di Michele Vietti*
Il Dubbio, 5 ottobre 2019
I recenti scandali che, con vasta eco mediatica, hanno coinvolto componenti passati e presenti del Consiglio Superiore della Magistratura hanno innescato la tipica reazione "all'italiana", consistente nel proporre soluzioni estemporanee a problemi cronici sull'onda dell'emotività indotta dai fatti di cronaca. Ecco che si annunciano "purghe" contro la "politicizzazione" dell'organo di governo autonomo della magistratura, per quanto riguarda la componente laica, e contro il "correntismo", per quanto riguarda la componente togata.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 5 ottobre 2019
Milano, la scelta di Emanuele De Castro, detto "il siciliano". Il figlio Salvatore, 29 anni: "Ero stanco del suo stile di vita". "Sono stanco di questo stile di vita, soprattutto di quella di mio padre. Io stesso l'ho indotto a fare questa scelta".
La prime ore della mattina del 13 settembre. Nell'ufficio al quinto piano della Procura di Milano, davanti ai pm Alessandra Cerreti e Cecilia Vassena, c'è un ragazzo di 29 anni cresciuto nel lembo di terra tra le province di Milano, Varese e Novara che circonda l'aeroporto di Malpensa. Salvatore De Castro è il figlio di Emanuele, 51 anni, nato a Palermo ma affiliato alla 'ndrangheta lombarda.
Vicino al clan di Villagrazia di Cosa nostra, "il siciliano", come veniva chiamato, è stato "battezzato" a ridosso della Pasqua del '97. Nella 'ndrangheta ha scalato le gerarchie al fianco del capo locale di Legnano Vincenzo Rispoli. Prima del suo nuovo arresto il 4 luglio nell'operazione "Krimisa" dei carabinieri e della Dda di Milano, De Castro era arrivato al ruolo di "capo società", vice reggente della cellula calabrese di Legnano. Oggi anche lui, come il figlio Salvatore, è un collaboratore di giustizia.
Una scelta indotta proprio dal figlio, arrestato nella stessa indagine, stanco di nascondersi, di fuggire, di una vita fatta di arresti e condanne. E dettata dalla consapevolezza che dalla 'ndrangheta si esce soltanto in due modi: da morti o arrendendosi allo Stato. Una decisione capace di vincere il vincolo più grande che regola i clan calabresi, quel legame familiare che impedisce di testimoniare contro i congiunti, i padri, i propri figli.
Una scelta "di famiglia", come la racconta lo stesso Emanuele De Castro: "Ho deciso di collaborare perché non voglio che mio figlio faccia 'sta fine come l'ho fatta io. Perché sono stanco, mi sembra una vita assurda. Non lo so, è venuto il momento di.... vorrei vivere una vita tranquilla con la mia compagna e la mia bambina".
La decisione di collaborare era stata preannunciata con due lettere spedite dal carcere dal boss direttamente al procuratore aggiunto Alessandra Dolci, il capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Nell'ultima comunicazione il "siciliano" ha chiesto di incontrare i magistrati "senza il mio difensore".
In due mesi, padre e figlio hanno riempito centinaia di pagine di verbali. Hanno raccontato ai pm Cecilia Vassena e Alessandra Cerreti, che per molti anni ha combattuto la 'ndrangheta in Calabria, gli assetti delle cosche al Nord e parlato delle connessioni con la politica, l'imprenditoria, la pubblica amministrazione. La loro collaborazione è la prima dopo quella del pentito Antonino Belnome, arrivata dopo il maxi blitz Infinito-Crimine del 2010, che ha svelato mandanti ed esecutori di una serie di delitti di mafia in Lombardia.
Nell'ordinanza del gip Alessandra Simion si racconta anche di come altri affiliati stessero progettando di uccidere Emanuele De Castro. Una circostanza che forse ha indotto, ancora di più, padre e figlio a scegliere la via della giustizia. Il boss 51enne di Lonate Pozzolo (Varese) ha permesso ai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano di recuperare due candelotti di esplosivo nascosti in una buca. L'affiliazione alla cosca del "siciliano" è avvenuta in un bar di Legnano: "Ci siamo messi in circolo, è stata fatta la tipica "pungitura".
Poi abbiamo brindato insieme". Padre e figlio gestivano un parking vicino a Malpensa sequestrato dagli investigatori. "Io spacciavo droga. Non sono mai stato battezzato, mio padre non voleva che lavorassi per "loro" - ha raccontato Salvatore De Castro. Mi diceva di starne fuori". Appena il figlio ha compiuto 18 anni, il padre gli ha confessato di essere un mafioso: "Gli chiedevo dei suoi viaggi in Calabria, del motivo per cui frequentasse Rispoli: tutti sapevano che senza il suo assenso qui non poteva muoversi foglia. E mi disse che apparteneva alla 'ndrangheta".
ildispaccio.it, 5 ottobre 2019
"Il Tar, sezione staccata di Reggio Calabria, respinge la domanda cautelare relativa all'impugnazione del provvedimento di nomina del Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria, avv. Agostino Siviglia.
È quanto comunica l'avv. Francesco Fabbricatore, del Foro di Reggio Calabria, difensore costituito in giudizio nell'interesse dell'avv. Agostino Siviglia, di recente nominato Garante regionale dei diritti delle persone detenute della Regione Calabria, con decreto del Presidente del Consiglio regionale, n. 5 del 30 luglio 2019.
In particolare, si legge nella nota dell'avv. Fabbricatore, il Tribunale Amministrativo reggino ha ritenuto di condividere le argomentazioni rappresentate dallo stesso avv. Fabbricatore, nell'interesse del neo Garante regionale Agostino Siviglia, durante l'udienza camerale dello scorso 2 ottobre, nonché dalla Regione Calabria formalmente costituita in giudizio. In specie, il Tar ha ritenuto del tutto insussistente il ritenuto pregiudizio lamentato dal ricorrente e, conseguentemente, l'impossibilità che per lo stesso potesse discendere "alcun concreto ed attuale vantaggio", dalla sospensione del provvedimento impugnato.
Agostino Siviglia, dunque, prosegue la sua attività istituzionale di Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria, nella pienezza delle funzioni attribuitegli dalla legge regionale n. 1/2018 che, dopo un pluriennale ritardo rispetto alle altre Regioni italiane, ha istituto ed in seguito alla quale è stata nominata una così importante Figura di Garanzia.
Per vero, il neo Garante regionale Siviglia, già dal mese di settembre, ha cominciato il suo "viaggio nelle carceri" calabresi, recandosi in visita istituzionale presso gli istituti penitenziari di Castrovillari, Paola, Cosenza, Rossano e Palmi, al fine di verificare, personalmente, le condizioni di vita dei detenuti ristrettì nei diversi istituti penitenziari calabresi e lo stato attuale degli stessi luoghi di detenzione.
Il neo Garante regionale continuerà, pertanto, l'analisi approfondita del complesso mondo del sistema penitenziario calabrese, al fine di avere la più piena contezza delle problematiche che affliggono il carcere ed i detenuti della Regione Calabria, ma anche per individuare le buone prassi e gli interventi prospettici da valorizzare ed implementare, nell'ottica della doverosa salvaguardia dei diritti dei detenuti ed in ossequio al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena e del più positivo reinserimento nella società di chi ha delinquito".
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 5 ottobre 2019
Nella casa circondariale di Massa Marittima grazie al programma "Percorsi in carcere" due detenuti, formati per un anno da un giovane apicoltore, con esperienza decennale, appartenente alla Cooperativa sociale Together let's help the Community, si occupano dell'allevamento delle api e della realizzazione del miele.
I lavori si svolgono all'interno dell'istituto penitenziario, dove è stato ubicato un apiario (come un condominio di api), nel quale sono state collocate 22 arnie con famiglie di ape Ligusta. Ciò vuol dire che le arnie non vengono spostate in base alle coltivazioni presenti sul territorio, ma rimangono sempre nello stesso posto all'interno del carcere, in un luogo tranquillo e distante da fattori inquinanti.
Il prodotto ottenuto è un miele millefiori delle Colline Metallifere che non avrà sempre lo stesso gusto e lo stesso colore ma cambierà al cambiare delle fioriture e del periodo di raccolta. Nella zona, prevalentemente collinare, sono presenti infatti corbezzoli, querce, carpini, castagni e boschi di conifere, ma ci sono anche campi coltivati a grano. Tutto concorre quindi a fare di questo miele un prodotto dalle mille (appunto) fragranze e dal gusto mai uguale.
Il miele millefiori realizzato non è trattato, non viene filtrato dopo la sua estrazione né viene sottoposto a trattamenti termici: il risultato è che passerà nel breve periodo dallo stato fluido a quello solido, cristallizzandosi ma conservando tutte le sue caratteristiche antibiotiche e salutari naturali.
Le api non vengono private completamente di tutto il frutto del loro lavoro, ma i detenuti che lo preleveranno, faranno attenzione a lasciarne parte nei telaini, in modo che possano averne una buona scorta per l'inverno. Le api, da sempre sono simbolo di laboriosità e cooperazione, con un'organizzazione sociale complessa dove tutte tendono allo stesso risultato.
Per noi uomini un esempio da studiare e replicare. Una comunicazione di servizio: il miele millefiori delle Colline metallifere può essere acquistato a Torino e a Roma, presso "L'erba prediletta".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 ottobre 2019
Per il Comitato sui diritti del fanciullo la soglia deve essere quella dei 14 anni. Nel governo precedente, la Lega aveva lanciato una proposta di legge - firmata da tutti i deputati del Carroccio che erano della Commissione Giustizia alla Camera - nella quale si prevede, tra le altre misure, l'abbassamento del limite dell'imputabilità dei minori da 14 a 12 anni.
Inoltre la Lega suggeriva, nel testo, di escludere le premialità previste per i reati compiuti dai minori se c'è l'aggravante dell'associazione. "Un minore di 12 anni di oggi - aveva spiegato uno dei firmatari del progetto di legge - è diverso rispetto a quello di qualche anno fa. Bisogna aggiornare il codice e considerare la realtà".
In realtà, anche nel programma originario dei 5stelle, precisamente nel capitolo dedicato alla giustizia, i grillini hanno proposto nero su bianco proprio l'abbassamento della soglia di punibilità a 12 anni, "visto l'aumento della capacità - si legge nel testo - e della maturità dei ragazzini che alle volte commettono consapevolmente reati molto gravi".
Il pericolo, per ora, è scampato. Il tema è stato affrontato ora dal Comitato Onu sui diritti del fanciullo, l'organo che si occupa del monitoraggio dell'attuazione della Convenzione di New York del 20 novembre 1989, ratificata dall'Italia con legge 27 maggio 1991 numero 176. Recentemente ha presentato le Osservazioni generali sui diritti dei minori nel sistema giudiziario minorile.
Il testo approvato a settembre sostituisce il numero 10 del 2007 e tiene conto degli sviluppi, anche giurisprudenziali, sul tema. Nello specifico, suscita allarme nel Comitato proprio l'abbassamento dell'età per la responsabilità penale. Nel testo approvato si legge che ai sensi dell'articolo 40, paragrafo 3, della Convenzione, gli Stati sono tenuti a stabilire l'età minima di responsabilità penale, ma l'articolo non specifica l'età.
Spiega che oltre 50 nazioni hanno aumentato l'età minima dopo la ratifica della Convenzione e che l'età minima più comune di responsabilità penale a livello internazionale è 14 anni. Tuttavia, le relazioni presentate dagli Stati indicano che alcuni di essi mantengono un livello inaccettabile a proposito dell'età minima di responsabilità penale.
Il Comitato dell'Onu sottolinea che diversi studi sullo sviluppo del bambino e delle neuroscienze indicano che la maturità e la capacità di ragionamento astratto sono ancora in evoluzione nei bambini dai 12 ai 13 anni, a causa del fatto che la loro corteccia frontale è ancora in via di sviluppo. Pertanto, non possono essere ancora in grado di percepire l'impatto delle loro azioni o comprendere i procedimenti penali.
Gli Stati, quindi, sono incoraggiati a prendere nota delle recenti scoperte scientifiche e aumentare l'età minima di punibilità ad almeno 14 anni. Inoltre, gli studi dello sviluppo e delle neuroscienze indicano che il cervello degli adolescenti continua a maturare, influenzando alcuni tipi di processi decisionali.
Per questo motivo, il Comitato dell'Onu loda quei Paesi che hanno un'età minima di punibilità a 15 o 16 anni. Ampio spazio, dopo un esame della situazione dell'età di imputabilità dei minorenni, è dedicato alle garanzie processuali, alla formazione del personale giudiziario chiamato ad occuparsi dei minori, alle modalità di applicazione delle pene. Un principio generale - ha osservato il Comitato - è lo svolgimento dei processi a porte chiuse, con la previsione di eccezioni in pochi casi, fissati per legge.
Questo vale anche nel momento in cui si pronuncia il verdetto che, se reso in pubblico, non deve mai condurre a svelare l'identità del minore. Attualmente, in Italia, il minore di anni 14 non è imputabile penalmente. Tuttavia, se viene riconosciuto socialmente pericoloso possono essere previste delle misure di sicurezza che non costituiscono una pena e quindi si applica l'istituto della libertà vigilata o il ricovero in riformatorio.
Prima del compimento di tale età, è possibile sottoporre il bambino o ragazzino al cosiddetto processo di sicurezza, finalizzato all'applicazione di una misura di sicurezza, vale a dire una misura applicata dal giudice minorile che è limitativa della libertà personale e che può essere di due tipi: libertà vigilata e collocamento in comunità.
sardiniapost.it, 5 ottobre 2019
"In Sardegna il 20,17 per cento dei detenuti è in attesa del giudizio definitivo". In numeri assoluti sono 463, su un totale di 2.295, i detenuti in cella ancora sotto processo. A diffondere i dati è l'associazione "Socialismo diritti riforme (Sdr)".
"Il resoconto ministeriale aggiornato al 30 settembre - sottolinea la presidente Maria Grazia Caligaris - evidenzia ancora lentezze e ritardi che si traducono nel sovraffollamento degli istituti penitenziari, anche nella nostra Isola".
Nel dettaglio dei numeri, rispetto ai 463 detenuti per i quali la sentenza non è ancora passata in giudicato, sono 285 (12,4%) quelli che attendono ancora la chiusura del processo di primo grado; per 178 (7,7%) il giudizio è in appello o approdato in Cassazione ma senza che la Coprte si sia ancora espressa. "I definitivi - sottolinea la Caligaris - sono quindi 1.808".
Quanto al sovraffollamento, "nella Casa di reclusione di Oristano, a Massama, sono occupati tutti i 265 posti disponibili - prosegue la nota dell'associazione Sdr.
La situazione più difficile si registra all'Ettore Scalas di Cagliari-Uta (nella foto): 584 reclusi (di cui 140 stranieri e 23 donne) per 561 posti regolamentari. Nel carcere Giovanni Bacchiddu di Sassari, a Bancali, ci sono 461 ristretti (di cui 167 stranieri e 14 donne) per 454 posti.
Non va meglio nel penitenziario di Nuoro dove sono presenti 277 detenuti (di cui 19 stranieri) per circa 285 posti (una sezione è in ristrutturazione). Al San Daniele di Lanusei ci sono 34 detenuti per 33 posti. Prossime alla saturazione anche le case circondariali di Alghero e Tempio dove i detenuti sono rispettivamente 149 (su 156) e Tempio 156 (su 168)".
Il Secolo XIX, 5 ottobre 2019
Nelle prossime ore il pm di turno deciderà se disporre l'autopsia per chiarire le cause del decesso. Un detenuto di 29 anni di origini magrebine è morto la scorsa notte nel carcere di Marassi a Genova. Secondo le prime informazioni si tratterebbe di un infarto. La salma è stata trasferito all'obitorio ed è a disposizione dell'autorità giudiziaria.
"Sarebbe un errore derubricare a morte per malattia il decesso di quest'uomo - sottolinea Fabio Pagani di Uil-Pa - perché il problema è il contesto in cui è avvenuta: un carcere sovraffollato". A Marassi ci sono 750 detenuti a fronte di una capienza di 430. L'auspicio, conclude il segretario ligure della Uil-Pa, è che "il Governo giallorosso, Bonafede in testa, lavori per sostenere lo sforzo organizzativo e innovativo posto in campo dall'amministrazione penitenziaria (sulla carta) garantendo mezzi e risorse idonee oltre a mettere in campo misure concrete (strutturali, giuridiche e organizzative) per garantire un trattamento dignitoso e rispettoso della persona in regime carcerario".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 ottobre 2019
All'iniziativa hanno partecipato 87 persone ristrette nel reparto penale. Sciopero della fame a sostegno della battaglia per l'ambiente anche in carcere. A farlo è stata una delegazione di detenuti della Casa circondariale di Pisa, che tramite il garante Alberto Marchesi, ha reso nota l'iniziativa. "Intendiamo sostenere, con la nostra solidarietà, la manifestazione degli studenti in favore della salvaguardia del clima del nostro pianeta, attraverso lo sciopero della fame avvenuto il giorno 27 settembre.
La nostra azione pacifica ci rende partecipi di questa importante battaglia civile - si legge in una nota - e se fosse possibile far uscire la nostra iniziativa attraversi i mezzi di stampa ed i media ciò avrebbe un impatto positivo, attirando l'attenzione sul gravissimo problema del cambiamento climatico in atto".
All'iniziativa hanno partecipato 87 persone ristrette nel reparto penale e lo sciopero della fame si è protratto per l'intero arco della giornata, pranzo e cena inclusi. È stata un'idea nata in maniera spontanea a seguito del clamore mediatico che l'evento in questione ha suscitato, al quale le persone detenute hanno inteso aderire con l'unica forma di partecipazione che la loro personale condizione ha consentito. Un'iniziativa nei confronti della quale Marchesi ha espresso "il senso del più vivo apprezzamento".
La rinuncia al cibo per sostenere un ideale da parte chi è privato della libertà personale e si trova quindi in condizione di particolare vulnerabilità e di disagio, ha sottolineato il garante, "rappresenta una delle più alte testimonianze di partecipazione attiva e di adesione a tematiche di straordinario interesse per tutta la collettività.
Il segnale lanciato dall'interno di un istituto di pena, non senza sacrificio, ha un significato di grandissimo spessore morale ed etico". Un messaggio di speranza, "che si unisce a quello indirizzato in tutto il mondo dalle giovani generazioni, affinché siano realizzate politiche di sviluppo e di progresso che rispettino, oltre alla dignità delle popolazioni, anche l'ambiente in cui viviamo, che è patrimonio di tutti gli esseri umani.
La scelta di perseguire politiche di sviluppo sostenibili impone dei sacrifici che le persone che vivono nella Casa circondariale di Pisa non hanno esitato a fare, adoperandosi in maniera spontanea alla condivisione dei temi che hanno ispirato, a Pisa come altrove, movimenti di protesta e di sensibilizzazione collettiva.
Questo esempio merita di essere conosciuto, incoraggiato ed apprezzato nello stesso modo in cui tutti devono essere informati sulle condizioni della vita penitenziaria, della quale molto si parla ma poco si sa - ha proseguito - Il diritto ad un'esistenza dignitosa deve rappresentare un patrimonio di tutti gli esseri umani, purtroppo non sempre assicurato soprattutto negli istituti di pena, dove anche la più piccola rinuncia aggiunge ulteriore sofferenza ai molti sacrifici, di per sé inevitabili in ragione delle condizioni detentive.
Al carcere di Pisa si è rinunciato al cibo in silenzio, senza clamore ma con sofferenza, solo per sostenere un modello di società più equo e solidale, nel quale non ci sia alcuna differenza tra gli ultimi ed i privilegiati per censo, cultura, razza o condizioni personali La diffusione pubblica di questa straordinaria esperienza - ha concluso - aiuta a far comprendere che all'interno di quelle mura, che rappresentano un quartiere della nostra città, di certo poco conosciuto ma non per questo secondario, vivono persone che intendono contribuire, con entusiasmo e trasporto, al dibattito pubblico inerente a temi di globale importanza".
report-age.com, 5 ottobre 2019
Produrranno miele per detenuti e agenti. A vigilare sul trasloco delle api e la rimozione del favo, formato a pochi passi dagli uffici della direzione nel super carcere di Sulmona (Aq), sono stati gli agenti della Polizia Penitenziaria che questa mattina, su segnalazione di un detenuto, ammesso al lavoro all'esterno (S. S. le iniziali), si sono attrezzati di tutto punto per la delicata operazione. Con l'aiuto dell'Apicoltore Francesco Merolli e i consigli di Roberto Venti, medico veterinario e apicoltore, la famiglia di api è stata spostata da mani esperte, trasferendo la Regina dall'albero attiguo alla palazzina della direzione ad una delle 25 arnie dell'istituto gestite da 3 detenuti (M.V., D.P. e E.C.). Tutte le operaie hanno seguito la prima. Per la produzione di miele, il direttore del carcere Sergio Romice fa sapere che quest'anno sono stati garantiti 63 kg di Millefiori di ottima qualità tutto destinato all'autoconsumo interno e del personale in forza all'istituto.
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 5 ottobre 2019
Era un deposito dove si accantonavano scatoloni inutilizzati e ora è diventata una pizzeria. È stata inaugurata questa mattina nella Casa Circondariale Antonio Caputo di Salerno, la pizzeria sociale "La pizza buona dentro e fuori", alla presenza di Rita Romano, direttrice della Casa Circondariale di Salerno, Carmen Guarino, presidente della Fondazione Casamica, Antonia Autuori, presidente della Fondazione Comunità Salernitana e Paola De Roberto, consigliere Comunale di Salerno.
Si sono accesi per la prima volta i forni del locale dedicato alla realizzazione di pizze destinate ai detenuti, ma anche al pubblico esterno dove con soli 3 euro si potranno acquistare una pizza margherita o una pizza marinara. L'inaugurazione segna il punto di arrivo di un protocollo di intesa, siglato il 5 novembre dello scorso anno tra le varie istituzioni, che ha come obiettivo il fine rieducativo della pena e l'inserimento lavorativo dei detenuti. Alla fine del mese di ottobre infatti, partirà anche un corso di formazione, finanziato dalla Regione Campania, per dieci detenuti che avranno la possibilità di conseguire la qualifica professionale di pizzaiolo, un titolo spendibile una volta fuori dal carcere.
Venti i detenuti hanno partecipato al progetto realizzato con il contributo della Camera di Commercio di Salerno e della fondazione Cassa di Risparmio Salernitana e con il supporto del Comune di Salerno, delle fondazioni Comunità Salernitana, che ha destinato il 5×1000 di tre anni fa a questa iniziativa, e Casamica.
"La pizzeria sociale all'interno del carcere di Salerno - ha spiegato Carmen Guarino - prende vita anche grazie all'aiuto di tanti cittadini che hanno partecipato alle nostre serate per la raccolta fondi". Sono stati infatti raccolti 25mila euro, tutti spesi per ristrutturare e allestire quello che un tempo era un vecchio magazzino.
"È per noi una giornata importantissima - spiega la direttrice del carcere Rita Romano - perché segna l'apertura di questo posto verso l'esterno. Il carcere è un luogo che si deve aprire e diventare parte integrante della società".
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