di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Condanna a parole dell'invasione di Erdogan, misure concrete contro le trivellazioni turche a Cipro. Che mettono a rischio il giacimento di Eni e Total. Tanto che Parigi manda la flotta. Per difendere i curdi l'Europa tergiversa, usando parole dure senza provvedimenti concreti. Ma quando entrano in campo interessi economici l'atteggiamento cambia. E sono pronte a muoversi le cannoniere. Ieri in maniera sorprendente l'Ue ha messo sullo stesso piano le centinaia di morti provocate dall'invasione della Siria settentrionale e i giacimenti di petrolio a largo di Cipro, oggetto di una lunga contesa tra Ankara e uno dei più piccoli stati dell'Unione. Una disputa che però mette a rischio i fatturati di Total ed Eni, le compagnie italiana e francese che hanno i diritti di sfruttamento. Contro la guerra c'è soltanto la "condanna" mentre a Bruxelles si è deciso di adottare "misure restrittive nei confronti delle persone fisiche e giuridiche responsabili o coinvolte in attività perforazione di idrocarburi nel Mediterraneo orientale".
Non solo. Parigi ha spedito due navi militari per pattugliare le acque di Cipro: la scorsa settimana due delle fregate più moderne della flotta francese sono arrivate a Larnaca, formalmente per partecipare ad esercitazioni con la minuscola marina locale. In realtà, devono dimostrare la volontà di non cedere un miglio alle pretese petrolifere di Recep Tayyip Erdogan. Il ministro della Difesa greco Nikos Panagiotopoulos ha dichiarato di avere chiesto il sostegno francese "per rispondere alle provocazioni turche". E ha aggiunto: "Credo che anche l'Italia farà qualcosa di simile".
Non è la prima crisi in quel mare. I turchi hanno occupato parte di Cipro nel 1974, dando vita a un'autoproclamata repubblica autonoma del Nord: è il più antico conflitto irrisolto d'Europa, con l'isola divisa in due da un lungo muro. La scoperta dei giacimenti però è molto più recente ed ha riaperto quella ferita.
Nel febbraio 2018 la flotta di Ankara ha sbarrato la strada alla nave inviata dall'Eni per le esplorazioni petrolifere. Il governo Gentiloni ha protestato, facendo intervenire nella zona la fregata Zaffiro della nostra Marina. Dopo un confronto abbastanza teso, Roma preferì desistere e l'Eni rinunciare ai sondaggi. Trascorsi diciotto mesi di calma, a inizio ottobre i turchi sono passati all'offensiva mandando l'unità speciale Yavuz a esplorare proprio l'area del "blocco 7": uno dei giacimenti assegnati a Eni e Total.
La missione turca ha provocato una dura reazione del governo cipriota, che lo scorso 4 ottobre l'ha definita "una pesante escalation nelle violazione della nostra sovranità". E anche gli Stati Uniti - alcune concessioni sono della Exxonmobil - si sono allineati, tanto che il segretario di Stato Mike Pompeo ha parlato di perforazioni "illegali e inaccettabili". Ma il ministro dell'Energia di Erdogan, Fatih Donmez, ha risposto che non intende rinunciare allo sfruttamento di quelle risorse: "Abbiamo già perforato due pozzi a est e a ovest di Cipro, Yavuz realizzerà il nostro terzo pozzo. Queste attività proseguiranno con determinazione". L'arrivo della flotta francese e le sanzioni annunciate dall'Ue adesso rendono la situazione esplosiva. Con Ankara che ieri ha ribadito di non volere cedere. Un altro fronte tra Turchia ed Europa, molto più determinata ad agire per proteggere i giacimenti che non per salvare le popolazioni della Siria.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 15 ottobre 2019
Alla frontiera si ammassano i civili in fuga dopo l'accordo con Damasco. E mentre già sventola la bandiera siriana cresce il rimpianto per l'autonomia persa. Stanno qualche ora in fila, attendono pazienti. Salvo poi venire ricacciati indietro con i bambini, le valigie troppo grandi, le mogli troppo coperte che sudano copiosamente sotto il sole ancora caldo di metà ottobre, l'aria secca, le sporte di vestiti pesanti.
"Partono adesso quelli di noi che in passato hanno combattuto contro il regime di Bashar Assad, oppure i giovani renitenti alla leva. Non vogliono essere costretti nelle unità di punizione dell'esercito nazionale siriano, mandate subito a combattere e morire in prima linea contro i turchi", confida un quarantenne dall'aria distinta.
Lascia capire di essere un alto esponente dell'intelligence di Rojava, ma si mette in coda paziente come tanti altri. Il centinaio di chilometri di viaggio dalla città di Qamishli al confine di Semalka sul Tigri rivela la profondità del dramma che sta traumatizzando i curdi siriani. In passato questa regione collinosa, verde, puntellata di pozzi petroliferi, è sempre stata considerata una delle più stabili per le decine di villaggi a popolazione quasi totalmente curda.
E anche adesso a prima vista poco sembra cambiato. I posti di blocco paiono ancora saldamente in mano ai soldati curdi, le loro bandiere sventolano dovunque, come sempre.
Ad ogni incrocio, sugli edifici più alti delle caserme, continua a troneggiare la gigantografia di "Apo", Abdullah Ocalan, il leader storico e massimo ideologo del socialismo militare curdo. Non importa che da un ventennio sia chiuso in una prigione turca. Per Erdogan è il diavolo in persona, incarna l'alleanza militante e "terroristica" tra il Pkk, il Partito dei Lavoratori curdo in Turchia, e i combattenti di Rojava. Un fronte che per il presidente turco va eliminato a qualsiasi prezzo. Se però si scava un poco non è facile scoprire la nuova fragilità dell'intero sistema di autogoverno costruito negli ultimi otto anni. "Non sappiamo cosa troverete domani.
Noi curdi vogliamo controllare da soli il confine con l'Iraq. Ma non è detto che da Damasco non cerchino di mandare i loro agenti dei servizi per monitorare i transiti", ammette sotto voce una delle principali addette a timbrare i passaporti al valico di Semalka. L'altra notte le guardie mandavano via le auto delle famiglie che volevano accamparsi nelle vicinanze per essere prime la mattina dopo all'apertura degli uffici.
"Qui ci sono installazioni militari. L'aviazione turca opera spesso di notte, potrebbe bombardare in ogni momento", spiegavano. Deserta dopo il tramonto anche la vicina cittadina di Derek. È stata abbellita e ampliata negli ultimi anni con alberghi e ristoranti, soprattutto grazie ai copiosi finanziamenti americani, per offrire un centro di ritrovo e svago ai dirigenti di Rojava. Proprio per questo ora viene disertata, temuta.
Ma il discorso che va per la maggiore nei caffè, tra la gente riguarda adesso la valenza reale della nuova alleanza con il regime di Damasco, sotto l'egida di Mosca, per fare fronte comune contro l'invasione turca. Ancora non si era asciugato due sere fa l'inchiostro delle firme, che già i soldati di Bashar Assad irrompevano verso le linee dei combattimenti passando per Hasakah, Ain Issa, Tel Tamar, sino al vecchio fronte di Manbij e quello nuovo tra Ras Al Ayn e Tel Abyad.
I capi del Rojava continuano a ribadire che per ora si tratta solo di intese militari "preliminari", dettate all'emergenza. "I contenuti politici dell'accordo vanno ancora messi a punto. Lo faremo in un secondo tempo", dice tra i tanti Badran Jia Kurd. Un altro, Aldar Xelil, alla stampa internazionale minimizza spiegando che è un adattamento pragmatico "figlio delle difficoltà". In realtà, sul campo si notano cambiamenti importanti. L'altra sera a Qamishli erano sparite le consuete pattuglie curde che si muovono nei quartieri controllati dai fedeli al regime di Bashar. Damasco ha sempre negato qualsiasi forma di autonomia curda e nulla lascia credere abbia cambiato politica. Tutt'altro. Per la prima volta dal ritiro dopo lo scoppio delle rivolte nel 2011, i suoi soldati tornano a marciare per le strade del Nordest siriano. Nulla lascia credere che smetteranno di farlo.
Uno degli articoli in discussione nell'accordo contempla che le unità curde vengano assorbite in quelle dell'esercito regolare. Inoltre su tutti gli edifici pubblici dell'intera Rojava dovrà sventolare la bandiera nazionale. Una mossa non solo simbolica. Il regime espande la sovranità. Non sono pochi adesso i curdi che iniziano a mettere in dubbio il valore del tributo di sangue pagato dalle loro forze armate nella guerra contro Isis: oltre 11.000 morti e quasi il doppio di feriti.
Un numero enorme, specie se si pensa che Rojava conta in tutto meno di 60.000 effettivi tra combattenti uomini e donne. "Valeva la pena perdere tanti soldati alla luce del tradimento americano?", si chiedeva ieri un giovane giornalista della televisione locale. Lo smarrimento è palpabile. Il futuro un'incognita inquietante. Rispondeva disilluso un suo collega: "Possiamo dire che abbiamo vissuto otto anni inebrianti di libertà, almeno saranno un punto fermo nei libri della storia del popolo curdo. Ma li stiamo perdendo".
di Donatella Di Cesare
Il Manifesto, 15 ottobre 2019
Comunque si voglia valutare la complessa questione catalana, è indubbio che si è trattato di un processo politico, dove sono state giudicate anzitutto le idee. E questo è inaccettabile in una democrazia. La parola chiave della sentenza emessa dalla Corte Suprema spagnola è "sedición", sedizione, cioè la rivolta pubblica contro l'autorità. Ma le pene sono talmente pesanti che, malgrado ogni smentita, dietro sembra risuonare il reato di ribellione, vale a dire uso della violenza anticostituzionale. Il che è in linea con tutto il processo contro gli esponenti dell'indipendentismo catalano, un processo durato due anni, durante i quali gli imputati, costretti al carcere preventivo, non hanno potuto far valere i loro diritti.
Particolarmente significative sono la condanna a 12 anni inflitta a Carme Forcadell, filologa e attivista politica, ex presidente del Parlament catalano e quella a 13 anni, la più alta di tutte, con cui è stato punito Oriol Junqueras, ex vicepresidente del governo catalano, leader del partito di Sinistra repubblicana (Esquerra Republicana). Alla sedizione si aggiunge il reato di malversazione, cioè l'utilizzo di fondi pubblici impiegati per il referendum del 2017. Occorre ricordare che ad essere colpiti sono anche i rappresentanti della società civile accusati di "disobbedienza". Il bersaglio è tutto l'indipendentismo catalano. Ada Colau, sindaca di Barcellona, ha parlato giustamente di "sentenza crudele". Le manifestazioni di protesta riempiono le strade della Catalogna, da Girona a Lleida, mentre sono previste anche azioni di sabotaggio.
Come il carcere preventivo non ha aiutato ad affrontare il problema, così questo giudizio finirà per aggravare ed esasperare il conflitto trasferendolo alla Corte europea e ai tribunali internazionali.
Il verdetto segna una svolta inquietante nella storia della Spagna postfranchista. Comunque si voglia valutare la complessa questione catalana, è indubbio infatti che si è trattato di un processo politico, dove sono state giudicate anzitutto le idee. E questo è inaccettabile in una democrazia.
Pesa in tutta la vicenda il ruolo ambivalente giocato dal Partito socialista di Pédro Sanchez che alla fin fine non si è impegnato a trovare una via d'uscita, come dimostrano le richieste di condanna presentate dalla Procura e dall'Avvocatura di Stato, cariche nominate dal governo. Tutto ciò avrà importanti conseguenze sulle prossime elezioni spagnole del 10 novembre. Non si può escludere che ne approfitti non tanto il Partito popolare, quanto l'ultradestra di Vox, il partito erede di Francisco Franco, guidato ora da Santiago Abascal, che al motto di "Prima gli spagnoli!", oltre ad abolire l'aborto e mettere fuori legge le organizzazioni femministe, vuole chiudere i porti ai "clandestini", autorizzare solo lo spostamento di popoli di lingua e cultura ispanica e soprattutto eliminare le autonomie. Il che deve far riflettere sulla collocazione politica dell'indipendentismo catalano attaccato da un inquietante fronte reazionario come non si era mai visto negli ultimi decenni.
Emerge oggi, attraverso questo verdetto, quanto gli Stati-nazione europei siano un ostacolo alla vita dei popoli, producendo conflitti interni, fomentando il sovranismo, richiedendo neppure troppo tacitamente la pulizia etnica alle frontiere. Emblematico è proprio lo Stato-nazione spagnolo con le sue differenze linguistiche e culturali, che dovrebbero arricchirlo, e la sua aspirazione a una fantomatica identità. Proprio questo è il tema che la sinistra anti-sovranista dovrebbe ripensare.
L'Europa avrebbe dovuto diventare una nuova e flessibile forma politica sovranazionale, capace proprio per ciò di ospitare al suo interno le autonomie, garantendo i diritti attraverso una nuova cittadinanza, aperta anche ai migranti. È rimasta invece un coacervo di Stati-nazione in continua competizione, sempre più ripiegati su se stessi e gelosi della propria sovranità.
Nell'Europa attuale, che ha chiuso un occhio, anzi due, sull'annessione della Crimea, la questione catalana, pur non essendo l'unica, ha un valore simbolico. Anzitutto per quella grande tradizione democratica che la Catalogna rappresenta. Ma anche perché il conflitto non ha tanto connotati proto-nazionali (anche se non mancano frange identitarie), quanto post-nazionali. Questo spiega perché mette in discussione il tema dello Stato, tocca l'Europa, investe la democrazia, richiede una risposta internazionalista.
di Antonio Pagliano*
ilsussidiario.net, 14 ottobre 2019
La Cedu ha stabilito che l'ergastolo ostativo viola la Convenzione europea sui diritti umani. Il senso vero di una sentenza, fuori dagli allarmismi. La Corte europea dei diritti dell'uomo torna alla ribalta dell'opinione pubblica e della politica dai proclami allarmistici alimentati, con un po' troppa disinvoltura, dalla consueta giostra della disinformazione.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 14 ottobre 2019
Cassazione - Sezione II penale -Sentenza 24 settembre 2019 n. 39138. La fattispecie prevista dall'articolo 393 del Cp (esercizio arbitrario delle proprie ragioni) si fonda sull'esistenza di un preteso diritto, che l'autore soddisfa attraverso l'"uso", "non costrittivo", della violenza o della minaccia, mentre l'estorsione ha il suo nucleo proprio nell'azione costrittiva, ovvero nell'annichilimento delle capacità volitive della vittima, la cui mediazione passiva è indispensabile per ottenere il risultato illecito.
E ciò, afferma la Cassazione con la sentenza n. 39138 del 2019, deve ritenersi anche in presenza di una pretesa che fosse tutelabile per via giurisdizionale o percepita come tale, perché la soddisfazione di un preteso diritto attraverso la coazione alla persona non può che essere "ingiusta" e quindi tale da integrare il profitto ingiusto della fattispecie estorsiva.
Conferma di tale discrimine la si evince dalla identificazione del bene protetto dalle rispettive norme incriminatrici, ovvero: a) il "monopolio statale" nella risoluzione delle controversie, per quanto riguarda l'esercizio arbitrario; b) la tutela della "persona", anche (sebbene non solo) nella sua dimensione patrimoniale, con riguardo all'estorsione.
In materia di esercizio arbitrario - In definitiva, l'esercizio arbitrario sanziona le deviazioni comportamentali del privato che, invece di affidare la risoluzione dei conflitti alla giurisdizione statale, riesca a farsi ragione da sé, utilizzando la violenza e la minaccia o per l'impossessamento diretto del bene che si ritiene dovuto, o a fini persuasivi, senza giungere alla soglia della costrizione che incide sul diritto alla libertà della persona, tutelato dalla più grave fattispecie dell'estorsione. Mentre l'estorsione "copre" le condotte "costrittive", anche in ipotesi finalizzate alla soddisfazione di un preteso diritto, ogni volta che l'azione si risolva nell'annichilimento della capacità reattiva della vittima.
La Corte ha altresì affermato, nell'approfondire i rapporti tra l'estorsione e l'esercizio arbitrario, che tale ultimo reato, commesso sia con violenza sulle cose che sulle persone, rientra, diversamente da quello di estorsione, tra i cosiddetti "reati propri esclusivi" o di mano propria, configurabili solo se la condotta tipica è posta in essere dal titolare del preteso diritto. Ne deriva così che, in caso di concorso di persone nel reato, è configurabile il concorso del terzo estraneo nell'esercizio arbitrario delle proprie ragioni (per agevolazione o anche concorso morale) solo ove la condotta tipica, ovvero l'azione violenta o minatoria sia posta in essere dal titolare del preteso diritto, mentre, qualora tale condotta sia realizzata da un terzo che agisca su mandato del creditore, essa può assumere rilievo soltanto ai sensi dell'articolo 629 del codice penale.
La problematica dei rapporti tra estorsione ed esercizio arbitrario - In altri termini, secondo la Corte, l'inquadramento dell'esercizio arbitrario come un reato proprio "esclusivo" esclude la delega della condotta di ragion fattasi e, di fatto, in relazione all'articolo 393 del codice penale inibisce l'operatività della norma generale sul concorso di persone nel reato, dovendosi quindi, in tal caso, ravvisare la fattispecie dell'estorsione.
La problematica dei rapporti tra estorsione ed esercizio arbitrario è comunque controversa in giurisprudenza. Ciò quindi ha indotto, di recente, la sezione II della Cassazione, all'udienza del 25 settembre 2019, a rimettere alle sezioni Unite le questioni: 1) se ai fini dell'inquadramento della condotta nella fattispecie prevista dall'articolo 393 del codice penale ovvero in quella prevista dall'articolo 629 del codice penale rilevino le modalità della violenza e della minaccia o l'elemento psicologico; e 2) se il reato di cui all'articolo 393 del codice penale sia qualificabile come delitto "di mano propria" e quindi se, e in che termini, sia ammissibile il concorso di persone nel reato.
di Errico Novi
Il Dubbio, 14 ottobre 2019
Italia Viva andrà in pressing sul vicesegretario del Pd, autore del ddl che aveva già allungato i termini di estinzione dei reati. Tra i dem circola un bisbiglio: "Vedrete che i renziani faranno saltare il tavolo sulla giustizia". Ma a sentire i parlamentari di Italia viva lo schema andrebbe rovesciato: non faranno da guastatori.
di Evelina Cataldo*
articolo21.org, 14 ottobre 2019
Egr. Presidente, la mancanza di parità di riconoscimento professionale, in termini economici e giuridici, rispetto alla polizia penitenziaria, è elemento di disconoscimento che mette a rischio l'esercizio di una corretta funzione rieducativa della pena. Il trattamento penitenziario non rappresenta il solo compito dei funzionari giuridico pedagogici ma è uno degli strumenti che il segretario tecnico dell'équipe è chiamato a utilizzare per articolare un progetto di esecuzione penale quanto più conforme alle indicazioni e gli orientamenti costituzionali e normativi.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 14 ottobre 2019
Cassazione, sentenza 41649 del 10 ottobre 2019. Anche chi sta scontando l'ergastolo per delitti ostativi, se ha subito un periodo di detenzione in condizioni inumane, ha il diritto di scegliere come riparazione lo sconto dei giorni e non é obbligato a optare per il rimedio economico. La Corte di cassazione, con la sentenza 41649del 10 ottobre scorso, ricorda che il concetto di pena perpetua é ormai eroso dal tempo, anche per quanto riguarda il carcere ostativo sulla cui non immutabilità sono più volte intervenute sia la Consulta, sia la Corte di Strasburgo che, nel caso Viola, ha condannato l'Italia.
Partendo dunque dalla negazione della perpetuità della pena - contraria alla sua finalità rieducativa - i giudici della Prima sezione penale hanno affermato l'interesse del ricorrente a opporsi alla decisione del tribunale di sorveglianza che, proprio in considerazione dell'ergastolo, gli aveva negato la possibilità di scelta tra la riparazione pecuniaria e lo sconto di pena per i 312 giorni che aveva trascorso in condizioni inumane e degradanti.
Un "indennizzo" introdotto con l'articolo 35-ter della legge 354/1975, dopo la sentenza Torreggiani con la quale la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per il sovraffollamento delle carceri. La norma prevede una riparazione in forma specifica, ovvero lo sconto di pena di un giorno per ogni dieci trascorsi in condizioni inumane, o un indennizzo in denaro.
Secondo la sentenza impugnata la via obbligata del ricorrente, in considerazione dell'ergastolo, era il ristoro economico. Una decisione che non convince la Cassazione che, pur in assenza di una norma specifica sul punto, afferma che la riparazione in questione non è un beneficio premiale ma una tutela piena per la lesione del diritto a un trattamento conforme al senso di umanità. E la possibilità di decidere per lo sconto dei giorni non può essere negata a chi è all'ergastolo ostativo anche se non collabora con la giustizia.
I giudici ricordano infatti che la collaborazione non è sottoposta a limiti temporali e la decisione di "pentirsi" può essere maturata anche nel corso del tempo. Come durante il trattamento può essere riconosciuta anche l'impossibilità della collaborazione o la sua "inutilità".
Condizioni che aprono la strada ai benefici, compresa la liberazione condizionale. E in tal caso si potranno decurtare i giorni riconosciuti. La Cassazione quindi annulla la pronuncia e rinvia al tribunale di sorveglianza perché riveda il suo verdetto.
di Andrea Valesini
L'Eco di Bergamo, 14 ottobre 2019
"Sistema" è parola che, usata in ambito giudiziario, rimanda a una serie di relazioni ampie e durature con finalità criminale. È suggestiva, ma spesso applicata a priori e non alla fine di un percorso investigativo con riscontro di fatti che certifichino la giustezza del ricorso a quel termine.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 14 ottobre 2019
Concorso letterario per detenuti della Società San Vincenzo De Paoli. E' andato a Carmelo Gallico del carcere di Tolmezzo in provincia di Udine, con il suo testo "Per chi muore, per chi rimane", il Premio Carlo Castelli per la solidarietà, concorso letterario destinato ai detenuti delle carceri italiane promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli.
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