di Gianni Macheda
Italia Oggi, 6 settembre 2019
Olivero Diliberto, ministro della giustizia tra il 1998 e il 2000, disse un giorno: "Avrei dovuto usare più coraggio per risolvere le lungaggini dei processi civili. Le resistenze erano forti. L'ambiente giudiziario, destra o sinistra, è molto conservatore".
Piero Fassino, che occupò quella poltrona dal 26 aprile 2000 all'11 giugno 2001, ci mise il carico, affermando che servirebbero "leggi più chiare, processi più brevi, sentenze e pene più effi caci, una giustizia amica".
di Giuseppe Legato
La Stampa, 6 settembre 2019
Sessanta minori allontanati in 7 anni. I giudici: il progetto funziona meglio con le ragazze. Reggio Calabria, anno 2016. Udienza a porte chiuse. In aula compare una giovane madre accusata di mafia. Anni fa ha sposato un boss della 'ndrangheta al "41bis" nel supercarcere di Spoleto. La sua deposizione è "sofferta e insieme drammatica", si legge in calce agli atti del procedimento.
"La donna - scrive il giudice estensore - auspica un provvedimento di allontanamento dei figli dalla realtà delinquenziale di cui ella aveva fatto parte al fine di scongiurare il pericolo per i medesimi di finire in carcere oppure ammazzati". Aggiunge: "Non pensate di affidarli al contesto familiare di mio marito. Non vi sono persone idonee". Precisa: "In Calabria e in Italia non c'è nessun parente di cui possa fidarmi".
Poche ore dopo, i figli sono in Veneto. Lei, a distanza di alcuni mesi, li ha raggiunti. E non sono più tornati. È questo uno dei sessanta casi di minorenni "strappati", negli ultimi sette anni, alla potentissima mafia calabrese dalla giustizia minorile di Reggio Calabria. Dal 2012 è nato qui un rivoluzionario orientamento giurisprudenziale che muove da questo assunto: indottrinare un figlio alla sub-cultura mafiosa equivale a maltrattamenti in famiglia. Oppure da questo: "I comportamenti tenuti da un padre affiliato all'associazione criminale sono in tutta evidenza incompatibili con la funzione educativa che orienta i suoi poteri/doveri". Per i giudici, il logico corollario "è la decadenza dalla responsabilità genitoriale".
Una sessantina di bambini sono stati allontanati dalla culla della 'ndrangheta, a volte con le loro mamme. "Provvedimenti adottati con coscienza e coraggio - spiega il Pg di Reggio, Bernardo Petralia. Che mirano a salvare giovani da un futuro nero spesso già scritto, ma anche a scardinare "il cosiddetto forziere etico della 'ndrangheta ossia quell'insieme di malintesi valori che si tramandano dai genitori ai figli che costituiscono la forza e al tempo stesso l'immanenza dell'associazione criminale", dice Petralia.
Il motore, manco a dirlo, spesso sono le stesse madri che invocano aiuto per poi dissociarsi dal mondo nero delle 'ndrine e ricominciare una vita lontano. Alcune, a Natale, scrivono lettere al presidente del tribunale dei Minori. Una di queste recita: "Ogni volta che guardo negli occhi il mio bambino, e leggo la sua gioia nel trovarsi in questa città dove tutto lo rende felice, il mio pensiero corre da lei. Per questo non finirò mai di ringraziarvi.
Il ragazzino si fa apprezzare dalle maestre e i suoi voti sono alti e spero che un domani anche Lei possa essere orgoglioso di lui". Alcuni dei giovani allontanati negli anni frequentano corsi di formazione di lingue in Inghilterra, altri si sono iscritti all'Università. Cercano un impiego e magari ci riusciranno anche grazie ai partner di questo progetto: la presidenza del Consiglio dei Ministri, Libera, il Miur, Unicef.
Che credono al metodo dei magistrati reggini e mettono soldi ed energie per dare gambe a un'idea e a una rete che funzioni davvero e non rimanga uno spot antimafia. Compiuti i 18 anni i giovani "strappati" ai boss possono scegliere: se tornare a casa e se delinquere ancora. O meno. Perché i provvedimenti - va detto - sono sempre temporanei e hanno diverse sfumature nella fase di esecuzione.
Ma evidentemente funzionano, visto che "il tasso di recidiva è bassissimo", spiega il presidente del tribunale dei Minori, Roberto Di Bella, "la mente" del nuovo corso sui figli della mafia. "Le maggiori soddisfazioni ce le stanno dando le ragazze. Non vogliono tornare, hanno scelto di restare nelle famiglie affidatarie perché hanno scoperto il profumo della libertà. Dai soprusi, dai controlli ossessivi, dai divieti. Oggi possono scegliere di studiare, possono fidanzarsi con chi amano. In una parola: possono vivere".
Come un giovane della Locride che era un bambino quando è stato portato via. Gli investigatori lo avevano filmato alla guida di un'auto su cui il padre aveva appena caricato un mitragliatore. Oggi vive in Sardegna. Non è tornato a casa nemmeno lui. Pochi giorni fa un padre-boss di Reggio, uscito dal carcere dopo 23 anni ininterrotti di detenzione, ha chiesto di parlare con Di Bella. "La ringrazio per aver salvato i miei figli. Ma ora mi dissocio io dalla 'ndrangheta. Voglio tornare da loro".
camerepenali.it, 6 settembre 2019
L'Unione delle Camere Penali Italiane auspica che il nuovo Governo sappia far prevalere, nelle necessarie riforme della Giustizia penale, il rispetto dei principi fondamentali del diritto penale liberale e del giusto processo scolpiti nella nostra Costituzione.
Esprimiamo dunque l'invito ad abbandonare la strada, perniciosa e funesta, del diritto penale simbolico, dell'idea iperbolica della sanzione penale data in pasto ad una opinione pubblica impaurita con cinismo e sprezzo della verità, del "marcire in carcere" come rozza e sgrammaticata versione del principio di certezza della pena, della sovversione del principio di presunzione di innocenza, della scellerata narrazione del processo penale come una fastidiosa congerie di cavilli posti a difesa di colpevoli che vogliono farla franca.
Rivolgiamo in particolare questi auspici - insieme alle più sincere congratulazioni - al Ministro di Giustizia confermato in carica, Avv. Alfonso Bonafede, perché crediamo nel dialogo, nella forza delle grandi idee che da sempre coltiviamo e difendiamo con passione, nella fecondità del confronto duro e leale, anche quando le differenze e le distanze appaiono - e spesso sono - incolmabili.
Lo dimostra la buona sintesi raggiunta insieme al tavolo per la riforma dei tempi del processo penale voluto dal Ministro, che deve però finalmente tradursi compiutamente in un nuovo testo di legge delega, senza più le mutilazioni inferte da veti ideologici che ne hanno del tutto pregiudicato senso, razionalità ed efficacia.
È necessaria la riforma dell'Ordinamento giudiziario per realizzare la terzietà del giudice e la effettiva autonomia della Magistratura con nuove regole di elezione e di funzionamento degli organi di Governo, rifuggendo da soluzioni improvvisate e costituzionalmente insostenibili.
Ma soprattutto, occorre impedire l'entrata in vigore di quella riforma della prescrizione che introdurrebbe nel nostro Paese, a partire dal gennaio 2020, la nuova, drammatica figura sociale dell'imputato a vita. Oltre 150 giuristi italiani firmarono il nostro appello che denunciava quell'inconcepibile oltraggio al principio costituzionale della ragionevole durata del processo: i penalisti italiani sapranno tenere vivo quel monito con tutta la forza e l'impegno necessari.
La Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane
reggionline.com, 6 settembre 2019
Alle 20 gli ospiti di una intera sezione si sono rifiutati di rientrare nelle celle. Necessario l'arrivo di rinforzi. Da tempo i sindacati della polizia penitenziaria lamentano gravi carenze di organico. Una protesta pacifica, ma che ha costretto la polizia penitenziaria ad attivare rinforzi e il suo comandante ad una lunga trattativa con i detenuti.
È accaduto tutto ieri all'interno del carcere di Reggio, dove gli ospiti di una intera sezione si sono rifiutati di rientrare nelle celle alle 20, orario di chiusura serale. Al termine di una estenuante trattativa, il comandante è riuscito a ripristinare l'ordine. A denunciare l'accaduto è il vicesegretario regionale del sindacato Osapp Giuseppe Saracino. Da tempo i sindacati della polizia penitenziaria lamentano gravi carenze di organico all'interno della casa circondariale cittadina.
di Elia Sanna
L'Unione Sarda, 6 settembre 2019
I numeri forniti da Maria Grazia Caligaris, che lancia anche un appello alla Regione. Sono in aumento i detenuti nelle carceri sarde. A Massama sono anche esauriti i posti disponibili. La situazione di criticità degli istituti penitenziari della Sardegna è stata denunciata da Maria Grazia Caligaris, presidente di Sdr (Socialismo diritti riforme) che ha lanciato un appello anche alla Regione.
Secondo i dati forniti dall'associazione negli ultimi 4 mesi i detenuti sono in costante aumento, con un incremento ad agosto che è stato del 6,19%. Erano infatti 2.148 mentre attualmente sono 2.281. Nello stesso periodo è cresciuto anche il numero dei cittadini stranieri dietro le sbarre. Erano 653 e sono diventati 704 (+7,81%), sulla base dei dati diffusi dal ministero di Grazia e giustizia nel mese di agosto. Numeri che documentano, ancora una volta, come la Sardegna venga utilizzata per alleggerire altre strutture penitenziarie della Penisola facendo venire meno il principio della regionalizzazione della pena.
"Occorre ricordare che i detenuti sardi sono 1.086 - osserva Maria Grazia Caligaris - un numero ben diverso da quello attuale dentro le carceri isolane. C'è poi un aspetto molto significativo relativamente alla concentrazione dei ristretti. Soffrono in particolare le Case Circondariali di Cagliari-Uta con 578 presenze (142 stranieri, 25 donne) per 561 posti e Sassari-Bancali con 473 presenze (178 stranieri, 16 donne). Si tratta di 1.051 persone, molte con gravi problematiche psichiche, concentrate in due Istituti dove peraltro il numero degli operatori penitenziari (agenti, educatori e perfino amministrativi) è insufficiente per garantire interventi riabilitativi e di reinserimento sociale. La maggior parte delle persone provenienti dalla Penisola - conclude la presidente di Sdr - sono nelle Case di reclusione di Oristano-Massama, ormai satura con 265 presenze per 265 post. Tempio Pausania 148 per 168 e Badu e Carros 276 per 377 (ma ancora con una sezione chiusa per lavori). Le altre strutture sono più 'leggerè: Is Arenas 91 detenuti (73 stranieri) per 176 posti; Isili 96 (53 stranieri) per 130 e Mamone Onanì 178 (139) per 386 posti. Infine Alghero 144 (62) per 156 posti".
"Alla carenza di personale non può non aggiungersi quella dei Direttori. Sono ancora 5 per dieci Istituti. Quasi tutti con doppi e tripli incarichi che sono ulteriormente aumentati durante l'estate. Per poter usufruire di qualche giorno di ferie ciascun collega ha dovuto sacrificarsi per garantire l'indispensabile. La situazione delle carceri - conclude Caligaris - non sembra però essere all'attenzione dei Parlamentari sardi. Auspichiamo ancora una volta un serio intervento del Presidente della Giunta affinché l'Isola non sia più considerata dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria un luogo di smistamento".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 6 settembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 5 settembre 2019 n. 37126. Illegittima, perché irrituale e non prevista dalla legge, la richiesta di rinvio dell'udienza inviata alla cancelleria del giudice penale tramite posta elettronica certificata. La Corte di cassazione ha respinto il ricorso dell'imputato che lamentava la mancata presa in considerazione, da parte della Corte di appello, della propria richiesta di rinvio dell'udienza. La Cassazione con la sentenza n. 37126depositata ieri ha ribadito che - a differenza del processo civile - tale forma di trasmissione di atti e certificati per le parti private non è consentita in sede penale. Dando per scontato che - a seguito delle novità introdotte dal Legislatore - tanto nel processo civile quanto in quello penale le comunicazioni e le notificazioni per via telematica devono esssere effettuate utilizzando la posta elettronica certificata, ciò non esclude le diversità dei due riti in materia di mezzi di notificazione spendibili al fine di adempiere agli obblighi imposti dalla procedura.
Il caso - Il ricorrente sottolineava di aver ottenuto conferma di ricezione della propria richiesta da parte della cancelleria e che ciò dà la certezza della conoscenza della propria richiesta da parte del giudice. Ma tale circostanza dell'avvenuto invio "con successo" sulla Pec della cancelleria non può sanare l'irritualità della trasmissione e quindi far sorgere l'obbligo del giudice a valutare l'istanza dell'imputato. In tal caso - secondo un orientamento più flessibile - la parte avrebbe dovuto attivarsi per segnalare l'avvenuta comunicazione e accertarsi che il giudice ne avesse avuto conoscenza, altrimenti nessun rilievo di illegittimità può farsi nei confronti della sentenza che non ha considerato la richiesta. Motivo della richiesta di rinvio era stato il legittimo impedimento del difensore di fiducia a essere presente e la sua impossibilità a farsi sostituire vista la ristrettezza dei tempi del processo in atto.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 6 settembre 2019
Adesso Mimmo Lucano può tornare a Riace, non è più pericoloso, anche se la procura non ha cambiato idea. La decisione del Tribunale di Locri, arrivata a poche ore dal giuramento dei ministri del nuovo governo, è forse il primo atto che segna la fine della breve era salviniana.
Gli stessi giudici, poco meno di un mese fa, avevano negato all'ex sindaco, simbolo dell'accoglienza e sotto processo, tra l'altro, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, il permesso di tornare nel piccolo comune nonostante la Cassazione si fosse espressa in senso opposto. Così se un pezzo di magistratura non sembra avere avvertito quel vento che per 14 mesi ha soffiato sul Paese, tanto che il Tribunale dei ministri di Catania aveva chiesto al Senato di potere procedere nei confronti del ministro dell'Interno Matteo Salvini per sequestro di persona per il caso "Diciotti", a Locri, invece, la stessa istanza dei legali di Lucano ha avuto esito differente nel giro di pochi giorni.
E viene meno anche il garbo istituzionale: è di ieri la notizia che l'oramai ex ministro dell'Interno è indagato per avere diffamato Carola Rakete. Il fascicolo è stato aperto a luglio, dopo la presentazione di una querela da parte della capitana della Mare Jonio. Ai pm la Rakete chiedeva anche il sequestro degli account social del ministro sui quali era stata coperta di insulti. Gli atti, adesso, sono al vaglio della procura di Milano.
L'inchiesta contro ignoti sull'episodio della moto d'acqua della polizia, utilizzata dal figlio dell'oramai ex ministro dell'Interno per fare un giro tra le onde a Milano Marittima, è stata avviata dai pm di Ravenna quando Salvini era ancora in carica, così come il procedimento disciplinare a carico degli agenti che avevano allietato la vacanza di Salvini jr e minacciato insultati. Nonostante il parere negativo della procura, l'ordinanza del Riesame che dal 16 ottobre ha impedito di tornare a casa è stato revocata ieri intorno alle 14.
E così, accompagnato da uno dei suoi avvocati, Andrea Dacqua, l'ex sindaco è arrivato a Riace per incontrare l'anziano padre gravemente ammalato. Finito ai domiciliari il 2 ottobre per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e irregolarità nella gestione della differenziata. I116 ottobre gli arresti erano stati convertiti in divieto di dimora dal Riesame. Invano la Cassazione aveva poi ordinando ai giudici di rivedere la propria decisione alla luce di una serie di indicazioni.
Nonostante le indagini a carico di Lucano fossero chiuse, il Tribunale di Reggio ha infatti confermato la misura, ritenendo Lucano "politicamente pericoloso" e in grado di influire sull'amministrazione. Una decisione impugnata dagli avvocati che sono tornati a chiedere un nuovo pronunciamento agli ermellini. Ed è stato questo il motivo per cui il presidente del collegio di Locri, che dovrà giudicare Lucano e altri altre 25 persone, aveva respinto la nuova istanza di scarcerazione presentata dai legali alla vigilia della prima udienza. Adesso, però, ha cambiato idea.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 6 settembre 2019
La magistrata: provvedimenti sempre revocabili. La scintilla, molto probabilmente è scattata, anni fa, mentre ricopriva un altro incarico: Corte d'Assise di Reggio Calabria. "Ci ritrovavamo a giudicare per reati gravissimi prima i nonni, poi i figli e infine comparivano in aula i nipoti".
Forse è lì che Giuseppina Latella, ha scelto il Tribunale dei Minori con funzioni direttive. Prima a Messina, poi - e tutt'ora - a Reggio Calabria. Perché la base della 'ndrangheta è familiare per eccellenza. E il concetto di discendenza criminale è più inevitabile che in altre mafie.
È lei il procuratore che riceve le segnalazioni su "situazioni familiari difficili". Che valuta e decide se avviare un ricorso per la "limitazione della responsabilità genitoriale" dei figli dei boss. Una cosa la dice subito: "Qualcuno ha parlato di deportazioni: niente di più scorretto. I provvedimenti sono modulati, prevedono una serie di attività di sostegno alla genitorialità. Non è giusto parlare di allontanamenti sine die, ma di percorsi veri e propri".
Cosa fate allora prima di arrivare ad allontanare un minorenne dalla famiglia?
"Cerchiamo di capire se c'è un elemento all'interno del nucleo di parenti che è idoneo a tutelarlo. Anche un genitore magari. E solo se in entrambi i casi non riscontriamo garanzie procediamo a un affidamento etero-familiare".
Come funziona poi la fase di esecuzione dell'allontanamento?
"Si lavora anche sui genitori. C'è uno psicologo che avvia dei colloqui per far loro comprendere la finalità del provvedimento che non è certo un ulteriore punizione al netto delle sentenze di condanna. I provvedimenti sono temporanei, sempre revocabili. Certo, deve cambiare il presupposto".
Da quale base muove un provvedimento di questa portata?
"Il nostro codice prevedeva già una serie di norme a tutela dei minori in casi di maltrattamento. Che non è solo rintracciabile nelle lesioni ma anche nell'insegnare a violare la legge, nel far passare il concetto cheloStatoènemico,chelosonoanche i carabinieri".
Molte donne si stanno rivolgendo al tribunale per chiedere di andare via dai contesti mafiosi insieme ai figli. Perché è la donna il motore di questo nuova speranza?
"Le donne, nei contesti mafiosi, hanno sofferto tantissimo: perilutti, per gliomicidi dei loro fratelli, perchévivonomatrimoni a metà: hanno i mariti in carcere per anni. Alcune di esse hanno vissuto il carcere in primapersona".
Come individuate i casi su cui intervenire?
"Come procura minorile non possiamoavvalerci delle intercettazioni. Ma abbiamo sottoscritto un protocollo con la Dda di Reggio, che favorisca uno scambio costante di informazioni".
Né collaboratori, né testimoni di giustizia. Come si fa a proteggere i figli "strappati" alla 'ndrangheta?
"Non esiste un sistema di protezione come per i casi che ha citato. I ragazzi non hanno possibilità di cambiare cognome. Al momento diciamo che ci si appoggia su una solida base di volontariato, Libera in testa. Certo aiuterebbe un inquadramento normativo del legislatore".
di Angela Grassi
La Prealpina, 6 settembre 2019
L'istituto bustese è tra i primi a varare questa opportunità per i detenuti e le loro famiglie. In via Per Cassano, dove 430 detenuti sono tenuti sotto controllo da poco meno di 170 agenti di polizia penitenziaria, la tecnologia offre un prezioso supporto. L'istituto diretto da Orazio Sorrentini ha attivato la possibilità di svolgere i colloqui tramite Skype: videochiamate sostituiranno le trasferte di parenti lontani, un aiuto importante per chi è straniero e per chi, italianissimo, ha genitori anziani e malati.
Dopo una breve sperimentazione al carcere di Bollate, la casa circondariale di Busto Arsizio è tra le prime in Lombardia a dar concretezza alla circolare del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, che parifica le videochiamate alla visita diretta in istituto (al punto che il monte ore non cambia, restano in tutto sei ore al mese).
"Abbiamo dato il via alla procedura - chiarisce il comandante Rossella Panaro - Siamo ai primi passi, c'è da attendere qualche giorno. Le sedi lombarde dovranno partire insieme. A Bollate la precedente esperienza era stata bloccata per problemi relativi alla sicurezza delle linee, ora il sistema Skype for business è stato collaudato dal Dipartimento. Siamo attivi, dobbiamo attendere le richieste dei detenuti".
Le regole sono chiare. "Per noi agenti - spiega il comandante - è un vantaggio: in precedenza chi otteneva un video colloquio veniva mandato in permesso di necessità a Casa Onesimo e poi alla Casa di Francesco a Gallarate. Ora il pc è stato fornito dal Dipartimento".
Un bell'aiuto per gli stranieri?n"Non solo, anche gli italiani hanno parenti anziani che non si possono muovere. Tutto viene controllato dalla polizia penitenziaria da una postazione remota: un controllo visivo non auditivo, occorre evitare che si introducano nel dialogo persone non autorizzate preventivamente, ci sono procedure chiare di riconoscimento visto che qualcuno potrebbe camuffarsi".
La circolare risale al 29 gennaio, fa riferimento alla disciplina già prevista per i normali colloqui. Fra i detenuti sta girando un volantino chiarificatore: "I vostri parenti dovranno scaricare Skype for business su pc o smartphone e registrarsi gratuitamente. Devono avere un contratto telefonico, fisso o mobile, che garantisca l'accesso a internet".
Per i meno esperti non mancherà il supporto degli operatori, "è un vostro diritto - si precisa - che il nostro istituto attiva ben prima di tanti altri". Non serve la cosiddetta "domandina". Basta rivolgersi all'assistente nella propria sezione, allegando i dati e la foto del destinatario della chiamata, uno stato di famiglia o l'autocertificazione che attesti il grado di parentela. L'estate è volata, riuscendo a organizzare qualche attività nonostante gli educatori arrivino ancora "in missione" e non siano stabili. I detenuti non sono mai scesi sotto quota 400, mentre gli agenti restano in sottonumero.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 settembre 2019
Sabato 7 settembre alle 17 nei pressi del carcere. Un'estate tragica per i reclusi e gli agenti penitenziari che vivono nel carcere di Poggioreale, a Napoli. Sovraffollamento, mala sanità, tragiche condizioni igieniche e umane. Il cosiddetto mostro di cemento è la sintesi di tutti questi problemi che affliggono le patrie galere. Per questo motivo le associazioni delle famiglie dei detenuti hanno indetto una protesta il prossimo 7 settembre.
"Non resteremo con le mani in mano ad aspettare che qualcuno si decida a risolvere i problemi dei detenuti che stanno scontando giustamente la loro pena - ha spiegato Pietro Ioia, presidente dell'associazione Ex Detenuti Organizzati Napoletani - per questo abbiamo indetto per sabato 7 settembre alle 17 una manifestazione a piazza Nazionale. Invitiamo i familiari delle persone detenute in questo inferno a scendere in piazza e a manifestare il loro disappunto. Solo così si potranno ottenere risultati a breve e medio termine. Ad ogni modo - ha continuato Ioia - la manifestazione di sabato è solo un primo passo. Nelle prossime settimane chiameremo a raccolta ancora una volta i familiari dei detenuti, che sono poi i veri garanti dei loro diritti, per manifestazioni all'esterno delle carceri della Campania".
I familiari dei detenuti ne chiedono in pratica la chiusura. "Questo carcere è una polveriera pronta a esplodere - ha affermato sempre l'attivista Ioia - e questa estate è stata infernale da tutti i punti di vista. Abbiamo assistito a una fuga, a episodi di risse tra detenuti, rivolte e aggressioni ai danni delle guardie carcerarie. Non si può andare avanti in questo modo in una struttura dove entra di tutto, dalla droga ai telefonini portati dentro da alcuni familiari. C'è bisogno di una profonda riforma del sistema carcerario italiano - ha concluso il presidente dell'associazione Ex Don- ma quello che chiediamo a gran voce è la chiusura definitiva di questo inferno e la trasformazione degli spazi in un museo".
Il carcere di Poggioreale, d'altronde, è salito agli onori della cronaca per diversi fatti, dalla rocambolesca evasione da parte di un detenuto (poi ripreso) alle proteste dure da parte dei detenuti, ma anche per le morti: undici decessi in 18 mesi. Ma c'è anche il dossier dell'autorità del garante nazionale delle persone private della libertà, dove si fa rifermento ai decessi per suicidio e presunti episodi di maltrattamento. Alcuni ambienti visitati dalla delegazione del Garante sono stati definiti "del tutto inaccettabili", con celle con cinque, sei, dieci e anche quattordici detenuti. C'è l'esempio del padiglione Milano, dove alcune celle hanno letti a castello anche a tre piani, dove in alcuni casi le brande impediscono l'apertura delle finestre.
Un report, quello del Garante, che ha fatto infuriare Maria Luisa Palma, la direttrice del carcere. "Che il carcere napoletano di Poggioreale soffra di condizioni "preoccupanti", per sovraffollamento e strutture in generale inadeguate e, in alcuni casi, decisamente fatiscenti, non è una novità; ma che se ne evidenzino puntigliosamente tutte le carenze e le deficienze strutturali senza dare atto di tutto quello che si sta facendo ha lasciato l'amaro in bocca", ha scritto in una nota pubblicata sul giornale on line del ministero della giustizia.
"Poggioreale ha problemi, è un errore negare la realtà dei fatti", ha replicato il Garante Mauro Palma, sottolineando il fatto che una comunicazione dal carcere di Poggioreale invece di arrivare in via istituzionale, è stata diffusa dalla direttrice attraverso altre vie.
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