La Nuova Ferrara, 2 settembre 2019
Nelle carceri della Emilia-Romagna per verificare le condizioni di vita dei detenuti, incontrare, i "definitivi", "ad alta sicurezza", "collaboratori di giustizia" e "a fine pena". Ieri i radicali ferraresi guidati da Monica Mischiatti hanno trascorso 3 ore in visita al carcere dell'Arginone. E alla fine il verdetto: "Situazione complicata e condizioni inaccettabili di sovraffollamento.
In un carcere che dovrebbe contenere 254 detenuti, ve ne sono 350. Inevitabile - spiega la Mischiatti - che celle concepite per una sola persona ne ospitino 2, con i facilmente immaginabili disagi e con violazioni costanti delle più elementari regole che dovrebbero garantire perlomeno un minimo d'intimità personale".
Accompagnati dalla comandante della Polizia Penitenziaria, Annalisa Gadaleta, i radicali hanno registrato anche aspetti positivi dell'Arginone: un laboratorio di artigianato, una buona infermeria, cucine e bagni puliti. E da quasi un anno è attivo il progetto Galeorto in cui i detenuti coltivano la terra e producono ortaggi.
corriere.it, 2 settembre 2019
Tra gli sfollati anche americano coinvolto nell'omicidio Cerciello Rega. È accaduto nel primo pomeriggio di domenica: evacuato il centro clinico del carcere. "Poteva essere una tragedia, sventata dal tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari" denuncia il sindacato Sappe.
Giornata da incubo per il Reparto di Polizia Penitenziaria del carcere di Regina Coeli a Roma, dove solamente la professionalità dei poliziotti penitenziari e il fato hanno evitato una tragedia tra le sbarre. "Nel primo pomeriggio di domenica, un detenuto di nazionalità rumena ha dato fuoco al materasso e a tutto quello che c'era nella sua cella del Centro Clinico del carcere.
Un fatto grave, che avrebbe potuto avere peggiori conseguenze se non fosse intervenuto per tempo il personale di polizia penitenziaria. Si è reso necessario sfollare il Reparto detentivo, tra i quali detenuti ristretti vi è anche uno degli americani coinvolto nell'uccisione del vicebrigadiere dei carabinieri Cerciello Rega". Lo afferma Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
Tensioni e criticità - "Poteva essere una tragedia, sventata dal tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari di servizio nel Reparto e dal successivo impiego degli altri poliziotti penitenziari - aggiunge - Sono stati bravi i poliziotti penitenziari in servizio nel carcere di Regina Coeli a intervenire tempestivamente, con professionalità, capacità e competenza".
Somma esprime ai poliziotti di Regina Coeli a Roma "la solidarietà e la vicinanza del Sappe e evidenzia come l'incendio sventato nel carcere è "sintomatico del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E la situazione è diventata allarmante per la polizia penitenziaria, che paga pesantemente in termini di stress e operatività questi gravi e continui episodi critici".
di Carlo Terzano
lettera43.it, 2 settembre 2019
Sovraffollamento. Strutture degradate. Commistione tra condannati e detenuti in attesa di giudizio. Le condizioni nella Casa circondariale napoletana, tornata sotto i riflettori per la prima evasione in 100 anni. Una evasione vecchio stampo, avvenuta calandosi lungo il muro di cinta con alcuni lenzuoli annodati, da un carcere che da più parti, tanto dalle associazioni per i diritti dei detenuti quanto dai sindacati del personale penitenziario, viene definito "vetusto, inadeguato e fatiscente".
È durata 48 ore la fuga di Robert Lisowski, cittadino polacco 32enne, in attesa di giudizio per omicidio. Ma ora che il fuggiasco è nuovamente in cella non si placano le polemiche sulla casa circondariale di Poggioreale. Chi conosce bene quella struttura la giudica inadeguata a tal punto da giustificare i detenuti che tentano di scappare.
"È scappato un detenuto da Poggioreale, embè?", si è chiesto retoricamente dal proprio profilo social don Franco Esposito, cappellano della casa circondariale. Il prelato non parteggia per i presunti omicidi in fuga, ma sottolinea quanto sia "innaturale tenere rinchiuse le persone in una situazione disumana e degradante". "Carceri come quello", scrive don Franco, "non hanno certamente i requisiti per essere rieducativi e non servono certo al reinserimento della persona detenuta nel tessuto sociale. Allora mi domando: qual è il loro compito?"
Ancora più duro il "Sindacato Polizia Penitenziaria S.PP.", che in una nota diffusa dopo l'evasione - la prima negli ultimi 100 anni - ha scritto: "l'istituto andrebbe definitivamente abbattuto e il capo dell'Amministrazione Penitenziaria rimosso dall'incarico". "Uno Stato che possa definirsi tale", si legge, "non può e non deve accettare di non avere il controllo delle sue strutture". "Poggioreale", ha quindi concluso il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo, "è un carcere dove lo Stato ha fallito ed è per questo che torniamo fortemente a chiedere che venga chiuso e abbattuto quanto prima".
Insomma, per una volta sia chi è dalla parte dei detenuti, sia chi cura gli interessi degli agenti di polizia penitenziaria - che vivono in prima persona i medesimi disagi dei reclusi - concordano nel mettere alla sbarra non l'evaso ma l'intera struttura detentiva. Alla luce della recente evasione del 25 agosto appare persino profetica la relazione del Garante dei detenuti diffusa soltanto pochi giorni prima, il 19 dello stesso mese. "Con i suoi oltre 2.000 detenuti", scriveva il Garante, "la Casa circondariale di Poggioreale è l'Istituto con il maggior numero di persone ristrette in Italia: ai primi di maggio, durante la visita del Garante, erano 2.373, su 1.633 posti previsti e una capienza reale di 1.515. Oggi i detenuti sono 2.085 su 1.423 posti disponibili".
Poggioreale ospita non solo detenuti in attesa di giudizio o condannati a pene inferiori ai cinque anni, come la natura della struttura (casa circondariale) imporrebbe, ma anche giudicati in via definitiva e per reati gravi, con la conseguenza di pericolose commistioni tra condannati e persone che la legge ritiene ancora innocenti. "Il Garante", ha segnalato, "ha più volte avuto sentore di pressioni che soggetti in esecuzione di pena esercitano sui più deboli. La presenza nello stesso Istituto di appartenenti a criminalità di maggiore spessore riferibile agli stessi territori espone non soltanto le persone più deboli al rischio di reiterazione di reati, ma anche a forme di soggezione durante la detenzione. Il rischio di acquiescenza di taluni operatori deve essere costantemente monitorato, con un'attenzione ben superiore a quella riscontrata".
Anche l'organismo statale indipendente ha posto l'accento sulla vetustà della struttura: "Le condizioni materiali dell'Istituto risentono degli anni e della visione custodiale degli inizi del secolo scorso, quando è stato costruito, rendendolo poco compatibile con le esigenze trattamentali". "Mancano", annotava il Garante, "gli spazi comuni per le attività lavorative, culturali o ricreative, le sale per la socialità di reparto. Tutto ciò nonostante la realizzazione di alcuni lavori di ristrutturazione e la programmazione di altri". "Particolarmente degradate", si sottolineava, "alcune sezioni, come quella per persone malate o disabili, con letti a castello anche a tre piani". E ancora: "Mancano i cancelli all'ingresso delle stanze, munite soltanto di blindi che, pertanto, nelle ore di chiusura, rendono gli ambienti interni bui e opprimenti. Le pareti delle stanze presentano importanti infiltrazioni di umidità e spesso sono coperte di muffa".
A tal punto che per il Garante "le condizioni di alcuni reparti possono essere facilmente considerate in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la tutela delle libertà fondamentale e dei diritti umani che inderogabilmente vieta "trattamenti o pene inumane o degradanti"". Per fare un esempio, "una stanza visitata dalla delegazione aveva 14 letti (quattro a tre piani e due a due piani) e 13 persone; era munita di una sola finestra e arredata con un numero di tavoli insufficiente per mangiare tutti contemporaneamente; l'unico bagno era, analogamente agli altri del reparto, in condizioni igieniche deplorevoli". "Nella cella n. 4 bis", viene riportato nella relazione estesa, "la muffa ha ormai invaso la stanza stessa, producendo il distacco dell'intonaco a stento trattenuto da giornali incollati alla parete posti dalle persone ristrette per evitare il pulviscolo di intonaco e la caduta di calcinacci dal soffitto".
Nella relazione si avanzavano inoltre dubbi sull'operato dell'amministrazione: "il Garante nazionale ha riscontrato alcuni episodi che sono stati oggetto di approfondimento. In particolare, il caso di una persona che, a seguito di crisi di natura psichica, è stata sottoposta a sorveglianza a vista e trasferita il giorno della visita del Garante in un altro Istituto per generici motivi "disciplinari", senza consentire al Garante stesso di incontrarla. Per tale motivo, una parte della delegazione si è recata all'istituto dove tale persona si trovava e ha constatato direttamente i visibili segni di lesioni che aveva su varie parti del corpo".
Non meno preoccupante la relazione dell'Associazione Antigone che ha realizzato anche un video della propria ispezione. Qui viene sottolineata la differenza tra le celle oggetto di recenti rifacimenti e quelle ancora da ristrutturare: "Laddove manca ancora una ristrutturazione, le stanze versano in pessime e pericolose condizioni (dall'umidità delle pareti all'unico spazio riservato sia ai servizi igienici che alla cucina). Le sezioni non ristrutturate riflettono non solo una scarsa pulizia generale, ma anche una difficoltà pratica nell'offrire attività trattamentali idonee (in quasi tutte le sezioni mancano gli spazi per la socialità)". E proprio le condizioni di alcuni padiglioni sarebbero alla base di una rivolta avvenuta il 16 giugno scorso: "La causa scatenante sembrerebbe essere stata il mancato ricovero di una persona detenuta malata, che ha acuito il malcontento generale relativo alla fatiscenza del padiglione, esasperato dal caldo estivo. In seguito, sembrerebbero essersi sbloccati i lavori che erano in programma da anni".
Ma la situazione di Poggioreale non costituisce un unicum, bensì è sistemica. Il nostro Paese è stato condannato più volte dalla Corte europea dei diritti umani. In diverse occasione i magistrati di Strasburgo hanno ricordato al governo italiano che non è possibile infliggere ai detenuti, oltre alle condanne stabilite dai giudici, anche pene accessorie come il mancato rispetto della dignità umana e trattamenti degradanti. È ormai provato, inoltre, che condizioni migliori riducano il rischio di reiterazione di condotte criminali e consentano di realizzare la finalità rieducativa del carcere prevista dalla nostra Costituzione.
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 2 settembre 2019
Le motivazioni della sentenza per il delitto dell'Appio. La pensionata tentò di uccidersi con delle forbici. Poi chiese al marito: "Fammi morire, tu sai come si fa". E lui , esperto di judo, la abbracciò fino a soffocarla. Ha ucciso la moglie perché "non voleva più vederla soffrire".
di giordano stabile
La Stampa, 2 settembre 2019
Tank israeliani hanno sparato colpi di cannone contro obiettivi di Hezbollah dopo che i miliziani libanesi hanno lanciato un missile anti-tank contro un mezzo di pattuglia al confine. Nessuno dei due attacchi ha causato vittime. In un comunicato Hezbollah ha rivendicato l'azione, condotta dal gruppo Hassan Zabeeb, una unità speciale affigliata al Partito di Dio. Il movimento sciita ha precisato che il missile ha "distrutto" il veicolo israeliano vicino alla caserma di Avivim e che i militari a bordo sono rimasti "feriti". Due ore dopo, però, una dichiarazione ufficiale delle forze armate dello Stato ebraico ha smentito che ci fossero feriti. Anche la rappresaglia con i tank è stata calibrata in modo da non fare vittime.
In ogni caso si tratta del primo scontro a fuoco fra Hezbollah e l'esercito israeliano dal 2006, quando c'è stata l'ultima operazione in territorio libanese da parte di Israele. Allora, in 33 giorni di combattimenti, vennero uccisi 119 soldati israeliani e oltre 500 combattenti sciiti. Anche allora il conflitto venne scatenato da un attacco, più grave, a una pattuglia dell'esercito al alla frontiera. La crisi si è aperta domenica scorsa, quando due droni israeliani sono precipitati a Dahiyeh, il quartiere sciita di Beirut, durante un tentato raid contro "componenti missilistiche" di Hezbollah. Quello stesso giorno, in un altro raid in Siria, erano morti due miliziani libanese. Due giorni dopo il leader Hassan Nasrallah aveva promesso una rappresaglia e oggi è arrivata.
Il premier libanese Saad Hariri ha informato il capo delle forze armate e il presidente della Repubblica Michel Aoun. Hariri, sunnita, guida un governo che comprende anche tre ministri del Partito di Dio sciita. Ha però rapporti privilegiati con Arabia Saudita e Stati Uniti e ha chiamato anche il segretario di Stato americano Mik Pompeo per denunciare "la violazione della sovranità libanese" e chiedergli di intervenire per frenare l'alleato israeliano. Washington sta esercitando una pressione crescente sulle banche libanesi sospettate di finanziare Hezbollah, mentre Israele accusa i miliziani alleati dell'Iran di aver creato una "fabbrica di missili ad alta precisione" di minacciare la sua sicurezza in combutta con i Pasdaran.
Corriere della Sera, 2 settembre 2019
Il bombardamento a sud della capitale San'a' su una prigione dei ribelli Houthi. I corpi estratti dalle macerie. Si ritiene che siano più di 100 le vittime di un raid della coalizione guidata dai sauditi su un carcere a sud della capitale dello Yemen, San'a'.
Lo ha riferito il Comitato internazionale della Croce Rossa. "Stimiamo che siano state uccise oltre 100 persone", ha detto il capo della delegazione, Franz Rauchenstein, aggiungendo che le possibilità di trovare sopravvissuti sotto le macerie sono "molto poche". In precedenza un portavoce dei ribelli sciiti filo-iraniani Houthi aveva riferito che più di 50 corpi erano stati recuperati dalle macerie, aggiungendo però che nella prigione, colpita all'alba da 7 missili, si trovavano circa 170 detenuti.
Precedentemente la coalizione militare a guida saudita aveva annunciato di avere lanciato raid aerei contro obiettivi militari houthi che "immagazzinano droni e missili". Diversa la versione della tv houthi Al-Masirah, che aveva riferito che "decine di persone sono state uccise e ferite" in sette raid aerei che hanno colpito un edificio che i ribelli usano come prigione.
Residenti locali, tuttavia, hanno denunciato che nel carcere erano detenuti membri delle loro famiglie, arrestati e imprigionati per avere espresso critiche nei confronti degli stessi Houthi. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha riferito su Twitter di aver inviato sul posto una squadra in grado di curare fino a 100 feriti, equipaggiata 200 sacche per cadaveri e forniture mediche urgenti
Nel 2014 gli Houthi, un gruppo sciita da tempo in lotta con il governo dello Yemen, hanno occupato la capitale Sana'a. In risposta al sostegno fornito loro dall'Iran, l'Arabia Saudita ha formato il 26 marzo 2015 una coalizione militare internazionale a sostegno del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale. Houthi era in origine il nome di un clan dello Yemen, e non di una setta o un gruppo religioso.
Di recente si è registrata l'apertura di un "terzo fronte" in Yemen tra le forze di Hadi e i separatisti del Consiglio meridionale di transizione (Stc). Le forze fedeli all'Stc hanno preso il controllo di Aden il 10 agosto dopo violenti scontri con i militari fedeli al governo riconosciuto del presidente Hadi.
Lo scorso 26 agosto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno chiesto un cessate il fuoco e colloqui di pace tra il governo riconosciuto dello Yemen e i separatisti. L'appello, tuttavia, sembra essere caduto nel vuoto dal momento che separatisti e governativi continuano a contendersi il controllo della città con gli scontri armati.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 2 settembre 2019
L'allarme del Garante rilanciato dal sindacato Sinappe: "Ormai facciamo anche gli psicologi". "Per fare il nostro lavoro ormai devi essere anche psicologo, avvocato e consulente. Non è giusto sia così, ma abbiamo dovuto imparare nostro malgrado".
Nicola d'Amore, del sindacato "Sinappe", riassume così la giornata dell'agente di polizia penitenziaria alla Dozza. Spiegando come "in una situazione complessa come quella della realtà carceraria", tra "sovraffollamento e carenze di personale", gli agenti sono "chiamati a un lavoro da supplente, per il quale però non sono adeguatamente preparati".
Il tema è quello delle condizioni di vita dei reclusi. Il sovraffollamento della Dozza (oltre 850 detenuti invece che 500), appunto. Ma soprattutto la carenza di educatori che, come ha denunciato su Repubblica il Garante per i diritti dei detenuti Antonio Iannello, è diventata drammatica. "I numeri dicono che ce ne vorrebbero almeno il doppio - spiega ora il sindacalista: i pochi attualmente in servizio non riescono a svolgere il ruolo al quale sono chiamati. A volte passano mesi senza che il detenuto riesca ad avere un incontro con il proprio professionista di riferimento. Così i bisogni non trovano risposte e le tensioni salgono trasformandosi in litigi, risse e aggressioni".
Poi aggiunge: "Da agenti, inevitabilmente, siamo il primo punto di contatto tra i detenuti e l'amministrazione, ed è su di noi che vengono scaricati rabbia e delusione".
Da qui la necessità di far fronte alle carenze di educatori: "Gli agenti fanno di tutto per dare risposte diventando consulenti, avvocati, persino psicologi. Seguono le pratiche dei reclusi, sollecitano le risposte, aiutano gli stranieri a scrivere le lettere. È un lavoro che per quanto possibile facciamo volentieri, ma in tanti casi il nostro personale non è specificatamente formato". Per Nicola d'Amore "serve una maggiore attenzione da parte delle istituzioni", perché "se è vero che chi sta alla Dozza ha sbagliato, è altrettanto vero che c'è una dignità delle persone che non può essere ignorata".
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 2 settembre 2019
Presentando le linee politiche cui si atterrà nel suo tentativo di formare il nuovo governo, il presidente Conte ha pronunciato due parole importanti e impegnative: nuovo governo e nuovo umanesimo. Parole da prendere sul serio da parte di chi le ha ascoltate e, prima ancora, da parte di chi le ha dette. Nuovo governo vuol naturalmente dire che esso sarà diverso da quello precedente. Nuovo umanesimo richiama indicazioni di origine cattolica, che caratterizzano l'attuale papato e l'azione sia della Chiesa cattolica italiana, che della Chiesa valdese.
Ne è fondamento la prassi caritativa, ma comprende anche il laico rispetto della dignità di ogni essere umano. Una dignità che riguarda chi ne chiede rispetto per sé e, nella stessa misura, chi è chiamato a riconoscerla e proteggerla negli altri.
La politica governativa nei confronti del fenomeno migratorio è terreno su cui l'annunciata novità e il nuovo umanesimo troveranno realizzazione o smentita. I tratti velleitari e crudeli dell'azione del precedente governo Conte sono sotto gli occhi di tutti. È di questi giorni l'ennesima vergogna nazionale di quella nave impedita di attraccare e sbarcare il suo carico umano. Le immagini televisive che abbiamo visto impediscono di far finta di niente.
Eppure da parte del maggior partito della nuova maggioranza parlamentare, i 5 Stelle, non è venuto alcun segno di resipiscenza rispetto all'appoggio che essi hanno dato alla linea imposta dal ministro dell'Interno Salvini.
Di Maio ha anzi tenuto a rivendicare "tutto" quanto fatto dal governo ora dimissionario. La questione migratoria, depurata dalla sua attitudine a scatenare la propaganda elettorale, presenta livelli e difficoltà di natura diversa, a seconda che se ne veda la dimensione globale o che si debbano affrontare i casi concreti di persone che abbandonano i loro paesi per cercare rifugio o vita migliore in un altro.
Gli Stati hanno il diritto - e persino il dovere - di elaborare una politica generale, che non può essere di apertura senza regole e limiti ai milioni di potenziali immigranti. Le persone che si affacciano sul Mediterraneo, dopo tragici viaggi, sono solo la punta emergente e non necessariamente la più debole e sofferente nei paesi di origine. È giusto che l'Italia affronti il problema nel quadro europeo.
Quella è la sede degli accordi con i Paesi di partenza e transito dei migranti, della attivazione di corridoi umanitari e di vie legali di immigrazione. Ma intanto nel mare davanti alle nostre coste vi sono navi che hanno raccolto persone in pericolo. Non importa che esse abbiano accettato il rischio di simili traversate.
Non importa che non abbiano titolo per entrare e restare nel territorio nazionale. La concreta situazione in cui si trovano fonda il dovere di dar loro soccorso. Un dovere che ha base nelle leggi e nelle convenzioni internazionali che l'Italia ha ratificato. Ma prima di tutto ha base nei principi di umanità, cui non può rinunciare il "nuovo umanesimo" del presidente Conte.
Il governo precedente ha adottato prassi disumane nei confronti di singoli migranti giunti in prossimità o nelle acque territoriali, credendo che l'esempio terribile loro riservato serva ad ammonire gli altri che attendono e sperano. E serva pure a impedire l'attività delle navi delle organizzazioni non governative e - aspetto di cui non si parla - a disincentivare tutti i mercantili che attraversano il Mediterraneo e che non vogliono certo affrontare le difficoltà di sbarcare le persone, che pur sarebbero tenuti a recuperare dal mare.
Il governo ha usato quelle persone come strumento della sua politica generale. È pensabile che Pd e almeno parte dell'elettorato 5 Stelle possano tollerare una simile vergogna, pur di dar corpo alla nuova, improvvisa collaborazione di governo?
Poiché il presidente Mattarella ha segnalato nel recente "decreto sicurezza" criticità, minimali e di stretta logica giuridica, si affaccia ora l'idea che, per dar segno di novità, si dia seguito a quei rilievi. Limitandosi però a questo. Sarebbe non serio e non adeguato al problema di dignità nazionale che la politica del precedente governo ha creato.
di Claudia Sensi
terninrete.it, 2 settembre 2019
Creare un orto sinergico con la collaborazione di detenuti della Casa Circondariale di Terni e di volontari. Questo l'obiettivo di "Fresche Frasche", l'iniziativa di agricoltura sociale promossa dall'Associazione Demetra, che prevede un laboratorio di Land Art tenuto da Marco Barbieri (in arte Dem) e parte dei laboratori gratuiti promossi nell'ambito di Orto21.
Da lunedì 2 a domenica 8 settembre al Centro di Palmetta Barbieri terrà un workshop utilizzando gli sfalci vegetali: sarà possibile imparare a preparare e realizzare strutture stabili e durature di medie/grandi dimensioni, ma anche come progettarle attraverso una serie di schizzi preparatori.
Il progetto "Orto21" propone attività formative e pratiche di giardinaggio, orticoltura, frutticoltura e piccola manutenzione dello stabile del Centro di Palmetta - si legge in una nota - al fine di promuovere la formazione e l'integrazione sociale di detenuti del Carcere di Terni, l'educazione e la formazione di adulti e bambini, il rispetto per l'ambiente, la creazione e il consolidamento di legami sociali.
Ampio spazio anche alla formazione con dei percorsi aperti a tutti i cittadini, tra cui un corso di potatura di ulivi e alberi da frutto nonché uno sul giardinaggio. Incontri informativi rivolti alle aziende agricole del territorio, di sensibilizzazione e promozione riguardo alle misure alternative alla detenzione e a progetti sperimentali sull'economia carceraria.
di Irene Famà
La Stampa, 2 settembre 2019
Discutere di accoglienza tra le mura del Cpr non è semplice. Lì, al Centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi, la maggior parte degli ospiti ha pagine e pagine di precedenti penali. E le rivolte sono all'ordine del giorno.
L'ultima è scoppiata nel pomeriggio di domenica, 1 settembre. Intorno alle 16, un gruppo di persone ha dato origine a una sassaiola contro le forze dell'ordine. Un agente è rimasto ferito: ha riportato la frattura di due falangi con una prognosi di trenta giorni. "Per un po' non voglio sentire parlare di comprensione e integrazione" si sfoga su Facebook dopo quella che definisce una azione di guerriglia. "Con cinque carabinieri - racconta - mi sono trovato a fronteggiare 158 persone, sotto un lancio di sassi pericolosissimo durato un tempo interminabile".
L'arrivo di tre squadre del Reparto mobile ha riportato la calma. Ma lui, il poliziotto ferito, è esausto. "I signori della politica fanno il gioco delle poltrone - scrive sui social - Ma, in questi centri, ad ogni turno si sfiora la tragedia e prima o poi qualcuno si farà male sul serio. Sono polveriere sempre pronte ad esplodere".
In tre, due marocchini e un tunisino sono finiti in manette per danneggiamento, resistenza e lesioni. L'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, coglie l'occasione per dirsi "Orgoglioso di aver inasprito le pene per chi attacca le divise". C'è la querelle politica. E ci sono le continue rivolte che, come sottolinea Pietro Di Lorenzo, segretario generale provinciale del sindacato Siap: "non possono essere gestite con pochi agenti". La carenza di personale è un tema che ha sollevato più volte. "Così è impensabile fronteggiare le esigenze del Centro".
L'episodio di domenica è stato l'ultimo della settimana. Al Cpr di Torino, l'unico attivo nel Nord Italia, sono arrivate persone nuove da altre province. E gli equilibri, già precari, sono saltati. La prima rivolta è scoppiata nella notte tra giovedì 29 e venerdì 30 agosto, quando un gruppo di ospiti ha dato fuoco ai materassi e ha divelto alcuni arredi per lanciarli contro i poliziotti. Qualcuno si è arrampicato sulle recinzioni per fuggire. I disordini si sono ripetuti la notte tra venerdì e sabato.
- Stati Uniti. Viaggio nelle prigioni del Paese dell'incarcerazione di massa
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