di Antonio Castaldo e Milena Gabanelli
Corriere della Sera, 7 ottobre 2019
Da pochi giorni si sono spente le ceneri dell'ultimo deposito di rifiuti andato a fuoco. Quello di Codogno, in provincia di Lodi, è il rogo di rifiuti numero 690 negli ultimi tre anni. L'emergenza è nazionale, e l'imperativo del governo è prevenire nuovi incendi. Si pongono però tre domande: 1) per evitare incendi occorre impedire lo stoccaggio nei capannoni e discariche abusive? 2) dove porti i rifiuti non riciclabili? 3) i danni prodotti dai roghi chi li paga?
Chi paga i danni? - Il 14 ottobre dell'anno scorso prese fuoco un deposito alla periferia di Milano, e la puzza si sentì fino a piazza Duomo. La "terra dei fuochi" si era definitivamente estesa anche al Nord, con discariche e depositi ricolmi di scorie distrutti da autocombustione o incendi dolosi. La legge prevede che a far fronte alle spese di bonifica sia il proprietario dell'immobile. Ma se non lo fa, interviene la pubblica amministrazione, con i fondi di una fideiussione bancaria. Negli ultimi anni sono state queste garanzie obbligatorie a mitigare i danni. Anche nel caso milanese, la titolare dell'impianto di via Chiasserini aveva presentato una garanzia finanziaria di un milione di euro, ma poco prima del rogo era subentrata un'altra società, che non avendo presentato la fideiussione non aveva titolo ad operare. Quando la Città Metropolitana ha escusso la polizza, è arrivato il ricorso davanti al Tribunale Civile di Milano, che ha bloccato tutto. Ma la bonifica non può attendere i tempi dei tribunali, e per il momento deve pensarci la Città metropolitana di Milano che ha dato inizio ai lavori stanziando 2 milioni di euro.
I responsabili irreperibili o falliti - La bonifica di roghi e rifiuti abbandonati sta diventando un corposo capitolo di spesa. Solo la Regione Lombardia negli ultimi anni ha sborsato 12,4 milioni per quattro siti dei quali non è stato possibile risalire al responsabile della contaminazione. Altri 13,5 milioni sono andati a coprire le spese di bonifica di 13 depositi pericolosi per la comunità: in questi casi i responsabili sono falliti o irreperibili, e sarà necessario affrontare un processo per il risarcimento delle spese. Secondo l' Ispra, ogni tonnellata di rifiuti data alle fiamme produce 1,8 tonnellate di anidride carbonica. Il rogo di via Chiasserini ne ha bruciate oltre 5.000 tonnellate. Quasi tutti questi impianti contenevano scarto non riciclabile del trattamento dei rifiuti, definito in gergo "sovvallo". Nel 2017 ne sono state prodotte 37,6 milioni di tonnellate. I volumi aumentano sempre di più così come i prezzi di conferimento all'inceneritore. Secondo Borsino dei rifiuti, società di servizi specializzata, ogni tonnellata smaltita costa in media 160 euro, con picchi di 240. Cinque anni fa il costo non superava gli 80 euro.
È più conveniente trafficare in rifiuti che in droga - La filiera illegale nata nelle pieghe di quest'emergenza è descritta negli atti dell'inchiesta condotta dalla pm Donata Costa sul rogo milanese del 14 ottobre, il cui processo è alle battute finali: "I produttori di rifiuti li conferiscono ad aziende formalmente munite di autorizzazioni ma in realtà operanti in un regime di illegalità". In questa fase entrano in gioco i broker specializzati in capannoni industriali dismessi che, come annotano gli investigatori, "vengono stipati di rifiuti senza alcuna precauzione per l'incolumità pubblica". Secondo la legge se lo spacciatore di droga rischia non meno di 10 anni di carcere, per il trafficante di rifiuti la pena prevede da uno a sei anni. Per il gestore della discarica non autorizzata di via Chiasserini, accusato anche di calunnia, il pm non ha potuto chiederne più di 6 anni e 8 mesi. In sei mesi aveva fatturato 1,4 milioni di euro. Per gli altri imputati, accusati di aver trasportato illegalmente dalla Campania migliaia di tonnellate di scorie plastiche, le pene richieste si aggirano tra i 3 e i 4 anni.
La miniera dei capannoni dismessi. I capannoni industriali dismessi sono le praterie su cui scorrazzano i trafficanti. In Veneto sono quasi 11mila, e il Veneto importa oltre 4,3 milioni di tonnellate di rifiuti all'anno da altre regioni. La Lombardia 11,7. Insieme all'Emilia Romagna, attraggono il maggior numero di scorie prodotte in Italia, poiché qui si concentra il maggior numero di impianti di smaltimento, e di capannoni, dove abbondano roghi e abbandoni di enormi cumuli di rifiuti. Nel solo nord Italia, il Noe dei Carabinieri ne ha scoperti 34 in sei mesi. Quasi tutti erano stipati di materiale plastico. Il solito sovvallo. Un tipo di rifiuti non riutilizzabile, e che secondo le aziende di rigenerazione costituisce il 30% del totale.
La paura degli inceneritori - L'unica possibile destinazione finale per questa tipologia di scorie è l'inceneritore, o il termovalorizzatore, che bruciando i rifiuti produce anche energia: Brescia alimenta così l'80% del riscaldamento di tutta la città. In Italia ne sono attivi complessivamente 40, contro i 96 della Germania e i 126 della Francia. Nel nostro Paese i timori legati alle emissioni ne ritardano la diffusione. Ma anche le paure andrebbero aggiornate ai nuovi traguardi della tecnologia. Sul tetto del nuovissimo inceneritore di Copenaghen, si potrà sciare: è alto 85 metri, con emissioni molto al di sotto dei limiti di legge.
A Bolzano emissioni quasi a zero - Sulle emissioni in Italia abbiamo fatto di meglio con l'impianto di Bolzano, controllato al 100% da una società pubblica, la Eco-center. Utilizza una delle tecnologie più all'avanguardia nel mondo, e l'obiettivo è la copertura dei costi e gli eventuali utili interamente reinvestiti nel sistema. Produce energia elettrica e termica che viene immessa nella rete di teleriscaldamento, ed è in grado di riscaldare 10 mila alloggi e illuminarne 20 mila. Dal camino dell'impianto di Bolzano escono emissioni di gas, idrocarburi e metalli molto al di sotto dei limiti europei. La media dei valori delle polveri sottili totali sono di 0,05 milligrammi per metro cubo, a fronte di un limite europeo di 10. Ugualmente per la diossina: 0,00003 nanogrammi nel 2018, meglio dell'inarrivabile impianto di Copenaghen, che si ferma a 0,002. Il limite europeo è di 0,1.
I roghi: diossine fino a 100 volte i limiti - Nei giorni successivi al rogo di via Chiasserini nell'aria si è diffusa una quantità di diossina fino a 100 volte il limite europeo, con un picco 22 volte superiore il valore guida fissato dall'Oms (0,3). "Andrebbe verificato l'impatto epidemiologico di una simile catastrofe", dichiara Alberto Zolezzi, medico e deputato M5S. "Oltre ai problemi respiratori, a lunga scadenza ci potrebbe essere un picco di malformazioni congenite". Quindi in attesa che si differenzi di più e meglio, e prima che l'economia circolare diventi una realtà, che si fa? È meglio che i territori sprovvisti adottino qualche impianto modello Bolzano, oppure dobbiamo continuare ad intossicarci di roghi, discariche abusive e camion che vanno su e già per l'Italia? Con buona pace per i trafficanti visto che a nessuno viene in mente di aumentare le pene.
di Milena Castigli
interris.it, 7 ottobre 2019
Il Comitato Unicef Civitavecchia per le donne nelle case di reclusione cittadine. Nella mattinata di venerdì l'evento "Made in carcere - New Philosophy and Life Stile" svoltosi presso la casa circondariale di via Aurelia Nord degli Istituti Penitenziari "G. Passerini", è intervenuto come relatore il noto stilista a livello internazionale Santo Versace sul tema "Nuove prospettive per il lavoro detentivo presso la Casa Circondariale di Civitavecchia".
Le detenute della struttura penitenziaria hanno realizzato le splendide pigotte dell'Unicef che sono state consegnate alla responsabile del Comitato Unicef di Civitavecchia Pina Tarantino, a conclusione del progetto che da anni coinvolge le due realtà carcerarie civitavecchiesi.
"Questo evento - ha commentato Tarantino - rappresenta un profondo significato educativo e personale per tutti, in particolare per le ospiti della struttura penitenziaria che hanno la possibilità di interloquire con il mondo esterno recependo appieno l'importanza e la vicinanza al prossimo, di cui si sentono parte integrante".
La storia della pigotta - La pigotta in varie zone della Lombardia, indicava una bambola di pezza fatta in casa, con materiali poveri (avanzi di tessuto e lana). Oggi è un gioco registrato dall'Unicef per sostenere l'infanzia nei paesi in via di sviluppo. Nel 1988 Jo Garçeau, membro del Comitato Unicef di Cinisello Balsamo, creò la prima Pigotta a scopo umanitario.
Da allora chiunque può creare una di queste bambole in modo autonomo (l'Unicef fornisce un cartamodello utilizzabile per la forma del corpo ma tutto il resto è lasciato alla creatività di chi la confeziona). Ogni Pigotta è corredata da una cartolina identificativa e viene adottata. Chi adotta una Pigotta contribuisce a tutte le attività che l'Unicef svolge a favore dell'infanzia (vaccinazioni, alimenti terapeutici contro la malnutrizione infantile). Nei primi 18 anni l'Unicef ha raccolto, attraverso la vendita delle Pigotte, 27 milioni di Euro.
quinewselba.it, 7 ottobre 2019
Proseguono le attività del laboratorio teatrale nel carcere di Porto Azzurro che ha coinvolto anche il Centro diurno di salute mentale e gli studenti. Una mattinata diversa quella che ha visto protagonisti alcuni detenuti del carcere di Porto Azzurro, insieme ad alcune persone del Centro diurno di salute mentale di Portoferraio, gestito dalla cooperativa sociale Altamarea, e alcuni studenti dell'Istituto Pacinotti di Piombino ma che ha coinvolto anche le classi IV e V del Liceo classico dell'Isis Foresi di Portoferraio, che hanno assistito allo spettacolo accompagnate dai docenti Anna Rita Farina e Nunzio Marotti.
A riunire insieme sotto un tendone, appositamente allestito all'interno del perimetro delle mura della Casa di reclusione "P. De Santis," è stata la rappresentazione teatrale dal titolo "Una buona notizia... per tutti", realizzata anche con il supporto dell'associazione di volontariato Dialogo, attiva da molti anni nel carcere elbano.
Come ha spiegato Manola Scali, responsabile del laboratorio di teatro nel carcere elbano "Il carro di Tespi", la rappresentazione è nata sulla base di testi di scrittura teatrale, che sono stati pubblicati nella primavera 2019 che avevano come tema le riflessioni sulla pena detentiva, testi che hanno vinto il Premio Siae 2018 e che sono poi stati raccolti in una pubblicazione.
Lo spettacolo messo in scena venerdì scorso è stato realizzato partendo da La Buona Novella di De André per poi essere rielaborato con l'aggiunta di testi dei partecipanti con la collaborazione dei musicisti Daniele Pistocchi e Valentina Cantini che collaborano con il laboratorio teatrale del carcere. Pistocchi e Cantini hanno anche scritto e musicato una canzone dedicata ai detenuti del carcere elbano dal titolo Dal fondo del pozzo. Durante lo spettacolo i protagonisti hanno letto alcuni dei loro pensieri sul tema "Il mio giardino segreto", in molti casi, raccontando anche spaccati importanti e privati della loro vita e della loro condizione.
La realtà carceraria di Porto Azzurro da molti anni è all'avanguardia per le numerose attività di collaborazione con il mondo esterno, delle scuole e del lavoro, anche grazie al supporto del volontariato.
Sono già iniziate le attività del laboratorio teatrale dell'anno 2019-2020 e il gruppo lavorerà sulla figura di Caino e le figure di Caino e Abele nella storia, preparando un altra rappresentazione teatrale. Il laboratorio teatrale nel carcere di Porto Azzurro è sostenuto dalla Regione Toscana. Manola Scali alla fine dello spettacolo ha sottolineato che tutto ciò è stato possibile grazie al sostegno ricevuto dalla direzione del carcere, dalla comandante e dagli agenti delle polizia penitenziaria e dalle educatrici.
di Associazione Yairaiha Onlus
Ristretti Orizzonti, 7 ottobre 2019
La trattazione di temi spinosi quali il superamento dell'ergastolo ostativo e del regime di 41bis deve avvenire nella società prima ancora che nelle aule parlamentari ed in quelle dei tribunali.
Con le tre, diverse, iniziative che si terranno a partire dal prossimo 9 ottobre e fino all'11 in Calabria, rispettivamente a Cosenza, Reggio Calabria e Catanzaro, in collaborazione con le camere penali, andremo ad approfondire i meccanismi dell'ostatività cercando di sfatare i tanti luoghi comuni allarmistici che stanno occupando il dibattito politico delle ultime ore, con il chiaro obiettivo di condizionare le decisioni che la Cedu (in merito al ricorso presentato dall'Italia avverso la "sentenza Viola") e la Corte Costituzionale (sul caso Cannizzaro) sono chiamate a prendere.
Negli ultimi anni già diverse sentenze emesse dalla Cassazione piuttosto che da singoli, coraggiosi, magistrati di sorveglianza, applicando quanto già contenuto nella stratificazione di norme relative al contrasto delle organizzazioni criminali e terroristiche, avevano riconosciuto la pretestuosità della preclusione automatica ai benefici per i condannati ai sensi del 4bis, riconoscendo il diritto a vedersi riconosciuti i benefici richiesti.
Ma le sentenze emesse dai singoli magistrati di sorveglianza o dalla Cassazione pur costituendo importante letteratura giurisprudenziale sono vincolati esclusivamente per il caso specifico sul quale si pronunciano.
Con la sentenza "Viola contro Italia", il 13 giugno del 2019, la Corte europea per i diritti dell'uomo ha sancito che il fine pena mai senza possibilità di revisione alcuna è un trattamento inumano e degradante. L'ergastolo ostativo viola l'art. 3 della Convenzione sottolineando l'incompatibilità con la dignità umana che è poi la vera essenza della Convenzione stessa".
Sentenza e data storiche per chi, pur consapevole dei limiti costituzionali delle preclusioni dettate dal 4bis, negli ultimi 15 anni ha dovuto fare i conti con l'inammissibilità di qualsiasi richiesta perché "ostativo ai benefici". E questa straordinaria sentenza chiarisce anche alcuni aspetti affatto scontati in merito ai capisaldi del 4 bis e della lotta ai fenomeni criminali: 1) non sempre la pretesa collaborazione può essere resa in sicurezza; 2) non sempre alla collaborazione con la giustizia corrisponde un ravvedimento interiore e ad un distaccamento reale dalle organizzazioni; 3) si deve tener conto dell'evoluzione e del cambiamento interiore intervenuti nella persona a distanza di tanti anni dal compimento del reato.
E per il prossimo 22 ottobre è atteso anche il pronunciamento della Corte Costituzionale in merito ad un caso analogo il c.d. "Caso Cannizzaro", seguito dall'avv. Vianello Accorretti, che potrebbe porre fine all'automatismo dell'ostatività e riportare il senso della pena in linea con le finalità costituzionali dettate dall'art. 27.
Durante le tre giornate verranno presentati due preziosissimi volumi curati dalla giornalista Francesca de Carolis: "Cento giorni" di Claudio Conte, ergastolano ostativo laureatosi in giurisprudenza all'UniMG, discutendo una tesi sull'incostituzionalità dell'ergastolo ostativo che gli è valsa la lode accademica; e "Diversamente vivo" di Davide Emmanuello, una raccolta di lettere dal 41bis che testimoniano l'arbitrarietà della proroga indeterminata del massimo regime penitenziario a cui è sottoposto ininterrottamente da oltre due decenni, "senza che vi siano elementi necessari a giustificarne l'applicazione".
di giordano stabile
La Stampa, 7 ottobre 2019
Operazione contro i curdi delle Ypg. Washington: ritirati i nostri soldati dalla zona. Recep Tayyip Erdogan ha lanciato un'operazione nel Nord-Est della Siria contro i guerriglieri curdi delle Ypg. L'invasione di terra, annunciata più volte negli scorsi mesi e con più insistenza negli ultimi giorni, è di fatto cominciata questa mattina, quando l'esercito turco ha spostato truppe, tank e veicoli corazzati verso il confine e la Casa Bianca ha reso noto che la Turchia "lancerà presto un'operazione militare nel Nord-Est della Siria da tempo programmata" e che le truppe americane non saranno più "nell'area circostante", cioè verranno ritirate.
Verso il ritiro Usa dalla Siria - "Le forze armate degli Stati Uniti non sosteranno questa operazione e, avendo sconfitto il califfato territoriale dello Stato Islamico, non saranno più nell'area circostante", ha precisato la dichiarazione della portavoce Stephanie Grisham. La decisione è arrivata dopo di una telefonata tra Donald Trump ed Erdogan. I due leader hanno discusso del conflitto in Siria e stabilito di incontrarsi a novembre a Washington. Nella dichiarazione Grisham ha aggiunto che da ora non poi sarà laTurchia, e non gli Stati Uniti, "a essere responsabile per tutti i combattenti dell'Isis" provenienti da "Francia, Germania ed altre nazioni europee" che sono stati "catturati negli ultimi due anni dopo la sconfitta del califfato territoriale a opera degli Stati Uniti".
Il destino dei jihadisti dell'Isis - Il Nord-Est della Siria, un'area di circa 50 mila chilometri quadrati, un quarto del Paese, è passato nel 2013-2014 sotto il controllo dello Stato Islamico. L'intervento degli Usa al fianco dei guerriglieri curdi delle Ypg ha permesso di sconfiggere i jihadisti e liberare Raqqan nell'ottobre del 2017 e poi tutta la regione. Migliaia di terroristi e loro famigliari sono detenuti in prigioni e soprattutto nel campo profughi di Al-Hol, controllato dai combattenti curdi. Erdogan però considera le Ypg l'estensione in Siria del Pkk e quindi una "organizzazione terroristica". Dopo aver minacciato un intervento più volte il leader turco ha raggiunto un accordo con Washington per istituire una "zona cuscinetto" profonda 30 chilometri senza presenza di guerriglieri curdi. Ieri ha dichiarato che un intervento militare sarebbe potuto arrivare "già oggi o domani" e ha che la Turchia è costretta ad intervenire per tutelare la propria sicurezza e far tornare al più presto a casa i profughi siriani.
I curdi: pronti alla guerra totale - I curdi delle Ypg hanno replicato che se le truppe turche entrano "sarà guerra totale". Venerdì scorso funzionari anonimi del Pentagono e del Dipartimento di Stato hanno rivelato al Wall Street Journal che "ci sono segnali evidenti" che l'operazione è prossima: "È una tempesta perfetta, davvero brutta: non avremmo altra scelta che ritirarci". Gli Usa hanno ancora 1.100 militari nella zona ma a questo punto è chiaro che Trump ha scelto di cedere il controllo dell'area alla Turchia e per i guerriglieri curdi le prospettive sono preoccupanti. Erdogan ha anche annunciato la creazione di nuove città e villaggi dove reinsediare un milione di rifugiati siriani arabo-sunniti per trasformare i curdi in una minoranza lungo la frontiera. La politica di arabizzazione dei territori curdi e annessione strisciante alla Turchia marcia già a pieno regime nel Nord-Ovest della Siria, dove apriranno tre facoltà dell'università di Gaziantep e da dove i curdi vengono espulsi.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2019
Nei 12 giorni successivi al 20 settembre, inizio delle proteste che hanno nuovamente scosso l'Egitto, sono state arrestate oltre 2,3mila persone: manifestanti fermati in piazza, persone prese a caso ai posti di blocco istituiti nelle principali città del paese, ma anche "bersagli" più specifici quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. Pochi da allora sono stati i rilasci.
Secondo il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, almeno 2285 arrestati sono oggetto di sei separate inchieste ma ben 2268 di loro sono indagati nell'ambito del caso 1338/2019 per "assistenza a un gruppo terrorista" e "diffusione di notizie false": ciò vuol dire che, se si arriverà a giudizio, il mondo assisterà al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza.
Tra gli arrestati, ci sono oltre 110 minorenni di età compresa tra 11 e 17 anni. Almeno 69 di loro rischiano di essere incriminati per "appartenenza a un gruppo terrorista" e "uso inappropriato dei social media", anche se è emerso che molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare. Quanto agli arresti "mirati", sono finiti in carcere 10 giornalisti e 16 avvocati. Uno di questi ultimi è Mohamed el-Baqer, avvocato e direttore del Centro "Adalah" per i diritti e le libertà. Il 29 settembre è entrato nel palazzo della procura suprema per la sicurezza dello stato per assumere la difesa dell'attivista Alaa Abdel Fattah ed è stato raggiunto dalle stesse infondate accuse mosse al suo cliente: "appartenenza a un gruppo illegale" e "diffusione di notizie false".
Proprio la situazione di Alaa Abdel Fattah rappresenta uno degli aspetti più crudeli e inquietanti della repressione in corso: l'arresto di ex prigionieri sottoposti alla misura cautelare della permanenza notturna nelle stazioni di polizia. Alaa Abdel Fattah, attivista politico e ingegnere informatico salito alla ribalta durante la rivolta del 2011 che depose Hosni Mubarak, è stato arrestato il 29 settembre. Aveva già scontato un'ingiusta condanna a 5 anni per aver preso parte, nel 2013, a una protesta pacifica. Al momento dell'arresto era sottoposto all'obbligo di permanenza notturna di 12 ore per cinque anni nella stazione di polizia di Dokki, al Cairo.
Mohamed Ibrahim, fondatore del noto blog "Ossigeno Egitto", è stato nuovamente arrestato il 21 settembre per aver postato video delle proteste mentre era sottoposto alla medesima misura cautelare in una stazione di polizia del Cairo. Dall'inizio delle proteste il presidente Abdel Fattah al-Sisi, il procuratore generale, il Servizio statale per le informazioni e svariati organi di stampa filo-governativi hanno cercato di screditare manifestanti ed esponenti politici definendoli "islamisti" o "terroristi". Comunicati stampa di organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra cui la stessa Amnesty International, sono stati definiti "politicizzati" e infondati rispetto alle denunce di violazioni dei diritti umani ai danni di centinaia di cittadini egiziani. Il mondo, nel frattempo, tace. E dunque approva.
*Portavoce di Amnesty International Italia
africarivista.it, 7 ottobre 2019
Centinaia di eritrei hanno manifestato fuori dal quartier generale delle Nazioni Unite chiedendo il rilascio dei loro connazionali ancora rinchiusi nelle carceri libiche. Migliaia di africani, compresi molti eritrei che continuano a fuggire dal loro Paese, si trovano imbottigliati in Libia. Dopo aver percorso centinaia di chilometri a piedi o con mezzi di fortuna, vengono imprigionati in terribili campi di detenzione sotto il controllo delle milizie che rispondono ai governi di Tripoli o di Bengasi. Molti di essi inviano chiamate di aiuto sui telefoni cellulari ai loro familiari rifugiati in Europa. E le famiglie, quando possono, inviano loro i fondi per pagare il riscatto e farli fuggire.
"Ho parlato con alcuni migranti eritrei tre settimane fa. Erano stati catturati dalle milizie. Non ho idea di cosa sia stato fatto loro successivamente", afferma ai microfoni di Rfi, Tewodros Eyasu. Questo ex rifugiato eritreo, ora in Svizzera, deplora l'inazione della comunità internazionale. A suo parere non esiste la volontà di evacuare i migranti dalla Libia pur sapendo che gran parte di essi vengono torturati dalle milizie.
Questa posizione è condivisa da Zewdi Tesfa Mariam. Anche lei di origine eritrea, afferma di aver ricevuto decine di terribili video inviati dai compatrioti prigionieri.
"Ci sentiamo impotenti. Che cosa possiamo fare quando vediamo immagini di connazionali imprigionati e torturati? Che cosa possiamo dire di fronte a questa tragedia? L'Europa vive con campi di concentramenti a poche centinaia di chilometri dalle sue coste. Come può accettarlo?", dice Zewdi. Simone è tra quelli che sono riusciti a fuggire dalla morsa delle milizie libiche in cambio di un riscatto. "Siamo stati nelle loro mani per quasi un mese e mezzo. Eravamo nel mezzo del Sahara, senza nulla. Un bicchiere d'acqua al giorno. Non ho parole per spiegare la situazione che si vive in quei luoghi", osserva.
Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), gli eritrei sono tra quelli che hanno le maggiori probabilità di morire durante la traversata del Mediterraneo anche perché, a causa della loro fede e della loro storia, sono quelli che subiscono il maggior numero di abusi rispetto agli altri migranti.
di Alessandro Orsini
Il Messaggero, 6 ottobre 2019
La Libia continua a essere la principale fonte di preoccupazione del governo Conte nel Mediterraneo. Il generale Haftar è sordo agli inviti di pace e continua ad assediare Tripoli da sei mesi. Le notizie che hanno segnato questa settimana sono pessime. L'l ottobre Haftar ha prima attaccato l'aeroporto di Mitiga e poi quello di Misurata.
All'alba di giovedì 3 ottobre, ha bombardato la parte sud di Tripoli, a cui ha fatto seguire cinque raid aerei contro la periferia di Sirte. Secondo gli ultimi dati dell'Onu, l'avanzata di Haftar ha causato 1100 morti mentre le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie case sono centoventimila. Durante l'amministrazione Obama, nonostante la Libia fosse divisa in due governi rivali, uno a Tobruk e l'altro a Tripoli, la situazione non era mai degenerata in uno scontro aperto, per ragioni di pudore più che per calcoli politici.
Per quanto il pudore non conti niente in politica internazionale, sotto Obama, ebbe incredibilmente un ruolo. Obama riteneva che la Libia rappresentasse una grande vergogna per l'Occidente e non voleva che tale vergogna fosse accresciuta da una nuova guerra. In un'intervista a "The Atlantic", nell'aprile 2016, Obama aveva accusato Francia e Inghilterra di avere voluto abbattere il regime di Gheddafi, ma di non avere poi fatto niente per risollevare il Paese dalle sue miserie. Distruzione sì, ricostruzione no: questa, in sintesi, era la critica di Obama alla fine del suo secondo mandato. Jeffrey Goldberg, l'intervistatore, rivelò che, in pubblico, Obama definiva la situazione in Libia "un casino".
In privato, invece, la sua rabbia per il fallimento occidentale si spogliava di ogni abbellimento diplomatico. Il comportamento dei Paesi europei in Libia, parola di Obama, aveva dato vita a "uno spettacolo di merda" (shit show).
Obama si era fidato degli europei. A suo dire, sarebbe spettato a loro il compito della ricostruzione, data la vicinanza geografica con la Libia. Un anno dopo i bombardamenti, Sarkozy non fu rieletto, mentre Cameron fu distratto da altre faccende, referendum sulla brexit incluso, che avrebbe portato alle sue dimissioni.
Con Trump, ogni pudore si è dissolto e la Libia è sprofondata nel caos della guerra. Trump ha annunciato il proprio disimpegno dalla Libia e, siccome non la reputa importante per gli interessi americani, ha utilizzato quel Paese martoriato per migliorare i rapporti con tre Paesi arabi che gli sono utili per combattere contro l'Iran. Stiamo parlando di Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, i quali vorrebbero imporre il proprio dominio sulla Libia utilizzando Haftar come testa d'ariete.
Una volta conquistata Tripoli, ammesso che ci riesca, Haftar darebbe vita a un governo, i cui ministri verrebbero concordati con i governi da cui è armato e finanziato. Dal canto suo, l'Italia, che protegge il governo di Tripoli, non ha saputo bilanciare le forze di Tobruk per molte ragioni, di cui due sono evidenti. La prima è che i governi italiani sono cambiati troppo di frequente proprio mentre la Libia richiedeva un'Italia molto stabile.
La seconda è che i rapporti tra l'Italia e i principali Paesi europei sono peggiorati precipitosamente durante il primo governo Conte che, soprattutto dopo la vittoria della Lega alle Europee, ha iniziato a essere percepito all'estero come il governo Salvini. Non a caso, l'assedio di Tripoli è iniziato il 4 aprile 2019, mentre Salvini cercava di costruire un'alleanza europea contro la Merkel e Macron ovvero la Germania e la Francia, i Paesi più potenti d'Europa. Nessuno dei quali aveva un interesse a stabilizzare la Libia in favore dell'Italia.
La legge immutabile della politica stabilisce che nessun governo favorisce chi cerca di abbatterlo. In sintesi, Salvini ambiva alla caduta di Merkel e Macron, che ambivano alla caduta di Salvini. La conseguenza è che l'Italia si è trovata isolata in Libia. Pochi sanno che il governo di Tripoli sarebbe caduto da tempo, se non fosse intervenuto Erdogan in sua difesa. Se la Turchia si ritirasse, Tripoli cadrebbe.
Oggi i rapporti tra l'Italia e l'Europa stanno migliorando ed è lecito nutrire la speranza che tale miglioramento si ripercuota anche sulla Libia. Questo però richiede un grande sforzo diplomatico che, finora, Luigi Di Maio non ha profuso. Egli è un ministro degli Esteri molto assorbito dalla politica interna, essendo il leader del Movimento 5 Stelle.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2019
Intervista a Sebastiano Ardita, ex dirigente dell'amministrazione penitenziaria. Sebastiano Ardita attualmente è consigliere del Csm, fino all'anno scorso era procuratore aggiunto di Catania. Pm antimafia e anti corruzione, è un conoscitore del mondo delle carceri: è stato direttore generale dell'Ufficio detenuti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap).
Quanto conta per Cosa Nostra, per la 'ndrangheta e per le altre mafie ottenere la fine dell'ergastolo ostativo?
Ne va della sopravvivenza del sistema mafioso tradizionale, che ha patito la crisi più grave in conseguenza della reazione dello Stato dopo le stragi del 1992-93. Ma sarebbe il successo più importante - non so quanto voluto in termini di risultato - della nuova mafia silente, impegnata a reinvestire nell'economia più che nelle azioni criminali visibili. Attenuatasi la paura di nuove stragi, l'effetto potrebbe essere quello del ritorno in libertà di alcuni boss irriducibili. È facile immaginare che tornerebbero a guidare compagini che avevano deciso di abbandonare i sistemi tradizionali, in qualche caso disinteressandosi di chi stava sepolto dagli ergastoli e dal carcere duro, il 41bis. Non è facile prevedere cosa potrebbe accadere sul territorio.
Dall'osservatorio "privilegiato" del Dap cosa ha appreso rispetto al sentire dei capimafia ergastolani e al 41 bis?
Che questi temi sono seguiti con grande interesse da coloro che rappresentano l'unico vero vertice di Cosa nostra e che attualmente sono pressoché tutti detenuti. E mi sembra evidente che, dal loro punto di vista, trent'anni senza stragi cominciano a provocare i primi effetti sulla sensibilità della opinione pubblica. Quindi sperano o credono che ora ci sia spazio per ottenere benefici.
C'è chi pensa sia inaccettabile il "fine pena mai"...
Ma stiamo riferendoci alle associazioni di tipo mafioso, dove i singoli operano nel quadro di compagini organizzate che pianificano delitti - anche se non necessariamente di sangue. È rischioso confondere questo tema con quello della rieducazione di condannati, anche a pene severe, che però non operano all'interno della criminalità organizzata. Il mafioso militante, una volta uscito dal carcere, dovrà tornare a servire l'organizzazione fino alla morte.
Le risulta che i tentativi mafiosi di far rivedere l'ergastolo siano continuati anche dopo le stragi e non solo da parte di Cosa Nostra?
Certo che mi risulta. Dal famoso "papello" di Riina in poi esiste una attenzione fondamentale a questo tema che sembra passo dopo passo avvicinarsi all'obiettivo finale del superamento dell'ergastolo anche per i boss.
Quali sarebbero le conseguenze di un'abolizione dell'ergastolo ostativo?
L'esclusione dai benefici ai mafiosi militanti, anche se filtrata da una legge, è prevista per chi nega alla radice ogni dialogo con lo Stato e dunque la possibilità di una risocializzazione. Qui parliamo della possibilità di far uscire dal carcere i mafiosi stragisti o coloro che ne hanno seguito le strategie.
I boss hanno anche sperato nell'Europa che non conosce il sistema mafioso?
Possono contare sulla buona fede di tutti coloro che non conoscono la capacità delle organizzazioni mafiose di rigenerarsi in pochissimo tempo con la sola presenza dei loro capi storici. Sono anni che assistiamo a cronache giudiziarie che ci rappresentano l'arresto di capi mafia un po' da tutte le parti, ma si tratta di luogotenenti, sostituti dei sostituti dei veri capi che furono arrestati negli anni 90. Ci vogliono decine di anni perché nasca un nuovo Riina o Santapaola o Bagarella. Tutto quello che è venuto dopo è solo la copia sbiadita dei grandi boss. Quindi il loro rilascio sarebbe molto pericoloso.
di Liana Milella
La Repubblica, 6 ottobre 2019
I diritti contano, è fin troppo ovvio. Ma tra i diritti delle vittime e quelli dei carnefici quali contano di più? Non solo: chi, come scelta di vita, decide scientemente di perseguire lo stragismo, mafioso o terroristico che sia, può poi rivendicare per sé i medesimi diritti che spettano a ogni altro uomo che non abbia tenuto comportamenti così devastanti per la vita di tanti innocenti?
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