orticaweb.it, 19 ottobre 2019
La Onlus "Diritti umani Stefano Cucchi" ha premiato Pietro Ioia, Giuseppe Gullotta e Gurmukh Singh. Il 12 ottobre si è svolta a Roma la V edizione del premio "Diritti umani Stefano Cucchi" Onlus 2019. Il premio è andato a Pietro Ioia, Giuseppe Gullotta e Gurmukh Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio che ha denunciato le condizioni di sfruttamento nell'Agro Pontino.
La presidentessa dell'associazione Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha affermato: "Sono storie di giustizia negata. Hanno fatto sentire la loro voce e vogliamo contribuire alle battaglie che portano coraggiosamente avanti".
Infatti, sia Gullotta che Ioia hanno passato 22 anni della loro vita in carcere. Il primo da innocente, l'altro da colpevole: Giuseppe a 18 anni fu costretto a confessare, a forza di botte, l'omicidio di due carabinieri. Pietro, narcotrafficante della Napoli centrale, finì per ben due volte nella cella zero.
Anni fa, proprio sul nostro settimanale, avevamo intervistato Ioia sia per l'uscita del suo libro "La cella zero" che per la sua storia, raccontata in uno spettacolo teatrale dove Pietro recita la parte del proprio carnefice. Vi ricordiamo che la famigerata cella era una stanza dove i detenuti venivano portati di notte per essere picchiati da 4/5 guardie carcerarie. Bastava risultare antipatico a una di loro per finirci. Grazie a Pietro e alle sue lotte quella cella ora non esiste più, e nonostante un processo ancora in corso lui non si è fermato e ha fondato l'associazione "Ex 16 detenuti di Poggioreale", di cui è presidente. Lotta ogni giorno per i diritti dei detenuti e delle loro famiglie. Il grande riscatto di un uomo che ha cambiato il corso della propria storia, diventando difensore dello stato
di diritto dei carcerati e quindi degli ultimi.
Abbiamo intervistato e chiesto a Pietro come ha accolto questa premiazione, se sapeva del premio, cosa ha provato e a chi l'ha dedicata. "Onestamente non credevo che sarei mai stato premiato dall'associazione Cucchi: è stata una gran sorpresa. Perché non interessa a molti la lotta di civiltà di un ex detenuto come me e perché molta gente non ci crede, ma recuperare un detenuto è come creare un mondo più pulito.
A chi mi giudica rispondo che la maggior parte delle persone non conosce l'articolo 27 della Costituzione, che non afferma solo "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva". Vi si legge anche "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
"Tutte le notti cerco di cancellare il mio passato, ma non riesco a dimenticare: tanti carcerati mi raccontano le loro storie e invocano il mio sostegno. Ho pagato il mio prezzo e anch'io ho subito violenza, e ogni volta che un detenuto la subisce è come se la stessi vivendo e subendo in prima persona. Io non riesco a aiutare tutti come vorrei. Ho visitato molte prigioni e so cos'è l'isolamento: conosco moltissimi detenuti abbandonati, per non parlare di quelli malati di mente che avrebbero bisogno di tutt'altro luogo per essere recuperati ma che in realtà vengono visti solo quando vengono chiamati per l'appello. Praticamente sono solo numeri. Mezza Campania si rivolge a me con la speranza che io possa dare una mano. Mi piacerebbe, ma non è così. Il premio Stefano Cucchi che ho ricevuto dalla sorella Ilaria mi ha regalato la consapevolezza che devo continuare a battermi per la dignità dei detenuti, perché la privazione della libertà è una punizione più grande di qualsiasi altra".
Pietro ha dedicato il suo premio a tutti i detenuti d'Italia e del mondo perché, a loro, nessuno dedica mai niente. Chiudiamo questa intervista con una domanda: Non sarebbe davvero un mondo migliore se le carceri fossero luoghi di recupero e d'inserimento nella società civile come dichiara Pietro Ioia?
di Vincenzo Comi* e Antonio Mazzone**
Il Dubbio, 19 ottobre 2019
È auspicabile che l'elaborazione di una disciplina equilibrata per decorso dei termini previsti avvenga in sede parlamentare, nel confronto di tutte le parti politiche. Un punto deve essere chiaro, per un consapevole approccio sia politico e sia giuridico, al tema della durata dei processi. L'alternativa non è tra "blocco del decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado/ processo infinito" ed "estinzione del reato o del processo per decorso dei termini previsti senza che sia stata emessa una sentenza definitiva".
L'alternativa è tra intervento in sede legislativa per delineare un sistema che comporti l'estinzione del reato o del processo a causa del decorso dei tempi previsti dalla normativa in materia e intervento della Corte Costituzionale o della Corte Edu per dichiarare l'illegittimità costituzionale e convenzionale europea di un sistema penale e processuale penale che non preveda l'estinzione del reato o del processo (o di tutti e due) nell'ipotesi in cui non sia stata emessa in un tempo ragionevole una sentenza definitiva.
Ciò risponde ad una esigenza costituzionale e convenzionale europea, stanti le disposizioni del 2° co. dell'art. 111 Cost. e del 1° co. dell'art. 6 Cedu, che prevedono che la legge assicuri la ragionevole durata del processo e la sua trattazione in un termine ragionevole. È auspicabile che l'elaborazione di una disciplina equilibrata in materia di estinzione del reato e di estinzione del processo penale per decorso dei termini previsti avvenga in sede parlamentare, nel confronto di tutte le parti politiche.
La soluzione migliore sarebbe, forse, distinguere tra termini di prescrizione del reato, cui collegare la sua estinzione, e termini di fase per la definizione dei vari gradi di un processo, cui connettere un effetto estintivo dello stesso nel caso di loro superamento. Ma qualunque sia la soluzione da ritenersi migliore, ciò che è certo è che se deve essere assicurata, per esigenze costituzionali e convenzionali europee, la ragionevole durata del processo, l'unica sanzione adeguata ad impedire le conseguenze derivanti ad una persona dalla sua pendenza "infinita" è quella che preveda la sua estinzione nell'ipotesi di irragionevole durata. La conclusione si pone in termini di necessità giuridica. Stante il disposto degli artt. 111, 2° co., Cost. e 6, 1° co., Cedu, la mancanza di una norma che preveda un termine massimo di durata del processo penale integra un'ipotesi di illegittimità costituzionale e convenzionale del sistema processuale penale italiano.
È come se mancasse una norma che preveda il termine massimo di durata della custodia cautelare. Né appare necessario attendere, per sollevare la questione di legittimità costituzionale, che, in ipotesi, entri in vigore il blocco del decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, perché già manca nel sistema processuale penale una norma che sanzioni mediante la previsione dell'estinzione del processo la sua irragionevole durata. Concetto di irragionevole durata che può già concretamente definirsi in base alla giurisprudenza italiana ed europea in materia di equa riparazione.
*Vicepresidente della Camera Penale di Roma
**Avvocato
di Giuseppe Cascini*
Il Dubbio, 19 ottobre 2019
Nel ddl che separa le carriere ci sono misure pericolose per l'autonomia di noi magistrati, che invece dovrebbe stare a cuore agli avvocati quale precondizione per la tutela di diritti e garanzie. In questi giorni il Parlamento discute del disegno di legge promosso dalla Ucpi, sulla "separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti". Su questo tema ci siano due piani di discussione che, a mio avviso, vanno tenuti separati. Il primo è quello del dibattito, teorico e politico, sulla unità/separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e requirenti, tema sul quale da tempo magistrati e avvocati hanno posizioni diverse.
L'altro piano di discussione è, invece, quello della proposta di riforma costituzionale in discussione alla Camera, che contiene una serie di interventi che poco o nulla hanno a che fare con il tema della separazione delle carriere e che riguardano invece direttamente il tema della autonomia e della indipendenza della magistratura. Provo ad indicare per punti gli interventi di cui parlo e a spiegare perché il prodotto offerto al Parlamento è cosa del tutto diversa da quella "separazione delle carriere" che è indicata nell'etichetta. Con l'art. 4 si prevede che le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura sono solo quelle espressamente attribuite dalla Costituzione o da leggi costituzionali. Dunque, tante delle iniziative assunte dal CSM sui temi della giustizia, e che hanno spesso trovato il consenso degli avvocati, non sarebbero più possibili. Penso, per richiamare solo gli interventi degli ultimi mesi, ai pareri resi dal Csm sul decreto-sicurezza, sulla riforma della prescrizione, sul divieto di abbreviato per i delitti puniti con l'ergastolo.
L'articolo 8 della proposta prevede l'abrogazione del terzo comma dell'articolo 107 della Costituzione, cioè di quella norma in base alla quale i magistrati si distinguono solo per funzioni, cioè sono tutti eguali, dal Primo Presidente della Cassazione al M.O.T. appena nominato. Abolire questa previsione significa ripristinare il principio gerarchico all'interno dell'ordinamento giudiziario. E credo vada detto con chiarezza che la imparzialità e la terzietà dei giudici italiani, visto che questo è l'obiettivo dichiarato della riforma, non si rafforza certo mettendogli un capo sulla testa.
L'articolo 7 sostituisce il terzo comma dell'art. 106 della Cost. prevedendo che la legge può prevedere la nomina di avvocati e professori ordinari universitari di materie giuridiche a tutti i livelli della magistratura giudicante. In buona sostanza si elimina l'obbligo di concorso per l'accesso in magistratura, attribuendo alla legge la possibilità di prevedere forme di reclutamento alternative, senza alcuna limitazione nè di numero né di criteri.
Noi abbiamo già oggi un esempio di giurisdizione che riceve una "provvista" di nomina governativa e non mi sembra che abbia dato frutti tali da consigliare di estendere l'esperienza. Infine, gli artt. 3 e 5 della proposta, nel ridisegnare gli assetti dei due Consigli superiori, quello dei giudicanti e quello dei requirenti, fissano la composizione dei due organi per metà di componenti eletti dai magistrati e per metà nominati dal Parlamento in seduta comune. Questa previsione modifica radicalmente la natura del Consiglio Superiore, privandolo di fatto della sua funzione di governo autonomo. La componente laica, infatti, non avrebbe più la funzione di portare all'interno di una istituzione di governo autonomo il punto di vista esterno dell'accademia e delle professioni, mediato dalla investitura parlamentare, ma parteciperebbe in posizione paritaria al governo (non più autonomo) della magistratura.
Una scelta particolarmente miope, perché uno dei rischi più seri della separazione delle carriere è quello dello scivolamento del Pubblico Ministero nell'orbita del potere politico, e dunque un intervento sulla separazione delle carriere dovrebbe essere accompagnato da misure che tendono a rafforzare l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, non certo ad indebolirla.
Insomma, ciò che vorrei proporre è di continuare il confronto sul tema della collocazione ordinamentale del Pubblico Ministero, ma sgombrando il campo da proposte che con quel tema non hanno nulla a che fare e che invece toccano direttamente lo statuto di autonomia e indipendenza della magistratura sancito dalla Costituzione. La separazione delle carriere si può fare con legge ordinaria: si entra per concorso, poi si fa una scelta irreversibile per l'una o per l'altra funzione. Senza bisogno di toccare la Costituzione.
Con questo non voglio certo negare i gravi difetti del sistema di governo autonomo della magistratura, e che emergono con tutta evidenza dalla lettura degli atti di inchiesta pubblicati nei mesi scorsi dai giornali. Ed è chiaro che questi comportamenti dei magistrati agevolano e favoriscono i progetti di riduzione della autonomia della magistratura.
Personalmente sono convinto, e lo dico pubblicamente da anni, che la magistratura ha il dovere di operare un cambiamento radicale nella gestione del potere interno al sistema di governo autonomo, abbandonando definitivamente metodi e prassi, che hanno favorito i comportamenti deviati a cui abbiamo assistito. Ma allo stesso tempo penso che gli avvocati dovrebbero essere al fianco dei magistrati nella difesa della loro autonomia e indipendenza, perché esse sono la precondizione per la tutela dei diritti e delle garanzie delle persone, a cui presidio è posta la funzione del difensore.
*Magistrato, consigliere del Csm
di Luca Serranò
La Repubblica, 19 ottobre 2019
Lesioni aggravate e abuso di autorità contro arrestati e detenuti. Per questi reati sono finiti a processo tre agenti di Polizia penitenziaria all'epoca dei fatti (nel 2014) in servizio al carcere di Sollicciano, accusati di aver picchiato un detenuto senza apparente motivo.
Vittima delle (presunte) violenze Rashid Assarag, il cittadino marocchino che durante il periodo di detenzione - fu condannato a 9 anni e 4 mesi per violenza sessuale - in diverse carceri italiane ha documentato con un registratore abusi e maltrattamenti, e inanellato al tempo stesso una serie di denunce per resistenza. Nei giorni scorsi era attesa proprio la sua testimonianza, ma per un errore di notifica è risultato irreperibile (in realtà vive in Marocco dopo essere stato espulso dall'Italia): spazio così al racconto della moglie Emanuela, cui il pm Vito Bertoni ha chiesto di ripercorrere dall'inizio l'esperienza del marito nelle carceri italiane.
Violenze, umiliazioni, in particolare dopo le prime pubblicazioni del materiale audio, ma anche manifestazioni di solidarietà. "Molti si sono comportati con umanità - ha detto - non è mai stata una battaglia contro il corpo di polizia penitenziaria ma contro chi, con i suoi comportamenti, non ha avuto rispetto per quella divisa".
Secondo la ricostruzione, il 29 dicembre del 2014 Assarag - assistito dagli avvocati Fabio Anselmo (lo stesso che ha seguito tra gli altri il caso Cucchi) e Bernardo Gentile, fu trasferito in isolamento dopo una colluttazione con una guardia, innescata dall'ennesima protesta per la fine di un altro detenuto che si era suicidato nell'istituto di pena.
Durante il tragitto verso la cella fu preso a schiaffi e poi "a calci e pugni", subendo "lesioni personali consistite in tumefazione dello zigomo destro, escoriazione a livello del braccio sinistro e contusioni multiple".
Sempre per presunti abusi contro Assarag è ancora in corso un altro procedimento presso la procura di Prato, contro 4 agenti accusati di falso ideologico, calunnia, lesioni e abuso in atti di ufficio. I fatti risalgono alla primavera del 2014. Il detenuto marocchino sarebbe stato pestato a sangue dopo la scoperta del registratore: nel verbale, però, le guardie spiegarono di essere state aggredite da Assarag dopo averlo sorpreso ad armeggiare con una forbicina, tanto da denunciarlo per resistenza. Sul caso la Procura guidata da Giuseppe Nicolosi ha chiesto il rinvio a giudizio: l'udienza preliminare è fissata per il 15 gennaio.
Ieri, intanto, un altro episodio è tornato ad accendere i riflettori sul carcere di Sollicciano. Un italiano di 28 anni, secondo quanto riferisce il sindacato Osapp, ha appiccato fiamme a un materasso, venendo poi salvato da due agenti (poi finiti in ospedale per accertamenti). Anche il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ieri è intervenuto sulle polemiche legate al carcere fiorentino, con parole dure: "Ha problemi strutturali enormi - ha detto.
Noi abbiamo carceri che cadono a pezzi, Sollicciano è uno di questi. Abbiamo nello scorso anno già stabilito per legge che ci fosse una deroga alle procedure normali per garantire all'amministrazione penitenziaria di fare interventi con un tempo più celere, con maggiore urgenza. Interventi strutturali su strutture fatiscenti richiedono comunque procedure sia di progettazione sia di intervento fisico che hanno dei tempi, ce la stiamo mettendo tutta".
di Donatello Baldo
Corriere del Trentino, 19 ottobre 2019
Con il lavoro, dentro e fuori dal carcere, la recidiva diminuisce. "Drasticamente", sottolinea la Garante dei detenuti Antonia Menghini, tra gli ospiti ieri dell'incontro "Fare impresa in carcere" che si è svolto all'interno degli spazi di Fa' la cosa giusta, organizzato da "Liberi da Dentro", la rete che riunisce associazioni e realtà istituzionali. "Una diminuzione drastica, dove ogni punto percentuale in meno di persone che tornano a delinquere vale milioni di euro", in sicurezza, in servizi sociali, in spese carcerarie e di giustizia.
All'incontro di ieri anche Abder, marocchino. "Fino a 13 anni ero nel mio Paese, andavo a scuola tutti i giorni e tutti i giorni mi facevo 16 chilometri in bici. Ma eravamo poveri e volevo venire in Europa. Ho chiesto ai miei di raccogliere i soldi per il viaggio, tra gli amici, tra i parenti". Immaginava di trovare lavoro, fortuna: "Ma lavoro non ce n'era e così sono finito in strada. Poi lo spaccio per vivere e il conseguente arresto, ancora minorenne". Poi la liberazione, di nuovo senza casa e senza una protezione sociale per il reinserimento: "Un altro arresto, ma questa volta non avevo fatto nulla. Nove anni, poi patteggiati a quattro". Di nuovo libero, un'altra recidiva: "Avevo trovato un lavoro, ma mi era scaduto il permesso di soggiorno e non potevo essere assunto. E allora di nuovo in strada, e un nuovo arresto. A Trento".
E a Trento Abder ha trovato un lavoro all'interno del carcere, ha frequentato da detenuto le scuole serali: "Ora sono uscito e lavoro in una cooperativa sociale. Non sono stato lasciato solo e sono così riuscito a ricostruirmi un vita e una famiglia".
Una storia a lieto fine che statisticamente rappresenta però un'eccezione: "Nella Casa circondariale di Spini risultano assunti 22 detenuti con la cooperativa Venature - spiega la garante - più 40 persone in formazione con Kaleidoscopio per turni di due mesi. Altre cooperative hanno abbandonato i progetti per mancanza di commesse o per altri problemi. Altri detenuti svolgono lavori per il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, come cuoco o addetto alla manutenzione, oppure come scopino, spesino e altri impieghi minori". Numeri irrisori se si considera la totalità dei 330 detenuti presenti.
Tra chi ce l'ha fatta, anche grazie alla disponibilità di un'imprenditrice che ha vinto il suo iniziale scetticismo - "Non do lavoro a un ex detenuto" - c'è Geraldo. È albanese e aveva raggiunto l'Italia per ricongiungersi con le sorelle: "Qui ho scoperto che potevo fare soldi facili, in modo veloce e con poca fatica", con un metodo che però l'ha portato in carcere: "Mi hanno dato 5 anni di reclusione". In carcere però inizia a studiare: "Ho ripetuto le medie per prendere la licenza e poi ho frequentato con successo i primi due anni del liceo Rosmini. E mentre studiavo in carcere ho trovato anche un lavoro di digitalizzazione dati".
Una formazione che gli è stata utile anche dopo: "Sono uscito come misura alternativa alla carcerazione, ora sono in regime di obbligo di firma, ma lavoro a Vicenza, ospitato da un centro di accoglienza della Caritas e alle dipendenze di una ditta che si occupa proprio di digitalizzazione".
"Per poter uscire dal carcere senza più tornarci - spiegano i promotori della rete Liberi da Dentro - è necessario il lavoro. Sia all'interno delle strutture che al di fuori. Per questo ci rivolgiamo agli imprenditori del territorio affinché diano la loro disponibilità. Ridurre la recidiva significa aumentare la sicurezza e l'inclusione sociale".
www.noprison.eu, 19 ottobre 2019
Venerdì 11 ottobre è stato costituito ufficialmente il Movimento "No Prison" per l'abolizione dell'attuale sistema carcerario, che nasce dal manifesto omonimo scritto nel 2012 da Livio Ferrari e Massimo Pavarini. A conclusione del seminario internazionale tenutosi a Roma presso la Fondazione Basso il giorno precedente, che ha visto una larga partecipazione da tutta Italia ed un dibattito significativo con le relazioni, tra l'altro, di Gherardo Colombo, Luigi Ferrajoli, Giuseppe Mosconi, Elisabetta Zamparutti e Mauro Palma, coordinati dal direttore di Avvenire Marco Tarquinio, è stato nominato il Consiglio del neonato movimento ed eletto il suo Portavoce nella figura di Livio Ferrari, giornalista, scrittore e cantautore, fondatore e presidente del Centro Francescano di Ascolto di Rovigo.
"Oggi inizia un percorso che dovrà portare dall'utopia alla realtà - ha affermato Livio Ferrari - per eliminare l'ultimo avamposto manicomiale del nostro Paese, ridurre odio e vendetta che questi luoghi scatenano, usare il tempo della condanna nella responsabilità di quanto commesso con azioni che restituiscano alle vittime dei reati, alimentare perciò percorsi di pace sociale".
di Onofrio Bruno
Gazzetta del Mezzogiorno, 19 ottobre 2019
La nuova vita per i detenuti comincia con i lavori di innesto e potatura alberi. Concluso il progetto di inclusione sociale nell'istituto di pena cittadino. Corso durato un anno. I risultati saranno resi noti nei prossimi giorni.
Rigenerazione di se stessi per l'inclusione sociale. Attraverso i "buoni frutti". Significati simbolici e aspetti molto concreti per un corso di operatore in attività di innesto e potatura che si è tenuto presso l'Istituto di pena di Altamura in via dell'Uva spina (sezione di Casa di Reclusione a custodia attenuata della Casa Circondariale di Matera).
Il 30 ottobre, alle 10, verranno presentati gli esiti del percorso formativo tenuto dai detenuti. Il progetto denominato "Ri-generazione con i buoni frutti", nell'ambito di un avviso regionale di iniziativa sperimentale di inclusione sociale per persone in esecuzione penale, è stato tenuto dalla "D. Anthea Onlus" in collaborazione con la cooperativa "Said".
Il risultato finale è la creazione di un'area a verde e di un orto botanico, nel perimetro interno dell'istituto di pena. Il corso è durato circa un anno, da ottobre dell'anno scorso, ed ha coinvolto dieci detenuti in 300 ore di formazione teorica in aula, compreso il modulo sulla sicurezza sui luoghi di lavoro, e 600 di attività tecnico-pratiche e di simulazione lavorativa.
Al termine viene rilasciato un attestato di qualifica valido su tutto il territorio nazionale ed europeo, spendibile nel mercato del lavoro. "È stato un percorso di formazione ma soprattutto un percorso ricco di emozioni", sottolineano i coordinatori ed organizzatori.
I partecipanti hanno acquisito nozioni fondamentali di botanica, fisiologia e fitopatologia vegetale, produzione e coltivazione agricola, sicurezza sui luoghi di lavoro. Hanno applicato conoscenze e competenze nelle principali tecniche agricole, nell'innesto, nella potatura. Fino a progettare e realizzare, in una porzione di terreno nella Casa circondariale, uno spazio agricolo dedicato a diverse colture arboree ed un orto biologico.
Hanno, poi, voluto delimitare il tutto, con la costruzione di un lungo muretto a secco, di staccionate e cancelletti con materiale legnoso da riciclo, con vasi, panchine, sedie, divanetti, tavolini dipinti ed un grande e resistente gazebo in legno con tettoia (il tutto creato con materiali di scarto agricolo) per dare maggiore valore aggiunto al loro spazio agricolo, al loro giardino, alla loro area verde. E proprio questa porzione di spazio all'aria aperta è diventata la loro "finestra" per il rientro nella società, con la speranza di trovare un lavoro.
Al convegno conclusivo è prevista la partecipazione sia dei rappresentanti delle istituzioni che dell'amministrazione penitenziaria. Da tempo la sezione "a custodia attenuata" di Altamura è al centro di iniziative formative, tutte tese al reinserimento dei detenuti quando sarà espiata la pena che li ha portati alla reclusione. Per citarne altri, i corsi di panificatore, di orto-floro-vivaista (con realizzazione di un giardino), di lavorazione di prodotti in feltro da lana di ovini pugliesi.
di Fabrizio Ravelli
La Repubblica, 19 ottobre 2019
Che sia il diavolo oppure il buon dio a nascondersi nei dettagli è questione controversa. Ma è certo, invece, che spesso la bellezza abita ai margini, nei territori poco esplorati dalla nostra normale attenzione. L'altro giorno a San Vittore c'è stato un incontro di questo genere periferico e marginale: da una parte i ragazzi di B.Livers e dall'altra i detenuti del reparto La Nave, quello di chi è segnato dalle dipendenze. I B.Livers sono ragazzi con gravi patologie croniche, che hanno un sacco di iniziative notevoli e fra queste il giornale Il Bullone.
Cos'hanno da dirsi ragazzi malati gravi, o ex-malati, e detenuti che scontano una pena provando a uscire dai vincoli delle sostanze? Un sacco di cose, e molto profonde. S'era già fatto un incontro così qualche mese fa, altri ci saranno, perché s'è visto che ne vien fuori una comunicazione vivace e sorprendente. L'altro giorno, assolutamente alla pari e con la medesima coraggiosa sincerità, hanno discusso di che cosa sia la bellezza, del dolore, della solitudine, della malattia, dell'amore, della colpa, della privazione. La marginalità, l'essere un po' dimenticati o quanto meno poco conosciuti, aiuta a trovare il coraggio di raccontare fatti e sensazioni privatissimi, e di essere dolorosamente sinceri.
Così, fra molte lacrime e molte risate, c'è chi ha raccontato come il dolore sia un pessimo consigliere quando produce solo isolamento e rabbia, ma possa insegnare a chiedere aiuto. Vale per i ragazzi malati così come per i carcerati, s'è visto. C'è chi ha raccontato di come abbia pensato di togliersi la vita, e magari ci abbia provato. Chi ha spiegato come una tv accesa alle proprie spalle, senza audio, possa aiutare ad arrivare in fondo a notti pesanti. Un incontro pesante? Non direi, visti i sorrisi e gli abbracci alla fine.
di Danilo Loria
strettoweb.com, 19 ottobre 2019
"La Speranza entra in carcere. Ed ha un volto, uno sguardo, un sorriso, le mani ed il corpo esile ma temprato dalla testimonianza semplice, umile, eppure disarmante, del Cardinale Ernest Simoni Troshani. Prigioniero per quasi trent'anni nella Polonia comunista, Don Simoni, è un martire vivente, l'unico sacerdote sopravvissuto, dopo 27 anni di lavori forzati, alla persecuzione del regime di Enver Hoxha, che aveva proclamato l'Albania il "primo Stato ateo al mondo", perseguitando cristiani, cattolici e musulmani", è quanto afferma l'Avv. Agostino Siviglia, Garante Regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.
"La sua testimonianza credibile, ancor prima delle sue parole semplici, ha toccato il cuore delle detenute e dei detenuti del carcere di "S. Pietro" di Reggio Calabria, che hanno accolto commossi il Cardinale Simoni, festeggiando con lui il suo novantunesimo compleanno. Una scelta, quella di festeggiare il proprio compleanno in carcere, ex prigioniero fra i prigionieri di oggi, che testimonia la forza autentica della Speranza contro ogni speranza, che Don Simoni incarna, quasi a ribadire con la sua storia, con la sua stessa vita, che nessuna sofferenza patita può sopire il "diritto alla speranza".
E dal buio più profondo della notte della carcerazione e del martirio per l'ingiustizia subita da innocente, sgorga la luce della restituzione che la vita stessa ha riservato a questo straordinario testimone di fede, che Papa Francesco ha voluto creare Cardinale. Don Simoni, del resto, non si è risparmiato durante l'incontro con le detenute e i detenuti, con il direttore del carcere, gli agenti di polizia penitenziaria, gli educatori, i medici, le suore, il sacerdote ed i volontari che prestano servizio presso l'istituto penitenziario reggino, stringendo le mani di tutti, uno ad uno. Il personale dell'istituto penitenziario, dal canto suo, ha donato al Cardinale Simoni una effige della Madonna della Consolazione di Reggio Calabria, mentre i detenuti hanno consegnato una torta da loro preparata, in occasione del compleanno del presule albanese.
Il Cardinale Simoni, invece, ha fatto distribuire ai detenuti il suo stemma cardinalizio che effigia, evocativamente, una croce che spezza le catene. Uno scambio di doni, dunque, che ha vivificato una presenza in carcere, quella del Cardinale Simoni, che resterà impressa nella memoria di quanti hanno partecipato all'incontro, restituendo la Speranza certa che "solo l'amore crea", anche quando tutto appare distrutto. Spero davvero che le detenute ed i detenuti facciano tesoro del dono ricevuto e di cui essi stessi sono stati testimoni", conclude.
met.cittametropolitana.fi.it, 19 ottobre 2019
Martedì 22 ottobre proiezione del film documentario "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri" con l'intervento di Luigi Dei e Paolo Grossi. La spersonalizzazione e l'alienazione nella condizione detentiva, la rieducazione del condannato, il reinserimento nella società una volta che è stata scontata la pena. Una riflessione sulla questione carceraria è al centro di un'iniziativa dell'Ateneo fiorentino dal titolo "Bisogna aver visto" declinata in due appuntamenti.
Si comincia martedì 22 ottobre, presso il Cinema La Compagnia (Via Cavour, 50/R a Firenze - ore 21), con la proiezione del film documentario "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri", diretto da Fabio Cavalli, che vuole essere una testimonianza di un incontro tra sette giudici della Consulta e i detenuti di altrettanti istituti penitenziari (Via Cavour, 50/R a Firenze - ore 21). Introdurranno l'evento il direttore del Cinema La Compagnia, il rettore Luigi Dei e il presidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Grossi (foto in allegato). L'ingresso è libero.
Lunedì 11 novembre, presso il Campus delle Scienze sociali, è in programma, invece, una tavola rotonda dal titolo "Meriti e limiti della pena carceraria" (Edificio D6, Aula 018 - Via delle Pandette, 9 - ore 10.30). Dopo il saluto del rettore Luigi Dei, terranno una relazione Emilio Dolcini, professore emerito di Diritto penale dell'Università di Milano, Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Francesco Palazzo, professore emerito di Diritto penale dell'Università di Firenze.
A seguire interverranno il presidente della Camera penale di Firenze Luca Bisori e il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato. I lavori saranno presieduti dal presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi a cui sono affidate anche le conclusioni.
"Bisogna aver visto" è la citazione del titolo di un articolo di Pietro Calamandrei che, nel 1948, sulla rivista Il Ponte denunciò con forza la condizione disumana delle carceri. In questo senso, i due appuntamenti fiorentini definiscono l'Università come luogo non solo della formazione e della ricerca, ma anche dell'impegno civile.
Hanno dato il patrocinio all'iniziativa la Regione Toscana, il Comune di Firenze, la Corte d'Appello di Firenze, l'Ordine degli Avvocati di Firenze, la Scuola Superiore della Magistratura (struttura territoriale di Firenze). Hanno collaborato la Fondazione per la formazione forense dell'Ordine degli avvocati di Firenze - Scuola forense, la Camera penale di Firenze.
- Siria. Erdogan: i profughi nelle mie zone di sicurezza
- Nicaragua. Un anno e mezzo di crisi dei diritti umani
- Il garantismo salviniano e l'apologia di reato
- Tortura, le carceri dimostrano più trasparenza
- Ergastolo ostativo e preclusione ai permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia









