di Tullio D'Elisiis Antonio
diritto.it, 27 agosto 2019
Corte di Cassazione - I sez. pen. - sentenza n. 26874 del 18.06.2019. Il Magistrato di sorveglianza aveva parzialmente accolto il reclamo ex art. 35-ter Ord. pen. proposto nell'interesse di C. P. relativamente a taluni periodi di detenzione trascorsi presso la Casa circondariale di Roma Rebibbia N.C. in relazione ai quali era stata riscontrata una rilevante compromissione dello "spazio vitale" al di sotto dei 3 metri quadri per complessivi 862 giorni così da non potersi ammettere, a causa della lunghezza del periodo in cui la lesione si era protratta, che le complessive condizioni di detenzione potessero compensare il danno patito. Avverso tale provvedimento il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria proponeva reclamo davanti al Tribunale di sorveglianza di Roma il quale lo accoglieva.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 27 agosto 2019
Celle occupate oltre ogni limite il ministero riconosce la gravità: situazione ormai endemica e in peggioramento. Dieci ombre e un macigno. Dieci pesanti criticità e una clamorosa evasione. No che non ci voleva proprio questa brutta storia dell'evasione. Una beffa che rende ancora più cupo il cielo sul carcere di Poggioreale.
Ad assestare l'ultimo colpo era stato nientemeno che il Garante nazionale dei detenuti, in polemica aperta con la direttrice della Casa circondariale più sovraffollata d'Europa, dopo aver riscontrato presunte situazioni durante l'ultima sua visita a maggio (obiezioni alle quali la direttrice Palma ha ribattuto puntualmente).
Invece è accaduto l'imprevedibile: e a scatenare questo inferno è stato un detenuto polacco, un lupo solitario, uno che non familiarizzava nemmeno con i suoi "coinquilini" di cella. Gli sono bastate tre lenzuola annodate, e una buona dose di coraggio. Da domenica mattina nell'istituto sono stati innalzati al massimo i livelli di sicurezza.
Cerchiamo di mettere ordine. Per comprendere le criticità di Poggioreale basta scorrere gli atti ufficiali del Dap, il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria. "Certamente - scriveva qualche settimana fa la direttrice di Poggioreale in una nota riservata al ministero della Giustizia - le condizioni dell'istituto sono a dir poco preoccupanti, a partire da strutture inadeguate e in alcuni casi decisamente fatiscenti. Prima ombra.
Seconda ombra: il sovraffollamento. A Poggioreale dovrebbero essere custoditi solo detenuti in attesa di giudizio. Invece così non è: ad oggi su circa 2100 vi sono circa 700 reclusi con sentenza passata in giudicato. "E il sovraffollamento - si legge nel dossier spedito a via Arenula - costituisce un dato endemico in progressivo aggravamento.
La terza fermata di questa triste via crucis riguarda i padiglioni, che si trasformano spesso in veri e propri gironi dei dannati in terra. Terminate le opere di rifacimento dei padiglioni "Genova" e "Venezia", resta ancora molto da fare. "Situazioni di fatiscenza, che continuano a rappresentare una violazione in ordine al rispetto della Convenzione europea per la tutela delle libertà fondamentali e dei diritti umani), permangono ai Padiglioni "Milano", "Italia" e "Salerno": gli interventi di ristrutturazione - programmati e già pure finanziati - non sono ancora iniziati.
Quarto nodo: i colloqui tra detenuti e familiari. Il sovraffollamento si riverbera anche sugli incontri tra reclusi e parenti: in media se ne svolgono 400-450 al giorno, con una presenza di almeno tre familiari per detenuto. Insomma, quotidianamente gli uomini della Penitenziaria devono controllare qualcosa come 1.500 persone.
Quinto nodo i lavori di risanamento del piano terra e dei primi piani: "La situazione - si legge nel report inviato al Dap dalla direttrice del carcere - è quella di due anni fa: sono stati programmati lavori che ancora non si riescono ad effettuare perché contemporaneamente sono in corso altri interventi, e la condizione di sovraffollamento non consente evacuazioni". Una delle situazioni di maggior degrado resta quella del piano terra del "Roma", che ospita reclusi transessuali.
Poi c'è la settima piaga, rappresentata dalla palestra, uno dei pochi luoghi di aggregazione sociale: chiusa a febbraio per rischi di staticità, non è mai stata ristrutturata. Ma la direttrice assicura che tutto si risolverà nel giro di un mese. A Poggioreale per ora esiste un solo campetto sportivo, a fronte di una popolazione detenuta che si assesta sulle 2.000-2.200 presenze al mese. Che dire poi delle condizioni di sicurezza interne ai padiglioni.
Per evitare disordini, promiscuità, scambio di oggetti e anche atti di autolesionismo ogni singola struttura ospitativa prevede una "rete anti-getto". Ebbene "la percezione della situazione di quella esistente al "Milano" - si legge ancora nel dossier - non è corretta".
Inadeguate sono infine le cucine, e soprattutto quella che fornisce i pasti ai detenuti ricoverati nella struttura sanitaria del padiglione "San Paolo". L'Asl Napoli 1 ha già diffidato l'istituto di pena ad adeguarsi alle minime prescrizioni. Per il rifacimento della cucina "centrale" nel 2018 sono stati stanziati oltre due milioni di euro, i lavori dovrebbero scattare a dicembre.
di Nicola Pietrantoni
Italia Oggi, 27 agosto 2019
La legge Codice rosso (69.2019) accelera i tempi di intervento del pubblico ministero. Realizzare e diffondere immagini o video sessualmente espliciti, senza il consenso delle persone che vi sono rappresentate, fenomeno conosciuto anche con l'espressione revenge porn, è ora un delitto punito con la pena della reclusione che può arrivare fino a nove anni nel caso la vittima sia una persona in condizioni di inferiorità fisica o psichica, oppure una donna in stato di gravidanza.
Il Fatto Quotidiano, 27 agosto 2019
Il momento è serio: è il momento di essere seri. Non possiamo dire che c'è un pericolo fascista, e subito dopo annegare in quelle incomprensibili miserie di partito che hanno così tanto contribuito al discredito della politica e alla diffusa voglia del ritorno di un capo con "pieni poteri". I limiti del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico sono tanti, gravi ed evidenti. Ma se, per entrambi, può esistere il momento del riscatto: ebbene, è questo. Da cittadini, da donne e uomini fuori dalla politica dei partiti ma profondamente preoccupati dell'interesse generale, proponiamo di partire dall'adozione di questi dieci punti fondamentali, interamente ispirati al progetto della Costituzione antifascista della Repubblica.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 27 agosto 2019
Alle nove di sera del 17 giugno 1974, l'appuntato Cirino si presentò trafelato all'ufficio matricola del carcere di Poggioreale per denunciare un fatto sconcertante. Si era accorto che un detenuto si era sostituito al suo compagno di cella che doveva essere messo in libertà, ed era evaso con tutta calma dal penitenziario napoletano. Frizziero Arturo aveva risposto alle molteplici domande di rito del capo ufficio matricola Paggiarino Mario sulla data di arresto e sulle generalità di Giardullo Luigi con cui condivideva la stanza 48 del padiglione Livorno. E così, senza destare sospetti, dopo aver messo la firma al posto del carcerato in uscita, aveva salutato tutti e se ne era andato per la porta principale.
Questa è stata l'ultima evasione dal carcere oggi intitolato alla memoria di Giuseppe Salvia di cui si ha notizia. All'indomani della incredibile fuga di Robert Lisowski, il detenuto polacco che domenica mattina si è calato dal muro di cinta annodando più lenzuoli mentre si celebrava la messa nella chiesa centrale dell'istituto, si era parlato solo di un precedente episodio avvenuto nel 1921, quando due carcerati scapparono dal penitenziario a pochi anni dalla effettiva apertura della prigione. In seguito a quella vicenda, in un primo momento fu istituito un servizio di vigilanza esterna, fino a trasferire nel nuovo complesso l'intero corpo di guardia che era in servizio nel carcere del Carmine.
Ma non fu quella l'unica evasione a Poggioreale. Infatti, nel rapporto redatto dal maresciallo Paggiarino per il comandante dell'epoca, si può trovare il dettagliato resoconto della rocambolesco episodio avvenuto 45 fa.
Probabilmente non si trattò di un piano improvvisato, ma di un progetto studiato e preparato con cura in quanto solo alle 17,30 di quel giorno lo stesso Paggiarino aveva telefonato in reparto per comunicare l'elenco dei "liberanti", cioè di quei detenuti che dovevano essere scarcerati. Alle domande bisognava rispondere con decisione e sicurezza, non ci potevano essere tentennamenti, gli addetti alla matricola si sarebbero accorti immediatamente dello scambio di persona. Inoltre bisognava avere il tempo per imitare la calligrafia di Giardullo, nel caso ci si trovasse di fronte ad un agente più scrupoloso nel momento in cui si doveva apporre la firma per ratificare l'avvenuta liberazione.
Nelle foto pubblicate da Il Mattino che riportò la notizia il giorno successivo al fatto, si può vedere l'impressionate somiglianza tra i due detenuti, che tra l'altro erano coetanei, abitavano entrambi nella zona di Piedigrotta ed erano accusati dello stesso reato, furto aggravato anche se avvenuto in circostanze diverse.
A trarre in inganno i secondini ci fu anche la complicità di un altro detenuto, un tale Grieco coimputato di Giardullo che era presente a tutta la messa in scena, in quanto anche lui stava per uscire di prigione, ma che non osò aprire bocca mentre si consumava il clamoroso inganno.
I tre protagonisti della clamorosa evasione furono denunziati per reato di falso e sostituzione di persona. Di Frizziero, che era ancora giudicabile, si persero le tracce, anche nelle cronache dei giornali, ma probabilmente dopo qualche tempo fu assicurato alla giustizia. Mentre per Giardullo, che doveva essere liberato per la sospensione della pena, i cancelli di Poggioreale restarono chiusi.
In tempi più recenti ci sono stati altri tentativi di fuga dal carcere napoletano. Alcuni anni fa un recluso del padiglione Roma saltò il muro di cinta dalla parte del parcheggio del personale, ma cadde rovinosamente sulle auto in sosta procurandosi alcune gravi fratture.
Lo scorso maggio, invece, nel padiglione Milano c'è stato un progetto di fuga ancora più paradossale. Un giovane russo di 20 anni si è infilato in un grosso saccone di immondizia, nascondendosi tra i rifiuti. Da lì avrebbe aspettato il momento propizio per cercare di scappare in qualche modo.
Per rendere più credibile il suo piano, aveva posizionato degli abiti e delle lenzuola sulla sua branda, in modo da sembrare che dormisse. Un tentativo goffo e velleitario sventato dagli agenti che se ne sono accorti in tempo. Sempre nello stesso reparto un senegalese di 25 anni durante l'ora dei passeggi è riuscito a scavalcare il primo muro, ma anche qui il pronto intervento del personale ha evitato che si dileguasse. Saranno l'ozio e la mancanza di attività a stimolare fantasiose evasioni, a progettare incredibili vie di fuga? Difficile dirlo. Quello che è certo è che a Poggioreale la creatività e l'inventiva riescono sempre a sorprendere. Per fortuna, solamente ogni 50 anni, senza lasciare traccia.
di Antonio Averaimo
Avvenire, 27 agosto 2019
"Dodici persone in celle da quattro, assenza di verde e di spazi per la socialità, risse e disperazione" Il cappellano del carcere: "Dalla disumanità si scappa". Catturato ieri sera il detenuto evaso.
È scappato un detenuto da Poggioreale, embè? Perché stupirsi davanti a una evasione dal carcere? È la cosa più naturale che possa accadere. Quello che è innaturale è tenere rinchiuse delle persone in una situazione disumana e degradante".
Don Franco Esposito, cappellano di Poggioreale, ha affidato a un post durissimo su Facebook il suo pensiero in merito alla rocambolesca evasione del detenuto polacco 32enne Robert Lisowski, avvenuta domenica mattina nel penitenziario napoletano: una fuga breve, il detenuto è stato ricatturato ieri sera. Accanto alla foto del lenzuolo appeso - così, calandosi dal muro di cinta, è scappato il senza fissa dimora in carcere con l'accusa di aver assassinato un cittadino ucraino - i giornali hanno affiancato titoli sul "record" della prima fuga dopo 100 anni. Ma di "record", il carcere più sovraffollato d'Italia, ne conta ben altri. E "da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni".
Don Franco, il suo commento all'evasione però, che tra l'altro è avvenuta proprio dopo la Messa da lei celebrata, ha fatto discutere. Nel migliore dei casi è stato ritenuto provocatorio, nel peggiore addirittura offensivo della famiglia del cittadino ucraino ammazzato dal detenuto evaso...
"In questo momento io intendo solo tenere alta l'attenzione sulle condizioni gravissime in cui versa il carcere di Poggioreale. Parliamo di un istituto penitenziario nel quale ci sono quasi mille detenuti in più rispetto alla capienza prevista. Questo rende impossibile qualsiasi tentativo di renderlo vivibile. La presenza nostra come Chiesa o di psicologi, educatori, volontari si scontra con l'impossibilità di incidere in una realtà così sovraffollata e caotica. Una realtà indifendibile".
Negli ultimi mesi d'altronde a Poggioreale si sono registrate diverse rivolte. Dopo l'ultima, settimana scorsa, è seguita una durissima relazione del Garante nazionale dei detenuti sulle condizioni del penitenziario...
"Il Garante dei detenuti fa il suo lavoro. Ciò che ha scritto è vero. Ma anche la direttrice Maria Luisa Palma - il cui operato è stato messo in discussione dalla presa di posizione del Garante - lavora in modo egregio, e così la polizia penitenziaria, i volontari ecc. Ma questo non basta a fare di Poggioreale un luogo umano. Ho sentito persino dire da qualcuno, in queste ore, che la colpa dell'evasione sarebbe da attribuire al fatto che pur essendoci pochi agenti della polizia non sono state sospese le attività trattamentali. Che sono le uniche a dare una parvenza di legalità alla situazione qui dentro. Senza contare che la Santa Messa non rientra nelle attività che il carcere offre ai detenuti, ma è un diritto inalienabile della persona. In ogni caso mi piace richiamare il Vangelo: da un albero cattivo non si possono trarre frutti buoni. Il carcere di Poggioreale e, in generale, il carcere com'è inteso in Italia non possono garantire nulla di buono".
Il segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo, ha dichiarato: "A Poggioreale lo Stato ha fallito. Ora il carcere sia immediatamente chiuso e abbattuto"...
"Non è una proposta cattiva. Il carcere di Poggioreale è una struttura solo detentiva. Non c'è un angolo di verde, non c'è spazio per la socialità. Per far fronte alla condanna inflitta all'Italia dall'Unione Europea a causa del trattamento disumano riservato ai detenuti nelle nostre carceri, qui si sono aperti i corridoi durante il giorno. Ma è un'ipocrisia: esistono ancora celle che dovrebbero ospitare tre-quattro detenuti e arrivano a ospitarne anche 12. Le altre carceri campane e italiane pure sono sovraffollate, così risulta impossibile alleggerire Poggioreale. Il risultato è una situazione ormai ingestibile".
Presto dovrebbe sorgere un altro carcere in Campania, che alleggerirebbe gli altri penitenziari...
"Ma vede, nemmeno questa è la vera soluzione al problema. La Costituzione non parla mai del carcere. Anzi, ne parla una sola volta, ricordando che la pena non dev'essere troppo lunga. La vera soluzione sono le misure alternative al carcere, una strada intrapresa da dieci anni dall'arcidiocesi di Napoli col centro di pastorale carceraria. La mia esperienza personale nel centro e le statistiche ci dicono che l'80 per cento di coloro che finiscono di scontare la pena in carcere torna a delinquere, mentre la recidiva scende al 10% per chi termina di scontarla in altre strutture che rispondono meglio alla funzione rieducativa della detenzione. Serve un percorso verso un modello non repressivo, che troppi governi hanno promesso e mai realizzato. Per paura di perdere consenso".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 agosto 2019
L'accusa del Cappellano, Don Franco Esposito. "Io mi meraviglio non per uno che scappa ma per l'ottanta per cento che dopo aver finito la pena in carcere ritorna a commettere reati e quindi vi rientra. Il carcere ha fallito, il carcere non risponde alla giusta domanda di sicurezza che i cittadini vogliono dalle istituzioni", così ha scritto ieri su Facebook don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale dal quale domenica scorsa è evaso il 32enne polacco Robert Lisowski attraverso una lunga fune.
Don Franco non giustifica l'evasione, ma ha voluto spostare l'attenzione sul fatto che carceri come quello di Poggioreale non hanno i requisiti per essere rieducativi e non servono certo al reinserimento della persona detenuta nel tessuto sociale.
"Allora mi domando - ha proseguito il cappellano - se il carcere non è questo, qual è il suo compito a cosa serve? Eppure il compito che la Costituzione dà a questa istituzione è quello di far sì che attraverso la pena il detenuto raggiunga una sua maturità sociale prendendo coscienza del male compiuto e iniziando una vita legale nel rispetto delle regole. Quindi se un carcere non riesce a fare quello che la Costituzione gli affida diventa una struttura anticostituzionale e quindi fuorilegge".
Sulla caccia a Robert Lisowski all'uomo sono impegnate tutte le forze di polizia. Il caso vuole che le criticità del carcere di Poggioreale sono emerse esattamente una settimana fa attraverso la pubblicazione del report a cura dell'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà. Una situazione impietosa quella del carcere napoletano. Dalle osservazioni poste dal Garante, emerge che si tratta di un edificio vecchio che presenta condizioni materiali che non soddisfano quello che richiede l'ordinamento penitenziario. Le stanze di pernottamento delle persone detenute sono estremamente disomogenee. Si va dai cosiddetti "cubicoli" con i servizi igienici a vista, ai cameroni da 14 persone. Particolarmente degradate alcune sezioni, come quella per persone malate o disabili, con letti a castello anche a tre piani.
Condizioni che possono essere considerate in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la tutela delle libertà fondamentale e dei diritti umani che inderogabilmente vieta "trattamenti o pene inumane o degradanti", secondo l'interpretazione che di tale precetto è data dalla Corte di Strasburgo. A tutto questo si aggiungono casi che potrebbero profilare il rischio maltrattamento.
Dopo la pubblicazione, la direttrice del carcere ha reagito dicendo che l'autorità del Garante è stata ingenerosa. E lo ha fatto attraverso la pubblicazione della sua lettera nel giornale on line del ministero della Giustizia. "Ci tengo a ribadire - fa sapere il garante nazionale Mauro Palma - che non è una questione di essere generosi o non generosi, a volte è un po' come quando si cura una malattia, è importante avere un quadro della situazione nella sua complessità e non accontentarsi di qualche anestetico e di piccoli miglioramenti. Noi le indicazioni le abbiamo riportate nel rapporto e, se si dovesse fare un tavolo di discussione, io ripartirò da quelle raccomandazioni".
Sull'evasione, anche il garante della regione Campania Samuele Ciambriello ha detto: "Tre anni fa il ministero delle Infrastrutture ha destinato alla Campania 15 milioni per ristrutturare 5 padiglioni obsoleti del carcere di Poggioreale. In 3 anni sono state fatte solo due visite per verificare lo stato dell'arte dei padiglioni e i lavori non sono mai iniziati. È uno scandalo, una cosa indegna". A Poggioreale, ha ricordato Ciambriello, "l'anno scorso ci sono stati 4 suicidi, nelle carceri della Campania si sono registrati 77 tentativi di suicidio. Se non c'è stata una strage - ha concluso - dobbiamo ringraziare gli agenti della polizia penitenziaria".
di Giuliana Covella
Il Mattino, 27 agosto 2019
"La verità è che lo Stato è assente, il carcere ha fallito e non risponde alla giusta domanda di sicurezza che i cittadini vogliono dalle istituzioni. Fino a quando i nostri politici non prenderanno atto di questa verità, fino a quando le pene saranno "pagate" solo col carcere, non ci sarà niente di che meravigliarsi".
Don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale, lancia una provocazione sui social: "Perché stupirsi? Secondo me dovrebbe fare più notizia il fatto che a Poggioreale non avviene nessuna rieducazione per evitare la recidiva".
Padre, il post che ha scritto sulla sua pagina Facebook ha lasciato spazio, a partire dal titolo, a polemiche ma anche a interrogativi sulla reale situazione delle carceri. Perché lo ha scritto?
"Il mio "embè" era provocatorio, perché è normale che qualsiasi detenuto voglia scappare dal carcere. E questo fa giustamente notizia, ma dovrebbe farlo altrettanto il fatto che l'80% dei detenuti rientra in carcere dopo aver scontato la pena, perché non viene rieducato alla cultura della legalità e di una vita e un lavoro onesti".
Questo dato si riferisce però all'intero Paese...
"Certamente, ma di quell'80% una buona percentuale riguarda Poggioreale: da quando sono qui non c'è mai stato finora nessun progetto che abbia dato realmente la possibilità al detenuto di rifarsi una vita una volta uscito".
Ma 400 detenuti, in 15 anni, da quando lei è il cappellano del carcere, sono riusciti a tornare a una vita normale...
"Premesso che non voglio alcun merito. Ma ci va dato atto che abbiamo creato una comunità di accoglienza che si chiama "Liberi di volare" e che ha sede in una struttura donata dal cardinale Sepe in via Giuseppe Buonomo al Rione Sanità. Qui ospitiamo una quindicina di detenuti che devono finire di scontare gli ultimi anni di pena, ma ci sono anche quelli agli arresti domiciliari e in regime di semi libertà. Ecco la vera rieducazione: misure restrittive alternative al carcere. I detenuti svolgono attività artigianali e laboratori vari, così da favorire il loro concreto reinserimento nella società e nel mondo del lavoro. Oggi molti sono pizzaioli, ristoratori, artisti e artigiani".
Qual è l'attuale situazione di Poggioreale?
"Sta letteralmente scoppiando, ma da anni è così. Vergognoso ci siano meno di 20 educatori per 2.400 detenuti che peraltro vivono in celle anguste rispetto a una capienza di oltre 1.400 persone. I problemi sono tanti. Le attività rieducative coinvolgono appena il 10% dei reclusi. Gli specialisti come psicologi e assistenti sociali a disposizione? Al massimo tre o quattro per gli stessi 2.400 detenuti. E cosa ancor più grave è che nessuno viene preso in carico da uno psicologo ad esempio, perché il medico cambia di continuo".
Qualche sindacato di polizia penitenziaria si è detto contrario alle attività di cui le parla. Cosa ne pensa?
"Quello di cui non c'è sicuramente bisogno è restringere le attività trattamenti o le celebrazioni religiose. Sarebbe assurdo. I detenuti sono esseri umani e sono già limitati nei loro diritti. Ecco perché credo che l'unica possibilità di un progetto serio di rieducazione e reinserimento sia usufruire di misure alternative a una cella. Tra i circa 400 carcerati che hanno vissuto l'esperienza della nostra comunità di accoglienza, uno o due sono tornati a delinquere".
Di chi è la responsabilità affinché un carcere assolva alla sua funzione?
"Anzitutto della politica. Che ben vengano le visite ispettive periodiche di consiglieri regionali o parlamentari, ma se non c'è la volontà di intervenire rimarranno solo sterili passerelle. Va bene denunciare il degrado e le strutture fatiscenti, ma c'è bisogno anche di riformare il nostro sistema carcerario. Finché il carcere rimarrà l'unica istituzione dove far scontare la pena, nulla cambierà. La stessa riforma dell'ex ministro Orlando, che prevedeva tra l'altro sostegni per le comunità di accoglienza, è stata affossata dall'attuale Governo. Noi stessi non abbiamo nessun aiuto dallo Stato".
Conosceva l'evaso?
"Non benissimo. L'ho visto poche volte. So che domenica ha partecipato alla messa, dove erano una settantina e non duecento. Ma non è un pericoloso criminale, come lo hanno dipinto. Lo abbiamo aiutato con i beni di prima necessità, perché non ha famiglia e quando era fuori viveva di espedienti".
di Conchita Sannino
La Repubblica, 27 agosto 2019
Sorpreso in strada al Corso Garibaldi da squadra mobile e carabinieri. Era da solo. Il questore Giuliano: "Orgoglioso delle donne e degli uomini del mio ufficio, sinergia con i carabinieri".
Dopo una frenetica caccia all'uomo e due giorni di fuga, è stato catturato a Napoli Robert Lisowski, il detenuto 32enne di nazionalità polacca evaso dal carcere di Poggioreale calandosi con una corda dal muro di cinta. Si nascondeva non distante dal Corso Garibaldi, in via Camillo Porzio, nei pressi della vecchia pretura. Dunque in una zona non lontana dal carcere di Poggioreale, da cui era scappato in modo rocambolesco, con un clamoroso flop del sistema di videosorveglianza del carcere, e senza che nessun agente lo notasse mentre si calava con una fune fatta di lenzuola annodate, in pieno giorno. L'evaso si trovava dunque a meno di un chilometro di distanza dal carcere, non si era allontanato dalla zona.
L'hanno arrestato squadra mobile e carabinieri, sorprendendolo in strada. Lisowski era solo. È un pericoloso assassino: un anno fa uccise a coltellate un uomo di nazionalità ucraina, che gli aveva impedito di molestare una donna. "Sono orgoglioso delle donne e degli uomini della questura, che hanno lavorato con impegno e professionalità straordinari. Questa cattura è inoltre frutto di una perfetta sinergia e di un efficace scambio di informazioni con i colleghi dell'Arma dei Carabinieri": è il commento del questore di Napoli, Alessandro Giuliano.
cronachefermane.it, 27 agosto 2019
L'Unione delle Camere Penali italiane, con il suo Osservatorio Carcere, ha aderito alla campagna promossa dal Partito Radicale e Radio Radicale 'Ferragosto in carcerè, visitando gli istituti penitenziari territoriali. Nell'occasione, l'avvocato Simone Mancini, responsabile regionale dell'Osservatorio Carcere Ucpi, insieme ad una delegazione della Camera Penale di Fermo composta dall'ex presidente, l'avvocato Igor Giostra e dai colleghi Michelangelo Giugni e Valeria Gobbi, si è recato il 16 agosto nell'istituto penitenziario di Fermo.
La finalità di tale iniziativa è consistita nel verificare le condizioni intra-murarie dei detenuti, insieme a quelle del personale dell'istituto, situazioni che indubbiamente si riflettono nel livello di qualità della vita. Grazie alla cortese collaborazione offerta dalla direzione dell'istituto di Fermo, è stato possibile accedere a zone abitualmente interdette ed è stato possibile mostrare ai detenuti la vicinanza della Camera Penale di Fermo e dell'Osservatorio Carcere alle criticità della vita carceraria.
"Proprio in conseguenza dell'allarmante situazione nell'ambito detentivo, l'Ucpi - ricordano il responsabile Osservatorio Carcere dell'Ucpi, l'avvocato Simone Mancini e il presidente della Camera Penale di Fermo, l'avvocato Andrea Albanesi - ha recentemente proclamato l'astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale per il giorno 9 luglio scorso.
Passando ai numeri: l'istituto penitenziario di Fermo non presenta ad oggi particolari criticità di organico. A fronte della previsione di 54 unità di personale, va rilevato che solo un dipendente è prossimo al pensionamento ma ben 4 nuovi impiegati sono in arrivo. È stata rilevata anche l'assenza di problematiche di sovraffollamento, circostanza verificatasi in passato in concomitanza con una certa carenza di organico: la popolazione consiste in circa 50 detenuti, di cui il 45% risulta essere composto da stranieri, essendo per quest'ultimi maggiormente difficoltoso reperire un'attività lavorativa ed un'abitazione tale da permettere l'accesso alle misure alternative alla detenzione.
L'assistenza sanitaria è garantita dalla presenza di un medico ed un infermiere, al bisogno si ricorre anche all'intervento della guardia medica di turno e l'infermeria risulta dotata di defibrillatore.
All'interno della Casa di reclusione di Fermo è prevista una piccola sezione riservata a detenuti in attesa di giudizio (la cosiddetta sezione circondariale), c'è un'ulteriore sezione per detenuti in stato di semilibertà, con 4 posti cadauno. Oltre all'insufficienza degli spazi all'interno delle celle, un punto di criticità su cui indubbiamente bisogna riflettere consiste, nonostante l'impegno umano e professionale di tutto il personale, nella difficoltà di gestione dei soggetti che presentano problematiche psichiatriche, stante la carenza di adeguate strutture che potrebbero condurre ad un approccio e ad un supporto più adeguato nei confronti di soggetti particolarmente vulnerabili, a diretto beneficio anche della convivenza tra i detenuti". E per concludere, nella loro nota, il responsabile Osservatorio Carcere dell'Ucpi, l'avvocato Simone Mancini e il presidente della Camera Penale di Fermo, l'avvocato Andrea Albanesi chiedono maggiori iniziative di carattere sociale e lavorativo, quelle ossia importanti anche per il "recupero ed il reinserimento sociale del detenuto, ratio ispiratrice dello stato di detenzione".
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