di Pino Dragoni
Il Manifesto, 13 ottobre 2019
Dalla sciagurata prigione di Tora il regime di al Sisi manda un segnale a tutti gli attivisti. Bendato, denudato e picchiato. I suoi aguzzini: "Noi odiamo la rivoluzione". "Alaa è stato torturato e umiliato, e adesso è in pericolo". La notte del 10 ottobre la famiglia dell'attivista e intellettuale Alaa Abdel Fattah ha lanciato l'allarme per le condizioni in cui è detenuto dal 29 settembre, quando è stato arrestato direttamente nella stazione di polizia in cui era costretto a passare tutte le notti.
Il giorno dopo l'arresto Alaa è stato trasferito nel famigerato braccio di massima sicurezza del carcere di Tora, insieme al suo avvocato Mohammed Baqer, inspiegabilmente preso anche lui durante l'interrogatorio a cui stava assistendo. Alaa è arrivato in carcere bendato, lì è stato denudato e picchiato per la prima volta. Poi ha ricevuto quella che i detenuti chiamano la "parata di benvenuto", costretto cioè a camminare in un corridoio in cui è stato preso a schiaffi, calci e pugni dai secondini. Dopo il pestaggio, di nuovo bendato, è stato portato da un ufficiale che gli ha spiegato "questa prigione è fatta per dare una lezione a quelli come te", per poi aggiungere "Io ti odio, e odio la rivoluzione".
Ma Alaa, nonostante le minacce, come sempre ha deciso di parlare, e nell'interrogatorio con il procuratore (che ha rinnovato l'ordine di detenzione per lui e per il suo avvocato) ha denunciato tutte le violazioni subite, pur consapevole che di lì a poco sarebbe tornato dritto nelle mani dei suoi aguzzini. La sorella Mona e la madre sono costantemente in cerca di sue notizie, e finora sono riuscite ad ottenere una visita in cui hanno potuto constatare, attraverso un vetro, che finora non ci sono state ritorsioni. Non è la prima volta che Alaa finisce in carcere. Volto simbolo della rivoluzione del 2011, l'attivista è stato arrestato sotto tutti i presidenti che hanno governato l'Egitto da Mubarak in poi. È la prima volta però che subisce abusi fisici a questi livelli. Botte e torture sono la norma nelle stazioni di polizia e nelle carceri egiziane, ma finora le figure più importanti e più in vista erano state risparmiate da pratiche simili. A quanto pare ormai il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha superato anche questa linea rossa. "Il fatto che Alaa sia stato arrestato - scrive la famiglia in un comunicato - non è una questione che riguarda lui in particolare. Ma è per mandare un messaggio a tutto il paese: non pensate neppure per un istante che vi permetteremo di protestare contro questo regime".
L'arresto di Alaa infatti rientra in quella che è la più vasta campagna di arresti politici da quando al-Sisi è al potere. Tutto è cominciato il 20 settembre, quando alcune rabbiose proteste contro il regime di al-Sisi sono esplose inaspettatamente nelle strade di diverse città dell'Egitto. Da allora 3.120 persone sono state arrestate, attivisti e attiviste, avvocati per i diritti umani, dirigenti di partiti di opposizione, ma soprattutto gente comune prelevata arbitrariamente in strada o nelle abitazioni. Tra questi ci sono anche 111 minori, alcuni dei quali appena undicenni, arrestati nel tragitto da casa a scuola.
Tra i fermati ci sono anche numerosi stranieri, sudanesi, turchi, yemeniti, ma anche europei. Due studenti di arabo dell'Università di Edimburgo, sono stati arrestati per alcuni giorni con l'accusa di spionaggio. In seguito all'incidente l'università scozzese ha chiesto a tutti i suoi studenti di tornare a casa. Uno studente statunitense ha raccontato di essere stato bendato per circa 15 ore durante i quattro giorni che ha passato in una struttura detentiva con altre 300 persone, tutte arrestate in relazione alle proteste. La sua colpa era quella di avere salvati sul suo smartphone alcuni articoli sulle manifestazioni dei giorni precedenti. E venerdì una giornalista italiana, Francesca Borri, è stata fermata per circa 24 ore al suo arrivo all'aeroporto del Cairo. L'ambasciata si è immediatamente mobilitata per seguire il caso. Si è parlato di "accertamenti sul passaporto", ma alla fine alla giornalista è stato di fatto impedito l'accesso al paese. "Trattenuta per quello che penso e dico del regime di al-Sisi", ha twittato la freelance. "Ma onestamente, essendo una dei giornalisti che ha indagato sull'omicidio Regeni, per me questo ingresso negato in Egitto è una medaglia al valore". E proprio l'Unione Europea, di cui Giulio Regeni era cittadino, tace e "chiude un occhio" sulla repressione in corso in Egitto, come denuncia Euromed Rights, una rete di Ong per i diritti umani.
Pochissime le condanne che si sono alzate (un pugno di parlamentari europei). Silenzio tombale dalla Farnesina.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 13 ottobre 2019
Meno ostacoli sul fine vita. Arriva la prima proposta del governo rosso-giallo. Ed è anche la prima proposta dopo la decisione della Corte costituzionale, sulla vicenda di dj Fabo, di ritenere "non punibile" chi "agevola l'esecuzione del proposito di suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile".
A palazzo Madama gli esponenti della maggioranza che sul tema hanno una posizione unitaria si sono coalizzati. Regista dell'operazione la dem Cirinnà. Sul fine vita arriva la prima proposta rosso-gialla dalla nascita del nuovo governo. Ed è anche la prima proposta dopo la decisione della Corte costituzionale di ritenere "non punibile" chi "agevola l'esecuzione del proposito di suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile". Tra una decina di giorni arriveranno le motivazioni della Consulta, ma intanto a palazzo Madama gli esponenti della maggioranza che sul tema hanno una posizione unitaria si sono coalizzati. Regista dell'operazione la dem Cirinnà.
I vertici della Camera e del Senato non hanno deciso se ripartire dal testo già incardinato nelle commissioni di Montecitorio e allora nell'impasse generale, che ha contraddistinto il Parlamento incapace nei mesi scorsi di legiferare sulla materia, la senatrice del Pd ha redatto un testo che ricalca la sentenza del 25 settembre scorso. La proposta porta anche la firma del renziano Nencini, del pentastellato Mantero, della De Petris per LeU, della ex M5s Nugnes e di altri senatori del Pd come Rampi e Cerno. Un malato terminale, capace di intendere e di volere, può chiedere l'aiuto medico a morire quando è in stato di irreversibilità. Si sancisce che l'aiuto al suicidio - contemplato dall'articolo 580 del codice penale che prevede pene tra i 5 e i 12 anni di carcere - può quindi non essere punibile a "determinate condizioni".
E allo stesso tempo sì introduce "la possibilità di formulare obiezione di coscienza da parte del medico e del personale sanitario" garantendo in ogni caso la terapia del dolore e la somministrazione delle cure palliative. "Su questa materia ovviamente si dovrà mediare ma non si possono fare trattative sul principio. Del resto - osserva la Cirinnà - il 70% degli italiani la pensa come la Corte costituzionale".
La dignità di morire, dunque. "Il legislatore - si sottolinea nel testo - non è chiamato a dare la morte, né a rinunciare all'obbligo dí prendersi cura di ogni persona malata. Piuttosto è chiamato a confrontarsi, con umiltà, con le forme che può assumere - nella concretezza delle situazioni di vita - la dignità personale, riconoscendola con rispetto". In quest'ottica - questa la premessa - "mettendo al centro la persona del malato e la sua libertà di scelta, il presente disegno di legge non fa altro che disciplinare - con le opportune garanzie - la possibilità di consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo "corrispondente alla propria visione della dignità del morire".
Nell'articolo 1 della Pdl si modifica il primo comma dell'articolo 580 del codice penale, differenziando le pene comminate per le due diverse fattispecie di istigazione e aiuto al suicidio. "Nel caso di paziente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e affetto da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, è consentita - questa poi l'aggiunta all'articolo 2 della legge 22 dicembre 2017 - su richiesta del paziente" la somministrazione di farmaci idonei "a provocarne rapidamente e senza dolore la morte".
Si include "nella disciplina dell'aiuto medico a morire anche quei pazienti che, sebbene non tenuti in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale (come ad esempio la ventilazione artificiale), siano comunque affetti da patologie gravi e irreversibili, fonte di sofferenze fisiche o psichiche intollerabili". La somministrazione dei trattamenti è consentita "anche presso il domicilio del paziente, unicamente nell'ambito del Servizio sanitario nazionale, da parte di personale medico e sanitario che non abbia formulato al riguardo obiezione di coscienza".
Nella proposta di legge si punta ad introdurre anche il principio della retroattività. La causa di non punibilità non si limita al solo delitto di cui all'articolo 580 del codice penale, ma "include anche i delitti di cui agli articoli 575 (omicidio), 579 (omicidio del consenziente) e 593 (omissione di soccorso) ed è formulata in modo tale da valere anche per il passato".
Insomma non è punibile per i delitti chi "anche prima della data di entrata in vigore della presente legge, abbia direttamente o indirettamente cagionato, su sua richiesta, la morte di una persona nelle condizioni" di irreversibilità. Ovviamente la partita in Parlamento è soltanto all'inizio e i firmatari della legge dovranno vedersela con il fronte cattolico, trasversale ai partiti, e pronto a dare battaglia.
gonews.it, 13 ottobre 2019
Il progetto Teatro carcere ha consentito anche per questa stagione teatrale la realizzazione del laboratorio e dello spettacolo Fra quattro mura, libero adattamento da "La casa di Bernarda Alba" di Federico Garcia Lorca.
Il corso è stato curato dalle operatrici della compagnia Giallo Mare Minimal Teatro Maria Teresa Delogu e Rossella Parrucci, che hanno curato anche la regia dello spettacolo. Mercoledì 13 novembre alle 21.00 Fra quattro mura andrà in scena alla casa circondariale di Sollicciano Il dramma, nella sua versione originale, racconta del potere tirannico della madre (Bernarda Alba), che impone alle cinque figlie femmine un lutto di otto anni dopo la morte del padre; un potere simboleggiato dal bastone che Bernarda tiene tra le mani. Il personaggio non è un'invenzione letteraria, ma si ispira a quello di una vedova effettivamente vissuta nei pressi di Granada, che teneva prigioniere le proprie figlie a Firenze.
Non è difficile immaginare che uno degli aspetti più laceranti della detenzione sia il dover fare i conti con la cessazione di una vita amorosa, affettiva, emotiva, sessuale e di relazione. Spesso questa lacerazione dà l'avvio a tentativi di cucitura, ricucitura, tessitura di rapporti (a volte più idealizzati che concreti) che rendano più sopportabile il tempo della clausura e soprattutto facciano da sostegno al sogno di una costruzione di un futuro, di una famiglia, di un destino non di abbandono.
Questi aspetti prendono sovente la forma della presenza (o lamentata assenza) di un compagno, un marito, un fidanzato; a volte relegato nel passato, a volte cercato nell'ambiente del carcere, a volte irrimediabilmente rimpianto, a volte infine costruito con la fantasia, magari a partire da un modello autentico, ma più forma desiderata che autentica. Un insieme di spinte e pulsioni umane che in un ambiente rinchiuso vanno oltre la semplice presenza di qualcuno che condivida un percorso di vita, ma che vanno a simboleggiare aspetti peculiari che aiutano a riflettere su questa difficile condizione.
Questo insieme di considerazioni ci ha spinto ad attraversare le situazioni proposte dalla vicenda narrata da G. Lorca, ne "La casa di Bernarda Alba", dove due sono i punti-chiave intorno a cui ruota la tragedia: la figura della Madre-Tiranna, (Bernarda Alba) e un evanescente promesso sposo della figlia primogenita di cui, data la condizione di "detenzione" in cui si trovano le figlie, tutte sono innamorate di un amore che è essenzialmente proiezione di una libertà agognata ma mai conquistata.
Il Teatro carcere è un progetto sostenuto con convinzione dalla Regione Toscana che, fra le prime in Italia e in Europa, si è distinta nel credere che il teatro - e più in generale, tutte le forme artistiche e creative - possano svolgere una importante funzione di riassetto civile e sociale nel complesso rapporto fra la detenzione e la cittadinanza. Giallo Mare Minimal Teatro dopo la chiusura della casa circondariale di Empoli, dove per anni aveva lavorato con le detenute, ha proseguito il suo impegno con le donne della casa circondariale di Sollicciano a Firenze.
Per assistere alla performance è però necessario prenotarsi entro giovedì 17 ottobre inviando mail a
L'ingresso del pubblico è previsto per le ore 20.00, è necessario portare con sé un documento di identità. Non è consentito l'ingresso al carcere di alcun cellulare, tablet, pc, o altro di analogo. I posti sono limitati, pertanto si prega di prenotarsi se si è ragionevolmente certi di poter partecipare, onde non precludere ad altri la possibilità di assistere allo spettacolo.
Il Piccolo, 13 ottobre 2019
Tre detenuti del carcere di via Barzellini hanno ottenuto nei giorni scorsi un permesso speciale per servire a Barcis il pranzo di comunità alla 27esima edizione del Convegno del Centro Balducci. I tre detenuti fanno parte del percorso educativo promosso all'interno della casa circondariale di Gorizia da don Alberto De Nadai e Steven Stergar con il fine di far convergere e dialogare le diverse attività formative tenute all'interno del carcere stesso e di permettere così alle persone private della libertà di tenere lo sguardo sempre rivolto al futuro.
Grazie al permesso del magistrato di sorveglianza i tre detenuti, per un giorno, hanno potuto confondersi tra la folla, ma soprattutto hanno potuto confrontarsi con un ambiente sociale dove, tra un piatto servito e l'altro, hanno scambiato parole di sostegno e solidarietà. "Hanno dimostrato, per tutta la giornata di permesso, come sia possibile per tre attuali detenuti ripensare il concetto di vita, di stare al mondo, di prendersi cura l'uno dell'altro, finalizzando un percorso che da diverso tempo hanno intrapreso all'interno delle quattro mura del carcere - ricordano don Alberto e Stergar.
L'impegno offerto è solo il prolungamento e la controprova di quanto dimostrato tuttora nella struttura di via Barzellini, ma è anche un premio che funge loro da responsabilità per altre persone che, come loro, vivono attualmente questa tipologia di realtà. Diventano esempio di come scomode etichette possano essere strappate ancora prima che applicate".
"Intraprendere percorsi interni al carcere non è certamente da tutti", proseguono De Nadai e Stergar, ricordando però che al momento un'altra dozzina di detenuti prende parte al percorso rieducativo. "Passo dopo passo, i risultati iniziano a vedersi - dicono -. Concetti come diritto, dovere, responsabilità, volontà e duro lavoro stanno attecchendo nella mente di questi esseri umani volenterosi di dare prima una sterzata, e poi, per dirla alla don Ciotti, uno scatto alle loro rispettive vite, indirizzando queste in binari più congeniali al bene individuale e sociale.
Ancora una volta l'ennesima attenzione alla cura reciproca, all'interessamento nei confronti del prossimo, dando a questo un esempio al quale potersi appigliare. Speranze trasmesse in alternative che divengono concrete possibilità, appigli, anche questi, indispensabili per poter meglio comprendere l'obiettivo rieducativo dell'istituzione carceraria".
di Lucia Bellaspiga
Avvenire, 13 ottobre 2019
Noi ci sentiamo quasi eroi per queste 500 miglia da Reggio Calabria a Trieste, in 7 su una barca in cui è già complicato muoverci senza urtarci, e qui sopra in passato hanno navigato 60 persone stipate una sull'altra. Una donna ha persino partorito a bordo, ci sembra impossibile".
Il comandante della piccola ciurma è l'architetto Sandro Dattilo, presidente della sezione di Reggio Calabria della Lega Navale Italiana, e l'equipaggio con cui oggi a Trieste affronterà la Barcolana sono i ragazzi usciti per l'occasione dal carcere minorile della sua città, più due professionisti della vela accorsi a dare una mano nella regata più affollata e scenografica del mondo. Il tutto su una barca a vela sequestrata ai trafficanti di esseri umani e assegnata dal tribunale alla Lega Navale di Reggio Calabria, che l'ha sanificata e rinnovata a sue spese.
"Un progetto ardito - ammette Dattilo -, più volte stavamo per gettare la spugna, ma alla fine abbiamo trovato le energie e avuto il nulla osta dal ministero della Giustizia, anche se l'accompagnatore che ci avevano promesso in un primo tempo per controllare i ragazzi non ce l'hanno più mandato e tutta la responsabilità me la sono presa io. Se ho avuto timore che combinassero qualcosa? Mai, l'addestramento è iniziato a giugno e ormai sanno che la vela significa rispetto delle regole. All'inizio durante le lezioni erano un po' strafottenti, guardavano più i loro passatempi elettronici che il mare, in fondo pensavano di essere trattati da "confinati", invece io li ho trattati da marinai, duramente nella disciplina ma con il rispetto che è dovuto a tutti gli uomini. Ora sono un vero equipaggio".
Alla fine dell'addestramento solo Mustafà, Alessandro e Antonio hanno avuto le autorizzazioni per salpare il 28 settembre alla volta di Trieste, dove sono arrivati due giorni fa costeggiando le coste ioniche e adriatiche. "Avevo il terrore che non mi scegliessero - racconta Mustafà, 14 anni, nato a Reggio da genitori di origine tunisina - così ho detto: "Comandante, se non mi portate inizierò a piangere nell'istante in cui uscirete dal porto e smetterò il giorno che tornerete".
Non era mai salito su una barca e il mare lo aveva visto molto poco, caduto presto nelle spire della criminalità. "Ho imparato a fare i nodi e come si mettono le vele. Col mare mosso ho avuto la nausea e tanta paura nelle tempeste, ma è l'esperienza più bella della mia vita, ora non vedo l'ora di fare la Barcolma, mi hanno parlato di migliaia di vele tutte insieme, manco le immagino, già una è un sogno", dice con perfetto accento calabrese.
Alessandro di anni ne ha 16 e viene da Arghillà, il quartiere dormitorio di Reggio Calabria, dove a breve verrà inaugurata la prima stazione di polizia (fino a oggi le forze dell'ordine non osavano nemmeno entrarci). "È stato, è, e sarà una cosa indimenticabile", dice senza smettere di lucidare la barca. "Non mi aspettavo un privilegio così grande, perché noi viviamo in un contesto detentivo, siamo ragazzi diversi. Dattilo è un vero comandante, un papà, con lui pensiamo spesso, inevitabilmente, ai sessanta che erano qui stretti a bordo. Che dire, mi dispiace tanto per loro. Da questa esperienza mi riporto a casa il mio futuro: ho scoperto di amare il mare e dopo il diploma all'Istituto Nautico lavorerò con mio zio sulle navi petroliere".
Alla fine della Barcolana - lo sa bene il comandante Dattilo - torneranno dentro, "ma credo con speranza. Perché la cosa peggiore è quando perdiamo la speranza. Loro rientreranno con un sogno, hanno visto che un'altra vita è possibile, che ci sono cose splendide. Devono chiudere con il passato perché hanno un'età in cui tutto è ancora possibile".
Glielo ha detto l'altra sera nella tappa di Venezia, in pizzeria: "Per la prima volta ho chiesto loro che reato avessero commesso, per abbattere anche l'ultimo muro. Anche se ci sono cose che non diranno mai, perché liberarsi di certe storie familiari non so se sarà mai possibile". Una pizza che volevano a tutti i costi pagarsi, i giovanissimi marinai, "ma non gliel'ho permesso, sono piccoli segnali che a loro danno una certezza, "allora ci vogliono bene", e in automatico si comportano da persone per bene".
L'imbarcazione, confiscata alla criminalità organizzata dopo l'ultimo sbarco in Calabria nel 2014, è uno sloop di 12 metri: un solo albero, tre cabine e due bagni. Era partita dalla Turchia con il suo carico umano. "Strumento di morte e di tratta, oggi è diventata simbolo di rieducazione e speranza", dice Antonio, 21 anni, il terzo dell'equipaggio, il più adulto. Avendo commesso il reato quando era minorenne ha il diritto di proseguire il suo iter nella giustizia minorile: "Dopo tanti anni di detenzione i magistrati ci hanno fatto questa concessione, siamo i primi a poter fare la Barcolana - sorride. Siamo grati e lusingati, ovviamente però siamo ragazzi con una giusta condotta- spiega-, i miei due compagni sono in "messa alla prova", io dopo aver passato svariate carceri minorili da due mesi sono in detenzione domiciliare in una comunità ministeriale.
Tutti e tre scontiamo una pena, ma su questo scafo abbiamo appreso il significato di libertà, letteralmente cerchiamo di capire dove ci porta il vento in questa fase della nostra vita. E poi abbiamo visto per la prima volta l'alta Italia, e dal mare aperto: nemmeno i cittadini normali hanno questa opportunità... ti può cambiare la vita".
Parla come un testo di giurisprudenza, cita leggi e articoli, ma "se parlo bene è perché il Codice penale in questi anni me lo sono ripassato molte volte", sorride amaro. Cambiare la vita. È il senso del progetto di Dattilo, che si rifà ai veri obiettivi sociali scritti nello statuto della Lega Navale: diffondere la cultura marinaresca nella società civile con attenzione particolare ai meno fortunati. A questo scopo lui e altri soci si sono tassati e hanno lavorato manualmente per ripristinare la "Evai", (la scaramanzia marinara vieta di cambiare il nome alle barche, pena la sfortuna), poi l'hanno messa a disposizione dei minori delle comunità di rieducazione (solo due gli sponsor, la ditta Fabbro che ha fornito i cibi in scatola e la Network Technology che ha installato a bordo le telecamere h 24, anche a infrarossi per le riprese notturne), fino a "osare" oggi la grande avventura triestina: "Il 28 mattina siamo salpati da Reggio dopo la cerimonia di benedizione data da don Nuccio Cannizzaro ed ora eccoci qui - conclude il presidente, emozionato nell'attesa che il cannone dia il via alle oltre duemila vele giunte da tutto il mondo.
La Barcolana ha un significato speciale per noi, perché per statuto fin dalle origini la competizione è seconda allo stare insieme. Barcolana è uno stile di vita". Alle 10 e mezza oggi le Frecce Tricolore dipingeranno nel cielo la linea di partenza ideale tra il Faro di Barcola e il Castello di Miramare, a quel punto Mustafà, Antonio e Alessandro isseranno le vele e prenderanno il vento. "In fondo se non ero detenuto non avrei mai studiato", dice Antonio nell'ultima confidenza prima della gara, "a gennaio finisco la pena e mi laureo pure in Economia aziendale: in cella invece di perdere tempo ho studiato, da libero non l'avrei mai fatto. Anche Alessandro e Mustafà si stanno diplomando grazie al carcere. Mi creda - guarda all'orizzonte - la libertà è un concetto complesso".
antigone.it, 13 ottobre 2019
Il prossimo 14 ottobre a Roma, a partire dalle ore 10.00, presso la Sala di Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica, Antigone e lo European Prison Observatory organizzano un incontro pubblico per affrontare il tema delle carceri europee. Verrà presentato il primo Rapporto sulle carceri in Europa nonché le proposte dello European Prison Observatory da presentare alle istituzioni europee.
In un'epoca in cui il sovraffollamento carcerario investe molti Stati membri, l'assistenza sanitaria e psichiatrica rivolta ai detenuti è troppo spesso inadeguata, le opportunità di lavoro sono carenti e poco qualificate, l'uso della forza da parte del personale penitenziario è stato motivo di preoccupazione in vari Paesi europei, cosa possono fare le istituzioni dell'Unione Europea per garantire condizioni di detenzione rispettose della dignità della persona privata della libertà?
Durante l'incontro verranno presentati i risultati di una ricerca condotta dallo European Prison Observatory nell'ambito del progetto "Prison de-radicalization strategies, programmes and risk assessment tools in Europe", realizzato con il sostegno del Programma Giustizia (2014-2020) della Commissione Europa, un tema al quale l'intera Europa ha dedicato una grande attenzione negli ultimi anni.
Lo European Prison Observatory è una rete di associazione ed enti di ricerca europei coordinato da Antigone e sviluppato con il sostegno-del Programma di Giustizia dell'Unione Europea. Questo osservatorio studia, attraverso analisi quantitative e qualitative, la condizione dei sistemi penitenziari nazionali e dei relativi sistemi di alternative alla detenzione, confrontandola con le norme e gli standard internazionali rilevanti per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti. Mette in evidenza le "buone pratiche" esistenti nei diversi paesi, sia per la gestione delle carceri che per la protezione dei diritti fondamentali, e promuove l'adozione degli standard del Cpt e degli altri strumenti giuridici internazionali per la gestione delle carceri in Europa.
Nel 2017 lo European Prison Observatory ha avviato un progetto sulla prevenzione ed il contrasto alla radicalizzazione in carcere, e sull'impatto che queste misure possono avere sui diritti fondamentali delle persone detenute. er partecipare all'evento è necessario accreditarsi, entro e non oltre le ore 11.00 dell'11 ottobre, mandando una e-mail a:
Di seguito il programma con i partecipanti:
Saluti: Loredana De Petris (Senatrice, Presidente Gruppo Misto).
Coordina: Alessio Scandurra (Antigone, coordinatore European Prison Observatory).
Introducono: Mauro Palma (Garante nazionale persone private della libertà personale); Patrizio Gonnella (presidente Antigone).
Relazioni: Antonio Pedro Dores (Iscte-Iul): European Prison Observatory: chi siamo, cosa facciamo?; Federica Brioschi (Antigone): Prisons in Europe; Giovanni Torrente (Università di Torino),Daniela Ronco (Università di Torino), Alvise Sbraccia (Università di Bologna): La radicalizzazione in carcere; Christine Graebsch, Melanie Schorsch (Fachhochschule Dortmund): Radicalizzazione e approcci operativi; Susanna Marietti (Antigone): Carceri d'Europa: cosa può fare l'Unione Europea? Le proposte dello European Prison Observatory.
Conclude: Massimiliano Smeriglio (Parlamentare Europeo Pd-S&D)
cremonaoggi.it, 13 ottobre 2019
Interrogazione parlamentare sul carcere di Cremona. L'ha presentata il deputato Roberto Giachetti su input del gruppo dei Radicali di Cremona, che durante la visita alla Casa Circondariale cittadina, effettuata a ferragosto dagli esponenti del Partito Radicale, Gino Ruggeri e Maria Teresa Molaschi, e dall'avvocato della locale Camera Penale Laura Negri, "ha evidenziato una situazione preoccupante dal punto di vista sanitario per la presenza di un numero estremamente alto di detenuti con patologie di tipo psichiatrico - 74 psicotici; 48 con disturbo depressivo maggiore, 20 con disturbo borderline, 76 con disturbo di personalità - e di 107 detenuti tossicodipendenti" fa sapere l'esponente radicale Gino Ruggeri.
L'interrogazione, presentata il 27 settembre scorso ai ministri della Giustizia e della Salute, chiede "quali iniziative di competenza si intendano adottare per garantire il diritto alla salute dei detenuti e in quale modo intendano intervenire al fine di garantire un adeguato livello di assistenza alla popolazione reclusa".
di Alessandra Napolitano
centropagina.it, 13 ottobre 2019
In 12 hanno partecipato al corso di formazione di 30 ore delle associazioni "Sguinzagliati" di Senigallia e "Il mio Labrador" di Pollenza, dedicato all'educazione cinofila e alla pet therapy per persone con disabilità. Nel carcere anconetano la consegna degli attestati.
Imparare ad addestrare i cani e magari ricominciare una nuova vita come educatori cinofili una volta usciti dal carcere. Sono 12 i detenuti della Casa Circondariale di Monteacuto che hanno partecipato al corso di 30 ore delle associazioni "Sguinzagliati" di Senigallia e "Il mio Labrador" di Pollenza.
"Il progetto è un bando del Comune di Ancona ed è "Educazione cinofila e pet therapy in carcere". Abbiamo tentato di fare una cosa un po' diversa rispetto agli altri: cerchiamo di dare una formazione in più ai ragazzi che, quando usciranno, avranno già iniziato il percorso per diventare educatori cinofili- spiega Gabria Pierfederci, educatore cinofilo. Il corso ha previsto una parte teorica- come comunica il cane e come noi dobbiamo cercare di comunicare per avere risultati migliori-, una parte di pet therapy e una pratica.
Per quanto riguarda la pet therapy si preparano cani per disabili: il nostro amico a 4 zampe deve imparare a essere gestito da una carrozzina. I ragazzi hanno fatto tutte le prove camminando con la sedia a rotelle, cercando di tenere il cane al guinzaglio superando degli ostacoli. La parte pratica è stata fatta al campo del carcere. I detenuti hanno appreso i comandi base come: seduto, terra, resta. Infine, spazio agli sport e ai giochi cinofili, all'agility ecc.".
Entusiasti i detenuti che hanno partecipato al progetto. "Ho imparato cose che non sapevo e quando sarò libero sicuramente prenderò un cane" commenta Cristian Gainescu. "Questa esperienza è stata positiva. Aiuta a passare la settimana, hai uno spazio di libertà in cui puoi essere te stesso, sereno. È stato un bel percorso. Mi è piaciuto molto l'addestramento, insegnare i comandi ai cani, il momento in cui ci hanno spiegato l'utilità dei cani per le persone con disabilità" riferisce Davide Storlazzi.
"Una bella esperienza. La parte che mi ha colpito di più è come vengono educati i cani per aiutare le persone disabili. In futuro mi piacerebbe fare l'educatore. A casa ho due cani, è da tanto che non li vedo e ho voglia di riabbracciarli" afferma Salvatore Fontana. L'Associazione "Il mio Labrador" Asd si occupa della preparazione dei cani di assistenza per persone con disabilità motoria, in particolare con disabilità cognitiva.
"Anche se questo è un contesto diverso, abbiamo dato a questi ragazzi delle nozioni avanzate che saranno utili quando usciranno - spiega Andrea Zenobi, presidente e fondatore Associazione "Il mio Labrador" Asd. È la prima volta che faccio lezioni in un carcere e prima di venire qui avevo dei preconcetti nei confronti di chi mi sarei trovato di fronte. Invece ho trovato delle persone che, anche se hanno commesso errori nella loro vita, a livello umano hanno imparato tanto e sono sicuro che, una volta fuori di qui, lo trasmetteranno ai cani e ai loro futuri clienti". Concluso il corso e le attività i detenuti hanno ricevuto un attestato. Gli amici a 4 zampe coinvolti nel progetto, circa una decina e provenienti dal canile, tramite l'associazione Code Ribelli sono stati adottati.
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 13 ottobre 2019
La nuova Commissione dovrà passare a un paradigma diverso da quello solo introspettivo. La pugnalata alle spalle di Donald Trump agli alleati curdi in Siria sta facendo vacillare la credibilità degli Stati Uniti, in Medio Oriente e non solo. Nel vuoto che si è creato, è però anche drammaticamente evidente la fragilità dell'Europa. La quale Europa è, se non altro per ragioni di vicinanza geografica, la regione più vulnerabile alle conseguenze dell'offensiva turca, sia in termini di possibile nuova ondata migratoria sia in termini di possibile rilancio delle attività terroristiche dell'Isis. In questi giorni dovrebbe essere in prima fila, non solo con dichiarazioni, nella gestione della crisi. Dalla situazione siriana e dalla questione curda, la Ue si è invece tenuta lontana; e nei confronti della Turchia ha compiuto una serie di errori. Il risultato è che oggi è di fatto spettatrice di una azione di polizia cruenta alle sue porte e che Recep Tayyip Erdogan può minacciare, senza ritegno ma anche senza visibili conseguenze, i Paesi europei di aprire le porte a più di tre milioni di migranti.
La crisi che si è aperta con il ritiro delle truppe americane dalla Siria è un'occasione - forzata e orribile ma un'occasione - per dare all'Unione europea un minimo di visione geopolitica nella propria difesa. Visione geopolitica che è straordinariamente assente nei governi europei da trent'anni, dalla caduta del Muro di Berlino, e la cui mancanza è sempre più ragione di pericoli. L'esempio forse più evidente dell'illusione europea che la Storia e i conflitti che essa si porta dietro fossero finiti riguarda proprio la Turchia. Nei confronti del Paese che sta sul confine tra Europa e Asia, la Ue ha tenuto una posizione ambigua durante i lunghi anni di trattative per l'ingresso di Ankara nell'Unione. In certi momenti ha illuso i turchi che le porte fossero aperte, in altri, e sempre più negli ultimi anni soprattutto da parte di Germania e Francia, ha sollevato ostacoli. Una forma di aggancio, il più stretto possibile, era quello che la maggioranza dei turchi sperava; la loro delusione ha avuto l'effetto di rafforzare la retorica nazionalista e panturca di Erdogan. Il quale oggi gioca una partita violenta contro i curdi e cinica con gli europei.
Più in generale, distratta dalle proprie crisi interne e dall'idea che nella globalizzazione contasse quasi esclusivamente l'economia, l'Europa non ha agito e nemmeno pensato in termini di geopolitica se non quando ne è stata costretta, come nel caso delle sanzioni a Mosca dopo l'annessione della Crimea da parte della Russia. Non solo non lo ha fatto con la Turchia, non lo ha fatto seriamente nemmeno nei Balcani, oggi terreno di ingresso degli interessi cinesi. E molto poco anche in Africa, al di là degli aiuti umanitari. Ora, in un mondo sempre più pericoloso, è sotto pressione per cercare di recuperare una posizione nel panorama internazionale, non solo per sedersi ai tavoli dove si prendono le decisioni ma anche per costringere altri a sedersi. Non sarà facile.
La nuova presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha detto di volere una Ue "geopolitica", che si muova cioè dandosi un ruolo negli affari mondiali. La commissaria al commercio Cecilia Malmström ha sostenuto che la Ue deve "pensare seriamente" a come proiettare nel mondo i suoi obiettivi di sicurezza e di politica estera, perché "non è veramente equipaggiata per affrontare un mondo in cambiamento". Un politico importante del Parlamento europeo, Guy Verhofstadt, ha addirittura evocato la necessità di fare parte di "un ordine mondiale che si basa sugli imperi". Sono le crisi e le necessità a produrre i salti di qualità nella politica e nelle istituzioni. La sfida prima che avrà di fronte la nuova Commissione europea, e con essa i governi della Ue, sarà la necessità di passare a un paradigma diverso da quello solo introspettivo che l'ha sostenuta negli scorsi decenni. Di fronte alla crisi di questi giorni dei curdi in Siria e al vuoto lasciato da Trump, la domanda è se ci sia, nel Vecchio Continente, la forza e la volontà di affrontare la nuova realtà prima che sia davvero troppo tardi.
di Alessia Candito
L'Espresso, 13 ottobre 2019
Dopo lo sgombero della baraccopoli di San Ferdinando non esiste nessuna soluzione per i migranti rimasti nelle tende. E i decreti di Matteo Salvini hanno tolto quei pochi diritti rimasti.
Arrivano quasi sempre di notte. Da Saluzzo, Foggia, o dai campi siciliani. Viaggiano in piccoli gruppi, o da soli, trascinandosi dietro vecchie valigie in cui conservano i loro pochi averi. I soldi no, quelli sono sempre addosso. Destinazione, Rosarno, tappa autunnale di una stagione che per i braccianti migranti non termina mai. Nella Piana, la raccolta delle olive e degli agrumi è alle porte. E come ogni anno, un esercito silenzioso si presenta puntuale per avviare a forza di braccia il motore dell'economia agricola della zona. Un esercito di fantasmi, oggi in larga parte clandestinizzato per decreto. Fino a qualche mese fa, la maggior parte di loro trovava riparo nella baraccopoli, il ghetto informale nascosto nella zona industriale di San Ferdinando, che per anni ha supplito alla mancanza di alloggi. Nata come "temporanea" tendopoli istituzionale, negli anni è diventata un labirinto di baracche. Ad ogni stagione di raccolta, "un'emergenza" per istituzioni incapaci di proporre soluzioni. Senza acqua, né servizi sono arrivati a viverci in 4mila. E non ci abitavano meno di mille braccianti il 6 marzo scorso, quando oltre 900 agenti delle forze dell'ordine si sono presentati a protezione delle ruspe che, per ordine del Viminale di Matteo Salvini, hanno buttato giù il campo.
Mentre le baracche cadevano come castelli di carta, i più sono andati via. A chi è rimasto, Viminale, Prefettura e istituzioni locali hanno offerto tanti proclami, qualche promessa di immediata bonifica dell'area, alloggi e solo "temporaneamente" nuove tende. Sono passati 7 mesi e sotto un sudario di erba, le macerie ci sono ancora. Percolato, ceneri e brandelli delle lastre di eternit che rivestivano le baracche - avvertono gli ambientalisti - stanno contaminando l'area. Ma dal ministero, i 569 mila euro necessari per rimozione delle macerie e bonifica dell'area non sono arrivati mai. Al pari degli alloggi. Le tende blu ministeriali, invece sono ancora lì.
Presidiata notte e giorno dalle forze dell'ordine, la tendopoli è in mano al Comune di San Ferdinando, che ogni sei mesi ne affida (in via diretta) la gestione ad una cooperativa, incaricata di vigilare su ingressi e assenze. Progetti a lungo termine per gli ospiti, nessuno. Il cerino è rimasto in mano al sindaco Andrea Tripodi, che adesso tuona contro lo sgombero e sulla stampa locale parla di "campagna mediatica di Matteo Salvini che non è servita ai migranti". Ma per l'ennesimo anno, nessuno sembra avere in mente una soluzione. "Io sono fra i fortunati, almeno sono riuscito ad entrare in tendopoli e per adesso un posto per dormire ce l'ho" dice Janko. Ventidue anni, un passato in Gambia e mesi di Libia di cui non ha voglia di parlare, è in Italia da quando ne aveva 16. È finito a lavorare nei campi. "È dura ma ci si abitua".
A schiena curva ha raccolto pomodori in Sicilia, ortaggi in Calabria, poi è finito a Foggia. Lì aveva un contratto di lavoro regolare, era riuscito a mettere via qualche risparmio e aveva la concreta possibilità di convertire la protezione umanitaria in permesso di lavoro. "Poi è successo il disastro. Stavamo cucinando in tenda, ma l'olio era troppo caldo, la pentola si è rovesciata e in pochi minuti tutto era in fiamme. Abbiamo perso tutto". Vestiti, soldi, ricordi, documenti. "Ho fatto subito la denuncia, ma non è bastato. Da Foggia mi hanno mandato a Palermo, da lì in Calabria, ma continuano a rimpallarmi fra i vari uffici". Janko è finito in un circolo vizioso e a distanza di un anno è ancora lì che si dibatte.
La sua protezione umanitaria era in scadenza, dunque non gli hanno rilasciato un duplicato. Aveva tutte le carte in regola per chiederne il rinnovo, ma nell'Italia del decreto Salvini, per prassi amministrativa è necessario attestare una residenza, dunque essere iscritti all'anagrafe. E per essere iscritti all'anagrafe è necessario esibire quel permesso che solo con una residenza potrebbe avere. "Io sto in tendopoli, sulla mia tenda c'è scritto ministero dell'Interno, ho un certificato che dice che vivo lì, ma in commissariato mi dicono che non basta". Nel frattempo, la sua protezione è scaduta, il contratto è sfumato e lui è un fantasma. Ad aiutarlo ci stanno provando Usb, Cosmi e Nuvola Rossa che insieme gestiscono uno sportello a San Ferdinando. Ma Janko sa che nella migliore delle ipotesi la possibilità di stabilizzazione è sfumata per sempre. La protezione umanitaria non esiste più e quella "speciale" con cui è stata sostituita non può essere convertita in permesso di lavoro e va rinnovata ogni anno. Sempre che il rinnovo venga concesso.
"Sono in molti ad inciampare negli stessi gorghi burocratici - spiega l'avvocato Francesco Penna, che supporta l'Usb nelle battaglie legali. L'intero sistema sembra un imbuto, con l'irregolarità come unico sbocco". E ci finiscono in molti, a partire dalle migliaia di braccianti che affollano i casolari diroccati, baracche costruite nel nulla, container o i cosiddetti insediamenti informali. I più grandi sono Testa dell'Acqua, nei pressi di Gioia Tauro, e Contrada Russo, a Taurianova.
Molti dei residenti sono richiedenti asilo usciti dal circuito Sprar e con il decreto Salvini non hanno diritto all'iscrizione all'anagrafe. "Questo - spiegano dall'Usb - significa niente tessera sanitaria e carta d'identità. Quindi nessuna possibilità di avere un contratto di locazione, di impiego o persino un conto corrente". Risultato, per casa e lavoro sono obbligati ad arrangiarsi. I pochi che riescono a trovare un impiego regolare devono necessariamente appoggiarsi a connazionali con un conto corrente su cui dirottare i pagamenti. E il servizio costa circa il 10-20% dell'importo accreditato. Caporali telematici che si aggiungono a quelli che già presidiano gli svincoli.
È lì che all'alba, da anni, ogni mattina apre il mercato delle braccia. E i nuovi schiavi rischiano di essere sempre di più perché ad ingrossarne i ranghi ci sono tutti gli orfani della protezione umanitaria. Come Ibrahim. Trentun anni, ivoriano, in Italia dal 2015. Assunto in un piccolo negozio di ferramenta della provincia di Reggio Calabria, in breve è diventato fondamentale per la coppia di titolari. Cinquantacinque anni lui, un po' meno lei, storicamente di centrodestra, persino sedotti dalla retorica di Salvini, di fronte a quel ragazzo e al suo impegno si sono dovuti ricredere. Progettavano di regolarizzarlo: l'età avanza, il lavoro in ferramenta è pesante ed è meglio assicurarsi una persona di fiducia.
Ma il permesso umanitario di Ibrahim è scaduto prima che il contratto venisse formalizzato e alla richiesta di rinnovo, la commissione territoriale ha risposto un secco no. Lavoro regolare, una casa in affitto, un discreto livello di conoscenza di lingua italiana, una rete ormai solida di rapporti non solo con connazionali, non sono bastati. Per la commissione la situazione in Costa d'Avorio non è sufficientemente tragica da motivarne la permanenza in Italia. Fino a qualche mese fa non era così. La stessa commissione, pur non riconoscendo la protezione internazionale a Seykou, omosessuale e per questo perseguitato in Gambia, lo aveva concesso "in ragione dell'inserimento lavorativo e della conoscenza della lingua italiana". Criteri che dopo il decreto Salvini non valgono più. Il titolare della ferramenta si dispera. È andato in commissariato, in prefettura, in questura. Non vuole rinunciare a quell'apprendista. Ma tutti allargano le braccia. Impiccati alla volubilità delle commissioni, precari per decreto: in Italia cresce un esercito di prigionieri per legge, candidati alla clandestinità.
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