di Marco Perduca
Il Manifesto, 4 settembre 2019
Quasi a celebrare il cinquantesimo anniversario di Woodstock, la quinta Breaking Convention, la conferenza europea multidisciplinare sulla coscienza psichedelica, si è chiusa il diciotto agosto all'Università di Greenwich di Londra dopo che per tre giorni oltre centocinquanta oratori hanno affrontato tutto ciò che ruota attorno a piante e sostanze spesso proibite.
Lanciata nel 2011 dallo psichiatra e psicoterapeuta Ben Sessa, e convocata biennalmente, la Breaking è un festival dalle mille sfaccettature che prevede simposi scientifici sulle più recenti e promettenti, ricerche oltre che approfondimenti innovativi su scienze umane e sociali, diritto, politica, arte, storia e filosofia che hanno a che fare con gli psichedelici. Tra i sostenitori storici della Convention si segnala la Beckley Foundation e Maps (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies), quest'ultima in fase tre di trial clinici per la cura di stress post-traumatico con psicoterapie aiutate dall'Mdma.
Sessa collabora anche con l'equipe di Robin Carhart-Harris e David Nutt che ad aprile scorso all'Imperial College di Londra ha lanciato il primo centro istituzionale al mondo per la ricerca sugli psichedelici, dopo aver portato avanti per anni studi ed esperimenti con Lsd e psilocibine con problemi legali e di disponibilità di fondi. Pur focalizzati sulle ricerche, gli organizzatori della Convention hanno sempre tenuto le porte aperte anche ad altri tipi di esperienze coinvolgendo persone che sperimentano su se stesse, ricercatori autodidatti, appassionati o esponenti di culture e tradizioni indigene. Il festival londinese ha un corollario di eventi che, grazie agli psichedelici, suscitano e accompagnano viaggi mentali, innescano creatività, spiritualità e positività individuali e collettive.
"Microdosing" e self-medication sono alcune delle parole chiave della Convention, anche se Nutt e i suoi collaboratori il 15 luglio scorso hanno lamentato scarse evidenze sull'impiego terapeutico di piccole dose di Lsd, mescaline o psilocibine. "Non esiste uno standard sulla quantità assunta né protocolli definiti" si legge nel loro lavoro: che però, piuttosto che archiviare il tutto come amatoriale, aneddotico e osservazionale, auspica studi sistematici lanciando, al contempo, una ricerca di volontari per trial clinici sulla depressione.
Cerimonie, gong, visioni, piante, chimica, antropologia, etno-botanica, archeologia musica e attivismi costruiscono la multidisciplinarietà delle Breaking nel perseguimento di quella Unità (Onennes) psico-culturale, e sempre più "politica", che si interroga sulle possibilità di una lotta trans-nazionale anti-proibizionista.
La lotta contro la perdita di autodeterminazione - a livello individuale e dei popoli indigeni - la penalizzazione di scelte culturali e di opzioni "terapeutiche" altre, l'attacco alla natura e alla bio-diversità, sono i temi chiave di questo movimento che propone un "rinascimento psichedelico" pro-attivo.
In Italia l'unica conferenza interamente dedicata a queste "terapie stupefacenti" l'ha organizzata nel 2017 l'Associazione Luca Coscioni all'Università di Torino, città dove dal 1990 è attiva la Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza. Dall'inizio dell'anno è in via di costituzione una Società Psichedelica Italiana. A Londra c'era un unico oratore italiano: Giorgio Samorini. Alla fine di ogni conferenza viene pubblicato un volume contenente gli interventi più significativi dell'incontro. Si tratta di un codice miscellaneo che contribuisce a diffondere il verbo psichedelico e a rispettare il diritto internazionale; anche perché, pochi lo notano, la Convenzione Onu del 1961 sulla carta dovrebbe favorire l'accesso per fini medico-scientifici alle piante mediche, psichedelici compresi, seppur elencate nelle tabelle delle sostanze proibite.
di Luciana Borsatti
articolo21.org, 4 settembre 2019
Non passa giorno che non salti fuori una notizia di violazione dei diritti umani in Iran: vi è dunque un'ampia disponibilità di informazioni, che rivela la grande vivacità e consapevolezza della società civile iraniana, oltre che una vasta ed efficace rete di comunicazione che ne raccoglie le segnalazioni e raggiunge i desk redazionali. Anche se sta forse proprio qui uno dei temi su cui ci dovremmo interrogare: perché tanta informazione proprio dall'Iran e sull'Iran?
Fra le notizie più recenti, la condanna ad oltre dieci anni di reclusione e 148 frustate per la giornalista Marzieh Amiri, reporter per le pagine economiche del quotidiano riformista Shargh, accusata di riunione e collusione contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo stato, disturbo dell'ordine pubblico. Era stata arrestata il primo maggio scorso, mentre copriva una manifestazione di lavoratori di fronte al parlamento, e riferiva nel suo lavoro delle difficoltà economiche degli iraniani.
Secondo il Center for Human Rights in Iran (Chri) almeno altri sei giornalisti sono stati perseguiti dalla magistratura solo nel 2019. A pronunciare la sentenza, che ora dovrà essere confermata in appello, la branca n.28 della Corte rivoluzionaria (organismo giudiziario parallelo alla giustizia ordinaria) presieduta dal giudice Mohammad Moghiseh: lo stesso magistrato che ha condannato - riferiscono la famiglia e le ong per i diritti umani - a 33 anni di reclusione e 148 frustate l'avvocato Nasrin Sotoudeh, già in carcere per una precedente sentenza, e colpevole fra l'altro di aver difeso diverse donne arrestate per essersi ribellate all'obbligo del velo - anche se la nuova e pesante pena effettiva da scontare è di 12 anni, quella per il più grave dei sette reati contestati.
A proposito di donne ribelli al velo, l'ultima sentenza in ordine di tempo è stata nei giorni scorsi per Saba Kord-Afshari, condannata a 24 anni secondo lo stesso CHRI, basato a New York. Che ricorda anche come siano almeno 12 le donne condannate per la stessa accusa dal gennaio 2018, quando iniziarono le proteste contro il velo obbligatorio, e 32 quelle arrestate. Lo stesso centro ha anche commentato con il Manifesto la recente sentenza della corte amministrativa di Ishfahan di rilasciare ad una giovane motociclista la patente per la guida di motocicli. In Iran non ci sono leggi che vietano esplicitamente l'uso di moto e motorini alle donne, che possono guidare auto, bus e perfino camion. "Si tratta piuttosto di un modus operandi adottato arbitrariamente dalla polizia stradale e supportato dalle autorità religiose e dalle fazioni più conservatrici della società", ha detto Jasmin Ramsey. "È una questione legata all'equilibrio di poteri - ha aggiunto -, non di giustizia".
Con poche buone notizie e tante cattive, l'elenco di episodi in cui sono stati violati dei diritti umani in Iran - a partire da quelli ad un equo processo ed alla proporzionalità della pena, per finire con un'ancora troppo vasta e troppo spesso opaca applicazione della pena di morte - potrebbe dunque continuare all'infinito, visto anche il rilevante numero di Ong internazionali che raccolgono tali denunce e se ne fanno portavoce. Tanto lungo è questo elenco che alla fine da giornalisti dobbiamo scegliere, e secondo criteri che rispondano alla necessità che la notizia abbia più visibilità e risonanza - criteri insomma più mercantili che umani. E con una netta prevalenza delle notizie che riguardano le donne, filone che risveglia l'interesse dei lettori molto più di altri. In fondo, una donna giovane e bella condannata a carcere e frustante fa più notizia di uno sconosciuto curdo impiccato per oscuri motivi in qualche area periferica e che mai passerà ai transeunti onori delle cronache.
D'altronde, digitando "diritti umani Iran" su Google News si trovano oltre 36 mila risultati. Se la stessa ricerca si fa per l'Arabia Saudita, il grande rivale di Teheran sul piano geopolitico oltre che fedele alleato degli Usa e dell'Occidente, i risultati si fermano a circa 19 mila, con prevalenza delle notizie neutre o positive almeno nella prima schermata che ci appare.
Da giornalisti, allora, forse dovremmo chiederci come mai vi sia questa differenza. Forse che la Repubblica Islamica compie più violazioni dei diritti umani perché conta 80 milioni di abitanti invece dei 31 milioni di sudditi della vicina potenza petrolifera araba? Forse che questo accade nonostante si tratti di una "repubblica" islamica, in cui presidente e parlamento sono eletti ogni quattro anni a suffragio universale, mentre nella "monarchia assoluta" islamica con sede a Riad si eleggono solo i consigli municipali e il re è affiancato soltanto da un'assemblea consultiva? Forse perché fa indiscutibilmente più notizia l'ennesima condanna in Iran rispetto all'ennesimo vano appello di Amnesty International per la liberazione di almeno 14 attiviste in carcere per avere difeso, negli anni passati, i diritti delle donne e i loro diritti umani? Donne finite dietro le sbarre, torturate e violentate, sempre secondo Amnesty, nonostante avessero combattuto per quegli stessi diritti - di guidare la macchina o di viaggiare senza il permesso di un tutore maschio - che nel frattempo sono stati loro regalmente concessi dal principe erede riformatore - oltre che presunto mandante dell'assassinio del giornalista Jamal Khasoggi - Mohammad Bin Salman.
Interroghiamoci, dunque. E chiediamoci anche se davvero possiamo limitarci, proprio noi giornalisti, a dare notizia delle pur ingiuste condanne senza cercare di spiegare, ogni volta, il contesto in cui avvengono. Forse che fare il giornalista vuol dire fare copia/incolla delle notizie fornite da altri? O non significa anche - sempre che i nostri editori ce ne diano il tempo e le forze - inserire tali notizie (senza dimenticare di citare la fonte da cui provengono) nei contesti in cui i fatti sono maturati? E cercare di dare al lettore gli strumenti per comprendere tali contesti?
Per esempio, una delle possibili chiavi di lettura del ripetersi di pesanti condanne e violazioni dei diritti della difesa da parti di Corti rivoluzione può ricondursi al fatto che in questi anni di "massima pressione" Usa contro l'Iran l'ala ultraconservatrice del sistema, cui appartengono la magistratura e le strutture repressive e di intelligence in mano ai Pasdaran, si é rafforzata. E che mentre Trump usciva dall'accordo sul nucleare e lasciava mani quasi libere ai falchi anti-iraniani - con gran soddisfazione dei falchi anti-Occidente in Iran - l'Europa poco o nulla faceva per sostenere le forze moderate e riformiste che invece si erano giocate tutto sull'accordo sul nucleare del 2015 e sulle prospettive di sviluppo, benessere e fruttuose interazioni con l'Occidente che ne sarebbero derivate.
E allora da giornalisti ci potremmo chiedere se le stesse violazioni dei diritti umani che oggi ci troviamo a segnalare ci sarebbero ugualmente state e, se sì, in quale misura. E allora sicuramente troveremmo, in Iran come all'estero, un sacco di gente che sostiene che la Repubblica islamica è inemendabile e dunque solo rovesciabile (e qui si pone il problema di come questo possa accadere in modo indolore). Ma anche molte altre persone convinte che un processo di riforma interna graduale è sicuramente preferibile alle incognite di una nuova rivoluzione, a soli 40 anni dalla prima, peggio ancora se indotta da interferenze esterne.
Oppure potremmo seriamente porci il quesito: ma la violazione dei diritti umani - così come la civiltà occidentale e il diritto internazionale li hanno formulati - è davvero intrinseco ad un "sistema" che pone le sue fondamenta sul diritto islamico? E questo stesso diritto islamico - e qui sintetizzo a grandi spanne alcune precisazioni di Raffaele Mauriello, docente italiano alla Allameh Tabataba'i University di Teheran - si riduce forse al generico e ideologico concetto di sharia, o forse non viene invece diversamente declinato in scuole giuridiche storicamente diverse, o codificato con norme scritte in certi casi (come appunto in Iran) e discrezionalmente applicato dal giudice in altri (come appunto nella ultraconservatrice Arabia Saudita)?
Certo, la storia e la cronaca non si fanno con i "se", ma l'Occidente non può sfuggire all'obbligo di interrogarsi sulle sue responsabilità nella stretta repressiva di questi ultimi anni. E noi giornalisti dovremmo più semplicemente chiederci se è solo per abitudine o pigrizia o conformismo che perseveriamo, riforniti da attivisti e uffici stampa, nell'inseguire il sempreverde filone dei diritti umani in Iran, invece che andare a cercare altre violazioni in altri paesi, meno esplorati e sicuramente più opachi della chiacchieratissima Repubblica Islamica. A meno che non vogliamo trasformarci in attivisti pure noi, perdendo quella 'giusta distanza' dai fatti che - almeno ad avviso di chi scrive - non dovremmo mai smettere di perseguire. E ancora a meno che, più o meno consapevolmente, non ci facciamo noi stessi megafoni di campagne volte non tanto a difendere i diritti umani degli iraniani, quando ad annientare un rivale geopolitico troppo indipendente dall'Occidente e addirittura a perseguire un irresponsabile regime change. Un cambiamento di regime che invece non vediamo auspicare per i massacratori del collega Khasoggi, che invece tanto lo vorrebbero per i loro scomodi vicini persiani.
E infine potremmo anche chiederci se il primo diritto umano degli iraniani, come di ogni altra nazione, non sia quello di determinare autonomamente, e senza ingerenze esterne più o meno animate da buone intenzioni, il proprio destino. Il nuclear deal poteva forse essere una strada per aiutarli in questa direzione. Oppure no, come qualcuno fermamente sostiene. Di sicuro - e la cronaca e forse anche la storia già lo hanno certificato - nessuno lo ha potuto verificare.
articolo21.org, 4 settembre 2019
Le persone e le parti in conflitto responsabili di atrocità in Yemen devono essere chiamate a risponderne davanti alla giustizia, sottolinea Save the Children - l'Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro - in seguito alla diffusione odierna del rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sullo Yemen, presentato oggi a Ginevra.
Il rapporto evidenzia che le parti in conflitto hanno commesso "una serie di possibili crimini di guerra", molti dei quali hanno preso di mira i bambini o hanno avuto un impatto sulla loro vita.
È inaccettabile - sottolinea Save the Children - l'impunita persistente per i responsabili degli abusi e delle gravi violazioni contro i bambini, nel quinto anno di conflitto. Violazioni che, in base alle indagini condotte dal gruppo di esperti dell'Onu, comprendono crimini commessi attraverso gli attacchi aerei, bombardamenti indiscriminati, uccisioni e detenzioni arbitrarie, torture e violenza sessuale.
"I responsabili dell'uccisione, del ferimento e di altre gravi violazioni contro migliaia di bambini dello Yemen continuano a non pagare per i crimini commessi. Non possiamo più accettare tutto questo. Così come non possiamo più accettare che in Yemen la fame venga utilizzata come vera e propria arma di guerra, come rileva il rapporto, con conseguenze su migliaia di bambini che soffrono di gravi forme di malnutrizione. Perché i bambini, in Yemen, non muoiono soltanto a causa delle bombe e delle armi, ma vengono soffocati silenziosamente perché viene negato loro il cibo", ha dichiarato Tamer Kirolos, Direttore di Save the Children in Yemen.
"Ogni giorno, i nostri team sul terreno hanno davanti ai loro occhi le conseguenze di questo terribile conflitto: i bambini si ammalano, soffrono di malnutrizione, a volte sono fin troppo deboli anche per mangiare e muoiono perché non hanno acqua pulita e medicinali. Il nostro staff continua a lavorare per offrire ai bambini il sostegno di cui hanno bisogno, ma finché ci sarà la guerra possiamo solo aiutarli a rimanere in vita e non a costruirsi il futuro al quale hanno diritto. Il gruppo di esperti dell'Onu ha dolorosamente fatto luce sui possibili crimini di guerra commessi in Yemen, ma il suo mandato non dovrebbe fermarsi qui e, anzi, andare oltre ed essere rafforzato", ha proseguito Kirolos.
Pertanto Save the Children si appella ai membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite perché, durante la prossima riunione sullo Yemen prevista per l'11 settembre, il mandato del Gruppo di esperti venga rinnovato e rafforzato, compiendo così un importante passo verso l'identificazione delle responsabilità nei confronti dei bambini yemeniti. In particolare, sottolinea l'Organizzazione, il mandato dovrebbe prevedere un focus specifico sull'individuazione delle prove, ulteriori relazioni pubbliche e competenze specifiche riguardanti i minori. Relativamente a tutte le presunte violazioni del diritto internazionale umanitario, dovrebbero inoltre esserci indagini credibili e indipendenti, in modo che gli autori dei crimini siano chiamati a rispondere delle loro azioni.
Save the Children reitera infine il proprio appello a tutte le parti in conflitto a favorire tutti gli sforzi per evitare di colpire la popolazione e le infrastrutture civili come scuole e ospedali, nonché a garantire il pieno accesso agli aiuti umanitari in tutto il paese e a trovare una soluzione duratura per mettere fine al conflitto in Yemen e alle sofferenze dei bambini e delle loro famiglie.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 settembre 2019
Amnesty International ha lanciato una campagna online per sollecitare il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il suo governo a rafforzare la protezione dei territori nativi e delle riserve naturali dell'Amazzonia. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, è necessario che le autorità brasiliane svolgano indagini e processi nei confronti dei responsabili degli incendi illegali in Amazzonia affinché si prevenga l'ulteriore distruzione della foresta pluviale. Il 29 agosto il presidente Bolsonaro ha promulgato un decreto che proibisce di appiccare incendi a scopo di disboscamento per 60 giorni. Il decreto, lamentano però gli esperti, potrebbe avere scarsa efficacia dato che buona parte dei recenti incendi è già vietata dalle leggi esistenti.
Il problema è proprio questo: sulla carta il Brasile le leggi in grado di proteggere i territori nativi e le riserve naturali ci sarebbero, ma il presidente Bolsonaro si è attivamente prodigato per indebolire queste protezioni. Da aprile 2019 Amnesty International ha visitato quatto territori nativi dell'Amazzonia brasiliana: Karipuna e Uru-Eu-Wau-Wau nello stato di Rondônia, Arara nello stato di Pará e Manoki nello stato di Mato Grosso.
Nei quattro territori visitati, la percentuale di deforestazione è superiore di quasi l'80 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018. In alcune aree, i leader delle comunità native hanno ricevuto minacce di morte per aver cercato di difendere i loro territori tradizionali. Il 23 agosto Amnesty International ha assistito all'incendio divampato nel territorio nativo Manoki, nello stato di Mato Grosso (nella foto scattata da un drone). La zona data alle fiamme era stata chiusa. Secondo i leader Manoki, l'incendio era stato appiccato allo scopo di creare pascoli per le mandrie di bovini.
Al di là della volontà politica, o forse anche a causa di essa, i tagli di bilancio a livello federale hanno causato la riduzione delle operazioni di monitoraggio e di prevenzione delle acquisizioni di terreni e delle deforestazioni illegali sono state ridotte. "Se avessimo abbastanza personale per effettuare le ispezioni, la situazione non sarebbe arrivata a questo punto", ha dichiarato sotto anonimato un funzionario dell'agenzia nazionale per l'ambiente dello stato di Rondônia.
Un nativo Manoki, che a sua volta ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto: "L'Ibama [l'istituto brasiliano nato per la tutela ambientale e la protezione della foresta amazzonica] ha smesso di venire qui. Non so perché. Abbiamo preparato rapporti, comunicato le coordinate dove erano in corso i disboscamenti illegali, ma non si sono più fatti vivi". La Funai (Fondazione nazionale dell'Indio), da cui dipende l'Ibama, ha subito un taglio del budget. Secondo dati del governo, i fondi di spesa assegnati alla Funai dall'inizio dell'anno al 28 agosto sono stati inferiori del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018. Fonti di stampa hanno reso noto che complessivamente il budget dell'Ibama è stato ridotto del 25 per cento.
Lanciando la campagna, il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo ha dichiarato: "Siamo di fronte a una crisi dei diritti umani e a una crisi ambientale. Nel lungo termine, rafforzare i poteri delle autorità civili per contrastare la deforestazione e le acquisizioni illegali dei terreni è l'unica strada percorribile. Per il futuro della foresta pluviale amazzonica e per coloro che la considerano la loro casa, nonché per il resto del mondo che da essa dipende per la stabilità del clima, il Brasile deve fare di più".
di Riccardo Achilli
talentilucani.it, 3 settembre 2019
Da anni, ogni progetto di riforma della giustizia, annunciato o prodotto, viene accompagnato dalla retorica della "certezza della pena". È una retorica avvincente, per certi versi, perché fa presa su un Paese che ha, insieme, una sfiducia radicata nelle istituzioni (quindi anche nella giustizia) e dall'altro è innervato da un giustizialismo forcaiolo, riflesso di una rabbia sociale e di un sentimento di insicurezza diffusi.
di Paolo Borgna*
Avvenire, 3 settembre 2019
Magistrati e avvocati assieme per risolvere il vero nodo: il rilancio dei riti alternativi. Oggi a mancare è il presupposto della convenienza per il loro utilizzo. Un vecchio magistrato del Novecento, volendo spiegare le ragioni del fallimento del pur perfetto Codice di procedura civile del 1940, raccontava che Arrigo Solmi, il giurista-ministro che lo aveva messo in cantiere, aveva maturato l'idea durante una sua visita a Lipsia.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 3 settembre 2019
Che almeno sui temi della giustizia gli ex avversari 5 Stelle-Pd possano convolare più serenamente a nozze forzate è vulgata corrente. Ma forse anche illusione ottica. Non solo se si riascolta la colonna sonora dell'"anno bellissimo" grillo-leghista, ritmo che pure conta e ha visto il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, intonare i propri provvedimenti sempre come leggi "epocali" fatte apposta per cancellare quelle del centrosinistra del suo predecessore pd (e ora futuro alleato) Orlando, puntualmente bollate "svuota-carceri" e "salva-ladri"; ma anche, e soprattutto, se si sta ai fatti.
umbriadomani.it, 3 settembre 2019
"Emergenza gestita con grande professionalità. Serve organico effettivo". I parlamentari dem umbri Walter Verini e Nadia Ginetti hanno incontrato questa mattina la direttrice del carcere di Perugia Bernardina di Mario, insieme ai comandanti Brillo e Tosoni e ad alcuni agenti di polizia penitenziaria dopo i fatti dell'altro giorno.
"Abbiamo sentito il dovere - sottolineano Verini e Ginetti - di assicurare la nostra vicinanza e il nostro sostegno a tutti coloro che operano in un'istituzione modello come il carcere di Perugia dopo eventi che evidentemente hanno colpito e scosso; e insieme di mobilitarci, mettendo in pratica quanto è nelle nostre competenze e possibilità, per risolvere le criticità.
Abbiamo registrato la grande professionalità con la quale in queste ore si sono governati momenti drammatici di emergenza. Ora, però, pensiamo ci sia bisogno urgente di assumere provvedimenti immediati, come abbiamo già avuto modo di segnalare direttamente al ministro Bonafede nelle ore passate e che torniamo a sottolineare.
Su tutti la garanzia di un organico effettivo e operativo, perché non basta fare la pianta organica se poi questa rimane sulla carta e il personale non c'è o non è messo nelle condizioni di svolgere al meglio le proprie funzioni. Abbiamo chiesto, poi, che il carcere di Perugia non sia un luogo di compensazione rispetto alle difficoltà di altri istituti, con il rischio di concentrare detenuti difficilmente gestibili.
Servono, quindi, maggiori risorse dal provveditorato per far lavorare e formare i detenuti, perché più lavoro e più formazione per i detenuti significano non solo un clima più sereno nelle carceri, ma soprattutto meno tendenza a tornare a delinquere e una società più sicura.
Abbiamo chiesto, infine, di attuare da subito i protocolli regionali per l'assistenza e la prevenzione psichiatrica. Siamo convinti - concludono Verini e Ginetti - che al di là della chiusura positiva dei gravi eventi dei giorni scorsi, sia necessario praticare nel migliore dei modi possibili e con tutti gli strumenti a disposizione l'articolo 27 della Costituzione, che individua nel carcere un istituto di pena ma anche e soprattutto di rieducazione.
Gli impegni in questo senso messi in essere negli anni in cui siamo stati al governo sono stati completamente disattesi e minati negli ultimi 14 mesi dall'ormai ex ministro "dell'Insicurezza" Salvini: sminuire il ruolo rieducativo delle carceri e dire 'buttiamo via la chiavè significa rendere la società più insicura e il paese più incivile".
di Alessio Alfretti
La Provina Pavese, 3 settembre 2019
Tante iniziative: stand nelle fiere con i prodotti realizzati dai detenuti, cibo per i poveri, appuntamenti sportivi e culturali. Un carcere sempre più integrato nella città: la casa circondariale di Voghera, guidata dal direttore Stefania Mussio, vive una fase di svolta. L'ultima iniziativa due settimane fa, con il Ferragosto solidale, quando i detenuti hanno scelto di rinunciare al proprio pasto per donare gli alimenti alle persone meno abbienti.
Il cibo è stato regalato alla Caritas che lo ha distribuito alla Casa del pane e all'associazione Pane di Sant'Antonio. "Non si tratta di un'iniziativa di carattere episodico -spiega il direttore Mussio- ma del frutto di un progetto condiviso, per limitare lo spreco e ottimizzare le risorse. L'esperienza detentiva acquista significato solo se incardinata in un rapporto di costante collaborazione e reciprocità con il contesto sociale".
Molti sono i laboratori curati dai detenuti, tra cui quello dolciario, la sartoria e la falegnameria. "Con il suo artigianato il carcere è stato presente all'ultima edizione della fiera dell'Ascensione di Voghera e, lo scorso luglio, nella basilica del santuario di Nostra Signora della Guardia a Tortona.
A dicembre era stato esposto in sala Pagano a Voghera il presepe artigianale realizzato da alcuni ospiti della Casa circondariale con la supervisione del personale della Polizia penitenziaria, che ha rappresentato il frutto di un gratificante rapporto di collaborazione con la Consulta per il volontariato e il Comune di Voghera, destinato a continuare: pensiamo di riproporre l'iniziativa, arricchita, in occasione del prossimo Natale.
Sono già in corso i lavori di preparazione e allestimento del nuovo presepe e proporremo alla cittadinanza oggetti e inedite creazioni natalizie". Diversi volontari aiutano il carcere e grazie a loro sono circa 10 le persone che possono trascorrere parte della giornata lavorativa all'esterno. I volontari impegnati in progetti di collaborazione sono don Pietro Sacchi, responsabile dell'associazione "Terre di mezzo", numerosi docenti, gli operatori dei percorsi musicali e quelli dell'associazione Unione italiana sport per tutti (Uisp), comitato di Pavia, che cura le attività sportive.
Molta attenzione è infatti data allo sport e anche alla scuola, con una collaborazione con l'istituto "Maserati" e con il Centro provinciale per l'istruzione agli adulti (Cpia) di Voghera. "Vogliamo incentivare la pratica dello sport come strumento di autodisciplina e abbiamo anche acquistato nuovi attrezzi sportivi per realizzare una palestra. Inoltre ci stiamo attivando per progetti di educazione alla legalità, oltre a impegnarci per la riqualificazione del settore scuola.
Proprio in questi giorni è in corso la tinteggiatura delle aule e per arredarle avremmo bisogno di sedie a banchi: chi volesse aiutarci può contattare l'istituto al numero 0383212222 oppure scrivere a
askanews.it, 3 settembre 2019
Prodotto da Rai Cinema e Clipper media. Giovedì 5 settembre alle 17, nella Sala storica dell'Hotel Excelsior del Lido di Venezia, sarà proiettato, come evento speciale della 76ma Mostra internazionale d'Arte cinematografica, il docu-film di Fabio Cavalli "Viaggio in Italia, la Corte costituzionale nelle carceri", prodotto da Rai Cinema e Clipper media.
La proiezione sarà introdotta da una breve presentazione del presidente della Biennale Paolo Baratta. All'evento saranno presenti, oltre al regista, la vicepresidente della Corte costituzionale Marta Cartabia e i giudici costituzionali Francesco Viganò e Luca Antonini.
Accompagnati dall'Agente di polizia penitenziaria Sandro Pepe, sette giudici della Corte costituzionale - che giudica le leggi e non le persone, ma che con le sue decisioni incide profondamente nella vita di ciascuno - entrano in sette istituti penitenziari italiani. Il film si ispira all'omonima iniziativa avviata dalla Corte costituzionale nel 2018 e racconta l'incontro tra questi due mondi apparentemente agli antipodi e diversamente "chiusi", incontro che non ha precedenti nella storia del nostro Paese e nel mondo.
- Torino. Cpr, gli "ospiti" in rivolta per protestare contro il degrado
- Codice Rosso. Greco: "Legge giusta, ma siamo sommersi di denunce"
- Sui decreti sicurezza non c'è l'accordo
- Legittimo il trattenimento della corrispondenza in entrata al detenuto 41bis
- I candidati al Csm ora tengono le correnti a distanza










