di Marco Castrovinci
La Repubblica, 29 agosto 2019
"Donne in prigione", docu-film di Jo Squillo, Francesca Carollo e Giusy Versace, è stato girato nelle celle del carcere di San Vittore e viene presentato oggi alla Mostra del Cinema di Venezia.
Fare i conti col passato è un esercizio che, in carcere, non si può rimandare né lasciare ad altri, come se si potesse in qualche modo sfuggire da se stessi. Cosa, peraltro, impossibile, mentre la quotidianità chiama montagne di pensieri e sta lì a ricordare ciò che è stato.
E così, affrontare il futuro o qualcosa che si avvicini a un'idea di futuro diventa una prova di cuore e coraggio: lo sa Hasna, lo sanno bene Martina, Elena, Yvone, Josephine e le altre protagoniste del docu-film "Donne in prigione", girato interamente nella sezione femminile del carcere di San Vittore: un racconto corale che verrà presentato questo pomeriggio alla Mostra del Cinema di Venezia, nato "dalla volontà di capire, di comprendere cosa porti una donna a compiere un reato tanto grave da cambiare il corso di una vita", spiega Jo Squillo, promotrice insieme con Francesca Carollo e Giusy Versace del progetto, parte delle iniziative culturali della Onlus Wall of Dolls contro la violenza sulle donne.
"La gente fuori guarda solo i reati, ma non sa perché li abbiamo fatti, la nostra storia dietro, non sa che comunque siamo esseri umani", dice Elena, una delle detenute, spiegando così il senso stesso del film: dieci "racconti di vita, intensi e forti", riprende Jo Squillo, "di donne che sono cadute ma che affrontano la risalita, attraverso uno straordinario percorso rieducativo". Chi infatti ha accettato di raccontarsi, ha partecipato a un corso professionale per cineoperatori. "Sono state loro in qualche modo a riprendersi, nonostante le enormi restrizioni in carcere. Noi abbiamo insegnato loro un lavoro, un possibile mestiere futuro, grazie alla collaborazione del direttore Giacinto Siciliano e dell'educatrice Francesca Masini".
A Venezia saranno presenti tre detenute - Hasna, Josephine e Yvone - "che racconteranno con noi la storia di un documentario", dice ancora Jo Squillo, "le cui protagoniste hanno subito quasi sempre violenza, fisica o psicologica. Donne ferite, offese, vittime di aggressioni con l'acido, che hanno reagito finendo anche per uccidere, ferire, picchiare" e che cercano qui di "spiegare a chi è fuori come si vive in carcere e quale carico di dolore si trovino ora a sopportare, invitando altre donne a non commettere i loro stessi errori.
Mi hanno insegnato cos'è la dignità, quella che mostra chi è colpevole e sta pagando per i propri reati, anche molto gravi. Persone consapevoli di aver sbagliato, anche per colpa della droga che ha portato molte di loro a non capire come reagire". Insomma, "donne fragili e chiuse - come racconta di sé Josephine - incapaci di chiedere aiuto, prigioniere ancora prima di entrare in carcere, ma che con le loro parole insegnano che si può sempre scegliere, impegnarsi, reagire provando a pensare al futuro, perché l'anima non ha sbarre davanti a sé. Fondamentale è la libertà di pensiero, non lasciarsi morire dentro".
Donne in prigione è accompagnato anche da "una canzone bellissima", "Rinascita", cantata dalle detenute e registrata a San Vittore, in collaborazione con il corso di coro gospel gestito dalla Auser di Milano e tenuto da Sara Bordoni. "Siamo entrate in sintonia, grazie alla voglia di condividere e forse anche alla mia storia di donna che lavora al fianco delle donne fin dal mio periodo punk, negli anni 80" e a un brano come Siamo donne, "un inno al rispetto per le donne. A Venezia mi aspetto attenzione per un docu-film che è stato, per le protagoniste, un percorso terapeutico, una presa di coscienza della propria anima".
nationalgeographic.it, 29 agosto 2019
Il progetto fotografico di Valerio Bispuri sarà esposto dal 31 agosto al 15 settembre a Visa Pour L'Image, il più importante festival di fotogiornalismo mondiale. Dopo Encerrados, il progetto sulle carceri sudamericane, il fotografo romano Valerio Bispuri presenta il suo nuovo progetto sulle prigioni italiane, Prigionieri, che comprende anche un libro fotografico (Contrasto editore), in uscita il 29 agosto. La presentazione del lavoro in anteprima mondiale avverrà al festival di fotogiornalismo Visa Pour l'Image di Perpignan, in Francia, dove sarà in mostra dal 31 ottobre al 15 settembre alla Eglise des Dominicains.
Qui di seguito, la descrizione del progetto raccontata dal fotografo stesso: "Dopo aver concluso Encerrados, un viaggio fotografico di dieci anni attraverso 74 carceri dell'America del Sud, nel 2014 ho deciso di continuare a esplorare il mondo dei detenuti nelle carceri italiane. Prigionieri, insieme a Encerrados e Paco, forma una trilogia della libertà perduta. Questo secondo viaggio nell'universo carcerario vuole esplorare le condizioni e la vita quotidiana dei detenuti nei centri di detenzione italiani e cercare di capire le loro difficoltà, i loro bisogni, le loro emozioni.
Le carceri sono lo specchio della società di un paese, dai piccoli drammi alle grandi crisi economiche e sociali. In Italia ci sono 190 penitenziari di cui 55 femminili. Sono stato in 10 prigioni per quattro anni e mi sono accorto come il sistema penitenziario italiano ha problemi di sovraffollamento, disoccupazione per i detenuti e strutture precarie. Negli ultimi anni c'è stato un lento miglioramento in alcuni carceri, ma la condizione dei detenuti resta sempre di estrema difficoltà e isolamento. In questi non-luoghi, le persone private della libertà cercano di ricostruire abitudini, affetti e trovare un'alternativa per il futuro che spesso non esiste. Non c'è alcuno sforzo da parte dello Stato di aiutare al reinserimento di chi esce dal carcere dopo anni di detenzione. Sono così moltissimi i detenuti che tornano dopo breve tempo in prigione.
Sono entrato nelle carceri di massima sicurezza, dove sono rinchiusi affiliati camorristi e mafiosi, come Poggioreale a Napoli e l'Ucciardone a Palermo. Ho visitato le realtà delle colonie penali, dove i prigionieri sono parzialmente liberi e possono lavorare al di fuori degli istituti penitenziari, come a Isili in Sardegna. Mi sono immerso nella dimensione delle carceri femminili: nell'antico monastero di Venezia; a San Vittore a Milano e a Rebibbia femminile a Roma. Sono stato in piccole dimensioni carcerarie e in enormi istituti penitenziari. Ho potuto osservare strutture nuove, come il carcere di "Capanne" a Perugia o piccoli istituti come a Sant'Angelo dei Lombardi.
Più di tutto però sono stato a stretto contatto con i detenuti: ho pranzato nelle loro celle, ho ascoltato i loro racconti, ho condiviso i loro pianti e le loro risate. Abbiamo vissuto momenti che sembravano quotidiani. Queste immagini sono anche il frutto di questi istanti passati insieme. Sempre di più penso che il carcere non deve essere punitivo solamente ma deve fornire a chi è rinchiuso una nuova possibilità. In questi quattro anni ho avuto l'opportunità di conoscere da dentro il mondo delle carceri italiane e l'idea che mi sono fatto è di un'enorme solitudine. I detenuti sono permanentemente a contatto tra di loro, eppure sono sempre soli, in qualsiasi momento della giornata.
"Prigionieri" è un progetto che cerca l'anima di questi esseri umani privi di libertà. È un lavoro di analisi antropologia, sociologica e fotografica sull'uomo ed è parte di una ricerca più grande sul mondo degli invisibili. Coloro che sono dimenticati, emarginati, lasciati andare. Ho sempre pensato che per fotografare la realtà in profondità sia importante saper aspettare e riuscire a calibrare quello che sentiamo con quello che vediamo. Ci vuole tempo per raccontare".
di Valerio Onida
Corriere della Sera, 29 agosto 2019
L'emergenza non va dimenticata, con le sue prospettive e l'apparente incapacità delle istituzioni nazionali, europee e internazionali di affrontarla. Occupata o distratta dalle vicende o dalla rissa politica quotidiana, l'opinione pubblica del nostro Paese rischia di perdere di vista un'altra crisi, anche più grave di quella economica e finanziaria che i famosi "mercati" si incaricano ogni giorno di evocare: la crisi migratoria, con le sue prospettive di lungo termine e con l'apparente incapacità delle istituzioni politiche nazionali, europee e internazionali di affrontarla efficacemente.
Ma non possiamo voltarci dall'altra parte. Non possiamo accettare come "normale" o "inevitabile" che esseri umani in fuga da condizioni subumane di vita, raccolti in mare (quando ce la fanno) e in attesa di un "porto sicuro" e di accordi fra diversi Paesi che ritardano, vengano confinati per giorni e giorni sulle navi che li hanno salvati, negando loro lo sbarco o l'ingresso nelle acque territoriali, in nome dell'"interesse nazionale" a "difendere i confini" e nell'intento (di per sé apprezzabile, ma che non dovrebbe mai essere perseguito strumentalizzando esseri umani) di costringere gli altri paesi europei a non "lasciare sola" l'Italia.
Bisogna pur dire che ci sono due argomenti, su cui poggiano le politiche di chiusura dei sovranisti anti-migranti, che hanno una innegabile consistenza. Il primo è che non si debbono favorire i trafficanti di uomini che organizzano l'esodo verso l'Europa. Il secondo è che solo la chiusura dei nostri porti potrebbe indurre gli altri Paesi europei a farsi carico del problema. Ma resta il fatto che così facendo si colpiscono e si strumentalizzano le vittime dirette di questa politica, che non sono i trafficanti, né le milizie o le tribù che controllano il territorio libico, ma sono uomini, donne e bambini in fuga dalle loro terre. Ci sono alternative, che non si limitino alla predicazione generica di un dovere di accoglienza, senza lavorare per soluzioni più giuste e praticabili? Certo, sono alternative più difficili da preparare e da realizzare rispetto ad un decreto del ministro degli Interni; ma è doveroso cercare di metterle in opera.
Si potrebbe o si dovrebbe, per esempio, non già negare l'ingresso nelle acque territoriali o l'approdo nei nostri porti, ma assumere l'iniziativa di fare sbarcare i migranti nell'ambito di un regime giuridico esplicitamente derogatorio rispetto agli accordi di Dublino, ai cui termini la responsabilità dell'accoglienza resta tutta e solo sullo Stato di primo approdo. L'Italia dovrebbe accoglierli invece, dichiaratamente, come immigrati non in Italia (come è del resto vero: infatti essi non mirano a restare solo in Italia) ma in Europa. Dovrebbe quindi apprestare strutture e mezzi per offrire loro una sistemazione provvisoria, ma non considerarli come "richiedenti asilo" in Italia. Sono richiedenti asilo in Europa: il che significa che verrebbero identificati e ovviamente ospitati, ma come tali, per conto e a spese dell'Unione Europea. Si violerebbero così le regole europee oggi in atto, finché non si riesce ad accordarsi per modificarle, Ma la "provocazione" (questa volta non sulla pelle dei migranti,) potrebbe forse meglio ottenere il suo effetto, e sarebbe comunque più accettabile. Se l'Unione rifiutasse di assumere questo onere, l'Italia dovrebbe agire comunque "in nome e per conto" della stessa, utilizzando anche risorse finanziarie europee (lo Stato italiano è contributore netto verso l'Unione). A quel punto tutti gli Stati europei, compreso il nostro, dovrebbero assumersi le loro responsabilità. E, per esempio, il nostro Stato potrebbe rifiutarsi di accettare il ri-trasferimento forzoso in Italia di coloro che (come già fanno non pochi di loro), avessero raggiunto il territorio di altri paesi europei. "Frontiere chiuse", insomma, ma non verso i confini esterni dell'Unione, che sarebbe dovere di questa vigilare, bensì verso gli altri Stati europei che rifiutassero di condividere la responsabilità dei flussi di ingresso.
C'è però un altro e più difficile insieme di misure che dovrebbero essere adottate - da tutti i Paesi europei, e intanto, subito, anche dal nostro - per ostacolare i traffici di esseri umani: aprire subito e in misura adeguata alle nostre possibilità vie di ingresso legali in Italia, e quindi in Europa, dai Paesi di provenienza dei migranti (corridoi umanitari o comunque li si voglia chiamare): per ridurre e possibilmente impedire che il flusso degli aspiranti migranti si avvalga delle strade illegali che passano dalla Libia (e da quei centri che vengono spesso descritti come veri e propri luoghi inumani di detenzione) e da lì si avventuri nel Mediterraneo.
Anche questa dovrebbe essere una politica dell'intera Unione: ma finché essa non lo fa, dovrebbe farlo l'Italia, ovviamente computando i migranti legali così accolti nell'ambito di "quote" di spettanza del nostro Paese, alla stessa stregua di quelli che giungono via mare. In terzo luogo, l'Italia dovrebbe attivare una seria politica di integrazione dei migranti. Ciò significa non limitarsi a fornire vitto e alloggio temporanei, e a decidere sulle domande di protezione internazionale (decisioni che, con i criteri restrittivi di recente introdotti, aumentano solo il numero degli "irregolari" destinati a un "rimpatrio" di fatto in larga misura impraticabile e in molti casi ingiusto), ma fare - anche qui, per conto dell'Unione, oltre che organizzando il contributo degli enti locali e del terzo settore - un serio sforzo di conoscenza dei singoli individui (provenienza, capacità, attitudini, aspirazioni), di formazione (linguistica, culturale, professionale), di orientamento. Altrimenti i migranti sempre più resteranno abbandonati a se stessi, o peggio in balia delle organizzazioni di sfruttamento del lavoro nero o delle organizzazioni criminali.
Solo queste misure - difficili, costose, ma non impossibili - sarebbero tali da fare dell'Italia non unicamente un "porto sicuro", ma un esempio e un traino per quella seria politica europea delle migrazioni che sarebbe giusto attendersi da una Unione nata anche e soprattutto promuovere "la pace e la giustizia fra le nazioni" (articolo 11 della nostra Costituzione).
di Luca Kocci
Il Manifesto, 29 agosto 2019
Approvato un ordine del giorno in cui si invitano tutte le chiese locali a chiedere che nei Comuni dei propri territori sia autorizzato il rilascio della residenza ai migranti. Disubbidite al decreto sicurezza del ministro dell'Interno Salvini e iscrivete all'anagrafe i richiedenti asilo perché possano avvalersi dei servizi socio-sanitari essenziali. È l'appello che arriva ai sindaci dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, in corso a Torre Pellice (To) fino a venerdì. La parola disubbidienza non viene utilizzata, ma la sostanza è quella. Il Sinodo infatti ha approvato un ordine del giorno in cui, fra l'altro, invita tutte le chiese locali "a chiedere che nei Comuni dei propri territori i sindaci autorizzino il rilascio della residenza, come già avvenuto in alcuni Comuni o a seguito di talune ordinanze giudiziali".
Ovvero che incoraggino i primi cittadini a fare come il sindaco di Palermo Orlando - seguito a ruota dal napoletano De Magistris - che, nonostante il divieto imposto dal primo dei due decreti sicurezza, ha iscritto ugualmente all'anagrafe i migranti perché potessero beneficiare dei servizi comunali, assumendosene responsabilità e conseguenze (che peraltro non vi sono state). Oppure come il sindaco di Bologna Merola che, con una scelta più soft, lo ha fatto dopo la sentenza del tribunale, accolta "con soddisfazione" e ovviamente senza opporsi.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 29 agosto 2019
Centotrenta braccianti stranieri sono stati trasferiti in altre strutture, ma senza un vero e proprio piano di ricollocamento. Per gli altri occupanti, un numero imprecisato compreso tra i 400 e i 600, che sfuggono ai radar istituzionali, non c'è un'alternativa. Colpo di coda dell'ormai ex ministro dell'Interno Matteo Salvini: ieri a Metaponto di Bernalda (in provincia di Matera) è stato sgomberato il ghetto della Felandina, una serie di capannoni di un consorzio industriale mai nato e poi diventato alloggio per centinaia di braccianti stranieri che si guadagnano la giornata nei campi del Metapontino.
È così che centotrenta persone sono state trasferite in altre strutture, senza che tuttavia esista un vero e proprio piano di ricollocamento. In realtà, comunque, il totale degli occupanti dei cinque opifici abbandonati sarebbe un numero imprecisato compreso tra i 400 e i 600, persone che sfuggono ai radar istituzionali e che, spesso e volentieri, vengono reclutati per i lavori in campagna attraverso il caporalato. L'accusa di star gestendo male la situazione, adesso, viene mossa dal "Forum delle terre di dignità" che ha sì definito la Felandina come un vero e proprio "ghetto" ma ha anche fatto presente la mancanza di "un piano di evacuazione efficace e giusto per i migranti". I posti messi a disposizione, infatti, non sarebbero abbastanza per tutti e il timore, più che fondato, è che a decine finiranno a dormire in mezzo a una strada.
È la solita storia: basta spostare i migranti per poter dire di aver risolto un problema, anche se poi in realtà tutto resta come prima, soltanto viene spostato altrove, nell'indifferenza più o meno generale. La politica locale, che per ora si limita ad osservare a distanza la situazione, sembra più che altro preoccupata per il rischio che nei prossimi giorni verrà a mancare un bel numero di braccianti, almeno finché non si capirà dove verranno piazzati questi migranti, trattati praticamente come dei pacchi da spostare qua e là nel territorio, andando incontro spesso a lamentele di vicinato e polemiche spicciole nei consigli comunali. La decisione di sgomberare la Felandina è arrivata dopo che lo scorso 7 agosto scoppiò un incendio in un capannone in seguito al quale morì una 27enne di origine nigeriana.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 29 agosto 2019
Gli esperti di tossicodipendenze lo ripetono almeno da due anni: siamo alla vigilia di un'epidemia di morti per overdose. Simile, o forse peggiore, di quelle degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Perché non soltanto l'eroina è tornata, costa meno di niente e ripropone, come un brutto déjà vu, tutto il suo lugubre corollario di siringhe abbandonate nei luoghi della movida, nei già noti inferni del buco, tra i nuovi muri del pianto.
Ma accanto all'eroina, dopo aver seminato morte negli Stati Uniti, ormai nei discount dello spaccio di casa nostra cominciano ad apparire killer ancora più pericolosi: i nuovi oppioidi sintetici, derivati, anche, da farmaci legali come il potentissimo antidolorifico Fentanyl. Un analgesico cento volte più potente della morfina, sequestrato già due anni fa tra le dosi di un noto pusher che spacciava davanti a un liceo milanese.
In quella morsa a tenaglia di compravendita di sostanze che circonda, ormai, drammaticamente, ogni luogo abitato dai ragazzi, a cominciare dalle scuole. Eppure di questa nuova emergenza, (che negli Stati Uniti ha causato nel 2017 sessantamila morti, più delle vittime dei dieci anni di guerra del Vietnam) nel nostro Paese occupato a fare terra bruciata ai negozi di cannabis light, non si parla. Anzi, invece di intraprendere una dura "guerra di strada" contro i veri mercanti di morte, l'uscente ministro dell'Interno Salvini, sbagliando clamorosamente obiettivo, ha puntato la sua battaglia di ordinanze e divieti contro la marijuana legale.
Ignorando gli appelli sull'epidemia di oppiacei lanciati dalle comunità terapeutiche, dai servizi territoriali, ma anche dai Pronto Soccorso, alle prese con giovanissimi in overdose da sostanze sconosciute. Nell'assenza assoluta di campagne di informazione che dicano, finalmente, la verità sulle nuove facce del narcotraffico. Perché nella mutazione dei mercati della droga, il vero rischio è oggi quello dei supermarket dello spaccio a basso costo.
Dove i pusher vendono allo stesso prezzo dosi di eroina e di cannabis sintetica, di crack e di metamfetamine, di hashish e oppiacei "legali" come il Fentanyl, appunto, cui si deve la morte non soltanto dello Chef Andrea Zamperoni, ma di artisti come Prince e Dolores O Riordan. In un mix micidiale che mescola medicine e stupefacenti, benzodiazepine e droghe di laboratorio, creando dipendenze sempre più veloci. Allarmi inascoltati. Mentre gli operatori chiedono il rilancio dei servizi e il rilancio della conferenza nazionale sulle droghe, l'unico vero allarme in Italia sembra essere quello sulle "canne".
Nella polemica storica, tra chi considera lo spinello la porta d'accesso verso le droghe pesanti e chi ritiene invece che questo automatismo non esista affatto. Una dicotomia, droghe pesanti e droghe leggere, già (purtroppo) spazzata via da una realtà peggiore, un mondo tossico dove tutto si è mescolato su un livello "orizzontale" dettato dal narcotraffico.
Un'offerta che propone a un'utenza sempre più acerba sostanze di tutti i tipi, senza più alcuna differenziazione del pericolo. Come se fosse la stessa cosa fumare una canna di marijuana o una pallina di eroina, spacciata addirittura a un euro davanti alle scuole medie. Basterebbe ascoltare la voce dei presidi che raccontano la loro impotenza contro l'assalto dei pusher, per rendersi conto di quanto sia grave la situazione. Una guerra perduta, dove oggi sembrano vincere gli spacciatori, mentre l'ossessione del Viminale sono stati i biscotti alla canapa e la marijuana legale, assai meno stupefacente, in verità, di quella venduta dagli spacciatori.
di Camille Eid
Avvenire, 29 agosto 2019
Tornano le esecuzioni in piazza: è stato impiccato in pubblico l'uomo che, lo scorso maggio, aveva ucciso l'imam incaricato della preghiera del venerdì a Kazarun, città dell'Iran meridionale. Lo riporta l'agenzia di Stato Irna, citando il capo della giustizia della provincia di Fars, Kazen Musavi. Hamid Reza Derakhshandeh è stato ucciso sulla stessa scena del delitto: il 29 maggio aveva ucciso con un coltello Mohammad Khorsand, mentre tornava a casa da una cerimonia del Ramadan, il mese sacro di digiuno per i musulmani.
Il religioso, dal 2007, era il principale imam della preghiera del venerdì. Dopo il suo arresto, Derakhshandeh è stato processato e ha "confessato" di aver premeditato l'omicidio, come ha riferito Musavi. La sentenza di morte era stata confermata dalla Corte Suprema ed eseguita dopo che la famiglia dell'imam aveva deciso di non perdonare l'assassino, il quale non aveva espresso pentimento.
Secondo la legge iraniana, la famiglia di una vittima di omicidio può fermare l'esecuzione capitale del condannato e ottenere un compenso. L'esecuzione conferma un trend in crescita ogni volta che sale la tensione politica interna o internazionale. Secondo l'organizzazione Iran Human Rights (Ihr) sarebbero almeno 110 le esecuzioni compiute in Iran nella prima metà del 2019, tra cui due minorenni.
L'Ihr ha calcolato che delle 110 esecuzioni, solo 37 sono state riportate da fonti filogovernative, mentre le altre sono state tenute "segrete". Salgono così ad almeno 3.724 le esecuzioni compiute in Iran dall'inizio della presidenza di Rohani (primo luglio 2013).
Secondo le informazioni ufficiali raccolte da Nessuno tocchi Caino, delle 326 esecuzioni registrate nel 2018, almeno 14 erano pubblicate con persone impiccate in piazza (sono state 36 de12017), di cui 10 per fatti di natura politica, anche se è probabile che molti altri messi a morte per reati comuni fossero in realtà oppositori politici appartenenti alle varie minoranze etniche, come curdi, baluci e ahwazi.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 29 agosto 2019
Nonostante i buoni propositi e un clima apparentemente disteso c'è qualcosa di segreto e oscuro nel negoziato in corso a Doha. A parte il governo afgano, un fantasma cui per ora non è concesso alcun ruolo, ci sono molti "non detto" sull'accordo in corso oltre a quanto sappiamo più o meno ufficialmente. Tra i tanti fantasmi c'è infatti il convitato di pietra che va sotto il nome di "basi militari", dossier strettamente collegato al numero di soldati (oggi 14 mila) che gli americani vorrebbero conservare sul suolo afgano.
Stando a rare indiscrezioni, talebani e americani avrebbero già concordato anche il futuro di Bagram - la grande base militare a Nord di Kabul, principale hub militare Usa nel Paese - e l'utilizzo delle basi aeree dell'esercito afgano sparse per l'Afghanistan da cui l'Us Air Force potrebbe controllare il fianco orientale iraniano e il fianco meridionale dell'Asia centrale ex sovietica, leggi il confine Sud della cintura protettiva russa. Per sorvegliare le basi e garantire il loro utilizzo serve però una forza di alcune migliaia di soldati.
Dove stazionerebbero? L'ipotesi è che ci sia un vincolo su Bagram o un trasferimento dei soldati americani nella vasta area dove si trova l'ambasciata Usa e l'attuale comando Nato, vincolata a un accordo ultra decennale di affitto col governo di Kabul e vicina all'aeroporto militare afgano di Kaya dove già stazionano i caccia americani.
Tra i tanti "non detto" c'è anche un altro esercito con cui fare i conti. Un esercito allevato dall'intelligence americana di milizie paramilitari. Nel loro recente saggio The CIA's "Army", Astri Suhrke e Antonio De Lauri scrivono che "le milizie sostenute dalla Cia sono una versione particolarmente problematica di milizie locali sviluppate in Afghanistan negli anni": un piccolo potere armato afgano sostenuto dall'esterno. Dal 2001 in avanti "le forze militari statunitensi e la Cia hanno organizzato milizie per combattere i militanti islamisti. Quasi due decenni dopo, la Cia gestisce ancora milizie locali nelle operazioni contro talebani e altri islamisti": gruppi armati responsabili di "gravi violazioni, tra cui numerose uccisioni extragiudiziali di civili". Violazioni impunite grazie alla "sponsorizzazione della Cia che assicura la copertura del segreto (militare)... senza alcuna supervisione pubblica...". La stima varia da 3 a 10 mila unità. Tutte cose su cui per ora è meglio regni il silenzio.
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 29 agosto 2019
Il 26 agosto uno dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame, Wajdi al-Awawdeh, ha concluso e firmato un accordo che confermava la sua liberazione entro il febbraio 2020. Gli altri sette prigionieri (Huzaifa Halabiya - ormai al sessantesimo giorno di digiuno, Ahmed Ghannam, Sultan Khallouf, Ismail Ali, Tareq Qaadan, Nasser al-Jada e Thaer Hamdan) continuano determinati nella loro battaglia nonviolenta contro l'iniquo, arbitrario sistema carcerario (e in particolare contro la detenzione amministrativa, ossia l'imprigionamento senza accuse e senza processo).
La sezione penitenziaria del Fplp (Fronte popolare per la Liberazione della Palestina) ha commentato dicendo che proseguirà nei suo sforzi per ottenere "un accordo in vista della loro liberazione". Comunque i prigionieri rimangono intenzionati a non desistere fino a quando le loro richieste non saranno accolte.
Nello stesso giorno, sempre il 26 agosto, a Ramallah - nella Cisgiordania occupata - venivano arrestati dai soldati israeliani nove esponenti del Fplp. L'operazione si inserisce in una più ampia, sistematica strategia di imprigionamento di esponenti della resistenza palestinese. E continua intanto lo stillicidio di giovani palestinesi che rimangono feriti, più o meno gravemente, nelle proteste del venerdì (conosciute come "Grande Marcia per il Ritorno") alla frontiera a est di Gaza. Il 23 agosto circa novemila manifestanti si erano radunati (per il 71° venerdì) inalberando bandiere palestinesi e lanciando slogan. Dalle barricate erette, avevano poi lanciato sassi e altri oggetti contro le forze israeliane che rispondevano sia con lacrimogeni, sia con fuego real. Almeno 122 palestinesi sono rimasti feriti e 50 di loro presentavano ferite da arma da fuoco. Tra i feriti, anche tre infermieri palestinesi.
di Arturo Di Corinto
La Repubblica, 29 agosto 2019
Amnesty International interviene a favore del programmatore svedese Ola Bini. Amico di Julian Assange è perseguitato dalla giustizia ecuadoriana ma senza prove. Ola Bini è un attivista svedese per i diritti umani che vive in Ecuador dal 2013 dove lavora allo sviluppo di software di sicurezza. Difendendo il diritto alla privacy con il suo lavoro, ha permesso a giornalisti e attivisti di condividere informazioni e raccogliere prove in modo sicuro evitando la sorveglianza illegale dei governi. Ola Bini è stato arrestato ad aprile. Accusato di violazione di sistemi informatici e cospirazione, è stato detenuto ingiustamente e adesso, a indagine quasi conclusa e senza prove, accusato di altri reati imprecisati.
La sua vicenda ha allertato la comunità internazionale del software libero e gli esperti di sicurezza informatica in tutto il mondo tanto che Amnesty International è intervenuta duramente denunciando la violazione dei suoi diritti da parte delle autorità. Come ha detto Fernanda Doz Costa, vicedirettore di Amnesty International, "in un paese dove gli attacchi ai difensori dei diritti umani spesso rimangono impuniti, le accuse infondate nei loro confronti vengono immediatamente indagate".
La vicenda del programmatore è esemplare. Lo svedese, attivista per i diritti digitali che ha realizzato con la Electronic Frontier Foundation nuovi tool per garantire la sicurezza dei siti web, ha fondato a Quito, capitale dell'Ecuador, il Centro per l'autonomia digitale con lo scopo di mettere nelle mani dei cittadini strumenti per la privacy di facile utilizzo, innervosendo non poco le autorità del luogo.
Accusato fuori dei tribunali di aver contribuito a divulgare i conti bancari off-shore del presidente di estrema destra Lenin Moreno, in combutta con Wikileaks e Julian Assange, Ola Bini è stato arrestato l'11 aprile 2019 dopo la conferenza in cui l'allora ministro dell'Interno María Paula Romo annunciava la decisione del paese di togliere ad Assange lo status di rifugiato politico, confondendo l'attivista svedese con presunti hacker russi rei di voler destabilizzare il governo in combutta col Venezuela.
Arrestato all'aeroporto di Quito, senza mandato, e tenuto all'oscuro dei capi di imputazione a Bini è stata negata persino la possibilità di avere un traduttore, di comunicare con l'esterno, di chiamare un avvocato. Neanche l'ambasciata svedese è stata informata della sua incarcerazione. Il 16 Aprile, a un evento pubblico a Washington, D.C., il Presidente Moreno, per manifestare la svolta politica rispetto al governo di sinistra che aveva protetto Julian Assange nella sua ambasciata di Londra, aveva detto che Bini era "responsabile di aver hackerato account governativi e sistemi telefonici".
Solo dopo due mesi e mezzo, il 20 giugno, il tribunale però ne ordinava la scarcerazione riconoscendo che la sua detenzione arbitraria ne aveva violato i diritti alla libertà personale e a un giusto processo. Contattato da Repubblica, Carlo Mendoza di Amnesty International ci ha confermato che Bini adesso "è in libertà condizionata, non può lasciare il paese e deve presentarsi ogni settimana alle autorità". Non potendo provare l'attacco informatico il primo agosto le autorità lo hanno accusato di evasione fiscale.
Per molti osservatori quello di Ola Bini è più un caso politico che una vicenda criminale e, secondo Amnesty contribuisce a creare un'atmosfera di intimidazione e paura tra coloro che difendono i diritti digitali e la privacy in Ecuador. Perciò l'organizzazione per i diritti umani invoca un giusto processo al programmatore. In attesa di averlo però, il 17 agosto la stampa ecuadoriana vicina al governo ha diffuso delle fantomatiche prove contro di lui, in particolare la fotografia della schermata di una connessione Telnet fatta da Bini a un server governativo dove però l'accusato non è mai entrato, arrestandosi al suo ingresso come fanno tutti gli hacker etici di fronte a un cancello aperto dove c'è scritto "Vietato Entrare", prima di avvisare le autorità competenti. Che è quello che Bini ha provato a fare contattando come intermediario Ricardo Arguello, una figura ben nota nella comunità ecuadoriana del software libero. Eppure che non sia penetrato nel server si vede bene dalla schermata arrivata - non si sa come - nelle redazioni.
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