di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 1 settembre 2019
Le conclusioni della procura generale di Nairobi. Le mosse degli inquirenti italiani. Non sanno chi ce l'ha, ma sanno chi non ce l'ha: dopo dieci mesi di dubbi e di smentite, la Procura generale di Nairobi s'è convinta che Silvia Romano sia stata rapita non da una scalcagnata banda di criminali kenyoti a caccia di soldi facili, ma "per fini di terrorismo". E che quindi sia finita nelle mani di Al Shabaab, i qaedisti somali, ai quali potrebbe essere stata ceduta in un secondo momento.
È un'ipotesi che girava fin dal primo giorno, a suo tempo confermata dai corpi speciali impegnati nelle ricerche lungo il fiume Tana, ma ora è nero su bianco: troppo frequenti, i contatti telefonici della gang con la Somalia; assai "sproporzionati" i mezzi impiegati nel sequestro, gli uomini e le armi e le moto, rispetto alle tecniche usate dalla mala locale; anomala quella fuga nella savana, fra gli spari e verso la porosa frontiera somala. Insomma "s'è trattato d'un sequestro su commissione", l'idea che ci s'è fatti, anche se è sempre inspiegabile e inquietante il silenzio che ne è seguito. L'ultima volta che Silvia fu vista, ferita a un piede, era Natale. L'ultimo contatto utile, risale a gennaio. Poi, il nulla.
Ancora non si sa se è viva, dunque, ma ora si sa chi potrebbe volerla morta. In carcere, sotto processo, ci sono solo tre degli otto che il 20 novembre presero la ventitreenne volontaria milanese a Chakama, un villaggio a un'ottantina di km da Malindi: forti della nuova convinzione acquisita, e sollecitati dai Ros italiani che finalmente hanno potuto vedere il materiale investigativo, i giudici hanno deciso di contestare ai tre imputati l'aggravante del terrorismo e di negare la libertà su cauzione. Abdullah Gaba Wario, Moses Luwali Chembe e Said Adhan Abdi restano dentro, e si cercherà di verificare l'attendibilità di quanto raccontato finora.
Da quando i carabinieri sono tornati in Kenya, con una rogatoria internazionale, qualcosa si tenta di smuovere: in un quarto incontro dei prossimi giorni coi colleghi africani, saranno acquisiti nuovi verbali, altri tabulati telefonici e documenti vari da inserire nel fascicolo del sostituto romano Sergio Colaiocco. Siamo a una svolta? Non c'è da sperare chissà che. Ma stabilire che Silvia sia cascata nelle mani dei fondamentalisti islamici, è già un passo avanti in un'inchiesta che ne ha fatti solo all'indietro. E mette in gioco apparati che stavano fuori: il Kenya ha un diverso modo d'investigare i fatti di terrorismo e quelli di criminalità comune, anche la spinta "politica" è differente. In queste ore, al Consiglio di sicurezza dell'Onu, Nairobi ha lavorato per estendere alla Somalia (e ad Al Shabaab) le sanzioni previste dalla risoluzione 1267 nei territori controllati da Isis e Al Qaeda. La battaglia al Palazzo di vetro però è andata perduta. Perché molte ong e soprattutto sei Paesi - Usa, Germania, Francia, Belgio, Polonia e Kuwait - si sono opposti. Meglio evitare d'affamare Al Shabaab, sostengono: significherebbe condannare anche milioni di somali disperati. E forse complicare il caso Silvia, ancora di più.
di Nicola Lavacca
Avvenire, 1 settembre 2019
Si chiamano "Scappatelle" e sono biscotti a forma di cuore realizzati dai ragazzi detenuti nelle carceri minorili di Bari e di Nisida, la piccola isola ai margini del golfo di Napoli. È un nuovo progetto di integrazione sociale e di recupero che porta la firma di Luciana Delle Donne, fondatrice di Made in Carcere, che si è avvalsa del sostegno della Fondazione Megamark di Trani.
L'obiettivo è dare una seconda chançe ai ragazzi detenuti affinché possano imparare un mestiere, quello del pasticciere, in modo da proporsi, una volta scontata la pena, nel mondo del lavoro forti delle competenze specifiche acquisite. Nei due istituti penali minorili sono stati avviati dei laboratori artigianali con impastatrici e forni per la cottura messi a disposizione dalla Megamark. Biscotti solidali ma anche genuini perché fatti con pochi ingredienti sani, senza latte e uova e soprattutto senza additivi chimici e conservanti: farina di grano duro, zucchero di canna biologico, vino Primitivo di Manduria Dop e olio extravergine pugliese.
"Il progetto Made in Carcere - sottolinea Luciana Delle Donne, fondatrice del brand sociale - è diventato in qualche modo simbolo del riscatto e del coraggio. I biscotti, che abbiamo voluto ironicamente chiamare Scappatelle, hanno per i minori coinvolti nel progetto il gusto buono della libertà".
rainews.it, 1 settembre 2019
Una storia che riemerge dalla notte della Storia, oltre 50 anni fa. L'uomo accusato di aver ucciso Robert F. Kennedy è stato accoltellato ieri nella prigione della California, dove sta scontando l'ergastolo.
Il 75enne Sirhan Bishara Sirhanm è ricoverato in condizioni stabili. L'aggressione è avvenuta alle 14.21 (ora locale, 23.21 in Italia) nel penitenziario Richard J. Donovan", nella contea di San Diego. "Gli agenti hanno risposto rapidamente e hanno trovato un detenuto con ferite da coltellate. Le sue condizioni sono state stabilizzate dopo il ricovero in ospedale", ha aggiunto. Palestinese, ossessionato da Bob Kennedy Ha passato circa due terzi della sua vita in carcere Sirhan Bishara Sirhan, l'uomo accusato di aver ucciso Robert F. Kennedy.
Ma nel penitenziario Richard J. Donovan nella contea di San Diego, vicino al confine con il Messico, dove ieri è stato accoltellato, era stato trasferito solo 6 anni fa, nel novembre 2013. Sirhan Bishara Sirhanm, cristiano palestinese di cittadinanza giordana, aveva 24 anni quando poco dopo la mezzanotte del 5 giugno 1968 uccise con diversi colpi di pistola "Bobby" Kennedy all'hotel Amabassador di Los Angeles, dove l'allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti aveva appena tenuto un discorso ai suoi sostenitori per festeggiare la vittoria alle primarie del Partito Democratico del 4 giugno.
Sirhan era nato a Gerusalemme e viveva da dodici anni negli Stati Uniti. Si era trasferito con i genitori, prima a New York e poi in California. Durante le indagini emerse che aveva una vera e propria ossessione per Robert F. Kennedy. La polizia trovò nel suo appartamento un diario in cui esprimeva la volonta' di ucciderlo, dopo che il senatore in campagna elettorale aveva annunciato il suo sostegno a Israele.
La notte del 5 giugno, mentre Kennedy lasciava il palco nel salone dell'hotel e attraversava le cucine per andare a un incontro con i giornalisti, Sirhan si fece largo tra la folla e sparò dei colpi di pistola, uno colpì Bob alla testa. Dall'autopsia emerse un foro d'entrata del proiettile dietro l'orecchio destro del senatore e la foto scattata subito dopo la sparatoria rivelò una ptosi palpebrale tipica di una lesione cerebrale.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 1 settembre 2019
Due anni dopo la brutale campagna di pulizia etnica che costrinse circa 700.000 rohingya a fuggire da Myanmar e a riparare in Bangladesh, questi rifugiati sono ancora intrappolati, in condizioni insopportabili, in campi sovraffollati. Lo ha denunciato Amnesty International in un rapporto intitolato "Non so quale sarà il mio futuro", che paventa il rischio che una generazione di bambini rohingya vada perduta a causa del sistematico diniego dell'accesso all'istruzione da parte delle autorità del Bangladesh, del senso d'incertezza e della perdita di speranza che dominano la vita di molti giovani nei campi rifugiati.
Quasi la metà del milione di rifugiati rohingya residenti in Bangladesh ha meno di 18 anni. Alcuni sono nati in Bangladesh, mentre la maggior parte è fuggita da Myanmar con le famiglie dopo l'ondata di violenti attacchi contro i loro villaggi iniziata alla fine di agosto del 2017. Per gli uni e gli altri, le opportunità di ricevere un'istruzione sono estremamente limitate, per quanto riguarda sia le strutture autorizzate a operare all'interno dei campi che i permessi per i rifugiati registrati di frequentare le scuole locali all'estero delle strutture di accoglienza. Di fatto, se si eccettuano gli "spazi amici dei bambini" e strutture che offrono opportunità di gioco e i primi rudimenti della scuola elementare, il diritto all'istruzione dei bambini rohingya nei campi e fuori è negato.
Secondo il governo, consentire l'accesso all'istruzione incoraggerebbe i rifugiati rohingya a rimanere in Bangladesh anziché rientrare in Myanmar. Ecco il punto. Due anni fa il Bangladesh, paese povero, si è fatto carico con uno sforzo straordinario di accogliere, nel giro di poche settimane, centinaia di migliaia di persone in fuga. Comprensibilmente, le autorità di Dacca hanno ritenuto che l'accoglienza dovesse essere temporanea. Il rifiuto di pensare che i rifugiati rohingya potessero avere bisogno di protezione nel medio e nel lungo periodo ha fatto sì che la priorità venisse data a misure provvisorie di emergenza. Al mancato accesso all'istruzione si aggiunge il divieto, per i rifugiati rohingya in Bangladesh, di lavorare. Questo li rende interamente dipendenti dagli aiuti umanitari per la sopravvivenza quotidiana. Amnesty International ha potuto osservare che, per quanto riguarda gli aspetti più importanti dell'assistenza umanitaria - rifugi, acqua, strutture igienico-sanitarie, salute e cibo - la qualità dei servizi è inadeguata.
Alcune di queste difficoltà sono inevitabilmente dovute alla dimensione dei campi e al tempo necessario per migliorare quei servizi. Ma, di nuovo, migliorarli metterebbe a rischio i rimpatri. Ecco che, ad esempio, a causa delle limitazioni imposte ai rifugiati sui materiali da costruzione che possono utilizzare, durante la stagione dei monsoni essi rimangono in strutture temporanee, torride e scarsamente ventilate. Il sovraffollamento è un altro enorme problema: spesso famiglie numerose devono condividere una stanza singola. Vi sono poi difficoltà riguardo all'igiene: l'acqua da bere è frequentemente contaminata e le strutture per pompare l'acqua sono difficili da raggiungere. Infine, le limitazioni alla libertà di movimento impediscono di uscire dai campi per cercare cure mediche. All'interno dei campi è disponibile solo un'assistenza di base. Negli ultimi mesi, poi, si è parlato molto di un progetto che prevede il trasferimento di fino a 100.000 rifugiati rohingya a Bhasar Char, un'isola di 39 chilometri quadrati nel golfo del Bengala, mai abitata, a tre ore di viaggio dalla terraferma, esposta a inondazioni e ad altre avversità climatiche.
Questo progetto presenta grandi rischi dal punto di vista dei diritti umani. Isolerebbe e segregherebbe ancora di più i rifugiati rohingya. Per Amnesty International c'è urgente bisogno di piani e strategie a lungo termine basate sulla tutela dei diritti umani e che assicurino libertà di movimento, alloggi adeguati, accesso alle cure mediche e all'istruzione e che prevedano la possibilità di ricevere protezione per lunghi periodi di tempo in Bangladesh, secondo quanto dispone il diritto internazionale. La comunità dei donatori internazionali è chiamata a condividere le responsabilità col Bangladesh, aumentando e sostenendo l'assistenza tecnica e finanziaria per rispondere alle necessità della popolazione rifugiata rohingya e alleviare l'onere dell'accoglienza per le autorità locali.
di Franco Cardini
Il Mattino, 1 settembre 2019
Ormai sembra diventata una consuetudine, se non un tormentone. In una società che non si dimostra più all'altezza di esprimere forze politiche dotate di una capacità organica di programmazione politica - da noi, i vecchi partiti bene o male ci - riuscivano - si moltiplicano le manifestazioni di folle, spesso di masse, che protestano a colpi di slogan e magari di atti di violenza contro persone e cose e che, al posto della sistematicità delle proposte, scelgono la periodicità dei loro shows.
Così, dopo il Sabato del Villaggio, il Sabato Inglese e il Sabato Fascista, ecco il sabato dei Gilets Jaunes lo scopo conclamato dei quali, la "fine della società capitalista", sarebbe anche condivisibile se fosse, ammettiamolo, un po' meno generico.
Da qualche mese a questa parte, una folla - dirlo - immensa, a Hong Kong, sembra aver adottato il simbolo dell'ombrello multicolore (necessario del resto, in stagione monsonica) per il loro Sabato degli Ombrelli. Che cosa vuole, questa folla che sfida le intemperie estive e il rigore di una polizia non proprio rispettosa dei diritti civili, alla quale essa risponde peraltro nelle rime e qualche volta sopra le righe.
Per dare una risposta adeguata, bisogna cominciare con il rimuove un pochino la coltre di un'antica e pesante disinformazione italica: quella che concerne la storia della colonizzazione del mondo, che non fu proprio una passeggiata e tanto meno un'impresa umanitaria di suffragette e di missionari.
Nel 1840, durante quel massacro senza nome scatenato dalla sua volontà di costringere l'impero cinese ad aprire le sue frontiere all'oppio indiano importato dall'East India Company e pudicamente denominato "Guerra dell'Oppio", Sua Maestà Britannica fra le altre cose s'impadronì dello scalo di Hong Kong, che mantenne al titolo fittizio di "affitto perpetuo", quindi praticamente come colonia, grazie a un accordo firmato ne11898 che gli dava diritto di mantenere il suo governatorato per 99 anni.
A parte la breve occupazione giapponese tra '41 e '45, tale condizione si mantenne anche in seguito; ma a partire dagli Anni Ottanta del secolo scorso si avviarono le trattative per la normalizzazione di quello che a noialtri occidentali sembrava uno "stato libero" incastrato nell'immensa compagine rossa.
Dopo trattative estenuanti, nel 19841a premier Margaret Tatcher e il presidente Deng Xiaoping siglarono un accordo secondo il quale la Gran Bretagna accettava di restituire il territorio alla Cina nel 1997, in cambio della promessa che la Cina avrebbe concesso a Hong Kong un "alto grado di autonomia" per 50 anni, fino al 2047. Hong Kong divenne una "regione ad amministrazione speciale" della Repubblica Popolare Cinese (Rashk), ma il suo statuto prevede per il prossimo mezzo secolo il mantenimento del "precedente sistema capitalistico" con i relativi "stili di vita", secondo una norma nota come "un paese, due sistemi".
Ora, il punto è che molti sono i cittadini della Rashk scontenti dei provvedimenti legislativi assunti dagli organi dirigenti, che a loro avviso diminuirebbero sino a vanificarle le prerogative delle quali essi dovrebbero godere e in pratica ad assoggettarli prima del tempo alla legislazione cinese. In particolare, a scatenare la protesta che ormai dura dalla primavera è stato un nuovo disegno di legge sull'estradizione proposto dal governo della Rashk che, se approvato dal suo parlamento, ridurrebbe di molto la libertà personale dei cittadini.
Ai manifestanti la polizia della Rashk e in particolare le formazioni antisommossa avrebbero risposto secondo molte testimonianze con un'escalation di violenza (dai proiettili di gomma ai gas tossici), mentre altre fonti denunziano al contrario attacchi contro le forze dell'ordine, costruzione di barricate, catene di scioperi, blocchi del traffico, detenzione di armi offensive e atti diffusi di vandalismo.
Al di là di questo peraltro abituale "gioco delle parti", i manifestanti chiedono il ritiro del disegno-legge sull'estradizione, un'inchiesta indipendente sulla brutalità della polizia, il rilascio dei manifestanti arrestati, una ritrattazione della caratterizzazione ufficiale delle proteste come "rivolte" ed elezioni dirette per scegliere i membri del Consiglio legislativo e il capo dell'esecutivo.
In conseguenza della situazione, molti voli da e per Hong Kong sono stati annullati. La manifestazione, ormai, da ciclica e periodica sembra essersi trasformata in permanente: e molte sono state le adesioni globali a quello che si può definire un movimento, appoggiato fino ad oggi da pubblici funzionari, insegnanti, operatori dei settori amministrativo e finanziario, ospedalieri.
Il sabato 31 agosto, tredicesimo week end di protesta e quinto anniversario del giorno nel quale, nel 2014, la repubblica cinese ha annunciato un progetto di limitazione delle libertà civili, ha visto migliaia di manifestanti riversarsi ancora nelle vie cittadine: ma non sono mancate le denunzie relative alla presenza di agenti provocatori magari di opposta tendenza, da una parte cinesi interessati a far degenerare la protesta (che le autorità definiscono "sommossa") fino a rendere necessaria un'azione repressiva dura e dall'altra emissari di potenze estranee alle repubblica popolare decisi a sviluppare quella che potrebbe diventare una rivolta eversiva.
Il governo della Rashk insiste sulla legittimità delle leggi proposte, che restano a suo avviso nel quadro dello "stato di diritto", e denunzia ingerenze straniere, mentre va detto che alcuni osservatori autorevoli hanno parlato apertamente degli Usa e dell'Unione europea.
Sulla stessa linea si muove ufficialmente la risposta del governo cinese ai rilievi esposti il 30 agosto (quindi alla vigilia di una nuova giornata si tensione) dal responsabile della "politica estera" dell'Ue Federica Mogherini, la quale ha definito "preoccupante" la misura di polizia governativa consistente nell'arresto di tre manifestanti: il governo cinese replica ribadendo la legittimità del provvedimento e ipotizzando, da parte dell'esponente dell'UE, un'indebita ingerenza negli affari interni della Cina.
"Il problema attuale a Hong Kong non riguarda affatto i cosiddetti diritti umani, la libertà o la democrazia, ma il sostegno dello stato di diritto e la lotta contro i crimini in conformità con la legge", ha dichiarato al riguardo il portavoce governativo cinese. Restiamo in attesa degli sviluppi della situazione, che magari matureranno tracimando oltre i limiti degli ormai rituali (anche se d'intensità crescenti) scontri del sabato.
Va da sé, e lo sappiamo bene, che la fine dello statuto transitorio della situazione che faceva di Hong Kong una "svizzera estremo-orientale" disturbi la sensibilità e gli interessi di molti; ed è comprensibile, in particolare per i giovani e gli studenti, che il passare dalla condizione di cittadini di una democrazia all'occidentale a quelli sempre più simile agli abitanti della repubblica popolare, possa non sorridere.
Ma, per il resto - e stando proprio al documento prodotto dalla signora Mogherini - io che ormai abito prevalentemente a Parigi mi domando se il nostro Alto Commissario abbia mai girato per le strade della Ville Lumière in un "sabato dei Gilets Jaunes". Avrebbe assistito a scene di arbitrio e di violenza intollerabili in un paese civile e in uno "stato di diritto": ma anche a risposte degli organi preposti all'ordine pubblico che in fatto di gas lacrimogeni, proiettili di plastica, pestaggi ed arresti (molti i feriti gravi) non agisce in modo diverso da quanto finora sappiamo degli agenti della Rashk. Signora Mogherini, lo segnali a Monsieur Macron. In fondo, la Cina sarà anche vicina: ma noi siamo pur sempre in Europa.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 agosto 2019
Provvedimento nullo se il mendicante è senza fissa dimora. Il giudice penale può disapplicare l'atto se non si prova la pericolosità. L'accattonaggio e l'abitazione nell'immobile in disuso non bastano per l'ordine di rimpatrio. Il provvedimento è poi nullo se la persona verso il quale è rivolto è senza fissa dimora.
di Matteo Leoni
Il Tirreno, 31 agosto 2019
La Cassazione dà torto al pm che aveva chiesto la detenzione per i pusher. In cella solo con una pena sopra i 5 anni. Obbligo di firma per chi non ha domicilio. Spacci droga e vieni arrestato in flagranza? Se hai un tetto dove dormire rischi concretamente di finire agli arresti domiciliari, se invece non ce l'hai puoi star certo che tornerai presto libero.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 agosto 2019
È stato ritrovato impiccato in cella. Era recluso in isolamento, dove aveva chiesto di essere trasferito, ma nonostante avesse avuto in dotazioni lenzuola di carta è riuscito nel suo intento. Continuano i suicidi di persone sottoposte a isolamento. Ieri mattina, un detenuto tunisino di 37 anni è stato trovato impiccato in una cella di isolamento della Casa circondariale Capanne di Perugia, in Umbria.
A darne per prima la tragica notizia e ricostruire l'accaduto è Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l'Umbria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe: "L'uomo si è suicidato in una cella dove era isolato per motivi disciplinari. Nordafricano, 37 anni, fino a mezz'ora prima aveva parlato con l'agente di servizio ma nel successivo giro di controllo è stato ritrovato impiccato alle sbarre della finestra. L'uomo è stato prontamente soccorso dal personale di polizia penitenziaria e tempestivamente sono intervenuti il medico che hanno provato più volte a rianimarlo ma non c'era più nulla da fare".
Il tunisino è stato arrestato ad aprile per tentata rapina con fine pena nel 2020. Secondo però la ricostruzione esatta degli eventi, risulta che in realtà aveva chiesto lui, il giorno prima del tragico evento, di essere trasferito nella sezione circondariale all'isolamento. Per questo motivo lo avevano messo nella stanza 5, quella riservata ai nuovi giunti. Si apprende che gli hanno fornito solo lenzuola di carta, ma nonostante ciò si è impiccato. Altri dettagli, per ora, non si conoscono.
Siamo così giunti a 32 suicidi dall'inizio dell'anno su un totale di 84 decessi che sono avvenuti nelle patrie galere. Senza contare i numerosi casi di tentato suicidio come la una detenuta di 40 anni al carcere di Avellino che quattro giorni fa è stata ricoverata d'urgenza al pronto soccorso dell'ospedale Moscati. Avrebbe digerito un cocktail di farmaci per tentare di ammazzarsi. O ancora, una settimana prima, al 41 bis del carcere de L'Aquila un detenuto calabrese, salvato in extremis, che ha tentato di impiccarsi.
Ancor prima, all'inizio di agosto, nel carcere di La Spezia, a pochi giorni dal suicidio di un detenuto polacco, si è ripetuto l'episodio con un tentato suicidio da parte di un altro recluso. L'intervento degli agenti della Polizia penitenziaria ha evitato un'altra morte in carcere. Ancora, a metà agosto, nel carcere di Asti, un detenuto ha creato un cappio rudimentale con le lenzuola della cella del reparto di isolamento dove si trovava.
Ma prima dell'ultimo suicidio del tunisino in isolamento al carcere di Perugia, ce ne era stato un altro al carcere di Trieste: iracheno e pure lui era in isolamento. Ritorna spesso l'isolamento, quando si tratta di suicidi o tentati. Il problema dell'isolamento come sanzione disciplinare è stato molto discusso nel passato, soprattutto in merito all'utilizzo delle cosiddette "celle lisce".
Si chiamano così perché dentro non c'è nulla: non ci sono brande né sanitari (i detenuti sono costretti a fare i loro bisogni sul pavimento), né finestre o maniglie, nessun tipo di appiglio. Viene utilizzata per sedare i detenuti che danno in escandescenza, oppure che compiono più volte atti di autolesionismo o tentativi di suicidio. Un rimedio che molto spesso, però, risulta anche deleterio visto i casi di suicidio proprio all'interno di queste celle.
E proprio il tema de l'isolamento in ambito carcerario, come riportato ieri da Il Dubbio, sarà all'attenzione, a Strasburgo, della ventiduesima riunione del Gruppo di lavoro del Consiglio di cooperazione penologico (Pc-cp) del Consiglio d'Europa. Il Pc-cp, composto da esperti in materia penitenziaria (magistrati, direttori di carcere, ecc.) dei vari Stato membri, affronterà per la prima volta questo tema di estrema importanza. Soprattutto per il nostro Paese, dove è concepito ancora l'isolamento diurno per gli ergastolani e quello totale per chi è al 41bis.
umbriaoggi.news, 31 agosto 2019
Intervista a padre Francesco Bonucci dopo i fatti di cronaca degli ultimi giorni: "Con il comune stiamo studiando progetti per reinserire i detenuti attraverso il lavoro". Nuovi disordini nel carcere di Capanne, a Perugia, dopo che, nei giorni scorsi, un assistente capo della polizia penitenziaria era stato tenuto in ostaggio per circa mezz'ora con una lametta al collo da due detenuti.
Nella mattinata di venerdì c'è stata una "rivolta" in due sezioni del reparto circondariale e i poliziotti hanno impiegato circa due ore per riportare la calma. I detenuti hanno bruciato materassi, lenzuola e coperte, hanno lanciato oggetti ed hanno rumoreggiato sbattendo oggetti contro le sbarre. "E del tutto evidente che la situazione di Perugia Capanne è diventata insostenibile, non si capisce cosa si aspetti ad intervenire con provvedimenti immediati", afferma la segreteria regionale Umbria della Uil pa, che "è pronta a manifestare per rivendicare i propri diritti e le garanzie dei lavoratori di
Perugia capanne". Anche il Sappe, in una sua nota, sottolinea che "la situazione a Perugia Capanne necessità di urgenti interventi e provvedimenti ministeriali che non posso più essere rinviati" e annuncia che "è pronto a scendere in piazza per rivendicare più tutele e garanzie per chi lavora in carcere a Perugia".
Le parole del cappellano: "Il sistema carceri è in difficoltà" Sovrannumero dei detenuti, carenza di personale, difficoltà nelle attività ordinarie: secondo il cappellano del carcere di Capanne, padre Francesco Bonucci, è tutto il sistema carceri a manifestare molte criticità. Ai microfoni di Umbria Radio, padre Bonucci racconta il suo punto di vista da osservatore privilegiato.
Il sacerdote un conforto per detenuti e agenti "La mia presenza funge da sostegno e sfogo per tutti, anche per i detenuti di religione diversa" racconta padre Bonucci. Una presenza che fa sentire i carcerati anche più ascoltati e gli agenti più accompagnati. Tra le emergenze delle carceri italiane, secondo padre Bonucci la più importante riguarda la scansione delle giornate dei detenuti: "Le persone hanno bisogno di essere impegnate" dice il frate, che poi parla anche dei progetti in ballo con il Comune di Perugia.
irpinianews.it, 31 agosto 2019
Colloqui con circa 40 detenuti, per una visita complessiva di oltre cinque ore. Come ogni mese, Carlo Mele - Garante provinciale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale - e Giovanna Perna - avvocato penalista del Foro di Avellino e componente esperto del Tavolo del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale - hanno "ispezionato" il carcere di Bellizzi. Lo fanno ormai da tempo, in tutti gli istituti penitenziari della provincia di Avellino. Faccia a faccia con i detenuti, cercando di capire tutto quello che non va dietro le sbarre, provando anche a lenire, seppur per poco, qualche disagio. Ma, soprattutto, sono i loro portavoce all'esterno.
Continua ad essere l'aspetto sanitario, anche sulla base degli incontri di questa mattina, il nervo scoperto del carcere di Bellizzi. "Mancano i farmaci e già questo, di per sé, è un aspetto inquietante", afferma Mele. Ma, nel complesso, è proprio l'assenza di certezza di un presidio sanitario completo dietro le sbarre, a preoccupare maggiormente. Non mancano soltanto i farmaci. Mancano anche gli infermieri, non ci sono psichiatri. Sono tutti aspetti fondamentali, ai quali va data una risposta, anche immediata, se possibile".
Proprio per questo motivo, Mele si è già messo in contatto con il nuovo direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell'Asl di Avellino, Pietro Bianco. Ci sarà un incontro nei prossimi giorni. Ma non è solo la sanità ad essere carente. Un altro problema atavico, che influisce negativamente sulla vita carceraria a Bellizzi, è il sovraffollamento. "Abbiamo ormai raggiunto un numero di detenuti che supera del 20% quello che sarebbe normale ospitare. A questo si aggiunga che non ci sono attività sociali o di recupero dei detenuti". Insomma, il quadro è a tinte fosche. "Come ha detto l'avvocato Perna - sottolinea Mele - nel carcere di Bellizzi servirebbe fermarsi con una brandina. Sono talmente tanti e diversi tra loro i problemi dei detenuti che cinque ore all'interno dell'istituto proprio non bastano".
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