di Alessandro Bertoli
Avvenire, 16 ottobre 2019
Il 24 ottobre ricorrerà il trentesimo compleanno del Codice di procedura penale: pur sfogliandolo quotidianamente da undici anni, resta per me territorio ancora ampiamente inesplorato, non di rado capace di riservare sorprese nascoste nei suoi commi - originari o aggiunti dal legislatore nel tempo - o nelle interpretazioni che degli stessi la giurisprudenza della suprema Corte non si stanca mai di offrire.
Trent'anni sono sufficienti per fare un bilancio. Numerosi addetti ai lavori che, a differenza mia, hanno avuto modo di vedere i mutamenti dell'ordinamento sin dagli esordi del Codice stanno offrendo le loro valutazioni, chi positive, chi meno. Tra questi ultimi il dottor Paolo Borgna, magistrato di grande esperienza, di cui ho letto con interesse l'articolo apparso su Avvenire lo scorso 3 settembre (si può leggere a questo link: tinyurl.com/y3owu2km ). Partendo da un dato d'esperienza incontestabile, ossia la lunghezza (o meglio lungaggine) dei procedimenti, egli ritiene fallimentare l'esperienza del vigente Codice di rito.
È vero, numerosi processi sono troppo lunghi, benché, in concreto, non direi frequenti quelli ultradecennali. Sto parlando dei processi penali ma forse anche questi, come quelli civili, saranno destinati a sprofondare in tempi biblici, a causa della sciagurata scelta di abolire la prescrizione: un "rattoppo" al codice penale - non a quello di procedura - che si riverbererà inevitabilmente sulla lunghezza del processo.
La diagnosi della patologia identificata da Borgna è dunque corretta e meritevole il prima possibile di una cura, ma non penso che il "Codice Vassalli" sia l'origine di tutti i mali. Sono convinto che le piccole riforme siano un rischio, ma mi permetto di annotare che i "mini-interventi" più recenti, in ambito procedurale, si stanno rivelando positivi: dalla sospensione dei processi a carico delle persone irreperibili alla sospensione di quelli per reati meno gravi finalizzata a sottoporre l'accusato a una prova in favore della collettività; dalla possibilità di dichiarare l'estinzione dei reati di particolare tenuità alla chiusura dei processi tramite condotte riparatorie giudicate idonee anche laddove la persona offesa - per partito preso - non voglia rimettere la querela.
Non è possibile, a mio avviso, ipotizzare N in questo frangente storico e politico una riforma radicale del Codice di procedura sia perché mancano in Parlamento giuristi all'altezza di un tale ambizioso progetto, sia perché -in ogni caso - il pensiero politico è talmente segmentato e arroccato su posizioni antitetiche, che non vi sarebbe la serenità per approvare meccanismi procedurali più snelli, coerenti e aderenti allo schema costituzionale del "giusto processo" di quello ad oggi in vigore.
Vi è, infine, una terza ragione che mi pare militare in direzione opposta alla tensione totalmente riformatrice del Codice di rito: la metabolizzazione delle regole del gioco da parte degli operatori (avvocati, giudici, cancellieri, polizia giudiziaria, ausiliari e consulenti di vario tipo) e la loro esatta interpretazione giurisprudenziale è di per sé un processo strutturalmente lento, che necessita di anni, se non di decenni. Il Codice in vigore - prossimo appunto al compimento del trentesimo anno di vita - è da moltissimi penalisti (formatisi all'epoca del Giudice Istruttore) definito ancora oggi il "Nuovo Codice".
In sintesi ritengo che il Codice di procedura penale, nel variegato orizzonte legislativo, resti un piccolo capolavoro che sebbene fatichi a reggere la massa travolgente dei procedimenti penali, ancora resiste e laddove non avvertito come un peso, ma applicato come garanzia di funzionamento di quella complessa macchina retrospettiva che è il processo penale, sa offrire dei risultati talora stupefacenti. Bene - si potrebbe dire ora - questo discorso può valere per pochi processi dove fare un dibattimento articolato è necessario ai fini della giustizia.
Il problema è che il sistema è nel suo complesso ingolfato perché la maggior parte dei processi dovrebbe essere definita con i riti alternativi, cioè con quelle forme di procedimento più agili per i Tribunali e vantaggiose per i diretti interessati. Secondo Borgna sta proprio qui il fallimento: i colpevoli preferiscono puntare sulle lungaggini procedurali e scegliere la via del dibattimento e così facendo contribuiscono a incagliare ulteriormente la situazione. T-la avvocato, tuttavia, penso di poter dire che ben di rado si consiglia al proprio assistito di affrontare un dibattimento solo perché "allunga il brodo".
Capita eventualmente nei casi già di per sé patologici, ossia quelli in cui le indagini sono (formalmente) durate anni e l'azione penale è stata esercitata quasi a ridosso della prescrizione. Altrimenti il criterio del tempo raramente influenza le scelte difensive. Rispetto a certi reati (ad esempio quelli in materia di stupefacenti) o a certi contesti (quando si viene arrestati in flagrante e tratti per direttissima avanti a un Giudice l'indomani rispetto al fatto) si patteggia moltissimo.
Si fanno accordi che in pochi minuti vengono raggiunti tra Pm e avvocato, sentenziati, motivati contestualmente (questo vuole la Cassazione) e che, di fatto sprovvisti di effettive impugnazioni, diventano irrevocabili nel volgere di due settimane o poco più. D robabilmente è vero - statistiche nazionali alla mano - che per l'abbreviato si opta ancora troppo poco. Con questo rito si accetta un giudizio sulle carte: quelle dell'indagine condotta dal Pm, ma volendo pure quelle relative alle investigazioni del difensore.
In cambio della celerità, in caso di condanna, si ottiene lo sconto secco di un terzo della pena. Cosa frena la scelta? Non penso il desiderio del dibattimento (se si fa il processo "normale" l'avvocato costa di più e c'è il rischio che arrivi una condanna più gravosa), ma credo piuttosto il timore di una interpretazione restrittiva dell'abbreviato. Che si dovrebbe poter scegliere con una certa serenità (innocente o colpevole che sia l'imputato) quando si ritenesse probabile l'assoluzione per l'insufficienza delle prove raccolte.
Sta qui un problema che a mio avviso non risiede nella carta, ma nella mente. È diffusa l'idea (purtroppo confessatami come propria anche da alcuni giudici) che si faccia l'abbreviato solo per avere lo sconto. Ma non è così: servirebbe un cambio di mentalità all'insegna del garantismo, ossia nel solco del Codice vigente.
Sul fronte dell'avvocatura sarebbe opportuna una maggiore e più seria specializzazione, perché non sempre siamo all'altezza della nostra professione. In un contesto di più approfondita conoscenza non solo della lettera, ma dello spirito del Codice di procedura penale ritengo possibile quel dialogo tra magistrati e avvocati che Borgna auspica. Rispettarsi reciprocamente porta a parlarsi direttamente, senza una visione autoreferenziale e oracolistica del proprio ufficio. Non stiamo vivendo tempi bui per la giustizia penale.
Molte nubi si possono dissipare senza cambiare le regole del gioco. E questo mi pare tanto più possibile in un tempo in cui la magistratura, proprio perché travolta da uno scandalo, sta positivamente dimostrando di non essere una casta e di controllare la correttezza dell'operato dei suoi vertici e anche l'avvocatura (lentamente, ma progressivamente) sta abdicando all'idea di appartenere ad un ceto, favorendo l'avvicendamento dei rappresentati nei propri consigli e offrendo, tramite un associazionismo vivace, un contributo disinteressato alla tutela dei diritti fondamentali di tutte le persone, indipendentemente dalle loro condizioni e provenienze. *Avvocato, Unione giuristi cattolici italiani
di Laura Pasotti
Redattore Sociale, 16 ottobre 2019
Da inizio anno si sono uccisi 10 poliziotti penitenziari e 36 detenuti. Gli ultimi episodi a Piacenza, Foggia e nel carcere di Regina Coeli tra l'11 e il 14 ottobre. "Noi agenti impreparati. Serve lavoro in sinergia con altre figure professionali. E aprire punti di ascolto psicologico esterni".
Sono 10 i poliziotti penitenziari che si sono uccisi dall'inizio del 2019 (fonte Osservatorio suicidi in divisa). Gli ultimi due casi si sono verificati a Piacenza, dove l'11 ottobre un agente di 53 anni originario della Calabria e da anni in servizio al carcere delle Novate si è ucciso, e nel foggiano, dove il giorno successivo un agente della stessa età in servizio nel carcere di Foggia ha ucciso la moglie e le due figlie e poi si è suicidato con la pistola d'ordinanza. In oltre vent'anni, tra il 1997 e il 2019, si arrivano a contare 153 agenti che si sono tolti la vita (fonte Ristretti orizzonti).
Sono 36 i suicidi tra i detenuti registrati nel 2019: lo dice il dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti, aggiornato al 14 ottobre, giorno in cui nel carcere di Regina Coeli a Roma un uomo di 52 anni si è impiccato nella sua cella. Più di mille, sempre secondo Ristretti Orizzonti, i detenuti che si sono suicidati tra il 2000 e il 2019.
"Quello dei suicidi è un tema trasversale che tocca i poliziotti penitenziari e i detenuti, realtà polarizzate che però si guardano e condividono la vita in carcere - dice Nicola D'Amore, agente in servizio nel carcere di Bologna e delegato del Sinappe, il Sindacato nazionale autonomo della Polizia penitenziaria - Il nostro è un lavoro che incide sulla psiche, tossico.
E quella tossicità finisci per portartela a casa, si accumula, e se non c'è un familiare che sa ascoltare, o se non si capisce che è il momento di andare dallo psicologo, si può arrivare a gesti estremi. Dall'altra parte, i detenuti spesso hanno come unica via per farsi sentire quella di farsi male, di ricorrere a gesti di autolesionismo o al suicidio. E noi siamo impreparati ad affrontare questa realtà".
Un'esperienza in carcere di quasi 25 anni, iniziata "per non sprecare un anno di vita a imparare a fare la guerra con il militare" e diventata poi una scelta a lungo termine, D'Amore sottolinea che "oggi il carcere è più un contenitore di marginalità sociale che un luogo di rieducazione. Le possibilità per i detenuti sono poche, la detenzione dinamica voluta dopo la sentenza Torreggiani (nel 2013 la Corte europea di Strasburgo ha condannato l'Italia per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo sui trattamenti inumani e degradanti, ndr) è ancora lontana dall'essere realizzata: i detenuti vengono aperti al mattino, possono andare all'aria in determinati orari ma per il resto stanno in sezione, abbandonati all'ozio". Anche il lavoro è solo per pochi fortunati, anche se esistono esperienze positive. "In alcune carceri del Nord Italia ci sono imprese che hanno scelto di investire e hanno realizzato progetti in applicazione del comma terzo dell'articolo 27 della Costituzione ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", ndr) - afferma D'Amore - ma per tutti gli altri il carcere è trascorrere il tempo, un tempo non valorizzato in cui finiscono per confrontarsi con le esperienze che li hanno portati dentro e a volte escono più delinquenti di quando sono entrati".
In carcere spesso si ripropongono le stesse dinamiche che si vivono all'esterno, "ma se si investiga solo in caso di eventi critici, il carcere finisce per diventare la scuola del crimine". Dinamiche da cui non sono immuni nemmeno gli agenti, basta pensare ad esempio al coinvolgimento di alcuni poliziotti penitenziari in un filone del processo Aemilia, in corso e per il quale si aspetta l'ultimo grado di giudizio.
Da tempo, i sindacati della Polizia penitenziaria chiedono l'attivazione di punti di ascolto psicologico per gli agenti, ma finora sono poche le realtà che li hanno realizzati. "Abbiamo sempre chiesto punti di ascolto esterni - continua D'Amore - perché rivolgersi allo psicologo interno al carcere porterebbe a stigmatizzare il collega, ad attaccargli addosso un'etichetta. Anche parlarne con i superiori è difficile. Sembra che la cultura dominante sia quella che ci vuole uomini, a soffrire in silenzio".
Non dimentichiamo che, fino a qualche anno fa, il poliziotto penitenziario proveniva esclusivamente dalle forze armate, dall'esercito. Mentre oggi qualcosa sta cambiando. "Ci sono agenti provenienti dalla vita civile, laureati in sociologia o scienze della formazione - dice D'Amore - perché in carcere non si viene a fare la guerra, l'importante è parlare, sapersi mettere nei panni dell'altro, risolvere i problemi in modo diverso e non con la forza fisica che pure la legge ci consente di usare".
Spesso, però, gli agenti sono impreparati, non formati per affrontare il disagio o per relazionarsi con detenuti con patologie psichiatriche. Fondamentale quindi è lavorare in sinergia con le altre figure professionali presenti in carcere come i funzionari giuridico pedagogici, ovvero gli educatori, "il cui ruolo è importantissimo per il percorso rieducativo ma che sono costantemente sotto organico e, in alcuni istituti, finiscono per vedere i detenuti una volta all'anno se non di meno".
Secondo gli ultimi dati del Rapporto di Antigone c'è carenza sia di agenti che di educatori: i primi sono circa 31 mila contro una previsione in organico di 37 mila, i secondi 925 contro una pianta organica di 999, per una popolazione detenuta di circa 60 mila persone. Gli agenti però rappresentano comunque oltre l'80% dei dipendenti dell'amministrazione penitenziaria. "E il primo Governo Conte ha dato molto spazio agli arruolamenti, senza considerare però gli educatori".
Il cambiamento? "Non potrà che avvenire con una nuova riforma penitenziaria, anche se, a tutt'oggi, sembra che il dibattito sul carcere sia assente. Si fanno proclami quando si verificano eventi critici, ma non si analizzano i fatti e il giorno dopo già non se ne parla più", dice D'Amore. E allora che fare?
"Bisognerebbe fare scelte diverse, come smilitarizzare la Polizia penitenziaria, un corpo troppo strutturato, costoso, che non fa bene alla società - conclude - perché la sicurezza si raggiunge con il sapere, non con l'attività repressiva. E un'iniezione di sapere non può che far bene al carcere". E cita le parole di Gesualdo Bufalino, "la mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari".
di Riccardo Congiu
Corriere Fiorentino, 16 ottobre 2019
A giugno scade l'incarico per Corleone. "Da Sollicciano a Volterra, quante promesse rinviate". "Non so perché li chiamino scioperi della fame. Io mi astengo dal cibo, ma di fame ne ho parecchia", dice scherzando Franco Corleone, che da oggi smetterà di mangiare. Di nuovo. Le ragioni sono più o meno le stesse dell'ultima volta, a luglio. E da ricercare ancora nella "situazione disperante" - come lui stesso la definisce - delle carceri toscane. "Il digiuno, meglio chiamarlo così, ti aiuta almeno a non perdere tempo a pranzo. E a concentrarti sul lavoro anche nell'orario dei pasti".
Settantatré anni il mese scorso, più di 40 passati a lottare soprattutto per i diritti dei detenuti (e non solo). Franco Corleone, una decina di scioperi della fame alle spalle, non abbandona il suo impegno. Nemmeno nella conferenza in cui dovrebbe tirare le somme alla fine del suo mandato come garante regionale dei detenuti, cominciato nel 2013 (e già dal 2003 garante per gli istituti di Firenze). L'appuntamento di ieri gli è servito più che altro per fissare l'agenda.
"A luglio il Provveditore mi aveva promesso per iscritto che diverse cose sarebbero state realizzate entro settembre-ottobre", spiega Corleone. E fa riferimento al teatro da costruire nel carcere di Volterra, alla trasformazione dei bagni a vista nella sezione femminile del carcere di Pisa, al problema delle cucine a Livorno e a Sollicciano. Una "lentezza", dice l'ex radicale, diffusa su nodi all'apparenza semplici, fermi per intoppi burocratici.
"Ora mi dicono che le scadenze sono rimandate a fine anno. Ho la nausea di ripetere sempre le stesse cose. Quindi - insiste - per evitare reazioni scomposte è meglio che inizi un digiuno, che spero breve". Il più lungo fu di 30 giorni, "molti anni fa, forse sull'informazione - ricorda Corleone. I chili persi sono stati tanti negli anni, ma posso assicurare che si riacquistano in fretta. Questi periodi scassano il metabolismo".
Il suo mandato cesserà il prossimo 26 giugno, mentre a breve cambierà anche il Provveditore dell'Amministrazione penitenziaria, la figura a cui sono state rivolte le richieste a luglio. "Sarà il dottor De Gesu, che conosco da decenni. Gli lascia il posto Antonio Fullone, io però intanto voglio consegnargli un cantiere aperto, sì, ma di prospettive".
Per il nuovo garante che sostituirà Corleone invece qualche nome è già stato fatto, dall'ex sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani a Francesco Ceraudo, per 37 anni responsabile del centro medico nel carcere di Pisa. "Adesso è difficile pensare a una figura all'altezza di Corleone", commenta lo storico esponente radicale Massimo Lensi, "Franco ha portato la mentalità della giustizia rieducativa al posto di quella vendicativa. Il suo lavoro è stato ottimo nell'analisi delle piccole problematiche". Quelle che talvolta sembrano più complesse dei grandi traguardi, racconta Corleone: "È stato più semplice vincere la battaglia sulla privacy dei detenuti con l'amministrazione penitenziaria. Oppure il passaggio dagli Opg ai Rems, una vera rivoluzione di cui si parla poco".
Il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), con il pericolo di un internamento senza fine, è stato affidato dal Consiglio dei Ministri nel 2016 proprio a Corleone come commissario unico. Nel 2017 la chiusura definitiva di quello a Montelupo Fiorentino. Intanto Corleone non si ferma. Al presidente del consiglio regionale Eugenio Giani ha consegnato un testo sul diritto all'affettività e alla sessualità nelle carceri: "È garantito dalla Costituzione, così come la possibilità per le regioni di fare proposte di legge. Mi auguro che la Toscana sia la prima a inviarla al parlamento".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 42147/2019. L'utilizzo improprio del regime del margine può provocare la condanna a titolo di dichiarazione fraudolenta. Per la prima volta la Corte di cassazione, con la sentenza 42147 depositata ieri, ha affrontato in maniera non episodica il tema della qualificazione penale della condotta di chi, impropriamente, ha fatto ricorso al meccanismo che permette, a determinate condizioni, di ridurre la base imponibile circoscrivendola alla differenza tra il prezzoo di rivendita del bene e il valore di acquisto dello stesso.
Confermato quindi il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti dell'amministratore di una serie di società che aveva concretizzato un sistema di evasione fondato sull'acquisto all'estero di automobili, esente da Iva, per poi vendere i veicoli in Italia, utilizzando il regime del margine, facendo figurare gli acquirenti finali come diretti acquirenti delle auto all'estero, sulla base di false dichiarazioni sostitutive di atto notorio.
A venire contestata dalla difesa era la stessa possibilità di configurabilità del reato di dichiarazione fraudolenta attraverso "altri artifizi" nel caso di uso improprio del regime del margine. Per la Cassazione, tuttavia, va innanzitutto sottolineato che per il reato (articolo 3 del Dlgs 74/00) è necessaria l'esistenza di un elemento aggiuntivo rispetto alla falsa rappresentazione cristallizzata nelle scritture contabili obbligatorie. Serve, tanto più dopo la riforma del 2015, cioè una condotta caratterizzata da un'elevata capacità di mascheramento e ostacolo all'accertamento della falsità delle rappresentazioni contabili.
E allora, l'annotazione nelle fatture della dizione "operazione in regime del margine ex Dl 41 del 1995", ha sicuramente, nella lettura della Corte, una portata elevata di inganno, dal momento che si fanno credere esistenti presupposti in realtà assenti, spingendo così all'errore l'amministrazione finanziaria. Si tratta di "un artificioso apparato documentale", che si distingue dalla omessa fatturazione o annotazione di elementi attivi nelle scritture contabili o dalla indicazione nelle fatture o nelle annotazioni di elementi attivi inferiori a quelli reali. In quest'ultimo caso, infatti, distingue la Cassazione, si configura in sostanza un'omessa dichiarazione.
Nel caso della "truffa" sul regime del margine, invece, "sono realizzate apparenze documentali specificamente dirette a rappresentare, contrariamente al vero, l'esistenza delle condizioni fattuali e giuridiche legittimanti l'applicazione di una disciplina giuridica non utilizzabile". La sentenza respinge poi anche la tesi difensiva che contestava l'impossibilità di applicazione dell'articolo 3 per l'inesistenza di un fenomeno di evasione dell'Iva visto che non si tratta di un'imposta riscossa e non versata come nelle frodi carosello, ma solo non applicata.
di Gigliola Edmondo
rete8.it, 16 ottobre 2019
L'ergastolo ostativo è stato il tema al centro dell'incontro, ospitato a Chieti dal teatro Marrucino, preceduto dalla proiezione del docufilm "Spes contra Spem-Liberi Dentro". L'associazione "Nessuno tocchi Caino" auspica una riforma che restituisca la speranza a tutti i detenuti. È un argomento che è tornato di grande attualità quello dell'ergastolo ostativo dopo la sentenza della Corte dei Diritti dell'uomo di Strasburgo che ha accolto le richieste del capo mafia Marcello Viola, il quale era già stato condannato in Italia a 4 ergastoli, ritenendo che la condanna al carcere "duro" o "ostativo", cioè a vita e senza possibilità di beneficio, è disumana, perché toglie anche la speranza di uscire dal carcere.
A Chieti ieri, 15 ottobre, al teatro Marrucino, si è svolto un dibattito nel corso del quale Elisa Zamparutti, tesoriera dell'Associazione 'Nessuno tocchi Caino', ha ribadito, alla presenza del cabarettista Germano D'Aurelio, in arte 'Nduccio', da sempre impegnato in campagne sociali, la "Necessità di una riforma, mentre si attende con fiducia la decisione della Corte Costituzionale che il prossimo 22 ottobre si esprimerà sulla legittimità del regime ostativo applicato all'ergastolo".
Il dibattito è stato preceduto dal docufilm di Ambrogio Crespi "Spes contra Spem-Liberi Dentro", prodotto da Nessuno tocchi Caino e da Index Production e già presentato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e alla Festa del Cinema di Roma.
Il titolo è tratto dal motto contenuto nel passaggio della Lettera di San Paolo ai Romani sull'incrollabile fede di Abramo che "ebbe fede sperando contro ogni speranza". Il docufilm è frutto del dialogo e della riflessione comune di detenuti condannati all'ergastolo e del direttore del carcere e degli agenti di polizia penitenziaria della Casa di Reclusione di Opera.
Crespi ha detto "Abbiamo promosso una riflessione su mai contro qualcuno per stimolare il legislatore. Serve un impianto normativo che contempli il rispetto dei diritti umani. Nel rispetto della persona e dei lavori della magistratura.
Nel docufilm emerge con chiarezza non solo un cambiamento interiore dei detenuti nel loro modo di pensare, di sentire e di agire ma anche la rottura esplicita con logiche e comportamenti del passato e una maggiore fiducia nelle istituzioni. Dalle testimonianze emerge anche che l'istituzione-carcere può rendere possibile il cambiamento e la ri-conversione di persone detenute in persone autenticamente libere".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 16 ottobre 2019
Un protocollo d'intesa per realizzare interventi condivisi negli istituti penitenziari regionali è stato firmato ieri dal Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria per il Lazio, Abruzzo e Molise Carmelo Cantone e dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio Stefano Anastasia.
"Una forte alleanza tra Provveditorato e Garante regionale - spiega Cantone - nel rispetto della specificità dei propri compiti istituzionali, è più che mai necessaria oggi per contribuire a migliorare la qualità della vita delle persone detenute ma anche la qualità della vita di tutti gli operatori che lavorano in carcere"
Patti annuali tra le parti per il miglioramento delle condizioni di vita negli istituti e incontri periodici per la pianificazione congiunta di interventi sono tra i punti salienti dell'accordo. Nel quadro dei poteri e le facoltà riconosciute all'Autorità di garanzia dalla legislazione nazionali (visita degli istituti, colloqui con i detenuti e ricezione dei reclami), il protocollo prevede inoltre per il Garante l'impegno ad adottare prioritariamente la moral suasion nei confronti dei livelli dell'Amministrazione Penitenziaria, sia attraverso le segnalazioni, sia attraverso dei colloqui e incontri di verifica congiunta, evitando così, per quanto possibile, l'intervento delle altre Autorità competenti alla vigilanza o al ripristino della legalità.
"All'indomani dell'ennesimo, tragico suicidio in un carcere della regione, a Regina Coeli - dichiara Anastasìa - torna la necessità di un impegno e di un sempre più stretto raccordo istituzionale per migliorare le condizioni di vita e di detenzione in carcere. Il Protocollo sottoscritto oggi recepisce prassi consolidate che sono tra le più avanzate d'Italia. Da più di quindici anni l'Ufficio del Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio collabora con la massima libertà d'azione e con la massima disponibilità reciproca con l'Amministrazione penitenziaria.
Questa disponibilità reciproca consente di valorizzare l'apporto che la Regione Lazio e gli enti locali possono dare alla privazione della libertà e a una esecuzione penale costituzionalmente orientata, a partire dai settori strategici dell'assistenza sanitaria e sociale, della formazione e dell'inserimento lavorativo".
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 16 ottobre 2019
Non c'è alcun mistero sulla morte di Maria Teresa Trovato Mazza, Sissy, l'agente di polizia penitenziaria ventottenne, originaria di Taurianova, il cui corpo fu rinvenuto il 1 novembre del 2016, riverso al suolo, in un lago di sangue, in un ascensore dell'ospedale civile di Venezia (dove si era recata a fare visita ad una detenuta), con un proiettile che le aveva trapassato il cranio. La giovane si è spenta lo scorso 12 gennaio, dopo un calvario durato due anni.
A conclusione delle indagini integrative disposte dal Gip, la Procura di Venezia ha confermato la richiesta di archiviazione del fascicolo, ritenendo assodato che si sia trattato di un suicidio, come ipotizzato fin dalla prima richiesta di archiviazione. Il legale che assiste la famiglia della vittima ha già annunciato che presenterà ancora opposizione, allegando nuovi elementi acquisiti grazie alla collaborazione di consulenti tecnici.
È stato il procuratore Bruno Cherchi, ieri mattina ad illustrare i risultati delle indagini integrative, chieste dai familiari della vittima. Gli inquirenti hanno visionato nuovamente tutti i video delle telecamere dell'ospedale, dai quali non risulta alcuna persona sospetta sulle scale o nell'ascensore; nessuno in fuga, attorno a mezzogiorno. Fermo restando che avrebbe lasciato tracce di sangue.
La Procura ha anche individuato la persona inquadrata da una telecamera mentre transitava in un corridoio e si era girato verso l'ascensore (non inquadrato da alcuna telecamera): ha riferito di non aver visto né sentito nulla.I consulenti del pm Elisabetta Spigarelli hanno quindi spiegato che può capitare che la pistola resti impugnata nella mano di chi si è autoinferto un colpo, senza cadere a terra. Anche la mancanza delle impronte di Sissy non è un mistero: quasi mai restano su quel tipo di pistola, a causa della zigrinatura dell'impugnatura e dei lubrificanti utilizzati per pulizia e manutenzione.
Le analisi hanno confermato la presenza sulla pistola di materiale ematico della sola vittima. Mentre gli esperti sostengono che nel 25 per cento di casi simili, sul vivo di volata non restano tracce di sangue anche se la canna della pistola è stata appoggiata alla tempia della vittima.
Dubbi fugati anche in relazione al cellulare di Sissy: la difesa ipotizzava che la giovane l'avesse portato con sè in ospedale e che qualcuno (l'assassino?) lo avesse poi spostato, riportandolo in carcere. Tesi che avrebbe circoscritto il perimetro dei possibili responsabili. Gli accertamenti sulla scheda sim hanno però appurato che quel telefonino è stato sempre nell'armadietto del carcere, dove è stato rinvenuto dopo che Sissy fu trovata moribonda: ha agganciato la cella della Giudecca due volte nel primo mattino del 1 novembre e poi alle 10.30: Sissy alle 11 era già all'ospedale (che dista circa 40 minuti di motoscafo dal carcere).
Il secondo cellulare dell'agente non risulta aver mai generato traffico la mattina del 1 novembre. La Procura ha effettuato accertamenti anche sul cellulare della collega ed ex compagna di Sissy, che quella mattina ha agganciato la cella di via Torino a Mestre, dove la ragazza risiede, e stava riposando dopo aver effettuato un turno notturno. Per accreditare l'ipotesi di un suicidio, il pm cita infine le dichiarazioni della compagna di Sissy, secondo la quale la ventottenne stava passando un periodo di depressione. La richiesta di archiviazione dovrà essere ora presa in esame dal Gip.
di Marina Lomunno
Avvenire, 16 ottobre 2019
Un alloggio dall'Agenzia territoriale per i familiari di chi è in cella. L'arcivescovo: anche le parrocchie offrano i loro locali. Un alloggio di 30 metri quadri messo a disposizione dall'Atc di Torino, l'Agenzia territoriale per la Casa che gestisce l'assegnazione dell'edilizia popolare, è "la nuova tessera del puzzle" che la Caritas subalpina sta assemblando a favore del reinserimento dei detenuti.
Il monolocale ospiterà i parenti che vengono a Torino a trovare i propri congiunti reclusi, ma non possono permettersi la permanenza in albergo, e anche i detenuti in permesso (da soli o con i famigliari) che non hanno altre disponibilità abitative in città. L'appartamento, adiacente al penitenziario cittadino in via delle Primule alle Vallette (il quartiere di edilizia popolare all'estrema periferia nord di Torino nato negli anni 60 per far fronte all'emigrazione dal Sud) è stato inaugurato giovedì 10 ottobre dall'arcivescovo Cesare Nosiglia alla presenza di Domenico Minervini, direttore della Casa circondariale "Lorusso e Cutugno", del vicesindaco di Torino e assessore ai Servizi sociali Sonia Schellino, del presidente Atc Marcello Mazzù e dei volontari, una decina, che si occuperanno della gestione della casa.
Tra questi, come ha spiegato il direttore della Caritas Pierluigi Dovis, "hanno dato la disponibilità ex detenuti che, scontata la loro pena e reinseriti nella società, hanno deciso di restituire in qualche modo il bene ricevuto. Alcuni di loro hanno usufruito dell'ospitalità dell'alloggio".
Sì, perché "La Casa di Silvana" - come è stata intitolato l'appartamento rinnovato di recente - è un progetto nato 20 anni fa su impulso della Caritas che ne affidò la gestione all'associazione "Oltre la Soglia", la cui presidente Silvana Egitto è mancata ad agosto. "Nei circa vent'anni di attività - ha proseguito Dovis - in questa casa hanno trovato accoglienza ogni anno circa cento familiari o ristretti, per una permanenza media di quattro giorni. "Oltre la Soglia", non potendo più accollarsi l'onere di gestione, ci ha chiesto di rilevare l'opera, unica in città e riattivando il servizio ci è parso bello intitolare la casa a Silvana Egitto, una donna che ha dedicato tutta la vita alle persone più fragili".
La Fondazione "Il Riparo Onlus" è la nuova intestataria del contratto di locazione, mentre Caritas coordinerà le attività: "È una scelta che abbiamo fatto dopo l'avvio nel febbraio scorso del servizio di ascolto interno al carcere e delle attività di inserimento nel mondo del volontariato e della formazione professionale dei detenuti".
Da parte sua il direttore Minervini, nel ringraziare la Caritas e l'arcivescovo per l'attenzione alle problematiche carcerarie, ha rilevato come "il volontariato sia indispensabile per fare in modo che le opportunità che offre l'ordinamento carcerario, come i permessi per buona condotta o la messa alla prova, possano realizzarsi: Casa Silvana è uno dei tanti esempi di come la società civile contribuisce al reinserimento dei detenuti nel tessuto sociale".
Monsignor Nosiglia, prima di benedire il monolocale ritinteggiato e rinnovato negli arredi, si è augurato che "Casa Silvana sia il primo di tanti alloggi destinati all'ospitalità delle famiglie dei detenuti: Torino, città dei santi sociali, può fare di più.
Tanti appartamenti in città sono sfitti e possono accogliere chi è in difficoltà. Anche le parrocchie che hanno locali vuoti possono contribuire ad allargare la rete della solidarietà: ospitare un recluso in permesso con la propria famiglia è un gesto di speranza che contribuisce a ridare fiducia vuol ricominciare dopo aver pagato il proprio conto con la giustizia".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 16 ottobre 2019
Parlo e prego insieme ai detenuti. Sono pieni di rabbia, ma pregando con loro piano piano vedo un cambiamento. Ha iniziato la tesi esclamando "Salam Aleykum". Poi, nel corso della discussione, ha citato Gesù e Maometto, si è commosso con le parole di Papa Francesco e con le riflessioni del grande imam Ahmad alTayyeb. Ha poi passato in rassegna il Corano e il Vangelo. Davanti a lui, in cattedra, i professori di teologia cristiana, molti dei quali sacerdoti. Dietro a lui, seduti in prima fila, gli imam da tutta Italia.
Hamdan Al Zeqri, ministro di culto a Sollicciano, è uno dei primi musulmani a laurearsi in teologia cristiana. Quella di ieri mattina, alla facoltà teologica dell'Italia centrale di Piazza Tasso, è stata una laurea dalla portata storica (105 il voto finale). "Spero di essere un agente di pace" ha detto Hamdan.
Tema centrale nella tesi di Hamdan, la sua esperienza come guida spirituale nel carcere fiorentino, dove sono tanti i reclusi musulmani. "Sono ragazzi pieni di rabbia - ha raccontato Hamdan - si sentono esclusi, sono trattati come scarti, il loro progetto migratorio è fallito. Il rischio è quello di vederli uscire peggio di come sono entrati". Nella tesi di Hamdan ci sono anche le parole che Papa Francesco ha rivolto agli agenti penitenziari: "Non dimenticatevi del bene che potete fare ogni giorno. I vostri sguardi sono preziosi".
È quello che cerca di fare Hamdan, come raccontato nella tesi: "Parlo e prego insieme a loro, pian piano vedo un cambiamento, le persone passano dalla disperazione alla speranza, la rabbia si placa attraverso un percorso spirituale che è curativo". La sua iscrizione alla facoltà teologica è stata fortemente voluta dalla comunità islamica nell'ottica del dialogo interreligioso. "Questo è un giorno importante perché segna un passo nel cammino del dialogo interreligioso". Presente alla discussione anche il presidente delle Comunità islamiche italiane (Ucoii) Yassine Lafram: "Questa laurea è un segnale importante di autentico dialogo".
politicamentecorretto.com, 16 ottobre 2019
Nella Casa di Reclusione San Michele, ad Alessandria, è stato presentato il progetto "Carcere senza stress", che prevede l'utilizzo del programma di Meditazione Trascendentale per ridurre lo stress, promuovere il benessere psicofisico e una migliore qualità di vita per detenuti, agenti e operatori penitenziari.
Il progetto, della durata di un anno, è iniziato a fine aprile 2019, coinvolge 15 detenuti e 16 tra agenti e operatori della Casa di Reclusione San Michele e della Casa Circondariale Alessandria Cantiello e Gaeta, che hanno imparato la tecnica di Meditazione Trascendentale nell'ambito di un progetto pilota finanziato dal Bando "Libero Relad 2018" della Compagnia di San Paolo.
L'obiettivo è promuovere una concezione culturale e sociale della sistema penale che metta al centro l'individuo, nella titolarità dei suoi diritti e delle sue responsabilità, favorendo il miglioramento della qualità della vita e delle condizioni detentive.
Il progetto "Carcere senza stress" è un ramo del progetto "Friends", sostenuto dal programma Erasmus+ della Commissione Europea, nato per promuove l'inclusione sociale e l'educazione all'interculturalità in tutti i contesti di istruzione e formazione, attraverso l'implementazione della tecnica di Meditazione Trascendentale.
Elena Lombardi Vallauri, direttore Istituti Penitenziari di Alessandria ha dato il benvenuto ai partecipanti. Roberto Baitelli della Fondazione Maharishi ha spiegato che lo stress oggi è un fenomeno di proporzioni epidemiche con gravi ripercussioni sociali e nelle carceri ha raggiunto un livello insostenibile che incide pesantemente sulla salute dei detenuti e del personale, conduce alla crescita delle infrazioni ai regolamenti e di altri comportamenti negativi. Oltre che ostacolare il processo di riabilitazione dei detenuti stessi.
L'antidoto naturale allo stress è il riposo. La tecnica di Meditazione Trascendentale, i cui numerosi benefici sono documentati da 700 studi scientifici, procura un riposo così profondo da sciogliere lo stress già accumulato e aumentare la resistenza allo stress. Negli ultimi 50 anni la Meditazione Trascendentale è stata utilizzata con successo nelle carceri di molte nazioni. Negli Stati Uniti ad esempio è stato utilizzata nelle carceri di massima sicurezza, come San Quintino, Folsom e Walpole con ottimi risultati, che includono la riduzione di ansia, depressione, fatica e rabbia. E aiuta a combattere il modo di pensare criminale, lo stress psicologico, i sintomi traumatici, e porta ad una riduzione delle infrazioni alle regole carcerarie, una riduzione del 30% della recidività.
Paolo Menoni, della Fondazione Maharishi, insegnante della tecnica di Meditazione Trascendentale nel progetto "Carcere senza stress", ha descritto il progetto in corso negli istituti penitenziari di Alessandria e ha riportato le esperienze di alcuni detenuti.
Sia per la condizione carceraria stessa che per il sovraffollamento la vita nel carcere è molto stressante, e se non è possibile modificare queste condizioni, quantomeno è possibile offrire ai detenuti e anche a tutti coloro che operano nel carcere uno strumento che li aiuti ad attingere alle proprie risorse interiori e aumenti il loro benessere psicofisico. Come hanno riportato alcuni partecipanti, "La meditazione mi ha aiutato a superare tante difficoltà: ora il mio pensiero è bello e positivo".
E poi ancora: "La meditazione mi sta facendo finalmente trovare quella pace interiore che ho cercato fin dalla nascita". Successivamente Federico Traversa ha presentato il libro "Boom, Viaggio nella Meditazione Trascendentale", (Chinaski Edizioni) che raccoglie numerose testimonianze su questo argomento da parte di insegnanti qualificati, praticanti della meditazione, medici, artisti e ricercatori.
- Fotografia. Quello sguardo "murato". La galera secondo Bispuri
- Catanzaro. Presentato il concorso "Pensieri sulla legalità" al carcere di Siano
- Le contraddizioni dei Nobel per la pace
- Libri. Antifascisti e anarchici condannati all'eliminazione
- Fotografia. Il racconto dei "Prigionieri": degrado, sovraffollamento... e la rieducazione?









