di Gian Domenico Caiazza*
camerepenali.it, 30 agosto 2019
L'Unione ha inviato a tutti i parlamentari il "Manifesto del Diritto Penale Liberale e del Giusto processo", redatto, all'esito di mesi di confronto e discussione, in collaborazione con un gruppo di qualificati docenti di diritto penale e processuale, e poi condiviso dai nomi più prestigiosi della Accademia italiana. Un condensato dei principi ai quali si auspica che la politica voglia ispirarsi nelle scelte in materia di giustizia penale: presunzione di non colpevolezza, eccezionalità della privazione della libertà personale prima del giudizio, terzietà del Giudice, effettività delle impugnazioni, ragionevole durata del processo, finalità rieducativa ed umanità della pena nel rispetto della dignità della persona, tipicità, proporzionalità ed extrema ratio del precetto penale e tutti gli altri principi raccolti nei 35 Canoni del Manifesto.
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Illustre Senatore, Illustre Senatrice, Illustre Onorevole, l'Unione delle Camere Penali non ha certo titolo ad esprimere giudizi o anche solo auspici in ordine alla soluzione della crisi di Governo che oggi occupa tutte le forze politiche e parlamentari. Sappiamo però che arriverà il momento nel quale ciascuno di Voi sarà chiamato ad esprimersi nel merito del programma di Governo del Paese - se non verranno sciolte le Camere - e dunque, tra i temi di maggiore impatto politico, anche sulle scelte in materia di Giustizia Penale.
Riteniamo perciò di farLe cosa utile, e spero gradita, offrendoLe la occasione di leggere e conoscere approfonditamente il nostro "Manifesto del Diritto Penale Liberale e del Giusto processo", che ho il piacere di inviarLe in allegato.
Il Manifesto è stato redatto, all'esito di mesi di confronto e discussione, da un gruppo di qualificati docenti di diritto penale e processuale, e poi condiviso dai nomi più prestigiosi della Accademia italiana in una presentazione e discussione pubblica a Milano di importanza davvero senza precedenti per il numero e l'autorevolezza dei suoi partecipanti, come potrà ben riscontrare dalla locandina dell'evento che accompagna la brochure.
Sono questi i principi ai quali auspichiamo si voglia e si debba ispirare una politica della giustizia penale che abbia a cuore i fondamentali valori scolpiti nella nostra Costituzione: presunzione di non colpevolezza, eccezionalità della privazione della libertà personale prima del giudizio, terzietà del Giudice, effettività delle impugnazioni, ragionevole durata del processo, finalità rieducativa ed umanità della pena nel rispetto della dignità della persona, tipicità, proporzionalità ed extrema ratio del precetto penale, e tutti gli altri principi raccolti nei 35 Canoni del Manifesto.
Nella speranza che Lei voglia condividere e fare propri questi principi che la comunità dei giuristi italiani ha ritenuto di esprimere in questo importante Manifesto, esprimo l'auspicio, a nome di tutti i penalisti italiani, che Ella voglia operare fattivamente perché il programma sulla Giustizia penale del prossimo Governo possa ad essi ispirarsi con convinzione e rigore.
Grato per la Sua attenzione, Le rivolgo gli auguri di un proficuo lavoro ed i saluti più cordiali.
*Presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane
umbriajournal.com, 30 agosto 2019
Un detenuto tunisino, di circa 30 anni, si è suicidato questa mattina (attorno alle 7) nel carcere di Capanne, a Perugia. L'uomo, stando a quanto riferisce Angelo Romagnoli, vicesegretario regionale del sindacato Osapp, ha compiuto il gesto estremo nel reparto di isolamento dell'istituto di pena.
di Federico Ferraro*
ilcirotano.it, 30 agosto 2019
Mi congratulo per la nomina e formulo gli auguri di buon lavoro al neo Garante Regionale dei Detenuti per la Calabria il collega avvocato Agostino Siviglia. La nomina del Garante Regionale dei diritti dei detenuti rappresenta una conquista di civiltà per la nostra regione.
Siviglia rappresenta sicuramente una figura di riferimento e di esperienza ultra decennale nel settore della vigilanza sulla detenzione carceraria, avendo appunto ricoperto, come primo calabrese, l'incarico di Garante dei detenuti per la Città Metropolitana di Reggio Calabria. Ho avuto modo di constatarne le doti professionali personalmente, non soltanto all'atto di questa sua ultima nomina, ma anche in occasione della Presentazione dell'Ufficio comunale del Garante qui a Crotone, lo scorso ottobre.
Ci siamo ritrovati in questi mesi al fianco degli altri garanti territoriali per sostenere le necessarie sfide al fine di garantire i doverosi diritti delle persone detenute.
Importante in questo senso è stato il risultato dell'attivazione del servizio di Skype per potenziare i colloqui tra i detenuti e i loro familiari come anche l'aver sollevato attenzione su temi non procrastinabili quali il sovraffollamento carcerario o la carenza di personale nell'ambito dell'A.P. il collegamento continuo con la rete nazionale dei garanti che ci ha visti presenti in momenti significativi: da ultimo la relaziona annuale del Garante nazionale Mauro Palma alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di tutti i vertici istituzionali.
Questa nomina da parte del Presidente Irto permette di realizzare una forte e valida coesione sociale, tra i garanti, e sarà di supporto e guida per la nostra regione e per la città di Crotone. Sono certo che Agostino saprà garantire una tutela effettiva e sempre più ampia per l'intero settore della detenzione carceraria e per il reinserimento socio lavorativo dei detenuti o ex detenuti.
Siviglia potrà certamente promuovere la nomina di altri garanti comunali nelle singole realtà calabresi. Attualmente - spero per poco - rimango l'unico garante comunale della nostra regione. Sono certo che il nuovo Garante Regionale proseguirà nel meritorio compito, già intrapreso a Reggio Calabria, di affrontare e risolvere le criticità da affrontare e restituire alle persone private a vario titolo della libertà personale dignità e rispetto.
*Garante Comunale di Crotone
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 30 agosto 2019
Non esiste nascita di governo che non sia accompagnata dal toto-ministri. Il confronto tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico è serrato, le caselle da riempire molte. Tra i confermati del precedente esecutivo dovrebbe esserci il Guardasigilli pentastellato, Alfonso Bonafede, mentre a traballare sarebbe la poltrona della titolare della Difesa, Elisabetta Trenta, che però gode dei favori dei militari che la vorrebbero ancora al suo posto (in alternativa, sarebbe pronto Franco Gabrielli).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 agosto 2019
Nella struttura dell'isola continuano a giungere migranti: ed è allarme. Situazione sempre più preoccupante nell'hotspot di Lampedusa dove sono stipati circa 200 migranti, il doppio della capienza prevista. In quaranta vanno via, ma nella notte di ieri ne arrivano altri 78. La prefettura di Agrigento ha avviato il primo trasferimento: in 40 nella notte sono stati condotti a Porto Empedocle, a bordo del traghetto di linea, tra loro 21 minorenni e 2 donne.
I profughi, quasi tutti di nazionalità tunisina, sono stati accompagnati nella struttura Villa Sikania, a Siculiana, suscitando nel piccolo centro dell'Agrigentino, anche nell'amministrazione comunale, insofferenza e proteste. Tre di loro sono stati prelevati dalla squadra mobile per accertamenti di natura investigativa.
Nelle stesse ore sono approdate in autonomia 78 persone, tra siriani e bengalesi, riferendo di essere partiti lunedì dalla Libia. Mentre però 106 sono ancora al largo di Lampedusa sulla Mare Jonio.
Ma è l'hotspot di Lampedusa a far vivere i migranti in una situazione disumana e degradante. Il sindaco Totò Martello ha lanciato da giorni l'allarme. Ha denunciato che nel centro è rotto l'apparecchio per rilevare le impronte e di conseguenza i migranti, in base alle regole, non possono uscire senza che ne venga accertata l'identità tramite lo strumento non funzionante. Succede che, ancora in base alle regole, è vietato uscire dall'hotspot.
Sempre in base alle regole, non li si può tenere chiusi più di 48 ore ma, di fatto, nessuno sa da quanti giorni sono lì. Che la situazione dell'hotspot sia esplosiva, l'ha verificato qualche giorno fa anche il senatore del gruppo misto Gregorio De Falco, che ha effettuato un'ispezione nella struttura: "La situazione dentro e fuori il centro è assolutamente insostenibile", ha detto, segnalando la scarsità di kit per l'igiene, telefoni pubblici guasti, i pasti consumati all'aperto perché mancano zone destinate a mensa.
D'altronde c'è in corso un'inchiesta della procura di Agrigento fatta riaprire a maggio scorso dalla gip di Roma. "È evidente - si legge nell'ordinanza firmata il 2 maggio - la necessità di compiere indagini territoriali". Tutto comincia con un provvedimento del 29 marzo 2017 quando la procura di Agrigento, svolte le indagini, chiedeva di archiviare il fascicolo.
Ma il 24 agosto dello stesso anno, dopo l'opposizione della parte offesa che aveva depositato nuovi elementi, il gip di Roma decise di vederci chiaro. Il fascicolo era infatti arrivato nella capitale perché vi era il sospetto che illegalità fossero state ordinate dai vertici ministeriali a Roma. Per quanto le prime indagini risalgano al 2011, secondo il gip di Roma l'irregolarità "appare protrarsi alla data odierna".
In un caso, una persona "era stata rinchiusa in una stanza - si legge nell'atto giudiziario - e aveva segni visibili sul corpo che potevano far pensare ad attività di violenza". Un episodio che la procura volle archiviare, ma che secondo il Gip richiedeva maggiori approfondimenti.
"La situazione nell'hot spot di Lampedusa è drammatica", aveva del resto dichiarato il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma sentito dai magistrati che conducevano l'inchiesta. Il Garante disse che nella struttura "si dovrebbe rimanere per un massimo di 48 ore, invece il tempo di permanenza è più lungo e spesso non definito, configurando lo stato di detenzione arbitraria".
Inoltre, "la circostanza che le persone a Lampedusa non possano agire in libertà non è dovuta - spiegò il Garante - a un ordine o a una disposizione ministeriale, ma piuttosto a ordini eventualmente emanati dalle autorità del luogo".
di Claudia Meschini
Il Gazzettino, 30 agosto 2019
Alla Mostra del Cinema di Venezia il dolore delle donne e il desiderio di riscatto: un documentario per raccontare la vita di persone che hanno fatto scelte sbagliate dopo eventi tragici.
Hasna, bruciata con l'acido da un uomo che provava per lei un amore malato cade nel tunnel della droga e, dopo una notte di abusi di stupefacenti, si ritrova dietro le sbarre. Josephine, una vita di violenze, la totale assenza della famiglia, l'abbandono la trascinano nella trappola della prostituzione. In carcere ha trasformato il suo dolore nell'amore per la cucina, diventando un'ottima chef.
Yvonne, filippina, un marito che la picchia e la tradisce, poi l'amore sbagliato per uno spacciatore: inizia a prendere metanfetamina e si mette a spacciare anche lei. Errori su errori che la portano in cella e, oggi, a un percorso di rinascita.
Svelare queste vite, in cui il dolore si mescola a un forte desiderio di riscatto, è l'obiettivo di Donne in prigione si raccontano, un docu-film realizzato all'interno della Sezione Femminile del carcere San Vittore di Milano. Curatrici del progetto Francesca Carollo, giornalista, Jo Squillo, conduttrice televisiva e Giusy Versace, deputata, atleta paraolimpica nonchè Aquila del Carnevale di Venezia 2015.
Un breve stralcio della pellicola (10 ore complessive), è stato presentato ieri all'Excelsior, allo Spazio della Regione Veneto, dove oltre alle detenute protagoniste in permesso speciale, e alle curatrici del progetto, era presente un vasto parterre di politici: il ministro ai Beni Culturali Alberto Bonisoli, l'assessore alla Cultura della Regione del Veneto Cristiano Corazzari, la vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Lina di Domenico, la senatrice Daniela Santanchè, il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone, l'euro deputata Alessandra Moretti e la presidente del Consiglio Comunale di Venezia Ermelinda Damiano.
"Un anno e mezzo per ottenere i permessi per realizzare il progetto, una ventina di incontri con le detenute all'interno del carcere. Così è nato questo video che vuole rivelare un mondo ai più sconosciuto: quello delle vite di donne che hanno commesso un reato, sono cadute ma che oggi affrontano la risalita" ha detto Francesca Carollo.
"Il percorso rieducativo le ha portate anche a imparare una professione: quella di video-operatrice. Perché sono state loro stesse, dopo un corso all'interno dell'istituto di pena, a filmare le loro interviste, a immortalare sensazioni e immagini, a diventare registe delle loro storie" ha aggiunto Jo Squillo.
"Queste donne dovranno essere seguite, sostenute, quando usciranno perchè possano reinserirsi nella società e avere una seconda opportunità" ha detto Giusy Versace. Sul problema della recidiva si è soffermato il ministro ai Beni Culturali Alberto Bonisoli: "Oggi il carcere non aiuta i detenuti a intraprendere un reale percorso rieducativo. La detenzione non deve essere solo un percorso punitivo ma anche di riabilitazione".
"Non bisogna però dimenticare che i detenuti sono persone che hanno fatto del male ad altre persone - ha puntualizzato Daniela Santanchè - il mio pensiero va quindi anche a chi è stato vittima di chi ora è in galera, io sono contraria agli sconti di pena. La certezza della pena deve essere un punto fondamentale del sistema di giustizia". "Certezza della pena ma anche processi brevi" ha aggiunto Alessandra Moretti. Il documentario si inserisce all'interno delle iniziative della Onlus Wall of Dolls, volta a sostenere i progetti contro la violenza sulle donne.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 30 agosto 2019
L'evento, in programma domani, è promosso dall'associazione Balamòs Teatro nell'ambito del progetto 'Passi sospesi'. In proiezione, oggi, alla Mostra il docu-film di Jo Squillo "Donne in prigione si raccontano". Dalla giuria della 76ma Mostra internazionale del Cinema di Venezia al palcoscenico del carcere della Giudecca, il regista Paolo Virzì domani sarà ospite del progetto teatrale 'Passi sospesi'. Promosso dall'associazione Balamòs Teatro, diretta dal regista e pedagogo teatrale Michalis Traitsis, il progetto coinvolge gli istituti penitenziari di Venezia (Casa di reclusione femminile di Giudecca e Casa circondariale maschile di Santa Maria Maggiore) e si lega al Festival a doppia mandata.
"Attivo dal 2006 - spiega il regista - "Passi sospesi" dal 2009 vede una collaborazione con la Mostra del Cinema che si è svolta su più livelli. Nel tempo abbiamo organizzato incontri e proiezioni nell'ambito del Festival mentre negli ultimi anni ci siamo concentrati sull'organizzazione di iniziative all'interno del carcere: ci sembrava più opportuno far venire la Mostra in carcere invece che andare alla Mostra noi. Per questo ogni anno scegliamo un artista sulla base del suo lavoro ma anche del suo impegno sociale, per promuovere l'incontro con le donne detenute".
Negli anni scorsi hanno visitato le carceri veneziane Abdellatif Kechiche, Fatih Akin, Mira Nair, Gianni Amelio, Antonio Albanese, Gabriele Salvatores, Ascanio Celestini, Fabio Cavalli, Emir Kusturica e David Cronenberg. Alla vigilia di ogni incontro sono promosse le proiezioni delle pellicole più rappresentative di ogni regista per favorire l'incontro con l'ospite "e aspettando Virzì - prosegue Michalis Traitsis - abbiamo proposto la visione di 'Ovosodo', 'Il capitale umano' e 'Pazza gioià.
I film sono scelti tra quelli che più rappresentano il regista sia dal punto di vista artistico che etico e che sono più vicini al lavoro che svolgiamo all'interno del carcere. Domani, quando verrà il regista, le donne detenute avranno già visto tre dei suoi film e si farà un incontro sulla base di quello che emerge come problematica etica, artistica e sociale. Quello che posso dire oggi è che i film proposti hanno suscitato molta curiosità e molto interesse e penso che l'incontro di venerdì potrà essere molto proficuo perché il lavoro di Virzì è riuscito a creare un certo movimento all'interno del carcere".
"La collaborazione di Balamòs Teatro con gli istituti penitenziari di Venezia e la Mostra internazionale d'Arte Cinematografica - spiega una nota dell'associazione - ha come obiettivo ampliare, intensificare e diffondere la cultura dentro e fuori gli istituti penitenziari ed è inserita all'interno di una rete di relazioni che vede partner il Coordinamento nazionale di teatro in carcere, l'Associazione nazionale dei critici di teatro, il Teatro stabile del Veneto, l'università Cà Foscari di Venezia, il Centro teatro universitario di Ferrara e la Regione Veneto. Per il progetto teatrale 'Passi Sospesi', Michalis Traitsis ha ricevuto nell'Aprile del 2013 l'encomio da parte della Presidenza della Repubblica e nel Novembre del 2013 il Premio dell'Associazione nazionale dei critici di teatro".
Verrà invece presentato oggi alla Mostra del Cinema 'Donne in prigione si raccontano', il docu-film diretto da Jo Squillo e scritto con Giusy Versace e Francesca Carollo. La proiezione è prevista per le 16.00 all'Hotel Excelsior, al Lido di Venezia, nello Spazio della Regione Veneto, e alle 17.30 alla Pegaso Lounge, in un incontro riservato a una platea di studenti. Alla presentazione interverranno anche tre donne detenute a San Vittore che hanno partecipato alla realizzazione del documentario.
"Il docu-film è stato realizzato in collaborazione con Auser Regionale Lombardia - spiega una nota della produzione - e fa parte di un progetto di solidarietà della Onlus Wall of Dolls, promossa da Jo Squillo contro la violenza sulle donne. Dal mese di marzo 2016 Auser Regionale Lombardia gestisce a San Vittore il coro gospel delle detenute, con la direzione artistica di Sara Bordoni e Matteo Magistrali e la canzone originale con cui si chiude il cortometraggio ha le parole toccanti di una giovane donna detenuta che proprio in carcere ha scoperto il proprio talento, mentre la musica porta la firma di Matteo Magistrali e l'arrangiamento è opera di Pippo Muciaccia".
estense.com, 30 agosto 2019
Nothing Concrete e Utungo Tabasamu portano musica e allegria in Arginone. La neo direttrice si commuove: "Vi auguro ogni bene". "Ci avete permesso di 'uscire' fuori dal carcere e andare nella strada: questa apertura alle barriere, togliendo una pietra alle mura del carcere, ci fa sentire ancora vivi, grazie per esservi ricordati di noi". Nelle parole di un detenuto è racchiuso tutto il senso, quello più pieno e meraviglioso, della visita del Ferrara Buskers Festival alla casa circondariale di via Arginone.
Sono le canzoni folk della band melting pot Nothing Concrete e le originali percussioni degli italiani Utungo Tabasamu a tenere compagnia nella mattinata di giovedì ai detenuti radunatasi nella sala ricreativa, che accompagnano la colorata esibizione battendo il tempo con le mani, lanciandosi in ovazioni e concludendo con una doppia standing ovation.
"È un piacere essere qui per il quarto o quinto anno, portando i musicisti di tutto il mondo non solo in centro storico ma anche in carcere dove condividere un momento di allegria e festa" commentano all'unisono il direttore artistico Stefano Bottoni e il direttore organizzativo Luigi Russo prima di aprire le danze.
Il mix di canzoni folk, world, blues e swing proposto dai Nothing Concrete - composto da sei giovani provenienti da Francia, Belgio, Italia, Scozia e con sede a Tolosa - intrattiene il pubblico dell'Arginone a suon di chitarra, contrabbasso, sax e batteria (e marionetta), anche se sono le coreografie di tip tap e lindy hop a strappare più applausi.
Il caldo si fa sentire - "non ci avevano detto che potevamo fare una sauna gratuita" scherza Gaia Miato, l'unica italiana della band - ma è già tempo di far salire sul palchetto gli scatenati Utungo Tabasamu che l'anno scorso hanno vinto il contest "Vota il tuo busker preferito". Al quartetto bastano padelle, scatole di latta, bidoni, scope, palette, fischietti e sturalavandini per trasformare oggetti di uso quotidiano in strumenti musicali capaci di coinvolgere il pubblico, fuori e dentro le sbarre.
Partecipare alla performance è inevitabile e i ringraziamenti sono d'obbligo: "Vogliamo ringraziare tutta l'organizzazione del Buskers Festival, la direttrice Nicoletta Toscani, la comandante Annalisa Gadaleta, il reparto educatori, la garante dei detenuti Stefania Carnevale, la polizia penitenziaria e gli stessi buskers" commenta un detenuto, rappresentante del laboratorio di bricolage Artenuti che ha regalato un leggio di legno personalizzato con il nome a ogni musicista e altri omaggi allo staff del Fbf e alla direttrice, oltre a una cassetta di ortaggi coltivati direttamente nel Galeorto.
"Mi sono commossa a leggere la dedica, in cui rivedo il mio percorso di direttore negli ultimi 30 anni e i sentimenti che vorrei condividere con voi: mi auguro che abbiate tutto il bene che vi meritate quando uscirete da uomini liberi" è il tenero messaggio della neo direttrice Nicoletta Toscani nel leggere l'incisione.
Una poesia piuttosto eloquente: "Ho sognato che camminavo in riva al mare con il Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme: le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: "Signore io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili? " E lui mi ha risposto: "Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti ho abbandonato mai: i giorni nei quali c'è soltanto un'orma sulla sabbia sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio".
di Claudio Colombo
ilcittadinomb.it, 30 agosto 2019
Carcere sovraffollato e personale sotto organico, tribunale bisognoso di manutenzioni: il sistema-giustizia di Monza è in evidente difficoltà. I problemi sono risolvibili ma come al solito mancano i fondi. Intanto si scende un gradino nella scala della civiltà.
L'emergenza è nei numeri: i detenuti nel carcere di via Sanquirico sono troppi, l'indice di sovraffollamento è tra i più alti in Lombardia, gli agenti penitenziari sono ampiamente sotto organico e, dettaglio che rafforza il paradosso, le dotazioni dei mezzi a disposizione sfiorano un livello da terzo mondo, tanto da far dire ai sindacati che auto e furgoni vanno a pezzi e difficilmente passeranno la prossima revisione.
Non è da paese civile amministrare la giustizia quando si perdono di vista i valori che dovrebbero ispirarla, soprattutto se la struttura dove esercitare la funzione rieducativa della pena non è al passo con una situazione logistica accettabile. Il carcere di Monza è un modello per molti istituti di pena, tali e tante sono le iniziative a favore dei detenuti proprio in funzione del recupero sociale e di una pedagogia finalizzata al reinserimento, a condanna scontata, nel mondo del lavoro.
Ma se non ci sono le precondizioni perché si possa operare con profitto - un ambiente umano, spazi praticabili, "secondini" non stressati da troppi turni di lavoro -, ogni sforzo rischia di essere vano. Le conseguenze sono pesanti: la quotidianità precaria fa aumentare la tensione e alzare pericolosamente i livelli di conflittualità. Che il sistema-giustizia attraversi un momento di evidente difficoltà è testimoniato anche dalle condizioni in cui si trova il tribunale di Monza, alle prese con impianti elettrici che saltano, calcinacci che cascano, tubi che perdono acqua. Problemi seri, eppure risolvibili, anche se alla fine la risposta è sempre la stessa: soldi non ce ne sono, impossibile provvedere. Passato il momento, tutto resta come prima. E intanto si è sceso un altro gradino nella scala della civiltà.
di Luca Bisori* e Luca Maggiora**
Corriere Fiorentino, 30 agosto 2019
la cronaca ferragostana narra della visita a Sollicciano della Camera penale e del Partito Radicale, nonché del sindaco Nardella. Il resoconto della visita è mesto quanto consueto: 757 detenuti presenti, capienza regolamentare 450, sovraffollamento del 170%, si sta in 5 dove si potrebbe stare al massimo in 3.
Negli stessi giorni alcuni locali versiliesi sono stati chiusi, con clamore, per superamento della capienza regolamentare: a Sollicciano è invece la condizione ordinaria, non del breve volgere d'una serata danzante, bensì della vita quotidiana di centinaia di persone, ammassate in locali incandescenti d'estate e gelidi d'inverno, invasi da acqua di origine indecifrabile che fuoriesce dagli scarichi delle docce, esondando per celle e corridoi.
Condizioni che causerebbero l'immediata chiusura di qualsiasi struttura, ma non del carcere: qui, evidentemente, sicurezza, diritti, dignità dei detenuti non valgono tanto quanto quelli dei liberi, con buona pace della Costituzione e della legge. Questa assuefazione alla illegalità conclamata ha del paradossale: si manifesta proprio nel luogo ove lo Stato punisce chi ha violato la legge. Cronaca tragicomica di un fallimento annunciato.
Rieducare, risocializzare, è questo il precetto costituzionale per la pena: ma come può seriamente proporsi un simile obiettivo se per 750 detenuti lavorano appena 5 educatori, uno ogni 150? Se chi vuol lavorare deve attendere turni di 8 mesi, per poi lavorare manciate di giorni? Se, pressoché inesistenti altre attività, i detenuti restano chiusi in cella di fatto 22 ore su 24? (...).
L'indifferenza alle condizioni di vita dei detenuti affondano le radici in un terreno ideologico pervaso da una ossessione emotiva per la pena detentiva, da una idea del carcere come luogo di neutralizzazione fisica se non di "marcescenza" del colpevole, per cui la sola evocazione dei diritti dei detenuti viene subito bollata come buonismo radical chic: idea che ha partorito riforme improntate a parossistici aumenti di pena e riduzione degli spazi per le misure alternative.
È vero, la difesa dei principi di garanzia è contro-intuitiva: nel dibattito pubblico è assai più facile indulgere alla logica della vendetta collettiva, strumentalizzare il dolore e la rabbia delle vittime per chiedere a gran voce pene esemplari ed indefettibili, meglio se durissime e disumane. Ma proprio guardando il carcere dobbiamo chiederci: che democrazia vogliamo essere?
La Costituzione e le Convenzioni internazionali proclamano che umanità e dignità sono valori irriducibili di ogni uomo, anche colpevole, e che ogni eccesso di afflizione oltre la privazione della libertà costituisce un arbitrio. Sospendere la tutela dei diritti in carcere è sciaguratamente pericoloso (...).
In più, l'ossessione carcerocentrica è miope: le statistiche dimostrano che chi fa tutto e solo carcere torna a delinquere molto più di chi sconta parte della pena in misura alternativa. Investire sul carcere può non pagare in termini elettorali, ma è più intelligente.
Un Paese civile, insomma, considererebbe un'emergenza democratica il ripristino della legalità costituzionale in carcere; ed una classe politica lungimirante investirebbe su carcere e pene alternative, rivendicando le ragioni (etiche e funzionali) del proprio agire.
*Presidente della Camera Penale di Firenze
*Rappresentante dell'osservatorio Carcere Unione Camere Penali
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