di Massimiliano Jattoni Dall'Asén
Corriere della Sera, 6 settembre 2019
Se il fuoco sta divorando l'Amazzonia, un po' di colpa l'abbiamo tutti. Chi scrive questo pezzo, chi lo sta leggendo, i nostri amici e parenti. Nessuno escluso. Tutti abbiamo gettato una goccia di benzina sulle fiamme che stanno soffocando il polmone verde del nostro pianeta. E ciò che lega il disastro ambientale che si sta consumando in Sud America a tutti noi è il nostro smartphone. O meglio, il sottile filamento d'oro che al suo interno ci permette di telefonare in ogni angolo del mondo e di surfare sul web.
Per salvare l'Amazzonia, prima che boicottare la carne bovina brasiliana, come rappresaglia agli incendi appiccati dagli allevatori affamati di spazi per le loro mandrie, dovremmo insomma gettare i nostri telefonini. Gli oltre 120 milioni di apparecchi che si trovano solo nelle case degli italiani sono infatti piccole miniere di rame, ferro, argento e, appunto, oro. E "non c'è modo di far uscire l'oro delle miniere dell'Amazzoni senza distruggere la foresta", come ha dichiarato al sito BuzzFeed News Miles Silman, co-fondatore del Centro de Innovación Científica Amazónica della Wake Forest University. "Più acri si tagliano, più oro si ottiene", ha spiegato. "E il rapporto è direttamente proporzionale".
La fame di oro non riguarda, dunque, solo il mondo dei gioielli, che è la categoria che più ne fa richiesta. Ma anche la tecnologia. E in maniera sempre più massiccia. Piccole correnti elettriche attraversano costantemente i nostri iPhone o i computer portatili, e a portare quella corrente è appunto l'oro, ottimo conduttore di elettricità, resistente alla corrosione.
Secondo uno studio del 2015 di E-waste Lab di Remedia in collaborazione con il Politecnico di Milano, un comune cellulare contiene, tra i vari metalli, 250 milligrammi di argento e 24 di oro. Per BuzzFeed News, invece, un iPhone 6 contiene solo 0,014 grammi di oro.
Poca cosa, ma se sommiamo le pagliuzze d'oro che compongono i conduttori elettrici del miliardo e mezzo di smartphone venduti in tutto il mondo solo nel corso del 2018, raggiungiamo una cifra da capogiro: non meno di 335 tonnellate d'oro. E la domanda del metallo giallo per la tecnologia è destinata a crescere.
Così, la foresta pluviale amazzonica si sta trasformando nella California della corsa all'oro del 1850. E se le miniere ufficiali non riescono a stare dietro alle richieste dell'industria, in Amazzonia sta fiorendo un'economia legata all'estrazione mineraria illegale. Secondo uno studio del Centro de Innovación Científica Amazónica del 2018, l'estrazione artigianale di oro condotta da minatori indipendenti (che spesso vuole dire senza permesso estrattivo) ha sradicato quasi 250mila acri di foresta nella sola regione di Madre de Dios in Perù, dove Miles Silman concentra il suo lavoro. Un altro studio, condotto nel 2015 da ricercatori dell'Università di Puerto Rico, calcola in circa 415mila gli acri di foresta tropicale persi in tutto il Sud America a causa dell'estrazione dell'oro. In Brasile, infine, un'area lunga circa 100 metri e larga 75, l'equivalente di un campio da calcio, scompare ogni minuto, come ha dimostrato la BBC pubblicando i dati ottenuti dal monitoraggio satellitare.
Per correre ai ripari, i controlli sulla filiera dell'oro sono stati intensificati. Negli Stati Uniti sono già diverse le società che commerciavano nel metallo giallo chiuse perché scoperte ad acquistare da miniere fuorilegge. Google e Apple hanno fatto sapere a BuzzFeed News di aver affidato a società esterne il controllo per garantire che le fonderie dove si riforniscono siano conformi ai regolamenti. "Se una raffineria non è in grado o non vuole soddisfare i nostri standard", ha spiegato il portavoce di Apple, "viene rimossa dalla nostra catena di fornitori. Dal 2015 abbiamo smesso di lavorare con 60 raffinatori d'oro proprio per questo motivo".
Ma l'oro "sporco" non finisce solo nell'elettronica. Un rapporto del 2015 di Ojo Publico riferisce che le aziende legate alla London Bullion Market Association, un'organizzazione internazionale che rappresenta il mercato dell'oro e ne determina il prezzo, hanno acquistato metalli preziosi da campi minerari illegali in Perù, Bolivia e Brasile.
Secondo Fairtrade Gold, una delle prime organizzazioni al mondo che certificano la provenienza dei metalli preziosi da mercati etici, stima che dal 15% al 20% dell'oro che troviamo in gioielleria e nell'elettronica ha origine da estrazioni in miniere di piccole dimensioni e, dunque, spesso poco o nulla controllate.
Va detto che le miniere hanno un impatto sulla foresta inferiore all'industria della soia o all'allevamento del bestiame, che nella loro espansione abbattono molti più acri. Ma questo solo in apparenza. Secondo Miles Silman, le emissioni di carbonio delle miniere hanno un'impronta ambientale da tre a otto volte più grande di quanto lo abbiano gli acri persi a causa delle attività estrattive. Oltre a sradicare alberi e altre piante, i minatori scavano tra i 2 e i 4 metri di profondità nel terreno, dove il suolo è ricco di carbonio.
L'estrazione dell'oro impoverisce così i terreni e libera elementi che uccidono i nutrienti necessari alle piante della foresta pluviale. Ma non finisce qui. Oltre al problema della devastazione ambientale, il mercurio, usato come amalgama per separare l'oro dagli elementi di scarto, contamina l'approvvigionamento idrico e alimentare della regione.
Secondo il National Institutes of Health degli Stati Uniti, l'estrazione artigianale su piccola scala dell'oro è la principale causa del mercurio rilasciato nell'ambiente. I ricercatori hanno trovato alti livelli di mercurio nelle persone che vivono lungo il confine tra Brasile e Venezuela, nella zona di Madre de Dios in Perù e in Suriname, che ora sono a rischio di sviluppare gravi patologie al sistema nervoso, digestivo e immunitario.
Nonostante i pericoli, è improbabile che l'estrazione dell'oro nella regione amazzonica rallenti. Come sappiamo, il presidente brasiliano Bolsonaro ha limitato le leggi di tutela ambientali del paese e sta lavorando per aprire maggiormente l'Amazzonia all'estrazione mineraria. La nostra generazione potrebbe dunque assistere al più grande disastro ecologico della storia. E sarebbe irrecuperabile.
La Repubblica, 6 settembre 2019
Sempre più imminente lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina che dovrebbe rilanciare i cosiddetti accordi di Minsk per porre fine al conflitto nel Donbass costato la vita a circa 13 mila persone.
Il presidente Vladimir Putin ha detto che le negoziazioni sono alla "fase finale" parlando dal Forum economico orientale di Vladivostok nel giorno in cui Kiev ha liberato su cauzione Volodimir Tsemakh, ex responsabile della "difesa anti-aerea" delle forze separatiste filorusse nell'Est Ucraina. Arrestato lo scorso giugno, l'uomo è sospettato di essere coinvolto nell'abbattimento del volo MH17 nei cieli dell'Ucraina orientale nel 2014 su cui indaga il Joint Investigative Team a guida olandese - la maggior parte delle 298 vittime era originaria dei Paesi Bassi.
"Se farà parte dello scambio allora è difficile dire che riusciremo a interpellarlo quando sarà in Russia", ha commentato all'Ap Brechtje van de Moosdijk, portavoce degli inquirenti olandesi, invitando Kiev a non trasferire il detenuto. Anche l'associazione olandese delle vittime è preoccupata che Tsemakh possa "sparire", mentre mercoledì 40 deputati europei avevano inviato una lettera aperta al presidente ucraino Volodimir Zelenskij chiedendogli di scongiurare il rilascio. Kiev, che ha già rilasciato il giornalista russo Kirill Vyshinsky, spera nel rilascio di decine di prigionieri ucraini.
Tra loro, il regista Oleg Sentsov che nei giorni scorsi è stato trasferito da un carcere negli Urali a Mosca e i 24 marinai arrestati dopo lo scontro navale nello stretto di Kerch un anno fa. Secondo Putin, è difficile decidere quali prigionieri parteciperanno, ma l'imminente scambio "sarà su larga scala e sarà un passo avanti verso la normalizzazione dei rapporti".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 5 settembre 2019
Per il Garante dei detenuti, Viminale e ministero di Giustizia hanno una chance. Da non perdere. "Attualmente ci sono 60.785 detenuti in meno di 47 mila posti letto. Ma non è solo un problema di sovraffollamento. Oltre 16 mila reclusi devono scontare ancora meno di due anni di carcere. Il confronto al vertice tra culture diverse - dal populismo penale al garantismo - che pure esistono nel Paese, può riaprire un dibattito necessario sull'esecuzione penale".
di Valter Vecellio
lintro.it, 5 settembre 2019
Il governo Movimento 5 Stelle-Partito Democratico e 'supplementi', elabora una road map per i prossimi mesi e anni. Per quel che riguarda la Giustizia, occorre arrivare al Punto 12: "Occorre ridurre drasticamente i tempi della giustizia civile, penale e tributaria, e riformare il metodo di elezione dei membri del Consiglio superiore della Magistratura". "Occorre".
di Liana Milella
La Repubblica, 5 settembre 2019
Oggi la presentazione del docu-film "Viaggio in Italia. La Corte costituzionale nelle carceri".
Le facce sono il film. Le più belle sono quelle delle donne. Come Lucia, la transgender di Napoli che nel carcere di Sollicciano dice alla giudice Silvana Sciarra: "Che senso ha la vita fuori senza nessuno? Questa è la mia casa... ogni tanto vado in crisi... mi trucco e mi passa".
di Sergio Soave
Il Foglio, 5 settembre 2019
Niente sui temi garantisti. Il rischio di un governo che nasce "contro" Salvini. La conferma del ministro della Giustizia, e l'assenza di richieste garantiste, sono un cedimento del Pd. La conferma di Alfonso Bonafede al ministero della Giustizia non è mai stata messa in discussione nel corso delle trattative per la costituzione del secondo governo di Giuseppe Conte.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 settembre 2019
Intervista a Gennaro Migliore, Partito Democratico. "Mi chiama a cinque minuti dall'annuncio della lista dei ministri. Ci sono solo due conferme: Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede. E come il presidente del Consiglio ha garantito discontinuità, mi aspetto che discontinuità vi sia anche nell'azione del ministro della Giustizia".
di Carlo Bellotto
Il Secolo XIX, 5 settembre 2019
"Il magistrato che ha rigettato la richiesta di permesso al detenuto Donato Bilancia ha basato ogni sua considerazione sulla relazione di sintesi risalente a 15 mesi prima delle sue decisioni e non tenendo in considerazione altri aspetti, tra questi le considerazioni e le valutazioni molto positive espresse dal cappellano del carcere Due Palazzi di Padova, dov'è recluso".
Queste le motivazioni alla base del reclamo al tribunale di Sorveglianza di Venezia contro la sentenza del magistrato Tecla Cesaro del Tribunale di Sorveglianza di Padova che ha negato il permesso al serial killer di poter incontrare un bambino disabile che lui sta aiutando anche economicamente. Vengono citati nel ricorso i miglioramenti registrati dal detenuto, il suo percorso di crescita, di maturazione e di contestuale revisione critica del suo passato.
Viene inoltre contestato che un percorso terapeutico che dovrebbe essere garantito a detenuti reclusi per reati gravi non è mai stato garantito a Bilancia. Che ha deciso di avviare, in modo autonomo e a sue spese, questo percorso, rivolgendosi a professionisti tra i più accreditati. Il tutto è stato soggetto ad autorizzazioni che hanno ritardato i tempi di avvio. Inoltre nel ricorso viene contestata la presunta pericolosità sociale che si manifesterebbe durante la visita del detenuto, sotto scorta, all'istituto dov'è ricoverato il bambino disabile: una valutazione definita dal legale di Bilancia "illogica e contraddittoria" vista la presenza della scorta.
Si chiede al tribunale al tribunale di Sorveglianza di Venezia di concedere la visita di Bilancia all'Opsa di Sarmeola, dove vive il piccolo al quale lui versa 190 euro al mese detratti dalla sua pensione per garantirgli la frequenza a scuola, o in via subordinata di essere autorizzato a contattare il difensore dei congiunti (il marito e la figlia) di una donna che lui uccise. Ora si attende la decisione del tribunale veneziano che si riunirà collegialmente.
di Veronica Manca
quotidianogiuridico.it, 5 settembre 2019
Cassazione penale, sezione I, sentenza 5 luglio 2019, n. 29488. Con un'importante sentenza, la Prima Sezione della Cassazione ha affrontato il tema dell'ammissibilità per i detenuti di cui al 41-bis O.P. della detenzione domiciliare, in "deroga", ai sensi dell'art. 47-ter, co. 1-ter O.P. per infermità di natura psichica, in ragione della sentenza della Corte costituzionale, n. 99, del 20 febbraio 2019, con cui è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 47-ter, co. 1-ter O.P., nella parte in cui non si prevede che - nell'ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta - il tribunale di sorveglianza possa disporre l'applicazione al condannato della detenzione domiciliare, anche in deroga ai limiti di cui al comma 1 del medesimo articolo (Cassazione penale, sezione I, sentenza 5 luglio 2019, n. 29488).
di Attilio Ievolella
dirittoegiustizia.it, 5 settembre 2019
Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 37033/19; depositata il 4 settembre. L'uomo, detenuto e senza permesso di soggiorno, ha contestato l'espulsione, richiamando il matrimonio contratto con una donna italiana. Questo elemento non è però ritenuto sufficiente dai Giudici, soprattutto perché viene data per certa la rottura definitiva della convivenza tra i due coniugi. Decisivo il fatto che la moglie non abbia mai avuto contatti col marito durante il suo periodo di detenzione.
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