di Marcello Bortolato*
questionegiustizia.it, 20 ottobre 2019
(Testo dell'intervento al Convegno "Eppur si muove. Carcere, costituzione, speranza", Reggio Calabria - 4 ottobre 2019). Nell'opinione pubblica, anche qualificata, continua a essere diffusa l'idea che l'ergastolo sia una pena riducibile e che il "fine pena mai" non esista.
di Samuele Ciambriello
linkabile.it, 20 ottobre 2019
Non si può morire di carcere e in carcere. Cicatrici detentive. La prima è il ricordo a distanza di un anno della morte di Ciro Rigotti, il detenuto terminale. Aveva chiesto di morire a casa sua, tra l'affetto dei suoi cari. Nell'ultimo suo appello, nelle mie denunce pubbliche come Garante, nella solidarietà di tanti eravamo stati tutti interdetti da una giustizia reale, disgregativa e disumana.
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 20 ottobre 2019
La denuncia - 18 ottobre - proviene da Amnesty International. Nel suo rapporto A.I. accusa l'esercito turco e i suoi alleati (o meglio: i suoi "ascari") di aver commesso molteplici crimini di guerra nel corso dell'offensiva in atto (una vera e propria invasione della Siria). In particolare, esecuzioni sommarie e attacchi indiscriminati contro i civili. A cui bisognerebbe aggiungere l'utilizzo di armi proibite dalla Convenzione di Ginevra. La Ong riporta le testimonianze di 17 persone (operatori sanitari, giornalisti, sfollati, esponenti di organizzazioni umanitarie...) che hanno appunto visto - e documentato - di persona quanto stava avvenendo.
Un esponente della Croce Rossa curda racconta di aver recuperato i cadaveri lasciati sul terreno - in prossimità di una scuola - dall'attacco turco del 12 ottobre sulla cittadina di Salhyé. Qui avevano trovato rifugio alcuni sfollati. Spiega di "non poter nemmeno dire se i bambini uccisi erano maschi o femmine perché i loro corpi erano completamente anneriti, carbonizzati".
Emergono intanto altri particolari sulla sequenza di menzogne, una trappola vera e propria in cui i curdi si sono cacciati - forse ingenuamente - per essersi fidati di un "alleato" senza scrupoli, gli Stati Uniti. Innanzitutto gli USA avevano convinto le YPG (genericamente definite "curde", in realtà una coalizione multietnica composta da combattenti di varie etnie e religioni presenti nei territori del nord-ovest siriano, oltre che dai volontari internazionalisti) a distruggere i tunnel difensivi alla frontiera con la Turchia. Garantendo che Washington avrebbe comunque impedito ad Ankara di invadere il Rojava. Nell'accordo, un ulteriore malcelato inganno: consentire a USA e Turchia di sorvolare l'area per controllare l'effettiva distruzione di tunnel e postazioni difensive. In realtà questo ha permesso ai turchi di conoscere in anticipo quali fossero i principali ostacoli e possibili punti di resistenza al momento dell'attacco.
Con l'invasione del Rojava - mentre si percepiva quanto sarebbe stata brutale e indiscriminata - forse Trump ha temuto di rimetterci sul piano elettorale. Ha quindi inviato al suo omologo turco una risibile lettera in cui gli spiegava che comunque avrebbero dovuto trovare un accordo e soprattutto di "non fare l'idiota" (testuale). Concludendo che comunque si sarebbero risentiti. Ovviamente Erdogan non l'ha neanche presa in considerazione proseguendo imperterrito. Nel suo programma, una radicale pulizia etnica della "zona di sicurezza", profonda 30 chilometri e sostanzialmente svuotata di ogni presenza curda. Da sostituire con 2-3 milioni di rifugiati siriani fedeli a Erdogan e al momento ospitati in Turchia.
Già con i primi bombardamenti sulle città e sui villaggi curdi si creavano lunghe colonne di profughi (circa 300mila) in fuga. In avanscoperta, le milizie - sospettate di simpatie jihadiste - dell'Esercito nazionale siriano (in precedenza denominato Esercito siriano libero) che da subito cominciavano a saccheggiare e giustiziare indiscriminatamente. Suscita scalpore l'efferata uccisione il 12 ottobre di Hevrin Khalaf (35 anni, segretaria generale del Partito del futuro siriano), presumibilmente stuprata e lapidata. Tale assassinio di una nota pacifista viene festeggiato dai media turchi come una "vittoria contro il terrorismo".
Intanto la Turchia si preoccupava di rimettere in circolazione le milizie di Daesh (più affidabili del raffazzonato ENS) ancora detenute nelle prigioni controllate dai curdi (a volte semplici palestre, oltretutto controllate da civili). Cominciando quindi a bombardare i muri e i cancelli dei campi di detenzione per consentire la fuga di centinaia di miliziani e loro familiari (solo una parte dei circa 80mila catturati dalle YPG).
Una parentesi. Esponenti della destra dichiarata, diversi rosso-bruni e qualche "antimperialista" di sinistra (in genere filo-Assad e filo iraniani) hanno accusato i curdi, oltre che di collaborazionismo con l'imperialismo statunitense, di aver praticato forme di "pulizia etnica" in Rojava. Demenziale. Anche trascurando i 40mila yazidi salvati dai combattenti curdi nel Sinjar (e i cristiani, anche un villaggio turcomanno...), basti pensare che nemmeno i peggiori miliziani islamisti (e tantomeno le loro famiglie) sono stati eliminati fisicamente dopo la cattura. Come invece, sotto-sotto, auspicavano Stati Uniti e paesi europei poco propensi a riprendersi i loro cittadini - i foreign figthters - divenuti miliziani dello Stato islamico.
Col senno di poi (e pensando ai civili assassinati da questi tagliagole una volta tornati in libertà) verrebbe da pensare che 'sti curdi sono stati fin troppo buoni.
Già che c'era, forse ritenendo che gli statunitensi se la stavano prendendo troppo comoda nel ritirarsi da Kobane, l'esercito turco sparava anche su un avamposto a stelle e strisce. La cosa funziona e il giorno successivo Trump annuncia un ritiro completo e definitivo. Prima di andarsene gli statunitensi si auto-bombardano. Rendendo inagibili i loro avamposti e basi mentre quelli rimasti in piedi verranno occupati dalla Russia. L'impressione è comunque di un piano concordato (o sottinteso) tra Usa, Turchia, Russia (forse anche Teheran e Damasco) ai danni dei curdi. Sempre scomodi, se non superflui, ai piani strategici di stati e affini.
Scontato il rifiuto - sia di Washington che di Mosca - della richiesta di "interdizione aerea" avanzata dai curdi. I quali, ovviamente, non dispongono di contraerea.
Nonostante i tentativi statunitensi per impedirlo (temendo che con i siriani arrivino anche i detestati pasdaran iraniani o gli hezbollah libanesi: l'ossessione ricorrente del "ponte sciita"), le truppe di Assad entrano in Manbij.
Tergiversando ed entrando in contraddizione con quanto finora dichiarato, gli Stati Uniti annunciano che in realtà potrebbero anche restare, almeno per proteggere Kobane (e soprattutto i campi petroliferi di Deir ez-Zor). Un bel casino!
Mentre Trump comincia - o continua - letteralmente a delirare (vedi le affermazioni sui curdi che non avrebbero "aiutato gli stati Uniti al momento dello sbarco in Normandia"), il Congresso americano impone blande sanzioni alla Turchia per convincerla a sospendere l'invasione.
I curdi comunque resistono e contrattaccano riconquistando, almeno provvisoriamente, la città di Sere Kaniye che era caduta nelle mani dell'Esercito nazionale siriano e dei turchi. La situazione è tale che a un certo punto Ankara si vede costretta a chiudere i varchi del muro di frontiera - ora alle sue spalle - per impedire ai miliziani jihadisti di fuggire in Turchia. Inoltre, temendo di venir respinto, l'esercito turco comincia a fare uso sui campi di battaglia di sostanze chimiche proibite.
Trump invia allora da Erdogan il vicepresidente Pence per concordare un generico "cessate-il-fuoco". Ma senza concordarlo, almeno in un primo tempo, direttamente anche con i curdi, la Russia e Damasco. Di nuovo, un gran casino!
Ai curdi viene "offerta" una via d'uscita: sostanzialmente battere in ritirata per una profondità di trenta chilometri dalla frontiera (la solita "zona di sicurezza") nel giro di cinque giorni. In pratica, una "pulizia etnica" ottenuta dalla Turchia volontariamente e senza incontrare resistenza. Solo successivamente, toccherebbe alla Turchia di lasciare il suolo siriano, Afrin (nord-est della Siria, già invasa all'inizio del 2018) compresa. Per il giornalista Ferda Cetin, esperto di Medio Oriente, tale accordo Usa-Turchia non sarebbe altro che "una legalizzazione dell'occupazione del Rojava da parte dell'Isis e di Ankara". Alquanto probabile, direi.
Del resto già il 17 ottobre, alla faccia del cessate-il-fuoco, altre decine e decine di pullman carichi di miliziani dell'Esercito nazionale siriano partivano da Kilis in direzione di Gaziantep per dare ulteriore man forte alle truppe turche. Staremo a vedere.
E i curdi? Per loro si profila un probabile destino di "profughi interni" in Siria. Così come per altri componenti della coalizione multietnica (arabi, circassi, assiri, armeni, siriaci...) che vivevano - e spesso combattevano - insieme ai curdi nel nord della Siria. E alquanto incerto appare il destino dei volontari internazionali (pensiamo in particolare ai comunisti turchi) che si erano integrati nella resistenza curda. Manca solo che Erdogan ne richieda l'estradizione!
Corriere di Bologna, 20 ottobre 2019
Partita speciale della squadra della Dozza con l'azzurro: contro i cinghiali del Setta. I "Gialli" del carcere della Dozza parteciperanno al campionato ufficiale federale di rugby. "La palla ovale rimbalza in modo strano. Quando succede si deve correre per recuperare", è il messaggio di Bergamasco, ex capitano dell'Italrugby, recapitato ieri di persona ai detenuti dell'istituto bolognese.
Nel rugby si vince solo avanzando tutti insieme. Alle spalle tutta la squadra e davanti la meta. "Ma la palla ovale rimbalza in modo strano. Ci sono rimbalzi falsi nel rugby come nella vita e quando succede devi correre per recuperare". A dirlo è Mauro Bergamasco, allenatore d'eccezione dei Giallo Dozza, la squadra dei detenuti del carcere iscritta al campionato ufficiale della Federazione Italiana di rugby, in C2. Ieri doveva giocarsi la prima di campionato ma complice il ritiro della squadra ospite, alla Dozza, l'ex capitano della Nazionale, ha guidato i Giallo per la partita amichevole contro i Cinghiali della Setta, dominati 28 a 5.
L'avventura rugbistica della Dozza inizia nel 2014, quando Francesco Paolini, presidente del Bologna rugby, propone di creare una costola della società bolognese all'interno del carcere. L'ispirazione arriva da Pietro Buffa, a quel tempo direttore del carcere di Torino, dove aveva visto la luce la squadra La Drola, nel 2011.
I Giallo stanno per iniziare il loro sesto campionato, hanno disputato 83 incontri riuscendo a raggiungere il terzo posto lo scorso anno. "Loro sono avvantaggiati, giocano sempre in casa", scherza Matteo Carassiti, socio di Illumia, sponsor della squadra. Ma i risultati più importanti arrivano grazie al valore delle relazioni umane: il tasso di recidiva dei 200 detenuti coinvolti nel progetto dal 2013, con pene dai 4 anni all'ergastolo, è pari allo 0,5%.
Ogni anno la squadra cambia. Arrivano sempre volti nuovi: moldavi, romeni e soprattutto albanesi. Ma ci sono anche i veterani. "È un cartellino giallo che ci ha portato qui ma vogliamo scontare questa ammonizione e tornare in campo". Fabrizio è il mediano di mischia dei "gialli", il ruolo più importante perché crea il gioco, il collegamento verso la meta. "Questo è il mio ultimo anno, ho 42 anni il limite d'età per la federazione. Chiederò di continuare come allenatore o vice. Voglio proseguire per i ragazzi più giovani, mi piace spronarli a dare il meglio". Fabrizio resterà alla Dozza ancora per un po', ha già trascorso dieci anni dietro le sbarre ma ha un ergastolo da scontare. "Non posso più tornare indietro, ho sbagliato. Ma guardo al futuro, quando esco di qui voglio una famiglia".
Giocando in squadra ha imparato a conoscere i suoi compagni: "Il ricordo più bello? All'inizio non ci conoscevamo, le nazionalità erano diverse e tante. Pensare di fare un ruck (ndr mischia a 15) tutti insieme mi sembrava impossibile. E invece è successo. Se si può fare nel rugby si può fare anche fuori".
Per il capitano della squadra, Andy "crescere insieme in un gruppo è la cosa più importante in carcere perché ci si sente molto soli". Come il resto della squadra, Andy, 32enne albanese, non aveva mai giocato a rugby: "Mi piace tutto di questo sport: il sostegno, l'aiuto del prossimo. Dare la mano all'avversario a fine partita è la cosa più bella. Non vale il muro contro muro, si fa pace e basta".
Stefano Cavallini, il presidente, osserva i ragazzi a bordo campo: "Li ho visti cambiare tanto all'inizio erano uno contro tutti, adesso sono una squadra". Alla Dozza, il carcere non è solo sorveglianza e punizione.
di Mauro Palma*
Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2019
Il concetto di ostatività impedisce qualsiasi altra valutazione e lascia tutto all'applicazione della preclusione normativa. A far riflettere dovrebbe essere proprio il concetto che si racchiude nella parola "ostatività". Prima ancora di vederne la sua applicazione come connotante la più grave delle sanzioni che il nostro codice prevede - l'ergastolo - così come avvenuto nel complesso e un po' confuso dibattito seguito al non rinvio alla Grande Camera della Corte europea per i diritti umani della sentenza Viola c. Italia.
gonews.it, 20 ottobre 2019
"Dopo tre giorni di digiuno che, com'è stato per quello a cui mi sono sottoposto nel luglio scorso, ha il senso di richiamare l'attenzione di tutti sulla assoluta mancanza di prospettiva sui molti problemi irrisolti nelle carceri toscane, posso dire che l'obiettivo è in dirittura d'arrivo".
Lo dichiara il Garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, che motiva la sua "previsione ottimistica" sulla base dei riscontri positivi ottenuti nel corso dell'audizione svolta dalla commissione regionale Sanità sulla vicenda del carcere di San Gimignano e sulla base dei contatti informali con il Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, Antonio Fullone, "che, pregandomi di sospendere lo sciopero della fame, mi ha preannunciato risposte definitive sui problemi aperti per martedì prossimo, in occasione dell'appuntamento pubblico in cui presenterò il bilancio di fine mandato".
Corleone, il cui mandato iniziato nel 2013 scadrà il 26 ottobre prossimo, presenterà il resoconto dell'attività martedì 22 ottobre alle 9,30 nella sala Gonfalone del palazzo del Pegaso. I saluti iniziali saranno portati dal Difensore civico della Toscana, Sandro Vannini, e dalla Garante per l'infanzia e l'adolescenza, Camilla Bianchi. Nella stessa mattinata sarà presentata anche una ricerca, curata dalla Fondazione Michelucci, dal titolo "Impatto della legge sulle droghe nelle carceri toscane". A introdurre questa parte dei lavori sarà il presidente del Consiglio regionale, Eugenio Giani.
"Quello di martedì - spiega Corleone - sarà un appuntamento a cui prenderanno parte anche il Provveditore regionale, gli operatori del sistema carcerario e le associazioni. In considerazione della situazione del mondo del carcere, della quale non può farsi carico solo la mia persona o chi prenderà il mio posto, chiederò a tutti questi attori un impegno straordinario per portare a soluzione i problemi aperti". Nello specifico, i temi aperti sono i seguenti: i lavori non ancora conclusi per la sezione femminile di Pisa; la seconda cucina per la sezione penale del carcere di Sollicciano; i lavori propedeutici per il Teatro del carcere di Volterra; altri interventi vari nel penitenziario di Volterra; la cucina per la sezione di Alta sicurezza del carcere di Livorno; la definizione del ruolo del direttore a San Gimignano; le infiltrazioni di acqua nel carcere di Massa; l'approvazione di cambio di destinazione del Gozzini, che potrebbe in futuro ospitare la sezione femminile di Firenze; la sezione trattamentale a Lucca; la chiusura ancora da definire del carcere di Grosseto; l'apertura della sede per la semilibertà a Pistoia; la Casa della semilibertà a Firenze e il progetto Icam per le detenute con figli.
Rispetto alla soluzione di questi punti il Garante dei detenuti della Toscana prevede "ancora tre mesi di lavoro intenso", mentre nel giro di poche settimane dovrebbe essere nominato il nuovo Provveditore regionale, chiudendo così l'incerta fase di proroga dell'attuale Provveditore. "Ciò che sta succedendo nelle carceri è vicino al punto di non sostenibilità - afferma Corleone - e per far sì che tutti, detenuti e operatori, vivano meglio è necessario riaffermare l'esperienza dei valori costituzionali e dei diritti e della dignità umana.
Il mio digiuno, che valuterò se interrompere dopo la giornata di martedì prossimo, muove proprio da queste necessità e mi fa piacere aver ricevuto solidarietà e apprezzamento dal segretario di un importante sindacato degli operatori penitenziari. Non serve la demagogia. Del resto, nel vangelo si legge 'visitate i carcerati' e io mi attengo a questo dettato".
di Carlo Bonini
La Repubblica, 20 ottobre 2019
La mamma di Cucchi: "Ogni giorno da dieci anni entro e parlo con Stefano. Finché avremo giustizia". Ottobre 2009, il 31enne muore in ospedale dopo il pestaggio. Ottobre 2019: la madre Rita siede nella camera dove lo ha visto vivo per l'ultima volta e aspetta la sentenza della Corte d'assise per i carabinieri accusati dell'omicidio. "Solo poi potrò davvero elaborare il lutto".
In piedi nella stanza del figlio, Rita sfiora, accarezzandola con il dorso della mano, l'immagine di Stefano sulla credenza. Muove un passo oltre la vetrinetta con il vecchio stereo Hitachi e la mensola dei libri: I fiori del male di Baudelaire, le Poesie di Verlaine, Romeo e Giulietta di Shakespeare. Si avvicina al divano in trapunta su cui, in buon ordine, sono i peluche della sua adolescenza.
Un orsacchiotto, un cuscino e un bruco biancoazzurro "Lazio ti amo", in ricordo di una conversione calcistica in memoria e onore del nonno, che non poteva proprio immaginarlo giallorosso. Indica una sacca da palestra in un angolo in terra.
"Questo è il borsone di Stefano. Quella sera l'ha lasciato qui e qui è rimasto. Io lo tiro su, pulisco, e lo rimetto dove l'ha lasciato lui". Appesi al chiodo, per sempre, i suoi guantoni bianchi da boxe. E quelli rossi del suo amico Emanuele Della Rosa, campione dei superwelter. Il tempo, nella stanza del figlio, al sesto piano di via Ciro da Urbino 55, borgata di Tor Pignattara, si è fermato. E, martedì 22, saranno dieci anni: ottobre 2009, ottobre 2019. Rita dice che è stato ed è.
"Sapere che questa è sempre la sua camera. Che posso venire qui a parlargli, cosa che faccio spesso. Che dunque non è successo davvero. Il tempo per elaborare il lutto, per dire definitivamente a me stessa che Stefano non c'è più arriverà. Ma solo quando avrà avuto giustizia. Non prima". Sette mesi fa, a 70 anni, Rita ha scoperto di essersi ammalata. Dolori lancinanti alla schiena. "Pensavo fosse la sciatica che mi porto dietro da anni. E infatti continuavo a incollarmi il carrello e le buste della spesa. Figurarsi, ho fatto per quarant'anni la maestra all'asilo, ho cresciuto due figli. Poi Ilaria ha detto: "Mamma, ora ti controlli".
E insomma, altro che sciatica. Vabbè". Vabbè. "Sì. Quando perdi un figlio, muori con lui. E quindi, ecco perché dico "vabbè". Perché ogni mattina che mi sveglio ringrazio il Padre eterno che mi ha dato un altro giorno. E soprattutto penso che quello che è successo a me non è nulla rispetto a quello che hanno fatto a Stefano.
Che sarà mai portare il busto, fare la chemio, i raggi? Mi hanno detto che mi opereranno tra un po' per rimuovere la massa del tumore originario e che le metastasi sembra si siano fermate. Speriamo bene. E comunque, se anche dovesse arrivare quel giorno, so che andrò da Stefano e ci rivedremo". Rita porta la malattia con un foulard di seta turchese che le avvolge il capo e un trucco che le illumina il volto. "Dei capelli sai che me ne importa. All'età mia, poi", dice con un sorriso indicando il marito Giovanni che è tornato dalla farmacia.
"Pensa, lui invece ha smesso di vederci da un occhio. Un'emorragia che ha danneggiato la retina. Ci siamo scelti proprio bene. Lo zoppo che aiuta lo sciancato". I medici hanno detto a Rita che il male le covava dentro "da almeno dieci anni". Ed è difficile non pensare a una coincidenza. "Ma no. Non lo voglio pensare. Diciamo che non lo voglio sapere". "Nonnaaa... Nonnaaa...".
Dal tinello di casa arriva la voce di Giulia, la secondogenita di Ilaria. Anche la mattina del 22 ottobre 2009 era in casa con lei, quando un carabiniere bussò alla porta chiedendole di mettere quella bimba di un anno nel box e sedersi in cucina perché doveva consegnarle il foglio che le annunciava la morte di Stefano. Ora Giulia ha undici anni. "Nonna, ho quasi finito i compiti di grammatica". "Lei non lo ricorda Stefano. Non può ricordarlo. Ma sa tutto. E chiede sempre. Quando vede sua madre Ilaria in tv la chiama "mamma Cucchi".
È ancora piccola, ma ha il carattere di Stefano. Sorride sempre, è allegra, generosa, educata. Chi invece parla poco è il fratello, Valerio, che adesso ha quasi 18 anni. È un modo per difendersi. E lo capisco. Erano legatissimi lui e lo zio. Stefano lo andava spesso a prendere a scuola, ci giocava. Giulia mi dice spesso se può stare nella stanza di zio Stefano. Ogni volta che li guardo, penso che Stefano sia dentro di loro". Dice Rita che non ha nulla da rimproverarsi. Né per il dopo - "Rifarei esattamente la stessa battaglia che ho fatto in questi dieci anni" - né per il prima. "Ho sentito tante volte dire che la colpa era nostra se Stefano era morto.
Perché un tossico che fine deve fare, no? Ma abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Stefano è stato quattro anni in comunità. E io e suo padre Giovanni con lui. Perché in quei quattro anni abbiamo fatto terapia di gruppo e individuale con psicologi, assistenti sociali. Abbiamo fatto tutto, tutto. E Stefano ne era uscito. Aveva ricominciato a lavorare, aveva una casa, si era fatto i biglietti da visita. Aveva ricominciato a vivere...".
La voce di Rita si spezza. Lo sguardo si allaga di lacrime. "In verità, una cosa me la rimprovero. Quella sera che i carabinieri arrivarono qui con lui per la perquisizione dopo averlo arrestato, non dovevo farlo portare via. Non dovevo. È morto per venti grammi di hashish". È l'ultima immagine che ha di Stefano. Quella che continua a perseguitarla. Persino più di quella dello scempio del corpo in obitorio. "Ricordo che, dopo la perquisizione, accostarono la porta di questa stanza e io, qui dal corridoio, guardando oltre lo stipite, vidi che gli giravano le braccia dietro la schiena. Mentre lo portavano via mi disse: "Stai tranquilla, ma'.
È tutto a posto. Non succederà niente"". Dal giorno in cui, in udienza al processo, il carabiniere Francesco Tedesco ha raccontato la violenza del pestaggio sul corpo di Stefano, quell'immagine si accompagna a una sensazione. "Solo una madre può provare nel proprio corpo il dolore inflitto a un figlio. E quando parlo di dolore, parlo di dolore fisico. Ascoltando Tedesco ho sentito la mia nuca battere sul pavimento. La mia faccia esplodere colpita dai calci. La mia schiena spezzarsi. Il suo stesso dolore. Che è poi il motivo per cui, quando tutto cominciò, non volevo in nessun modo che fossero mostrate le foto di Stefano all'obitorio. Allora pensavo che fosse un ultimo inutile oltraggio mostrare il mio Stefano come mai lui avrebbe voluto. Lui che si cambiava tre volte al giorno.
Che si faceva la doccia mattina e sera. Avevo torto. Quelle foto hanno cambiato il corso degli eventi. Ma, appunto, era ed è una questione di dolore. È una madre e il corpo di suo figlio. Quello che ha portato in grembo. Non credo si possa spiegare solo con le parole". È vero, forse non si può spiegare. Anche perché, se c'è una condanna peggiore di sopravvivere a un figlio, è quella di ascoltare in quali tormenti e in quale abisso di umiliazione lo si è perso.
"Mi ha aiutato la fede in Dio. Mi ha aiutato la comunità di Santa Giulia, la nostra parrocchia. Mi hanno aiutato le migliaia di italiani che non hanno smesso di scriverci, di non farci sentire mai soli. Anche per questo la battaglia di verità e giustizia per Stefano è anche e soprattutto per loro. Perché non debba accadere ancora. A qualcun altro. Solo così la morte di Stefano avrà un senso. Se un senso può avere il morire ragazzi". Dice ora Rita che non ha mai perso la fiducia nello Stato. Anche quando la montagna da scalare le è apparsa insormontabile.
"Dopo il verdetto di assoluzione in primo grado, Ilaria mi prese da una parte e mi disse: "Mamma, abbiamo vinto". Non capivo. "Come abbiamo vinto? Ma se non ci sono responsabili?". Aveva ragione. Avevamo vinto perché la giustizia doveva ancora trovarli. E lo ha fatto. Grazie a quel santo del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. E a quel pm, Giovanni Musarò, santo come lui. Si, non esagero. Santi. Come devo chiamarli?".
Neanche nei confronti dell'Arma riesce a provare risentimento. Neanche di fronte allo spettacolo di ufficiali, generali di brigata e di corpo d'armata visti sfilare muti o farfuglianti in aula per giustificare un depistaggio della verità durato anche questo dieci anni. "Dico anche a loro quello che ho detto dall'inizio. Chi sa parli. Perché non è giusto che pochi debbano infangare il lavoro e il sacrificio di migliaia di uomini in divisa".
È sera. Bussano alla porta. Ilaria è tornata a prendere Giulia. Rita la bacia e la guarda come fosse ancora una ragazzina. "Vuoi qualcosa per cena da portarvi a casa? Guarda che ho fatto il sugo che piace a tutte e due". Poi, rientra nella stanza del figlio per sistemare il cestino di fiori di plastica che fa da centrino sul tavolo. Accosta la porta del bagno. Con la mano sulla maniglia, chiede come andrà a finire il 14 novembre, quando la Corte di assise, di fronte alla quale sono imputati di omicidio i carabinieri che le hanno portato via Stefano, pronuncerà la sua sentenza.
Sulla porta del bagno è un ritaglio ingiallito di un giornale americano che Stefano aveva attaccato come una reliquia. L'annuncio dell'incontro tra Mike Tyson e Trevor Berbick che, il 22 novembre 1986, avrebbe incoronato il primo, a soli 20 anni, campione del mondo dei pesi massimi. The judgment day, il Giorno del giudizio, strilla il titolo. Rita lo chiede ancora una volta: "Dai, dimmelo sinceramente: come andrà a finire secondo te il giudizio?". E sorride.
di Laura Distefano
livesicilia.it, 20 ottobre 2019
Il consigliere del Csm Sebastiano Ardita analizza gli effetti della sentenza Cedu. Poi una riflessione sul sistema di "pupi e pupari" evocato nel processo Montante. Catania è una città grigia. In questo cono d'ombra trova spazio la mano della mafia che si infiltra grazie a complicità, compiacenze e collusioni. E in questo melmoso mondo si annidano i geni di Cosa nostra catanese, capace - storicamente - di far operare insieme imprenditori, mafiosi e politici.
Sebastiano Ardita nel suo libro "Catania bene" ha analizzato, grazie alla sua profonda esperienza di pm della procura etnea, il modo di agire della mafia catanese. Un tipo di criminalità che secondo il magistrato catanese, oggi consigliere del Csm, dovrebbe" farci comprendere la difficoltà di contrastare questo fenomeno rinunciando a strumenti penetranti".
Intanto il sistema giustizia (e il sistema sano dell'antimafia) sta metabolizzando la bacchettata ricevuta dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Ardita analizza gli effetti della sentenza della Cedu. Ma anche le motivazioni della sentenza di condanna dell'ex presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, non possono essere messe in un cassetto senza le dovute riflessioni. E la risposta del consigliere del Csm innesta nuovi, e purtroppo inquietanti, punti di osservazione.
Dottor Ardita, intanto chiariamo cosa ha sancito la sentenza Cedu. Perché purtroppo c'è molta disinformazione...
La Cedu, su ricorso di un detenuto italiano, ha ritenuto che - ai fini della concessione dei benefici penitenziari - sia "inumano" non poter tenere conto dei cambiamenti di personalità dei detenuti e dell'eventuale percorso di risocializzazione. La decisione riguarda dunque direttamente i detenuti di mafia (e da qualche mese anche quelli di corruzione) per i quali nel nostro ordinamento l'unica possibilità di concessione dei benefici è legata alla collaborazione con la giustizia.
Secondo lei abbiamo fatto un passo indietro rispetto ai tre decenni di lotte e vittorie dello Stato seguendo le tracce (e il sacrificio) del giudice Falcone?
Non abbiamo fatto alcun passo, perché la Corte europea decide sulla base di principi teorici e generali, l'unico nostro problema è che non siamo stati mai in grado di spiegare all'Europa la specificità della prevenzione antimafia e quale siano il senso e le possibilità applicative di tali norme. Se poi chi approva le leggi combina pasticci tutto precipita. Spesso anche il legislatore rigoroso finisce per confondere la dimensione punitiva con quella di prevenzione. Ad esempio l'art. 4bis dell'ordinamento penitenziario che poteva essere la norma di prevenzione per eccellenza se riservata alla criminalità organizzata ha finito per ospitare una quantità di ipotesi di reato, per alcune delle quali lo scopo della preclusione dei benefici è esclusivamente quello di penalizzare gli autori di alcuni reati e non quello di disarticolare le organizzazioni. In un sistema in cui le norme di prevenzione risultano inquinate da finalità punitive è più difficile difenderne la funzione.
Lei ha lavorato per molti anni al Dap. L'Italia ha davvero un sistema penitenziario che non è riuscito a mettere la rieducazione al centro della detenzione carceraria? Quali sono i passi da fare?
Quando dirigevo l'ufficio detenuti del Dap abbiamo scritto ed emanato le circolari per organizzare e pianificare le attività rieducative. Credo che gli operatori penitenziari puntino a garantire che nelle carceri ci siano sicurezza e trattamento, ma non possiamo lasciarli soli.
Il regime del 41bis è davvero a rischio?
Ciò che è a rischio è la tenuta dell'idea - di cui sono convinto - che i fenomeni criminali organizzati siano fenomeni endemici e non occasionali. Tutto il resto, e cioè il mantenimento di strumenti adatti a contrastarli, è solo la conseguenza di questa impostazione.
Molte inchieste, anche recenti, dimostrano come il carcere non riesca molte volte a fermare i contatti tra i capimafia e l'esterno...
Occorre tenere presente che qualunque sistema penitenziario in una democrazia non potrà mai consistere in una segregazione assoluta dei ristretti. Dunque occorre considerare allarmanti solo quei contatti nei quali sia stato eluso il regime speciale del 41bis o si sia comunque consentito di stimolare o dirigere dal carcere attività criminose.
Ci dobbiamo aspettare molte scarcerazioni?
Sinceramente a breve non credo proprio, però potrebbe aprirsi un varco importante ove si sottovalutasse la caratura di personaggi di grande spessore per il solo fatto che abbiano mantenuto una buona condotta penitenziaria.
Le vittime di mafia si stanno ribellando. Hanno ragione?
Le vittime vanno sempre ascoltate, ma qui più che la rabbia per una scarcerazione, conta la sottovalutazione della dimensione organizzativa stabile delle attività criminose. Se cosa nostra venisse veramente sconfitta, tutto sarebbe più semplice. Non credo che un giurista possa essere lieto di una detenzione che dura irreversibilmente per tutta una vita.
Da attento osservatore, secondo lei come si sta evolvendo la criminalità catanese?
La mafia militare è duramente colpita da retate e processi, ma c'è quella zona grigia che pare non morire mai. È proprio la criminalità mafiosa catanese a farci comprendere la difficoltà di contrastare questo fenomeno rinunciando a strumenti penetranti. Però qui si innesta una questione importante. Il contrasto esclusivamente militare porta con se il rischio che la lotta antimafia si trasformi in una giustizia di ceto. Occorre contrastare quei fenomeni di corruzione e collusione che creano disagio sociale e generano le vocazioni al delitto.
Antimafia di facciata. Pupi e pupari. Le parole usate dal gip nella sentenza Montante sono durissime. Lei si è fatto un'idea precisa di questo fenomeno chiamato Antimafia?
Mi sto convincendo che l'antimafia di facciata - tenendo insieme uomini delle istituzioni e personaggi grigi - sia servita proprio a concentrare il contrasto sui fenomeni militari ed a tenere bassa l'attenzione sul concorso esterno. Se così fosse tutto sarebbe molto più inquietante e complicato. Insomma roba per menti raffinatissime.
Il Fatto Quotidiano, 20 ottobre 2019
La Procura di Agrigento accende i riflettori sul carcere "Petrusa" di piazza Di Lorenzo. Dopo l'ispezione dello scorso agosto nella casa circondariale di una delegazione del Partito radicale guidata da Rita Bernardini il procuratore Luigi Patronaggio ha aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti, sulle condizioni di vita all'interno della struttura.
I Radicali, infatti, hanno presentato un dossier al Dap e al garante denunciando violenze ai danni dei detenuti, in particolare all'interno del reparto di isolamento. Martedì scorso lo stesso procuratore Patronaggio, insieme ai carabinieri, ha effettuato un'ispezione in carcere eseguendo riprese video e fotografiche.
Il materiale raccolto verrà esaminato per l'ulteriore sviluppo delle indagini. Nello stesso carcere gli agenti di Polizia penitenziaria denunciano "il persistente stato di criticità organizzativa, soprattutto legato all'esiguo numero di poliziotti in servizio".
La provocazione - Sono state le oltre cento richieste di trasferimento in poche settimane avanzate dagli uomini della penitenziaria in servizio al carcere "Petrusa".
di Luca Serranò
La Repubblica, 20 ottobre 2019
Arriveranno in primavera i primi nove pazienti della Rems (residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) di Pozzale, a Empoli. L'annuncio arriva dall'Asl Toscana Centro. L'apertura, viene spiegato, era prevista per il dicembre prossimo ma "è slittata per motivi indipendenti dalla volontà aziendale".
I tempi per la prima fase dei lavori di trasformazione dell'ex carcere femminile in struttura che accolga pazienti psichiatrici che hanno commesso reati, fanno sapere ancora dall'azienda sanitaria, sono stati comunque rispettati. "La seconda fase sarà avviata a struttura funzionante e riguarderà due aree abitative poste al piano terra, destinate a ospitare tre donne e otto uomini per portare la struttura alla sua massima capienza di 20 posti".
- Bari. Una "Mens Sana" per chi è in cella, così la scrittura sta recuperando 104 detenuti
- Ivrea. Ispezione del Garante regionale dei detenuti nel carcere eporediese
- Marocco. Graziata dal re la giornalista condannata per aborto illegale, ma la lotta continua
- Sassari. I pensieri dei detenuti liberi dalle sbarre attraverso il teatro
- Modena. Il lavoro dell'associazione Porta Aperta: "così diamo speranza ai detenuti"









