di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 4 settembre 2019
Evento speciale della Mostra del Cinema, il docu-film di Fabio Cavalli sarà proiettato giovedì. Il regista: "Occorreva dare tridimensionalità alla Costituzione attraverso i punti di vista dei suoi custodi e interpreti. E fare altrettanto con quel 'sistema della pena' tanto evocato, vilipeso e, fondamentalmente, sconosciuto".
Approda al Festival del Cinema di Venezia, come evento speciale di questa 76ma edizione, "Viaggio in Italia, la Corte costituzionale nelle carceri", il docu-film di Fabio Cavalli prodotto da Rai Cinema e Clipper media. La pellicola racconta un incontro che non ha precedenti nella storia del nostro Paese, quello "tra due mondi apparentemente agli antipodi e diversamente 'chiusi' - sottolinea una nota della Consulta - e si ispira all'omonima iniziativa avviata dalla Corte costituzionale nel 2018" quando sette giudici intrapresero un viaggio all'interno delle carceri italiane incontrando i detenuti di altrettanti istituti.
"Pensando alla realizzazione di un docu-film che racconti l'incontro fra i giudici della Corte costituzionale e le carceri italiane - racconta il regista Fabio Cavalli - mi è tornato in mente il 'Viaggio in Italia' di Guido Piovene: un reportage prima radiofonico per la Rai, poi in volume, sul finire degli anni '50. L'Italia è molto cambiata. Ma c'è una cosa che tiene insieme le generazioni: la Carta Costituzionale. Poco se ne parla, eppure è la legge fondamentale che dà forma alla nazione ed incide sulla vita di ciascuno di noi. Anche sulla vita dei cittadini detenuti. Per questo docu-film ho provato ad assumere il punto di vista di Piovene: andare a scoprire davvero quello che si crede illusoriamente di conoscere. Aprire lo sguardo sugli aspetti della realtà che non stanno in luce, coperti dal bagliore dei rilievi. Trovare l'ombra nel tuttotondo".
La proiezione è prevista per giovedì 5 settembre alle 17.00 nella Sala storica dell'Hotel Excelsior del Lido di Venezia e sarà introdotta dalla presentazione del presidente della Biennale, Paolo Baratta. All'evento saranno presenti, insieme al regista, la vice presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, e i giudici costituzionali Francesco Viganò e Luca Antonini.
"Storie di viaggi e incontri. Uomini, donne, persone uniche e comuni: i giudici, i carcerati, il personale penitenziario - prosegue Cavalli raccontando il suo film -. Storie di luoghi inaspettati: le carceri, il loro habitat architettonico e il loro contesto antropologico. E storie di paesaggi visivamente potenti, il loro spirito profondo, quello che il tempo disegna, incidendo anche lo spirito del popolo che li abita".
"Ho potuto usare qualsiasi mezzo di ripresa - sottolinea il regista - per disegnare i rilievi del nostro Paese, dal punto di vista delle sue valli più oscure: coi droni abbiamo sorvolato il maestoso Palazzo della Consulta e i cieli sopra le carceri. Genova-Marassi, Napoli-Nisida, Lecce, Terni, Milano San Vittore, Firenze-Sollicciano, Rebibbia. E poi dai cieli siamo scesi giù, nel profondo delle celle e nei loro sotterranei.
Occorreva dare tridimensionalità alla Costituzione della Repubblica Italiana, attraverso i punti di vista dei suoi custodi ed interpreti: i giudici. E fare altrettanto con quel 'sistema della pena' tanto evocato, vilipeso o invocato, e, fondamentalmente, sconosciuto. Da una parte gli uomini e le donne dell'Istituzione, dall'altra gli uomini, le donne e i ragazzini minorenni che l'Istituzione l'hanno violata. Il loro incontro getta un po' di luce fra le ombre.
Un incontro per me emozionante, un'avventura fra storie umane incredibili, dolorose, paradossali, umanissime. Un film sugli sguardi dei giudici e dei detenuti. Fra il prima e il dopo l'incontro c'è una differenza ben visibile negli sguardi. La stessa differenza che spero di leggere negli sguardi degli spettatori all'uscita dalla proiezione".
di Gioele Urso
torinotoday.it, 4 settembre 2019
Arrivano da 40 carceri in tutta Italia. Si chiama Freedhome e il suo motto è "creativi dentro". Stiamo parlando del negozio gestito Cooperativa Sociale Extraliberi che in centro a Torino vende esclusivamente prodotti realizzati in carcere e da detenuti. "Da undici anni la nostra cooperativa opera nel carcere di Torino. A ottobre saranno tre anni che saremo stabiliti in questi locali, impegnati a gestire questo posto arricchendolo di esperienze diverse e creando con la cittadinanza un corridoio di dialogo tra il carcere, che spesso rimane ai bordi delle nostre città, e il resto della società" - racconta Eloisa Spinazzola della Cooperativa Sociale Extraliberi.
Dentro il negozietto di via Milano 2/C ci sono prodotti di ogni genere che arrivano da 50 realtà sparse in 40 carceri italiane. Si va dalle specialità realizzate con le mandorle, tipiche della Sicilia, alle magliette stampate dentro la casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, ma anche borse e un vino speciale prodotto ad Alba, l'unico ricavato da una vigna che si trova anch'essa all'interno del carcere.
"I detenuti che in Italia si occupano di lavorare per imprese e cooperative, che li formano e li stipendiano per fare quello che poi per loro diventa un lavoro, sono circa un migliaio. Quando un detenuto lavora durante la pena, la sua possibilità di tornare a delinquere diminuisce e passa da un 70-80% di possibilità di tornare a delinquere a un 10-20%" - continua Eloisa Spinazzola specificando che le percentuali sono stimate. "Quello che si nota è che le persone quando lavorano e possono attuare un percorso di crescita personale ed economica, il loro futuro migliora come migliora il futuro della società intera perché avere un ex detenuto che si ricrea una vita rende anche tutte le nostre città più sicure".
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 4 settembre 2019
La vera questione è assorbire bene chi arriva. E qui la politica scappa. Parla l'alto commissario Unhcr Filippo Grandi: "Aiutarli a casa loro? Se avessero una casa loro, non scapperebbero e non si chiamerebbero rifugiati".
Nominato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite per un mandato di cinque anni nel 2016, Filippo Grandi è l'italiano che ha raggiunto la più alta carica diplomatica nelle Nazioni Unite. Il lavoro dell'Unhcr - 15 mila persone in 128 paesi - fornisce assistenza e protezione a 70 milioni di rifugiati, rimpatriati, sfollati interni e apolidi.
Nato a Milano 62 anni fa, dopo una laurea in Storia e Filosofia Filippo Grandi si dedica alle persone in fuga da guerre e epidemie da trent'anni, dagli inizi con la cooperazione internazionale fino all'incarico attuale, nel momento di più grande crisi umanitaria dopo la Seconda guerra mondiale.
Partiamo dai numeri. Esiste un'invasione in Europa? Possiamo parlare di crisi umanitaria europea?
"Certo che no, soprattutto non possiamo parlare di invasione. L'altro giorno studiavo i numeri degli arrivi via mare di quest'anno in Italia: sono meno di 4 mila. Tanto per avere una cifra di riferimento l'aeroporto di Fiumicino gestisce 43 milioni di passeggeri l'anno. Le due cifre sono slegate naturalmente, ma ci forniscono un ordine di comparazione generale. Siamo arrivati a un punto incredibile in cui i disgraziati che arrivano sono pochissimi eppure generano un dibattito sproporzionato. Detto questo, sono presenti in Italia centinaia di migliaia di persone arrivate nel passato, che vanno gestite - e ci sono enormi lacune nell'assorbimento dell'integrazione. Dunque non c'è un'emergenza in Europa: parlerei piuttosto di una questione sociale che va affrontata con urgenza, altrimenti tutto si confonde nell'immaginario collettivo in una propaganda politica mirata al consenso".
L'urgenza quindi è soprattutto nel ripensare le modalità di accoglienza?
"Nel dibattito non si parla mai di come migliorare l'integrazione nel tessuto sociale, nei servizi, nel lavoro e così via. Ho provato, nel ruolo che ricopro, a fare campagna in questa direzione. Confesso, non molto utile, perché nessuno ascolta. Finiamola con la polemica inutile sull'invasione e chiediamo ai politici proposte concrete sulla gestione del fenomeno migratorio. Gestirlo vuol dire riformare l'asilo, la distribuzione di chi arriva, accelerare le procedure, effettuare i rimpatri di chi non hanno diritto all'asilo. Un dibattito serio e lucido che non si fa perché si perde tempo intorno alla retorica insana che ingigantisce un fenomeno chiamandolo "invasione" quando non lo è e annebbia il dibattito sui problemi reali che vanno gestiti e che nessuno affronta".
Quali sono i mezzi per contrastare la narrativa sovranista, il razzismo in cui è sprofondato il racconto dello straniero - chiunque esso sia - che bussa alla nostra porta? Come si risponde alla retorica del "non possiamo accoglierli tutti"?
"Innanzitutto con una risposta morale e valoriale: prima di parlare di accoglienza dobbiamo ribadire che chiunque arrivi da noi ha diritto al rispetto e alla dignità. Questo non è né negoziabile né discutibile. Mi riferisco alla questione dei salvataggi in mare: in mare si salvano tutte le persone in pericolo perché esiste un obbligo legale e un obbligo morale. Solo poi passiamo a discutere di accoglienza. È necessario ribadire all'opinione pubblica che per i rifugiati che fuggono da guerre, persecuzioni e discriminazioni gli Stati hanno obblighi giuridici precisi, definiti da griglie legali altrettanto precise. Migliorabili certo ma solide. Per chi non ricade sotto il mandato dell'Alto Commissariato per i Rifugiati, posso solo dire che il trattamento dignitoso è una precondizione essenziale. Ci sono forme di protezione umanitaria temporanee, persone che potrebbero non essere considerate "rifugiati" ma avere motivi umanitari che li hanno spinti alla fuga per cui è meglio che non tornino a casa. E per altri ci sono altre formule, incluso - certo - il rimpatrio".
Qual è la vostra posizione sui rimpatri?
"Credo sia importante fare un discorso strutturato sui rimpatri delle persone non riconosciute bisognose di protezione umanitaria internazionale. Non vi è un obbligo a dar loro una residenza temporanea o permanente nei paesi in cui lo richiedono e quindi ci sono formule per cui tornino a casa ma è fondamentale che questo avvenga in modo rispettoso, umano e dignitoso. Mi lasci dire che non mi sembra ci siano, almeno in Italia, modalità efficaci. Nonostante tutta la retorica dei ritorni si è fatto poco, i rimpatri sono sette-otto mila l'anno".
Cosa è cambiato in Europa in questi anni? Penso all'immagine di Alan Kurdi, il bambino siriano il cui corpo fu trovato sulla spiaggia di Bodrum in Turchia il 2 settembre 2015 che tanto scosse le coscienze. O al naufragio del 3 Ottobre 2013 che animò l'operazione Mare Nostrum. Oggi viviamo nell'Europa dei confini. Nell'Italia dei decreti sicurezza che puniscono il soccorso in mare. Cosa ha provocato secondo lei questo cambiamento?
"Si è identificata la questione migratoria con i falsi e tendenziosi temi dell'invasione, della sostituzione etnica e altre idiozie di questo tenore. Menzogne che hanno creato un consenso formidabile. Chi ha abbracciato questa propaganda ha effettivamente ottenuto consenso politico, virando la bussola di meccanismi di salvataggio e accoglienza che funzionavano verso le derive che viviamo oggi. L'altra questione problematica io credo sia legata alle lacune vistose nella gestione degli arrivi, dell'accoglienza e dell'integrazione. Ritengo ci sia stata negligenza, trascuratezza nell'affrontare il ripensamento di alcuni capitoli di intervento, che non si sia voluta o saputa vedere con chiarezza l'entità dei problemi che stavano sorgendo.Questa inadeguatezza si è declinata in molti Paesi in maniera diversa. Penso al modello di integrazione svedese, uno dei più efficienti, che ha mostrato le sue debolezze. Anche in quei paesi - Svezia, Norvegia - abbiamo assistito a qualche restrizione legislativa, come risposta a un anno cruciale come il 2015. Dovremmo però essere in grado di dire: il nostro modello è imperfetto, va rivisto, va aggiornato. Questo è un discorso razionale. Diverso è rincorrere la grammatica dell'invasione al grido di "blocchiamo porti e confini"".
E il classico "aiutiamoli a casa loro"...
"Mi faccia dire innanzitutto che "aiutiamoli a casa loro" per l'Agenzia per i rifugiati è una frase che fa amaramente sorridere. I rifugiati non sono mai a casa loro, altrimenti non sarebbero rifugiati".
Citava il 2015, un anno spartiacque. L'Europa si accorge della crisi siriana perché un milione di persone bussa alle nostre porte. Perché nel dibattito pubblico si è parlato di paura e emergenza, ma non si è spiegato a sufficienza che quell'esodo è stato provocato anche da una drastica diminuzione degli aiuti e di un conseguente peggioramento delle condizioni di vita dei rifugiati che hanno scelto di lasciare le zone in cui vivevano alla volta dell'Europa?
"Per un motivo semplice: la politica del consenso sulla retorica dell'invasione non sopporta la complessità dell'argomento. Il 2015 è fondamentale da analizzare, perché il movimento dei siriani verso l'Europa dalla Siria sia dai paesi limitrofi, specie Turchia e Libano - è stato generato da una combinazione di fattori. Primo: i siriani, ovunque fossero, sentivano che non c'era più speranza in quel conflitto - e non avevano torto perché siamo nel 2019 e la guerra non si è risolta. Secondo: gli aiuti umanitari nei paesi di accoglienza stavano calando rapidamente in settori fondamentali, cioè l'istruzione per i bambini, l'accesso ai servizi, al mercato del lavoro locale. I due aspetti sono legati. Le persone si sono dette: la guerra non finirà, non torneremo a casa quindi siamo destinati all'esilio, i nostri figli non andranno più a scuola, non avranno mai una educazione".
Torniamo ai numeri. Il Libano, ad esempio che ospita più di un milione di siriani su una popolazione complessiva di 4 milioni di persone. O più in generale, l'85% dei 70 milioni di rifugiati nel mondo sono ospitati in paesi che a loro volta hanno bisogno di aiuto. Il dibattito però è esasperato dalla grammatica dell'emergenza e mai delle soluzioni a lungo termine.
"Il fenomeno migratorio - nel suo senso più largo, legato ai cambiamenti economici, climatici, alla gestione dei rifugiati - è di una complessità straordinaria che ha radici precisamente nelle zone da cui se ne vanno. Guerra, povertà estrema, cambiamenti climatici emergenziali, epidemie. Sono ragioni che richiedono interventi costosi e di lungo termine, strategicamente molto complicati, perciò rifuggiti dai politici che cavalcano scadenze elettorali. Dovrebbero spiegare che è necessario investire in maggiori aiuti, interventi duraturi e di ampio respiro, gli interventi strutturali costano di più. Sono temi né popolari né semplici. Quindi si danno spiegazioni semplicistiche, si disumanizza e alla fine rimaniamo con i problemi irrisolti e l'animo più ruvido".
Quale lezione dovremmo trarre dal 2015, anno della crisi balcanica, del ritorno dei confini e dei muri in Europa?
"Innanzitutto che nessun conflitto è lontano. Penso ad esempio al Venezuela. Oggi non possiamo dire che esistano guerre lontane dai paesi ricchi. Dobbiamo sforzarci per ridiventare capaci di risolvere queste crisi internazionalmente. Guardo a Biarritz, al G7, mi chiedo se le grandi potenze discutano per risolvere conflitti. A me non sembra che ci sia uno sforzo delle grandi potenze per ripristinare insieme questa capacità di risolvere i conflitti. Il secondo tema sono gli aiuti".
E questo è un tema cruciale. Disponete delle risorse di cui avete bisogno?
"Rispondo con un esempio. Io sono diventato Alto Commissario nel 2016. Il 4 febbraio di quell'anno ero a Londra per una conferenza storica di supporto per la Siria, il messaggio era chiaro: servono aiuti, non ci possono essere soluzioni durature se le crisi perdurano e gli aiuti non bastano. Il modello umanitario da solo non basta e genera flussi secondari. Gli attori politici presenti riconobbero con forza la necessità di cambiare il modello allo sviluppo nelle grandi crisi dei rifugiati. Abbiamo costruito un intero patto globale: il Global compact sui rifugiati è costruito su quelle basi. Però bisogna capire che quei discorsi noiosi, difficili da spiegare agli elettori, che non sono al centro del dibattito pubblico sono le sole risposte a crisi internazionali complesse".
Con l'approvazione del Global compact sui rifugiati l'approccio sul conferimento delle risorse è dunque cambiato?
"L'Unhcr muove ogni anno 4 miliardi di dollari. Dalla dichiarazione di New York (che ha dato il via all'iter per i due patti, Global compact per rifugiati e migranti, ndr) sono stati mobilitati sei miliardi e mezzo di dollari di nuove risorse destinati agli Stati che ospitano i rifugiati, grazie ai nuovi strumenti finanziari della Banca Mondiale che affrontano le crisi con orizzonte di lungo termine. Bisogna calmare il dibattito politico se vogliamo realmente agire con fatti concreti, depoliticizzare il tema migratorio per risolvere i problemi".
Le semplificazioni del dibattito corrispondono alle semplificazioni delle azioni politiche. Si è monetizzata la chiusura dei confini. L'Europa ha investito miliardi per i campi in Turchia e l'addestramento e i mezzi alla guardia costiera libica. Qual è il suo giudizio a qualche anno da questi accordi?
"Non ho una risposta semplice. Noi non siamo l'Alto commissariato per l'Europa, siamo l'Alto commissariato globale, e quindi abbiamo il dovere di aiutare qualsiasi paese che si trovi ad affrontare una crisi di rifugiati. Unhcr lavora in Turchia (che ospita 4 milioni di rifugiati) e in Sudan (che ospita un milione di persone) e in altri paesi che hanno destato perplessità sul rispetto dei diritti umani. Per noi è dunque fondamentale che l'Europa ci sostenga nell'aiutare quei paesi a gestire i flussi, nei sistemi di asilo e inclusione sociale. E per i rifugiati che si fermano in quei paesi è vitale l'azione economica europea. Quello che diciamo all'Europa, e all'Australia e agli Stati Uniti, è che questo tipo di aiuti non può essere sostitutivo dell'accoglienza nei paesi ricchi. Anche se rinforziamo i sistemi di accoglienza nei paesi di transito le persone non smetteranno di arrivare nei paesi ricchi. La porta, dunque, deve rimanere aperta. Rinforzare una porta non significa chiuderne un'altra".
In Libia vale la stessa valutazione?
"No, la Libia è un caso a parte. Questo discorso non si può applicare perché lì non possiamo rinforzare i sistemi di asilo perché è un paese in guerra, in una guerra complicata e crudele e imprevedibile".
Ha fatto bene l'Europa a investire sulla Guardia costiera in Libia?
"Se il sostegno alla Guardia costiera fosse stato una parte di un investimento generale atto a rinforzare le strutture del Paese e gestire i flussi sarebbe stata una cosa positiva. Purtroppo invece quell'investimento economico è rimasto isolato. Cioè si è investito nella Guardia costiera senza investire altrove, perciò il risultato netto è negativo. Oggi tutte le persone intercettate dalla Guardia costiera libica - cioè il 70 per cento di chi prova a partire - finiscono nei centri di detenzione, quindi in un sistema di abuso. La verità è che se non si risolve il conflitto, se non si trova unità di azione almeno in Europa, ogni decisione sarà vanificata dalle competizioni e dagli interessi incrociati".
di Bruno Forte
Corriere della Sera, 4 settembre 2019
Nella visione cristiana, ma anche in quella laica, la concezione dell'orizzonte ideale del Paese è agli antipodi delle logiche sovraniste. "Molto spesso, negli interventi pubblici sin qui pronunciati, ho evocato la formula di un nuovo umanesimo: non ho mai pensato fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale del Paese".
Così si è espresso Giuseppe Conte dopo aver ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo dal Capo dello Stato. Per comprendere che cosa Conte intenda dire, bisogna tener conto di due fattori: da una parte la sua formazione, legata tra l'altro al mondo spirituale e culturale di quella Villa Nazareth dove - col sostegno e l'ispirazione di figure come il cardinale Achille Silvestrini, morto a fine agosto - è stata data a tanti giovani universitari la possibilità di prepararsi a offrire un serio contributo etico e professionale al futuro del Paese; dall'altra, occorre considerare il dibattito sul concetto stesso di "nuovo umanesimo", cui ha dedicato un interessante lavoro Michele Ciliberto (Il nuovo Umanesimo, Laterza, Bari 2017) e di cui si occupa anche il recente saggio di Massimo Cacciari, intitolato "La mente inquieta" (col sottotitolo Saggio sull'Umanesimo, Einaudi, Torino 2019). Per semplificare, si potrebbe parlare delle due anime del concetto di nuovo umanesimo: quella di ispirazione cristiana e quella "laica", che non rinnega in alcun modo legami con la prima.
Nella visione cristiana l'idea è fondata sulla centralità dell'uomo "immagine di Dio" e sulla conseguente dignità inalienabile della persona umana, libera e responsabile. È l'idea che è stata al centro anche del Convegno della Chiesa italiana, tenuto a Firenze nel 2015. In quell'occasione, papa Francesco ebbe a dire: "Gesù è il nostro umanesimo... Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda". Partendo da questo fondamento evangelico, il Papa aggiunse: "Non voglio qui disegnare in astratto un nuovo umanesimo, una certa idea dell'uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell'umanesimo cristiano che è quello dei "sentimenti di Cristo Gesù" (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell'animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni".
Nell'elencare questi sentimenti, Francesco delineava uno stile di Chiesa, eloquente per tutta la società: "L'ossessione di preservare la propria gloria, la propria dignità, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra... Dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L'umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di se stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli".
Il compito che ne risulta è quello di vivere la solidarietà e la condivisione come indifferibile urgenza: "Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito. Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà. Ma anche nella parte più umile della nostra gente c'è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile".
Una tale concezione del nuovo umanesimo è agli antipodi delle logiche sovraniste, fondate sull'affermazione del primato assoluto dell'identità e sulla valutazione dei bisogni altrui a partire esclusivamente dalla difesa dei propri interessi. Se questo è il genere di nuovo umanesimo cui Conte intende ispirarsi, sarà necessario che il suo governo riveda posizioni quali quelle espresse dal ministro Salvini nei confronti della questione migratoria.
Se i morti degli ultimi mesi nel Mediterraneo si contano a centinaia, non è possibile barricarsi in posizioni difensive verso chi viene a bussare alle nostre porte, in fuga da fame e morte o anche solo alla ricerca di un futuro migliore. Occorre rivedere norme e trattati internazionali e coinvolgere decisamente l'Unione Europea in politiche di accoglienza e di ridistribuzione dei rifugiati e degli immigrati, che siano rispettose della loro dignità di esseri umani. Diversamente, parlare di nuovo umanesimo resterebbe retorica facile.
Anche a partire da una visione "laica" l'idea di nuovo umanesimo evidenzia urgenze morali e politiche indifferibili: come mostra Ciliberto, "l'Umanesimo è tornato attuale perché si è riaperto, in maniera drammatica e in forme del tutto nuove, il problema della condizione umana". In un mondo "che si divide in forme sempre più feroci, nel quale le differenze di religione o di razza generano conflitti sanguinosi", l'umanesimo testimonia il valore della tolleranza, che non è solo passiva accettazione, ma positivo riconoscimento della dignità dell'altro.
Da par suo, Cacciari, presentando l'umanesimo come "età di crisi, età assiale, in cui il pensiero si fa cosciente della fine di un Ordine e del compito di definirne un altro", rende avvertiti che parlare di nuovo umanesimo significa essere coscienti del cambiamento d'epoca in cui ci troviamo e della conseguente esigenza di cercare soluzioni ai problemi non di semplice difesa e conservazione, ma di largo respiro e di responsabile condivisione.
È quanto l'espressione più volte usata chiede ora al presidente Conte di mettere in atto, con decisione e coraggio. È quanto non possiamo non augurargli di fare per il bene del Paese e il suo futuro, nel contesto di un'Europa solidale e coesa a partire dalle radici ispirative, radicate nel cristianesimo, delle idee dei suoi grandi Padri fondatori.
di Gad Lerner
La Repubblica, 4 settembre 2019
Da almeno un ventennio i nostri governanti, di qualunque colore politico, hanno avuto in comune il medesimo convincimento: l'immigrazione è una bomba che si può disinnescare solo riuscendo, a tamponare il suo flusso.
Ci si poteva dividere sul trattamento da riservare a chi ha varcato i nostri confini - integrazione o discriminazione? - ma non sull'assoluta priorità di limitare nuovi arrivi. Questa ci è stata inculcata come regola inesorabile della realpolitik, già da ben prima che Salvini utilizzasse il palcoscenico del Viminale per dare spettacolo con la sua "cattiveria necessaria".
Anche in precedenza la domanda inquietante che nei talk show doveva tappare la bocca ai cosiddetti buonisti è sempre stata: "Ma allora secondo te l'Italia dovrebbe accoglierli tutti?". Una domanda di apparente buon senso, adoperata per eludere la questione spinosa e impopolare che invece s'imporrebbe a chiunque abbia responsabilità di governo: come può essere regolamentata una migrazione economica in cui i fattori climatici e le catastrofi ambientali si legano inestricabilmente alle guerre? Davvero è ancora possibile distinguere chi scappa da una persecuzione da chi scappa dalla siccità?
Capisco bene che i partiti protagonisti delle trattative per la formazione del nuovo governo non avessero il tempo di elaborare una risposta all'altezza. Lunedì scorso, nelle stesse ore in cui s'incontravano a Palazzo Chigi, la cronaca gli scaraventava addosso il caos normativo esasperato dai decreti propagandistici del primo governo Conte. Duecentosessanta migranti approdavano in Sicilia a bordo di cinque imbarcazioni: i 104 della Eleonore forzando il blocco; i 31 della Mare Jonio autorizzati dopo un'assurda attesa; altri 29 grazie al salvataggio della nostra Marina militare; e inoltre due barconi sfuggiti al respingimento. Sono numeri limitati, tutt'altro che allarmanti, ma riassumono un groviglio morale e giuridico di fronte al quale la politica si agita inconcludente.
Rivelatosi fallimentare il cinico progetto di ricattare l'Unione Europea tenendo in ostaggio nel mare qualche centinaio di sventurati, spetterà al nuovo governo elaborare forme di pressione più efficaci (e dignitose) per vincere l'egoismo dei nostri partner comunitari. Non sarebbe la prima volta. Per anni i governi italiani hanno praticato la ricollocazione dei migranti nell'Ue con metodo non dichiarabile ma efficacissimo. La polizia non gli prendeva le impronte digitali e li lasciava transitare verso gli altri Stati.
Così, eludendo i regolamenti di Dublino, abbiamo smaltito la grande ondata di profughi dell'estate 2015. Umanitari e pragmatici, li abbiamo salvati e rifocillati e mandati via. È un escamotage, come tale non replicabile, d'accordo. Ma se vogliamo superare il vincolo per cui chi arriva in Italia non può uscirne più, forse è il caso di prendere in considerazione la proposta di Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale: far sbarcare i migranti nell'ambito di un regime giuridico esplicitamente derogatorio rispetto agli accordi di Dublino, in nome e per conto e a spese dell'Unione Europea. Sarebbe una forzatura positiva, ben diversa dal metodo Salvini, rivolta a smuovere la nuova Commissione presieduta da Ursula von der Leyen.
Questo per l'emergenza, determinatasi in seguito al monopolio che i governi europei hanno regalato agli scafisti. Come? Rendendo quasi impossibile un'emigrazione legale dall'Africa. Rimane con ciò inevasa la necessità di soluzioni organiche di lungo periodo. Un governo di legislatura ha il dovere di cimentarvisi. Ieri, per la prima volta, al punto 15 del programma divulgato dal M5S compare la parola "integrazione".
Vedremo se significa qualcosa, per esempio in materia di cittadinanza per ius culturae. Ma è soprattutto il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ad avere assunto propositi impegnativi di riforma legislativa sull'immigrazione. All'Assemblea nazionale del 13 luglio scorso aveva proposto l'abrogazione della Bossi-Fini, "sostituita da un nuovo testo unico sull'immigrazione e il diritto d'asilo" che preveda "canali d'ingresso regolari". Certo Zingaretti non immaginava che il suo partito sarebbe tornato al governo poche settimane dopo. Lo aspettiamo alla prova dei fatti: disinnescare la bomba immigrazione richiede coraggio e lungimiranza.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 4 settembre 2019
Vincenzo, 53 anni, lavorava per 3,50 euro all'ora: fino a qualche settimana fa tirava fuori dalla terra pomodori nell'azienda di uno dei più importanti imprenditori agricoli di Foggia, prima che la procura non lo arrestasse.
Ines, invece, raccoglieva mirtilli e lamponi in Piemonte per poco meno di 5 euro all'ora: "Ma i padroni non segnavano tutte le giornate di lavoro" hanno scoperto i carabinieri. Un po' come accadeva a Paola Clemente, morta di fatica a 49 anni mentre raccattava uva per due euro l'ora in Puglia, a luglio del 2015: in borsa, all'obitorio, le hanno trovato un pettine, che le serviva per togliere la terra dai capelli. E una busta paga fasulla, che invece serviva per dimostrare che tutto era a posto, in caso di controlli.
Vincenzo. Ines, Paola. Così come Pasquale Fusco, il bracciante campano morto qualche giorno fa sotto una serra per i meloni a Giugliano, sono alcuni delle migliaia di schiavi italiani, travestiti da braccianti, che ogni mattina lavorano nelle campagne del nostro paese. "Uomini e donne - per usare le parole di Pino Gesmundo, segretario pugliese della Cgil che della battaglia al caporalato ha fatto una bandiera - che hanno abdicato a ogni diritto, anche spesso quello alla vita, che accantonano la dignità per cercare di portare a casa la "giornata" di lavoro".
In Italia ogni anno lavorano poco più di un milione di braccianti agricoli, il 28 per cento dei quali stranieri. Secondo le ultime statistiche, un'azienda su due è fuorilegge e la maggior parte delle infrazioni riscontrate riguardano proprio le paghe dei lavoratori.
"Non è vero, come magari è più facile immaginare, che gli unici schiavi siano cittadini irregolari e per questo in situazioni di fragilità e debolezza particolari - spiega Francesca Pirrelli, procuratrice aggiunta di Foggia, dove è nata una squadra di magistrati dedicata espressamente al caporalato.
Nelle nostre indagini emergono sempre più spesso casi di braccianti italiani e stranieri regolari che lavorano per pochi euro l'ora, costretti da una situazione di bisogno economico. C'è stata una trasformazione di questo tipo di reati: non ci troviamo di fronte a lavoratori in nero. Ma in grigio. Hanno cioè contratti, buste paga. Ma viene segnato loro molto meno di quello che effettivamente lavorano".
Era quanto accaduto a Paola Clemente: il processo ai suoi caporali è in corso al tribunale di Trani. Una di loro, Giovanna Marinaro, italianissima, è stata recentemente riacciuffata a Taranto mentre portava braccianti italiane a raccogliere fragole. Quello che accade, è ben spiegato proprio negli atti di quel processo. Racconta Tina: "Inutile fare la guerra con il caporale: la perdi. Sarà per questo che mai nessuno si è permesso di ribellarsi". A decidere chi lavora è infatti il caporale, che oggi lavora in un'agenzia interinale. O si nasconde dietro una cooperativa per il trasporto dei lavoratori.
"Giovanna Marinaro, quando eravamo sotto il vigneto, si aggirava tra i filari dicendo a voce alta: "Quanto prendete voi al giorno, 40 euro! Voi prendete 40 al giorno"", racconta Filomena, che al giorno invece ne guadagnava 20 o poco più. "Attenzione a come parlate", ci diceva, "perché se no finite di testa sotto terra...". Era impossibile ribellarsi: "Se dici che vuoi i 40 euro giornalieri come da contratto, Ciro dice "statti a casa". E noi abbiamo bisogno di lavorare". E così accettavano che in busta paga risultassero sette euro l'ora, quando invece intascavano poco meno della metà.
Proprio in nome di Paola Clemente era però nata una legge, la 199, voluta dall'allora ministro Maurizio Martina, che avrebbe dovuto mettere fine a questo scempio. La legge c'è. Funziona nella sua parte repressiva (le operazioni si ripetono, le procure si muovono). Ma per salvare la vita a Pasquale, mentre raccoglieva i meloni, serviva altro.
Non è mai stata attuata "tutta la parte preventiva - denuncia Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai Cgil - che prevedeva l'incontro tra domanda e offerta di lavoro, trasporto e accoglienza. Soltanto così si toglierebbe veramente ogni forza dalle mani dei caporali e degli imprenditori che ad essi si rivolgono".
Per dire: l'ormai ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e quello dell'Agricoltura, Gianmarco Centinaio, avevano annunciato di voler mettere mano alle norme. Non in difesa dei lavoratori, ma perché considerate troppo punitive per gli imprenditori che, se colti a sfruttare i braccianti, rischiano anche di perdere il controllo dell'azienda. Il ministro Luigi di Maio a settembre scorso aveva annunciato invece "un tavolo permanente sul caporalato". È passato un anno e quel tavolo non è stato più riconvocato. Pasquale, intanto, è morto di fatica.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 4 settembre 2019
I dl sicurezza si riscrivono ma solo in parte e senza toccare l'impostazione anti ong. L'unica vera novità è l'archiviazione della legge Bossi-Fini. Rimettere mano ai decreti sicurezza tenendo conto delle osservazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma neanche una parola a proposito della necessità di arrivare finalmente a una nuova legge sulla cittadinanza, sulla mancata approvazione della quale il Pd a suo tempo aveva pure fatto autocritica ma soprattutto attesa da un milione di giovani italiani figli di immigrati.
La conferma di quanto l'immigrazione rappresenti ancora una spina nel fianco del prossimo governo giallorosso sta proprio nella vaghezza con cui il tema viene affrontato nella bozza di programma presentata ieri. Al punto 15 si parla infatti della necessità di coinvolgere l'Europa nella gestione dei flussi migratori "anche nella definizione di una normativa che persegua la lotta al traffico illegale di persone e all'immigrazione clandestina" e che tenga conto della necessità di integrazione.
Non c'è governo che in passato non si sia impegnato a combattere le organizzazioni criminali che lucrano sulle traversate del Mediterraneo finendo poi col colpire soprattutto i migranti e il fatto che si sia voluto specificare che nel mirino del prossimo esecutivo ci sia anche "l'immigrazione clandestina" fa pensare che, almeno sotto questo punto di vista, le cose non cambieranno. Per quanto riguarda l'Europa, poi, Giuseppe Conte ha più volte ricordato la necessità di arrivare a una modifica del regolamento di Dublino ma il premier dovrebbe sapere che già da due anni il parlamento europeo ha varato un'ottima riforma che risponde perfettamente alle esigenze italiane e che attende solo di essere esaminata dal Consiglio europeo.
Restano i decreti sicurezza. La bozza non spiega se le modifiche alle quali si fa accenno riguarderanno entrambi i provvedimenti voluti dall'(ormai) ex ministro dell'Interno Matteo Salvini o solo il secondo. Per il decreto bis dal Colle sono arrivate pochi ma decisamente significativi rilievi indicati in una lettera inviata lo scorso 8 agosto alle Camere. A partire dal fatto che, come ricorda il presidente, nonostante quanto previsto dal decreto per chi va in mare resta l'obbligo di salvare i naufraghi. Altra modifica dovrebbe riguardare le sanzioni per le navi che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali. La multa prevista varia da 150 mila un milione di euro. Troppo per Mattarella, che ha ricordato come una recente sentenza della Consulta abbia stabilito che sanzioni così alte sono paragonabile a una sentenza penale. L'ultimo rilievo riguarda la seconda parte del decreto dedicata all'ordine pubblico e in particolare la norma che consente ai giudici di non applicare la "tenuità del fatto" in caso di di reati ai pubblici ufficiali. Nessun accenno al primo decreto sicurezza, che pure contiene l'abrogazione della protezione umanitaria, la riforma del sistema Sprar e il divieto per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe dei Comuni. Punti sui quai almeno per adesso il Pd non pare voglia intervenire. Sembra sicura invece, la revisione della legge Bossi-Fini sull'immigrazione che trova d'accordo anche il M5S.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 4 settembre 2019
Mentre l'Unione europea si dice preoccupata per l'aumento degli arrivi sulle coste greche di migranti in fuga dalla Turchia, ad Atene il nuovo governo di centrodestra del premier Kyriakos Mitsotakis vara un pacchetto di misure urgenti che dovrebbero servire ad arginare quella che ormai molti leggono come una nuova possibile crisi umanitaria. Misure che, se da una parte servono a decongestionare almeno in parte i centri di accoglienza che si trovano sulle isole dell'Egeo, veri e propri inferni come quello di Lesbos, dall'altra colpiscono i diritti dei profughi con una riforma dell'asilo che, sul modello italiano, punta ad abolire il ricorso in appello per coloro che si vedono respinta la domanda di protezione internazionale.
Da settimane Lesbos, Samos, Chios, Kos e Leros sono sempre più sotto pressione per i continui arrivi di imbarcazioni provenienti dalla vicina Turchia, al punto che la scorsa settimana il ministro degli Esteri Nikos Dendias ha convocato l'ambasciatore turco Burak Ozugergin per chiedere un maggiore impegno da parte di Ankara nel fermare le partenze, anche sulla base di quanto previsto dall'accordo siglato a marzo del 2016 con l'Unione europea. Un paradosso se si considera che, secondo alcuni osservatori, a spingere i migranti alla fuga sia proprio la repressione messa in atto dalla Turchia nei loro confronti oltre che la ripresa dei combattimenti in Siria.
Che la situazione sia comunque cambiata rispetto agli anni passati non ci sono dubbi. Dal primo gennaio al primo settembre sono stati 60.460 i migranti arrivati in Europa e di questi, secondo i dati forniti dall'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, più della metà, 33.999, sono giunti in Grecia contro i 18.758 della Spagna i 5.234 dell'Italia, i 1.585 arrivati a Malta e i 794 di Cipro. Numeri che hanno fatto salire a 84.000 i migranti presenti in Grecia, 19.900 dei quali solo sulle cinque isole dell'Egeo. L'apice si è toccato giovedì della settimana scorsa quando in un solo giorno sono arrivate a Lesbos 13 imbarcazioni con in tutto 540 persone, delle quali 240 erano minori. E altri 400 migranti sono arrivati nel fine settimana. Uomini, donne bambini che, almeno per qualche giorno, non hanno avuto altra alternativa che finire nel campo di Moria, una ex caserma in grado di accogliere fino a tremila persone e trasformata in un centro di accoglienza dove oggi trovano posto 11.000 disperati costretti a vivere in condizioni igieniche inesistenti e per di più nel terrore a causa delle numerose violenze che si verificano al suo interno.
Per fronteggiare l'emergenza sabato scorso Mitsotakis ha convocato il Consiglio per gli affari esteri e della difesa e varato un pacchetto di sette misure tra le quali il trasferimento sulla terraferma di una parte di coloro che si trovano sulle isole e in particolare di 160 minori non accompagnati per i quali dovrebbe essere facilitato il ricongiungimento con le famiglie, l'aumento dei controlli di polizia nelle isole alla ricerca di coloro ai quali non è stato riconosciuto il diritto di asilo e maggiori controlli in mare. Ma anche una riforma del diritto di asilo che punta ad accorciare i tempi di esame delle domande (quelle presentate fino a maggio sono 37.045). Chi si vedrà rifiutata la protezione internazionale non potrà più fare ricorso in tribunale, come accade ora, ma dovrà rivolgersi direttamente alla giustizia amministrativa. Una riforma che ricalca quella varata nel 2017 in Italia dagli allora ministri Pd Minniti e Orlando.
I primi trasferimenti da Moria sono già cominciati. 720 migranti sono arrivati ieri in nave fino a Salonicco e da lì trasferiti nei campi allestiti a Nea Kavala, vicino al confine con la Macedonia, Kilkis e in altre strutture. Temporaneamente saranno alloggiati in 200 tende in attesa di una sistemazione più stabile. Un'operazione che non ha mancato di suscitare perplessità tra gli operatori umanitari. "La situazione Moria è sicuramente terribile, ma la decisione del governo di spostare i migranti non risolve il problema del sovraffollamento. È più che altro un esercizio di propaganda", ha spiegato nei giorni scorsi uno di loro al quotidiano britannico Telegraph.
di Stefania D'Ammicco
sanihelp.it, 4 settembre 2019
È stata pubblicata una ricerca che si basa sul programma di pratica in un penitenziario, e i dati sono davvero incoraggianti. Lo yoga in carcere è una realtà non solo presente in Italia, ma anche in altri Paesi. Tuttavia, la sola pratica può sicuramente dare dei risultati, ma tanti vorrebbero conoscere i dati relativi all'effettività dello yoga in carcere. Per questo sono stati raccolti i risultati relativi allo yoga in carcere che è stato proposto, a partire dal 2017, nell'Alexander Maconochie Center che si trova in Australia e, in modo più specifico, a Canberra.
Questo è stato il primo programma di yoga in Australia ad essere non solo proposto ma anche valutato sotto il punto di vista della sua efficacia. Infatti, i risultati relativi alla pratica sono stati seguiti, e sono stati ora pubblicati all'interno dell'International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology. Il risultato della pratica costante sarebbe stato davvero molto positivo, così come si legge nell'articolo. I prigionieri avrebbero mostrato di aver potuto ricever dei benefici dal punto di vista fisico e mentale grazie al programma.
Ancora più nello specifico, sarebbero migliorati di molto i livelli di stress, ansia e depressione. Allo stesso tempo, molti partecipanti al programma hanno potuto constatare un aumento della loro autostima, diventando maggiormente capaci non solo di seguire i programmi proposti all'interno del carcere, ma anche di porsi degli obiettivi che non fossero a brevissimo termine. Infine, grazie al programma i carcerati avrebbero avuto la possibilità di creare delle relazioni forti e sane con i compagni di cella e, in generale, con gli altri ospiti della struttura. Il programma ha coinvolto dieci prigionieri i quali hanno potuto seguire le lezioni di yoga per otto settimane in tutto, non abbandonando, in seguito, più la loro pratica.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 4 settembre 2019
In Gran Bretagna la situazione carceraria è disastrosa. Così parte un progetto da 2,5 miliardi di sterline. Un carcere senza sbarre e dal design innovativo, non grigio ma luminoso, con spazi ampi, luoghi di incontro e giardini rigogliosi, ma soprattutto in grado di garantire una detenzione dignitosa e un effettivo percorso di rieducazione.
È stata già ribattezzata "la prigione del futuro" e aprirà i battenti nel 2021 a Wellingborough, città della contea del Northamptonshire, in Inghilterra, nota per aver dato i natali a Thom Yorke, frontman dei Radiohead. Il nuovo istituto di pena, che costerà 253 milioni di sterline e ospiterà circa 1.600 detenuti, fa parte del maxi piano da 2,5 miliardi di sterline annunciato dal primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, per risollevare un sistema penitenziario ormai in ginocchio e al centro delle preoccupazioni internazionali: oltre 84 mila detenuti reclusi (il numero più alto nell'Europa occidentale), sovraffollamento cronico, aumento degli episodi di violenza, suicidi e morti in carcere, riduzione costante del personale penitenziario, alto tasso di recidiva. L'imbarazzo delle autorità britanniche ha toccato il punto di non ritorno lo scorso maggio, quando un tribunale olandese ha deciso di bloccare l'estradizione nel Regno Unito di un trafficante di droga per il rischio che l'uomo potesse subire un trattamento "inumano e degradante" nel carcere di Liverpool, dove sarebbe dovuto essere recluso.
Il governo sembra ora voler affrontare di petto l'emergenza, dando il via a un piano di assunzione di circa 20 mila agenti penitenziari e alla costruzione di nuovi istituti di pena in grado di ospitare altri 10 mila detenuti. In questo quadro c'è spazio anche per l'esperimento del nuovo carcere di Wellingborough, che, affidato allo studio di architettura di fama mondiale Bryden Wood, mira a realizzare "la più grande riprogettazione del carcere dall'epoca vittoriana". Niente più sbarre alle finestre, grazie all'impiego di vetri rinforzati.
Niente più struttura "Panopticon", secondo il modello elaborato alla fine del 700 da Jeremy Bentham, con un edificio centrale dal quale si dipanano i vari bracci con le celle dei detenuti, ora sostituita da una forma a croce, in cui i lunghi e anonimi corridoi si riducono in zone più piccole e più sociali, permettendo al personale carcerario di sviluppare migliori relazioni con i detenuti attraverso un contatto più diretto. Niente più oscurità, con la presenza di ampi cortili che si affacciano ai giardini e di un centro visite arioso e circondato da strutture in legno. Ma, soprattutto, niente più abbandono dei detenuti alla noia e alla solitudine, grazie a un unico hub centrale che fornirà istruzione, formazione professionale e servizi sociali.
Come raccontato dal Guardian, il "carcere del futuro" è stato disegnato grazie all'impiego della tecnologia della realtà virtuale, che ha consentito agli architetti di esplorare e testare gli innumerevoli layout con il personale carcerario, modificando le larghezze e le lunghezze dei corridoi, regolando le altezze del soffitto e modellando l'acustica per trovare un layout che garantisse un equilibrio tra riabilitazione dei detenuti ed efficienza operativa. Anche in Italia, per certi versi, le tecnologie della realtà virtuale hanno fatto il loro ingresso in carcere.
Basti pensare che l'unico film italiano in concorso nella categoria "Venice Virtual Reality" della 76esima edizione della Mostra del cinema di Venezia è un cortometraggio realizzato all'interno della casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino. Si intitola "VR Free", è diretto dal regista iraniano Milad Tangshir e consente di esplorare in prima persona gli spazi detentivi, catturando momenti salienti della vita in carcere. Nel film si vedono anche le reazioni di alcuni detenuti che, con l'aiuto dei caschi VR, riescono a partecipare virtualmente ad alcune situazioni collettive e intime che non sono più alla loro portata, come una passeggiata in un parco o una partita allo stadio.
Il Regno Unito, insomma, prova a guardare al modello di carcere scandinavo (senza sbarre, senza celle e con una vera rieducazione dei detenuti), ma con un grande paradosso: i dati dimostrano che la costruzione di nuove carceri determina sempre un aumento della popolazione carceraria. Se non accompagnata dalla chiusura delle strutture più fatiscenti, la strategia di Johnson rischia di consegnare al Regno Unito un sistema penitenziario con pochi casi virtuosi (come quello di Wellingborough) e la sopravvivenza di decine di carceri inadeguate a svolgere la loro funzione rieducativa, con uno scarso impatto sul tasso di recidiva dei condannati.
Un paradosso diverso, ma non troppo, sembra affliggere l'Italia, dove il numero di reati continua a scendere, ma le carceri sono sempre più sovraffollate (aumenta il tasso di detenzione): i detenuti reclusi nelle carceri italiane sono 60.254, a fronte di una capienza di 50.480. Ma nel nostro paese sembra non esserci alcuna intenzione di affrontare lo stato di illegalità del sistema penitenziario.
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