficiali americani. La lotta contro l'Isis è "finita". Un ufficiale curdo ha confermato, in quanto "gli Usa non possono agire senza le Sdf al loro fianco sul terreno". Un concetto che è stato ribadito ieri dal comandante Khalil. "Ci sentiamo traditi e dobbiamo combattere su due fronti, uno contro l'Isis e l'altro con la Turchia. Mantenere la sicurezza nelle prigioni dell'Isis non è più la nostra priorità. Il mondo si può occupare del problema Isis se davvero lo vuole". Ancora più duro il generale Mazloum Kobani: "Gli Usa ci hanno venduti, lasciati soli, al massacro". Tanto che è pronto a chiedere protezione ai russi, una loro "no fly zone". In queste condizioni è impossibile sorvegliare le 20 prigioni dove sono tenuti i 1500 jihadisti più pericolosi, su un totale di 12 mila.
In quella di Qamishlo la fuga è già cominciata. È stata colpita da una bomba, e almeno cinque prigionieri dell'Isis sono riusciti a uscire dalla breccia nel muro di cinta. Un'altra, a Hasakah, dove i detenuti sono alcune centinaia, è stata presa di mira da un'autobomba dei jihadisti, che ha innescato una rivolta interna. Sono due centri che custodiscono soggetti pericolosi, come il foreign fighter francese Adrian Guihal, che fonti locali, finora non confermate in Francia, danno già in fuga. Guihal è responsabile dell'organizzazione degli attentati a Magnanville, due agenti francesi uccisi, e di Nizza, 87 vittime.
A rischio evasione è invece lo svizzero Damien Grivat, uno dei coordinatori dei massacri di Parigi del 12 novembre 2015. La situazione è al limite nel campo di Al-Hol, con 10 mila jihadisti di caratura minore e 58 mila civili, moltissime vedove di combattenti morti. Fra loro ci sono anche Mylène Facre e Dorothée Maquère, vedove dei fratelli Clain. Le irriducibili conducono una guerriglia strisciante dentro il campo, sul punto di esplodere.
Il caos è tale che nella tarda serata di venerdì colpi di artiglieria turca sono finiti a 200 metri dalla base Usa di Kobane i militari dell'avamposto sono stati sfiorati. Ankara ha poi spiegato di aver preso di mira i mortai curdi che colpivano una caserma della polizia oltre la frontiera. Le tensioni con l'America sono però sempre più forti. Senza una no fly zone il tempo gioca a favore dello Stato islamico. Le difese curde, impossibilitate a contrastare i raid aerei in un terreno piatto, privo di ostacoli naturali, cedono. Ieri i miliziani arabi alleati della Turchia hanno preso Ras al-Ayn. I curdi sostengono che il centro è ancora in mano a loro, ma sono circondati.
I miliziani jihadisti di Ahrar al-Sharqiya hanno poi fatto un puntata fino all'autostrada M4, che attraversa tutto il Rojava. Sono stati respinti dopo due ore, ma nel frattempo hanno ucciso a sangue freddo sei civili. Fra loro ci sarebbe anche una nota esponente della leadership curdo-siriana, Hevrin Khalaf. I raid hanno causato perdite pesanti fra i guerriglieri. Il ministero della Difesa di Ankara sostiene che sono 415 i "terroristi neutralizzati". Per l'Osservatorio: siriano dei diritti umani il bilancio è di 74 guerriglieri uccisi, 49 miliziani arabi, 5 soldati turchi.
di Elena Pompei
insideover.com, 13 ottobre 2019
Il 22 settembre abbiamo visto festeggiarsi in pompa magna i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese, quando la parata più grande mai dispiegata dal governo ha marciato per ottanta minuti sulle strade di Pechino. Ma nel 1949, all'alba del regime di Mao Zedong, nasceva anche il segreto meglio tenuto della storia contemporanea: i Laogai.
Ispirato dall'esperienza dei Gulag sovietici, nel 1950 Mao Zedong dà vita ai primi Laogai, campi di lavoro e di rieducazione progettati per sfruttare la manodopera dei "nemici del regime". In queste strutture, uomini e donne reclusi senza processo erano sottoposti a lavori forzati e torture, lavaggio del cervello, fame e condizioni igieniche inumane.
Settant'anni dopo, i Laogai sono ancora attivi, evoluti e moltiplicati. L'ultimo dato disponibile della Laogai Research Fundation attesta il numero dei campi attualmente attivi sul suolo cinese ad oltre 1500, ed il conteggio delle vittime - fermo all'epoca maoista - ad oltre 27 milioni di persone.
Molte delle informazioni sui laogai provengono da Harry Wu, un uomo che dopo aver speso 19 anni in un campo di lavoro è fuggito negli Stati Uniti e ha fondato la Laogai Research Fundation, accogliendo e dando supporto alle centinaia di sopravvissuti dispersi in giro per il mondo. Wu sostiene che dal 1949 alla metà degli anni Ottanta si debbano contare almeno 50 milioni di prigionieri, e che il numero dei detenuti si aggira intorno agli otto milioni. Harry, detenuto in 12 diversi campi nel corso dei suoi quasi vent'anni di prigionia, ha raccontato di esecuzioni capitali, traffico di organi, orari lavorativi sfiancanti e una giustizia arbitraria, se non assente.
A seguito delle forti proteste di Harry Wu e degli altri sopravvissuti, i laogai in senso stretto sono stati formalmente aboliti dalla Corte Suprema cinese nel 2013, assieme alla politica del figlio unico; tuttavia, le testimonianze più recenti affermano che, oltre le formalità, i laogai restano la forma di prigionia privilegiata in Cina. I campi di rieducazione al lavoro, però, non sono più da tempo riservati a dissidenti o criminali; nei Laogai ci finisce anche chi è un imprenditore, perché considerato un oppositore di destra. Ci finisce chi ha deciso di infrangere la regola dei due figli. Ci finisce chi fa parte di un ordine religioso o di una minoranza, siano essi musulmani, cristiani o cattolici.
Sabrina Wu, religiosa appartenente ad un ordine protestante e rifugiata politica in Italia, afferma che "solo nel 2018, almeno 23.567 membri della Chiesa sono stati perseguitati direttamente dalle autorità, e più di 10mila persone sono state arrestate". Sabrina, fuggita con alcune consorelle a seguito della persecuzione, sostiene che sono almeno 500mila i cristiani costretti ad espatriare, e che solo in Italia ci sono 854 richiedenti, "ma solo il 10% ha ottenuto l'asilo".
Nel 2019, il ruolo dei Laogai rimane fondamentale per lo Stato cinese. Essi servono senz'altro a perpetuare la macchina dell'intimidazione contro gli oppositori politici, ma sono ancor più necessari perché i prigionieri costituiscono un'inesauribile forza lavoro a costo zero.
Nei Laogai si producono beni che vengono poi importati in tutto il mondo, una realtà che già nel 2004 era emersa violentemente, tanto da spingere alcuni parlamentari europei a chiedere alla Commissione di andare a fondo della natura degli scambi commerciali con la Cina.
Solo nel 2007 la Commissione europea ha potuto affermare che "su ogni bene esportato la Cina deve dare garanzia scritta che non è prodotto nei Laogai e, in mancanza di quest'assicurazione, la Commissione deve proibirne l'importazione nell'Ue". È evidente, però, che a tredici anni di distanza questo non può bastare. Non possiamo più usare la scusa dell'indifferenza: finché l'Occidente accetterà prodotti fabbricati in Cina, i Laogai continueranno ad esistere e, per tornare alle parole di Wu, a fabbricare "due generi di cose: i prodotti e gli uomini".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 ottobre 2019
Stato di agitazione dell'Associazione Nazionale Funzionari del Trattamento (Anft). Gli educatori che operano in carcere sono una figura importantissima nell'opera trattamentale per il detenuto. Insieme al recluso e ad altre figure professionali l'educatore costruisce un progetto educativo e di reintegrazione dell'individuo nel contesto sociale, coinvolgendo i servizi pubblici, le agenzie territoriali, le associazioni e le singole persone che si rendono disponibili. Questi progetti possono essere realizzati non solo all'interno del carcere, ma anche attraverso strumenti legislativi che consentono al detenuto di scontare la sua pena all'esterno dell'istituto, in famiglia o in altre situazioni di vita.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 ottobre 2019
Elisabetta Zamparutti non confermata dall'Italia al Comitato contro la tortura. Non ce l'ha fatta per pochi voti. Elisabetta Zamparutti dell'associazione radicale Nessuno tocchi Caino, non è stata confermata referente dell'Italia nel Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa (Cpt), nonostante il Comitato stesso abbia espresso parere positivo sulla sua nomina. Il governo italiano ha preferito non confermarla.
corrierequotidiano.it, 12 ottobre 2019
Giornata internazionale dell'educazione in carcere. La scienza accredita lo yoga come strumento di riabilitazione per i carcerati. Migliora l'umore e lo stato di salute mentale in cella, riduce la propensione a comportamenti aggressivi e antisociali dei carcerati e fa calare il tasso di recidiva. Sono questi alcuni dei benefici derivati dallo Yoga come strumento di educazione e recupero per la vita dei detenuti. Una pratica che potrebbe tornare utile alle oltre 50mila persone che affollano le carceri italiane.
Il percorso che i detenuti devono affrontare per avere nuovi contatti con l'ambiente esterno ed essere reinseriti nella società è alle volte lungo e tortuoso anche per via di numerosi problemi psicologici. Basti pensare che secondo i dati del Ministero della Salute il 40% dei reclusi soffre di disturbi psichici, causati da forme di dipendenza da sostanze, problemi nevrotici e di adattamento. Secondo numerose ricerche scientifiche internazionali una soluzione utile per il loro recupero arriva dallo Yoga: stando a quanto riportato da una ricerca della Oxford University e pubblicata sulla Bbc, infatti, sessioni prolungate di yoga in carcere aiutano a migliorare lo stato di salute mentale dei detenuti, alleviando i livelli di ansia e depressione, e portano a un calo della recidiva.
Pratica che potrebbe tornare utile alle oltre 60mila persone che affollano le carceri italiane, secondo i dati Istat, e al 68% di coloro che tendono nuovamente a finire tra le sbarre ripetendo gli stessi errori. Ma non è tutto, perché da una ricerca della Washington State University e pubblicata su Science Daily praticare yoga in carcere aiuta i detenuti nel creare relazioni più sane con i compagni di cella, aumenta la loro sensazione di autostima e riduce la propensione a comportamenti aggressivi e antisociali.
"La pratica dello yoga può essere un valido aiuto per compensare i numerosi problemi psicofisici generati dalla carcerazione. Molto spesso si crea un circolo vizioso che nel tempo può solo aggravarsi ed è per questo che l'apprendimento di una corretta respirazione può mitigare disturbi fisici e stati di tensione crescente - spiega Andrea Di Terlizzi, fondatore di Inner Innovation Project, tra i massimi esperti in Italia di Yoga e scienze antiche.
La mia personale esperienza nel carcere di San Vittore a Milano e in quello di Cremona, risalente agli anni '80, ha portato alla luce un fenomeno rilevante, ovvero che i carcerati, così come le persone libere, possono aver sentito parlare di Yoga e Meditazione oppure non saperne nulla. Tendono subito ad accogliere positivamente o respingere colui che potrebbe insegnarli queste discipline e il fattore rapporto è più importante della pratica in sé. Per questo motivo ci tengo a sottolineare che l'azione riabilitativa dello Yoga non dipende unicamente dall'efficacia della disciplina trasmessa ma soprattutto dall'esperienza di chi la comunica e, nel caso dei detenuti, e dalle sue capacità empatiche nello stabilire con loro il giusto rapporto".
Ma non è tutto, perché alcuni esercizi di yoga, armonizzati con tecniche respiratorie e di concentrazione mentale, consentono la sperimentazione di uno stato di equilibrio nervoso che si riflette sulla percezione generale del carcerato, fornendogli una diversa condizione di calma e autocontrollo. Una ricerca compiuta dalla University of Pennsylvania, pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Clinical Psychiatry, ha rilevato un miglioramento significativo in un gruppo di pazienti colpiti da gravi stati di ansia e depressione. E ancora, le sessioni di yoga possono risultare utili anche agli operatori nelle carceri, spesso sottoposti a un grave peso psicologico dovuto al loro lavoro: da un'indagine britannica condotta in un carcere di Manchester e pubblicata su The Telegraph è emerso che oltre 60 addetti dello staff hanno migliorato la propria condizione di salute fisica e mentale grazie a questa disciplina.
L'utilizzo positivo dello yoga come strumento di riabilitazione per i detenuti è un pensiero condiviso dalla dottoressa Amy Bilderbeck del dipartimento di psichiatria e psicologia alla Oxford University, che ha dichiarato alla Bbc: "I nostri ricercatori hanno individuato come i detenuti sottoposti a una sessione intensiva di 10 settimane di yoga hanno migliorato notevolmente le loro condizioni di salute mentale, risultando più inclini alla partecipazione di attività educative rispetto a coloro che continuavano la solita routine. Più della metà dei carcerati adulti torna dietro le sbarre dopo un anno ripetendo gli errori del passato. Per questo motivo sensibilizzare le carceri nell'utilizzo di sedute di yoga e meditazione diventa un monito fondamentale per ridurre il tasso di recidiva e aiutare i detenuti nel loro percorso di riabilitazione all'interno della società".
di Roberto Scarpinato*
Il Fatto Quotidiano, 12 ottobre 2019
Sentenza Cedu. Pericoloso sostenere che i condannati dei clan non sono liberi di collaborare con la giustizia. La sentenza sull'ergastolo ostativo della Corte europea dei diritti dell'uomo nella causa Viola contro l'Italia, appare suscettibile di innescare significative ricadute nella politica criminale adottata dallo Stato italiano contro le mafie dopo la drammatica stagione degli anni 1992-1993.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 12 ottobre 2019
Hate speech, violenze di genere, femminicidi, leggi punitive per le donne: preoccupante il report della Fondazione Pangea. Dai medici obiettori alla pillola del giorno dopo. Anche la salute è a rischio. L'Onu metterà sotto esame l'Italia il 4 novembre. Si tratta della Revisione periodica universale: ogni quattro anni gli Stati si sottopongono a un'analisi per stabilire il livello raggiunto in materia di diritti umani. La fondazione Pangea (in collaborazione con altre organizzazioni) ha stilato un rapporto sulla condizione delle donne in Italia con le relative raccomandazioni che presenterà oggi a Ginevra.
"Le donne vengono attaccate sotto diversi punti di vista - spiega Simona Lanzoni, vicepresidente Pangea. I "discorsi dell'odio" spesso colpiscono il corpo e le capacità delle donne per svilirne la leadership, campagne che vogliono rimetterci dietro a un focolare familiare che non è mai esistito se non nei romanzi".
Preoccupanti i segnali arrivati dai diversi governi: "Abbiamo assistito a vere e proprie azioni politiche - prosegue Lanzoni - come il Fertility day dell'ex ministra della Salute Beatrice Lorenzin, la conferenza di Verona sulla Famiglia patrocinata dall'ex ministro Lorenzo Fontana e il decreto Pillon, con i quattro disegni di legge collegati, che vorrebbero punire le donne che vogliono divorziare, anche se vivono violenza domestica, e togliere loro i figli sulla base della capacità reddituale".
Il quadro che emerge dal report è preoccupante e le iniziative dell'esecutivo 5S-Lega l'hanno aggravato. In base ai dati Istat (fermi al 2015), 6.788.000 donne in Italia tra i 16 e i 70 anni (cioè il 31,5%) hanno vissuto una qualche forma di violenza. Ogni 72 ore un femminicidio (circa 120 donne all'anno), di solito per mano di un partner, ex partner o parente. Il possesso di un'arma è un fattore di rischio. "Small Arms Survey stima in 8.600.000 in totale le armi da fuoco detenute da civili in Italia nel 2017", spiega il report, che poi aggiunge: "Due azioni legislative ne incentivano l'uso: il decreto 104 del 2018, che ha raddoppiato il numero di armi sportive che i cittadini con la licenza possono possedere, e la nuova legge sull'autodifesa".
Per le migranti la situazione è molto peggiore, soprattutto dopo il primo decreto Sicurezza che ha reso più difficile l'accoglienza. "L'identificazione e la protezione delle vittime di tratta - spiega il report - corrono il serio rischio di essere gravemente limitate a causa del decreto Sicurezza. Inoltre, l'Alto Commissariato Onu per i rifugiati ha osservato che il decreto Sicurezza bis viola il principio di non respingimento". Nel 2017 le vittime di tratta assistite sono state 1.050: l'85,6% donne; l'11,5% bambini. I principali Paesi di origine sono Nigeria, Romania, Marocco.
La buona notizia dovrebbe essere l'introduzione del Codice rosso per il contrasto alla violenza di genere ma, d'altro canto, l'assistenza legale gratuita non è garantita a tutte le donne (come richiesto dalla legge 119/2013) perché "non è supportata da fondi dedicati". E ancora: "La violenza di genere è sottovalutata dagli operatori coinvolti nella protezione, nell'investigazione e nei procedimenti giudiziari, i quali spesso trattano la violenza domestica come semplice conflitto all'interno della coppia. Le donne sono costrette a sottoporsi a procedure di mediazione familiare e, nel caso di bambini testimoni della violenza, ad accettare l'affidamento congiunto. Sono le premesse per il disagio del futuro". E ancora: "La violenza psicologica e la denigrazione verbale - spiega Lanzoni - quasi sempre sono ignorate nei tribunali. In quelli civili le donne sono spesso condannate al risarcimento dei danni in quanto ritenute responsabili della cattiva relazione tra padre e figli".
Su salute e prevenzione si scontano ritardi cronici. Al tema dei medici obiettori che non praticano aborti (il 68,4%), si affianca il protocollo della "pillola del giorno dopo" che, quando applicato, obbliga a tre giorni di ricovero non necessario. Le donne, anche se altamente istruite, si limitano a impieghi precari e a paga ridotta: il tasso di occupazione nel 2017 è stato del 49,1%, quello maschile del 67,1%. A marzo ci sarà la sessione Onu che deciderà quali raccomandazioni vanno accolte: "L'esito dovrà avere effetti sull'agenda del governo - conclude Lanzoni. Il Piano strategico di contrasto alla violenza di genere va ridiscusso, finora nulla è stato fatto".
di Carlo Fusi
Il Dubbio, 12 ottobre 2019
Quando, con sentore di strumentalità, si tirano in ballo persone o fatti del passato per giustificare misure dell'oggi, spesso è perché le motivazioni dell'oggi sono scarse o poco convincenti. È la sensazione non l'unica: solo la più benevola - che si ricava dalla lettura delle valutazioni usate da Marco Travaglio per contestare la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha invitato l'Italia a ripudiare l'ergastolo ostativo - quello senza alcuna possibilità di benefici - in quanto, appunto, inumano.
- Stefano Parisi: "Orlando, dov'è la tua riforma della giustizia?"
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- Pene sempre più severe, detenuti sempre più vecchi
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- Piacenza. Suicida poliziotto penitenziario del carcere delle Novate









