di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 31 agosto 2019
La Turchia sempre più coinvolta insieme agli Emirati, su sponde opposte. Anche l'inviato delle Nazioni Unite Salamé denuncia la massiccia ingerenza di potenze straniere ad alimentare il conflitto.
La terza guerra civile in Libia, focalizzata su Tripoli, si appresta a valicare anche il suo quinto mese di durata e non accenna a profilarsi alcun approdo. Anzi, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres - che fu sorpreso dallo scoppio del conflitto mentre si trovava proprio a Tripoli lo scorso 4 aprile - non più tardi di tre giorni fa ha ricordato che il protrarsi delle interferenze di potenze straniere, con la presenza sempre più massiccia di rifornimenti di armi pesanti in violazione dell'embargo Onu, di mercenari e combattenti stranieri, può solo portare a un conflitto più esteso, a una "guerra civile piena".
Il bilancio dei morti è ormai considerato a cifra piena, le vittime - quasi tutte tra i belligeranti - hanno superato quota mille e gli sfollati quota 100 mila. Lunedì scorso gli assedianti del generale Kalifa Haftar hanno tentato di riconquistare la loro ex base strategica a Gharyan - cittadina a un centinaio di chilometri a sud di Tripoli che era la testa di ponte dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) ed è stata persa alla fine di giugno - ma la riconquista non è riuscita. Ieri il premier di Tripoli Fayez Serraj ha potuto annunciare nuovamente che "Gharyan è nostra".
Nel frattempo il suo "simil-Salvini", il ministro dell'Interno Fathi Bashaga, uomo forte della città-Stato di Misurata, si è recato a colloquio con il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu per chiedere una cooperazione militare ancora più stretta, impegno ottenuto grazie al consueto alibi del riconoscimento Onu del governo di accordo nazionale che ormai è pero solo uno degli attori della guerra e non accenna più a seguire le indicazioni dell'Onu quanto a cessate il fuoco di lungo periodo e ripresa del dialogo politico con l'altra parte.
Secondo l'agenzia di informazione economica Bloomberg nell'attuale conflitto per il controllo della capitale libica, ma soprattutto per il controllo delle sue leve finanziarie - il fondo sovrano Libyan Investment Autority (Lia) e la Banca centrale che ripartisce i proventi del petrolio - ed economiche - la compagnia petrolifera statale Noc ma anche i lucrosi contratti per la ricostruzione delle infrastrutture devastate da otto anni di guerra civile a ondate - sono sempre più coinvolti gli Emirati arabi uniti e la Turchia.
Le armi che queste potenze regionali fanno affluire in Libia in violazione dell'embargo del 2011 sono: Uav di fabbricazione cinese tipo Wing Loong, altri tipo Bayraktar prodotti in Turchia, sistemi terra-aria russi Pantsir, veicoli corazzati turchi, oltre ai sistemi anticarro statunitensi Javelin ceduti ad Haftar dalla Francia com'è risultato dopo il ritiro dell'Lna da Gharyan a giugno, con grave imbarazzo per l'Eliseo.
In una intervista a Le Monde l'inviato Onu per la Libia Ghassan Salamé una settimana fa ha detto che la tara "più grave" sulla pace in Libia proviene dalle interferenze estere di "una decina di Stati". Sono loro che stimolano le varie fazioni a continuare a combattersi. E a loro - Italia inclusa - spetta disinnescare il conflitto.
di Biagio Chiariello
fanpage.it, 31 agosto 2019
I fatti sono avvenuti in una prigione della contea di Denver, in Colorado, dove la 27enne Diana Sanchez era detenuta da due settimane. Quello che "avrebbe dovuto essere uno dei giorni più felici della sua vita" si è trasformato in "una giornata di terrore, dolore e umiliazioni inutili che continua a causami trauma emotivo", si legge nella causa che la donna ha intentato contro il penitenziario.
Una donna americana ha partorito da sola nella sua cella in prigione, senza l'aiuto di infermieri o dipendenti della struttura in servizio, mentre le telecamere di sorveglianza hanno catturato l'intera esperienza, secondo una causa presentata mercoledì in tribunale alla Corte federale dello Stato del Colorado. I fatti sono avvenuti in un carcere di Denver, negli Stati Uniti il 31 luglio del 2018. La protagonista è Diana Sanchez, 27 anni. Quello che "avrebbe dovuto essere uno dei giorni più felici della sua vita" si è trasformato in "una giornata di terrore, dolore e umiliazioni inutili che continua a causami trauma emotivo", si legge nella causa.
Nel video registrato dalla telecamera interna della cella, acquisito dall'avvocato della donna, Mari Newman, e ora diffuso dai media, è possibile vedere la donna distesa su una brandina soffrire visibilmente, e quindi iniziare a partorire. Si intuiscono le grida di dolore della 27enne Sanchez, che chiede aiuto piangendo. "Nessun infermiere nel carcere della Contea di Denver ha preso le misure necessarie per fornire le cure utili a limitare i rischi che il neonato e la signora Sanchez avrebbero potuto correre", si legge ancora nella denuncia.
Stando invece alla polizia della contea, contattata dalla 'Bbc', dall'indagine interna condotta sarebbe emerso che "lo staff del carcere" avrebbe fornito alla detenuta "tutto il supporto medico necessario". Personale che viene accusato invece di negligenza e di atteggiamento "deliberatamente indifferente" nei confronti della donna e del piccolo J.S.M., a cui sarebbero mancate anche le "più elementari cure postparto". Diana Sanchez è stata incarcerata nella prigione della contea di Denver il 14 luglio 2018, per un furto di identità, ha spiegato l'avvocato Mari Newman a Nbc News giovedì.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 31 agosto 2019
Gennaio 1983, il 22enne Alvin Kennard, accompagnato da un complice entra a volto scoperto in una panetteria di Bessemer, cittadina di 27mila anime nel sudovest dell'Alabama, un lembo semi- rurale dell'hinterland di Birmingham. È visibilmente alterato, brandisce un coltello da tasca e ordina alla proprietaria di consegnargli l'incasso della mattina, poi si dà alla fuga con il compagno per spartirsi il "bottino" di 50,75 dollari. Una rapina maldestra in cui Kennard spargerà sul luogo decine di indizi. Tanto che alla polizia locale ci vogliono pochi giorni per identificarlo e arrestarlo.
Fin qui nulla di straordinario. Ma arriva il giorno della sentenza e per Kennard è una sepoltura: prigione a vita. Come è possibile una pena così pesante per un reato in cui non ci sono stati nemmeno dei feriti? La risposta sta nei cupi faldoni del Habitual Felony Offender Act dell'Alabama, un dispositivo penale che punisce i recidivi con l'ergastolo anche se non hanno commesso violenze nei confronti di altre persone.
E Kennard era recidivo. Quattro anni prima, quando era appena diciottenne, aveva scassinato un distributore automatico di benzina ed era stato condannato a tre anni di reclusione con il beneficio della libertà vigilata. Durante il processo per il colpo in panetteria Kennard si accusò di una terza rapina con scasso, sperando di ammansire la corte con la sua sincerità. Un'ingenuità che si rivela fatale: uno dei pilastri del Habitual Felony Offender Act è infatti il principio dei "tre delitti", ovvero alla seconda recidiva scatta l'ergastolo. Seppellito in una cella per cinquanta dollari.
Il giovane viene trasferito nel carcere di Bessemer, è l'unica concessione che ottiene, il che gli permetterà di ricevere regolarmente le visite di familiari e amici nel corso degli interminabili 35 anni di vita passati dietro le sbarre da "detenuto modello", come hanno testimoniato i secondini e le stesse autorità carcerarie. Il suo comportamento esemplare (diventa un fervente cristiano) e le misure intraprese dall'Alabama nel 2013 per limitare il mostruoso sovraffollamento delle sue prigioni permettono agli avvocati di Kennard aprire una piccola breccia. Ma è soprattutto grazie al paziente lavoro dell'Alabama Appleseed Center for Law and Justice (un gruppo di patrocinio legale senza scopo di lucro) che l'uomo riesce ad ottenere una nuova sentenza.
E mercoledì scorso, tra le grida di gioia dei suoi cari e i flash dei fotografi, il giudice distrettuale della contea di Jefferson David Carpenter gli restituisce la libertà, dando torto alla pubblica accusa che chiedeva almeno l'applicazione della libertà vigilata: "Sono certo che Alvin Kennard si sia pentito di ciò che ha fatto, era convinto che non sarebbe più uscito di prigione ma è stato ugualmente un prigioniero modello, non c'è dubbio che sia pronto a reinserirsi nella società", ha dichiarato Carpenter.
"Non pensavamo alla sua liberazione da almeno 20 anni, ci eravamo rassegnati al fatto che sarebbe morto in una cella, siamo commossi, mentre Alvin è sopraffatto dalla gioia, ringraziamo Dio", è stato invece il commento all'emittente Abc la nipote Patricia Jones. Ora, sulla soglia dei 60 anni, Kennard è un mite uomo di mezza età che ha trascorso la gran parte della sua esistenza in galera, le ferite di quell'ingiustizia le conserva tutte dentro di sé e nelle sue parole non c'è l'ombra del risentimento verso le autorità che gli hanno inflitto una condanna così assurda e crudele: "Sono pentito per quello che ho fatto, me ne assumo la responsabilità e non ce l'ho con nessuno. Vi ringrazio", le sue prime parole da uomo libero.
Dice che cercherà lavoro come carpentiere, lo stesso che voleva fare da giovane quando poi le scelte balorde dell'adolescenza lo fecero diventare un ladruncolo da quattro soldi e poi inciampare su una legge disumana e irrazionale uno degli Stati più arretrati e reazionari degli Usa. Talmente disumana e irrazionale che nella prima metà degli anni 2000 l'Habitual Felony Offender Act è stato sospeso anche se le sentenze non sono state riviste. Se fosse stato condannato oggi Kennard avrebbe scontato 10 anni di prigione con la possibilità di ottenere in pochi anni la libertà vigilata.
di Miranda Cikotic
La Voce del Popolo, 31 agosto 2019
Desta scalpore il caso del giovane detenuto. Il ministro della Giustizia vuole vederci chiaro. Kristian Vukasovic è morto di paura. È questo l'esito dell'esame dell'autopsia, eseguita ieri sul corpo del ragazzo 18enne arrivato all'Ospedale di Spalato dal carcere di Bilice.
Il medico legale che ha eseguito l'esame, confermando la morte per arresto cardiaco, è convinto che le cause del decesso siano dovute alla paura, alla mancanza di sonno e alle costanti violenze psicologiche alle quali era esposto. Vinko Ljubicic, l'avvocato che tutela gli interessi della famiglia, non ha ancora ricevuto in forma ufficiale i risultati dell'autopsia, ma le dichiarazioni fatte dal medico legale gli sono bastate, anche perché confermano la sua ipotesi iniziale.
"La famiglia sospettava già che potesse essere questo il motivo della morte, ossia i traumi psicologici e le condizioni di detenzione in prigione. Anche se gli esami non sono ancora definitivi, con altri accertamenti che verranno fatti nei prossimi giorni, sembra scontato che la famiglia faccia causa allo Stato", ha affermato Ljubicic.
Il giovane stava scontando una condanna di otto mesi che gli era stata comminata ad aprile per aver appiccato un incendio, che aveva bruciato cinque ulivi e un ettaro di prato. Una volta commesso il reato, si era recato alla stazione di Polizia per costituirsi. La sua condizione era particolare, in quanto si trattava di un ragazzo con difficoltà nello sviluppo e con una grave invalidità e disturbi da piromane.
Durante i mesi di detenzione era stato più volte trasferito al Reparto di infermeria dell'Ospedale di Zagabria, dove gli erano state riscontrate tendenze suicide. A parte questo, però, si era fatto ben poco, con il ragazzo che era stato rimandato ogni volta in prigione a Spalato. Fino a quando non è stato trasferito d'urgenza nell'ospedale della città, dov'è deceduto.
La Procura di Stato e il Ministero della Giustizia hanno rilevato di non aver riscontrato alcuna irregolarità nel funzionamento del carcere dalmata. Nel frattempo, però, il ministro Dražen Bošnjakovic, ha annunciato una sua visita a Spalato, dove incontrerà di persona il direttore del penitenziario, i detenuti e il personale medico dell'Ospedale. "Dobbiamo attendere la fine degli esami dell'autopsia, poi sapremo se c'è un nesso di causalità fra la sua morte e il trattamento in carcere. Se ciò dovesse essere confermato, metteremo in atto tutte le misure consone al caso", ha affermato il ministro della Giustizia.
di Marco Perduca
huffingtonpost.it, 31 agosto 2019
A vederla sulla carta, una maggioranza di Parlamentari pronta ad assumersi la responsabilità di mettere in atto scelte di discontinuità (anche) sulle "droghe" ci sarebbe. Il Movimento 5 Stelle è, da sempre, favorevole addirittura alla legalizzazione della cannabis, il Pd magari lo è un po' meno o con meno convinzione ma sicuramente è lontano anni luce dalla reazione proibizionista che, almeno a parole, ha caratterizzato i 14 mesi di connubio anti-droga Salvini-Fontana. LeU e il gruppo misto hanno al proprio interno sinceri antiproibizionisti e politici moderati di lungo corso che, al momento del bisogno, riescono a esercitare il necessario "buon senso" per favorire il governo di fenomeno complessi.
Quale sia la complessità del fenomeno "droghe" in Italia è in effetti difficile dirlo. Se da un lato il governo non ha ancora pubblicato la sua "relazione annuale al Parlamento", dall'altro sono ormai 10 anni che non viene convocata la Conferenza nazionale che di droghe dovrebbe parlare - e ne dovrebbe parlare (anche) per far il punto sugli effetti, positivi e/o negativi, che l'applicazione del Testo Unico sulle droghe 309/90 ha prodotto negli ormai suoi 30 anni di vita.
Prima di esser tutto quello per cui le "droghe" sono note, occorre prendere atto laicamente che la presenza di queste sostanze è un elemento strutturale nella nostra società. Secondo le stime degli ultimi anni raccolte dal Dipartimento per le Politiche Anti-Droga della Presidenza del Consiglio in collaborazione con il CNR, circa otto milioni di persone incontrano una sostanza illecita nel corso di un anno. Se l'indagine si amplia ai comportamenti di una vita la percentuale di coloro che hanno provato qualcosa di proibito dalla legge ex-Jervolino Vassalli sale a circa un terzo dei 60 milioni di persone che vivono in Italia.
Certo la sostanza più consumata è la cannabis coi suoi derivati, poco oltre 6 milioni, ma i rischi di incappare in sanzioni penali e amministrative non diminuiscono neanche in virtù della (presunta o reale) "leggerezza" della sostanza. Gli altri due milioni di consumatori son divisi per due terzi tra chi usa cocaina e il rimanente consumatore d'eroina. Secondo il governo le sostanze sintetiche sono una percentuale misteriosamente bassa, specie se paragonate ad altri paesi europei.
Questa presenza di sostanze illegali è, naturalmente, garantita da organizzazioni internazionali con presenza capillare in tutte le città italiane dalle scuole alle carceri e contatti, connivenze e accordi di cartello con narco-mafie transnazionali. Ammesso, e comunque non concesso, che si possa quantificare l'ammontare di cannabis, cocaina, eroina, anfetamine, e nuove sostanze psichedeliche che circola in Italia, queste "droghe" muovono intorno ai 18 miliardi di euro. Una "manovrina".
Sebbene nel 2014 la Corte Costituzionale abbia annullato ampie parti della legge cosiddetta Fini-Giovanardi, perché inclusa nel decreto che finanziò le Olimpiadi invernali di Torino del 2006, gli aggiustamenti occorsi nella primavere di quell'anno, pure ristabilendo una differenza di trattamento penale tra "pesanti" e "leggere, non cancellarono totalmente le sanzioni per la detenzione e il consumo personale. Col passare degli anni, e la disattenzione circa le priorità di politica giudiziaria in Italia - e un'inerzia da populismo penale per cui comunque occorreva far "la voce grossa" contro le droghe andando a perseguire lo spaccio, specie se effettuato da non italiani - si è tornati ad arrestare, multare e segnalare ai prefetti oltre centomila persone all'anno. Di queste circa 15mila restano in carcere.
Un gruppo di organizzazioni non-governative, quelle che da sempre sono tra le più attente alle politiche criminogene proibizioniste (tra le altre Forum Droghe, Società della Ragione, Antigone, a Buon Diritto, Associazione Luca Coscioni e CGIL), ha recentemente presentato il X Libro Bianco sulle Droghe da cui risulta che se detenzione e uso personale venissero depenalizzati le carceri italiane tornerebbero a essere, almeno dal punto di vista del numero dei detenuti, in linea con la Convenzione europea dei diritti umani. Senza quelle 15mila persone i nostri istituti di pena ospiterebbero infatti le 45mila persone per cui sono stati pensati.
Nelle ultime settimane, grazie alle fissazioni del ministro dell'Interno, abbiamo anche dovuto assistere a raid davanti alle scuole - i dati del Viminale pubblicati il 15 agosto scorso parlano di 13mila agenti impegnati in oltre 20mila interventi in centinaia di istituti che hanno fruttato il sequestro di 14 chili di roba - e di campagne di terrore psico-alimentare nei confronti della canapa industriale che a dicembre 2016 tutti, Lega compresa, avevano ri-legalizzato dopo una quarantina d'anni di danni economico-ambientali a molte regioni e imprenditori italiani.
Seppure legalizzata dal 2007, la prescrizione di cannabinoidi terapeutici resta molto problematica. Manca informazione sul perché possa, eventualmente, esser prevista, su chi abbia titolo per scrivere la ricetta, dove la si possa reperire, quanto costi e, cosa ancora più grave, mancano piani nazionali o regionali di formazione degli operatori coinvolti.
Mancano infine i prodotti, lo Stabilimento Farmaceutico Militare di Firenze che dal 2015 ha avviato una coltivazione indoor di infiorescenze ricche del principio attivo CBD (non controllato a livello internazionale) non riesce a garantire il fabbisogno nazionale di 1000 chili neanche per un 15% e le somme stanziate per incrementare le importazione dai Paesi bassi e dalla Germania non consentono comunque una continuità terapeutica degna di tal nome.
Ultimo, ma non ultimo per gli intenditori, Andrea Orlando, quando era ministro della Giustizia, nel 2016 alla sessione speciale delle Nazioni unite per le droghe, ebbe parole chiare circa la necessità di riorganizzare le politiche (nazionali e internazionali) in materia di droghe attorno alle evidenze scientifiche e facendo tesoro dell'esito positivo di riforme occorse in giro per il mondo - e da allora sono entrate a regime la legalizzazione della cannabis in Uruguay e Canada, mentre Giamaica e Lussemburgo si stanno avvicinando alla meta della regolamentazione legale e una decina di Stati Usa hanno visto verificarsi tutte le più rosee previsioni anti-proibizioniste.
È notizia, molto riservata, che l'Italia abbia manifestato l'interesse a tornare a guidare l'Ufficio Onu per le droghe e il crimine dopo la parentesi del russo Fedetoff. Con tutti i problemi che ci sono in Italia proprio di droga ci dobbiamo occupare? Se, come si legge, la discontinuità deve essere uno dei tratti distintivi del governo che sta per nascere, niente è mai stato meno riformato che il proibizionismo sulle droghe. E una discontinuità che impatta positivamente sui comportamenti di milioni di persone non può che essere benvenuta - oltre che popolare.
Qualche spunto a legislazione vigente:
1) rinominare il dipartimento che presso la Presidenza del Consiglio oggi si chiama "per le politiche anti-droga" in "per le politiche sulle droghe". Quando Delrio era sotto-segretario di Palazzo Chigi era tutto pronto, recuperare quel documento sarebbe un indubbio segnale di "novità";
2) avviare la convocazione della Conferenza Nazionale sulle droghe coinvolgendo tutti gli operatori, pubblici, privati, nazionali, internazionali e non-governativi per fare un punto su tutte le tematiche attorno agli stupefacenti proibiti;
3) presentare al Parlamento i dati raccolti nella relazione sulle droghe su consumi e criticità derivanti dalla presenza di sostanze illecite in Italia;
4) degradare bassa priorità di politica giudiziaria, la caccia di chi consumo e/o detiene sostanze illecite per fini personali;
5) rafforzare il sistema di allerta rapido per affrontare situazioni in cui arrivano partite di sostanze particolarmente pericolose;
6) potenziare la rete di servizi per le persone che hanno un rapporto problematico cogli stupefacenti, anche per scongiurare seriamente, il loro ingresso nel circuito penale;
7) adottare una definizione di 'riduzione del danno' incluso tre anni fai nei LEA (livelli essenziali di assistenza) nel pieno rispetto del diritto alla salute e in linea colle raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità;
8) promuovere partnership pubblico-privato (arrivando gradualmente a "liberalizzare" il settore) per la produzione di infiorescenza ricche dei principi attivi THC e CBD per fini terapeutici e comunque prevedere gare d'appalto con tempi certi di consegna dei prodotti necessari;
9) promuovere studi sui derivati della cannabis a partire da quelli prodotti a Firenze;
10) definire chiaramente le destinazioni d'uso dei prodotti a base di canapa contenenti percentuali sotto lo 0,6% di THC in modo da cancellare le incertezze - e chiaramente le persecuzioni - attorno alla produzione, commercio e uso di decine di prodotti agro-alimentari;
11) accompagnare, o lasciar procedere, il percorso parlamentare per una regolamentazione legale della cannabis e suoi derivati e una strutturale depenalizzazione dell'uso e possesso di tutte le altre sostanze oggi proibite. Ci sono validi progetti legislativi depositati da vari Deputati e Senatori, oltre che una proposta di legge d'iniziativa popolare presentata alla Camera nel 2016 e ancora valida.
Si dirà che il Segretario del Partito Democratico qualche mese fa, a domanda, ha risposto di non essere "mai stato a favore della legalizzazione della cannabis". Posto che qui nessuno per ora gliel'ha chiesto è bene tener presente che non era neanche particolarmente incline a fare un governo col Movimento 5 Stelle. Se discontinuità dev'essere, è bene che lo sia, e niente è più radicalmente discontinuo che rivedere decenni di politiche criminogene sulle droghe. Il presidente Conte ci pensi seriamente.
Corriere della Sera, 31 agosto 2019
Sembrava fatta. E invece no. Giovedì alcune agenzie di stampa russe hanno annunciato che il regista ucraino e premio Sacharov Oleg Sentsov, che sta scontando 20 anni di reclusione in Russia con l'accusa di terrorismo, era già stato trasferito a Mosca in vista di un possibile scambio di prigionieri che comprende anche i marinai arrestati nel corso dello scontro fra navi nello stretto di Kerch. Poi l'ufficio della presidenza ucraina, in una nota, ha smentito la scarcerazione.
"Il processo è in corso, le informazioni sul suo completamento non sono vere", ha dichiarato lo staff del presidente Volodymyr Zelensky precisando che saranno i "canali ufficiali" a comunicare la liberazione. La notizia è arrivata il giorno dopo che l'Ucraina ha rilasciato Kyrylo Vyshynsky, caporedattore dell'agenzia di stampa di Stato russa Ria Novosti, in attesa del suo processo per tradimento. A far credere che la trattativa si fosse sbloccata, il post su Facebook della deputata ucraina Anna Islamova, condiviso dal nuovo procuratore generale Ruslan Riaboshapka, che dava lo scambio come "completato".
Lo scambio di prigionieri è stato il primo argomento discusso durante la prima telefonata tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Zelenskij a luglio. Circa 13mila persone sono state uccise nel conflitto ucraino con i separatisti sostenuti dalla Russia in Ucraina orientale, scoppiato poco dopo l'annessione da parte di Mosca della Crimea nel 2014. Uno scambio potrebbe essere un primo passo per allentare le tensioni tra Kiev e Mosca.
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 31 agosto 2019
Collaboratore del Guardian e dell'Economist, si trova dalla fine di luglio in carcere a Dar es Salaam con accuse pretestuose. Il presidente della Tanzania, John Magufuli, lo considera un nemico personale.
Dimentichiamo la mitica canzone degli anni 60, interpretata da Pascal Danel e ispirata al racconto di Hemingway, e lasciamo perdere anche il film omonimo,Le nevi del Kilimangiarodi Robert Guédiguian, dove il portuale disoccupato Michel e la moglie Marie-Claire danno al mondo una tormentata lezione di solidarietà prendendo in casa i fratellini dell'ex collega che aveva rubato loro i soldi destinati a un viaggio africano.
La Tanzania non è un Paese dei sogni. Non lo è malgrado il Kilimangiaro, il parco nazionale del Serengeti, le isole di Zanzibar. È un Paese dove un brillante giornalista investigativo, Erick Kabendera, collaboratore del Guardian e dell'Economist, si trova dalla fine di luglio in carcere con accuse pretestuose. "Si tratta di una farsa e le imputazioni contro di lui hanno una motivazione politica", ha detto Joan Nyanyuki, direttrice di Amnesty International per l'Africa orientale.
Kabendera, 39 anni, è stato assurdamente incriminato per riciclaggio ed evasione fiscale. La prima udienza del processo, chiaramente pilotato, si è conclusa con un rinvio. Anche Stati Uniti e Gran Bretagna hanno espresso la loro preoccupazione.
Ma perché sta accadendo tutto questo? L'uomo forte della Tanzania, John Magufuli, considera un nemico personale questo reporter che si è occupato delle lotte interne nel Chama Cha Mapinduzi, il "Partito della rivoluzione", al potere dall'indipendenza. Va poi ricordato che in quattro anni di governo del "bulldozer", come è soprannominato il presidente, sono stati arrestati politici di opposizione, chiusi giornali ed emittenti radiofoniche. Niente si sa inoltre della sorte di un altro giornalista, Azory Gwanda, rapito nel 2017.
Diventato inizialmente popolare per il sua programma di lotta alla corruzione, Magufuli continua a comandare, esibendosi in una serie di divieti. Ha proibito tra l'altro i raduni politici e i viaggi all'estero dei funzionari governativi. Intanto Kabendera aspetta, chiuso in una cella del carcere di Segerea, a Dar es Salaam. Nella loro semplicità colpiscono le parole della madre ottantenne, Verdiana Mujwahuzi. "È lui - ha detto a The Citizen- che mi portava sempre le medicine di cui ho bisogno".
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 agosto 2019
Un punto d'incontro c'è: la riforma del Csm. Il resto per ora fa parte dei satelliti. Ma nel cuore del sistema solare giallo- rosso, la giustizia entra eccome. Non solo nelle parole di Giuseppe Conte, che dopo la formale assunzione dell'incarico si limita all'affermazione di valori per una "giustizia ancora più equa". La convergenza almeno parziale su uno dei dossier da sempre "caldi" è nero su bianco anche nel documento congiunto messo a punto la sera prima dagli sherpa dei due partiti. Una task force che va dal capogruppo dei pentastellati alla Camera Francesco D'Uva a un dirigente dem come Andrea Martella, coordinatore della segreteria e non a caso tra i più vicini, da sempre, all'ex guardasigilli Andrea Orlando.
C'è dunque una notizia certa: dell'ampio ddl messo a punto da Alfonso Bonafede (e "respinto" dalla Lega) verrà senz'altro messa al sicuro la parte che ridisegna l'organo di governo autonomo dei magistrati. Sia riguardo al sistema per eleggere i togati, con il ricorso al sorteggio per individuare i candidabili e limitare le correnti, sia rispetto alla composizione, con il numero dei consiglieri innalzato da 26 e 30 e la "specializzazione" dei componenti assegnati alla sezione disciplinare, che non potranno far parte di alcuna altra commissione. Ma l'intesa già trovata su un tema così delicato - che implica una scelta netta sulla magistratura - non va colto come un'eccezione. Preannuncia, anzi, una parziale convergenza tra le due figure che daranno le carte in materia di giustizia: lo stesso ministro uscente, e in via di riconferma, Alfonso Bonafede, e il suo predecessore, Orlando appunto.
È evidente che, se esistono materie destinate a vederli contrapposti, a cominciare dalle intercettazioni, ce ne sono altre sulle quali sono destinati a un'intesa assai più stabile della rapsodica convivenza Bonafede-Bongiorno. E se nella seconda categoria la riforma del Csm è già formalmente inclusa, lo sarà a breve, e anzi lo è già nei fatti, anche la riforma costituzionale sul ruolo dell'avvocato.
Poche settimane prima che deflagrasse la crisi con la Lega, infatti, Orlando aveva tenuto a rassicurare Bonafede sulla propria disponibilità a sostenere il ddl sulla professione forense. D'altronde lo stesso Cnf, che sollecita la politica a sancire nella Carta la "libertà e indipendenza" dell'avvocato, ha fin dall'inizio auspicato che sul tema potessero convergere tutte le forze politiche", per citare Andrea Mascherin.
Convergenza possibile a maggior ragione ora. Se infatti il vicesegretario dem è prontissimo a schierare il suo partito per l'avvocato in Costituzione, lo è anche la Lega: il ddl che introduce la riforma, infatti, ha come primo firmatario il capogruppo del Movimento al Senato Stefano Patuanelli, ma è sottoscritto anche dal presidente dei senatori del Carroccio, Massimiliano Romeo. Il testo, che integra l'articolo 111 e che afferma innanzitutto l'imprescindibilità dell'avvocato nel processo, è assegnato alla commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.
L'esame non è ancora iniziato anche per scelta del leghista che guida la prima commissione, Stefano Borghesi, rigoroso nel voler evitare ingorghi nel calendario e determinato dunque ad avviare l'esame del ddl sulla professione forense solo dopo il definitivo via libera al taglio dei parlamentari. Ma è chiaro che l'imprevedibile cambio di maggioranza rafforza eccome la spinta a favore della legge 1199.
Tra la linea sulla giustizia di Bonafede e quella adottata, nella legislatura precedente, da Orlando, c'è infatti un'analogia evidente: entrambi hanno fin dall'inizio stabilito un rapporto di intenso confronto con gli avvocati, e in particolare con il presidente del Cnf Mascherin.
Non una sintonia assoluta: se tra l'avvocatura e Bonafede resta il solco aperto dalla "nuova" prescrizione, con Orlando non è ancora chiusa la ferita della riforma penitenziaria lasciata incompiuta. Ma entrambi hanno subito riconosciuto la centralità dell'avvocatura nella giurisdizione e la necessità di assegnarle un'autonomia assimilabile a quella dei magistrati. Ora, con l'intesa che vede l'asse sulla giustizia imperniato proprio su Bonafede e Orlando, il riconoscimento costituzionale della professione forense è davvero a portata di mano.
di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 30 agosto 2019
Accusato di omicidio per colpa di un'espressione dialettale travisata: come fai a non impazzire? Nella vicenda che vi raccontiamo, il dramma delle migliaia di persone che ogni anno i cosiddetti "errori giudiziari" derubano di un pezzo di vita. Davanti a una storia così, viene da chiedersi: come ha fatto a non impazzire?
di Paolo Vites
ilsussidiario.net, 30 agosto 2019
Purtroppo ci vuole sempre una persona nota, o come nel caso in questione, un parente di persona nota perché situazioni come queste arrivino sui giornali. A lanciare l'allarme è infatti stata la sorella del noto attore Kim Rossi Stuart, Loretta, il cui figlio di 25 anni, Giacomo Seydou Sy, 25 anni, affetto da bipolarismo, e quindi secondo la relazione psichiatrica, "inadatto al regime carcerario" si trova invece a Rebibbia invece che nelle strutture adeguate previste dalla legge, i cosiddetti Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) che hanno preso il posto dopo la chiusura nel 2015 degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
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