di Licia Granello
vanityfair.it, 6 ottobre 2019
Fondatrice dell'associazione "Made in Carcere", coinvolge i detenuti dando loro un lavoro e un futuro: "Quando si raggiungono successi, la vita ti chiede di restituire". La ragazza ha una cinquantina d'anni abbondanti, un sorriso smagliante e occhi intelligenti, vivissimi, impossibili da eludere. È vestita in modo allegramente improbabile: calzettoni colorati, lo scamiciato trapezoidale indossato col dietro davanti e una giacchetta bordata di volant assortiti e fluttuanti. Un insieme strabiliante, che la racconta benissimo. Ma soprattutto, ognuno dei pezzi indossati mostra la targhetta "Made in carcere", ovvero creato e cucito dalle detenute del carcere di Lecce.
Luciana Delle Donne, leccese doc, ex manager bancaria di successo, è anima, corpo e cervello dell'associazione "Made in Carcere" fondata tredici anni fa. Per lei, una quantità infinita di premi, culminati con l'inclusione nella rete Ashoka. Santo Versace le ha regalato cinquemila kg di tessuti, Chanel l'ha cercata per attivare una produzione delocalizzata, perfino Papa Bergoglio ha messo al polso il braccialettino con la scritta "Second Chance".
"Nella mia prima vita era tutto perfetto: casa in via dei Fiori Chiari a Milano, viaggi all'estero, fili di perle, camicie cifrate, serate nei posti che contano. Poi ho cominciato a sentire il disagio di guadagnare tanti soldi, sproporzionati, frutto delle bolle speculative. Era il 2004. Sono entrata in crisi con il mio compagno, con il mio corpo, con il mio lavoro. Avevo l'urgenza di restituire un pezzo della mia fortuna, di dimostrare che si può costruire bellezza anche in luoghi di degrado".
Luciana è cresciuta nella fatica di un padre morto quand'era piccola e di una mamma obbligata a lavorare a tempo pieno per mantenere i cinque figli. "Non so cosa sia un'infanzia felice, ma l'assenza mi ha dato voglia di costruire, di vivere e non di sopravvivere. La morte prematura di mio padre mi ha insegnato che bisogna cercare di realizzare i sogni, sempre".
Non ha trovato subito la strada, Luciana. "Volevo dedicarmi ai bambini disagiati, aprire un asilo. Ho studiato Montessori e Steiner. Ma ci volevano competenze specifiche per un'attività imprenditoriale così impegnativa. Non ero pronta. E allora ho deciso di occuparmi delle mamme, quelle in carcere".
Aiutare attraverso il lavoro. Il cucito, per esempio. "Ho brevettato un collo di camicia fighissimo, da indossare sotto le maglie, però troppo complesso nella sua costruzione. Ho formato quindici detenute per sei mesi. Il tempo di cominciare la produzione e sono uscite tutte per indulto. Ho capito che dovevo proporre cose più semplici, pezzi che in tre mesi una ragazza di buona volontà possa imparare a fare".
I numeri l'hanno premiata subito. "Il fallimento è del 2%, sono tutte disponibili. L'obbiettivo non è imparare a cucire, ma cambiare dentro... Quando chiedono di entrare nel gruppo, non vogliamo sapere del loro passato, perché sono dentro. La relazione parte dal momento in cui ci incontriamo. Rigeneriamo tessuti e vite, la famosa "seconda chance". Le statistiche dicono che l'80% di chi lavora in carcere non reitera il reato. Made in Carcere è un'impresa che deve risultare competitiva sul mercato, senza invocare pena o solidarietà".
Dalla "Maison" di Lecce al carcere minorile di Nisida, il passo è stato complicato. "I detenuti hanno tra i 15 e i 25 anni: intercettarli, coinvolgerli, ha richiesto un lavoro infinito. Finiscono in carcere pensando che sia un riconoscimento: la vita non ha valore, hanno il destino segnato. Per il loro laboratorio di pasticceria ho ideato dei biscotti "senza" - senza uova, senza latte - ma anche "con": vino, extravergine, semola, zucchero di canna, tutto biologico. Li ho fatti a forma di cuore e battezzati Scappatelle. Sono buonissimi! Li vendiamo bene. E vedere le facce quando leggono sulla prima busta paga il loro nome e cognome mi ripaga di tutte le fatiche".
Le sartorie sociali delle periferie sono il prossimo passo. Lecce, Bari, Taranto, Grosseto Sono pronte ad attivare luoghi di produzione ad alto valore etico. "Diamo i tessuti, formiamo i lavoratori, trasferiamo un modello d'impresa, dalla gestione al marketing, perché senza brand non si va da nessuna parte".
Poi c'è la vita personale. "Ho fatto una scelta totalizzante. Sono competitiva con me stessa: il desiderio di realizzare il sogno è così assoluto che mi spendo completamente. Ho cambiato amicizie, ribaltato il mio stile di vita, voglio sentire cosa si prova a pensarci due volte prima di spendere dieci euro. Non ho usato scudi o protezioni, vado sempre a mille".
Mancanze? Luciana fa uno dei suoi sorrisi stralunati e irresistibili. "Non ho rimpianti per la vita di prima, non tornerei mai indietro. Mi mancano le tre S: sonno, silenzio e sesso. I primi due dipendono dalla possibilità di cominciare finalmente a delegare. In quanto al sesso, è difficile trovare maschi con cui condividere questo pezzo di vita. Mia madre dice che dovrei almeno far finta di aver paura dei temporali. Dubito di riuscirci".
di Ettore Di Bartolomeo
La Discussione , 6 ottobre 2019
Ormai manca davvero poco per la cerimonia di premiazione della dodicesima edizione del Premio "Carlo Castelli" per la solidarietà, concorso letterario destinato ai detenuti delle carceri italiane promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli. L'appuntamento è per venerdì 11 ottobre presso la Casa Circondariale di Matera.
L'iniziativa gode del patrocinio di Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Ministero della Giustizia, Università Europea di Roma, Fondazione Matera Basilicata 2019 e con il riconoscimento di una speciale medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Media Partner: L'Osservatore Romano. Il tema di questa edizione è: "Riconoscere l'Umanità in sé e negli altri per una nuova convivenza".
Scrivere libera la mente, aiuta a riflettere sui propri errori ed è un'occasione per aiutare "chi sta fuori" a non ripeterli. "Ogni anno - osserva Antonio Gianfico, Presidente della Federazione nazionale Società di San Vincenzo De Paoli - riceviamo centinaia di testi dai reclusi di tutte le carceri italiane. Il mondo carcerario è un condominio fatto di spazi angusti, di regole rigide, di relazioni forzate, di privazioni e di sofferenza. C'è quindi la necessità e la convenienza di condividere al meglio quel poco che si ha materialmente a disposizione, ma, soprattutto, di attingere a quelle risorse interiori che possono veramente segnare una svolta nella propria vita".
Imparando dagli errori del passato si può aprire un nuovo capitolo della propria esistenza e si può davvero fare qualcosa di buono ed utile non solo per se stessi, ma anche per gli altri. "Ed è per questo - dichiara Claudio Messina, delegato carceri della Società di San Vincenzo De Paoli ed anima ed organizzatore del Premio Carlo Castelli - che, anche nel premiare le opere scelte, abbiamo pensato di dare - una libertà in più - al candidato che, oltre a ricevere un riconoscimento per sé, sceglierà una buona causa nel sociale a cui destinare un'altra parte del premio in denaro. Ecco una buona possibilità, per chi ha sbagliato nella vita, di riscattarsi offrendo un contributo alla società".
La cerimonia di premiazione ed il convegno "In carcere con umanità. Nell'incontro la scoperta dei valori comuni" si terranno il prossimo venerdì 11 ottobre nella Casa circondariale di Matera, a partire dalle ore 10. Tra i relatori del convegno: Luigi Accattoli, Guido Traversa, Rita Barbera, Don Raffaele Sarno, Gabriella Feraboli, Carmelo Cantone.
Ai tre vincitori di questa edizione vanno rispettivamente 1.000, 800 e 600 euro, con il merito di finanziare anche un progetto di solidarietà. In aggiunta ai premi, a nome di ciascuno dei tre vincitori saranno devoluti, nell'ordine: 1.000 euro per finanziare la costruzione di un'aula scolastica a Lurhala (Congo); 1.000 euro per un progetto formativo e di reinserimento sociale di un giovane dell'Istituto Penale Minorile di Bari; 800 euro per l'adozione a distanza di un bambino della Bolivia per 5 anni.
Queste le opere premiate: "Per chi muore, per chi rimane" di Carmelo Gallico (C.C. Tolmezzo - UD), "Riscoprire i rapporti di buon vicinato" di Alessandro Cozzi (C.R. Milano - Opera) e "Un padre" di Alessandro Crisafulli (C.R. Milano - Opera). Accanto a questi racconti la Giuria del Premio Carlo Castelli segnala le seguenti dieci opere meritevoli, che sono state raccolte, insieme ai testi dei primi tre classificati, nell'antologia: "Il bisogno di Umanità": "Eroi" di Mario Musardo (C.R. Tempio Pausania - OT), "Muri paralleli" di Massimiliano Avesani (C.R. Tempio Pausania - OT), "La strada ritrovata" di Lucian Tarara (C.R. Volterra), "Il regalo di un sorriso" di Antonino Scarpulla (C.C. Palermo Pagliarelli); "Il castigo del diavolo" di Angelo Meneghetti (C.R. Padova) L'invisibile - "Il cavagliere" (C.C. Roma Rebibbia N.C.), "Gli altri siamo noi" di Roberto Cavicchia (C.C. Genova Marassi), "Umanità" di Simone Borgese (C.C. Rieti); "Misero et cordis" di Francesco Lori (C.C. Rieti) e "Il viaggio predestinato" di Domenico Auteritano (C.C. Roma Rebibbia N.C.). L'ebook "Il bisogno di Umanità" - Anthology Digital Publishing, che raccoglie le opere premiate della XII edizione del Premio Carlo Castelli per la solidarietà si può scaricare gratuitamente.
di Maria Giovanna Cogliandro
larivieraonline.com, 6 ottobre 2019
Intervista a Francesca Racco, membro dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza. Ci sono bambini che non sono mai andati a vedere una partita di pallone con il proprio papà, mai un giro in bici o una giornata al mare insieme. Un papà che non c'è neppure a tavola a Natale o per i compleanni.
Ci sono bambini che il proprio papà lo vedono solo una manciata di ore al mese, dopo aver oltrepassato un grande cancello, superato i controlli di sicurezza, per potergli parlare da dietro un vetro. Per capire quale possa essere l'impatto che può avere la carcerazione di un genitore sullo sviluppo del bambino abbiamo intervistato Francesca Racco, psicologa e psicoterapeuta, membro dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza.
È più traumatico assistere all'arresto di un genitore o accorgersi improvvisamente della sua scomparsa senza che nessuno gli spieghi nulla?
La separazione forzata da una figura di riferimento è sempre un avvenimento impattante sulla psiche di un bambino, questo porta con sé vissuti di angoscia, disperazione e, talvolta, anche vero e proprio terrore. Allo stesso tempo vivere la scomparsa di un genitore senza capirne il motivo, ma sentendone solo la sua assenza, genera un senso di vuoto che non permette di dare un senso a ciò che accade e quindi genera confusione, incredulità, con conseguente senso di abbandono e possibili sensi di colpa.
Mentire dicendo che il padre si trovi, ad esempio, all'estero cosa comporta per il bambino?
Ai bambini bisogna sempre dire la verità e, considerato che questo sarebbe una bugia, non va bene. I bambini hanno bisogno di concretezza per poter dare significato a ciò che accade, anche se doloroso. Hanno diritto di mantenere i rapporti affettivi col genitore detenuto e dunque di vivere la relazione recandosi presso l'istituto penitenziario per gli incontri, cosa che non può avere luogo se il minore sa che il genitore è all'estero. Inoltre, il bambino potrebbe domandarsi il perché il genitore non viene a trovarlo e andare incontro al pensiero di non valere abbastanza tanto da non meritare il suo ritorno.
Come spiegare a un bambino che il padre (o la madre) è in carcere perché ha commesso un crimine?
È una comunicazione dura, quanto necessaria. Sempre meglio che i bambini sappiano come siano andate le cose da una persona di fiducia, piuttosto che dai compagnetti o dai media. L'importante è fargli capire che anche se un genitore ha commesso un'azione sbagliata non è necessariamente una persona sbagliata.
Proclamarsi innocenti per vergogna è un buon modo per proteggere il bambino?
Non è certamente facile dire certe verità ai figli, a volte quelle che vengono chiamate bugie a fin di bene, nascondono la difficoltà nel parlare di certi temi con i più piccoli, nonché il tentativo di difenderli da una realtà che può far molto male. In ogni caso quando ci si confronta con i bambini bisogna tenere sempre bene a mente che essi hanno prima di tutto bisogno di sperimentare sicurezza e amore. Quindi ancora una volta ribadisco che occorre dire sempre la verità, ma con un linguaggio a misura di bambino, corredato sempre dalla certezza che il legame affettivo è sopra ogni cosa.
Spesso la situazione viene raccontata utilizzando il "noi": "ce l'hanno con noi", "ci perseguitano", "ci vogliono fare del male"... cosa comporta questo stravolgimento della realtà per il bambino?
I bambini più sono piccoli e più guardano il mondo con gli occhi dei genitori. Questo "noi" è ingiusto, perché rischia di intaccare la percezione del mondo esterno e in casi gravi porta a vivere il mondo come ostile e pericoloso.
Nella nostra società il successo è diventato un valore fondamentale. Un genitore in carcere è avvertito come un perdente. Come far comprendere a un bambino che, sebbene il padre sia in carcere, rimane sempre il padre e deve aver fiducia in lui?
È vero che il successo, come mai prima d'oggi, ha un ruolo elevato nella considerazione della società, ma non credo che il genitore in carcere sia sempre un perdente. Ho conosciuto detenuti che hanno davvero affrontato un percorso rieducativo e che, dopo aver scontato la pena, con il reinserimento nella vita quotidiana si sono dati un seconda possibilità e hanno vinto l'errore. Così facendo, peraltro, hanno potuto dare l'esempio che "chi sbaglia paga" e che le conseguenze sono
dure e dolorose.
Cos'è più sbagliato, trattare il figlio di un detenuto con compassione perché visto come un bambino che cresce circondato da criminali o trattarlo con sprezzo perché immaginato come futuro criminale?
Probabilmente entrambe. Voglio fare un premessa, ogni bambino è sempre una creatura meravigliosa che non può e non deve espiare le eventuali colpe dei genitori. Partendo da questo presupposto, tutti i bambini hanno gli stessi diritti e a maggior ragione se intendiamo la detenzione del genitore come fattore di rischio, il contesto esterno dovrebbe costituire fattore di protezione. Quindi occorre capire il vissuto doloroso di questi bambini, non etichettandoli a priori, ma aiutandoli a costruire relazioni sociali sane.
Si può essere buoni genitori incontrando i propri figli da dietro un vetro?
Sicuramente la detenzione di un genitore intacca la serenità di un figlio, ancor più se è piccolo. I bambini non hanno le stesse risorse cognitive di un adulto e proprio per questo hanno bisogno di vedere il genitore e sentire la sua presenza. In caso di detenzione, cessa la libertà ma non l'essere genitore. Il genitore ha il diritto e il dovere di continuare a essere un buon genitore, garantendo l'affetto necessario atto a contenere la drammaticità della situazione. Un bambino ha sempre bisogno dell'amore dei genitori, qualunque cosa accada. Il genitore che dispensa amore è sempre un buon genitore, anche se detenuto.
Ci sono, poi, quei bambini che si trovano dietro le sbarre da neonati, detenuti insieme alla madre. Che impronta lascia un'esperienza del genere?
In questi casi il sostegno alla genitorialità e la possibilità di poter frequentare anche spazi esterni, rappresentano risorse fondamentali per evitare ripercussioni anche gravi sullo sviluppo di questi bambini.
Quali potrebbero essere le azioni di sostegno ai rapporti bambini-genitori detenuti?
Prima di tutto, bisogna capire che è un diritto fondamentale del bambino mantenere la relazione affettiva con il genitore anche se detenuto. Basterebbe applicare sempre la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, che evidenzia tutte le buone prassi per il mantenimento di relazioni familiari di qualità, incidendo così positivamente sullo sviluppo e sull'equilibrio psicofisico dei minori. Dovrebbe, ad esempio, essere sempre garantita una sede facilmente raggiungibile e i bambini non dovrebbero andare incontro a viaggi estenuanti per poter incontrare il proprio genitore. I contatti dovrebbero essere regolari e frequenti e importantissima sarebbe la presenza di personale esperto a sostegno dei più piccoli. Quando ci sono di mezzo i bambini, certamente vittime innocenti, niente dovrebbe essere considerato un privilegio. Purtroppo spesso accade il contrario, ed è così che sono pochi gli istituti dove le stanze sono accoglienti e belle, dove sono presenti spazi verdi in cui passeggiare e correre insieme o ambienti dove poter svolgere attività piacevoli e di crescita con i propri genitori. Nella mia attività da psicoterapeuta ho avuto modo di accogliere più volte storie strazianti di bambini che vivevano i colloqui con forti crisi di ansia, arrivando anche al rifiuto per il forte dolore percepito, interrompendo di fatto la relazione genitore-figlio. Dobbiamo mettere tutte le forze in campo affinché questo non accada, perché i figli dei genitori detenuti hanno gli stessi diritti di tutti gli altri bambini.
di Enrico Zanetti
Il Foglio, 6 ottobre 2019
Quello della maggiore punibilità per chi evade il fisco è un tema ricorrente sin dal lontano 1982. Eppure la normativa attualmente in vigore è più che sufficiente. Archiviate insieme al precedente governo le generiche proposte di "pace fiscale", il baricentro delle parole d'ordine della politica si sta spostando in queste ultime settimane verso la non meno generica promessa di "carcere per i grandi evasori". È un tema ricorrente sin dal lontano 1982 che solitamente si accompagna non tanto al tipo di colore politico del governo e della sua maggioranza, quanto piuttosto alla crescente consapevolezza di quel governo e quella maggioranza politica della necessità di varare di lì a poco scelte impopolari sul versante fiscale.
Accadde infatti anche nell'estate del 2011 con un governo e una maggioranza politica completamente diversi da quella attuale. In verità, risulta sempre difficile capire cosa si intenda davvero fare, dietro a questa dichiarazione d'intenti, posto che il "carcere per i grandi evasori" è già da molto tempo parte integrante del nostro ordinamento giuridico. Il decreto legislativo n. 74 del 2000 prevede pene da 1,5 a 6 anni di reclusione per frode fiscale e da 1 a 3 anni per dichiarazione infedele "non fraudolenta", oltre ovviamente a sanzioni pecuniarie salatissime che vanno dal 135 al 270 per cento per la frode fiscale e dal 90 al 180 per cento per la "semplice" dichiarazione infedele.
Nel caso di frode mediante fatture false, la reclusione non è nemmeno limitata ai "grandi evasori", perché scatta anche per un euro, mentre nel caso di frode mediante altri artifici scatta oltre 30 mila euro ed in quello di dichiarazione infedele "non fraudolenta" scatta oltre 150 mila euro (quindi, se è di "grandi evasori" che si intende parlare, c'è già in ogni caso). A ciò si aggiunga che, a decorrere dal 2015, è stato introdotto anche il reato di autoriciclaggio (art. 648-ter1 c.p.), tale per cui è prevista la pena della reclusione da 2 a 8 anni per chi impiega, sostituisce o trasferisce in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro proveniente, tra le altre cose, da reati di frode fiscale (se deriva da reati di dichiarazione infedele "non fraudolenta" la pena è da 1 a 4 anni).
E d'altro canto, se così non fosse, sarebbe da chiedersi come mai capita sovente di leggere sui giornali di arresti, singoli o di più persone in concorso tra loro, compiuti meritoriamente dalla Finanza a fronte della scoperta di frodi fiscali più o meno complesse e ramificate, a dimostrazione di quanto sia privo di reale fondamento il luogo comune secondo cui in Italia "nessuno va in carcere per evasione fiscale". Vero è, questo sì, che è più facile finire in carcere durante le indagini e prima dei processi che restarvi dopo la sentenza definitiva, ma questo è un tema di sistema che riguarda l'amministrazione della giustizia con riguardo alla generalità dei reati e che va affrontato su questo piano, più che un tema specifico di diritto penale tributario.
Né invocare ulteriori inasprimenti "mirati" delle pene pare francamente condivisibile, al netto di ipotizzabili ritocchi "non stravolgenti", in assenza di una eventuale volontà politica di più ampia revisione dei minimi e massimi edittali delle pene previste anche per altre tipologie di reato che destano non meno allarme sociale.
Anche volendo considerare l'evasione alla stregua di un vero e proprio furto (pur nella oggettiva difficoltà della piena equiparazione concettuale tra un comportamento di sottrazione di cosa appartenente a patrimonio altrui con una di mancata estromissione di cosa appartenente a patrimonio proprio), non si può infatti prescindere dalla constatazione che le pene previste per il furto "semplice" vanno da un minimo di 0,5 a un massimo di 3 anni (art. 624 c.p.) e salgono da un minimo di 4 a un massimo di 7 anni nel caso più grave di furto che si consuma presso l'abitazione del derubato (art. 625 c.p.).
Tenuto conto che, come è logico che sia, queste pene reclusive si accompagnano a sanzioni pecuniarie risibili rispetto a quelle enormemente più elevate che accompagnano le pene reclusive applicabili ai reati di frode ed evasione "semplice", si fatica francamente a non vedere un ragionevole equilibrio tra le diverse fattispecie, al netto, naturalmente, di eventuali furori ideologici.
di Cecilia Gallotta
estense.com, 6 ottobre 2019
La Casa circondariale apre i cancelli a "Internazionale" e i carcerati illustrano le loro opere in mostra. Una mano incatenata di fianco a un calamaio e a un foglio bianco. Un aquilone che col filo taglia le sbarre alla finestra. È difficile immaginare le stesse mani e le stesse menti che hanno commesso un reato, dipingere sentimenti.
Ebbene è ciò che alcuni detenuti della Casa Circondariale hanno potuto mettere in mostra al pubblico sabato mattina, quando il carcere ha aperto i suoi cancelli in occasione del festival di Internazionale, radunando oltre una sessantina di persone incuriosite dal luogo che solitamente viene considerato "fuori dal mondo".
Un incontro, "dove già la parola stessa descrive il raggiungimento dell'obiettivo - esordisce Mauro Presini, curatore del giornale Astrolabio - perché il fatto che siete venuti qui, dà valore a ciò che facciamo insieme ai detenuti". La connessione con il mondo esterno risulta infatti essere una costante nelle giornate dei detenuti in carcere, come afferma lo stesso detenuto Paride, ma come si può evincere anche da ciò che rappresentano nei quadri, mostrati e affiancati dal curatore del corso di pittura in carcere Raimondo Imbrò.
"Sono dentro da due anni e poco dopo ho saputo che mia moglie era incinta - racconta il giovanissimo Josef, illustrando un dipinto con parco e una giostrina vuota-: il mio bimbo adesso ha un anno e mezzo, e io non ci sono a giocare con lui".
Il fatto che "chi ha sbagliato debba soltanto pagare" non tiene conto, secondo la garante dei detenuti Stefania Carnevale, di come la maggior parte delle persone rientreranno nella società dopo aver scontato la pena: "Se auspichiamo che si 'marcisca in galera', per citare uno dei tanti luoghi comuni, allora prima o poi riavremo fra noi persone marce".
Ma "la spinta di ogni essere umano è quella di riuscire a trovare la propria dignità - afferma il detenuto Luigi, che non risparmia qualche lacrima al pensiero di sua figlia -: io purtroppo ero molto ignorante, e alla fine siamo tutti qua per questo motivo. Non conoscevamo la giustizia, e ce ne siamo fregati. Ma quando uno viene condannato, il metro di giudizio dovrebbe essere diverso, più ampio, per ciascuno di noi, perché per lo stesso reato non è detto che servano gli stessi anni a tutti gli individui. E se c'è qualcuno che è davvero pronto a ricominciare a fare il padre, o il marito, o il figlio, dovrebbe esserci una legge che gliene dà diritto". Un terreno delicato a cui risponde soltanto il detenuto Ben Harrat Lassad, citando Gesù Cristo: "In fondo, chi è senza peccato, scagli la prima pietra".
di Marco Demarco
Corriere della Sera, 6 ottobre 2019
Ciò che è successo all'ultrasettantenne simbolo dell'industria casearia, scagionato in via definitiva, costituisce un caso limite ma attualizza, per contrasto, un tema molto più generale, quello della lotta al capitalismo mafioso nel mercato legale. Tre richieste di arresto, quattordici giorni in carcere all'indomani di un serio intervento al cuore, altri venti ai domiciliari, e oltre 150 mila citazioni negative su Google, senza contare le centinaia di foto con il "mostro" sbattuto online. L'ultrasettantenne Giuseppe Mandara, simbolo dell'impresa casearia, tra i più noti produttori di mozzarelle, è stato accusato di associazione camorristica e depistaggio, e solo ora è uscito da un incubo cominciato nel 2012.
Per due volte, come riportato dal Corriere del Mezzogiorno, il Riesame ha bocciato l'arresto già avvenuto. E per due volte - anche quando è stato contestato il ricorso a un pentito "non credibile", del quale sarebbe stato opportuno sospettare "ogni movimento labiale e ogni scritto" - la Procura di Napoli ha fatto inutilmente ricorso in Cassazione. La terza richiesta di arresto è stata invece respinta all'origine. Scagionato in via definitiva, l'ingiustamente accusato chiede mezzo milione di risarcimento: per i danni subiti, per l'espulsione dal consorzio di produttori, per l'immagine commerciale compromessa e per le vendite a picco. Ciò che è successo a Mandara costituisce un caso limite, ma attualizza, per contrasto, un tema molto più generale, quello della lotta al capitalismo mafioso nel mercato legale. Come estirpare il "male" (le mafie) senza distruggere il "bene" (le aziende)? Come definire politiche "programmanti" e non "moraleggianti"?
Per evitare derive di questo tipo, Rocco Sciarrone e Luca Storti hanno scritto Le mafie nell'economia globale (il Mulino), un saggio aggiornato nell'analisi e provocatorio nella proposta. L'idea di fondo è di rilegittimare il rapporto tra politica ed economia; quella strategica è di non escludere "un calcolo costi-benefici, spesso ritenuto un tabù nell'ambito della lotta alla mafia"; quella specifica è di evitare misure interdittive che possano determinare una sorta di "ergastolo imprenditoriale". Insomma, con la mafia "bisogna giocare a scacchi e costringerla all'abbandono; lo scacco matto è un'illusione".
di Giacomo Galeazzi
interris.it, 6 ottobre 2019
Gli stranieri in Italia sono il 12% della popolazione ma commettono il 32% dei reati. Su 60 mila detenuti in Italia, 20 mila sono stranieri. "Negli ultimi anni si registra un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati", afferma il capo della polizia Franco Gabrielli, sottolineando che "nel 2016, su 893mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 il 29,8%, nel 2018 il 32% e in questo 2019 siamo quasi al 32%". Tenendo conto che gli stranieri nel nostro paese, sono il 12%, tra legalmente in Italia e non, "questo dà la misura del problema", aggiunge Gabrielli, quindi "per gli stranieri che restano in Italia è necessario costruire percorsi di integrazione altrimenti si creeranno condizioni favorevoli a illegalità, degrado, criminalità e terrorismo".
Il nodo della detenzione - Un detenuto su tre, quindi, non è italiano. "Secondo i dati più recenti del Ministero della Giustizia, i detenuti presenti negli istituti penitenziari in Italia sono in totale 58.569 (su una capienza regolare di 50.615 posti), distribuiti in 190 strutture- evidenzia l'Agi-.I detenuti stranieri sono 19.929: il 34 per cento sul totale, quasi un terzo esatto. I cittadini italiani sono 38.640". Nei confronti degli stranieri si usa in misura maggiore la custodia cautelare, cioè il carcere prima della conclusione del processo. Tra i detenuti in attesa di giudizio, gli stranieri sono il 37,7 per cento (3.640 individui), mentre tra quelli condannati in via definitiva la percentuale scende al 31,6 per cento". Chi è straniero ha insomma maggiore difficoltà ad accedere a misure alternative al carcere. su un totale di 5.433 individui soggetti a misure di sicurezza non detentive, solo il 9,5 per cento è composto da stranieri, comunitari e non. Discorso analogo vale per le sanzioni sostitutive e quelle non detentive, in cui le percentuali di stranieri coinvolti è rispettivamente del 14,6 per cento e del 12,6 per cento.
I paesi di provenienza - Le nazionalità presenti nelle carceri italiane sono 140. In percentuale, i primi in classifica sono i cittadini marocchini (il 18,5 per cento dei detenuti stranieri), seguiti dai rumeni (12,9 per cento), gli albanesi (12,7 per cento) e i tunisini (10,8 per cento). Paesi come Nigeria e Senegal raggiungono percentuali più basse, rispettivamente del 6,2 per cento e del 2,4 per cento.
I costi per lo Stato - Nel suo rapporto, l'Associazione Antigone ha calcolato che per l'anno in corso, sul budget preventivo di circa 2,9 miliardi di euro del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il costo giornaliero per detenuto è previsto essere di 137,02 euro, praticamente stabile rispetto ai 137,34 euro del 2017. Di questo budget, l'80 per cento è comunque destinato alle spese del personale civile e di polizia penitenziaria. "Lo Stato spende 9,26 euro al giorno per il mantenimento in senso stretto di ogni detenuto: un totale di 277,8 euro mensili- evidenzia l'Agi". A fronte di 20 mila cittadini non italiani presenti negli istituti penitenziari, è esiguo il numero di irregolari espulsi. Il problema è di natura giuridica.
I trasferimenti - La questione del trasferimento dei detenuti stranieri è regolamentata dalla convenzione di Strasburgo del 1983, entrata in vigore in Italia sei anni più tardi 1989 All'articolo 3, la convenzione, sottoscritta solo da alcuni Paesi, afferma che una persona può essere trasferita solo in specifiche condizioni. Per esempio, la sentenza di condanna deve essere per almeno sei mesi di reclusione e definitiva, e il condannato deve acconsentire al trasferimento. Inoltre, la legge sull'introduzione del delitto di tortura del 14 luglio 2017 impedisce di estradare una persona quando ci sono motivi fondati di ritenere che essa rischia di essere sottoposta a tortura. Come sottolineato dal rapporto dell'Associazione Antigone, almeno 806 detenuti non dovrebbero essere trasferiti nei loro Paesi di origine e hanno diritto a restare in Italia. 217 vengono dalla Libia, 37 dal Sudan e 642 dall'Egitto. "Un'ulteriore difficoltà nei rimpatri riguarda la necessità di trovare accordi con i Paesi di origine", puntualizza l'Agi.
Le misure cautelari - Il Regno Unito ha stretto accordi con alcuni Paesi per "svuotare" le proprie carceri, con scarsi risultati. Per esempio, l'accordo con la Nigeria sottoscritto da Londra ha un impatto stimato di riduzione dell'1 per cento sulla popolazione carceraria straniera nel Regno Unito. Gli altri accordi britannici con Paesi extra-Ue non hanno dato esiti migliori: il totale dei detenuti trasferiti all'estero dal Regno Unito, nella cornice di accordi di trasferimento obbligatorio, ammonta in un anno a 18 solo individui. Di questi, diciassette sono stati rimandati in Albania e uno in Nigeria. Un terzo della popolazione carceraria è composta da stranieri.
"Ma per comprendere meglio la questione, è fondamentale fare delle distinzioni, per esempio, tra stranieri residenti e quelli irregolari, e sottolineare il maggiore ricorso alle misure cautelari per chi non è cittadino italiano. Mentre il costo giornaliero per singolo detenuto è stimato in circa 137 euro, la volontà di rimpatriare i detenuti stranieri e di "svuotare le carceri" si scontra almeno con due problemi. Uno giuridico, che potrebbe comportare la revisione di accordi internazionali e leggi nazionali; l'altro di efficacia. Il caso del Regno Unito, ad esempio, che ha preso alcune misure per effettuare rimpatri, non mostra risultati incoraggianti".
ildispaccio.it, 6 ottobre 2019
Iniziativa all'IIS Marconi di Siderno dell'Osservatorio sulla violenza di genere e della Questura. L'invito rivolto alle ragazze dal Questore Maurizio Vallone a essere selettivi nella scelta del partner, pretendendo rispetto e amore vero è stato uno dei messaggi lanciati nell'incontro tenutosi nell'aula Magna dell'IIS Marconi di Siderno (Rc) sul tema della violenza di genere.
Gli studenti sono stati letteralmente catturati e affascinati dal suo intervento e della autorevolezza con la quale ha parlato del fenomeno, sottolineandone l'efficace contrasto attraverso gli interventi del Protocollo L.I.A.N.A. e che, al contempo, con doti di straordinaria sensibilità, è riuscito a trasmettere e far affiorare nei ragazzi legittimi sentimenti di sdegno e condanna verso ogni manifestazione di violenza.
L'iniziativa promossa dall'Osservatorio regionale sulla violenza di genere attraverso i coordinatori Mario Nasone e Giovanna Cusumano, in collaborazione con la Dirigente scolastica Clelia Bruzzì ha consentito di realizzare obiettivi formativi, informativi e di riflessione grazie anche agli autorevoli relatori e rappresentanti delle Istituzioni hanno tracciato il fenomeno ripercorrendolo nella sua drammaticità ed evidenziando, nei diversi ambiti, le modalità di intervento, l'importanza di fare rete, dell'utilizzo di sistemi informatici di raccolta dati, del loro monitoraggio e del risultato conseguenziale immediatamente percepibile e spendibile della tempestività dell'intervento da parte delle Forze dell'ordine.
Il profilo di maggior rilievo dell'iniziativa è stato senza dubbio quello della autentica "vicinanza" che le figure istituzionali hanno voluto dimostrare ai giovani presenti alla manifestazione, particolarmente attenti e partecipi all'ascolto rispetto alle testimonianze dei Sindaci dei Comuni, Giovanni Calabrese e Caterina Belcastro ai quali si è chiesto di promuovere l'attivazione di un centro anti violenza nella Locride, della referente dello sportello antiviolenza del Comune di Siderno Caterina Origlia e della psicologa dell'ASP. Daniela Diano che ha trattato il tema della violenza assistita dei minori
Il Comandante del gruppo carabinieri di Locri Giovanni Capone ha sottolineato l'importanza della presenza capillare dell'Arma su tutto il territorio nazionale, dai grandi centri urbani alle località minori ed ha presentato il protocollo d'intervento adottato. Molto apprezzato e atteso è stato l'intervento del Presidente del Tribunale di Locri Rodolfo Palermo, al quale gli studenti del Marconi si sono rivolti auspicando che si rafforzi l'impegno comune di magistrati ed avvocati al fine di superare retaggi culturali che, in precedenza, consentivano ambigui tentativi di ribaltare il rapporto tra carnefice e vittima trasformando, spesso, in imputate le donne vittime di violenza.
L'intervento del direttore di Fimmina tv, Raffaella Rinaldis ha consentito di presentare il canale che dal 2012 è punto di riferimento per ogni donna calabrese che voglia cambiare la realtà del proprio territorio, molto spazio anche agli studenti che hanno presentato il percorso di Cittadinanza e Costituzione, significativamente dal titolo "dignità, semplicità e umiltà del Sud", che racchiude in sé tutta la voglia di riscatto dei giovani.
A conclusione dei lavori la Dirigente Bruzzi anche nella sua veste di referente dell'osservatorio del percorso didattico formativo "adotta la storia di una vittima di femminicidio" ha comunicato che già 22 scuole del reggino hanno aderito alla proposta, tra queste il Marconi particolarmente coinvolto per avere tra i suoi allievi i figli di Mary Cirillo la giovane madre di Riace vittima di questo terribile male che può essere debellato solo avviando una rivoluzione delle coscienze.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 6 ottobre 2019
La politica ha paura di decidere su temi come questi, così come sulle adozioni gay. Ma i diritti civili non sono alternativi alle questioni sociali. Dicembre 2016, passeggiavo tra i viali fantasma di Cinecittà mentre mi raccontavano di Fabiano Antoniani, dj Fabo. Fabiano era un uomo pieno di vita fino a un incidente stradale che lo aveva reso tetraplegico e cieco.
A febbraio 2017 avrebbe compiuto 40 anni, voleva dare una festa e salutare tutti gli amici. Voleva congedarsi da una vita che non riusciva più a considerare vita. Quando per la prima volta Fabiano Antoniani incontra Marco Cappato, gli dice: "Avevo una vita bellissima, la più bella del mondo, la più bella che potessi desiderare. Fino all'incidente. Ora ho dolori insopportabili e sono immobile e, siccome io la vita la misuro in qualità e non in quantità, ho deciso che così non voglio più viverla".
Quando mi spiegarono ciò che stavano vivendo Fabiano e le persone che gli erano accanto - la sua compagna Valeria e sua madre Carmen - mi chiesero di sostenere la sua battaglia, una battaglia che Fabiano stava ancora decidendo se combattere o meno. Immaginate i dubbi, i ripensamenti, le paure: per quanto una vita possa essere insopportabile, è sempre vita e non è facile decidere di separarsene. Non è facile per nessuno. Forse vale la pena partire da questo. per capire che tutto ciò che viene dopo la decisione è un atto di amore, di amore profondo. Fu un atto di amore quello tra Mina e Piergiorgio Welby.
Fu un atto di amore profondo, paterno, immenso, quello di Beppino Englaro che decise di rispettare il desiderio di sua figlia Eluana, che mai avrebbe tollerato di vivere come un vegetale. Ha senso chiedersi come fossero le vite di Fabiano Antoniani e di Eluana Englaro prima dell'incidente? Come quelle di Piero Welby e Dominique Velati prima della malattia? Forse sì, ha senso, perché ci renderemmo conto che le loro vite erano uguali alle nostre, vite bellissime perché imperfette, reali, vite piene anche di sofferenza.
Ma esiste un limite tra una vita che possiamo vivere e una vita che ci toglie tutto? Vita significa cercare un lavoro e trovarne uno che magari ti rende infelice, significa non trovare più il senso in una storia d'amore, significa provare rancore verso i propri genitori, rancore e amore insieme. Vita è uscire con gli amici per una birra, litigare, tradirsi e dimenticare. Vita è portare il cane giù a pisciare, vita è abbracciarsi sotto le coperte, vita è il silenzio, vita è la complicità, le battute, gli scherzi. Vita è dare una festa per i propri 40 anni per salutare tutti e congedarsi dalla vita. Su anni di disobbedienza civile e su un lavoro costante, titanico, eroico dell'Associazione Luca Coscioni e dei tanti amici che hanno sempre sostenuto Marco Cappato, Filomena Gallo, Mina Welby e tutti gli attivisti, si innesta la pronuncia della Corte Costituzionale che ha stabilito che chi si trova nella condizioni di dj Fabo ha diritto a essere aiutato, che l'aiuto a una morte dignitosa, in determinate condizioni, non è reato.
L'Associazione Luca Coscioni, da quando è nata, non si è spesa solo per aiutare chi legittimamente decide di voler interrompere una vita di sofferenza e immobilità, tenuta in piedi artificialmente, ma si occupa di sostenere il progresso scientifico per la procreazione assistita che alle nostre latitudini resta incredibilmente ancora un tabù. L'Associazione Luca Coscioni è accanto alle migliaia di coppie che non riescono ad avere figli, quindi non morte ma vita, e vita dignitosa. E ora - qualcuno si chiederà - dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che cosa dovrebbe accadere?
In un Paese dove la politica lavora davvero, ci si aspetterebbe una legge e ci si aspetterebbe coraggio. Il coraggio che è mancato, e manca ancora, nel votare lo ius soli/ius culturae, che è mancato nel varare i decreti attuativi che avrebbero dato concretezza alla riforma delle carceri, che è mancato sulle adozioni per coppie gay.
Che manca ogni qual volta ci sono decisioni che si possono posticipare con la scusa che non si tratta di pane. lavoro e tasse. Sì, perché spero che una cosa sia chiara a voi che state leggendo queste mie righe e a chi ci governa: i diritti civili non sono alternativi ai diritti sociali. I governi si devono occupare di tasse e di lavoro ma tasse e lavoro non possono essere un paravento per smettere di occuparsi del resto.
di Simone Corradetti
cronachepicene.it, 6 ottobre 2019
"Il mio campo libero" è un progetto che intende promuovere la salute e il benessere che porta in ognuno di noi l'attività fisica, specie se inquadrata in un processo di rieducazione. L'obiettivo è quello di sviluppare e aumentare la fiducia in ogni persona, ristretta nel corpo e nel movimento, consentendo quindi la crescita e la consapevolezza dei propri mezzi.
Sono necessari programmi di qualità e accompagnamento, mettendo in campo le professionalità giuste per ottenere certi risultati. Sport come educazione alle regole, socializzazione e autostima, per un benessere mentale dei detenuti. È questo l'obiettivo che si prefigge il Centro Sportivo Italiano (Csi) di Ascoli. Attraverso l'attività fisica, in questo caso con il gioco del calcio, "si intende collaborare, con il carcere di Marino del Tronto e il Ministero di Grazia e Giustizia".
È stata una iniziativa davvero lodevole, con i giovani detenuti che questa mattina, sabato 5 ottobre, hanno affrontato la squadra dei commercialisti. Ad affiancare i detenuti, l'istruttore e allenatore Valentino D'Isidoro, il quale tiene a rimarcare "l'importanza di questo progetto solidale, per persone come noi che stanno scontando la pena. I ragazzi - prosegue - sono sempre molto corretti durante l'attività sportiva, rispettandosi a vicenda. Un ringraziamento particolare - conclude - va al presidente del Csi Antonio Benigni, promotore del progetto, insieme alla segretaria Eleonora Sacchini. Lo stesso Benigni aggiunge che "bisogna anche coinvolgere attori esterni al carcere, per proseguire un percorso rieducativo e in piena collaborazione con il Ministero".
Terminata la partita, tutti ij protagonisti nella sala ospiti, per un piccolo rinfresco. Il sindaco di Ascoli, Marco Fioravanti, sottolinea "l'importanza del progetto, con l'eventuale possibilità di rendersi utili con dei lavori a favore della città".
Alle parole del primo cittadino si sono aggiunte quelle della direttrice del carcere Eleonora Consoli e de presidente dell'Ordine dei commercialisti di Ascoli, Carlo Cantalamessa i quali sottolineano "la collaborazione con l'Amministrazione comunale e le associazioni sportive nella realizzazione di attività di gruppo, sport e aggregazione". Un messaggio di conforto e di speranza è giunto ai detenuti anche dalle parole che ha pronunciato il vescovo Giovanni D'Ercole.
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