telesudweb.it, 19 agosto 2019
Una delegazione del Partito Radicale, composta da Rita Bernardini (consigliere generale del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito), Gianmarco Ciccarelli e Donatella Corleo (militanti del Partito Radicale Nonviolento Trasnazionale Transpartito) Emanuele Lauria, Laura Ancona e Silvia De Pasquale - accompagnata per una parte della visita dal dottor Roberto Piscitello,
Direttore Generale della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - ha effettuato un sopralluogo alla Casa Circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani, nell'ambito di "Ferragosto in carcere 2019. Iniziativa del Partito Radicale e dell'Unione delle Camere Penali Italiane". La visita si è protratta dalle ore 10.30 circa fino alle ore 17:15.
Emerso l'evidente degrado strutturale della Casa Circondariale, dove sono reclusi 513 detenuti, cui si aggiungono 22 permessanti, per un totale di 535 soggetti in carico all'Istituto a fronte di una capienza regolamentare di 564 posti. Una situazione non allarmante, secondo i numeri, che però si traduce diversamente nei fatti alla luce di alcune celle alcune piccolissime di 9 - 10 metri quadrati destinate a ospitare 1 detenuto e che spesso ne ospitano 2 e celle pensate per ospitarne 3 che ne ospitano 4 con letti a castello anche a tre piani.
La maggioranza dei detenuti appartiene al circuito di media sicurezza: 442 i detenuti comuni e 93 i detenuti che scontano la loro pena in alta sicurezza. Con eccezione del reparto Adriatico, inaugurato 3 anni fa (che non ha tuttavia il riscaldamento, ma ha i bagni a norma e la palestra) il resto invece è stato giudicato in pessimo stato: sia il primo reparto, di isolamento, con docce esterne, senza acqua calda e il bagno a vista in tutte le celle e anche alla turca - dove è stato individuato un detenuto senza cuscino e uno straniero privo del sapone per lavarsi - che il reparto di alta sicurezza, lo Ionio, dove ci sono le docce esterne alle celle in violazione al regolamento penitenziario, il bagno senza finestre e impianto di aerazione.
I detenuti scontano nella cella 20 ore su 24 e la socialità è svolta in una sorta di gabbione nelle 4 ore d'aria. Peggiori le condizioni del reparto di media sicurezza, Mediterraneo, con infiltrazioni e muri scrostati, mentre nel Tirreno che verrà inaugurato il prossimo autunno ci sarà il riscaldamento e saranno ospitati i detenuti protetti. L'acqua che esce dai rubinetti è gialla, non può essere utilizzata per cucinare ma chi può acquista, tranne i detenuti stranieri che non se lo possono permettere e devono anche berla.
Registrata la carenza di polizia penitenziaria: previsti 300 agenti ma presenti 230, e le nuove immissioni non compensano i pensionamenti. Molte attività non possono essere svolte per carenza in pianta organica. Non emergono all'apparenza carenze di educatori e psicologi ma secondo i detenuti vedere gli stessi educatori, gli assistenti sociali e responsabili del Sert non è una cosa semplice. Presenti molti detenuti di tipo psichiatrico, tossicodipendenti e sieropositivi e tuttavia si registrano carenze nell'assistenza di tipo sanitaria. Nota totalmente negativa è l'assenza di lavoro: solo 70 detenuti lavorano e solo 5 con datori di lavoro esterni: una percentuale inferiore al 15 per cento. Limitate le attività scolastiche e di formazione.
La condizione più grave è in assoluto quella degli stranieri, 110 in questo carcere, che non hanno mai potuto fare una telefonata alla famiglia per avvisarla. Sono i più poveri e non possono acquistare i beni di prima necessità. Un altro dato negativo è la mescolanza di detenuti in attesa di giudizio e detenuti definitivi. Rita Bernardini vuole tuttavia evidenziare una nota positiva e cioè che il padiglione completamente ristrutturato è stato realizzato con poca attesa perché non si è proceduto con l'appalto esterno ed è stato realizzato con il lavoro dei detenuti supportato da alcuni agenti che sanno fare questo mestiere.
"L'ex direttore dal Dap, Santi Consolo - dice - ha voluto che le ristrutturazioni fossero fatte proprio attraverso il lavoro dei detenuti, in modo da recuperare posti e possibilità di lavoro, che sono qualificanti da spendere all'esterno. Questa è l'unica nota positiva - conclude - tutto il resto è illegalità. È costantemente negata soprattutto agli stranieri la prima telefonata a casa: non fanno colloqui e sono disperati". Rita Bernardini, infine, lancia un appello al Ministro di Giustizia Alfonso Bonafede: "I detenuti in queste condizioni sono dimenticati dalla Legge, dalla Costituzione, dal Governo, dal Parlamento".
di Maurizio Vezzaro
La Stampa, 19 agosto 2019
A Imperia le celle sono piene di muffa, le pareti scrostate, mentre a Sanremo il problema più grave è il sottodimensionamento della polizia penitenziaria, in sofferenza in quanto a numeri. È la radiografia uscita dalla visita che ieri, come tradizione, ha fatto nei penitenziari del capoluogo e in quello di Valle Armea il gruppo Radicale (in totale sono stati visitati 70 istituti di pena in 14 regioni, ndr).
Alla doppia visita hanno partecipato tra gli altri Gian Piero Buscaglia, della sezione "Adele Faccio", con i compagni di partito Deborah Cianfanelli e Stefano Petrella, e l'avvocato Marco Bosio in rappresentanza dei penalisti imperiesi (le ispezioni hanno visto l'adesione dell'Unione camere penali)."Una situazione non drammatica ma con molte criticità", il commento di Marco Bosio, che, per lavoro, conosce bene la realtà carceraria ligure.
A Imperia, come detto, le magagne maggiori sono quelle strutturali. È un carcere vetusto, inserito tra l'altro in un contesto cittadino centrale, un retaggio delle concezioni urbanistiche passate, quando i reclusori erano nel cuore della città, simbolo del potere giudiziario da lasciare come monito alla vista dei cittadini.
Al di là degli aspetti architettonici e delle pecche a essi collegate (nel recente passato la casa circondariale di Imperia è stata al centro di due clamorose evasioni), sono le condizioni di vivibilità all'interno delle celle, umide e malsane, a preoccupare di più. Altro tasto dolente: il fatto che l'assistenza sanitaria ai detenuti si interrompa alle 22 e resti scoperta il resto della notte.
A Sanremo invece è il rapporto deficitario tra poliziotti penitenziari e detenuti (questi ultimi sono 260), a tutto svantaggio del personale di servizio, a creare maggiori difficoltà. Mancano soprattutto assistenti e ispettori, cui si sopperisce con turni massacranti per chi è in organico. C'è quindi da registrare la difficile convivenza tra reclusi, la maggior parte stranieri e di diverse etnie e religioni, e la presenza tra essi di tossicodipendenti e malati di epatite C. Detenuti questi che hanno necessità di cure costanti e di assistenza psicologica.
napoliflash24.it, 19 agosto 2019
È stato sottoscritto il protocollo che mira a potenziare l'attuazione delle misure alternative alla detenzione per i tossicodipendenti sottoposti a provvedimenti penali. Un protocollo voluto dal direttore generale dell'Asl Napoli 1 Centro Ciro Verdoliva, quanto dal Direttore dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Uiepe) per la Campania Maria Bove, e che vede la determinante collaborazione del Direttore del Dipartimento Dipendenze Stefano Vecchio e della Responsabile della Unità Operativa Dipartimentale (Uosd) Strutture Intermedie Marinella Scala.
La normativa del settore, sulla scorta del percorso tracciato dalla storica legge del Sen. M. Gozzini e dall'impegno istituzionale multiforme di Alessandro Margara, prevede che i tossicodipendenti possano fruire di misure alternative alle pene per i reati commessi, in quanto prevalentemente collegati alla loro relazione con le droghe, seguendo programmi socio-riabilitativi all'interno di uno o più dei servizi per le dipendenze (SerD, Centri Diurni, Comunità Terapeutiche). "Si inaugura una nuova stagione di attività congiunte con Uiepe - ha commentato Ciro Verdoliva.
Il protocollo e il progetto Deeply rappresentano un nuovo tassello nella realizzazione del modello territoriale diffuso e articolato di servizi afferenti al Dipartimento delle Dipendenze che rappresentano uno dei nodi strategici e innovativi della attuale Direzione strategica della Asl Napoli 1 Centro". In questo quadro si inserisce la sottoscrizione del protocollo tra la Asl Napoli 1 Centro e la Uiepe, che prevede un finanziamento per la realizzazione del progetto Deeply con la prima attivazione di quattro tirocini formativi che prenderanno vita nei due orti sociali gestiti dal Centro Diurno Lilliput (nel quartiere Ponticelli) e dal Centro Diurno Palomar (realizzato in via Manzoni). Progetti che vanno a potenziare e rinforzare i programmi socio-riabilitativi orientati al lavoro già in corso nelle due strutture.
Il Dipartimento delle Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro ha infatti una lunga storia di progetti per l'esecuzione delle misure alternative alla detenzione, in particolare all'interno dei quattro Centri Diurni (Centro Aleph, Centro Arteteca, Centro Lilliput, Centro Palomar), afferenti alla Uosd Strutture Intermedie, con programmi socio-riabilitativi personalizzati e originali, implementati nel tempo anche con progetti finanziati dalla Regione Campania finalizzati più specificamente alla formazione professionale.
In questa logica è stato istituito uno sportello di orientamento per le misure alternative, nell'ambito del "Progetto IV Piano", che integra l'attività della Uo Serd Area Penale ed è stato attivato un circuito regionale e nazionale di Comunità Terapeutiche che consente di personalizzare e velocizzare l'esecuzione delle misure alternative. "Questo protocollo - dice il Direttore della Uiepe - conferma e rafforza la collaborazione con l'Asl Napoli 1 Centro, in particolare con il Dipartimento Dipendenze e la Uosd Strutture Intermedie.
Si compie un ulteriore passo in avanti nella collaborazione istituzionale grazie a progetti che delineano il passaggio da interventi orientati esclusivamente ai singoli individui, a orizzonti più ampi, nei quali le storie individuali, pur non azzerate, vengono tuttavia ricomprese nella ricerca di efficaci politiche di servizio, che tendono a conferire alle misure alternative contenuti trattamentali di chiara evidenza".
di Francesca Caferri
La Repubblica, 19 agosto 2019
Rabbia delle Ong per la scelta di un Paese nel mirino per l'uso di violenza e omicidi mirati. La rabbia espressa dalle organizzazioni internazionali che da anni monitorano i diritti umani nella regione non è bastata: le Nazioni Unite nel giorno di Ferragosto hanno confermato che a inizio settembre organizzeranno una conferenza sulla definizione e la criminalizzazione della tortura nel mondo arabo al Cairo.
Ovvero nel cuore di quell'Egitto che dozzine di studi internazionali, da quelli di Human Rights Watch a quelli di Amnesty International passando per decine di organizzazioni minori. considerano uno dei Paesi che della tortura fa un uso sistematico e indiscriminato. "È un incontro standard", ha dichiarato ai reporter dell'agenzia Reuters Rupert Colville, portavoce dell'Ufficio diritti umani dell'Onu.
Lo stesso che a febbraio aveva denunciato le condanne a morte basate su confessioni estratte con la violenza come pratica comune in Egitto. Cosa abbia spinto Romena, l'ufficio regionale dell'Onu che si occupa di diritti umani, a unirsi all'agenzia governativa egiziana per i diritti umani a organizzare l'incontro previsto per il 4 e 5 settembre, con la partecipazione di altri Paesi della regione, non è chiaro. Quel che è certo però è che dal programma saranno escluse le organizzazioni che da anni lavorano per i diritti umani nel Paese.
Primo fra tutti quel Nadeem center che a lungo è stato un punto di riferimento per le vittime di tortura in cerca di aiuto legale e psicologico: il centro è stato chiuso dal governo del presidente Abdel Fatah Al Sisi e la maggior parte dei suoi collaboratori posti sotto divieto di espatrio. Un mese prima dei sigilli apposti dalla polizia ai loro studi nel febbraio 2016, gli esperti del Nadeem avevano accusato le autorità egiziane di aver ucciso 500 persone e di averne torturate 600 solo nel 2015.
Secondo le stime di Human Rights Watch 60mila persone sono finite in carcere in Egitto dal 2013, quando il presidente Al Sisi ha preso il potere: la maggior parte di loro ha subito torture. "La conferenza servirà soltanto agli sforzi dell'Egitto per ripulire la sua immagine" - ha denunciato alla Reuters Mohamed Zaree, ricercatore del Cairo Institute for Huma Rights: un altro dei gruppi messi al bando negli ultimi anni. Zaree, che dal 2016 non può lasciare l'Egitto, pur essendo riconosciuto a livello internazionale come uno dei maggiori esperti sul tema, all'incontro di settembre non è stato invitato.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 19 agosto 2019
L'Italia sta imbarbarendosi. Ciò che sembra contrario alla verità è l'attribuzione di tale barbarie a una sola parte politica, all'Italia che "non ci piace". E così abbiamo i Barbari in casa, almeno a quanto dice l'Italia per bene, educata e rispettosa di tutte le etichette, l'Italia degli Ottimati. La quale ha scoperto che accanto a lei ma assai diversa da lei vive un'altra Italia: un Paese maleducato, sudaticcio, incolto, ignaro di cosa siano il "bene pubblico", la Costituzione e la London School, un Paese che detesta Greta e le Ong, frequenta spiagge troppo affollate e che quindi proprio per questo vota Lega o anche 5Stelle. L'Italia barbara, appunto.
Personalmente vedo le cose in modo alquanto diverso. Ma se stanno davvero così allora però sorge inevitabilmente una domanda: mentre i "Barbari" cominciavano a dilagare, che cosa facevano gli altri, gli Ottimati? Quali battaglie ingaggiavano per proteggere la cittadella democratica? Quali difese approntavano? Non si direbbero particolarmente memorabili le prime né granché efficaci le seconde, visti i risultati. Viene insomma da pensare che parlare di "Barbari", evocando con tale parola l'idea di una forza selvaggia e soverchiante, di una spinta incontenibile, serva oggi ai suddetti Ottimati più che altro per nascondere la propria diserzione dal campo di battaglia: la propria incapacità divenuta oggettiva complicità con il nemico. L'invasione insomma poteva benissimo essere fermata. Bastava combattere. Capire quando bisognava farlo.
Sarebbe bastato ad esempio fare delle riforme della scuola diverse da quelle approvate per tanti anni. Al di là delle apparenze approvate da Destra e Sinistra insieme, entrambe convinte che la scuola dovesse servire alla società e a preparare al mercato del lavoro. Entrambe d'accordo nel riempirla di scartoffie e di burocrazia, di lavagne digitali, di famiglie saccenti, di democraticismi demagogici, di "successo formativo" obbligatorio, di circolari insulse in anglo italiano. Per tenere lontano i "Barbari" forse sarebbe bastato a suo tempo lasciare nei programmi la storia e la geografia invece di ridurre entrambe ai minimi termini o di cancellarle del tutto. Forse sarebbe bastato insistere con qualche riassunto, con qualche mezzo canto della Divina Commedia mandato a memoria, con qualche ora di matematica in più e qualche gita scolastica a Barcellona in meno. E sarebbe bastato anche che qualcuno dei tanti intellettuali che oggi soltanto scoprono il disastro accaduto avessero impiegato un po' di tempo a occuparsi della scuola del proprio Paese anche cinque o dieci anni fa, spingendosi magari, dio non voglia, fino a fare le bucce a qualche ministro dell'istruzione Pd. Peccato che agli Ottimati, ai Buoni per definizione, quel campo di battaglia però allora non interessasse, non si accorgessero di quanto lì stava accadendo.
Gli Ottimati, la classe dirigente italiana - quella com'è noto assolutamente ligia alle regole nonché sempre avvedutissima - non aveva tempo allora per certe cose. E così poi, per dirne un'altra ancora, mentre i "Barbari" crescevano e ad esempio riunivano le loro schiere sotto le bandiere del federalismo secessionista, del dileggio verso Roma ladrona e l'unità nazionale in nome del localismo filoborbonico e del "vaffa" alla casta e al Parlamento, anche stavolta l'attenzione degli Ottimati era rivolta altrove. A riformare il titolo V della Costituzione, ad esempio: come dire a fornire ai "Barbari" la migliore delle munizioni. E infatti adesso quelli, forti guarda un po' proprio della riforma suddetta, pretendono di accrescere smisuratamente il proprio potere nei territori dove già comandano, mettendo le mani su tutto il possibile a cominciare dalla scuola, rifiutandosi di contribuire a qualunque spesa che non sia la loro, e così via barbareggiando.
Da tempo insomma l'onda nemica cresceva, ma gli Ottimati non si sa dove fossero e che cosa facessero. Avrebbero potuto, per dirne qualcuna, cercare di far pagare le tasse agli evasori, impedire che nelle carceri finissero solo i poveracci, cancellare l'obbrobrio correntizio del Csm, far diminuire di almeno un milione il debito invece di farlo crescere di continuo, avrebbero potuto assumere cento ispettori del lavoro (licenziando cento portaborse) per ripulire le campagne pugliesi e calabresi dai proprietari negrieri. Avrebbero potuto tentare mille cose per fermare la "barbarie" montante: che so, inventarsi un programma anche minimo d'integrazione per gli immigrati, ridiscutere il trattato di Dublino - loro che sanno come si sta in Europa - oppure pensarci due volte prima di firmare il contratto di concessione con la società Autostrade, e magari, visto che c'erano, dare pure una controllata a qualche viadotto qua e là per la Penisola. Avrebbero potuto.... Se lo avessero fatto oggi di sicuro ci sarebbe in giro qualche "barbaro" in meno.
Perché i barbari esistono davvero, sia chiaro, non vorrei che si pensasse il contrario. L'Italia sta effettivamente imbarbarendosi. Ciò che però mi sembra contrario alla verità è l'attribuzione di tale barbarie a una sola parte politica, alla solita Italia degli altri, all'Italia che "non ci piace". Inaccettabile è il gioco dello scaricabarile di cui la classe dirigente italiana è specialista da sempre, e che si sta ripetendo puntualmente anche questa volta chiamandosi fuori come al solito ogni volta che il Paese è costretto a fare i conti (che quasi sempre non tornano) con il proprio modo d'essere, con la propria storia.
L'Italia barbara esiste, ma è ben più vasta di questo o quell'elettorato. È il Paese che sta perdendo il senso delle regole e si sta abituando a violarle quasi tutte, che non ha più rispetto per ciò che è importante e degno, che non crede più nelle leggi e nella giustizia, che non ha più fiducia nell'autorità perché avverte la sostanziale mancanza di capacità di controllo da parte di quella cosa che un tempo si chiamava Stato.
È il Paese che non legge, che passa le ore con lo smartphone in mano, che si sta convincendo che la politica sia qualcosa a metà tra una televendita e un'intervista di Barbara d'Urso. È l'Italia su cui gli Ottimati, in massima parte per la loro propria responsabilità, hanno perduto ogni egemonia, non sapendo dare a questa le nuove forme e i nuovi contenuti che dopo la grande frattura del 1992-94 sarebbero stati necessari. L'Italia di una classe dirigente che ancora illudersi di poter dirigere qualcosa.
milanotoday.it, 19 agosto 2019
L'ex assessore alle politiche sociali del comune di Milano contro Salvini e il nuovo Cpr. Questo Cpr "non s'ha da fare". Non ha dubbi Pierfrancesco Majorino, l'ex assessore alle politiche sociali del comune di Milano - attuale eurodeputato - che domenica mattina ha ribadito il suo secco no al "Centro di permanenza per i rimpatri" che dovrebbe aprire ad ottobre in via Corelli, anche su spinta del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. "Giorni fa ho visitato il Cpr di via Corelli. Cioè un micidiale carcere per immigrati del nord Italia che sta per essere aperto. E che invece deve poter diventare una struttura temporanea per senzatetto, italiani e stranieri", ha scritto su Facebook Majorino, proponendo già una soluzione alternativa.
"Poniamo che tra qualche settimana l'orribile Salvini non è più Ministro dell'Interno. Ecco per me, rispetto al Cpr non cambia niente. La lotta per evitare che il Cpr nasca deve proseguire a prescindere. Al di là di chi è che governa. Quindi - ha concluso - facciamola".
Lo stesso Majorino, lo scorso 9 agosto, aveva fatto visita al cantiere della struttura, che a regime pieno ospiterà fino a 140 migranti in attesa dell'espulsione. E già aveva attaccato: "Il clima è teso, in città non c'erano mai state rivolte di profughi prima che Matteo Salvini diventasse ministro dell'Interno. Guarda caso si sono verificate proprio nei giorni in cui il parlamento discuteva il decreto sicurezza bis".
E ancora: "Questi spazi potrebbero tranquillamente essere usati per altre esigenze abitative, ad esempio per dare una casa ai senzatetto, invece saranno usati per rinchiudere i migranti. La verità è che molte di queste persone sono per la strada proprio a causa delle politiche di questo governo e ho il sospetto che questo faccia solo comodo al ministro Salvini per fini di propaganda elettorale". Lo stesso Salvini a fine luglio era andato al cantiere di via Corelli - dove in passato c'era già un Cie - e aveva esultato perché i lavori procedono spediti. "Con questo - aveva commentato - potremmo espellere più persone perché avremo più posti, la cosa era ferma da anni".
adnkronos.it, 19 agosto 2019
"Mi riscatto per Livorno": si chiama così il progetto che consentirà ai detenuti del carcere di Livorno di mettersi a disposizione della città e contribuire a pulire spiagge, strade o occuparsi della manutenzione e di valorizzare i beni culturali livornesi.
Il protocollo di intesa del progetto, ideato dal Garante comunale per i diritti dei detenuti Giovanni De Peppo in collaborazione con il sindaco Filippo Nogarin, è stato firmato oggi nella direzione della Casa circondariale "Le Sughere" di Livorno, da Francesco Basentini, direttore del Dap. "Con questo progetto - ha sottolineato Basentini - Livorno dimostra tutta la sua lungimiranza che consentirà di risolvere il problema del reinserimento dei detenuti all'interno della società".
Con la firma del protocollo prende il via, spiegano dal Comune, la prima esperienza di coinvolgimento diretto nei lavori socialmente utili di persone destinatarie di una condanna penale definitiva. "È un progetto assolutamente innovativo che mette al centro il lavoro come forma di riscatto sociale e come strumento di reinserimento all'interno della società - ha osservato Nogarin. Livorno ancora una volta si propone come modello a livello nazionale.
I detenuti non saranno scortati all'esterno dalla polizia penitenziaria e non saranno sotto sorveglianza armata. Verranno, al contrario, selezionate le persone più adatte, che negli anni si sono dimostrate meritevoli, e cui è indispensabile dare una seconda possibilità". Le persone idonee verranno segnalate al direttore del carcere che provvederà a condividere un elenco con l'Ufficio di sorveglianza. Tre le realtà che hanno già dato disponibilità a usufruire di questo servizio: Aamps, l'associazione Reset e l'associazione del Palio marinaro.
businessonline.it, 19 agosto 2019
L'accusa, palesemente falsa, era quella, infamante, di omicidio. La giustizia terrena ha inteso riconoscere l'errore solo dopo ventidue anni. Anni che Christopher Tapp ha trascorso in carcere.
L'ennesima storia, e che storia, di malagiustizia questa volta arriva dagli Stati Uniti d'America. Dallo stato dell'Idaho per la precisione.
Dove solo l'amore infinito e potente di una madre in cerca di verità ha salvato la vita al presunto assassino della figlia. Una vicenda intricata, che ha dell'incredibile e che per Christopher Tapp, si è risolta solo dopo un calvario durato ventidue anni. Anni trascorsi in cella per un'accusa infamante, omicidio, che era palesemente falsa, ma che la giustizia terrena ha inteso riconoscere tale solo a distanza di ventidue anni.
L'uomo, oggi quarantaduenne, che all'epoca dei fatti aveva appena venti anni, deve ringraziare la madre della vittima, una ragazza di nome Angie Dodge trovata senza vita il 13 giugno del 1996 trafitta da alcune coltellate nella sua abitazione a Falls. Sono state infatti le indagini condotte in maniera privata dalla donna a svelare il tremendo errore della giustizia. E a restituire la libertà a Christopher Tapp.
Proprio grazie alle indagini condotte in maniera privata dalla madre, la verità è venuta a galla e Christopher ha potuto riassaporare il gusto della libertà dopo ventidue anni trascorsi in cella con la consapevolezza di essere innocente. Un destino tragico, che sembrava ormai segnato se non fosse stato per il coraggio di Carol, la madre di Angie Dodge, la ragazza assassinata con una coltellata la sera del 13 giugno 1996. La tragedia scuote la comunità di Falls, un piccolo paesino dello stato americano dell'Idaho anche perché sul corpo della ragazza vengono trovati i segni di una violenza sessuale.
Il caso diventa subito scottante e gli inquirenti impiegano circa un anno per arrestare uno stupratore armato di coltello che potrebbe essere lo stesso uomo che ha accoltellato la giovane Angie. Per verificare le eventuali attinente gli agenti convocano Christopher Tapp in qualità di amico della vittima per capire se, anche secondo lui, può essere la pista giusta. Ma questa mossa, che sorprende Christopher al punto da non consentirgli di rendere una deposizione serena, sarebbe coincisa con l'inizio del calvario per l'uomo.
Le sue indecisioni insospettiscono gli inquirenti e da testimone, ben presto Christopher diventa l'unico indiziato. Viene arrestato immediatamente e nonostante il test del Dna dica che non è stato lui l'autore della violenza sessuale, per il giovane, allora ventenne, si apriranno le porte del carcere. Fine pena, mai.
Una sentenza che non poteva saziare la sete di giustizia di Carola, la madre della ragazza uccisa e stuprata. Era evidente che l'assassino della figlia era ancora in circolazione e dunque non restava che condurre le indagini privatamente per scardinare la versione dei fatti totalmente infondata che aveva inchiodato all'ergastolo l'incolpevole Christopher Tapp e giungere alla verità provata dai fatti.
Nel 2014 la donna riesce finalmente a far valere la prova del Dna che era stata trascurata in maniera davvero incredibile dal tribunale in virtù della confessione dell'uomo. Ma nonostante questo sul capo di Tapp pende ancora l'accusa di omicidio, sebbene il movente della violenza sessuale fosse chiaramente infondato.
La madre di Angie non si è arresa e dopo aver assoldato un esperto di genealogia è riuscita ad inchiodare il vero colpevole. Un uomo che, all'epoca dei fatti, abitava davanti alla casa di Angie e che non ha esitato a confessare, a distanza di ventidue anni, appena la polizia ha bussato alla sua porta.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 19 agosto 2019
La soluzione potrebbe essere per gli americani di conservare qualche base in Afghanistan e di continuare a svolgere operazioni anti-terrorismo contro i nuovi nemici (l'Isis) dei nuovi alleati ed ex nemici.
Per chi vuole compiere una strage (e a Kabul questa genia non è poi tanto rara) i matrimoni in stile afghano sono occasioni da non perdere. Se i genitori degli sposi possono permetterselo gli invitati sono centinaia, uomini e donne sono separati nelle loro "zone" e formano così bersagli indipendenti, la confusione provocata dal kamikaze di turno facilita la fuga di eventuali complici. Purtroppo non stupisce, allora, che le vittime dell'attacco di sabato siano state 63, e i feriti 180. Con due particolarità: il massacro non è stato rivendicato dai Talebani bensì dai locali adepti dell'Isis ; e ad essere colpiti dai terroristi sunniti, non per la prima volta, sono stati membri della minoranza Hazara di fede sciita.
Due elementi che aiutano a capire quanto arduo sia il negoziato tra americani e talebani che dovrebbe portare entro la fine del 2020 al ritiro di tutte le forze straniere, compresi beninteso gli italiani. In particolare il Pentagono teme che dopo un ritiro statunitense molti talebani possano sentirsi "traditi" dai negoziatori e vadano così ad ingrossare le fila dello "Stato islamico del Khorasan" (etichetta locale dell'Isis) creando così le premesse di una nuova guerra civile.
La soluzione potrebbe essere per gli americani di conservare qualche base in Afghanistan e di continuare a svolgere operazioni anti-terrorismo contro i nuovi nemici (l'Isis) dei nuovi alleati ed ex nemici (i talebani).
Ma l'equazione, che peraltro è stata respinta dai talebani, non tiene in alcun conto l'attuale governo di Kabul, per non parlare della popolazione civile che nello scorso mese di luglio ha subìto le perdite più alte degli ultimi due anni. Donald Trump ha confermato ieri ai suoi più stretti collaboratori che vuole ritirare le sue forze prima delle elezioni del novembre 2020. Ha aggiunto soltanto due parole : "se possibile".
di Gigliola Alfaro
agensir.it, 18 agosto 2019
Intervista a don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane. Le carceri italiane continuano a essere sovraffollate. Ad attestarlo il nuovo rapporto "Numeri e criticità delle carceri italiane nell'estate 2019" presentato da Antigone, a Roma. Numeri impressionanti. "Al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane erano 60.522.










